Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:

"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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I palestinesi e i bambini

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Sempre con Israele!!!

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venerdì 24 febbraio 2012

Perché combattono

Di Michael Dickson

In “Perché combattiamo”, uno degli ultimi episodi della pregevole mini-serie di Steven Spielberg intitolata “Band of Brothers” (Fratelli al fronte), i soldati americani che compongono la “Easy Company” si trovano in Germania mentre la seconda guerra mondiale volge al termine. Dopo il duro percorso che li ha portati dall’addestramento di base sino ad essere catapultati fuori da un aereo sulla Normandia occupata, finalmente vedono il nemico nazista in ritirata e possono prendersi un momento di riflessione: questa vittoria valeva i pericoli e i sacrifici e la perdita di tanti loro compagni? Una scoperta casuale fatta da alcuni sergenti di pattuglia nei boschi offre una brusca risposta. Si imbattono in un campo di concentramento. La scena, con la scoperta di un luogo così disgraziato, è quanto di più intenso e sconfortante. Si trovano davanti persone che stanno morendo di fame, ridotte pelle e ossa, prossime alla morte. I soldati interrogano i prigionieri su chi si trovi in quel posto. Un militare americano traduce il dialogo. “Criminali?”, chiede. “No – è la risposta – Musicisti, artisti, insegnati: ebrei”. D’un tratto, l’infamia del progetto nazista contro cui hanno combattuto per anni non è più una cosa astratta. I soldati capiscono perché stanno combattendo.
È del tutto naturale che i soldati si domandino in continuazione perché devono combattere. Ma la scorsa settimana ho trascorso del tempo con dei soldati israeliani che si sono già dati una risposta e che non hanno dubbi su quale sia la loro missione. Si trattava di un gruppo di studenti universitari, più o meno venticinquenni, tutti riservisti attivi, che rievocavano le loro esperienze di battaglia prima di partire per un importante tour di incontri in vari campus in giro per il mondo.
Yair mi ha raccontato di essersi trovato in una intensa battaglia coi terroristi Hezbollah durante la seconda guerra in Libano (estate 2006). I miliziani Hezbollah non vestono uniformi e operano preferibilmente da zone abitate da civili, dove i comuni cittadini servono essenzialmente da scudi umani. Quel giorno Hezbollah decise di rendere le cose ancora più complicate. Nel bel mezzo della battaglia arrivò un furgone e ne scesero dieci bambini sugli otto anni d’età, armati di fucili. Erano stati buttanti dentro al conflitto. In piena battaglia, Yair vide la depravazione morale del nemico e in quel momento capì perché stava combattendo.
Adam mi ha raccontato d’aver ricevuto una chiamata sul cellulare da un angosciato capo-villaggio palestinese. Si era nel pieno dell’intifada stragista palestinese e il compito di Adam era quello di fare da collegamento fra le ONG umanitarie, i capi palestinesi e le Forze di Difesa israeliane. Ogni capo-villaggio palestinese aveva il numero del cellulare di Adam. La chiamata che ricevette quel giorno era una richiesta di aiuto. Un ragazzino palestinese stava giocando nel villaggio quando il suo pallone era caduto in un frantoio. Cercando di recuperarlo, il ragazzino era rimasto col braccio incastrato fra le pale dell’attrezzo, con un dolore atroce. Chiedevano ad Adam di entrare nel villaggio – ostile agli israeliani – e aiutarli. Quando fecero il loro ingresso nell’abitato, i veicoli della squadra di Adam vennero accolti a lanci di pietre dagli abitanti. Dopo che ebbero salvato il ragazzino, ripartirono fra le loro ovazioni. Quel giorno Adam ebbe chiaro il motivo per cui stava combattendo.
Lital mi ha raccontato che era una delle cinque ragazze in una unità di combattimento di cento maschi, e aveva il compito di gestire posti di controllo fra la zona israeliana e la zona palestinese. Naturalmente in un mondo ideale Israele non avrebbe bisogno di tutti questi controlli di sicurezza. Ma mentre controllava le donne che attraversavano il posto di controllo, Lital non aveva dubbi che sono necessari. “Servono a salvare vite umane” mi ha detto, invitandomi a considerare il caso di una donna palestinese incinta che venne portata a un posto di blocco su un’ambulanza che, una volta ispezionata, venne trovata carica di ordigni esplosivi nascosti. “Considerate per un momento – mi ha detto Lital – il dilemma che si trova ad affrontare una soldatessa di diciotto anni quando, da una parte, vede una donna prossima al parto che sembra avere a tutti gli effetti un disperato bisogno di arrivare all’ospedale, ma nello stesso tempo ha paura che possa trattarsi di un imbroglio che potrebbe costare la vita ad altri innocenti”. Consapevole di avere a che fare con un nemico che usa donne in procinto di partorire come copertura, e dell’evidente e concreto pericolo che questa minaccia pone ai cittadini israeliani, Lital aveva ben chiaro perché combatte.
Tanto è chiaro ai soldati che ho incontrato il motivo per cui combattono, altrettanto è loro chiaro quanto preferirebbero non doverlo fare.
Itzik mi ha raccontato di quella volta che era in servizio e si apprestava a tornare a casa per una licenza di fine-settimana per un po’ di agognato riposo, quando improvvisamente arrivò dall’intelligence l’informazione che un attentatore suicida si stava dirigendo verso un centro commerciale. Itzik e la sua unità mollarono tutto per gettarsi alla caccia del terrorista. Una delle persone che dovette interrogare durante quella ricerca era un palestinese di nome Mohammed. Itzik ricorda la conversazione che ebbe con lui. “Senti, Mohammed – gli disse – io non vorrei essere qui, preferirei essere a casa mia con i miei amici e la mia famiglia”. Mohammed lo guardò e rispose: “Anch’io non vorrei essere qui. Preferirei essere a casa coi miei bambini. Siamo uguali: tutti e due vorremmo vivere in pace e tranquillità. La differenza principale fra me e te è che tu puoi dirlo ad alta voce”. Itzik mi ha detto d’aver capito in quel momento che erano entrambi ostaggio di Hamas.
Nei prossimi due mesi questi giovani militari delle Forze di Difesa israeliane andranno a parlare in varie comunità e campus universitari negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. Non sono dei portavoce. Non sono dei funzionari. Non sono dei politici. Sono solo i rappresentanti dell’esercito di cittadini di un popolo che vuole vivere, e vivere in pace e libertà: una libertà per cui è necessario combattere. E questo è il motivo per cui combattono.

(Da: Jerusalem Post, 20.2.12)

Accuse che fanno acqua da tutte le parti

Di Yochanan Visser, Sharon Shaked

Lo scorso 15 giugno il Jerusalem Post ha pubblicato un articolo sulla crisi idrica palestinese scritto da Shaddad Atilli, capo dell’Authority Palestinese per l’Acqua (Palestinian Water Authority). Nell'articolo, Atilli attribuisce alle “politiche discriminatorie” di Israele la colpa per la carenza d’acqua nella società palestinese. Sostiene in particolare che Israele userebbe la Commissione Congiunta israelo-palestinese per l’acqua (Joint Israeli Palestinian Water Committee) per ritardare o bloccare i progetti idrici palestinesi. Scrive inoltre che Israele sfrutterebbe illegalmente il 90% delle risorse idriche comuni. Di più. Atilli afferma che, a causa del furto d’acqua fatto da Israele e della distruzione di pozzi e impianti di trattamento, la gente si rende conto che la soluzione a due stati sta rapidamente svanendo.
Il diffamatorio articolo di Atilli, pieno di distorsioni, accuse infondate e vere e proprie falsità (naturalmente ripreso da molti mass-media come fosse oro colato) non è che l’ennesima dimostrazione dell’intransigente rifiuto palestinese.
Di recente la nostra organizzazione “Missing Peace” ha ottenuto le carte autentiche che documentano le riunioni della Commissione Congiunta israelo-palestinese per l’acqua e la corrispondenza fra lo stesso Atilli e il colonnello Avi Shalev, capo delle relazioni internazionali dell’Ufficio di Coordinamento delle attività del governo israeliano nei Territori (Coordinator of Government Activities in the Territories). Da questi documenti emerge un quadro completamente diverso. Contrariamente a quanto asserisce Atilli, è l’Autorità Palestinese quella che allontana la soluzione a due stati sabotando sistematicamente lo sviluppo di infrastrutture idriche indipendenti per il futuro stato palestinese.
Vediamo nel dettaglio alcune delle accuse che Atilli muove a Israele nel suo articolo e confrontiamole con il quadro che emerge dai documenti della Commissione Congiunta e dell’Ufficio di Coordinamento.
“Israele ritarda o blocca i progetti idrici palestinesi”, dice Atilli. Tanto per cominciare, l’articolo 40 (14) degli Accordi di Oslo afferma chiaramente che tutte le decisioni della Commissione Congiunta circa i progetti idrici in Cisgiordania necessitano di un mutuo accordo. Una volta approvati, i progetti della Commissione Congiunta per le zone della Cisgiordania sotto controllo palestinese (Aree A e B) non necessitano di nessun ulteriore coinvolgimento d’Israele. Solo i progetti relativi alle Aree C, sotto controllo israeliano, necessitano dell’approvazione dell’Amministrazione Civile Israeliana.
Dal 2000 in poi l’Authority Palestinese per l’Acqua ha inoltrato 76 richieste di permesso all’ufficio dell’Amministrazione Civile. L’Amministrazione Civile ha rilasciato 73 permessi e ne ha respinti 3 per mancanza di master-plan. L’8 giugno 2009 Shalev rispondeva con una lettera all’accusa di Atilli secondo cui l’Amministrazione israeliana non aveva onorato la richiesta dell’Authority Palestinese di rilasciare 12 di questi permessi. Nella lettera, Shalev scriveva che questi permessi erano già stati emessi nel 2001 e che l’Amministrazione Civile si domandava come mai l’Authority Palestinese per l’Acqua non avesse ancora dato seguito all’esecuzione dei progetti.
Altri 44 progetti approvati dalla Commissione Congiunta, per la maggior parte nelle Aree A e B, come la costruzione di un impianto per il trattamento di acque reflue a Jenin approvato nel 2008, non sono mai stati realizzati. Il governo della Germania ha persino ritirato un piano per la costruzione di un impianto di depurazione a Tulkarem quando ha concluso che l’Authority Palestinese non era in grado di gestire il progetto.
Quando, nel novembre 2009, l’Authority Palestinese per l’Acqua lamentò una carenza di fondi, il governo israeliano si offrì di finanziare progetti idrici per le comunità palestinesi. L’Autorità Palestinese non ha ancora risposto all’offerta.
“Israele – sostiene Atilli – assegna ai palestinesi solo il 10% delle fonti idriche comuni”. Le quote di acqua per la Cisgiordania sono state congiuntamente concordate negli Accordi di Oslo. In base agli accordi, il 33% dell’acqua della falda acquifera sotto la Cisgiordania viene assegnato ai palestinesi. Nel 1993 i palestinesi potevano pompare 117 milioni di metri cubi mentre Israele ne forniva altri 31 milioni. Nel 2007 vennero assegnati all’Autorità Palestinese 200 milioni di metri cubi, di cui 51,8 milioni forniti da Israele. Tuttavia, di quei 200 milioni di metri cubi solo 180 vennero effettivamente utilizzati. Il motivo principale è che l’Authority Palestinese per l’Acqua non ha implementato nella falda acquifera orientale i progetti che avrebbero risolto gran parte dei problemi idrici palestinesi. Più di metà dei pozzi approvati per lo sfruttamento della falda orientale non sono stati ancora scavati. Ma i relativi premessi sono approvati già dal 2000. In una lettera scritta il 4 aprile 2001, l’Amministrazione Civile israeliana sollecitava l’Authority Palestinese per l’Acqua a mettere in esecuzione questi progetti. In una lettera dell’8 giugno 2009 ribadiva la stessa richiesta.
Atilli mente anche riguardo ai consumi idrici palestinesi. Nell’articolo sul Jerusalem Post sostiene che i palestinesi “dispongono mediamente di soli 60 litri” a testa al giorno. Ma nel 2009 la sua stessa Authority Palestinese per l’Acqua pubblicava un rapporto in cui si parla di una disponibilità media di 110 litri a testa al giorno.
L’impudenza di Atilli si esprime al meglio nella terza accusa, quando sostiene che Israele ruberebbe l’acqua e distruggerebbe i progetti idrici palestinesi. In realtà, sono i palestinesi che rubano milioni di metri cubi di acqua ogni anno prelevandola da fori aperti illegalmente negli acquedotti della società idrica israeliana Mekorot. L’Amministrazione Civile chiude almeno 600 di questi “rubinetti” illegali ogni anno. Non basta. È dal 2008 che Israele chiede all’Autorità Palestinese di ripristinare le pattuglie congiunte della Squadra Congiunta di Supervisione e Applicazione (Joint Supervision and Enforcement Team) che, prima dello scoppio dell’intifada Al-Aqsa (settembre 2000), contrastavano i furti d’acqua. Ma finora l’Autorità Palestinese si è rifiutata.
Un’altra ragione dello sperpero di acqua è la scarsa manutenzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Uno sconcertante 33% delle forniture di acqua dolce va sprecato a causa di perdite, furti e manutenzione carente.
Altri documenti offrono la prova concreta che la chiusura di 250 pozzi illegali (quelli che depauperano la falda in modo arbitrario e irreversibile) è stata concordata negli incontri della Commissione Congiunta israelo-palestinese. Ad esempio, i verbali della riunione della Commissione del 13 novembre 2007 riportano la decisione unanime di procedere alla demolizione di “trivellazioni e connessioni illegali”. Ma Atilli si comporta come se non fosse presente a queste riunioni e non ne avesse sottoscritto le decisioni congiunte. Ha avuto persino il coraggio di lanciare appelli urgenti alla comunità internazionale non appena l’Amministrazione Civile israeliana, dopo numerosi appelli all’Authority Palestinese perché desse seguito alla chiusura concordata dei pozzi illegali, si è infine decisa a farlo direttamente.
Questi non sono che alcuni esempi del modo sconcertante in cui l’Autorità Palestinese trascura le necessità basilari dei suoi cittadini, per poi sfruttare cinicamente i problemi idrici come un’arma propagandistica contro Israele. Il che dimostra che l’Autorità Palestinese, contrariamente a quanto spesso si dice, è ben lungi dall’essere pronta a gestire un vero e proprio stato indipendente.
Ma c’è un’ulteriore conclusione da trarre. L’ostinato rifiuto di cooperare con Israele su interessi comuni come il miglioramento della infrastrutture idriche, e il modo in cui l’Autorità Palestinese sfrutta poi la carenza di miglioramenti per demonizzare Israele, dimostrano che l’Autorità Palestinese non è interessata né alla soluzione a due stati, né alla pace.

(Da: Jerusalem Post, 28.8.11)

Egitto: dopo lo “squalo del Mossad” ora ci sarebbero i polli avvelenati dai sionisti e jeans israeliani che provocano infertilità!!!

Il Cairo, 20 Febbraio 2012 – Dopo aver accusato il Mossad d’aver liberato un feroce squalo nel Mar Rosso per minare il turismo egiziano, lunedì è stata la volta di un alto funzionario del ministero della salute del Cairo ( Osama Salim, a capo dell’autorità veterinaria egiziana) che ha accusato Israele di avvelenare i polli egiziani. A suo dire dei vaccini provenienti da Israele, introdotti di nascosto in Egitto, causerebbero malattie nei polli che producono così meno uova.

La tv egiziana, dal canto suo, ha affermato che jeans importanti da Israele provocano infertilità “per impedire la moltiplicazione degli arabi”.

( Fonte: Israele.net)

lunedì 20 febbraio 2012

Di nuovo razzi...

Cari amici, dopo un periodo piuttosto lungo di inattività dovuto a problemi di varia natura, cerco di riprendere ad aggiornare questo blog e purtroppo la prima cosa che mi è capitato di leggere è stata l'ennesimo attacco terroristico palestinese: nella giornata di venerdì scorso due razzi sono stati sparati contro Israele dalla striscia di Gaza. Uno ha colpito la regione di Ashkelon e l'altro Eshkol. Nella stessa giornata, un missile anticarro è stato lanciato contro un mezzo dell'esercito israeliano e al sopraggiungere di una pattuglia è stato fatto esplodere un ordigno.
A quanto pare i palestinesi non sono capaci di parlare seriamente di pace: il loro unico scopo rimane quello di distruggere Israele e solo in questo sono disposti ad impegnarsi a fondo.
Voi potreste fare la pace con gente come questa?
Perchè dovrebbe farlo Israele?

domenica 29 gennaio 2012

Neppure una via per l’ uomo che perse 10 figli a Auschwitz

Settimio Calò fu l’ unico a salvarsi. Ora Roma lo ricordi



di Gian Antonio Stella


C’ è un buco, nello stradario di Roma. Tra piazza Elio Callistio e via Calopezzati, seguendo l’ ordine alfabetico, manca uno slargo, una piazzetta, un vicolo che porti il nome di Settimio Calò. Vi chiederete: Calò! Chi era costui? Era un piccolo uomo qualunque che non desiderava altro che vivere una vita qualunque. Aveva una moglie e dieci figli. Passarono tutti per il camino di Auschwitz. Tutti. A lui andò peggio, diceva. Molto peggio: era sopravvissuto.

La mattina del 16 ottobre 1943, il «sabato nero» degli ebrei italiani, Settimio aveva 45 anni, una piccola attività, una casa al numero 49 del Portico d’ Ottavia, nel cuore del ghetto ebraico di Roma, tra l’ Altare della Patria e l’ Isola Tiberina. Fumatore accanito messo in crisi dalla guerra e dalle difficoltà dei rifornimenti, aveva avuto una dritta: una certa tabaccheria a Monte Savello, quella mattina, sarebbe stata rifornita di un po’ di stecche. Deciso a conquistare qualche pacchetto di «bionde», uscì di casa all’ alba per mettersi in coda. Nei letti, addormentati, lasciò la moglie Clelia Frascati, che aveva sposato giovanissimo, e dieci figli. La più grande, ricorda Il libro della memoria – Gli ebrei deportati dall’ Italia di Liliana Picciotto – , si chiamava Bellina e aveva 22 anni. La seconda, Ester, ne aveva 20. La terza, Rosa, 18. E giù giù c’ erano Ines di 16 anni, David di 13, Elena di 11, Angelo di 8 e infine i più piccolini: Nella aveva sei anni, Raimondo quattro, Samuele solo 6 mesi da compiere. Quella notte aveva dormito lì anche un nipotino, Settimio Caviglia, di dodici anni, figlio di una sorella.

Avrebbe scritto Silvio Bertoldi nel libro I tedeschi in Italia che Settimio «stava ancora in fila a Monte Savello quando i tedeschi salirono le scale del numero 49 di Portico d’ Ottavia, entrarono, portarono via tutta quella gente, sua moglie, i suoi figli, il nipote. Quando Calò fece ritorno, non c’ erano che le stanze vuote». «Me parevo ‘ mpazzito, me parevo» avrebbe raccontato anni dopo l’ uomo allo storico veronese, in un’ osteria del ghetto dove cercava di annegare nel vino certi ricordi che gli davano ancora fitte insopportabili, «Non c’ era più nessuno, mi dissero che l’ avevano portati via. Mi misi a correre, non sapevo dove andavo. «Mi ritrovai alla Lungara, stavano tutti là quelli che avevano preso. Mi buttai avanti per andare a consegnarmi pure io. Mi ferma una sentinella italiana, mi prende per un braccio e dice: “Vattene, a matto! Che non lo sai che ti pigliano anche te, se ti vedono?”. Io non capisco niente, me butto a spigne, quello me ributta. Mi siedo un poco più in là e piango».

Fulvia Ripa di Meana, quel giorno, vide dei camion tedeschi carichi di bambini fermi in via Fontanella Borghese. Tre anni dopo ne avrebbe scritto in Roma clandestina con parole da fermare il respiro: «Ho letto nei loro occhi dilatati dal terrore, nei loro visetti pallidi di pena, nelle loro manine che si aggrappavano spasmodiche alla fiancata del camion, la paura folle che li invadeva, il terrore di quello che avevano visto e udito, l’ ansia atroce dei loro cuoricini per quello che ancora li attendeva. Non piangevano neanche più quei bambini, lo spavento li aveva resi muti e aveva bruciato nei loro occhi le lacrime infantili. Solo in fondo al camion, buttati su un’ asse di legno, alcuni neonati, affamati e intirizziti gemevano pietosamente».

La mattina del 19 ottobre, accorsa alla stazione Tiburtina, a rischio della vita, Liliana Calò (in realtà sembra si chiamasse Letizia), la sorella di Settimio, riuscì a vedere il figlioletto ammucchiato in una calca da spavento su un treno in partenza per la Polonia. Rileggiamo il racconto dello zio: «Il bambino si affacciò al finestrino del treno, scorse sua madre e gridò freddo: “A signo’ , e vada a casa, no? Vada a casa, che ci ha l’ altri bambini da cresce”. Era la sua mamma, capisce, e lui je disse così, e lei se lo ricorda sempre adesso, da quel finestrino del treno, co’ quelle parole, co’ quelle parole… E io, nemmeno quelle, io».

Massima guida religiosa palestinese: "Uccidere gli ebrei è un dovere"

Gerusalemme – Introdotto dalle parole di un cosidetto “moderatore” che ha affermato di fronte ad un pubblico in festa come sia un “dovere” dei palestinesi “combattere gli ebrei ed uccidere quei discendenti delle scimmie e dei maiali”, il Mufti Muhammad Hussein la massima guida religiosa dei palestinesi, ha nuovamente ribadito durante una manifestazione organizzata da Fatah il proprio odio antiebraico dichiarando quanto segue: “La resurrezione dei morti non avverrà fintanto che non sarà stata realizzata la prima fase di un vasto processo, ossia che i musulmani non abbiano ucciso quanti più ebrei possibile”. Il tutto è andato in onda il 9 Gennaio scorso sulla Tv dell’ANP.
Immediate le reazioni di alcuni politici israeliani: il ministro dell’energia Uzi Landau (del partito Israel Beitenu) ne ha chiesto l’incriminazione. “Occorre che la polizia conduca indagini e, se necessario, che ordini la sua incriminazione” ha detto alla radio militare.
Secondo Israel ha-Yom, il quotidiano gratuito che ultimamente sta vendendo sempre più copie, il Mufti Muhammed Hussein “si è messo sullo stesso piano del suo predecessore Haj Amin al-Husseini, che durante il Mandato britannico in Palestina (1922-48,ndr) cooperò con i nazisti“. Il giornale ha appreso che il ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha dato istruzione agli ambasciatori del suo Paese che diano ampio rilievo alle parole del religioso palestinese.

(Fonte: Palestinian Media Watch, 15 Gennaio 2012 e Tiscali news, 22 Gennaio 2012)

Nella foto in alto: un estratto del video pubblicato da PMW e disponibile anche su Youtube   (nonostante fosse stato rimosso  a causa delle segnalazioni effettuate da chi evidentemente non ha a cuore la verità)

venerdì 20 gennaio 2012

“Fiera di contribuire alla difesa del mio paese”

Può una persona essere araba e al contempo un buon cittadino israeliano al punto da voler difendere il proprio paese in uniforme? A quanto pare la risposta è sì. Basta chiede a Shirin Shlian, soldatessa ventenne delle Forze di Difesa israeliane, originaria di un villaggio arabo della Galilea, il cui compito nell’esercito è quello di incoraggiare gli studenti delle scuole superiori ad arruolarsi nelle forze armate. Di più, ad arruolarsi nelle unità combattenti.
Visto che non mancano giovani ebrei israeliani che fanno di tutto per sottrarsi all’obbligo di leva, la vicenda dalla famiglia araba Shlian appare abbastanza sorprendente. Shirin non è l’unico membro della famiglia che serve nelle Forze di Difesa israeliane: un suo fratello è maggiore in un’unità di combattimento, mentre un altro fratello presta servizio nella polizia di frontiera.
“Molti arabi ed ebrei mi chiedono come mai mi sono arruolata nelle Forze di Difesa israeliane – dice Shirin ai suoi amici nella città di Nazareth Illit, nel nord di Israele – Specie gli ebrei quando sentono che sono araba e si stupiscono. Deve essere la buona educazione che ho ricevuto in famiglia. Sorrido a tutti e non litigo con nessuno”.
Shirin si è arruolata diversi mesi fa ed ha seguito un corso per giovani istruttori. Come parte dei suoi compiti, va nelle scuole superiori di Nazareth Illit a parlare di reclutamento nelle forze armate con gli studenti degli ultimi e penultimi anni. “Tengo loro delle lezioni sull’avviso di coscrizione, sul servizio di leva nelle Forze di Difesa israeliane e sulle mansioni che offre l’esercito. Poi ho degli incontri a tu per tu coi singoli studenti con l’obiettivo di incoraggiarli a dare il loro contributo prestando servizio in modo significativo. Gli studenti si congratulano con me per la mia decisione di arruolarmi volontaria [i cittadini arabi d’Israele sono esentati dal servizio di leva obbligatorio, ndr] per dare il mio contributo al paese”.
Ad ogni modo, quando torna a casa, nel suo villaggio, Shirin si toglie la divisa e indossa abiti civili per evitare qualunque genere di frizione con coloro che potrebbero disapprovare la sua scelta. “Non ho paura di nessuno – tiene comunque a precisare – e non ho mai ricevuto nessun tipo di minaccia”. E conclude: “Sono molto fiera del mio servizio militare. Avevo sempre desiderato entrare nell’esercito e dare il mio contributo alla difesa del mio paese”. Shirin dice che anche il suo ragazzo è d’accordo e l’ha appoggiata nella sua scelta.
Di lei, il sindaco di Nazareth Illit, Shimon Gapso, parla solo bene. “Il soldato Shirin – dice – è un esempio positivo. Ci sono molti come lei, qui a Nazareth Illit: una città che rappresenta la coesistenza fra tutte le componenti della società israeliana”.

(Da: YnetNews, 19.1.12)

Riarmo di Hamas: forze israeliane pronte a reagire

Di Yaakov Katz
Lo Stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane ha dato disposizione al Comando della regione meridionale di prepararsi per un'operazione su larga scala nella striscia di Gaza che potrebbe rendersi necessaria nei prossimi mesi. I preparativi comprendono la messa a punto di piani operativi e la loro distribuzione fra le varie unità che verrebbero schierate nella striscia di Gaza, nel caso l’intervento si rendesse necessario.
Durante l’incursione di terra anti-Hamas nota come “operazione piombo fuso”, lanciata alla fine del mese di dicembre 2008, le Forze di Difesa israeliane crearono delle unità a livello di brigata che combinavano forze corazzate, di fanteria e del genio combattente. Un modello analogo verrebbe probabilmente applicato anche in eventuali future operazioni anti-terrorismo nella striscia di Gaza. La Divisione Gaza, al comando del generale Yossi Bachar, sta guidando i preparativi per un'eventuale operazione che, a quanto dicono alcuni ufficiali superiori, potrebbe essere significativamente più vasta di quella del gennaio 2009. “Ogni ufficiale dovrà sapere esattamente dove dovrà trovarsi con i suoi uomini e quale sarà la sua missione – spiega un alto ufficiale israeliano – Gaza è cambiata e gli armamenti nelle mani di Hamas e Jihad Islamica sono notevolmente cresciuti sia in quantità che in qualità”.
Si ritiene che Hamas disponga di una forza combattente che supera i 20.000 uomini armati, suddivisi in cinque brigate corrispondenti a diverse sezioni della striscia di Gaza. Ciascuna brigata è a sua volta suddivisa in un certo numero di battaglioni. Hamas dispone inoltre di squadre specializzate in sorveglianza e controllo, missili anti-carro, razzi e mortai, missili anti-aerei da spalla.
Gli ufficiali delle Forze di Difesa israeliane sentiti dal Jerusalem Post sottolineano di non aver ricevuto nessuna disposizione dal governo circa il lancio di un’operazione: i preparativi, spiegano, vengono fatti allo scopo di farsi trovare pronti al momento in cui se ne presentasse la necessità, e l’ordine arrivasse con brevissimo preavviso. “Gaza oggi è probabilmente il fronte più instabile d’Israele – spiega un membro dello Stato maggiore – È un fronte che può esplodere in ogni momento”.
Benché allo stato attuale la situazione lungo il confine con la striscia di Gaza sia relativamente tranquilla, un singolo attacco riuscito ad opera di Hamas o di qualche altro gruppo terrorista palestinese – con razzi Katyusha o con missili anti-carro – potrebbe costringere Israele a reagire, innescando un’escalation più ampia. Lo scorso aprile, ad esempio, Hamas lanciò un missile anti-carro contro uno scuolabus israeliano, uccidendo il 16enne Daniel Viflic e mancando di pochi istanti un folto gruppo di allievi che erano appena scesi dal veicolo. Nel 2011 sono stati sparati dalla striscia di Gaza contro Israele 860 razzi e obici di mortaio, compresi 80 razzi Katyusha a più lunga gittata, tipo Grad, contro i 2 soli Grad lanciati nel 1010. (Questa settimana, parlando alla commissione esteri e difesa della Knesset, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivelato che negli attacchi terroristici dello scorso agosto poco a nord di Eilat, costati la vita a otto israeliani, venne anche lanciato un missile contro un elicottero israeliano, senza peraltro colpirlo.)
Attualmente le Forze di Difesa israeliane ritengono che Hamas abbia interesse a mantenere la quiete a Gaza essendo impegnata a stabilizzare il proprio controllo sul territorio. Allo stesso tempo, però, i militari israeliani sono estremamente preoccupati per la continua introduzione clandestina nella striscia di Gaza di armamenti sempre più sofisticati, come i missili anti-carro Kornet di produzione russa e i missili anti-aerei da spalla razziati dai magazzini militari in Libia. Secondo le Forze di Difesa israeliane, Hamas e Jihad Islamica dispongono attualmente di poche centinaia di missili anti-carro avanzati, ma il loro numero continuerà a crescere e potrebbe arrivare a 4.000 già nel 2017.

(Da: Jerusalem Post, 16.1.12)

Ventun anni fa, gli Scud di Saddam su Israele

Il 17 gennaio 1991 gli Stati Uniti e una coalizione di paesi arabi e occidentali (tra cui l’Italia) iniziarono a bombardare l’Iraq per costringerlo a ritirare le sue forze dal vicino Kuwait, che Saddam Hussein aveva completamente invaso cinque mesi prima. Ma la guerra fece sentire i suoi effetti ben al di là del mero controllo da parte dell’Iraq sui campi petroliferi del Golfo. Tenendo fede alle sue minacce, Saddam lanciò decine di missili Scud contro Israele (che non faceva parte della coalizione): era la sua rappresaglia per la guerra da lui stesso provocata. Quella guerra, inoltre, ebbe gravi conseguenze per i palestinesi che vivevano nei paesi del Golfo e per la posizione internazionale della dirigenza dell’Olp.
Sin dall’inizio, l’allora presidente iracheno cercò di creare un "linkage", un collegamento artificioso tra il conflitto israelo-palestinese e lo sforzo internazionale volto a costringerlo a ritirarsi dal Kuwait. In uno dei suoi primi tentativi di impedire l’intervento militare occidentale contro il suo regime, Saddam – fedele alleato dell’allora presidente dell’Olp Yasser Arafat – propose che venissero “risolti contemporaneamente tutti i casi in Medio Oriente di occupazione, o che vengono descritti come occupazione”. Per una serie di ragioni, tra le quali innanzitutto il rifiuto dell’occidente di dare la sensazione che l’invasione del Kuwait venisse in alcun modo premiata, la sua offerta venne immediatamente respinta.
Ma il tentativo di Saddam di trascinare Israele nella guerra era molto più strategico che ideologico. Sapeva che se Israele fosse entrato in guerra, gli alleati arabi cooptati dagli Stati Uniti nella coalizione si sarebbero trovati in una situazione estremamente complicata. Sia Saddam che l’occidente erano convinti che in quel caso i paesi arabi avrebbero ritirato il loro appoggio allo sforzo bellico contro l’Iraq. Per questa ragione l’allora presidente americano George H.W. Bush (padre) si adoperò molto per fare pressione su Israele affinché non reagisse agli Scud iracheni. E per impedire che gli Scud causassero una quantità di danni tale da scatenare la risposta israeliana, gli Stati Uniti schierarono rapidamente in Israele delle batterie di difesa anti-missilistica Patriot e dedicarono, a quanto risulta, un terzo del loro sforzo bellico in Iraq alla ricerca e distruzione delle rampe di lancio di Saddam: compito non facile, considerando che gli Scud erano montati su rampe mobili sparse in tutto il deserto occidentale iracheno.
Quando, quel 17 gennaio 1991, i primi Scud vennero lanciati dall’Iraq sulla regione centrale di Israele, lo stato ebraico era comunque pronto a reagire. I jet delle forze aeree israeliane in effetti iniziarono a volare nei pressi del confine occidentale del paese del Golfo, ma non lanciarono mai un attacco. Alcuni giorni dopo l’esplosione dei primi Scud, venne preparata una missione segreta di commando: truppe d’elite delle forze speciali israeliane vennero effettivamente caricate su elicotteri per un rapido intervento in Iraq, ma una telefonata dalle più alte sfere di Washington trattenne gli apparecchi sulla pista.
Mentre nell’immaginario collettivo dell’occidente la guerra del Golfo per la liberazione del Kuwait è rimasta nella memoria come “la prima guerra televisiva”, con le famose dirette serali della CNN che mostravano per la prima volta i missili Cruise lanciati dalle navi americane, in Israele immaginario e memorie di quella guerra sono assai differenti. Una delle immagini più durature in Israele fu quella dell’allora portavoce delle Forze di Difesa israeliane Nachman Shai, oggi parlamentare di Kadima, che andava in onda sulla tv di stato per dire agli abitanti d’Israele di chiudersi nelle “stanze sigillate” che avevano dovuto approntare in ogni abitazione in vista del conflitto. Successivamente Shai sarebbe stato canzonato per quel suo ricordare continuamente agli israeliani di “bere acqua”, ma all’epoca la condizione fu quella di un trauma per tutto il paese, specialmente nella regione centrale che durante le sei settimane di guerra venne bombardata da 41 Scud (quasi sempre di notte).
In quel momento Israele e occidente temevamo che Saddam Hussein lanciasse missili con testate cariche di sarin o di gas nervino, un timore che fortunatamente non si materializzò. Per proteggersi da una minaccia che allora era assai concreta (solo tre anni prima, a Halabja, Saddam aveva usato i gas contro la sua stessa popolazione curda), Israele aveva dotato tutti gli abitanti di maschere anti-gas e fiale di antidoto. La frase in codice per dire agli israeliani di precipitarsi ad indossare la maschera antigas, “Nahash Tsefa” (serpente vipera), trasmessa insieme al suono così familiare in Israele delle sirene dell’allarme anti-aereo, è ancora oggi strettamente legata al ricordo di quei giorni per tutti gli israeliani l’hanno vissuto personalmente. Enorme fu il trauma: Israele, il paese nato dall’ethos sionista del “prendere nelle proprie mani il proprio destino”, per non innescare il riflesso pavloviano anti-israeliano che domina nel mondo arabo dovette subire l’ennesima ingiustificata aggressione senza poter reagire, ed anzi affidando la propria difesa all’intervento altrui e alla protezione passiva di camere e maschere anti-gas, con tutto ciò che la parola “gas” evoca, al solo nominarla, nella società israeliana.
Sebbene alla fine gli israeliani uccisi direttamente dai missili Scud furono non più di due, migliaia furono i feriti. Non basta. I missili si rivelarono, in quell’occasione, armi molto efficaci per spargere il terrore (non è un caso se, dopo di allora, vari movimenti terroristi come Hezbollah e Hamas si sarebbero adoperati molto per dotarsi di un apparato di razzi e missili come prima non avevano mai pensato di fare). Vi fu poi un certo numero di israeliani, soprattutto anziani, che – in preda al panico mentre i missili piovevano sulle loro città – dovettero essere ricoverati perché si erano iniettati a sproposito l’antidoto del gas nervino o avevano sofferto attacchi di cuore. Anche se le vittime dirette furono relativamente contenute considerata la quantità di ordigni lanciata, migliaia di cittadini rimasero senza casa per le estese distruzioni.
Intanto, il sostegno che Yasser Arafat aveva garantito a Saddam Hussein durante la guerra provocava durevoli conseguenze sul conflitto israelo-palestinese e sui palestinesi che vivevano in altri paesi. Per vendicarsi della posizione di Arafat, schierato a fianco di Saddam, il Kuwait subito dopo la guerra non esitò ad espellere quasi mezzo milione di palestinesi che avevano vissuto fino ad allora nel paese, in un’operazione che venne definita come una vera e propria pulizia etnica. Prima della guerra, i palestinesi costituivano fino al 30% della popolazione del Kuwait, dopo la guerra solo il 3%. Di più. Il sostegno dell’Olp a Saddam condusse, dopo la guerra, all’isolamento della dirigenza palestinese, forse non l’ultimo dei fattori (insieme al concomitante crollo dell’Urss) che avrebbe poi spinto Arafat a scendere a patti, o per lo meno a far mostra di scendere a patti, a Madrid nell’autunno 1991 e a Olso nel 1993.

(Da: Michael Omer-Man su Jerusalem Post, e israele.net, 15-16.1.12)

domenica 15 gennaio 2012

Roma: rimosse e rubate le "pietre d'inciampo", dedicate alle vittime della Shoah

Roma, 12 Gennaio 2012 – A denunciare l’accaduto è Adachiara Zevi, curatrice del progetto “Pietre d’inciampo a Roma”. Le “Pietre di inciampo“, realizzate in ottone per un valore di 100 euro, sono state collocate a terra il 10 gennaio scorso dall’artista tedesco Gunter Demnig in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Sulla superficie superiore sono impressi i nomi, le date di nascita e di morte e il luogo di deportazione delle vittime del nazifascismo. “E’ un furto oltraggioso – afferma la Zevi -, sicuramente premeditato perché chi lo ha compiuto di certo aveva con sé i sampietrini normali con cui sostituire quelli in ottone. E’ un episodio incredibile”. Unanime la condanna del gesto da parte del mondo politico e della società civile.
“Un gesto vergognoso – ha commentato il sindaco di Roma Gianni Alemanno – Simili comportamenti vanno condannati con assoluta fermezza. Roma, città simbolo della lotta di liberazione e dei valori di civiltà, libertà e democrazia, non merita di essere sfregiata in questo modo”. Mentre il presidente della Provincia Nicola Zingaretti ha dichiarato: “A Roma di nuovo un atto ignobile e vergognoso contro la memoria e il nostro passato. Mi domando cosa stia succedendo nella nostra città dove ogni giorno registriamo atti violenti e incivili. E’ necessario che Roma recuperi quel senso di solidarietà, tolleranza e di convivenza civile e sociale che sembra aver smarrito”.
“Ancora una volta siamo testimoni di un gesto odioso che condanniamo fermamente”. E’ quanto dichiara la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. “Questi ignobili fatti non fanno che rafforzare il nostro impegno perché la memoria dell’Olocausto sia più viva e più condivisa che mai. Mi auguro che quanto prima vengano individuati i responsabili di questo atto vergognoso”.

Repubblica.it

giovedì 12 gennaio 2012

Le tante contraddizioni del signor Abu Mazen

Da un articolo di Khaled Abu Toameh

Sono passati sette anni da quando Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è stato eletto a succedere al defunto Yasser Arafat nella carica di presidente dell’Autorità Palestinese, e molti palestinesi appaiono quanto mai confusi circa le vere intenzioni del loro attuale leader.
Abu Mazen si candidò alle elezioni presidenziali del gennaio 2005, per un mandato che avrebbe avuto essere di quattro anni, sulla base di un programma che prometteva grandi riforme e cambiamenti sia nell’Autorità Palestinese che in Fatah, la fazione allora dominante, anch’essa sotto la sua direzione. Un anno più tardi, però, la maggior parte dei palestinesi, essendosi resi conto che Abu Mazen non faceva sul serio su lotta alla corruzione e riforme in Autorità Palestinese e Fatah, alle elezioni parlamentari votarono per Hamas. Hamas riuscì a conquistare i cuori e le menti di tanti palestinesi correndo per lo più sotto lo slogan “cambiamento e riforma”. In pratica, prometteva esattamente le stesse cose che Abu Mazen si era impegnato a fare nella sua campagna elettorale per la presidenza.
Diversi alti esponenti di Fatah attribuiscono ad Abu Mazen la sconfitta della loro fazione nelle elezioni parlamentari del gennaio 2006. Alcuni si sono spinti al punto di sostenere che egli avesse deliberatamente cercato la sconfitta di Fatah per via di suoi personali risentimenti verso parecchi alti esponenti di Fatah.
Non basta. Abu Mazen viene anche ritenuto responsabile del crollo dell’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza nell’estate 2007. L’accusa principale contro di lui è d’aver ordinato ai suoi uomini di arrendersi a Hamas e fuggire. Anziché concentrarsi sulla riforma di Fatah all’indomani dell’umiliante sconfitta nelle elezioni parlamentari, Abu Mazen preferì cercare il modo di rovesciare il regime di Hamas: una mossa che fallì, rafforzando ancor di più la statura del movimento islamista palestinese. Così, diversi dirigenti di Fatah e di Hamas reputano Abu Mazen personalmente responsabile del fatto che i palestinesi si ritrovano divisi in due entità separate, Cisgiordania e striscia di Gaza. Alla fine, commentano sarcastici i suoi critici, i palestinesi hanno davvero realizzato la soluzione “a due stati”.
È vero che il fallimento del processo di pace con Israele ha contribuito a minare la posizione di Abu Mazen agli occhi di molti palestinesi. Ma certamente questa non è la ragione principale per cui tanti palestinesi hanno perso fiducia in lui e nella sua leadership. Negli ultimi anni Abu Mazen è riuscito a confondere molti palestinesi diffondendo messaggi contraddittori a loro e al resto del mondo. Ad esempio, aveva promesso che non si sarebbe ricandidato alle elezioni presidenziali, che sembra debbano tenersi nel prossimo mese di maggio. Ma ora i suoi collaboratori vanno dicendo che il leader 76enne è l’unico candidato di Fatah, lasciando intendere che cercherà di farsi eleggere per un altro mandato.
Sebbene abbia ripetutamente proclamato negli ultimi due anni che i palestinesi non avrebbero ripreso i negoziati diretti con Israele finché il governo israeliano non congelerà tutte le attività edilizie negli insediamenti e a Gerusalemme est e non accetterà le linee pre-’67 come base per una soluzione a due stati, adesso Abu Mazen ha consentito che si tengano colloqui in Giordania fra rappresentanti dell’Olp e inviati israeliani.
Abu Mazen ha gettato la sua gente nella confusione anche riguardo alla questione della riconciliazione e dell’unità con Hamas. Inizialmente la sua posizione era che non avrebbe mai avviato trattative con Hamas a meno che Hamas non ponesse fine al suo controllo sulla striscia di Gaza. Poi però ha cambiato posizione ed ha accettato di parlare con Hamas senza pretendere che fosse consentito a Fatah e Autorità Palestinese di tornare nella striscia di Gaza. L’anno scorso Abu Mazen ha annunciato che lui e il capo di Hamas, Khaled Mashaal, avevano raggiunto un accordo per porre fine alla controversia fra le due parti e “voltare pagina” nelle relazioni fra loro. Tuttavia, nello stesso momento in cui parlava di riconciliazione e unità, le sue forze di sicurezza in Cisgiordania continuavano ad arrestare i sostenitori di Hamas. I palestinesi sentono un sacco di discorsi sulla riconciliazione, sull’unità e sul porre fine alle divisioni in campo palestinese, ma sul terreno vedono adottare misure che dicono tutt’altro: vedono le forze di sicurezza di Abu Mazen che schiacciano gli attivisti di Hamas e vedono Hamas fare lo stesso con i rappresentanti di Fatah.
Anche le mosse di Abu Mazen nell’arena internazionale hanno suscitato confusione fra i palestinesi. Prima di presentare, lo scorso settembre, la domanda di adesione unilaterale alle Nazioni Unite (senza negoziato né accordo con Israele), aveva fatto sapere che se il tentativo di raggiungere l’indipendenza per questa via fosse fallito avrebbe dato le dimissioni o avrebbe smantellato l’Autorità Palestinese. Ma ora che il tentativo è fallito, non sembra avere alcuna intenzione di dare corso alle sue minacce.
Anche i discorsi di Abu Mazen circa una terza intifada sconcertano molti suoi elettori. Da una parte egli non manca di sottolineare la sua opposizione a una terza intifada, sostenendo di rimanere impegnato verso il metodo dei negoziati pacifici con Israele. Dall’altra, ha recentemente parlato di una “intifada popolare” che dovrebbe essere simile a quella che scoppiò nel dicembre 1987 quando i palestinesi utilizzavano pietre e bombe incendiarie per attaccare soldati e coloni ebrei nei territori (e intanto va ad omaggiare in Turchia alcuni fra i più feroci terroristi scarcerati da Israele sotto il ricatto di Hamas per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit).
Con un simile approccio è difficile immaginare che Abu Mazen e la sua fazione Fatah possano guadagnarsi la fiducia della maggioranza dei palestinesi, se e quando si terranno le prossime elezioni di qui a quattro mesi.

(Da: Jerusalem Post, 10.1.12)

martedì 10 gennaio 2012

Israele: sventati due attentati

Gerusalemme, 4 Gennaio 2012 – Due attentati orditi da terroristi palestinesi sono stati sventati dalla polizia israeliana con la collaborazione dello Shin Bet (Israel Security Agency). Due uomini palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di organizzare attentati in Israele.
Il primo palestinese arrestato proveniva da Jenin ed è stato arrestato in un appartamento di Beersheba dove si nascondeva in attesa di passare all’azione. Il suo piano era semplice: andare per strada e accoltellare quanti più passanti israeliani incontrava senza distinzione tra adulti e bambini. Lo ha ammesso lui stesso nell’interrogatorio seguito alla sua cattura.
Il secondo palestinese proveniva invece da Gaza ed è stato arrestato ad un checkpoint a nord di Beersheba mentre cercava di introdursi in Israele con l’intento di compiere attentati. L’uomo era stato segnalato alla polizia dallo Shin Bet che aveva appreso le sue intenzioni che prevedevano quasi certamente un attacco suicida. L’uomo è attualmente sotto interrogatorio non siamo quindi in grado di confermare quando e come avesse pianificato i suoi attacchi né se ci sono legami con il primo palestinese arrestato.
L’attenzione della polizia israeliana resta comunque ai massimi livelli. Lo Shin Bet ha fatto sapere infatti che prevedono diversi tentativi di infiltrazione in Israele. Alcuni informatori dei servizi di sicurezza hanno infatti fatto sapere che da Gaza sarebbero pronte diverse squadre della morte pronte a entrare in azione in qualsiasi momento. L’attenzione è focalizzata sia lungo il confine con Gaza che lungo quello con l’Egitto da dove si teme possano partire i prossimi attacchi.

domenica 1 gennaio 2012

Fratelli Mussulmani in Egitto come Hamas a Gaza: “Non riconosceremo mai Israele”

I Fratelli Musulmani d’Egitto, la formazione che sta vincendo le elezioni parlamentari nel paese, non riconosceranno Israele in nessuna circostanza e potrebbero decidere di sottoporre a referendum il trattato di pace con lo stato ebraico. Lo ha affermato il numero due del movimento, Rashad al-Bayoumi, in un’intervista pubblicata domenica dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Hayat.
L’annuncio giunge a pochi giorni dalla tornata conclusiva del processo elettorale lungo sei settimane con cui l’Egitto post-ribellione anti-Mubarak sta creando un parlamento che sarà incaricato di redigere la nuova costituzione dopo decenni di regime autocratico. Il movimento islamista di al-Bayoumi emerge con una netta affermazione, avendo ottenuto finora quasi la metà dei seggi parlamentari (con il 36.3% dei voti).
“I Fratelli Musulmani – ha dichiarato al-Bayoumi – non hanno firmato alcun accodo di pace. Abbiamo il diritto di chiedere al popolo e al parlamento eletto di esprimere la loro opinione sul trattato e verificare se il trattato non comprometta la libertà e la sovranità del popolo egiziano. Adotteremo misure legali adeguate in relazione all’accordo di pace [con Israele] – ha aggiunto al-Bayoumi – Per me non è affatto vincolante. Il popolo esprimerà il suo parere sulla faccenda". Anche se i Fratelli Musulmani hanno intenzione di onorare temporaneamente i patti internazionali firmati dall’Egitto, ha osservato al-Bayoumi, “ogni parte ha il diritto di riesaminare il trattato” e la Fratellanza “intraprenderà un'azione legale contro il trattato di pace con l'entità sionista”.
Al-Bayoumi ha poi sottolineato che in nessuna circostanza i Fratelli Musulmani intendono riconoscere lo stato di Israele. “Forse che riconoscere Israele è una condizione necessaria per salire al potere? – si è chiesto nell’intervista – E’ una cosa fuori discussione, indipendentemente da quale sia la situazione. A nessuna condizione riconosceremo Israele. Israele è un’entità nemica, un occupante sfruttatore e criminale”.
Secondo al-Bayoumi, nessun membro della Fratellanza Musulmana egiziana ha mai incontrato né mai incontrerà rappresentanti israeliani. “Non mi permetterei mai di sedere con un criminale – ha detto – Noi non collaboreremo con Israele in nessuna situazione”.
La tornata finale delle elezioni parlamentari egiziane è fissata per martedì e mercoledì. L’altro partito islamista, Al-Nour, affiliato al movimento estremista salafita, attualmente al secondo posto nei risultati elettorali col 28.8% dei voti, ha recentemente dichiarato che intende mantenere l’accordo di pace con Israele pur sottolineando di voler utilizzare ogni possibile “strumento legittimo” per emendare quelle che definisce le “clausole da sfruttamento” del trattato, in vigore fra Egitto e Israele dal 1979.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 1.1.12)

Così parlava Montanelli…

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nellaltro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.

Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972

Riccardo Cristiano: una storia che è bene non dimenticare

 L’11 Ottobre del 2000 a Ramallah vennero LINCIATI dei soldati riservisti israeliani da parte di una folla di palestinesi scatenata; le immagini degli autori con le mani insanguinate fecero il giro del mondo in pochi giorni, ma in Italia vennero trasmesse solamente da parte dei telegiornali Mediaset. Dopo pochi giorni l’allora responsabile della RAI in Israele scrisse una lettera al più importante quotidiano palestinese spiegando come la RAI non fosse responsabile della diffusione del filmato che testimoniava quanto accaduto. Per la cronaca il signor Riccardo Cristiano lavora ancora alla RAI!!!!
 L’appello di Riccardo Cristiano apparso sul quotidiano palestinese di Ramallah “Al Hayat Al Jadida” del 16 ottobre 2000:
"Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.
Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.
Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.
Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.
Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri."
Riccardo Cristiano
Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina

Per non dimenticare. Per ricordare a coloro che amano raccontare e raccontarsi che la “favola” dei corrispondenti esteri obbligati a impegnarsi a non diffondere mai notizie che possano mettere in cattiva luce l’autorità palestinese se vogliono operare nei territori sottoposti alla sua giurisdizione sarebbe una nostra invenzione, che questa realtà è ampiamente documentata. Per ricordare che da allora niente è cambiato, e i fatti sono qui a dimostrarlo.
Colgo l’occasione per alcune annotazioni sul testo dell’ineffabile Riccardo Cristiano: nella sua prima comunicazione dopo il linciaggio di Ramallah, esordisce congratulandosi con gli amici di Palestina: per che cosa si sta congratulando? Il bestiale linciaggio viene graziosamente chiamato “gli eventi”, così come il feroce terrorismo algerino degli anni Sessanta e l’altrettanto feroce repressione francese venivano graziosamente chiamati, sui giornali francesi dell’epoca, “les événements d’Algerie”. E infine, dopo avere ripetuto che mai e poi mai la RAI si permetterebbe di commettere una simile scorrettezza come quella di documentare un bestiale linciaggio messo in atto dagli amici di Palestina, si congeda porgendo i migliori auguri: di che cosa? Di buon proseguimento?

Barbara

Abu Mazen ossequia una delle più spietate terroriste palestinesi

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in visita in Turchia, ha incontrato con tutti gli onori, mercoledì, la terrorista Amna Muna, recentemente scarcerata nel quadro del ricatto palestinese per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit, ed espulsa in Turchia essendosi rifiutata di stabilirsi nella striscia di Gaza.
Nel gennaio 2001 Amna Muna, con alcuni complici, sequestrò e uccise a sangue freddo il 16enne israeliano Ofir Rahum attirandolo in una trappola con le sue proposte sessuali via internet, un delitto per cui non ha mai mostrato il minimo segno di rincrescimento, cosa che contribuì a trasformarla in una sorta di leader dei detenuti palestinesi (anche se a noi in realtà risulta un’altra versione della storia…)
L’ufficio della presidenza dell’Autorità Palestinese si è limitato a confermare che Abu Mazen ha incontrato “prigionieri palestinesi” sia a Ramallah (Cisgiordania) che all’estero.
L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha diramato mercoledì sera un comunicato in cui deplora il fatto che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha incontrato in Turchia la terrorista Amna Muna: “E’ scioccante constatare – si legge nel comunicato – che colui che pretende di essere considerato da tutto il mondo come favorevole alla pace con Israele vada poi fino in Turchia a omaggiare una irriducibile assassina”.
(Da: GuysenNews, 22.12.2011)

Israele.net

Il concetto di "Natale" per i terroristi di Gaza

Gaza, 25 Dicembre 2011 – Due razzi e due bombe di mortaio, sparati da miliziani palestinesi nella Striscia di Gaza, sono scoppiati il giorno di Natale in territorio israeliano senza causare vittime e neppure danni, secondo un comunicato del portavoce militare.

Altre due bombe di mortaio sono pure scoppiate nella notte e anche in questo caso non hanno causato vittime o danni. I tiri non sono stati finora rivendicati da organizzazione palestinesi.

(Fonte: Lettera43.it, 25 Dicembre 2011)

Wiesenthal Center: L’Unesco finanzia periodico palestinese che glorifica Hitler

Il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto mercoledì scorso al direttore generale dell’Unesco di sospendere la sponsorizzazione alla rivista educativa per ragazzi palestinesi Zayafuna spiegando che tale rivista non esita a pubblicare celebrazioni dell’assassinio di massa di ebrei perpetrato da Hitler. Il brano è stato portato all’attenzione del pubblico da Palestinian Media Watch, secondo il quale Zayafuna “pubblica anche componimenti che esaltano la jihad” (guerra santa).
Il rapporto di Palestinian Media Watch fa riferimento in particolare a un componimento pubblicato dalla rivista nel quale una ragazzina palestinese scrive d’aver incontrato in sogno Adolf Hitler il quale le ha detto d’aver ucciso gli ebrei “affinché tutti voi sapeste che sono una nazione che sparge distruzione in tutto il mondo”. Nel componimento, Hitler dice alla ragazzina che deve essere resistente e paziente di fronte alle sofferenze che i palestinesi patiscono per mano degli ebrei.
“Purtroppo – ha commentato la storica israeliana Petra Marquardt – non c’è nulla di sorprendente nel fatto che un’adolescente palestinese, cresciuta in un ambiente che celebra sistematicamente l’uccisione di ebrei e israeliani, veda Hitler come un maestro di vita”.
In una lettera a Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, il direttore per le relazioni internazionali del Centro Wiesenthal, Shimon Samuels, denuncia il fatto che i redattori di Zayafuna “avallano Adolf Hitelr come modello di comportamento per i ragazzini palestinesi”, sottolineando che quello citato non è un caso isolato: circa un quarto dei componimenti inoltrati dai giovani lettori e selezioni dalla rivista per la pubblicazione “esprimono odio verso gli ebrei, rispecchiando i messaggi diffusi dai mass-media ufficiali dell’Autorità Palestinese”.
“A quanto pare – continua la lettera di Samuels – i messaggi positivi di pace e coesistenza veicolati dalla rivista si applicano a tutti meno che a israeliani ed ebrei. Attraverso la ragazzina, la Shoà viene presentata come un atto per il bene dell’umanità”. Samuels fa notare che sia il vice ministro per l’istruzione sia l’ex ministro dell’istruzione dell’Autorità Palestinese figurano fra i membri del comitato di consulenti della rivista.
L’Unesco finanzia la rivista Zayafuna dallo scorso agosto, osserva Samuels, quando era già stato pubblicato il brano su Hitler, comparso sul numero del febbraio 2011. Conta poco che nell’edizione di ottobre sia apparsa la dicitura “le opinioni espresse in questa rivista non riflettono necessariamente il punto di vista dell’Unesco”: una presa di distanza che “non costituisce certo una risposta adeguata alla divulgazione della riprovevole celebrazione della Shoà pubblicata sul numero di febbraio”, dice Samuels, ricordando che il mese scorso, quando la “Palestina” venne ammessa all’Unesco (senza che ancora esista come stato sovrano e senza negoziato né accordo con Israele), il Centro Wiesenthal aveva suggerito di “verificare che il nuovo membro si attenesse ai valori dichiarati dall’Unesco”. “Se Zayafuna non si scuserà per aver divulgato antisemitismo, la ‘Palestina’ avrà già fallito il test” afferma Samuels, sollecitando l’Unesco a chiedere che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) revochi i finanziamenti al periodico.
Il direttore di Palestinian Media Watch, Itamar Marcus, dice che la sua organizzazione vede con favore la richiesta fatta dal Centro Wiesenthal all’Unesco di fermare i finanziamenti alla rivista Zayafuna. “La continuazione dei finanziamenti dell’Unesco a una rivista che educa all’odio – spiega Marcus – rende l’agenzia Onu compartecipe della diffusione di odio promossa dalla rivista. Costituirebbe una violazione fondamentale dei principi morali finanziare un periodico palestinese che glorifica la violenza e la jihad e che presenta Hitler come un modello per i ragazzini”. E aggiunge: “A quanto pare, l’unico modo perché l’Autorità Palestinese cessi la sua continua promozione dell’odio è far sì che tale promozione comporti conseguenza finanziarie. Speriamo che l’Unesco opti per la dignità morale e sospenda i finanziamenti, anziché accomodarsi nella scelta politicamente più conveniente di fronte all’odio palestinese”.
In risposta alla lettera del Centro Wiesenthal, l’ufficio del direttore generale dell’Unesco ha scritto che l’Unesco “prende questa questione molto sul serio” e che la porterà “all’attenzione delle autorità palestinesi competenti”, una risposta definita “inadeguata” da Marvin Hier, fondatore e decano del Centro Wiesenthal.

(Da: Jerusalem Post, Wiesenthal.com, 22.12.11)

Il sito antisemita Holy War scheda i volti della Comunità ebraica : «Cupola mafiosa»

di Alessia Rastelli

Roma, 23 Dicembre 2011 – Maurizio Molinari, Ariel David, Donatella Di Cesare, Stefano Gatti, Angelo Pezzana, Claudia De Benedetti, Fabio Perugia, Jonathan Pacifici, Pierpaolo Pinhas Punturello. Ovvero nove membri della Comunità Ebraica, i cui volti sono finiti sul sito antisemita Holy War, schedati come «i nazisti-ebrei membri della cupola mafiosa ebraica italiana». Un attacco che prosegue nelle righe sottostanti: «Questi “schiavi di satana” vogliono la distruzione della Chiesa Cattolica ma noi lotteremo contro tutte le forze del male che la assalgono, questo è il nostro compito. GUERRA SANTA». Le foto sono state prelevate direttamente dal portale della Comunità Ebraica di Roma, che ha subito pubblicato un post per condannare l’episodio e ha annunciato la denuncia alla polizia postale.

IL SITO – «Periodicamente» Holy War «stila liste di proscrizione antiebraiche, diffonde poster antisemiti e persino “dossier” contro il nemico di turno» denuncia il post di risposta. Un anno fa, il Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), lo aveva annoverato tra i siti antiebraici cosiddetti «principali», ovvero che contengono i materiali più aggressivi. Ma Holy War non è un caso isolato. Sempre nel dicembre 2010, nell’ambito della relazione quadriennale sull’antisemitismo nel nostro Paese, il Cdec aveva lanciato l’allarme a proposito del web: secondo lo studio, i siti internet italiani con significativi contenuti antiebraici sono raddoppiati tra il 2007 e il 2010 rispetto ai quattro anni precedenti.

L’ALLARME – «L’episodio è solo l’ultimo segno di una pericolosa escalation» dice al telefono con Corriere.it Giacomo Kahn, direttore del mensile ebraico «Shalom». «Solo un paio di settimane fa – aggiunge – esponenti dell’organizzazione di estrema destra Militia sono stati arrestati con l’accusa, tra l’altro, di azioni contro la comunità ebraica romana e il suo presidente Pacifici». Kahn richiama l’attenzione anche su «un più generale clima di intolleranza», citando ad esempio l’episodio dei senegalesi uccisi a Firenze. «I periodi di crisi portano sempre con sé una pericolosa tendenza ad accanirsi contro le minoranze. Bisogna fare attenzione» avverte. «Da parte nostra – annuncia – dedicheremo l’intero numero di gennaio di “Shalom”, l’edizione che celebra anche la Giornata della memoria, il 27, alla lotta contro il negazionismo».

Corriere.it

Scandaloso e mendace documento segreto inglese contro Israele

di Miriam Bolaffi

Lo hanno fatto in segreto perché il fatto è di una gravità inaudita che merita un attenta analisi da parte del Governo israeliano ed una adeguata ed efficace risposta. Secondo quanto si è appreso da diverse fonti diplomatiche europee in Israele, la Gran Bretagna avrebbe presentato all’Unione Europea un documento (al momento ancora segreto) nel quale avanza alcune proposte volte a costringere il Governo Israeliano a cambiare il suo atteggiamento verso la minoranza araba. Il documento segreto elaborato dai diplomatici britannici descrive una situazione del tutto fuorviante e lontanissima dalla realtà che non solo offende la democrazia israeliana ma è anche una inedita e clamorosa interferenza nella politica interna di uno Stato sovrano che oltretutto non fa nemmeno parte dell’Unione Europea.

Nel documento, il cui contenuto è stato riferito da alcuni diplomatici europei che intendono mantenere l’anonimato, si afferma (mentendo) che i cittadini arabo-israeliani sarebbero “fortemente discriminati” in diversi settori della società civile israeliana e in particolare si fa riferimento al fatto che Israele vorrebbe introdurre per legge la definizione di “Stato Ebraico”, fatto questo a cui l’Unione Europea (non si sa bene a che titolo) dovrebbe opporsi con tutto il suo peso. Non solo, nello stesso documento si afferma che tutte le colpe dei mancati progressi nelle trattative con i palestinesi sono da attribuirsi a Israele. Per questo motivo, conclude il documento (27 pagine di delirio), l’Unione Europea dovrebbe mettere in campo tutte le risorse per fare in modo di “costringere” Israele a non fare leggi che siano discriminatorie per gli arabi.

Prima di tutto va detto che non è assolutamente vero che i cittadini arabo-israeliani siano discriminati in Israele tanto che hanno persino una rappresentanza alla Knesset. E poi il fatto che Israele voglia per legge definirsi una “Stato Ebraico” non solo è assolutamente legittimo, ma non ci risulta che qualcuno abbia protestato per le definizioni di “Repubblica islamica” o “Regno islamico” usati da diversi Stati arabi o musulmani. Non solo, non ci risulta nemmeno che qualcuno (tantomeno la Gran Bretagna) abbia mai chiesto all’Unione Europea di protestare contro le discriminazioni verso i cristiani fatte in Arabia Saudita e in molti altri Stati islamici nel mondo.

E’ chiaro quindi che siamo di fronte all’ennesimo attacco indiscriminato portato contro Israele da parte di diplomatici britannici che, in perfetta sintonia con la rappresentate della politica estera europea, la baronessa inglese Catherine Ashton, cercano in tutti i modi di mettere in difficoltà lo Stato Ebraico e favorire gli arabi. E’ altrettanto chiaro che Israele non può e non deve sottostare a questi assurdi e ingiustificabili attacchi che oltre ad essere una palese interferenza nella politica interna di uno Stato sovrano e democratico, prefigurano una chiara politica ostile nei confronti della democrazia israeliana in quanto si tenta attraverso palesi menzogne di screditare lo Stato di Israele di fronte all’Unione Europea e al consesso internazionale.

Secondo Protocollo

venerdì 30 dicembre 2011

Economia d’Israele: una sintesi del 2011

L’ECONOMIA ISRAELIANA CONTINUA A CRESCERE

Nel 2011 l’economia israeliana ha continuato a resistere alla crisi economica globale mantenendo il proprio tasso di crescita: la crescita del Pil pro capite dovrebbe assestarsi attorno al 3% alla fine del 2011. Inoltre Israele è riuscito a far diminuire il suo tasso di disoccupazione ad un minimo storico del 5,5% nel secondo trimestre, e al 5,6% nel terzo trimestre del 2011.

L’inflazione negli ultimi dodici mesi (novembre 2011 rispetto al novembre 2010) è pari al 2,6%, cioè all’interno della banda indicata come obiettivo dalla Banca d?Israele (fra 1 e 3%). L’indice medio mensile dei prezzi al consumo (posto il 2010 uguale a 100) è cresciuto dal 101,4 del novembre 2010 al 104,1 dell’ottobre 2011.

Il tasso d’interesse della Banca d’Israele è gradualmente aumentato nel 2011 dal 2% di gennaio al 3,25% di giugno. Tra giugno e settembre il tasso d’interesse dalla Banca d’Israele è rimasto stabile e poi è stato progressivamente abbassato fino al 2,75% di dicembre.

Sia l’import che l’export hanno conosciuto un recupero nella prima metà del 2011, con un successivo calo nel terzo trimestre. La stima è che la crescita dell’esportazione di beni e servizi si attesterà complessivamente, alla fine del 2011, sul 3,8% e quella delle importazioni di beni e servizi sul 9,2%.

Per maggiori informazioni, si veda (in inglese):

Economic Overview of Israel



Economic Highlights

sabato 17 dicembre 2011

Hamas si vanta d’aver ucciso 1.365 “sionisti” in 1.117 attentati terroristici

Sventolando le bandiere verdi del movimento islamista e suonando i clacson delle auto, centinaia di migliaia di palestinesi sostenitori di Hamas hanno celebrato mercoledì il 24esimo anniversario della fondazione del gruppo terrorista che governa a Gaza.
L’adunata oceanica, che si tiene ogni anno, si è andata trasformando in una sempre più elaborata dimostrazione di forza da quando Hamas ha assunto il controllo della striscia di Gaza, nel giugno 2007, a seguito di un golpe e di sanguinosi combattimenti intestini che hanno portato all’espulsione delle forze fedeli all’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen)
La folla si è radunata di fronte a un enorme palco a forma di nave che voleva simboleggiare l’aspirazione di Hamas a prendere il controllo su tutta la terra che si estende dal mar Mediterraneo al fiume Giordano (Israele compreso). In un comunicato diffuso mercoledì, Hamas ha proclamato che “la resistenza continuerà, in tutte le sue forme, finché il movimento riuscirà a liberare la Palestina e assistere al ritorno dei profughi”. “La resistenza e la lotta armata – ha dichiarato nel suo comizio il capo del “governo” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh – sono lo strumento e la scelta strategica per liberare la terra palestinese dal Mediterraneo al Giordano, e cacciare gli invasori israeliani”.
Nell’occasione, i capi di Hamas hanno ribadito le loro critiche a Fatah, senza tuttavia citare per nome il movimento concorrente: “La scommessa dei negoziati con Israele è fallita – hanno dichiarato – E’ importante che la dirigenza palestinese che ha perseguito quei negoziati riconsideri tutta la sua politica”. Hamas ha anche ribadito, tuttavia, che “il movimento è impegnato ad attuare l’accordo per la riconciliazione palestinese”, firmato al Cairo lo scorso 4 maggio da Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese e capo di Fatah, e dal capo del politburo di Hamas, Khaled Meshaal.
Durante la cerimonia di mercoledì le Brigate Izz al-Din al-Qassam, ala militare di Hamas, si sono vantate d’aver ucciso 1.365 “sionisti”, da quando sono state fondate nel 1992, e di averne feriti o mutilati altri 6.411 per mezzo di 1.117 attentati terroristici. Le Brigate Izz al-Din al-Qassam, che dicono d’aver avuto negli stessi anni 1.848 caduti fra le proprie fila, si sono inoltre vantate d’aver lanciato contro le città israeliane più di 11.000 tra razzi e obici di mortaio. I terroristi di Hamas hanno sfoggiato queste loro “statistiche” anche con appositi messaggi su Twitter.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 14.12.11)

mercoledì 14 dicembre 2011

'Palestina' è un termine che i sionisti hanno inventato

Cari amici,

avete letto ieri su IC della dichiarazione di Newt Gingrich per cui "il popolo palestinese è un'invenzione, non c'è mai stato" e il commento della redazione di IC (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42566#.TuTXtf6wwjc.facebook; ma guardate anche qui:http://it.ibtimes.com/articles/25878/20111210/obama-gingrich-iran-palestina.htm). Io non voglio entrare nel merito della figura di Gingrich, almeno per il momento. Alle elezioni americane non voto e spero solo, per il bene dell'America oltre che per il nostro, che qualcuno riesca a sconfiggere Obama, il peggior presidente degli Stati Uniti dell'ultimo secolo alla pari con Carter: il merito principale che bisogna riconoscergli finora è stato di mostrare, anche se involontariamente, la vocazione comica del Premio Nobel per la pace. 

Mi interessa però la reazione che ha suscitato questa dichiarazione di Gingrich. Per la parlamentare palestinese (di un parlamento peraltro che non si riunisce da anni e da anni è scaduto) Hanan Ashrawi, le parole di Gingrich mostrano che ha perduto ogni rapporto con la realtà
(http://blogs.wsj.com/washwire/2011/12/10/gingrichs-palestinian-comments-draw-flak/). Saeb Erekat, consigliere del "presidente" dell'autorità palestinese e "negoziatore" (o meglio non negoziatore, visto che non va alle trattative da tre anni) per suo conto, ha detto che è "il commento più razzista che abbia mai sentito" (si vede che non guarda al televisione palestinese e  che non legge i suoi giornali). Il primo ministro della stessa Autorità, Salam Fayyad, che in mezzo ai suoi compagni probabilmente analfabeti spicca per essersi laureato in una mediocre università americana e quindi per sapere un po' di inglese, ha commentato che "Gingrich non sa nulla di storia", aggiungendo con tono saputo la seguente perla "il popolo palestinese è qui dall'alba della storia e intende restarci fino al suo tramonto" (http://lezgetreal.com/2011/12/palestinian-response-to-gingrich-remarks/). 
I concorrenti di Gingrich alla nomination repubblicana e l'amministrazione Obama hanno fatto capire che lo ritengono un estremista. Eccetera. 

C'è un piccolo problema. Questo: a dire per primi che non esistevano come popolo, prima di sognarsi l'alba della storia e di sostenere che a Gerusalemme non c'era stato mai un tempio ma solo un parcheggio di asini volanti, sono stati proprio loro. Nel febbraio 1919, quando il primo congresso dell' Associazione musulmano-cristiana si riunì a Gerusalemme per scegliere i rappresentanti alla conferenza della pace di Parigi, fu adottata una risoluzione in cui si diceva fra l'altro "Noi consideriamo la Palestina come una parte della Siria, da cui non è mai stata separata. Siamo connessi con essa da vincoli geografici, storici linguistici e naturali". 

"Nel 1937, un leader locale arabo, Auni Bey Abdul-Hadi, disse alla Commissione Peel, che alla fine suggerì la partizione della Palestina: "Non c'è nessun paese come la Palestina! 'Palestina' è un termine che i sionisti hanno inventato! Non c'è Palestina nella Bibbia. Il nostro paese è stato per secoli parte della Siria." Il rappresentante del comitato arabo superiore alle Nazioni Unite ribadì questo concetto in una dichiarazione all'Assemblea Generale nel maggio 1947, sostenendo che la Palestina è parte della provincia di Siria e gli arabi di Palestina non costituiscono un'entità politica separata. Pochi anni dopo, Ahmed Shuqeiri, che in seguito divenne presidente dell'OLP, dichiarò al Consiglio di Sicurezza: "E 'noto che la Palestina non è altro che la Siria del Sud.' " (questa citazione e la precedente vengono da

Nel 1974 il Presidente siriano Assad (papà dell'attuale grande macellaio), anche se appoggiava l'OLP, dichiarò: "la Palestina non è solo una parte della nostra patria araba, ma una parte fondamentale della Siria meridionale". (http://www.eretzyisroel.org/~peters/mythology.html, una pagina interessante sulla mitologia politica della Palestina; sulle origini del nome Palestina per l'antico territorio di Israele potete consultare utilmente


Infine una citazione un po' più lunga, ma molto significativa: " Significativamente, la visione della Palestina come Siria meridionale non era limitato alla Siria, dalla fine del 1918, quasi tutti gli arabi di Palestina accordo su questo punto. Il loro entusiasmo per l'unione con la Siria notevolmente aumentò la legittimità di questo concetto e lo rese duraturo. Le tre principali organizzazioni politiche in Palestina, il Club arabo, il Club Letterario, e l'Associazione musulmano-cristiana  (la mancanza di menzione della Palestina nel loro nome è significativa) - tutte lavorarono per l'unione con la Siria. [...] Amin al-Husayni era presidente del club arabo: 'estremismo che in seguito lo qualificò come leader del separatismo palestinese (e alleato di Hitler) già si era manifestato già nel 1920, quando istigava disordini per l'unione con la Siria. Un membro del club arabo, al-Kamil Budayri, fece uscire dal settembre 1919 il quotidiano al-Suriya Janubiya ("Siria Meridionale") per sostenere l'incorporazione della Palestina nella Grande Siria.  Anche l'Associazione musulmano-cristiana chiese l'incorporazione nella Grande Siria. Il suo presidente dichiarò che "la Palestina o la Siria meridionale, parte integrante di una e indivisibile Siria-non deve in nessun caso e per nessun motivo essere staccato". [...]. Musa Kazim al-Husayni, capo del Consiglio della Città di Gerusalemme (in effetti, il sindaco) ha detto a un interlocutore sionista nel mese di ottobre 1919: "Chiediamo che non ci sia nessuna separazione dalla Siria". Lo slogan sentito in tutto il mondo nel 1918-19 era "Unità, Unità, dal Tauro [Montagne in Turchia] a Rafah [a Gaza], Unità, Unità». [... ]

La rivendicazione siriana della Palestina  riemerse durante la Conferenza di armistizio del 1949, quando la Siria e Israele si accordarono per porre fine alle ostilità. Un delegato siriano dichiarò che "non c'è confine internazionale tra Israele e Siria. [...]  Dobbiamo firmare un accordo di armistizio non sulla base di un confine politico, ma sulla base di una linea di armistizio . "Ancora oggi, infatti, le mappe delle forze armate siriane non mostrano confine internazionale tra Siria e Israele, solo un confine "temporaneo" che separa la Siria da una regione chiamata Palestina [...] Più esplicite e notevoli ancora sono le dichiarazioni di Sabri Khalil al-Banna, noto come Abu Nidal, il leader estremista palestinese che dipende dal supporto siriano. Anche se apparentemente un separatista palestinese, Banna afferma ripetutamente che "La Palestina appartiene alla Siria. Come il Libano, sarà parte integrante di esso.[...]  Io sono un fervente credente nello Stato Maggiore siriano. . . . Noi [palestinesi] sono cittadini siriani. Per noi, la Siria è la nazione madre,  come vuole la storia, la società, la comunità, la geografia. [...] noi siamo veri cittadini siriani. [...] La Grande Siria è composta da Palestina, Iraq, Giordania e Siria.  Dalla frontiera turca a nord di tutta la Palestina, a sud." (citazioni dahttp://www.danielpipes.org/174/palestine-for-the-syrians). 

Scusate la lunghezza di queste citazioni. Ma ne ho omesse molte altre e il tema è importante. Fino almeno alla guerra del '67 la Palestina non esiste, è un termine europeo che gli arabi locali non sanno in genere neanche pronunciare. La loro rivendicazione vera non è la costituzione di uno stato che non si era mai visto nella storia, ma il carattere arabo e quindi siriano del territorio. Non c'è un popolo palestinese indigeno da compensare, ci sono gli ebrei da cacciare dal territorio dell'Islam. "Palestina è un termine che i sionisti hanno inventato" e che fino all'indipendenza designa le loro istituzioni. Simpatico o meno, Gingrich ha ragione. Il popolo palestinese non è mai esistito, è un'invenzione politica inventata per contrastare Israele. L'ideale politico che gli sta dietro non è l'indipendenza di un popolo, ma l'unità dell' Islam – non solo per Hamas, anche per i "moderati" di Fatah. Che questo fatto evidente e dichiarato molte volte dagli stessi leader "palestinesi" oggi sembri strano ai giornali e ai politici occidentali mostra quanto essi siano sottomessi all'egemonia culturale e politica  dell'islamismo.