Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 16 luglio 2014

PARIGI: MANIFESTAZIONE PROPALESTINA SFOGA IN SCONTRI DAVANTI LA SINAGOGA


Parigi, 13 Luglio 2014 – E’ di un ebreo francese ferito gravemente per accoltellamento il bilancio della manifestazione propalestinese di oggi a Parigi dove al grido “Juifs à la mort, Jihad! Jihad!” centinaia di persone hanno manifestato contro Israele per le vie della capitale francese.
Al termine della manifestazione un gruppo piuttosto numeroso di facinorosi si è diretto verso la vicina sinagoga di Rue de la Roquette, dove in quel momento si stava svolgendo una funzione religiosa, dando letteralmente l’assalto al luogo di culto.
In quel momento non erano presenti le forze dell’ordine all’esterno della sinagoga e quindi gli assalitori, al grido di “Hitler aveva ragione” sono venuti alle alle mani con gli addetti alla sicurezza della comunità ebraica parigina.
Tra i manifestanti sono comparsi coltelli e mazze. Solo il tardivo intervento delle forze dell’ordine ha placato gli animi.
Thanks to Progetto Dreyfus

martedì 15 luglio 2014

The Israeli Palestinian Conflict: 10 Myths Preventing Peace (Calev Myers)


Israele sotto attacco: ancora missili dalla Striscia di Gaza sulle città israeliane. Lancio di missili anche dal Libano

Gerusalemme – Non si interrompe l’attacco di Hamas contro i civili israeliani: questa mattina le sirene d’allarme sono suonate nuovamente a Tel Aviv dove il sistema di difesa antimissile Iron Dome ha intercettato 3 missili lanciati dalla Striscia di Gaza. Ad Ashdod un uomo di 50 anni è rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una stazione di servizio colpita da un razzo di Hamas.
L’impatto sulle pompe di benzina ha causato un grande incendio; l’uomo è rimasto intrappolato nella sua macchina in fiamme e a nulla è servito il tentativo dei presenti di aiutarlo. Quando è stato tirato fuori dai vigili del fuoco, aveva già ustioni in tutto il corpo; il Magen David Adom fa sapere che diverse persone, oltre al 50enne, sono state medicate e curate in loco (qui alcune foto dei danni causati dai missili che sobno sfuggiti ad Iron Dome).
Sfiorata la strage anche a Beersheba, una delle città più colpite dai missili a medio/lungo raggio,  dove un missile ha centrato una palazzina, i cui residenti si sono salvati grazie ai bunker. Distrutto anche un centro sportivo. Paura anche nella zona di Sha’ar ha Negev ed Eshkol, dove i colpi di mortaio hanno distrutto una palazzina (per fortuna gli abitanti della stessa hanno fatto in tempo a correre nei rifugi) e ferito due soldati. Le sirene sono suonate anche nelle città di Holon, Bat Yam, Rishon LeZion, Lod,  Ramat Gan e Bnei Brak. Tensione anche all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, a causa delle triettorie di alcuni missili. Mentre scriviamo queste righe il conto dei missili lanciati dalla Striscia di Gaza contro le città iraeliane è salito a 570 in poco meno di 4 giorni. Nel frattempo la marina israeliana ha reso noto di aver fermato una nave iraniana con un carico di armi dirette ai terroristi palestinesi della Striscia di Gaza.
Attacchi anche dal nord: 5 razzi sparati dal sud del Libano. Due hanno colpito Israele fra cui un’area vicino al Kibbutz Kfar Yuval; uno è caduto in Libano, non riuscendo a superare il confine; altri due sono stati intercettati dal sistema di difesa missilistica Iron Dome (in ebraico Kippat Barzel)

venerdì 11 luglio 2014


Gerusalemme – 365 missili lanciati dalla Striscia di Gaza contro le città israeliane in meno di 72 ore: uno ogni 10 minuti in media. Con questa tempesta di razzi i terroristi palestinesi di Hamas hanno voluto attaccare i cittadini israeliani negli ultimi 3 giorni, dimostrandosi ancora una volta semplici criminali di guerra e non semplici “miliziani” come ama definirli più di un corrispondente dal Medio Oriente che scrive sui quotidiani italiani.
Anche nelle ultime 24 ore le sirene d’allarme antimissile sono suonate in gran parte delle città israeliane, costringendo la popolazione civile a correre nei rifugi fino al cessato allarme se non addirittura a passarci la notte. Per fortuna il sistema di difesa antimissile Iron Dome è riuscito ad intercettare quasi il 90% dei missili lanciati dai terroristi, ma ciò non toglie che l’aggressione da parte del terrorismo palestinese sia stata incessante ed inaccettabile. Missili contro Tel Aviv, Gerusalemme e Dimona (nelle cui vicinanze si trova la centrale atomica israeliana) e la base aerea di Ramon, vicino a Mitzpe Ramon, tutti luoghi ben lontani dalla Striscia di Gaza, a testimonianza di come le armi in mano ai terroristi siano sempre più potenti e pericolose. Ricordiamo che dal 2001 quasi 70 civili israeliani hanno perso la vita a causa dei missili sparati da Gaza (quelli che per qualcuno erano “innocui mortaretti”…) e che da quando Israele si è completamente ritirato dalla Striscia di Gaza, nel 2005, sono stati sparati più di 10.000 razzi e colpi di mortaio palestinesi.
Come reazione a questi continui attacchi l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione antiterrorismo denominata Protective Edge (“Margine Protettivo”) contro le sedi operative di Hamas e i depositi di armi dei terroristi palestinesi.  “Abbiamo raggiunto 326 obiettivi a Gaza durante la notte portando a 750 il numero totale di obiettivi di Hamas colpiti dall’esercito dall’inizio dell’operazione  ‘Border Protection’ “, ha detto Peter Lerner, un portavoce dell’esercito. “Più di 20 mila soldati riservisti sono stati chiamati, ma un attacco di terra sarà l’ultima opzione solo se la riterremo necessario“, ha aggiunto.
Ricordiamo come le azioni antiterrorismo israeliane siano il più mirate possibile. Le Forze di Difesa israeliane sono le uniche al mondo che, pur di minimizzare al massimo le perdite fra i non combattenti, adottano tattiche come la procedura detta “bussare sul tetto” (un piccolo colpo di mortaio sul bersaglio per avvisare i presenti dell’attacco imminente e permettere loro di mettersi in salvo). In altri casi gli abitanti ricevono una telefonata di preavvertimento dall’intelligence israeliana se non addirittura un volantino che li avvisa dell’imminente attacco. Purtroppo spesso sono i terroristi stessi di Hamas che costringono con la forza i civili a non abbandonare le proprie abitazioni o a salire sui tetti per servirsene come scudi umani, costringendo a volte l’aviazione israeliana a sospendere l’attacco.

Israele sotto attacco: ancora missili dalla Striscia di Gaza sulle città israeliane. Lancio di missili anche dal Libano


Gerusalemme – Non si interrompe l’attacco di Hamas contro i civili israeliani: questa mattina le sirene d’allarme sono suonate nuovamente a Tel Aviv dove il sistema di difesa antimissile Iron Dome ha intercettato 3 missili lanciati dalla Striscia di Gaza. Ad Ashdod un uomo di 50 anni è rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una stazione di servizio colpita da un razzo di Hamas.
L’impatto sulle pompe di benzina ha causato un grande incendio; l’uomo è rimasto intrappolato nella sua macchina in fiamme e a nulla è servito il tentativo dei presenti di aiutarlo. Quando è stato tirato fuori dai vigili del fuoco, aveva già ustioni in tutto il corpo; il Magen David Adom fa sapere che diverse persone, oltre al 50enne, sono state medicate e curate in loco (qui alcune foto dei danni causati dai missili che sobno sfuggiti ad Iron Dome).
Sfiorata la strage anche a Beersheba, una delle città più colpite dai missili a medio/lungo raggio,  dove un missile ha centrato una palazzina, i cui residenti si sono salvati grazie ai bunker. Distrutto anche un centro sportivo. Paura anche nella zona di Sha’ar ha Negev ed Eshkol, dove i colpi di mortaio hanno distrutto una palazzina (per fortuna gli abitanti della stessa hanno fatto in tempo a correre nei rifugi) e ferito due soldati. Le sirene sono suonate anche nelle città di Holon, Bat Yam, Rishon LeZion, Lod,  Ramat Gan e Bnei Brak. Tensione anche all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, a causa delle triettorie di alcuni missili. Mentre scriviamo queste righe il conto dei missili lanciati dalla Striscia di Gaza contro le città iraeliane è salito a 570 in poco meno di 4 giorni. Nel frattempo la marina israeliana ha reso noto di aver fermato una nave iraniana con un carico di armi dirette ai terroristi palestinesi della Striscia di Gaza.
Attacchi anche dal nord: 5 razzi sparati dal sud del Libano. Due hanno colpito Israele fra cui un’area vicino al Kibbutz Kfar Yuval; uno è caduto in Libano, non riuscendo a superare il confine; altri due sono stati intercettati dal sistema di difesa missilistica Iron Dome (in ebraico Kippat Barzel)

martedì 8 luglio 2014

Orrore senza limiti

Ecco a cosa ha portato la violenza e l'odio cieco e folle degli arabi: ha portato all'efferato omicidio da parte di 6 ebrei israeliani di un ragazzino arabo di Gerusalemme est.
Non si sa bene ancora il motivo, secondo le prime indiscrezioni dello Shin Bet (il servizio segreto interno) uno degli arrestati avrebbe confessato l'uccisione di Mohammed Abu Khdeir per motivi di vendetta per il rapimento e la morte dei tre giovani studenti ebrei.
Nessuno in Israele riesce ancora a credere a questo abominio, ma è sicuramente degno di nota che le istituzioni, la polizia, la magistratura abbiano portato avanti a ritmo serrato le indagini, decisi tutti a scoprire i responsabili di questo barbaro omicidio per portarli davanti a un tribunale e condannarli.
Non verranno celebrati come eroi in nessun posto in Israele, non verranno inaugurate piazze, scuole o palestre in loro onore, nessuno ha distribuito dolci quando ha saputo della morte di Mohammed: questo fa la differnza tra un paese democratico, civile e rispettoso del diritto e tra una entità votata alla distruzione di questo stesso stato.
Ancora di più oggi faccio sentire il mio supporto allo stato di Israele.
Ancora di più oggi rispetto i cittadini dello stato di Israele e le istituzioni che lo governano.
Un pensiero alla famiglia del ragazzo ucciso: mai più simili barbarie!

Israelie "Kipat Barzel" shooting down missiles launched from Gaza.


domenica 6 luglio 2014

Hanin Zoabi's nephew -"the traitor Semitic, Go Away"


Il pregiudizio e le “colonie”

Cartoline da Eurabia
di Ugo Volli

Cari amici,
l’entità sionista, come si sa, continua a costruire nuove colonie e a “divorare” la terra palestinese. Segno del suo irrefrenabile colonialismo/imperialismo e del suo ostinato rifiuto ad accettare la pace che generosamente i palestinesi le offrono. Ma quanta terra “l’entità” “divora” esattamente? E come e quante sono queste maledette colonie, luogo di ogni male al mondo? Questo normalmente non si sa, i giornali non lo dicono. Eppure è importante: per fare efficacemente il bene bisogna conoscere il male, no? Trovate ogni informazione su questa pagina , in cui i terribili colonialisti si confessano; ma per rendervi le cose più comode, vi do qui un riassunto.
Le “colonie” vere e proprie in Giudea e Samaria sono 122. Per lo più sono villaggi: 24 hanno una popolazione fra i 1000 e i 2000 abitanti, pardon “coloni”; 22 fra i 500 e i 1000 abitanti e 49  sotto i 500. Solo 5 contano più di 10 mila persone. Il numero totale dei “coloni” a giugno scorso era 303.900. Dei 122 insediamenti (pardon colonie) 23 non hanno avuto crescita di popolazione nel 2009, 51 sono cresciuti di meno di 50 persone, 21 fra i 50 e i 100; solo 2 sono cresciute di più di 1000 persone. Come divoramento della terra, permettetemi, mi sembra un po’ anoressico. Ma le colonie nuove che crescono come funghi? Ecco i dati: 47 insediamenti sono stati costituiti fra il ’67 e il ’79; altri 70 fra l’80 e l’89, solo 5 fra il ’90 e il ’99.
L’ultima “colonia” autorizzata  dal governo israeliano, Negahot, è del ’99. Dopo d’allora non si sono più avute autorizzazioni a costruire se non nel perimetro degli insediamenti già realizzati. Certo, ci sono stati “avamposti” non autorizzati, spesso baracche, tende o roulottes; molte volte queste costruzioni non autorizzate sono state smantellate dalla polizia, e non sono mai state stabilizzate negli ultimi vent’anni. Le costruzioni di cui si discute sono tutte all’interno degli insediamenti esistenti: stanze in più per famiglie che crescono, villette nuova per i figli che si sposano. Ma quante, chiedete voi? Nel 2009 le costruzioni in tutte le “colonie” sono state di 1920 appartamenti. Dal ’96 al 2009 sono state costruite 33.591, tutte dentro comunità preesistenti: un divoramento molto molto cauto, ammetterete.
Nel frattempo, i territori dell’autorità palestinese conoscono un vero e proprio boom edilizio. C’è per esempio una città vera e propria nuova di zecca costruita 20 chilometri a nord di Gerusalemme, c’è il raddoppiamento delle città esistenti, c’è un “boom edilizio” in città come Ramallah.
I dati complessivi non si riescono a trovare, perché la gestione dell’autorità palestinese è un po’ più – come dire – creativa di quella israeliana sul tema dei permessi edilizi come su tutto il resto, ma una cosa è chiara: i palestinesi non hanno mai smesso di costruire in Giudea e Samaria, anche mentre gli israeliani frenavano prima informalmente e l’anno scorso bloccavano le loro costruzioni. E questo, vedete, è un problema. Perché lo statuto giuridico di Giudea e Samaria non è affatto quello di “territori occupati” come semplicisticamente immagina la stampa euraraba (su opportuno, sacrosanto suggerimento plestinese, è chiaro), ma quella di “territori contesi”.
Infatti dopo il mandato britannico non si realizzò lo stato palestinese previsto dall’Onu, gli arabi fecero una guerra in seguito alla quale Giudea e Samaria furono occupate dalla Giordania, cui nessuna istanza internazionale o trattato le aveva mai attribuite. Dopo altre due guerre degli arabi contro Israele, perdute entrambe, i territori passarono sotto l’amministrazione israeliana. Ora sono rivendicati dai palestinesi, che mai nella storia hanno avuto uno stato e dunque non possono averli posseduti. E’ possibile che un  futuro trattato di pace gli conceda stato e territori, in tutto o in parte. Ma per ora sono semplicemente contesi. E dunque, se c’è un blocco delle costruzioni, esso dovrebbe valere per tutte le parti contendenti, Israele e Palestinesi.
Vi sembra un’idea strana? Infatti il blocco delle costruzioni palestinesi non solo non c’è mai stato, neppure se ne parla mai, non si accenna neanche all’ipotesi. Perchè? Non certo per ragioni giuridiche, ma per pregiudizio o schieramento politico, spesso ormai diventato quasi incosciente. Perché quelli, nell’immaginario collettivo, sono diventati “territori palestinesi occupati”, la casa dei palestinesi, cosa che giuridicamente non sono. Tutti pensano che loro abbiano diritto di costruire e i “coloni” no, ma è un “diritto” che deriva solo dal desiderio.
Un po’ come la cartina del Medio Oriente pubblicata dalla prestigiosa London School of Economics su una sua rivista in cui il territorio di Israele è scomparso, magicamente non c’è più. “Non è una scelta, non ce ne siamo proprio accorti”, hanno spiegato gli economisti britannici a chi ha chiesto loro spiegazioni. Io gli credo, come credo che nessuno abbia scelto deliberatamente di non porre il problema del blocco delle costruzioni palestinesi. Semplicemente gli è venuto naturale. Ma, come dice un celebre aforisma di Karl Kraus, “il fatto di non averlo fatto apposta  è solo un’aggravante”. Perché implica la non percezione dell’altro, il suo annullamento. Il pre-giudizio sui diritti dell’altro, così incosciente che non ci si accorge neanche di averlo. Come nella mappa dell’università londinese.

venerdì 4 luglio 2014

La morte del ragazzo arabo a Gerusalemme

Con incredibile tempismo, è accaduto un fatto di una gravità immensa: un ragazo arabo di 17 anni è stato ucciso e bruciato in un bosco nei pressi di Gerusalemme. Come per incanto sono spuntate troupe televisive e frotte di giornalisti nella capitale israeliana radunati intorno alla casa del ragazzo. Hanno intervistato la madre, la sorella che in inglese malediceva gli ebrei, un tizio incappucciato che faceva una pausa dalle devastazioni che stava compiendo alla fermata della metro leggera e alla fitta sassaiola contro la polizia ha trovato il tempo di fare il suo proclama contro gli ebrei e Israele "colpevoli di aver ucciso il ragazzo (secondo lui/loro/la stampa)
Non so se ci avete fatto caso ma la stessa cosa non era accaduta per i tre ragazzi israeliani rapiti e trucidati a Hevron: nessuno si è recato a casa loro, ha parlato con le mamme, una ONG ha dovuto cedere il suo tempo a Bruxelles per permettere a una di loro di parlare e ottenere l'attenzione al tragico fatto.
Le indagini della polizia sono ancora in corso ed p meglio attendere prima di parlare, eppure tutti hanno subito accusato gli ebrei definendo questa morte una "vendetta" dei coloni.
Ora sembra che la famiglia del ragazzo sia una di quelle che "contano" nella malavita di Gerusalemme e che da tempo sia sottoposta ad attacchi da altre famiglie rivali.
Sembra inoltre che il ragazzo appartenesse alla comunità GLBT, cosa deplorevole per un mussulmano e che in precedenza era stato oggetto di aggressioni in famiglia e di un tentativo di rapimento.
Ora, in considerazione del fatto che per gli arabi la vita non vale nulla (sono loro che lo dicono e sono loro che lo dimostrano andando a farsi esplodere in mezzo alla gente) viene da pensare che il ragazzo sia stato "sacrificato" per la causa politica araba. In fondo è stato ammazzato un ragazzo indegno (l'omosessualità è condannata nei paesi arabi e perseguitata fino alla morte un po ovunque dalla Palestina, a Gaza all'Iran e all'Arabia Saudita). La sua morte è servita due volte: la prima a lavare l'onta della famiglia, e la seconda a scatenare violenze contro lo stato e a distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dalla vicenda dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi.
Mi auguro che le indagini siano rapide e dimostrino quanto adffermo, in caso contrario ossia in caso la raesopsnabilità di questo orribile assassinio sia da attribuire a fanatici ebrei, so per certo che la polizia fara di tutto pre trovarli e la giustizia li condannerà con la mssima severità.

martedì 1 luglio 2014

Uccisi i ragazzi israeliani rapiti

Tre ragazzi israeliani, "colpevoli" di essere ebrei, rapiti 17 giorni fa dai palestinesi sono stati ritrovati morti oggi pomeriggio.
Gilad, Naftali e Eyal non ci sono più.
Ora festeggeranno a Gaza e nei Territori contesi, distribuiranno caramelle e dolci questi "valorosi eroi" che se la sono presa con tre ragazzini... il dolore sovrasta, non posso neanche pensare a come possono stare le mamme di quei ragazzi. La mamma di Naftali ha detto che questo è il momento del piano e non delle maledizioni. Ci si commuove quando i cristiani "perdonano" coloro che hanno fatto del male alla loro famigli, il giornalista va a chiedere "perdonerà l'assassino di suo figlio signora?", ma so che nessuno parlerà del composto dolore di queste mamme che hanno perso i loro figli. Un intero paese li ha cercati, migliaia di persone hanno frugato ovunque per trovarli, migliaia di persone si sono radunate e Tel Aviv l'altra sera per chiedere il ritorno a casa di quei ragazzi, e così era accaduto a Roma, Parigi, New York.
Ora resta solo un immane dolore per la predita di qeuesti nostri figli.
Che la terra vi sia lieve ragazzi.


domenica 29 giugno 2014

"Rachel Fraenkel: 'Mio figlio rapito da Hamas. E l'Occidente zitto"

LIBERO - Michael Sfaradi
 
Naftali Fraenkel, Eyal Yifrach e Gilad Shaer sono i tre ragazzi rapiti da Hamas due settimane fa e che fin dalle prime ore del loro sequestro vengono cercati in Giudea, Samaria e, casa per casa, nella città Hebron. L'esercito israeliano ha messo in campo il meglio delle sue forze e lotta contro il tempo al fine di non far diventare questi tre giovani merce di scambio. Al seguito del gruppo arrivato dall'Italia per manifestare solidarietà alle famiglie e agli amici dei rapiti, gruppo con alla testa il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici e il responsabile della pagina Facebook "Progetto Dreyfuss" Alex Zarfati, incontriamo Rachel Fraenkel, la madre di Naftali.
Martedì 24 giugno ho visto in diretta la sua dichiarazione al Consiglio generale dei Diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra.
«È stata una decisione spontanea di tre mamme che vogliono proteggere in qualche modo i loro figli, tre ragazzi minorenni sequestrati mentre tornavano a casa dalla scuola, su quello che è successo ai nostri ragazzi e sulla tragedia che stiamo vivendo abbiamo purtroppo registrato una tiepida reazione da parte dei governi amici d'Israele e della stampa internazionale. Per questo abbiamo voluto gridare davanti al presidente di turno e ai rappresentanti di tutte le nazioni la nostra rabbia e l'angoscia che stiamo vivendo in queste ore, il mondo ora non può più far finta di non sapere». Eppure in Italia c'è chi dice che non ci sono prove della responsabilità di Hamas.
«Le prove ci sono, i rapporti dei servizi segreti e di sicurezza dicono chiaramente chi c'è dietro al rapimento, e inoltre non dimentichiamo gli appelli quasi giornalieri che arrivavano dalla dirigenza di Hamas a Gaza e da Damasco al fine di rapire qualche israeliano. Chi mette in dubbio la responsabilità di Hamas lo fa solo perché in malafede e per fare confusione intorno alla vicenda».
Siete in contatto con il governo?
«Siamo costantemente in contatto con la segreteria del primo ministro, e siamo sicuri che il governo, l'esercito, i servizi di sicurezza e la polizia stiano facendo di tutto per liberare i nostri figli».
Li stanno cercando casa per casa e una città intera è praticamente sotto coprifuoco. «Mi dispiace per il disagio che tutto questo sta provocando, ma se l'Autorità Palestinese a Ramallah avesse collaborato fin dalle prime ore e non solo dopo le pressioni internazionali, e se popolazione avesse collaborato nelle ricerche forse non saremmo arrivati a questo punto».
Se si dovesse giungere a uno scambio di prigionieri?
«Non sono le madri a decidere sugli scambi di prigionieri ma il governo che lo fa in base a dinamiche difficili a volte da capire, e anche se fra qualche giorno mi vedrai urlare davanti al parlamento le mie urla non avranno importanza, saranno solo le urla di una madre».
Rilasciare dei terroristi in cambio dei tre ragazzi, quale sarebbe la sua reazione nel caso si dovesse giungere a tanto?
«In passato ho parlato molto di questo tema e l'ho fatto quando non ero la mamma di un sequestrato. Ora che sono io al centro della bufera non posso improvvisamente cambiare le carte in tavola e la mia idea rimane la stessa e cioè che alle attuali condizioni rilasciare attentatori non è la via giusta da percorrere. Durante le ricerche dei nostri tre ragazzi oltre ottanta estremisti di Hamas, che erano stati liberati in cambio di Gilad Shalit, sono stati nuovamente arrestati per attività terroristica. Se qualcuno dovesse tornare in libertà in cambio dei nostri figli e poi portasse a termine qualche attentato sentirei su di me responsabilità insopportabili nei confronti di eventuali vittime. Se le stesse persone una volta libere avessero cercato la via del compromesso e della pacifica convivenza le darei in questo momento una risposta completamente diversa e più positiva. Per questo dico che le decisioni le deve prendere il governo».
Anche se si tratta di suo figlio?
«Anche se si tratta di mio figlio». (In serata sono state rese note dalle autorità israeliane le generalità di due dei sequestratori che sono Maruan Kawasmeh e Amer Abu Eisheh, membri di Hamas a Hebron.)

Così una madre le suona all'Onu

IL FOGLIO -


Rachel Fraenkel
Non ha ogni ragazzo il diritto di ritornare a casa da scuola sano e salvo?”. Rachel Fraenkel, madre di Naftali – uno dei tre ragazzi israeliani rapiti in Cisgiordania – ha avuto il coraggio di porre questo interrogativo davanti alle Nazioni Unite a Ginevra in un accorato appello per la liberazione dei giovani israeliani. Rachel a Ginevra, dove era insieme alle madri di Eyal Yifrach e Gilad Shaar, ha detto che “siamo venute noi tre madri qui per essere sicure che il mondo stia facendo di tutto per portare a casa i nostri figli”. Le tre donne hanno accusato la più alta istanza politica per i diritti umani, il Palazzo delle nazioni di Ginevra, da anni teatro delle più incredibili e immorali risoluzioni contro lo stato ebraico e i suoi cittadini. Il Consiglio dei diritti umani è succeduto alla discreditata commissione che nel 2004 accettò l’affiliazione del Sudan, mentre quel paese stava compiendo il genocidio in Darfur. Ha cambiato nome, ma il Consiglio ha sempre la stessa missione: ignorare le violazioni di diritti umani nel mondo e condannare Israele. Ruthie Blum sul giornale israeliano Israel Hayom scriveva ieri che “da quando il 12 giugno i tre studenti sono stati rapiti, l’Onu si è concentrata nel condannare soltanto la risposta israeliana nei Territori”, finora infruttuosa nelle ricerche. Ci hanno pensato queste tre donne ebree a riportare l’onore nell’Aula di Ginevra. Ma non è soltanto l’Onu a tacere o a usare una lingua di legno sul rapimento dei tre studenti. Jennifer Rubin sul Washington Post accusa anche la Casa Bianca, rimasta in silenzio sul rapimento. Non ci sono hashtag di Michelle Obama per i tre rapiti.

domenica 22 giugno 2014

Il senso di Zoabi per la democrazia


Checché ne dicano i suoi detrattori, Israele deve proprio essere una delle società più liberali e tolleranti del mondo, anche secondo gli standard delle più consolidate democrazie: è difficile infatti immaginare un’analoga situazione in cui una società che si dibatte in una lunga e dolorosa guerra per la propria sopravvivenza tolleri nel proprio stesso parlamento delle voci che con tutta evidenza si schierano dalla parte del nemico. La questione è se questa tolleranza si sia spinta sin troppo avanti, soprattutto quando vengono sfacciatamente giustificate e assolte delle ignobili atrocità a danno di minorenni (qui l’appello da firmare per far tornare i ragazzi a casa).
Questo è esattamente ciò che ha fatto martedì scorso (e ribadito nei giorni successivi) la parlamentare arabo-israeliana del partito Balad Hanin Zoabi, quando ha affermato alla radio che i sequestratori di tre adolescenti che tornavano a casa da scuola non sono terroristi. Più tardi, dopo una scenata aggressiva in una riunione alla Knesset (durante la quale ha cercato di zittire la presidente di commissione Aliza Lavi, di Yesh Atid, dandole della razzista), Hanin Zoabi – il cui stipendio è pagato dai contribuenti israeliani – ha cercato di aggiustare le cose andando a spiegarsi in tv. “Se mi avessero chiesto di compiere questa operazione [il sequestro] – ha detto – avrei risposto che non è utile né efficace, e quindi che non la appoggio. Ma accusarli [i sequestratori] di essere i colpevoli, questo assolutamente no”. È chiaro che Hanin Zoabi non riesce a condannare il sequestro di minorenni sulla base di principi morali: ne contesta solo l’efficacia. Per chiarire ulteriormente il suo pensiero, Zoabi ha detto alla tv iraniana che “l’unica forza terroristica in Medio Oriente è Israele”. Vale la pena rileggere con attenzione: l’unica forza terroristica in Medio Oriente…
D’altra parte, da lei non ci saremmo aspettati nulla di diverso. Zoabi reagisce esattamente allo stesso modo ad ogni attacco terroristico. Dopo l’attentato suicida del 2012 a un bus di turisti a Burgas, in Bulgaria, in cui morirono bruciati cinque israeliani e l’autista locale, ha sostenuto in un’intervista a Canale 10 che “Israele non è una vittima, nemmeno quando vengono uccisi dei civili”.
In effetti Zoabi è una consumata esperta quando si tratta di distorcere la verità a difesa del terrorismo. È in grande confidenza coi capi di Hamas di cui tesse lodi sperticate; ha preso parte personalmente alla provocazione della nave pro-Hamas Mavi Marmara del 2010; ha festeggiato con i terroristi scarcerati da Israele con il  ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit; ha firmato una violenta prefazione a un libro di Ben White che calunnia Israele, nella quale etichetta Israele come un “progetto razzista colonialista”. Zoabi approva esplicitamente il concetto di “sfruttare la forza insita nella democrazia per minare la legittimità morale e politica d’Israele”. Tra le sue perle di saggezza si contano frasi come: “lo stato ebraico conduce alla fine della democrazia”, “la più grande minaccia per il sionismo è la democrazia” e “la rivendicazione di piena uguaglianza civica e nazionale significa in pratica chiedere la fine del sionismo. Noi non odiamo il sionismo, è il sionismo che odia la democrazia”.
Zoabi si atteggia a fautrice della democrazia. Il succo del suo pensiero è che la scomparsa di Israele come stato ebraico è un obiettivo meritorio e progressista della democrazia. Opporsi a tale obiettivo è per definizione antidemocratico.
Va subito riconosciuto, per quanto possa essere frustrante, che Hanin Zoabi è protetta da immunità. I tentativi di interdire il suo partito Balad dalla candidatura per la Knesset sono stati respinti per due volte dalla Corte Suprema sulla base del principio della libertà d’espressione. Per la democrazia israeliana (sionista?), Zoabi ha il diritto di dire praticamente qualunque cosa.
Le cose stanno in modo assai diverso per un suo parente, il 17enne arabo-israeliano Mohammad Zoabi che sostiene apertamente Israele e che ha pubblicato un video in cui invoca in inglese, ebraico e arabo l’immediato rilascio dei “nostri ragazzi”. Impugnando una bandiera d’Israele, il paese di cui è cittadino e in cui si sente libero, Mohammad Zoabi afferma: “Sono israeliano e resterò israeliano”. Tanto è bastato perché si meritasse parole di ingiuriosa denigrazione da parte della cugina Hanin Zoabi e minacce di morte anche dall’interno della sua famiglia, tanto che la polizia ha dovuto approntare un programma di protezione.
 
Questa triste farsa deve farci riflettere sulla clamorosa assenza di indignazione e repulsione da parte del settore arabo israeliano: come se il sostegno al proprio paese da parte di un coraggioso adolescente arabo-israeliano fosse alto tradimento mentre prevale l’approvazione – tacita o esplicita – per la posizione espressa da Hanin Zoabi, secondo la quale non vi sono limiti a ciò che può essere fatto a qualsiasi israeliano, di qualsiasi età sesso o condizione, perché gli (ebrei) israeliani se lo meritano comunque. Israele è l’incorreggibile cattivo della saga del Medio Oriente, ha stabilito impunemente Hanin Zoabi; e pazienza per la spaventosa carneficina che si va consumando in Siria e in Iraq.

(Fonte:: Jerusalem Post, 18 Giugno 2014)

venerdì 20 giugno 2014

Questa è la dirigenza dello “stato di Palestina” che solo due mesi fa ha aderito in pompa magna alle convenzioni internazionali

Di Alan Baker


Alan Baker, autore di questo articolo
Alan Baker, autore di questo articolo

Comunque sia destinata a svilupparsi nei prossimi giorni la crisi degli ostaggi attualmente in corso, uno degli aspetti più paradossali e tragici della situazione è che appena due mesi fa il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha inviato una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite con la quale chiedeva, a nome della dirigenza palestinese, l’adesione dello “Stato di Palestina” a 15 convenzioni internazionali, compresa la Convenzione Onu del 1989 sui diritti del fanciullo e il Protocollo Aggiuntivo sul coinvolgimento dei fanciulli nei conflitti armati. Una lettera simile venne inviata al governo svizzero con la richiesta di adesione alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e al Primo Protocollo Aggiuntivo (del 1977). Inutile dire che, nel giro di pochi giorni dal ricevimento della richiesta di Abu Mazen, il Segretario Generale delle Nazioni Unite annunciava che la domanda era “debitamente formulata” e il Dipartimento svizzero per gli affari esteri si affrettava ad annunciare che l’adesione aveva effetto dal giorno successivo alla ricezione della lettera della Palestina.


Ci si potrebbe chiedere come il Segretario Generale delle Nazioni Unite, il governo svizzero e i 194 Stati firmatari della Convenzione sui diritti del fanciullo e delle Convenzioni di Ginevra, nonché Abu Mazen e i suoi colleghi della dirigenza palestinese, intendano ora relazionarsi agli obblighi contrattuali che incombono sulla parte palestinese in forza di quegli accordi, alla luce del rapimento e della illegale detenzione in ostaggio di tre adolescenti israeliani: tenendo presente che due di quei tre giovani rientrano nella categoria dei “fanciulli” (o minorenni) per come è definita dall’art. 1 della Convenzione sui diritti del fanciullo (“ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni”). Ancora più pertinente sarebbe chiedersi come tutte le parti interessate intendano considerare il rapimento e la presa in ostaggio da parte palestinese di minorenni israeliani con riferimento al vincolo previsto dall’art. 34 della Quarta Convenzione di Ginevra (1949) secondo cui “è vietata la cattura di ostaggi”. Nonché chiedersi come intendano considerare la violazione palestinese dell’art. 11 della Convenzione sui diritti del fanciullo che proibisce l’illecito trasferimento all’estero e non-ritorno di minorenni, e l’art. 19 che obbliga i firmatari della Convenzione a proteggere i fanciulli “da ogni forma di violenza fisica o mentale, lesioni o abusi, trattamento incurante o negligente, maltrattamento o sfruttamento”.
Un mese prima della scadenza dei negoziati concordati con gli Stati Uniti e senza aver raggiunto un accordo con Israele, martedì 1 aprile il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) firma la domanda di ammissione dello “stato di Palestina” a quindici convenzioni internazionali e agenzie Onu, in violazione degli impegni che si era assunto
Lo scorso 1 aprile il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha firmato la domanda ufficiale di ammissione come “stato di Palestina” a quindici convenzioni internazionali e agenzie Onu, in violazione dell’impegno che si era assunto di non farlo prima d’aver raggiunto un accordo di pace con Israele

Analogamente si possono sollevare ulteriori rilevanti questioni, alla luce della Convenzione sui diritti del fanciullo, rispetto alla nuova dirigenza palestinese unificata, che comprende anche l’organizzazione terroristica Hamas; una dirigenza che ha già ricevuto luce verde dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nonostante gli impegni precedentemente presi di non accettare alcun coinvolgimento dell’organizzazione terroristica Hamas. Come si relaziona questa nuova dirigenza palestinese unificata riguardo a all’obbligo per gli Stati di cui all’art. 35 della Convenzione di adottare tutte le misure idonee “a livello nazionale, bilaterale e multilaterale” per impedire il rapimento, la vendita e la tratta di fanciulli “per qualunque fine e sotto qualsiasi forma”? O l’obbligo per gli Stati di cui all’art. 36 di proteggere i fanciulli contro ogni forma di sfruttamento che possa pregiudicare il loro benessere “sotto ogni aspetto”? Non meno rilevante è l’art. 37 della Convenzione che proibisce la tortura dei fanciulli e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, la privazione illegale o arbitraria della loro libertà, ed esige per contro trattamenti umani e rispetto per le loro necessità e la loro dignità.
Sarà interessante vedere se il Segretario Generale delle Nazioni Unite, il governo svizzero e il Comitato internazionale della Croce Rossa, nonché i 194 Stati firmatari della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo e delle Convenzioni di Ginevra, si preoccuperanno di fare qualcosa a fronte alle flagranti violazioni da parte di un’entità che pretende di essere considerata uno Stato, che ha appena solennemente aderito a tali Convenzioni, e che non ha alcuna intenzione o capacità di ottemperare agli obblighi che incombono sui paesi firmatari delle convenzioni internazionali. Sarà altrettanto interessante vedere se il Comitato internazionale della Croce Rossa si occuperà di queste violazioni palestinesi con la stessa solerzia e dedizione di cui dà prova quando si tratta di criticare Israele.
La tragica circostanza di questo rapimento, e l’ipocrisia delle Nazioni Unite, del governo svizzero e della comunità internazionale che hanno pedissequamente accettato la richiesta palestinese di aderire alle convenzioni internazionali e che trattano il governo palestinese “unificato” come se fosse un vero governo in grado di governare, dovrebbero suonare un campanello d’allarme per tutti noi affinché la si smetta di infilare la testa sotto la sabbia. Cosa che è purtroppo altamente improbabile.
(Da: Jerusalem Post, 16.6.14)

mercoledì 18 giugno 2014

Mohammad Zoabi's Strong Message To The Terrorists Who Kidnapped 3 Jews


Vere e false occupazioni

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata
: Informazione Corretta
 
Cari amici,
devo confessarvelo, vi scrivo da un paese occupato. Sono venuto qui per ragioni di lavoro, ma la mia solidarietà con il popolo occupato è scattata immediatamente. Un paese mediterraneo, bello, dolce, ricco di ulivi di oleandri, di agrumi, di cipressi, tutto mosso da colline biancastre coperte di macchia mediterranea, un paesaggio severo e gessoso dove la terra è per lo più scoperta, ma ogni tanto si levano alberi solenni. Ho mangiato lo hummus col tahine e le olive che mi hanno offerto, ho ascoltato con piacere un po' triste la loro musica malinconica, ho passato lunghe serate all'aperto, godendomi la brezza dopo la vampa del giorno. Ho ascoltato i loro racconti, il muro che separa il paese, l'esercito straniero che ha cacciato molti dalle loro case, la nostalgia delle belle città e delle spiagge per loro irraggiungibili, le peregrinazioni, le famiglie divise, la mancanza di aiuto concreto da parte della comunità internazionale, la rabbia per dover attraversare check in e mostrare documenti per tornare, al massimo per poche ore, nei loro luoghi aviti. La nostalgia della patria, la fierezza per il passato glorioso, il giusto attaccamento al lavoro compiuto, alla religione degli antenati, all'identità culturale conculcata. Mi hanno parlato della crudeltà dei nemici, della barbarie degli invasori, della difficoltà di uno stato di fatto consolidato da molti decenni, che nessuno al di fuori di loro vuole davvero rovesciare, della potenza del nemico, della remissività della comunità internazionale, innanzitutto dell'Europa.
Ho saputo dei monumenti distrutti, dei luoghi di preghiera chiusi, della pulizia etnica e religiosa... e mi sono profondamente rattristato, ho sentito solidarietà. Vi meravigliate di questi sentimenti? Non capite la mia solidarietà ?
Ma come, una guerra d'invasione, gente cacciata di casa, antiche città espropriate e stravolte... come potrei essere indifferente, quando tutto ciò avviene a poco più di due ore di volo dall'Italia, nel nostro stesso bacino mediterraneo, cui dobbiamo la nostra civiltà...
Ah, mi sono dimenticato di dirvelo, ma certamente l'avete indovinato da voi. Il paese invaso di cui parlo si chiama Cipro, è uno stato regolare membro dell'Unione Europea, gli invasori che hanno preso metà del territorio e città storiche come Famagosta sono turchi.
Vi stupite? Avevate pensato ad altro? Magari a un paese che non c'è e a un'occupazione che giuridicamente non è tale? Che strano... Sarete voi che nutrite pregiudizi? O forse no, in tanti avete pensato la stessa cosa.
Piuttosto, lasciatemi avanzare la seguente ipotesi: qualcuno ha fatto un errore di marketing. Avessero i buoni e simpatici ciprioti fatto un po' di terrorismo, dirottato qualche aereo, messo qualche bomba nei mercati turchi, forse qualcuno farebbe da decenni manifestazioni di solidarietà davanti alle ambasciate turche e magari davanti alle moschee, raccoglierebbe fondi per “la resistenza”, organizzerebbe flottiglie dirette a Larnaka...
E però, giustamente e moralmente, i ciprioti non hanno seguito questa strada. Hanno un governo legittimo, sono parte dell'Onu e dell'Unione Europea di cui i loro invasori sono candidati.
Ma nessuno ha detto chiaro e tondo ai turchi che devono andarsene dai territori occupati, nessuno ha proposto di boicottare i loro prodotti, di disinvestire dalle loro industrie. Nessuno conta le case che gli immigrati anatolici importati dalla Turchia a Cipro costruiscono, nessuno considera queste case o pollai o balconi “crimini contro l'umanità” Nessuno ha fatto mozioni di censura all'Onu, all'Unesco, nei vari parlamenti europei. Nessuno ha dato fastidio agli immigrati turchi che in Europa sono milioni.
Quindi, vedete, nel vostro errore non siete soli. Tutto il mondo si comporta come voi. Ignora l'occupazione vera di una parte cospicua del territorio di uno stato perfettamente legale e si concentra sulla gestione edilizia di un territorio che di fatto, di diritto e per trattato firmato dalle parti non è occupato ma solo conteso, discusso, oggetto di negoziati.
Chissà perché, mi sono chiesto nelle sere fresche di Limassol, rese più piacevoli da qualche bicchiere di vino profumato e un po' aspro. Che sia questione di marketing politico? O forse c'è una piccola, intendiamoci piccola piccola, ombra di antisemitismo in questi comportamenti così differenti? Sarà che la maggior parte della stampa, dei politici e magari anche della gente ha qualcuno che ama odiare, cioè gli ebrei che hanno anche il difetto di essersi fatti un loro stato, mentre non è interessata a partecipare emotivamente ad altri conflitti?
Pensateci.

L’avreste mai detto? È tutta colpa di Israele…

Non riescono proprio a trattenersi. Non era passato nemmeno un giorno dal sequestro dei tre adolescenti israeliani che già vari esperti di questioni mediorientali e di pace sulla Terra ci avevano informato che quel che è accaduto è tutta colpa nostra. Abbiamo sbagliato a non accettare di fare un paio di più concessioni in più al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Abbiamo sbagliato a non accettare di scarcerare altre migliaia di criminali detenuti. Abbiamo sbagliato a non accogliere con favore la mano tesa in pace da Hamas (una mano che in realtà non abbiamo mai visto, ma questo non importa). In breve, il sequestro dei tre ragazzi è colpa di Israele. Secondo questo modo di vedere i terroristi in generale, e i sequestratori in particolare, sono in realtà
attivisti per la pace e campioni della difesa dei diritti umani.
 
È vero che fanno parte integrante della jihad con la sua consolidata tradizione di massacrare bambini e persone innocenti. Ma secondo gli esperti, questi assassini in realtà sono a favore della coesistenza, sono a favore di una soluzione a due stati, si battono per un nuovo Medio Oriente. Solo noi, ciechi sionisti, non li abbiamo visti sfilare venerdì scorso, con un ramo d’ulivo in mano, a difesa dei diritti delle minoranze alla parata Gay Pride di Tel Aviv.
E allora diciamolo chiaro e forte: i terroristi non sono a favore della pace e non sono a favore di nessun accordo. Non lanciano razzi da Gaza allo scopo di liberarsi di una qualche sorta di “occupazione”. Prendono di mira persone innocenti perché sono devoti a un’ideologia oscurantista carica di odio. Non sono interessati alla scarcerazione di detenuti ai fini della riconciliazione: sono interessati alla scarcerazione di assassini per rafforzare le forze del male. Non fanno parte del campo della pace. Sono sempre a favore di terrorismo e rapimenti. E ogni tanto ci riescono.

Vignetta pubblicata il domenica scorsa sul quotidiano xx dell’Autorità Palestinese per celebrare il sequestro dei tre adolescenti israeliani: il logo della Coppa del Mondo 2014 (in cui tre mani si stringono a formare il prestigioso trofeo) viene distorto a formare tre mani che tengono “il trofeo” rappresentano da tre persone con le mani alzate in segno di resa. Al posto della parola "Brasil", la parola "Khalil" (nome arabo di Hebron, la città presso la quale i giovani israeliani sono stati rapiti).
Vignetta pubblicata domenica 15 giugno dal quotidiano Al-Hayat Al-Jadida dell’Autorità Palestinese per celebrare il sequestro dei tre adolescenti israeliani: il logo della Coppa del Mondo 2014 (in cui tre mani si stringono a formare il prestigioso trofeo) viene distorto in tre mani che tengono “il trofeo” rappresentano da tre persone con le mani alzate in segno di resa. Al posto della scritta “Brasil”, la parola “Khalil” (nome arabo di Hebron, la città presso la quale i giovani israeliani sono stati rapiti).

Israele ha lasciato la striscia di Gaza, ma questo non ha ridotto il livello del terrorismo. Chi governava a Gaza avrebbe potuto farne un esempio che avrebbe incoraggiato Israele a ritirarsi anche dalla Cisgiordania. Hanno scelto la strada opposta. Non vogliono affatto “liberare” i palestinesi. Al contrario, li vogliono schiavi di un tetro impero islamico.
È una faccenda globale. Questa gente appartiene alla stessa galassia delle organizzazioni della jihad globale, al cui apice vi sono i taglia-gole che stanno dilagando in Siria e Iraq. Sono a favore della riconciliazione e della pace quanto lo sono i membri di Boko Haram in Nigeria, quelli che hanno rapito centinaia di studentesse.
Dobbiamo batterci per un accordo di pace sulla base di un compromesso doloroso. Dobbiamo criticare la politica israeliana che talvolta si infila in un vicolo cieco. Ma quelli che offrono giustificazioni a terrorismo e sequestri di persona non fanno che incoraggiare l’intransigenza palestinese, la jihad, l’ideologia delle tenebre.
(Da: YnetNews, 16.6.14)

Elizabeth Browder, autrice di questo articolo
Elizabeth Browder, autrice di questo articolo

Scrive Elizabeth Browder, su Times of Israel: «Voglio dirlo chiaro: quei tre ragazzi sono stati presi di mira perché sono ebrei. Erano andati a una yeshiva (seminario di studi talmudici) e indossavano la kippà (papalina). Bisogna smetterla di dire che è per qualche altro motivo. Sì, sono israeliani, ma sono stati presi di mira perché sono ebrei. Non sono stati sequestrati perché i negoziati di pace sono naufragati. Non sono stati sequestrati a causa di questa o quella politica, di questo o quel governo. Sono stati sequestrati perché sono ebrei. È l’odio verso l’ebreo che ha generato il rapimento. Lo stesso odio che spinge Hamas a mandare in onda, nelle trasmissioni per bambini, dei teneri pupazzi animati che dicono ai ragazzini che gli ebrei sono subumani e meritano di essere uccisi. Lo stesso odio che spinge Hamas a sparare a freddo razzi contro la popolazione israeliana. Lo stesso odio con cui l’Autorità palestinese esorta la sua gente a cancellare i filmati delle telecamere di sorveglianza per evitare che possano aiutare le forze di sicurezza israeliane a rintracciare i ragazzi in ostaggio. Non so perché continuo a sorprendermi, forse perché trovo la propaganda di Fatah e Hamas così ripugnante. Le stesse bugie continuamente ripetute. Non è molto diversa dalla propaganda nazista usata da Joseph Goebbels, solo che ora è confezionata come odio per gli ebrei in salsa pro-palestinese. Non è una cosa condivisa da tutti i palestinesi. In realtà, quel che ha fatto Hamas ha reso la loro vita peggiore, e loro lo sanno. Israele non si fermerà fino a quando non avrà ritrovato quei tre ragazzini. Solo allora, forse, potremo tornare a dormire». (Da: Times of Israel, 16.6.14)

sabato 14 giugno 2014

Hebron, spariti tre giovani israeliani. Netanyahu convoca riunione urgente


Gerusalemme, 13 Giugno 2014 –
L’esercito israeliano ha comunicato che tre giovani israeliani, seminaristi in una scuola rabbinica di un insediamento di coloni a Hebron, in Cisgiordania, risultano dispersi dalla notte di giovedì. Lo riporta la tv Canale 10.
Il commentatore della rete televisiva ha riferito il timore delle autorità che i tre ragazzi siano stati rapiti o anche uccisi. E l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha diffuso una nota, attribuendo ai palestinesi la responsabilità della scomparsa degli adolescenti. Poco dopo l’accusa diretta: «Israele considera l’Autorità nazionale palestinese responsabile della sorte dei dispersi», ha detto il premier in un comunicato. Si tratta del primo incidente che potrebbe avere conseguenze serie, da quando è stato raggiunto l’accordo tra Hamas e l’Olp che ha aperto la strada a un governo palestinese di unità nazionale.
Le ultime notizie davano i 16enni, studenti ultraortodossi, nella zona di Gush Etzion, un raggruppamento di insediamenti, impegnati a fare l’autostop per tornare a casa. Adesso nella zona di Hebron l’esercito israeliano e i servizi segreti dello Shin Bet sono impegnati in una gigantesca caccia all’uomo. La polizia – citata dai media – sta anche controllando la connessione tra una macchina trovata bruciata nella zona e la scomparsa dei ragazzi. Intanto Netanyahu ha convocato d’urgenza a Tel Aviv una riunione per seguire gli sviluppi della vicenda. Alla riunione sono presenti il ministro della difesa Moshe’ Yaalon, il capo di stato maggiore Benny Gantz e il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, Yoram Cohen.

venerdì 13 giugno 2014

All’istituto islamico si discute di diritti ma non è ammesso il professore israeliano

di Marco Ventura
Asher Maoz è uno dei più autorevoli studiosi di diritto ebraico, le sue pagine su diritti umani e religione sono una pietra miliare. Per la comunità scientifica internazionale, il professore di Tel Aviv è uomo di scienza, di dialogo e di dibattito. Ma per gli ebrei ultraortodossi è un laico che profana le fonti sacre; e per i musulmani radicali è un sionista in maschera accademica. Nel febbraio scorso un ente musulmano di cultura, il britannico Al-Mahdi Institute di Birmingham ha invitato Maoz a parlare in un convegno che si terrà in agosto. Maoz ha accettato. L’ Al-Mahdi Institute ha sfruttato la reputazione del professore per pubblicizzare l’evento. Poi, una settimana fa, la doccia fredda. Il consiglio d’amministrazione dell’istituto ha disdetto l’invito. Troppo forte la protesta, troppo energica la pressione di chi non vuole un illustre israeliano sul podio di un istituto islamico.
«La sua presenza», si legge nell’email inviata a Maoz, «minaccerebbe l’apoliticità dell’istituto e sposterebbe il fulcro dell’incontro dal tema diritti umani e religione al conflitto israelo-palestinese». La sua stessa persona, scrivono a Maoz gli organizzatori, si troverebbe in imbarazzo davanti alla contestazione. Insomma, conclude l’Al-Mahdi Institute, con Maoz in sala il congresso non potrebbe rappresentare uno «sforzo scientifico». Lo schema è tipico: da un lato una pavida élite musulmana vorrebbe ma non può, fa un passo avanti e due indietro; dall’altro un reticolo di violenti e di violenze oscura il pensiero. Ne risulta, come nel caso di Maoz, un mondo sottosopra. Il professore invitato si tramuta in molesto invasore. Lo studioso ostracizzato per la sua competenza diventa sinonimo di «non scientificità». La vittima della politicizzazione ne è infine il responsabile. E soprattutto, il minacciato si ritrova nei panni di chi fomenta il disordine.
Alla goffa disdetta, Asher Maoz ha risposto da signore: «volete dibattere di diritti umani e religione senza ebraismo? Buona fortuna». Non c’è altro da dire a una comunità islamica che deve uscire da sola dal suo mondo all’incontrario. Buona fortuna.
(Fonte: Corriere della Sera, 4 Giugno 2014, pag. 34)

FRANCIA: GIOVANI AFRICANI AGGREDISCONO DUE EBREI DI 17 ANNI


Sabato scorso, alle 19.30 circa, la città francese di Sarcelles (circa 16 km da Parigi) si è macchiata di un’altra aggressione antisemita; un ”branco” di 15 giovani di origine africana, di età compresa tra gli 8 e i 17 anni, ha attaccato due giovani ebrei di 17 anni riconoscibili perché indossavano la kippah, con gas lacrimogeni di fronte alla scuola Ozar Hatorah.
Il sindaco di Sarcelles, il signor Pupponi, è andato sul posto insieme alla polizia. Le vittime hanno presentato una denuncia e sono stati condotti in ospedale per le cure mediche.
Il BNVCA (Ufficio nazionale di vigilanza contro l’antisemitismo) ha chiesto che sia fatto tutto il possibile per identificare i colpevoli, visto che un’orda di giovani di origine africana aveva già colpito la scuola ebraica Ozar HaTorah due mesi fa, ricorda l’organizzazione ebraica.

lunedì 9 giugno 2014

Europa, sveglia!

 
L'Europa deve rendersi conto della minaccia rappresentata dall'antisemitismo. Pensa di essersene accorta ma in realtà lo ha fatto solo parzialmente. Il problema è più grande e più profondo di quanto si pensi. E la posta in gioco non potrebbe essere più alta, non solo per gli ebrei, ma per i valori fondamentali dell’Europa, a cominciare dalla tutela della dignità umana. In quanto filo-europeo, con una moglie e tre figli cittadini dell’Unione Europea, questo tema mi è molto familiare. Vivevamo in Europa nel 2000-2001, quando il genietto antisemita fece capolino dalla lampada in diverse nazioni dell’Europa occidentale. Era chiaro, ed era molto vicino. Durante una manifestazione nel centro di Londra, l’oratore raccontò alla folla l’ultima “barzelletta” sugli ebrei: “Che differenza c’è tra gli ebrei e la pizza? Entrambi vanno ai forni, ma almeno la pizza non fa rumore”. La folla urlò di gioia. E quando mia moglie si lamentò, un signore inglese ben vestito la guardò dritta negli occhi e disse: “Vaffan… agli ebrei!” Nessuno spese una parola di protesta. Poi ci furono degli episodi alla scuola internazionale dei nostri figli, fuori Ginevra. Un giorno, uno studente più grande, figlio di un ambasciatore presso le Nazioni Unite di una nazione del Golfo, mise alle strette nostro figlio minore. Gli disse di aver sentito in giro che eravamo ebrei e sperava che non fosse vero, in quanto non gli piacevano gli ebrei. Nostro figlio era spaventato, ma ammise che, sì, era ebreo, prima di scappare per il campus in cerca della protezione di suo fratello maggiore. Quando ci lamentammo dell’evento, i funzionari della scuola non batterono ciglio. Non gliene importava niente. Forse non volevano correre il rischio di offendere i loro clienti arabi. Poi ci fu il caso della studentessa israeliana. In occasione della Giornata Internazionale, quando i bambini vengono invitati a indossare qualcosa dei loro Paesi di origine, si avvolse in una bandiera israeliana. Un gruppo di studenti le si avvicinò con fare ostile, sfottendola ed umiliandola versandole il contenuto di una lattina in testa. Sfuggì dal gruppo e si precipitò in cerca di un professore. Trovandone uno, cercò il fiato per raccontare ciò che era appena accaduto. Il professore rispose impassibile: noi non ci immischiamo nelle questioni politiche all’interno della scuola. Dovete sbrigarvela da soli. Nel frattempo, mentre Arafat rifiutava la proposta di Clinton e Barak per un accordo a due stati e scatenava la seconda intifada, la necessità di Israele di difendersi diventava il bersaglio degli attacchi di molti tra i media europei. Ho una consistente collezione di ritagli di notizie a senso unico, incluse le vignette scioccanti e i titoli dei giornali spagnoli tradizionali che invertivano l’Olocausto, dando a intendere che gli israeliani erano i nuovi nazisti e i palestinesi erano i nuovi ebrei. Poi è arrivato l’11 settembre, assieme a delle domande allarmate dai nostri amici in Grecia. Alcuni giornali greci si stavano bevendo la balla che si trattasse di un “complotto sionista”, e che migliaia di ebrei erano stati avvertiti in anticipo di non andare al World Trade Center quel fatidico giorno. “Potrebbe per cortesia l’AJC inviarci una lista delle vittime ebree degli attentati terroristici in modo da poter smentire queste macabri dicerie che circolano ad Atene?”. E ricordo vivamente l’incontro nervoso del novembre 2001 con Hubert Védrine, allora Ministro degli esteri francese, durante l’apertura posticipata della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Io espressi la nostra preoccupazione per le crescenti minacce agli ebrei francesi, che osservavo da Ginevra, appena oltre il confine, e che avevo discusso con i vari rappresentanti della Comunità ebraica di Francia in varie occasioni. La sua risposta fu repentina e categorica: “Non c’è nessun problema di antisemitismo in Francia. Il problema è il ‘teppismo’”. E infatti, lui e i suoi colleghi francesi si sarebbero poi attenuti a quella linea, fin quando Nicolas Sarkozy divenne Ministro dell’Interno prima, e successivamente Presidente, e cominciò ad affrontare le cose a testa alta, seguito poi dal team dell’attuale leadership del presidente Francois Hollande e del Primo ministro Manuel Valls. Di tanto in tanto, in Francia ci dicevano in quei primi anni che l’antisemitismo era, in realtà, “violenza inter-comunitaria”. Che gli ebrei fossero immancabilmente quelli che venivano attaccati non sembrava avere importanza per coloro che spacciavano questa formula “imparziale”. Oppure che il pericolo era il risultato, deplorevole ma inevitabile, del conflitto israelo-palestinese, il che significava che il targeting degli ebrei francesi potesse in qualche modo essere contestualizzato e reso ostaggio di un conflitto in un altro continente fin quando il desiderio di pace di Israele restasse incompiuto. Potrei raccontare di centinaia di incontri con i funzionari europei, oltre a decine di editoriali, discorsi e conferenze attraverso i quali l’AJC ha cercato di far alzare la guardia. Molto spesso, ci hanno risposto con dubbio e scetticismo. Era come se facendo finta di niente – ancora la tentazione perenne di negazione – il problema potesse magicamente scomparire da solo. Passò il tempo, e fortunatamente alcuni leader europei, divennero più assertivi e sensibili alla questione, ma si era perso del tempo prezioso ed il pericolo si era radicato in profondità. Non aver chiamato l’antisemitismo con il suo vero nome per anni ci è costato caro. Per anni i mezzi di informazione hanno demonizzato Israele – chiamando Gaza ‘il nuovo ghetto di Varsavia’, accusando Israele di assassinare ‘il secondo Gesù’, il palestinese; raccontando che Israele traffica in organi dei palestinesi e che i primi ministri israeliani divorano bambini palestinesi – tutto questo ha avuto il suo effetto. Per anni hanno scelto di guardare dall’altro lato, di chiudere gli occhi, di razionalizzare comportamenti odiosi, rilasciando dichiarazioni a cui non sono seguite azioni adeguate, e sottovalutando la minaccia crescente. Quando un’indagine dell’UE tra gli ebrei europei lo scorso anno ha rivelato risultati scioccanti, compreso il fatto che oltre il 40 per cento degli ebrei in Belgio, Francia e Ungheria hanno considerato l’emigrazione, e che oltre il 20 per cento degli ebrei europei evita di frequentare siti o eventi ebraici per paura, sarebbero dovuti suonare campanelli d’allarme e si sarebbero dovuti moltiplicare gli sforzi di affrontare questo assalto ai valori europei. Quando i partiti neo-nazisti ed apertamente antisemiti hanno ottenuto deputati nei parlamenti nazionali e nei consigli regionali, sino ad arrivare adesso al Parlamento Europeo, l’allarme sarebbe dovuto risuonare ancora più forte. E dopo gli attacchi che hanno ucciso tre bambini e un adulto in una scuola ebraica di Tolosa, che hanno fatto quattro vittime presso il Museo Ebraico di Bruxelles, e che hanno causato la morte di due fratelli con la kippah fuori Parigi, l’allarme dovrebbe farsi assordante. E’ giunto il momento per l’Europa di affrontare la dura realtà che l’antisemitismo è vivo e vegeto, e che c’è bisogno di azioni forti, concrete e immediate. A partire da una migliore intelligence per una maggiore sicurezza a condanne esemplari nei tribunali, dal migliorare l’educazione civica alla responsabilizzazione dei media, dalla solidarietà pubblica all’affrontare l’antisemitismo in occasione degli eventi sportivi, sino al monitorare i social network, la lotta va combattuta con urgenza su molti fronti. La minaccia proviene da una estrema destra alla quale è stata data nuova vita grazie alla rabbia populista contro la crisi economica e l’immigrazione apparentemente incontrollata. Proviene da una estrema sinistra che attacca in continuazione il diritto di esistere di una sola nazione, Israele, e che vilipende lo Stato ebraico a ogni opportunità. E proviene dalla crescente popolazione di musulmani in Europa, alcuni dei quali hanno abbracciato il virus mortale dell’antisemitismo che si trova nelle moschee, nelle madrasse, nei media. Se c’è una buona notizia, questa è che a parte alcune questioni aperte a proposito dell’Ungheria, nessun governo europeo oggi giustifica l’antisemitismo, né tanto meno lo incoraggia, e che le comunità ebraiche sono determinate ad ergersi con fierezza in quanto cittadini europei, ed ebrei. Il futuro degli ebrei in Europa dipende dal risolvere questa questione. Anzi, forse è a rischio il futuro dell’Europa stessa.
David Harris, Direttore Esecutivo dell’American Jewish Committee (8 giugno 2014)

Hillary Clinton: “Fu un errore pretendere il congelamento degli insediamenti israeliani”

 
 


Nel libro, di cui la stampa americana ha anticipato alcune parti lo scorso fine settimana, Hillary Clinton tratta anche altri snodi della politica estera che hanno segnato i quattro anni (dal 2009 al 2013) in cui è stata a capo della diplomazia di Obama.
A proposito dell’Egitto scrive che lei, all’epoca della rivolta (gennaio-febbraio 2011), sostenne che si dovesse spingere Hosni Mubarak ad avviare una “transizione ordinata” verso un successore, ma venne soverchiata dall’appello del presidente Obama perché l’uomo forte del Cairo si dimettesse immediatamente. “Temevo – spiega l’allora Segretario di stato – che gli Stati Uniti venissero visti come quelli che sbattono fuori dalla porta un alleato di lunga data abbandonando Egitto, Israele, Giordania e tutta regione ad un futuro incerto e pericoloso”. Secondo Hillay Clinton, le buone ragioni per mantenere stretti legami con Mubarak erano ancora valide: isolare l’Iran, mantenere aperta la rotta commerciale del Canale di Suez, tutelare la sicurezza di Israele e combattere il terrorismo in una regione in cui al-Qaeda stava tramando nuovi attacchi.
Sulla Siria, Hillary Clinton scrive d’aver sostenuto la decisione “di iniziare ad armare e addestrare i ribelli siriani moderati”, anche se Obama preferì altre opzioni.
Si registra intanto, sempre dagli Stati Uniti, un editoriale pubblicato nel week-end dal New York Times che corrobora la posizione di Netanyahu sul governo di unità Fatah-Hamas. “Gli Stati Uniti – si legge nell’editoriale – devono stare bene attenti a distinguere in qualche modo il loro appoggio al nuovo governo palestinese, da una parte, e l’assenso a Hamas e al suo comportamento violento e odioso dall’altra”. Il giornale definisce giustificato lo “scetticismo” di Netanyahu sul nuovo governo palestinese, e aggiunge: “Con Hamas non si può semplicemente far finta di niente: gli Stati Uniti, e altri paesi che considerano Hamas un gruppo terroristico, potrebbero trovarsi nell’impossibilità di continuare ad aiutare i palestinesi se Hamas giocherà un ruolo più marcato. Netanyahu ha ragione quando ricorda che Hamas, il gruppo sostenuto dall’Iran che prese il controllo della striscia di Gaza nel 2007, è un’organizzazione estremista e violenta, votata alla distruzione di Israele”.
(Da: Israel HaYom, YnetNews, 8.6.14)

venerdì 6 giugno 2014

5 Giugno 1967, la Guerra dei Sei Giorni: quando Israele fu costretto a lottare per la propria sopravvivenza

Le grandi guerre della storia finiscono per diventare grandi guerre sulla storia. Dopo solo pochi anni da quando l’ultimo soldato è tornato dal campo di battaglia, le più evidenti verità circa la natura del conflitto e le ragioni che l’hanno reso inevitabile subiscono l’assalto di revisionisti e contro-revisionisti la cui veemenza fa a gara con quella dei combattimenti reali.
Poche di queste battaglie storiografiche sono tanto amare quanto quella che viene oggi combattuta sulle guerre arabo-israeliane, dove un drappello di sedicenti “nuovi storici” cinge d’assedio la narrazione fino a poco tempo fa inattaccabile della creazione e della sopravvivenza dello stato degli ebrei. L’insolita violenza del dibattito sulla storia arabo-israeliana è direttamente legata alla posta in gioco che è singolarmente alta. Gli avversari non competono semplicemente per un po’ di spazio sugli scaffali delle biblioteche universitarie. In realtà si scontrano su questioni che hanno un profondo impatto sulla vita di milioni di persone: la sicurezza di Israele, i diritti dei profughi palestinesi, il futuro di Gerusalemme. E i “nuovi storici” non fanno nemmeno finta di nascondere i loro obiettivi politici.
Pubblicate dalle maggiori case editrici accademiche e ampiamente celebrate dai recensori, le interpretazioni dei “nuovi storici” hanno già largamente soppiantato quelle tradizionali. Tale successo non sarebbe stato possibile senza i documenti diplomatici resi disponibili da vari archivi governativi sulla base della norma per la declassificazione dopo trent’anni, che permette l’accesso a materiali precedentemente secretati: una regola in vigore nella maggior parte dei paesi occidentali. Incartamenti resi disponibili, ad esempio, dal Public Record Office britannico e dai National Archives statunitensi gettano nuova luce sulla diplomazia degli anni ’40 e ’50, in particolare per quanto concerne i paesi arabi i cui archivi, invece, restano sigillati a tempo indefinito.
Ma quando si tratta di storia arabo-israeliana, non esiste raccolta documentaria che possa rivaleggiare con gli Archivi di Stato israeliani i quali, oltre a contenere un tesoro di resoconti di prima mano, sono particolarmente liberali nella loro politica di declassificazione. Tali documenti, letti in modo selettivo e tendenzioso, sono stati utilizzati a sostegno delle teorie revisioniste più estreme sulla guerra d’indipendenza del 1948 e sulla campagna del Sinai del 1956. Avvicinandosi il 40esimo anniversario della guerra dei sei giorni, la stessa metodologia viene ora utilizzata per infrangere i “miti” del 1967.
La controversia storica sul 1967 è particolarmente aspra. La convinzione che la guerra dei sei giorni sia stata imposta a Israele da un’alleanza di stati arabi votati alla sua distruzione, e che le conquiste territoriali israeliane siano state il risultato del suo legittimo esercizio del diritto di autodifesa in una guerra che aveva fatto tutto ciò che poteva per evitare, è stata fermamente condivisa da tutto l’arco politico israeliano. Ma il fatto che la destinazione finale di quei territori continui ad essere al centro del dibattito politico israeliano e di trattative in corso a livello internazionale fa della guerra del 1967 un obiettivo assai ghiotto per le reinterpretazioni revisioniste. Questi autori sembrando condividere la tesi – chiaramente sottintesa, quando non ancora esplicitamente affermata – che le scelte degli arabi abbiano avuto ben poco a che fare con lo scoppio delle ostilità nel 1967, e che Israele non solo non abbia saputo evitare la guerra, ma che anzi l’abbia attivamente sollecitata. L’ammassarsi di truppe egiziane nel Sinai, l’espulsione della Forza di Emergenza dell’Onu e la chiusura degli stretti di Tiran, i patti militari fra paesi arabi e l’impegno pubblicamente preso e ribadito di sradicare lo stato degli ebrei, tutto questo sarebbe stato provocato o gonfiato a dismisura da Israele per conseguire i suoi scopi di coesione interna, espansione territoriale o altri obiettivi reconditi. “La paura israeliana non aveva fondamento nella realtà – scrive ad esempio il giornalista di Ha’aretz Tom Segev nel suo recente libro sul 1967 – In verità non v’era alcuna giustificazione per il panico che precedette la guerra, né per l’euforia che si diffuse dopo di essa”.
La domanda è: queste conclusioni possono reggere a un chiaro e accurato esame storico? L’affermazione che Israele abbia voluto la guerra, abbia fatto poco o nulla per evitarla o l’abbia addirittura istigata, trova conferma nei documenti israeliani declassificati di quel periodo, l’arma favorita dei “nuovi storici”?
I dossier degli Archivi di Stato israeliani svelano molte cose sulla diplomazia e sul processo decisionale della politica israeliana di quel periodo, e su cosa i leader israeliani pensarono, temettero e si sforzarono di fare durante quelle fatidiche tre settimane di intensa attività diplomatica che portarono al 5 giugno 1967. Tuttavia, lungi dal suggerire che Israele abbia deliberatamente spinto verso il conflitto, i documenti mostrano che Israele si sforzò disperatamente di evitare la guerra e, fino alla viglia dello scontro, tentò ogni possibile strada nello sforzo di scongiurarla, anche a costo di far pagare un alto prezzo alla nazione in termini strategici ed economici.
I documenti diplomatici israeliani da poco resi disponibili, relativi al periodo precedente il 5 giugno 1967, offrono prove schiaccianti contro ogni accenno all’idea che Israele abbia voluto la guerra con gli arabi. Le decine di migliaia di dossier finora declassificati non contengono un solo riferimento al presunto desiderio di sviare l’opinione pubblica dalla situazione economica, di rovesciare i governanti arabi, di conquistare o occupare territori in Cisgiordania, nel Sinai o sulle alture del Golan. Al contrario, il quadro che emerge è quello di un paese e di una dirigenza leadership profondamente spaventati dall’idea di uno scontro militare e disperatamente tesi ad evitarlo quasi a qualunque costo. L’unica speranza di evitare la guerra, erano convinti gli israeliani, stava negli Stati Uniti. Ma l’amministrazione Johnson, benché favorevolmente disposta verso Israele, aveva le mani legate da vincoli di politica interna e dal suo divorante coinvolgimento in Vietnam. Questi limiti impedirono agli americani di prendere le decisioni che avrebbero potuto ripristinare nel Sinai e agli stretti di Tiran lo status quo precedente l’escalation, e frenare la deriva verso la guerra che il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva innescato.
Non si può nemmeno sostenere che Israele abbia sbagliato nel decidere per il ricorso alla forza. Assediato da un duro blocco economico, da patti militari fra i suoi vicini pesantemente armati con lo scopo dichiarato di attaccarlo e da centinaia di migliaia di soldati nemici ammassati ai suoi stretti e frastagliati confini, sarebbe stato il massimo dell’irresponsabilità se Israele, nel 1967, non avesse pianificato un’azione preventiva. Né si può incolpare Israele per aver brandito la minaccia della forza per spronare gli Stati Uniti a intervenire diplomaticamente. Le poche misure che Johnson affettivamente prese – la reiterazione degli impegni assunti dall’America su Tiran nel 1957, la proposta (peraltro non realizzata) di un convoglio internazionale nel Mar Rosso per forzare il blocco navale egiziano, le rimostranze presso i leader arabi – sono tutte direttamente attribuibili agli sviluppi paventati da Israele.
In ultima analisi, gli israeliani si trattennero dall’agire militarmente fino a quando non si esaurì anche l’ultima possibilità di composizione diplomatica, sebbene sapessero che ogni giorno d’attesa gli costava enormemente in risorse, preparazione e morale, rischiando di limitare gravemente i loro margini di manovra se la guerra alla fine fosse risultata inevitabile.
Alla luce dei documenti d’archivio, sembra che i “nuovi storici” avranno un bel daffare per dimostrare in modo convincente che Israele nel 1967 nutriva intenzioni ostili.
(Fonte: Jerusalem Post, 15 Maggio 2007)

BDS contro tutti

Come il celebre “Pierino”, il BDS ne combina un’altra delle sue. Già, il movimento che dovrebbe aggiungere una “I” al suo acronimo, – vista l’ossessione esclusiva nel B-oicottare, D-isinvestire e S-anzionare solo I-sraele – nella sua “furia boicottatrice” finisce per attaccar briga con i palestinesi stessi. Da oggi in poi infatti è rottura con l’ANP, che ufficialmente considera il movimento come una minaccia per la Palestina.
Ma come è potuta succedere una tale enormità? Ma non ci avevano sempre raccontato che il boicottaggio d’Israele fosse sostenuto proprio dall’Autorità palestinese? E i suoi seguaci non ci raccontano da sempre che i palestinesi sono tutti compatti a favore del boicottaggio e della delegittimazione di Israele? Sbagliato. Del resto qualcuno se n’era già accorto quando durante il funerale di Nelson Mandela, Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese -probabilmente frastornato per la morte del grande leader sudafricano – si lasciò sfuggire: “No, noi non sosteniamo il boicottaggio di Israele”. Insomma, le avvisaglie c’erano, così mentre nei campus universitari di Stati Uniti, Canada e mezza Europa gli attivisti del BDS erano salutati come “eroi che lottano per i diritti dei palestinesi”, a Ramallah – ironia della sorte – gli attivisti appartenenti al boicottaggio antiIsraeliano erano visti di cattivo occhio. E addirittura – pare – visti dai funzionari dell’Autorità palestinese come sobillatori. E’ vero che in passato alcuni attivisti BDS a Ramallah erano riusciti a prevenire anche una serie di incontri programmati tra israeliani e palestinesi a Ramallah e Gerusalemme est. Ed era altrettanto vero che l’Autorità palestinese cominciasse a preoccuparsi di come il BDS stava danneggiando le relazioni dei palestinesi con altri paesi.
Ma ecco la notizia: questa settimana, per la prima volta, quattro attivisti di spicco del movimento BDS sono finiti sotto processo davanti a un tribunale dell’Autorità Palestinese per aver “provocato disordini e violazione della quiete pubblica”, cercando di sabotare l’esibizione di una compagnia di danza indiana a Ramallah. I quattro uomini, Zeid Shuaibi, Abdel Jawad Hamayel, Fadi Quran e Fajr Harb, sono stati arrestati dalle forze di sicurezza dell’ANP dopo aver protestato contro gli esecutori perché si erano anche esibiti a Tel Aviv. I manifestanti hanno lanciato l’accusa folle ai danzatori indiani di violare la loro campagna per il boicottaggio di Israele, sostenendo che promuovessero una forma di “normalizzazione” con Israele. L’incidente ha messo in serio imbarazzo la leadership dell’Autorità Palestinese e ha portato quindi alla definitiva decisione di perseguire i quattro attivisti BDS.
Certo, la decisione ha subito sollevato condanne dai movimenti che compongono la galassia anti-Israele. Omar Barghouti, uno dei leader del movimento BDS, ha detto che l’ANP dovrebbe essere messa sotto processo per aver portato i quattro uomini in tribunale. Poi Amnesty International ha anche criticato l’Autorità palestinese e ha chiesto di far cadere le accuse contro i quattro attivisti. Nulla è dato sapere però di cosa pensi Amnesty International dei boicottaggi illegali contro Israele. In effetti Abbas e l’Autorità palestinese hanno buone ragioni per opporsi al movimento BDS. I sostenitori del BDS sono contrari ai contatti della dirigenza PA con gli israeliani e hanno spesso denunciato Abbas per lo svolgimento di colloqui di pace e coordinamento della sicurezza con Israele. Quindi l’Autorità palestinese è giunta definitivamente alla conclusione che gli attivisti BDS sono estremisti avversi alla pace il cui obiettivo è solo quello di impedire qualsiasi soluzione tra Israele e i palestinesi. La decisione di perseguire i quattro attivisti di Ramallah mira inoltre ad inviare un messaggio ai sostenitori BDS a livello mondiale e metterli in guardia sui veri interessi del movimento, promotore di odio e fanatismo.
E in Italia che succede? Ti pare che la comunità boicottatrice-de-noantri potesse incassare e stare con le mani in mano? Piuttosto si sono prodotti nella scrittura di un comunicato all’Ambasciatrice di Palestina (sic) in Italia in cui descrivono il loro “shock”. Ben gli sta. Andassero a difendere gli interessi dei carciofi a Mimongo, ora. Visto che in Palestina (pare) non sono più ospiti graditi.
 
 
 
 
 
 
 
 

sabato 31 maggio 2014

L'impianto di desalinizzazione di Sorek

Lo Stato di Israele sorge in una delle aree più aride del pianeta. La breve stagione invernale, l'unica ricca di pioggia, permette di sopravvivere solo se si mettono in atto pratiche di conservazione dell'acqua estremamente rigorose. Ma oggi, pur dopo uno degli inverni meno piovosi di sempre, la
situazione non è critica. Lo si deve soprattutto all'integrazione di diverse politiche di risparmio: il riciclaggio delle acque reflue per l'agricoltura, la custodia delle esigue sorgenti naturali e soprattutto la desalinizzazione, che ha compiuto passi fa gigante nell'ultimo decennio.

I DATI - Secondo l'ufficio meteorologico nazionale di Tel Aviv, nell'inverno 2013-2014 le piogge si sono attestate sul 50-60% della media.Eppure, come sostiene Avraham Tenne, responsabile dell'Autorità israeliana per la desalinizzazione dell'acqua, il paese mediorientale "ha tutta l'acqua che gli serve".
GLI IMPIANTI - Fin dal 2005 Israele ha accelerato le politiche volte a fornire acqua potabile dalla desalinizzazione di quella marina. Oggi circa il 35% di tutta l'acqua da bere proviene da lì. E si prevede di arrivare almeno al 40% l'anno prossimo, con l'obiettivo del 70% entro il 2050. Il più recente impianto di desalinizzazione, inaugurato nel 2013, è quello di Sorek, il più grande del mondo. Da qui proviene il 20% di tutta l'acqua pubblica israeliana. Sorto a circa 15 Km a Sud di Tel Aviv, succhia l'acqua marina attraverso due condotti del diametro di 2,5 metri ciascuno, che affondano le proprie bocche nel Mediterraneo. L'acqua viene poi filtrata e processata con processi osmotici e il sale derivato viene immesso nuovamente nel mare. Da questo impianto, costituito da una coppia di strutture gemelle, indipendenti l'una dall'altra, escono 624 mila metri cubi di acqua potabile ogni giorno, pari a 150 milioni di metri cubi d'acqua annui (150 miliardi di litri l'anno). Se con la desalinizzazione la sete sembra scongiurata, non si può comunque ignorare che gli impianti di questo tipo sono tra le strutture più energivore mai inventate dall'uomo.
Oggi Israele consuma il 10% dell'energia per alimentare il settore.

RISVOLTI POLITICI - Aver raggiunto l'indipendenza idrica costituisce per Israele una grande chance diplomatica. Le dispute sulla gestione delle sorgenti del Golan, conteso con gli stati vicini, potranno essere lasciate alle spalle. E la tecnologia messa a punto da Tel Aviv potrà dare slancio a simili iniziative industriali capaci di alleviare la sete dell'intero Medio Oriente. Sempre che l'acqua serva a innaffiare fiori di pace.