Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 17 dicembre 2014

Sventato un attentato suicida a Tel Aviv

Gerusalemme, 15 Dicembre 2014 – Un attacco suicida che doveva essere realizzato a Tel Aviv è stato sventato nelle ultime settimane con gli arresti in Cisgiordania (Giudea e Samaria)  di cinque palestinesi, fra cui una donna offertasi volontaria per l’operazione.
Lo afferma lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano. Gli attentatori, del villaggio arabo di Atil (vicino Tulkarem) erano in contatto con terroristi di Gaza dai quali erano stati istruiti su come maneggiare ed assemblare esplosivi.
Il piano prevedeva che la donna – Yasmin Shaaban, 31 anni, di Jenin – doveva raggiungere Tel Aviv e lì travestirsi da ebrea ortodossa per giunta anche incinta, dopo essere entrata in Israele grazie ad un permesso medico. Una volta sul posto la donna avrebbe dovuto farsi esplodere innescando gli ordigni che aveva addosso sotto il travestimento. L’identità politica degli altri palestinesi coinvolti nell’indagine, i cui nomi sono Munadil Takaz, 22 anni, suo fratello Muatez Takaz, 20 anni, Abd al-Haleq Masimi, 22 anni, e Marwan Tzadki, 20 anni,  non è stata ancora precisata.
(Fonte: L’Unione Sarda, 15 Dicembre 2014)

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia


di Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.
All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.
«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare – spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».
Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco – racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima – ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».
E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.
Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo.
A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.
Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.
Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.

Liberali per Israele

INCONTRO NETANYAHU- KERRY

Dopo un incontro di tre ore a Roma con il segretario di stato Usa John Kerry, il primo commento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato sull’attacco al caffè di Sydney, in Australia. Nell’inviare le condoglianze al governo e al popolo australiano, Netanyahu ha sottolineato che il terrorismo internazionale islamista non conosce confini e che la lotta contro di esso deve essere globale. A proposito dei temi trattati nell’incontro con Kerry, Netanyahu ha ribadito che Israele “farà tutto il possibile” perché il Consiglio di Sicurezza non arrivi ad imporre una soluzione pericolosa, aggiungendo che Israele si riserva “libertà di azione” per respingere i tentativi di diktat. Alla domanda se lascia Roma più o meno sicuro che gli Stati Uniti ricorreranno al veto contro risoluzioni dannose per Israele, Netanyahu ha risposto che lascia Roma “sicuro che quello che aveva da dire è stato ascoltato”. Netanyahu ha spiegato che Israele si aspetta che gli Stati Uniti si attengano alla posizione tenuta da 47 anni, da quando cioè la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ha stabilito, dopo la guerra dei sei giorni, che qualsiasi soluzione al conflitto dovrà emergere da negoziati fra le parti, e non essere imposta dall’esterno. “Non accetteremo diktat su questo punto – ha ribadito Netanyahu – e non vediamo motivo perché gli Stati Uniti debbano cambiare posizione”. Secondo Netanyahu, che ha definito l’incontro “serio e approfondito”, Kerry capisce bene il deterioramento della situazione e i pericoli per Israele che deriverebbero dalla risoluzione palestinese. Netanyahu ha detto che nell’incontro sono state affrontate anche altre questioni come l’Iran, la Siria e lo “Stato Islamico” (ISIS). Per quanto riguarda la minaccia palestinese di portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale nel caso la loro risoluzione non venisse accettata dal Consiglio di Sicurezza, un funzionario israeliano ha detto che questo “è un campo dove possono giocare diversi attori”, e che Israele potrebbe e sarebbe pronto a “rendere pan per focaccia”.

lunedì 15 dicembre 2014

Gerusalemme: terrorista palestinese lancia acido contro famiglia di ebrei. Ferite 4 bambine


Gerusalemme, 12 Dicembre 2014 – Un terrorista palestinese ha gettato dell’acido contro una famiglia di israeliani, con padre, madre, tre giovani figlie e una nipote, che gli avevano dato un passaggio in auto. Sette in tutto i feriti nell’aggressione, compresi due passanti. Il palestinese ha poi cercato di infierire su un israeliano brandendo un cacciavite, ma è stato colpito a una gamba da un passante armato, quindi arrestato e ricoverato.
L’incidente è avvenuto venerdì sera, in Cisgiordania (Giudea e Samaria), lungo la Strada 60 tra il villaggio palestinese di Husan e quello israeliano di Beitar Illit, non lontano da Gerusalemme. Dei feriti, quattro sono bambine di età compresa tra 8 e 10 anni che hanno subito ustioni da acido agli arti. Un uomo di 40 anni ha subito ustioni da acido al viso e gli occhi, sembra non gravi.
(Fonte: Israele.net, 12 Dicembre 2014)

venerdì 5 dicembre 2014

Quei "giornalisti" e "politici" al servizio del terrorismo palestinese


Col passare delle settimane si ridimensiona inevitabilmente il conteggio delle vittime civili del conflitto della scorsa estate a Gaza. Il numero complessivo dei moti rimane immutato; si modifica la composizione: prevalgono militari e militanti, si riducono i civili, fra cui purtroppo spiccano gli scudi umani adottati da Hamas in spregio alla Convenzione di Ginevra. Un crimine di guerra che sarà fatto pesare, quando finalmente i territori palestinesi saranno riconosciuti come stato.
Nel frattempo tardano ad asciugarsi le lacrime versate da Irina Bokova, direttore generale dell'UNESCO, che ad agosto denunciava l'uccisione di Abdullah Murtaja, di professione giornalista. L'agenzia ONU sottolineava il ruolo insostituibile della stampa nella società moderna. Il fatto che il reporter in questione fosse dotato di un moderno fucile non ne sminuisce la missione: chi non possiede un'arma da fuoco?

Ma fino ad ora si ignorava il secondo lavoro di Murtaja: e chi nel tempo libero non si dedica ad attività ricreative? si apprende che il nostro solerte giornalista ha lasciato ai posteri un testamento: con le sue ultime volontà da jihadista. Sì, perché oltre a lavorare per Al Aqsa TV, l'emittente dell'Autorità Palestinese, Abdullah Murtaja era un membro delle brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato nientemeno di Hamas, che non a caso si è affrettata a salutarlo come "martire" (H/t: Elder of Ziyon, Israellycool).

Non ci si può fidare di nessuno: i pescatori trasportano armi e munizioni, i muratori costruiscono gallerie del terrore, i giornalisti hanno l'hobby del lanciarazzi. Tutto si fa, affinché il terrorismo prevalga su Israele. Il reclutamento di volontari dilaga su Internet: come ha evidenziato egregiamente un articolo apparso oggi su Rightsreporter, l'istigazione all'odio mediante diffamazione, diffusione di notizie false e campagnie denigratorie montate su bufale più o meno note, si esprime attraverso le pagine di Facebook, di Twitter e di altri social media. Un fenomeno sottovalutato, ma adesso preso di petto dalle autorità competenti.
Si tratta purtroppo dell'azione di menti labili, spesso sempliciotte e culturalmente arretrate. Ma l'istigazione non si manifesta soltanto nei ceti sociali medio-bassi. Capita di scorgere addirittura un membro del parlamento di Svezia, il cui governo di sinistra è caduto dopo appena tre mesi, avendo nel frattempo varato provvedimenti di cogente importanza come il riconoscimento dello "stato palestinese"; ostentare orgoglioso la mappa riportante addirittura i confini di questa Palestina. Hillevi Larsson, questo il nome della deputata, mostra lieta una targa in cui Israele è addirittura cancellato, come farebbe tanto piacere ad Hamas: tutta la terra, dal Mediterraneo al Giordano, è Palestina. Scomparse Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Ashkelon, il Sinai: niente, sono tutti territori palestinesi, ed Israele - voilà! - non esiste più.
D'accordo che l'Associazione Palestinese di Malmoe, dove è stata tenuta la cerimonia, è nota alle cronache soprattutto per vantare "Mohammed" e varianti come nome più diffuso fra i neonati e per una sistematica caccia agli ebrei tuttora rimasti in città, dopo 250 anni di operosa e pacifica residenza; ma arrivare a cancellare un intero stato, riconosciuto da tutti e membro delle Nazioni Unite dal 1949, non è fanatismo: è insanità mentale da affrontare con adeguato trattamento sanitario obbligatorio. Ovvio che una simile ostilità sia bocciata dagli elettori - il governo svedese dimissionario non godeva della maggioranza in parlamento - ma esaltata dagli antisemiti.
 
Fonte "Il Borghesino"

giovedì 4 dicembre 2014

Parigi sotto shock. Raid antisemita contro coppia di ebrei: lui picchiato, lei stuprata!

Parigi, 2 Dicembre 2014 – Francia sotto choc per una brutale aggressione a sfondo antisemita compiuta a Creteil, nella periferia di Parigi. Le vittime sono un giovane uomo di 21 anni e la sua fidanzata 19enne: lui è stato picchiato e derubato. Lei, invece, stuprata. Il motivo? La loro appartenenza alla religione ebraica.
I fatti risalgono a lunedì mattina, quando tre uomini incappucciati e armati di pistole hanno fatto irruzione nell’appartamento dei genitori di lui. Dopo un’ora e mezza di efferate violenze, gli aggressori sono fuggiti portando via gioielli, carte di credito e telefoni cellulari. Due di loro sono stati fermati e arrestati poco tempo dopo, mentre il terzo complice è riuscito a fuggire ed è ancora ricercato.
Secondo gli inquirenti si è trattato di un “attacco premeditato”. Gli stessi aggressori hanno dichiarato “di conoscere le origini ebraiche della famiglia” e dunque, come dichiarato dal ministro dell’Interno transalpino Bernard Cazeneuve, “il carattere antisemita dell’aggressione sembra confermato“.
(Fonte: L’Unione Sarda, 3 Dicembre 2014)

Attentato a Gerusalemme


Gerusalemme, 3 Dicembre 2014 – Terrore in un supermarket nella zona industriale denominata Mishor Adumim, vicino a Ma’ale Adumim (periferia est di Gerusalemme), dove un palestinese di 16 anni originario di Al-Eizariya ha ferito a colpi di pugnale due israeliani di mezza età. Una guardia di sicurezza fuori servizio presente all’attacco ha sparato al terrorista ferendolo agli arti.
Due persone sono rimaste ferite – ha raccontato un testimone – con ogni probabilità stavano semplicemente facendo la spesa qui al supermercato e sono state raggiunte da una serie di colpi, probabilmente di coltello, all’addome e alle braccia. Hanno riportato gravi ferite. Il terrorista è stato messo in condizione di non nuocere. E’ stato ferito con un colpo di pistola alla gamba“.
Le due vittime sono state ricoverate all’Hadassah Hospital di Gerusalemme in condizioni non gravi. Altri due palestinesi, tra cui un dipendente dello stesso supermercato teatro dell’attacco, sono stati arrestati mercoledì sera in connessione con l’attentato.
(Fonte: Israele.net, 4 Dicembre 2014)

mercoledì 19 novembre 2014

Gerusalemme, attentato in una sinagoga: 4 morti e altri feriti gravi. Festeggiamenti a Gaza mentre Hamas rivendica l’azione terrorista


Gerusalemme, 18 Novembre 2014 – Attentato a Gerusalemme. Quattro persone sono state uccise questa mattina in un attentato terroristico alla sinagoga Kehilat Yaakov, di via Harav Shimon Agassi, nel quartiere ortodosso di Har Nof. All’ora della preghiera mattutina due terroristi arabi hanno fatto irruzione nella sinagoga dove pregavano una trentina di fedeli ebrei e si sono avventati contro i presenti usando pistole, coltelli e mannaie da macellaio. Nell’attentato sono anche rimaste ferite otto persone, di cui quattro in modo grave. Feriti anche due agenti di polizia. I due terroristi sono stati uccisi poco dopo in un violento scontro a fuoco con la polizia (qui le immagini della giornata, alcune delle quali purtroppo molto cruente).
Ci hanno sparato addosso mentre soccorrevamo i feriti, ha raccontato un paramedico del Maghen David Adom (la Crce Rossa israeliana). Polizia ed elicotteri militari hanno lanciato una caccia ad altri eventuali complici. Secondo fonti palestinesi, i terroristi che hanno attaccato la sinagoga sono Rassan e Uday Abu-Jamal, originari del quartiere Jabel Mukaber di Gerusalemme est, imparentati con uno dei terroristi scarcerati da Israele nel 2011 nel quadro del ricatto per il rilascio dell’ostaggio Gilad Shalit. La notizia dell’attacco terrorista è stata accolta a Gaza City con scene di giubilo e fuochi di artifcicio, oltre alla ormai “consueta” distribuzione di dolcetti per le vie della città.
Con un comunicato, Hamas ha elogiato l’attentato  definendolo una “risposta” ai “crimini di Israele alla moschea di al-Aqsa” e alla morte dell’autista di autobus Yusuf Hassan al-Ramouni che si è suicidato domenica sera, ma della cui morte i palestinesi accusano Israele. Parlando martedì alla tv Al-Aqsa, il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri ha esortato i palestinesi a compiere altre “operazioni di vendetta”.
(Fonte: Israele.net, 18 Novembre 2014)

martedì 11 novembre 2014

Giovani israeliani trucidati da arabi a Tel Aviv

Giornata di lutto in Israele: un ragazzo e una ragazza sono morti in seguito a due diversi attacchi terroristici avvenuti ieri. Due arabi israeliani hanno accoltellato selvaggiamente delle persone in attesa dell'autobus.
Almog e Dalia sono morti in un bagno di sangue, che la terra vi sia lieve.
 
Tutto questo mentre quel mafioso di Abu Mazen, illegittimo presidente di un presunto stato palestinese, continua a invocare la guerra e elogia coloro che compiono attentati a Gerusalemme investendo con furgoni e automobili i passanti.
Tutto questo mentre il mondo tace sui morti israeliani: in fondo sono solo bambini, donne e ragazzi ebrei che muoiono trucidati dai palestinesi o arabi che dir si voglia.
Tutto questo mentre gli americani chiedono spiegazioni a Israele sulla morte di un ragazzo palestinese che si era avventato contro un poliziotto gridando Allah hu Akbar brandendo un coltello (loro, i poliziotti americani possono invece trucidare impunemente giovani afromaericani disarmati!)

venerdì 7 novembre 2014

Israele non ha modificato lo status quo, mentre estremisti palestinesi usano la moschea di al-Aqsa per aggredire polizia e visitatori

 

Vignetta che inneggia alla cosiddetta "intifada delle auto", in circolazione su social network palestinesi
Una delle vignette diffuse in questi giorni su social network palestinesi per inneggiare alla cosiddetta “intifada delle auto”
Negli ultimi mesi, estremisti palestinesi hanno cercato di alterare lo status quo in vigore da decenni impedendo a cristiani ed ebrei di visitare in tranquillità il Monte del Tempio a Gerusalemme. Incitati da Hamas e dal ramo estremista del Movimento Islamico israeliano, facinorosi palestinesi hanno molestato e aggredito in vario modo i visitatori e la polizia, ricorrendo sempre più spesso a lanci di pietre e petardi e usando come base e covo per le loro imprese la moschea di al-Aqsa (che sorge sulla spianata del Monte del Tempio).
Lo scorso 5 novembre diverse decine di arabi col volto coperto hanno nuovamente scatenato violenze sul Monte del Tempio. Non appena è stata aperta, come di consueto, la Porta Mughrabi, l’unica destinata ai visitatori non musulmani, gli estremisti sono usciti dalle loro posizioni approntate all’interno della moschea di al-Aqsa iniziando a lanciare pietre e ordigni incendiari contro la polizia di stanza al cancello. Gli agenti hanno risposto utilizzando mezzi anti-sommossa non letali.
I facinorosi sono successivamente tornati alla moschea al-Aqsa, posizionandosi dietro barricate che avevano predisposto la sera prima, e hanno continuato a bersagliare la polizia con centinaia di petardi, pietre e barre di ferro preparate in anticipo: il tutto dall’interno della moschea stessa. Diversi agenti di polizia sono rimasti feriti.
Sebbene di norma la polizia israeliana eviti in ogni modo di entrare nella moschea, dopo questa escalation di attacchi perpetrati dall’interno della moschea ha dovuto fare un’eccezione. Un piccolo numero di agenti si è introdotto per pochi passi al di là dell’ingresso della moschea per il breve periodo di tempo necessario a rimuovere le barricate che impedivano la chiusura delle porte dell’edificio. Chiudendo le porte, la polizia ha potuto separare i facinorosi dai loro bersagli ripristinando in questo modo la calma al Monte del Tempio e consentendo pacifiche visite alla spianata.
E’ importante sottolineare che, contrariamente a quanto lasciano credere certi servizi giornalistici, il Monte del Tempio non è sinonimo di moschea di al-Aqsa. La moschea di al-Aqsa, infatti, non è che una delle numerose strutture che si trovano all’interno della spianata del Monte del Tempio (chiamato dai musulmani Haram al-Sharif, Nobile Santuario).
In questo video, girato dalla polizia israeliana, si vedono estremisti palestinesi all’entrata della moschea di cui si sono impadroniti, e che profanano usandola come base di lancio per i loro attacchi.
“Israele – si legge in una nota diramata giovedì dal governo di Gerusalemme – attribuisce grande valore alla libertà di religione e di culto. A differenza di quanto sostengono i palestinesi, Israele non ha adottato nessuna misura volta a modificare il pluridecennale status quo in vigore sul Monte del Tempio, che il governo d’Israele è impegnato a far rispettare. Israele reagisce con la massima moderazione possibile alle ripetute violenze palestinesi sul Monte del Tempio. Il suo obiettivo è quello di permettere ai musulmani di pregare in modo pacifico e agli ebrei e agli altri di visitare il sito nella massima tranquillità e sicurezza. La polizia, benché costantemente nel mirino di facinorosi e provocatori, utilizza solo mezzi non letali per ripristinare l’ordine. Al contrario – prosegue la nota – il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e i suoi soci di Hamas nel ‘governo di unità nazionale’ si adoperano per sabotare lo status quo in vigore sul Monte del Tempio, e istigano sommosse per alimentare le tensioni”.
Vignetta pubblicata su internet dalle Forze di Sicurezza Nazionale dell’Autorità Palestinese con il titolo: “Al-Aqsa viene stuprata”
Vignetta pubblicata mercoledì su internet dalle Forze di Sicurezza Nazionale dell’Autorità Palestinese con il titolo: “Al-Aqsa viene stuprata”
Gli estremisti islamisti mettono anche in pericolo la sicurezza della moschea di al-Aqsa trasformandola in una base d’attacchi senza esitare ad immagazzinare all’interno di quello che venerano come il loro terzo luogo santo pericolosi ordigni altamente infiammabili come petardi di grosse dimensioni e bombe molotov.
E’ in questo contesto incandescente che Abu Mazen ha pubblicamente esortato i palestinesi a utilizzare “tutti i mezzi” per impedire agli ebrei di accedere al Monte del Tempio, definendo “un branco di coloni” gli ebrei che desiderano recarsi nel luogo più sacro dell’ebraismo. In passato, lo stesso Abu Mazen non ha esitato a diffondere menzogne, accusando Israele di attacchi alla moschea di al-Aqsa e gli ebrei di “dissacrarla” con la loro sola presenza.
“La comunità internazionale – conclude la nota del governo israeliano – dovrebbe condannare con fermezza l’opera di istigazione di Abu Mazen ed esortare il presidente palestinese a cessare l’incitamento alla violenza e al terrorismo. Atti e parole violente devono cessare se si vuole ripristinare la calma a Gerusalemme e in particolare sul Monte del Tempio”. (Da: MFA, 6.11.14)

mercoledì 5 novembre 2014

Attentato a Gerusalemme: trucidato un ufficiale druso della Polizia di Frontiera israeliana

Giornata di lutto nella capitale di Israele: Gerusalemme è stata ancora una volta colpita al cuore dal terrorismo palestinese e il mandante è l'illegittimo "presidente" Abu Mazen che da giorni incita all'odio e alla rivolta. Teatro dell'ennesimo attentato palestinese è stata di nuovo la linea leggera del tram che collega la parte araba e quella ebraica della città.. Un palestinese Ibrahim Al-Acari del villaggio Shuafat con il suo furgone ha investito quattro persone uccidendo Jidan Assad druso, 38 anni ufficiale della Polizia di Frontiera e ferito altri due agenti in modo grave . Lascia moglie incinta di 5 mesi e un figlio di tre anni....la terra gli sia lieve.


Jidan Assad
 
 
Poi ha proseguito la sua corsa omicida contro un altro gruppo di persone che ha investito con ferocia. E' sceso dal mezzo e ha iniziato poi a infierire su di loro con un tubo di ferro prima di essere ucciso da due poliziotti
 
 

domenica 26 ottobre 2014

Israele: pace con chi? Quando uccidere bambini e ragazzi ebrei rende eroi

Il terrorista palestinese che ha ucciso la piccola Haya Zissel Braun di soli tre mesi qualche settimana fa aveva pubblicato un video nel quale elogiava Marwan Kawasme e Amar Abu Aysha, i due terroristi legati ad Hamas che avevano rapito e ucciso i tre ragazzi israeliani.
Questo infame terrorista, che si chiamava Abdel Rahman al-Shaludi, è stato unanimemente riconosciuto dai palestinesi e dai gruppi filo-palestinesi come un eroe per aver ucciso la piccola neonata israeliana, un “martire” che ha compiuto il suo dovere di buon musulmano uccidendo una ebrea in fasce e cercando di uccidere quanti più ebrei possibile. Su Facebook, anche grazie alla complicità di certi pseudo “attivisti per i Diritti Umani” questo assassino di bambini è diventato una vera celebrità. Il suo video sta facendo il giro del web.
La cosa buffa, che in realtà dovrebbe essere tragica, è che in occidente si continua a chiedere a Israele di fare la pace con queste persone senza però pretendere nulla dalla controparte araba, nemmeno un misero riconoscimento o almeno l’introduzione della parola “pace” in un documento ufficiale. Non solo, il buon occidente finanzia ad ampie mani le prossime guerre che questi “signori” stanno già preparando contro Israele. Sono sempre i soldi occidentali che finanziano le scuole dove ai bambini si impara che uccidere gli ebrei non solo non è peccato ma è un dovere per ogni “buon musulmano”.
Il silenzio che è calato sull’omicidio della piccola Haya Zissel Braun è paragonabile solo a quello che è seguito al massacro di Itamar quando terroristi arabi massacrarono a sangue freddo una intera famiglia, compresi i bambini piccolissimi. Anche allora la stampa occidentale tacque quasi completamente. Anzi, nonostante l’aperta rivendicazione da parte delle Brigate dei martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah (e quindi della ANP di Abu Mazen) continuarono imperterriti a chiamare queste bestie “interlocutori per la pace”. Ma quale pace? Di cosa stiamo parlando?
Non vorrei che si considerassero i casi dell’omicidio della piccola Haya Zissel Braun e dei tre ragazzi israeliani come casi isolati, frutto della follia di singoli individui fanatici. Non lo sono e per capirlo basta guardare le reazioni sui social network. I palestinesi la pensano tutti così, senza alcuna distinzione. Non ci sono palestinesi buoni e “interlocutori della pace” e palestinesi cattivi. Ci sono solo palestinesi o cosiddetti tali. Prima se ne prende atto è meglio è per tutti. Sono nemici e come tali vanno trattati. E se è vero che la pace si fa con i nemici e altrettanto vero che prima è sempre meglio sconfiggerli, poi si può parlare di pace.
 
Scritto da Miriam Bolaffi

sabato 25 ottobre 2014

Abu Mazen decreta: lavori forzati ed ergastolo a chi vende la propria terra ad uno “Stato nemico”

Ramallah, 20 Ottobre 2014 – Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha emesso un decreto  che modifica il codice penale palestinese in modo da aggiungere i lavori forzati, oltre al carcere a vita, ai palestinesi che vendono, affittano o fanno da mediatori nelle transazioni immobiliari con “cittadini di paesi ostili”. Lo riporta l’agenzia di stampa Wafa
La decisione di Abu Mazen coincide con le polemiche suscitate fra i palestinesi dalla notizia che arabi di Gerusalemme est hanno venduto case ad ebrei nel quartiere di Silwan. Già a fine Settembre infatti era dovuta intervenire la polizia israeliana per consentire ad alcune famiglie di religione ebraica di stabilirsi nelle case che avevano regolarmente e legalmente acquistato nel quartiere: i nuovi proprietari erano stati accolti dagli altri abitanti della zona con sputi, insulti e lanci di pietre.
Nel 2010 un tribunale dell’ANP ha ribadito che la vendita di terra agli israeliani è punibile con la morte. Anche se la pena di morte non è stata ufficialmente eseguita, nel corso degli ultimi quattro decenni a Gerusalemme est e in Cisgiordania sono stati uccisi in modo extragiudiziale molti palestinesi accusati di coinvolgimento in vendite immobiliari ad ebrei.
(Fonte: Israele.net, Ansa, 21 Ottobre 2014)
 

domenica 19 ottobre 2014

E questo sarebbe il Monte del Tempio “nelle mani di Israele”Una giornata di ordinaria follia, nella video-testimonianza di un giornalista “infiltrato”

La coincidenza di festività ebraiche e musulmane di quest’anno e l’aumento delle tensioni nella regione hanno riportato in evidenza l’atmosfera già di per sé instabile nel complesso del Monte del Tempio, a Gerusalemme.
Agli occhi di un estraneo in visita, il complesso del Monte del Tempio con la Moschea di al-Aqsa sembra caratterizzato da una sorta di balletto tra i diversi fedeli e le forze di sicurezza israeliane. Ma un esame più attento rivela quella che appare piuttosto una polveriera pronta ad esplodere: da una parte, fedeli ebrei che cercano di accedere al complesso; dall’altra, fedeli e funzionari religiosi musulmani che si battono contro la loro presenza; in mezzo, stuoli di spaesati turisti cristiani. Tutti insieme, sembrano il set di un film abbastanza surreale.
Il sito, che si trova all’interno della cerchia di mura della Città Vecchia di Gerusalemme, ha conosciuto nel corso degli anni ripetuti incidenti e disordini, coi palestinesi che paventano terribili minacce da parte israeliana al sito che i musulmani chiamano il Nobile Santuario, e gli israeliani che smentiscono qualsiasi minaccia ed anzi lamentano i pesanti limiti imposti agli ebrei, per non irritare i musulmani, su un sito venerato come il luogo dove nell’antichità sorgevano il primo e il secondo Tempio.
Il complesso comprende la Cupola della Roccia del VII secolo e.v., che si affaccia proprio sopra al Muro Occidentale (o “muro del pianto”), venerato dagli ebrei come le ultime vestigia del secondo Tempio (per intenderci, quello in cui pregò Gesù secondo i cristiani).
Durante la guerra dei sei giorni del 1967 i paracadutisti israeliani riuscirono a prendere la collina del Tempio (occupata per quasi vent’anni dalla Legione Araba di Giordania e preclusa a tutti gli ebrei) e in una prima fase il luogo divenne accessibile ai seguaci di tutte le religioni. Ben presto però, a seguito delle pressioni internazionali, il controllo religioso della zona venne passato al Waqf islamico di Gerusalemme, l’ente di amministrazione fiduciaria del patrimonio musulmano, e ai fedeli ebrei non fu più permesso pregare nel sito.
Da allora, innumerevoli volte il complesso si è trasformato in un campo di battaglia che ha visto contrapporsi bande più o meno organizzate di giovani palestinesi armati di pietre, spranghe e molotov, e le forze di sicurezza israeliane chiamate a ristabilire l’ordine e a proteggere gli ebrei in preghiera nel sottostante piazzale del Muro Occidentale.
 
Secondo lo status quo in vigore da decenni, i fedeli musulmani sono autorizzati a entrare nel complesso in tutte le ore della giornata e da tutti i suoi undici ingressi, mentre i fedeli ebrei possono entrare solo dalle 7 e 30 alle 11 del mattino attraverso la porta Mughrabi, riservata ai turisti, salendo lungo la “provvisoria” passerella in legno e con abbondante scorta di polizia. E nella spianata sul Monte del Tempio non possono pregare.
Cionondimeno i palestinesi sono sempre più furibondi per il crescente numero di visite al sito da parte di fedeli ebrei ortodossi, e per la pretesa di alcuni di questi di poter pregare sulla spianata che ospitava il primo e il secondo Tempio.
I gruppi in visita sono scortati dalla polizia. Se qualcuno del gruppo viene sorpreso a pregare, anche a bassa voce, o mette in mostra un qualunque oggetto o accessorio identificabile come ebraico o israeliano, che sia una bandierina o un libro di preghiere, deve essere immediatamente espulso dall’area.
La polizia israeliana è stretta tra l’incudine e il martello: non deve permettere queste “provocazioni” da parte degli ebrei, ma deve anche vedersela con le frequenti provocazioni da parte di fedeli musulmani, in particolare giovani maschi e donne anziane, che facilmente si mettono a insultare gli agenti di polizia e i visitatori ebrei, o anche a bersagliarli con oggetti vari. A volte le cose si scaldano a tal punto che la polizia è costretta a bloccare del tutto l’accesso degli ebrei per un certo periodo, cedendo alle minacce di disordini da parte dei musulmani.
L’ingresso di troupe televisive e giornalisti israeliani è quasi impossibile. Personalmente, mi sono furtivamente aggregato a un gruppo organizzato di turisti francesi. All’ingresso ho superato un gruppo di giovani ebrei religiosi con la kippà (papalina) in testa che non avevano potuto passare il controllo di sicurezza e quindi non potevano accedere all’area.
La precaria passerella in legno costruita per tenere separati i visitatori non-musulmani dai fedeli musulmani conduce alla cupola dorata della Roccia, dentro la quale si trova la Pietra della Fondazione, la roccia che secondo la tradizione fu testimone della vicenda biblica del sacrificio di Isacco (o di Ismaele: dipende dalla persona a cui lo si domanda).
Decine di ispettori del Waqf musulmano sono sparsi per tutto il complesso, muniti di radio ricetrasmittenti, intenti a indagare l’identità religiosa dei turisti e soprattutto le loro segrete intenzioni. Qualunque segno di fede ebraica, o tentativo di pregare o di tirar fuori un libro in ebraico scatena immediatamente gruppi di musulmani, uomini e donne, che passano il tempo apparentemente intenti a studiare il Corano (separati fra loro, ovviamente), in realtà in perenne stato di allerta per tale eventualità.
A tratti il rumore nel complesso è assordante. Le grida “Allahu Akbar” (Allah è grande) si fanno più intense quando un gruppo di ebrei con barba e kippà viene scorato fuori dalla polizia dopo che uno degli occhiuti ispettori del Waqf ha avuto il sentore che fossero venuti qui per pregare. Il lesto sgombero degli ebrei sospettati di voler pregare serve a prevenire la veloce escalation che vedrebbe, come tante altre volte, il repentino dispiegamento di “squadre islamiche” che stazionano in paziente attesa nei vicoli e nei quartieri di Gerusalemme est tutt’attorno al complesso. La rapidità e la determinazione dell’intervento della polizia israeliana sul Monte del Tempio è ciò che il più delle volte previene lo scoppio di violenze fisiche, riducendo lo scontro a una gara di voci. Il suono dei fedeli ebrei che cantando e pregano nel sottostante piazzale del Muro del Pianto sale verso la spianata dove sorge la Cupola della Roccia, dalla quale cori di uomini barbuti e donne velate di nero cercano di sovrastarlo con grida e urla in arabo come “fuori gli ebrei, questo luogo appartiene ai musulmani!”. Davanti a tutto questo, dei turisti cinesi scattano fotografie alla cupola dorata e alle donne velate, dedite a forme di accattonaggio aggressivo.
Per un breve momento le grida si fermano e il gruppo di turisti in cui mi sono intrufolato riceve dalla guida una spiegazione che è l’esatto opposto di ciò che gli è stato detto davanti al Muro Occidentale.
Tutt’a un tratto le urla ricominciano. Questa volta è un gruppo di donne in hijab nero che si precipita gridando “Allahu Akbar” per scacciare un gruppo di turisti israeliani in abito secolare, e piuttosto spaventati, accompagnati da una guida autorizzata che ha osato sfogliare una guida turistica in ebraico.
E questo sarebbe il Monte del Tempio “nelle mani di Israele”.
 
(Da: YnetNews, 15.10.14)

sabato 11 ottobre 2014

9 Ottobre 1982, ore 11:55: il terrorismo palestinese colpisce la Comunità Ebraica di Roma. Per non dimenticare.


Sono le 11,55 di sabato mattina 9 ottobre 1982. È Sheminì Azeret, ultimo giorno della festa di Sukkot (delle Capanne). I fedeli escono dalla Sinagoga Maggiore di Roma attraverso il piccolo cancello di ferro annerito su Via Catalana. Il mediorientale che sosta sul marciapiede opposto infila la mano destra nella sacca, sorride, guarda negli occhi chi sta uscendo. Lancia una granata. I fedeli cadono a terra. Poi arrivano le sventagliate di mitra. Gli attentatori sono una decina, si mettono in fuga: l’unico nome noto, il giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar, sarà condannato all’ergastolo solo dopo essere svanito su un volo dell’Olimpyc Airways Atene-Tripoli a fine 1988. Nell’attentato, ufficialmente organizzato per vendicare l’invasione israeliana del Libano (dopo 12 anni di attentati terroristici in territorio israeliano compiuti dai palestinesi con base in Libano), viene ucciso il fanatico sionista Stefano Tachè, ebreo romano di anni due. Trentacinque persone vengono ferite, alcune in modo molto grave, fra cui Emanuele Pacifici, figlio del rabbino di Genova Riccardo Pacifici, deportato ad Auschwitz con la moglie, e non ritornato.
Neanche due ore dopo l’attentato viene distribuito un volantino redatto frettolosamente dagli studenti ebrei, intitolato ironicamente “Grazie!”. È un atto d’accusa contro Giulio Andreotti e Bettino Craxi che flirtano con Yasser Arafat; contro il Pci filo-sovietico schierato dalla parte degli arabi; contro quotidiani e settimanali dove fioccano i paragoni fra sionismo e nazismo confusi fra le critiche all’invasione israeliana del Libano; contro gli autonomi romani che avevano affisso lo striscione “Bruceremo i covi sionisti” sulla piccola Sinagoga di Via Garfagnana; contro i sindacati che avevano deposto una bara di fronte alla Sinagoga Maggiore fra sventolii di bandiere rosse; contro Sandro Pertini, capo dello Stato ed attento alle ragioni di tutti ma non degli ebrei.
Sono passati 28 anni da allora: è cambiato qualcosa?
Thanks to Barbara

mercoledì 8 ottobre 2014

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, la nave da crociera italiana Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte di Liberazione della Palestina. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell’invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat ), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.
Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al veivolo egiziano un veivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il veivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del ministero di Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.
Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l’Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un’informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell’informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare  contenuto.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.

lunedì 6 ottobre 2014

Il genocidio immaginario di Abu Mazen


Nel discorso incendiario tenuto venerdì scorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accusato Israele di condurre un genocidio contro il popolo palestinese.
Abu Mazen si riferiva all’operazione “Margine protettivo” che Israele ha condotto la scorsa estate nella striscia di Gaza controllata da Hamas, dopo il rapimento e assassinio da parte del gruppo terroristico di tre adolescenti israeliani vicino a Gerusalemme e una irrefrenabile escalation di lanci di razzi e colpi di mortaio contro i civili israeliani.
Abu Mazen è stato ben attento a non citare i veri obiettivi dell’operazione, che non avevano nulla a che fare con il genocidio. L’obiettivo primario era quello di distruggere la rete di gallerie terroristiche di Hamas che penetrano fin dentro Israele: tunnel che dovevano servire per condurre attentati terroristici contro i kibbutz e le città israeliane nei dintorni di Gaza allo scopo di uccidere uomini, donne e bambini innocenti, colpevoli soltanto d’essere israeliani. Un secondo obiettivo dell’operazione “Margine protettivo” era quello di distruggere il maggior numero possibile di mortai e razzi: vale a dire gli ordigni che Hamas, Jihad Islamica e altre organizzazioni terroristiche islamiste attive a Gaza lanciano ripetutamente e ossessivamente contro civili israeliani.
Purtroppo, nel corso dei combattimenti per individuare e distruggere i tunnel e gli arsenali dei terroristi, sono rimasti uccisi o feriti anche molti civili palestinesi. Israele stima che circa la metà degli oltre duemila morti nei combattimenti a Gaza siano civili. Molte volte queste vittime sono state il risultato diretto della strategia di Hamas, che cerca esplicitamente di provocare il maggior numero possibile di vittime civili da entrambe le parti. Non a caso Hamas piazza terroristi e lanciarazzi nel mezzo delle zone più densamente abitate; costringe i civili palestinesi a rimanere in quelle zone anche dopo che le Forze di Difesa israeliane li hanno avvertiti di evacuare; utilizza ospedali moschee e scuole, comprese quelle delle Nazioni Unite, come rampe di lancio per i suoi razzi e come nascondigli per armi e terroristi. Mentre spendeva decine di milioni di dollari per costruire una vasta rete di tunnel al solo scopo di attaccare gli israeliani, Hamas non ha costruito un solo rifugio per gli abitanti di Gaza.
Israele, al contrario, fa di tutto per evitare vittime civili. La gente nelle zone dove si trovavano bersagli militari come i tunnel veniva avvertita in anticipo degli imminenti bombardamenti; sono stati lanciati volantini, sono state fatte telefonate, è stata usata la tecnica del colpo d’avvertimento prima dell’attacco vero e proprio per dare tempo agli occupanti di allontanarsi.
Nessuna di queste misure – che costituiscono l’esatto contrario di una strategia genocida – ha impedito ai palestinesi di sostenere che Israele a Gaza abbia cercato di realizzare un genocidio. Abu Mazen non ha fatto altro che alimentare questa miserabile menzogna: l’uomo che ha scritto una tesi di dottorato cercando di negare un vero genocidio, la Shoah, è andato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite davanti ai rappresentanti di 193 nazioni a pronunciare ignobili calunnie che sono passate senza suscitare particolari reazioni.
Inutile dire che il discorso di Abu Mazen rende assai difficile immaginare di andare avanti nei negoziati con i palestinesi per un accordo a due stati. E’ proprio il tipo di calunnie e di istigazione all’odio contro Israele interpretato da Abu Mazen sul podio delle Nazioni Unite che impedisce anche solo un minimo di riconciliazione. Fino a quando anche i leader palestinesi più “moderati” continueranno a dipingere gli israeliani come colpevoli di genocidio, non c’è molta speranza di risolvere il conflitto. Non ci può essere alcuna speranza di pace finché i politici palestinesi più popolari come Abu Mazen continuano a considerare un crimine la creazione dello stato di Israele, e non la decisione tragicamente sbagliata da parte dei leader arabi e palestinesi nel 1948 di cercare di distruggere Israele. E non ci può essere speranza di pace finché Abu Mazen indica nel’”occupazione” la causa – e la giustificazione – del terrorismo islamista, tacendo il fatto che i fedayn, che pure ha ricordato nel suo discorso, iniziarono i loro spietati attentati contro i civili israeliani anni prima che vi fosse l’”occupazione”.
Verso la fine del suo discorso, Abu Mazen ha parlato dello sforzo di introdurre un “progetto di risoluzione sul conflitto israelo-palestinese” che preveda la creazione di uno stato di Palestina “su tutto il territorio occupato nel 1967″ con Gerusalemme est come sua capitale e una “giusta” soluzione del problema dei profughi palestinesi. Evidentemente Abu Mazen cerca di imporre a Israele delle condizioni che nessun governo israeliano, passato o presente, potrebbe accettare. Il suo discorso alle Nazioni Unite ha infranto ogni speranza e fiducia che poteva esistere tra i leader politici palestinesi e israeliani. Questo dovrebbe essere il tempo per ricostruire le relazioni bilaterali, non per distruggerle
(Fonte: Jerusalem Post, 28 Settembre 2014)

mercoledì 1 ottobre 2014

Il discorso di Benjamin Netanyahu all'ONU


Nel  suo discorso alle Nazioni Unite, il primo ministro ribadisce la posizione di Israele e sostiene che all'Iran non deve essere permesso di ottenere la bomba nucleare. “Sconfiggere lo Stato Islamico ma lasciare Iran con la bomba atomica sarebbe come vincere la battaglia ma perdere la guerra", ha detto poche ore fa il primo ministro Benjamin Netanyahu nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il primo ministro ha evidenziato un nesso tra la minaccia che Israele affronta con Hamas a Gaza e la minaccia che la comunità internazionale ha di fronte a se con lo Stato Islamico. "Hamas, come lo Stato Islamico, vuole un califfato". "L'obiettivo immediato di Hamas’è quello di distruggere Israele, ma ha un obiettivo più ampio: la stessa "ISIS", ha detto il primo ministro. "ISIS e Hamas sono rami dello stesso albero velenoso quando si tratta di loro obiettivi finali: Hamas è ISIS e ISIS è Hamas."  "La lotta di Israele contro Hamas è la lotta mondiale contro il militantismo", ha affermato Netanyahu. "La lotta contro l'Islam militante è indivisibile. Ecco perché la lotta di Israele contro Hamas è la vostra lotta. Israele sta combattendo la cosa che i vostri paesi potrebbero essere chiamati a combattere domani”. Hamas, Stato Islamico, Hezbollah e altre organizzazioni militanti islamici tutti condividono un'ideologia fanatica. Essi cercano di creare enclavi in espansione continua dell'Islam militante. Dove non c'è libertà o tolleranza, ha avvertito Netanyahu.

"I nazisti credevano in una razza superiore. Gli islamisti militanti credono ciecamente in una fede superiore."

Non diversamente da queste organizzazioni militanti dell'Islam, l'Iran è altrettanto pericoloso, il primo ministro ha detto: "L'Iran con armi nucleari sarà la più grave minaccia per noi - islamisti militanti con una bomba nucleare". "Una cosa è confrontarsi con militanti islamici in un camioncino con un fucile, un'altra cosa quando hanno armi di distruzione di massa. Lascereste ISIS arricchire uranium o sviluppare missili balistici intercontinentali? Allora non lasciate farlo neanche all’Iran.”  “Sconfiggere ISIS e lasciare l'Iran come potenza nucleare è come vincere la battaglia ma perdere la guerra," Netanyahu ha aggiunto.

"Il presidente iraniano Rouhani era qui la scorsa settimana e versava lacrime di coccodrillo", accusa il primo ministro.  "Non fatevi ingannare dal fascino manipolativo dell'offensiva iraniana", ha ammonito. "E’ progettato per un solo scopo: per sollevare le sanzioni e rimuovere gli ostacoli sul percorso dell'Iran alla bomba." "Permettere che ciò accada sarebbe un grave pericolo per il nostro futuro comune. Una volta che che l'Iran produrrà bombe atomiche, vedrete scomparire il fascino e il sorriso", ha continuato. Netanyahu è stato applaudito quando ha ribadito che "le capacità nucleari dell'Iran devono essere completamente smantellate."

Facendo il punto sulla lotta contro Hamas e sull'operazione Margine Protettivo, il primo ministro ha chiesto ai delegati "Che cosa farebbero i vostri paesi se fossero colpiti da migliaia di razzi le vostre città? Non lascereste di certo che i terroristi sparassero razzi sulle città con impunità. Israele giustamente si è difesa sia contro gli attacchi di razzi sia contro i tunnel del terrore".

Hamas ha combattuto una guerra di propaganda. "Hamas ha cinicamente usato i palestinesi e le scuole delle Nazioni Unite come scudi e siti di stoccaggio, mentre sparava verso Israele." Il premier israeliano ha poi risposto alle accuse del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, che nel suo discorso alle Nazioni Unite aveva additato Israele per aver commesso un genocidio a Gaza durante l'operazione Protective Edge.

"Non abbiamo colpito deliberatamente i civili a Gaza e ci dispiace ogni vittima civile. Nessun altro paese e nessun altro esercito nella storia ha fatto tanto come noi per evitare vittime tra la popolazione civile del loro nemico. Abbiamo sostenuto valori morali più alti di qualsiasi altro esercito del mondo. I nostri soldati meritano ammirazione, non condanna.”

Hamas, d'altra parte, "stava facendo tutto il possibile per mirare alle vite dei civili", ha detto. Hamas ha deliberatamente messo i suoi razzi dove i bambini palestinesi vivevano e giocavano", ha continuato Netanyahu, tirando fuori una foto di France 24 durante la guerra, mostrando bambini di Gaza che giocano nei pressi di un lanciarazzi. "Signore e signori, questo è un crimine di guerra. Israele ha usato i suoi missili per proteggere i bambini - Hamas usa i bambini per proteggere i suoi missili" ha detto.

Netanyahu ha criticato il Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite per la loro ipocrisia nel condannare Israele per le sue azioni, mentre inviava un messaggio ai terroristi di tutto il mondo: Utilizzate i bambini come scudi umani.  "La UNHRC ha tradito la sua nobile missione di proteggere gli innocenti. Il Consiglio dei diritti umani è diventato il Consiglio per i Diritti dei terroristi", ha detto Netanyahu. "Anche il termine 'Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite' è un ossimoro."  Secondo Netanyahu, questo "pregiudizio contro Israele" del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite è una nuova forma di antisemitismo.

Il primo ministro ha affrontato il tema dei negoziati di pace israelo-palestinesi, dichiarando che si sono fermati nel mese di aprile. "Sono pronto a fare un compromesso storico", ha detto.

"Un riavvicinamento più ampio tra Israele e il mondo arabo può contribuire a facilitare la pace israelo-palestinese", ha detto Netanyahu. "Israele è pronto a lavorare con i partner arabi per affrontare i pericoli e cogliere le opportunità. C'è un nuovo Medioriente: presenta nuovi rischi, ma anche nuove opportunità. Dobbiamo sconfiggere il jihadismo ed eliminare il rischio del nucleare iraniano. Abbiamo bisogno del mondo arabo per realizzare la pace con i Palestinesi"

L'iniziativa di pace araba, invece, "dovrebbe essere aggiornato in base alle realtà attuali."

"In ogni accordo di pace insisterò sempre sul fatto che Israele debba potersi difendersi da sé," ha sottolineato il primo ministro "

Netanyahu ha concluso il suo intervento citando il profeta Isaia:

Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come una fiaccola.

 

"Cerchiamo di accendere una fiaccola della verità e della giustizia per salvaguardare il nostro futuro comune."

venerdì 26 settembre 2014

Lavoratori palestinesi in Cisgiordania: “Meglio lavorare per gli israeliani”

Il quotidiano ufficiale dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadida elogia le condizioni di lavoro dei palestinesi impiegati da israeliani negli insediamenti in Cisgiordania, denunciando al contempo i bassi salari e la mancanza di diritti dei palestinesi alle dipendenze di altri palestinesi.
In un articolo pubblicato lo scorso 21 settembre (tradotto in inglese da Palestinian Media Watch), Al-Hayat Al-Jadida scrive: “Ogni volta che i lavoratori palestinesi hanno l’opportunità di lavorare per datori di lavoro israeliani sono pronti a lasciare il loro lavoro sotto datori di lavoro palestinesi per motivi che hanno a che vedere con stipendio e altri diritti”.
Il giornale ha intervistato un gruppo di lavoratori palestinesi per la stesura del reportage e ha scoperto che quelli con datori di lavoro israeliani guadagnato molto di più di quelli che lavorano per altri palestinesi.
Tutti i palestinesi impiegati da palestinesi hanno detto di non avere assicurazione medica, che per la legge palestinese non è obbligatoria, e che non ricevono nessun rimborso per i trasporti. Al contrario, specifica il quotidiano palestinese, i datori di lavoro israeliani sono soliti coprire le spese di trasporto dei lavoratori da e per il luogo di lavoro.
Scrive inoltre Al-Hayat Al-Jadida che si può fare affidamento sui datori di lavoro israeliani per quanto riguarda il regolare pagamento degli stipendi. “Gli unici casi in cui un lavoratore palestinese non riceve lo stipendio pattuito con il datore di lavoro israeliano sono i casi in cui l’intermediario è un palestinese – dice Muhammad Hassan, un lavoratore agricolo – E questo perché è l’intermediario che impiega i lavoratori a proprie spese ed è lui che paga i loro stipendi, il che mette il lavoratore a rischio di subire soprusi o mancati pagamenti”.
Pausa preghiera per lavoratori palestinesi in una fabbrica israeliana nella zona di Ma’ale Adumim
Pausa-preghiera di lavoratori palestinesi in una fabbrica israeliana nella zona di Ma’ale Adumim

“Io lavoro dieci ore al giorno e ricevo uno stipendio mensile di non più di 1.900 shekel (ca. 400 euro) – racconta Fuad Qahawish, cameriere in un ristorante palestinese – Non abbiamo diritti integrativi come le ferie annuali, le spese di trasporto e così via. I miei colleghi che fanno lo stesso lavoro per gli israeliani ricevono 4.000 shekel al mese (ca. 855 euro) per lo stesso numero di ore”.
Secondo Wael Nazif, amministratore delegato dell’Unione delle Organizzazioni dei lavoratori palestinesi nel distretto di Gerico, è “inconcepibile che il lavoratore palestinese riceva pieni diritti dai datori di lavoro israeliani, ma non da quelli palestinesi”.
Mentre i datori di lavoro israeliani sono tenuti per legge a pagare i lavoratori palestinesi il salario minimo israeliano (23 shekel/ora, ca. 5 euro), spiega Al-Hayat Al-Jadida, l’Autorità Palestinese non fa rispettare la propria legge sul salario minimo.
“Il lavoratore palestinese – conclude l’articolo del giornale dell’Autorità Palestinese – riceve dai datori di lavoro israeliani praticamente tutti i suoi diritti, potendo eventualmente avvalersi dei tribunali. Ha diritto alle ferie annuali, alle assenze per malattia, ai contributi pensionistici, al pagamento degli straordinari e alla copertura delle spese di trasporto. Viceversa, la maggioranza dei datori di lavoro palestinesi non garantisce nessuno questi diritti ai loro lavoratori, ad eccezione di poche istituzioni che hanno iniziato ad applicarli senza pressione da parte di soggetti ufficiali”.
(Da: Times of Israel, 24.9.14)

domenica 21 settembre 2014

A Captain Speaks: Entering Gaza to Care for Civilians


“Nothing Else Matters”: How a Father Protected his Family from Hamas’ Ro...


I tutori della pace in fuga davanti alla guerra

Dopo quarant’anni, le truppe Onu incaricate di salvaguardare la separazione delle forze israeliane e siriane sulle alture del Golan hanno abbandonato le loro postazioni: sono fuggite in Israele, per mettersi al sicuro. Questo il resoconto del sito The Tower: «La forza degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), istituita nel 1974 per “mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria” e “vigilare le zone di separazione e di limitazione (delle forze), come previsto dall’accordo di separazione delle forze del maggio 1974”, ha ritirato i caschi blu tutori della pace dal territorio siriano perché “la situazione negli ultimi giorni è gravemente peggiorata”».
Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, citato dalla Reuters, ha dichiarato: «Gruppi armati hanno guadagnato terreno nell’area delle postazioni UNDOF, ponendo una minaccia diretta alla sicurezza ed incolumità dei caschi blu tutori della pace lungo la linea [siriana] Bravo e a Camp Faouar», ed ha aggiunto che tutto il personale Onu in quelle posizioni è stato spostato sul versante israeliano della frontiera.
Il collasso della forza Onu di fronte al deterioramento della situazione pone importanti interrogativi. L’israeliano Yossi Klein Halevi lo ha scritto chiaro e tondo: «Durante i recenti e falliti colloqui di pace tra Israele e palestinesi, il Segretario di stato americano John Kerry ha suggerito che Israele cedesse il controllo del confine fra Cisgiordania e Giordania ad una forza di pace internazionale. Ma la scorsa settimana centinaia di tutori della pace delle Nazioni Unite schierati sul confine fra Israele e Siria si sono a malapena messi in salvo fuggendo in Israele quando le forze di al-Qaeda hanno invaso le loro posizioni. Su chi dobbiamo fare affidamento per difenderci, se non su noi stessi?»

Caschi blu delle Fiji al loro ingresso in Israele dopo aver lasciato il Golan siriano lo scorso 15 settembre
Caschi blu delle Fiji al loro ingresso in Israele dopo aver lasciato il Golan siriano lo scorso 15 settembre

Quella di schierare forze internazionali in Cisgiordania è una vecchia trovata, ma il tracollo dell’UNDOF serve a ricordarci che semplicemente non funzionerebbe. Fino a quando la regione non sarà in pace e tutti i gruppi terroristici sconfitti, e l’Autorità Palestinese non sarà chiaramente in grado di combattere il terrorismo e garantire legge e ordine, l’unica cosa che impedisce l’instaurarsi in Cisgiordania di una forte presenza terrorista è l’esercito israeliano.
Senza dimenticare che non solo gli israeliani, ma anche i palestinesi e i giordani dipendono dalle Forze di Difesa israeliane per impedire che gruppi come Hamas, al-Qaeda o addirittura l’ISIS conquistino terreno in Cisgiordania.
Le forze Onu nel sud del Libano (UNIFIL) non sono state capaci di tenere sotto controllo Hezbollah, sempre riluttanti ad affrontarlo, mentre l’UNDOF è fuggita di fronte ai terroristi. Un identico risultato è del tutto prevedibile in Cisgiordania, oggi e domani, se dovessero andarsene le forze israeliane. Ammettere questo fatto non significa auspicare una permanente occupazione israeliana della Cisgiordania, ma sicuramente ogni speranza o piano di pace deve essere fondato sulla realtà.
Come ha scritto Yossi Klein Halevi nell’articolo già citato, il punto di vista degli israeliani su questi interrogativi si basa su una cruda valutazione della loro situazione: «Gli israeliani vedono la sorte delle minoranze yazidi e cristiane in Medio Oriente e si dicono: figuriamoci cosa accadrebbe a noi se abbassassimo la guardia”.
Quella guardia, essenziale per la loro sicurezza e per quella di palestinesi e giordani, non può essere sostituita da un’irresoluta forza internazionale o delle Nazioni Unite che, a giudicare dall’esperienza, si sottrarrebbe allo scontro e fuggirebbe di fronte al pericolo reale.
(Da: Israel HaYom, 17.9.14)

mercoledì 3 settembre 2014

«Ma la Striscia non è il ghetto di Varsavia»


E’ un attacco duro, senza mezzi termini, quello pubblicato dal quotidiano francese Le Monde e firmato da Claude Lanzmann, regista e sceneggiatore autore, tra gli altri, del film Shoah. Lanzmann, in un articolo intitolato «Quattro moschettieri pro Gaza in crociata contro Israele», risponde, a distanza di due settimane, alla lettera, pubblicata sempre da Le Monde, firmata da Rony Brauman, Régis Debray, Edgar Morin e Christiane Hessel, nella quale i quattro autori, rivolgendosi al presidente Hollande, lo interpellavano sull’impunità internazionale della quale sarebbe beneficiario lo Stato israeliano nonostante i massacri di civili nella Striscia di Gaza. «Un testo partigiano, menzognero, senza coraggio e provocatorio» che dimentica che «è Hamas ad avere la responsabilità dell’orrore e della collera di tutte le morti civili nella Striscia di Gaza».

E’ stata Hamas, secondo Lanzmann (e non solo secondo lui…secondo la realtà dei fatti!), ad aver provocato Israele perché i leader del movimento islamico «sapevano che l’uccisione dei tre giovani ebrei rapiti, sommata al lancio di missili verso le città israeliane, avrebbero provocato la risposta dello Stato Ebraico. E la volevano». Per il regista francese, autore anche dei film Pourquoi Israel e Tsahal, sono false anche le testimonianze e i racconti che dipingono una Striscia di Gaza imprigionata, ridotta allo stremo, senza cibo e a corto di medicinali: «Ci parlano di Gaza come di una prigione a cielo aperto, Hamas protesta per la chiusura del valico di Rafah, ma questa è propaganda, ben fatta, ma menzognera. La gente non muore né di fame né di sete a Gaza, i negozi sono pieni di beni in vendita, e basta avere un po’ di denaro per far sì che la lotta di classe esista lì come altrove».

Per Lanzmann, poi, l’Istituto culturale francese a Gaza, citato nella lettera di Brauman, Debray, Morin e Hessel e dal quale sarebbero stati lanciati degli «sos» sulla tragica situazione nella Striscia, sarebbe solamente «un avamposto della propaganda anti-israeliana che cerca di far passare una città nemica, e per questo soggetta a un blocco, come il ghetto di Varsavia».

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Agosto 2014)

La vergogna del boicottaggio a Israele


L’Europa sta diventando di nuovo un pessimo posto per gli ebrei, e questo avviene, come ha scritto l’intellettuale francese Claude Lanzmann nella lettera pubblicata anche dal Foglio, all’insegna di un antisemitismo mascherato da solidarietà con Gaza, ma alla fine con Hamas. In una corrispondenza da Londra, ieri il New York Times raccontava non solo della catena di alimentari che ha rimosso i prodotti kosher dalle vetrine per paura di manifestazioni, o delle sparate ignobili dell’eurodeputato George Galloway, che ha pensato di dichiarare la città di Bradford “Israel-free zone”, nel senso che non vuole nella sua città “nemmeno turisti israeliani” (vi ricorda qualcosa?). E l’abietta propaganda antisemita che predica il boicottaggio delle università e dei prodotti israeliani trova la sua confortevole sponda nelle istituzioni europee. Il ministro dell’Economia belga, a luglio, aveva chiesto che i rivenditori etichettassero distintamente i beni alimentari prodotti in Cisgiordania dai coloni degli insediamenti israeliani e quelli prodotti dai palestinesi.
Raccomandazione “non vincolante”, fu detto, e si richiamarono analoghe regole inglesi e danesi. Ma a chiedere, e non da oggi, che siano etichettati in modo differente tutti i prodotti israeliani prodotti oltre i confini vigenti prima della guerra del 1967 è proprio l’Unione europea, mentre la Corte di giustizia dell’Ue, nel 2010, ha stabilito che le merci importate e “prodotte negli insediamenti israeliani dei Territori occupati non devono usufruire delle agevolazioni fiscali previste dagli accordi commerciali tra Israele e Ue”. “Non si tratta di boicottaggio”, ha detto un funzionario anonimo intervistato dal Nyt.
Certo è che gli assomiglia parecchio. Così come gli assomiglia il fatto che l’Ariel University, che ha sede in Cisgiordania, sia stata esclusa dal programma di scambi scientifici e finanziamenti europei intitolato Orizzonte 2020. La verità è che l’Europa che boicotta Israele non accetta che quello stato, attaccato, si difenda. E’ il “caos umanitario”, ancora per citare Lanzmann, che finisce per imitare orrori da anni Trenta e Quaranta.
(Fonte: Il Foglio, 30 Agosto 2014, pag. 3)

mercoledì 13 agosto 2014

“Noi palestinesi dobbiamo sbarazzarci di Hamas”

Di Bassem Eid
 
Per ventisei anni ho dedicando la mia vita alla difesa dei diritti umani. Ho visto guerre e terrorismo. Eppure, il mese scorso è stato uno dei momenti più difficili della mia vita.
Vivo a Gerusalemme est e sono testimone della distruzione della vita attorno a me. L’autostrada 1 è stata ancora una volta trasformata nella linea di separazione tra est e ovest. I palestinesi della capitale hanno attaccato e vandalizzato i semafori, il tram metropolitano, le linee elettriche. Ma non posso accettare l’idea che si tratti di una forma di protesta sociale: è puro e semplice spirito vendicativo. La coesistenza per la quale mi sono battuto per tutta la vita è stata “giustiziata” nella piazza della città.
Non c’è dubbio che morte e distruzione hanno colpito pesantemente Gaza. Entrambe le popolazioni soffrono, ma ogni parte nega il dolore dell’altra parte, e così la sofferenza peggiora.

Opinione pubblica palestinese: “Come definisce i fanatici islamisti assassini di agenti israeliani, civili ebrei e palestinesi moderati? – Li chiamo eroi! – E come mai? – Perché non sono un suicida!”

E tuttavia, in quanto palestinese, lo devo ammettere: sono in parte responsabile di quanto è successo. Non possiamo più negare la nostra responsabilità per le morti del nostro popolo.
La maggior parte dei palestinesi era contro il lancio di razzi su Israele. Si rendevano conto che i razzi non ci avrebbero portato nulla. Hanno chiesto a Hamas di cessare il fuoco, sapendo che Hamas aveva aperto la strada alla morte della sua stessa gente.
Sapevamo che Hamas stava scavando i tunnel che avrebbero portato alla nostra distruzione. E Hamas sapeva che un attacco contro Israele avrebbe portato a morte di massa, ma i suoi capi sono più interessati alle loro vittorie che alla vita delle vittime.
In verità Hamas dipende dalla morte, che le conferisce potere e le permette di raccogliere fondi e acquistare armi. Hamas non è mai stata interessata a liberare il popolo palestinese dall’occupazione. E Israele non sarà mai in grado di distruggere tutte le infrastrutture che Hamas ha costruito. Solo noi, popolo palestinese, possiamo farlo.
Era responsabilità degli abitanti di Gaza ribellarsi contro il dominio di Hamas. Sapevamo quello che ci stavano facendo, ma abbiamo lasciato correre e abbiamo permesso che accadesse.
Sapremo trarre una lezione da tutta questa devastazione? Lo spero. E la lezione è che dobbiamo sbarazzarci di Hamas e smilitarizzare completamente la striscia di Gaza. E poi aprire i valichi di frontiera.
Lo dico in quanto leale palestinese. Lo dico perché sono preoccupato per il futuro del mio popolo.

(Da: YnetnNews, 12.8.14)

domenica 10 agosto 2014

«Fuori da Gaza, lontano dalle rappresaglie di Hamas»

E’ stato detto che quando parlano i cannoni, le muse tacciono. Nel caso dei giornalisti stranieri nella striscia di Gaza, il silenzio derivava principalmente dalla paura.
Un giorno dopo che si è conclusa l’operazione anti-terrorismo “Margine protettivo”, ha cominciato lentamente ad emergere un quadro un po’ più autentico. I giornalisti stranieri che lasciano la striscia di Gaza iniziano finalmente a rivelare ciò che Israele ha sostenuto sin dall’inizio: che Hamas sparava facendosi scudo della popolazione e delle strutture delle Nazioni Unite. Perché non hanno segnalato questi fatti quando i combattimenti erano in corso? Stando a quanto ammettono loro stessi, perché temevano per la propria vita. “Vedevamo cosa facevano gli uomini di Hamas – ha spiegato un giornalista spagnolo – Ma se avessimo osato puntare le telecamere su di loro, avrebbero aperto il fuoco contro di noi e ci avrebbero ucciso”.
Ora che sono fuori della striscia di Gaza, i giornalisti rivelano ciò che Hamas cercava di impedire al mondo di vedere. Un giornalista indiano, ad esempio, ha documentato come i militanti di Hamas lanciassero i razzi da una postazione appena fuori dalla finestra dell’albergo dove alloggiava, nella striscia di Gaza, poco prima che entrasse in vigore il cessate il fuoco. Il video è stato messo in onda solo dopo che il giornalista aveva lasciato Gaza. Intervistato a questo proposito, ha risposto: “C’è una congiura del silenzio che nasce dalla paura: nessuno è disposto a riferire in tempo reale”. Il reportage del giornalista indiano Sreenivasan Jain, per il canale di news in lingua hindi NDTV, dice: “E’ iniziata con una tenda misteriosa, con una tettoia blu apparsa improvvisamente ieri (4 agosto) alle 6.30 del mattino, in uno spiazzo di terra accanto alla nostra finestra. Abbiamo visto tre uomini andare molte volte dentro e fuori la tenda, a volte con dei cavi. Un’ora dopo sono usciti, hanno smontato la tenda, si sono cambiati i vestiti e se ne sono andati”. Il giornalista sottolinea che “è importante riferire su come Hamas mette in pericolo questi civili sparando razzi dal cuore stesso delle zone civili”.
https://www.youtube.com/watch?v=fuH9drEQTkQ

Il corrispondente di France 24 Gallagher Fenwick ha trasmesso un servizio che mostra razzi in fase di lancio a soli 50 metri dall’hotel dove alloggiavano i giornalisti stranieri, e a 100 metri da una struttura delle Nazioni Unite. “L’esercito israeliano ha ripetutamente accusato i militanti palestinesi di sparare dall’interno di aree civili densamente popolate, e questo è esattamente il tipo di situazione che abbiamo qui: razzi impiantati a ridosso di edifici con dentro un sacco di abitanti”, ha riferito il giornalista dopo aver lasciato Gaza.

https://www.youtube.com/watch?v=WXdEWrN3IEw

Anche il giornalista italiano Gabriele Barbati ha detto la verità su Hamas, una volta uscito dalla striscia di Gaza e dunque non più sotto la minaccia dei terroristi. In un tweet, Barbati ha scritto: “Fuori da Gaza, lontano dalle rappresaglie di Hamas: razzo fuori bersaglio ha ucciso i bambini ieri a Shati. Testimoni: miliziani sono accorsi e hanno rimosso i rottami”. Ed ha aggiunto: “Il portavoce IDF (Forze di Difesa israeliane) ha detto la verità nel comunicato di ieri sul massacro del campo Shati: non era per fuoco israeliano”.

Un altro giornalista straniero ha definito un segreto di Pulcinella il fatto che Hamas sfrutta l’ospedale Al-Shifa come suo centro di comando, ma i giornalisti a Gaza non ne parlano per paura di mettersi in pericolo (si veda: La semplice logica dovrebbe dirci che se Hamas nasconde razzi e comandanti nelle scuole e negli ospedali è perché sa che davvero Israele fa di tutto per non colpire i civili).
Ma non erano solo i giornalisti stranieri ad aver paura delle probabili vendette di Hamas. Anche i reporter palestinesi hanno subito minacce quando hanno tentato di criticare l’organizzazione terroristica e di riferire notizie veritiere. Il giornalista palestinese Radjaa Abu Dagga, ad esempio, ha riferito d’essere stato convocato per un interrogatorio all’ospedale Al-Shifa dove uomini armati di Hamas volevano sapere se scriveva per un giornale israeliano. Abu Dagga, che scrive per testate francesi e algerine, ha detto che gli è stato sequestrato il passaporto e gli è stato vietato di lasciare la striscia di Gaza. In seguito ha pubblicato un articolo sul quotidiano francese Libération, ma è stato costretto a rimuoverlo dopo aver ricevuto minacce.
I giornalisti a Gaza subivano non solo minacce, ma anche manipolazioni. Sudarsan Raghavan, del Washington Post, ha raccontato come gli uomini di Hamas hanno organizzato la messa in scena di un attacco israeliano: ha riferito d’essere stato portato a fotografare una moschea bombardata, dove ha scoperto che qualcuno aveva “preparato” la scena mettendo in bella mostra un tappeto da preghiera e pagine bruciate del Corano. Stando al suo racconto, era evidente che qualcuno li aveva messi lì per creare simpatia verso la lotta palestinese. Niente di più facile che avessero anche fatto sparire armi compromettenti.
Il sito web CBN ha scritto che, oltre alle moschee, Hamas ha utilizzato anche le chiese per lanciare i suoi attacchi. Nel suo reportage, il giornalista George Thomas ha detto che il più eminente esponente cristiano di Gaza, l’arcivescovo Alexios, “ha portato CBN News sul tetto a terrazza fuori dal suo ufficio per mostrare come gli islamisti avessero utilizzato l’edificio della chiesa per lanciare razzi su Israele”. L’arcivescovo ha spiegato che “l’islam comanda in questo luogo e si deve obbedire a tutto ciò che dice Hamas, o affrontarne le conseguenze”.

(Da: YnetNews, 7.8.14)

Testimonianza a YnetNews di un giornalista straniero che ha chiesto di non pubblicare il suo nome: «Il controllo di Hamas sul lavoro dei giornalisti stranieri durante i giorni di combattimento a Gaza non era molto sofisticato, ma molto efficace. In primo luogo, Hamas ha stabilito che i portavoce dell’organizzazione potevano essere intervistati solo nel cortile dell’ospedale Al-Shifa. Come risultato, si sono create lunghe file di giornalisti in attesa di un’intervista i quali, durante l’attesa, non avavno altro da fare che vedere i feriti che arrivavano all’ospedale. Il che ha creato l’impressione che Hamas voleva trasmettere: uno stato di emergenza con imminente disastro umanitario. In secondo luogo, Hamas non ha mai permesso ai giornalisti stranieri di accedere ai siti militari attaccati da Israele, che fossero basi delle organizzazioni armate, siti di lancio dei razzi o altri obiettivi affiliati a Hamas. I morti e i feriti appartenenti all’organizzazione armata non sono mai stati filmati e quindi, dal punto di vista dei mass-media, non esistevano. Tutto questo è servito a Hamas per creare l’impressione che le vittime fossero tutte civili. In terzo luogo, era chiaro che Hamas lanciava razzi da aree popolate da civili, ma l’organizzazione ha imposto ai fotografi della stampa di non documentare questo fatto». (Da: YnetNews, 7.8.14)
Alcune cifre poco note circa la guerra a Gaza (sulla base di stime delle Forze di Difesa israeliane):
- Il 18% dei razzi lanciati da Hamas, vale a dire circa 600 razzi, sono stati sparati da scuole, ospedali, moschee e cimiteri.
- Il 14% dei razzi lanciati da Hamas, vale a dire circa 450 razzi, sono ricaduti all’interno della striscia di Gaza. Tenerlo presente, prima di accusare Israele di ogni singola distruzione e di ogni singola vittima civile all’interno di Gaza. (Da: Israel HaYom, 7.8.14)