Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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domenica 26 aprile 2015

25 aprile: le bandiere di chi ha realmente combattuto dalla parte giusta

Di Massimo Cingolani
“Forza Ebraica: gli ebrei vogliono combattere in quanto ebrei”. Poster per l’arruolamento nella Brigata Ebraica dell’esercito britannico (clicca per ingrandire)
Ci risiamo: si avvicina il 25 aprile ed iniziano le polemiche sulla presenza della Brigata Ebraica. A Roma i sui rappresentanti hanno deciso di non partecipare al tradizionale corteo; a Milano la scorteranno i militanti del PD, che cercheranno di evitare tensioni e contestazioni di faziosi, che purtroppo già ci sono state nella ricorrenza dell’anno scorso. Ma perché succede tutto questo? […]
Se partiamo da una valutazione storica, in particolare riguardo le celebrazioni del 70esimo della Liberazione, la presenza della Brigata Ebraica è più che giustificata. La Brigata fu inviata sul fronte italiano ed era composta da giovani più che motivati e con la stella di David sulla manica dell’uniforme, a dimostrazione che gli ebrei non erano solo vittime predestinate, ma che sapevano rispondere colpo su colpo.
Il battesimo del fuoco fu sul fiume Senio e nell’assalto al monte Ghebbio. Le perdite furono pesanti, tanto che il 14 aprile la Brigata ricevette l’ordine di fermarsi alla periferia di Bologna e di non proseguire. Il governo inglese era preoccupato di polemiche sull’uso di soldati ebrei come “carne da cannone”. Ecco perché non compare nella iconografia ufficiale della Liberazione.
Insegne della Brigata Ebraica
Insegne della Brigata Ebraica (clicca per ingrandire)
Comunque, se si dovesse ragionare con la stessa logica, è bene precisare che negli anni della seconda guerra mondiale i palestinesi correvano ad arruolarsi sia nelle SS, sia nei reparti di volontari arabi inseriti nel Regio Esercito. In Nord Africa gli arabi, inquadrati nell’Arabische Bataillon, parteciparono al rastrellamento di ebrei, rinchiusi nella sinagoga di Tunisi e che furono poi trasferiti in campi di lavoro. In generale l’interesse per il mondo arabo e musulmano dei nazisti era ricambiato, tant’è vero che nei rapporti che arrivavano dalla Palestina si diceva che “gli auguri per la vittoria di Hitler, che scaccerà gli ebrei, si usano come forma di saluto”.
Mostrine della 13esima Divisione SS composta da volontari musulmani
Mostrine della 13esima Divisione SS composta da volontari musulmani (clicca per ingrandire)
Per quanto riguarda invece l’attenzione di Mussolini, furono costituiti reparti di volontari provenienti dall’Iraq, dalla Palestina [sotto Mandato Britannico] e dalla Transgiordania, inquadrati nelle Camicie Nere; di particolare interesse è la divisa: le doppie fiamme nere sulle quali è posto il fascetto dorato sono sovrapposte alle mostrine rettangolari con i colori del nazionalismo arabo rosso, bianco, verde e nero, che richiamano l’attuale bandiera palestinese.
Roma e Berlino garantirono al Gran Muftì la costituzione di uno Stato nato dall’unione di Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, governato secondo le leggi della sharia. I giovani desiderosi di arruolarsi non mancarono, non furono assolutamente solo propaganda: ad esempio, un reggimento volontari tunisini camicie nere riuscì a respingere gli americani con 65 caduti, 96 dispersi e 161 feriti. Lo stesso reparto dopo l’8 settembre fu sciolto, gli ufficiali italiani aderirono alla Repubblica Sociale, gli arabi passarono direttamente con i tedeschi. Anche la divisione SS Handschar, voluta dal Gran Muftì di Gerusalemme, ebbe migliaia di caduti e diversi decorati. Inoltre è giusto precisare che i volontari provenienti da possedimenti coloniali inglesi e francesi, se catturati erano considerati disertori.
Maglietta in vendita su internet per moderni fan delle SS musulmane
Maglietta in vendita su internet per moderni fan delle SS musulmane (clicca per ingrandire)
Questo per rimarcare che strumentalizzare la storia, soprattutto quando si parla di atti fondanti la nostra Repubblica Italiana, è sempre molto pericoloso e soprattutto insopportabile dopo settant’anni anni, per cui è meglio che il 25 aprile, senza retorica, sventolino solo le bandiere di chi ha realmente combattuto dalla parte giusta.
(Da: arcipelagomilano.org, 22, aprile 2015)

 

giovedì 23 aprile 2015

Lea, la caporale italiana che ha conquistato Israele

di Maurizio Molinari
 
C’è un’italiana di 21 anni fra i soldati israeliani che vengono premiati oggi dal presidente Reuven Rivlin in una delle cerimonie più popolari dell’anniversario dell’Indipendenza.

Arrivato a 67 anni dalla nascita, lo Stato ebraico si riconosce nei «militari eccellenti» scelti personalmente dal Capo dello Stato perché capaci di rappresentare «la voce di Israele» e Lea Calderoni ha saputo di essere stata prescelta solo pochi giorni fa. «Non me lo aspettavo e sono molto felice» ammette, raccontando la sua storia: nata a Roma, padre italiano e madre belga, studi al liceo scientifico e al termine una vacanza in Israele con il gruppo di volontari «Taglit». «Sono bastate poche settimane per innamorarmi di questo Paese, al termine della vacanza ho scelto di rimanere e fare l’aliya» ovvero diventare un’immigrata.
 

Era il 2013 e «da nuova israeliana, come avviene per tutti, è arrivato quasi subito il momento di arruolarmi». I primi sei mesi di addestramento «sono stati difficili e al tempo stesso divertenti perché ero con ragazze tutte non israeliane e nessuno capiva bene i comandi degli ufficiali in ebraico».

IntegrazioneMa poi l’integrazione nei ranghi ha funzionato e «mi hanno designato "madricha” della Sar’el» ovvero istruttore della particolare unità dell’esercito che raccoglie i volontari giunti da ogni Paese del mondo. «Vengono per poche settimane o alcuni mesi, vogliono aiutare l’esercito e sono impiegati in mansioni logistiche o amministrative» spiega Lea, facendo come esempi «mettere in ordine i depositi o catalogare le scorte». «È un aiuto importante per Tzahal - aggiunge, parlando delle forze armate - perché consente di richiamare meno riservisti, facendoli rimanere nella vita civile, in famiglia e al lavoro».

Non ebrei
Ciò che ha subito colpito Lea è che «oltre il 20 per cento dei volontari stranieri non sono ebrei», vengono «da Stati Uniti, Canada, Sudamerica, Europa, India, Singapore» e «si sentono legati ad Israele per le ragioni più diverse, vogliono aiutare». Proprio con i non ebrei Lea ha debuttato come istruttore. «Era un gruppo di finlandesi ed olandesi, tutti cristiani, dai quali ho imparato molto in altruismo». Poi sono arrivati gli americani: «Un veterano dell’Afghanistan, 35 anni e senza gambe, che raccontava con il sorriso il trauma subito in guerra dando coraggio ai soldati nei momenti più delicati» e «un 70enne guru con il quale facevo yoga la mattina mentre mi spiegava le regole della vita».

Le motivazioni
La capacità di entrare in sintonia con tali e tante identità diverse dall’ebraismo laico romano da cui proviene hanno valso a Lea i gradi di caporale con tanto di lodi da parte degli ufficiali che, risalendo la catena di comando di Tzahal fino ai gradi più alti, sono arrivate sul tavolo di Rivlin per la designazione finale. Fra le qualità che più gli vengono riconosciute c’è «la capacità di sorridere e interagire con tutti» anche nelle situazioni più difficili, impreviste. Quasi un riconoscimento alle origini italiane. Non a caso nel giorno della premiazione tiene a dire, con una punta di orgoglio, «sono israeliana e mi sento al tempo stesso italiana per l’educazione che ho ricevuto, per ciò che ho potuto apprendere, per ciò che sono».
 
LA STAMPA

Araba, musulmana, giornalista della tv israeliana, sopravvissuta al terrorismo

Lucy Aharish
Lucy Aharish
 
Lucy Aharish era una bambina di 6 anni quando l’auto dove viaggiava con i suoi genitori dopo aver fatto compere a Gaza venne attaccata da un terrorista palestinese. “Era l’aprile 1987 – ricorda – una giornata molto calda, e mio padre aveva aperto il finestrino. Mi ricordo di un ingorgo nel traffico e d’aver visto qualcuno avvicinarsi a noi con qualcosa in mano. Lo guardai, lui mi guardò e io iniziai automaticamente a scivolare giù da mio sedile per la paura. Mia madre mi stava dicendo ‘Lucy, stai dritta’, quando sentimmo un botto”. Il terrorista aveva scagliato dentro la macchina una molotov, che il padre riuscì prontamente a ributtare fuori, e un’altra sopra il tettuccio che innescò un incendio avvolgendo il vicolo nelle fiamme. Lucy e i suoi genitori se la cavarono senza grosse conseguenze, ma il cuginetto di 3 anni subì gravi ustioni su tutto il corpo e restò ricoverato per lunghi mesi. “Il volto di quell’uomo è inciso nella mia memoria – dice Aharish parlando a Times di Israel, in un caffè di Tel Aviv, con il suo ebraico perfetto privo di accento – Crescendo, continuavo a non capire come qualcuno potesse essere così cattivo”.
 
Un'auto israeliana colpita da molotov palestinesi (foto d'archivio)
Un’auto israeliana colpita da molotov palestinesi (foto d’archivio)
 
Quell’attentato terroristico è stato un episodio determinante nella vita di Aharish, destinata a diventare la prima araba conduttrice in prima serata di una televisione israeliana. Il mese scorso le è stato conferito uno degli onori più alti in Israele: è stata scelta per essere uno dei quattordici cittadini chiamati ad accendere una torcia nella cerimonia sul Monte Herzl di Gerusalemme che apre le celebrazioni di Yom Ha’Azmaut, la Giornata dell’Indipendenza. Aharish è una “pionieristica giornalista musulmana che porta avanti un discorso di tolleranza e di apertura interconfessionale in Israele”, ha scritto il Comitato ministeriale guidato dall’ex ministra degli affari culturali Limor Livnat, che quest’anno ha dedicato la cerimonia ai cittadini israeliani che hanno aperto strade nuove in diversi campi.
Discorso sicuramente complesso, quello dell’identità, per la 33enne icona televisiva arabo-israeliana. Lo scorso luglio, mentre le Forze di Difesa erano impegnate nei combattimenti contro Hamas nelle strade di Gaza, Aharish ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Io non sono né araba né ebrea. Non sono né cristiana né musulmana né drusa né buddhista né circassa. Non sono né di sinistra né di destra. Non sono né religiosa né laica. Non voglio vedere ragazzini rapiti e uccisi. Non voglio vedere ragazzini bruciati a morte. Non voglio sentire le sirene e veder lanciare missili… io vorrei che aprissimo gli occhi sulla rabbia e sull’odio che ci stanno mangiando vivi”. Nell’intervista a Times of Israel, Aharish suona un po’ più pacata. “Oggi, quando la gente mi chiede: cosa sei? io dico che sono una israeliana. Non mi vergogno della mia israelianità. Poi sono una donna, poi sono un’araba musulmana. Questo è quello che sono, in quest’ordine: israeliana, donna, araba e musulmana”.
Ci volle del tempo ad Aharish per sviluppare una visione articolata del conflitto. In quanto vittima del terrorismo cresciuta in una città di sviluppo come Dimona abitata da ebrei per lo più di origine marocchina, dice d’aver inizialmente respirato un’atmosfera parecchio ostile verso la “causa araba”.
 
Lucy Aharish il giorno del suo quarto compleanno
Lucy Aharish il giorno del suo quarto compleanno
 
Figlia di genitori laici che si erano trasferiti da Nazaret nei primi anni ‘70 a seguito di una interessante offerta di lavoro per suo padre, Aharish è cresciuta parlando in casa un mélange di ebraico e arabo (“ma litigavamo sempre in arabo”), intrecciando uno stretto rapporto con un vicino di casa sopravvissuto alla Shoà chiamato Menahem: una sorta di nonno, per lei che non aveva mai conosciuto i nonni reali. Festeggiava la Pasqua coi vicini ebrei e si vestiva da regina Ester per la festa di Purim. “Ho assorbito tanto dalla cultura ebraico-israeliana – dice – Non sapevo nemmeno cosa fosse la Nakba”, la parola araba con cui i palestinesi indicano la loro “catastrofe nazionale” seguita alla nascita dello stato d’Israele. Ma sfuggire del tutto al suo retaggio sarebbe stato impossibile. A scuola non mancarono insulti ed episodi di bullismo. “Non è stata un’infanzia facile – spiega – Negli anni ’90 ci furono attentati terroristici atroci, e arrivando a scuola la mattina dopo sapevi che inevitabilmente avresti sentito cose pesanti. C’era sempre chi sbottava: bisognerebbe ucciderli tutti, gli arabi. Poi improvvisamente qualcuno mi notava e diceva: naturalmente tu no, Lucy, tu non sei come loro”.
 
La città di Dimona, nel Negev
La città di Dimona, nel Negev
 
Aharish ha parole di elogio per la posizione intransigente contro il razzismo che aveva Meir Cohen, il preside della sua scuola superiore, successivamente diventato sindaco di Dimona e più di recente Ministro del welfare e dei servizi sociali per il partito Yesh Atid. “Violenze e razzismo non erano mai tollerati. Se compariva una scritta su un muro, bloccava la giornata scolastica, si metteva davanti a tutta la scolaresca e diceva: nella mia scuola queste cose non devono accadere. Il razzismo è una cosa che nessuna società civile può tollerare, specialmente una società ebraica. Non so se questi principi vengano ancora fatti valere nel sistema educativo”.
Qualcosa cambiò, per Aharish, quando a 18 anni lasciò casa per andare a studiare all’Università di Gerusalemme. “Ero su un autobus lungo la strada che corre fra Gerusalemme est e ovest quando vidi dal finestrino un soldato mettere quattro giovani contro un muro ingiungendo loro di sollevare le camicie [per controllare che non indossassero cinture esplosive, ndr] mentre teneva in mano i loro documenti e puntava contro di loro la sua arma. Mi son detta: ehi, ecco qualcosa che non conoscevo, nessun essere umano merita di essere umiliato in quel modo”.
Tuttavia Aharish dice di non poterne più del “discorso vittimistico” che a suo dire permea la società israeliana, e che è nettamente più pronunciato tra gli arabi. Ad un recente dibattito televisivo è stata accusata da un rappresentante del partito nazionalista arabo Balad di “colpevolizzare la vittima”. “Gli ho detto: Chi è la vittima? Tu sei una vittima? E’ un tuo problema. Io non sono vittima di nessuno. Il giorno in cui noi arabi smetteremo di vederci come vittime sarà il giorno in cui potremo iniziare a progredire e ad esigente i nostri diritti. Ma finché ti consideri una vittima, non concludi mai niente”.
 
Meir Cohen
L’ex sindaco di Dimona, Meir Cohen
 
Questa schiettezza le ha procurato non pochi problemi con parecchi suoi connazionali arabi. Quando Aharish prese pubblicamente posizione contro la parlamentare di Balad Hanin Zoabi che giustificava il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani, venne accusata dall’attivista sociale Hanin Majadli di soffrire di “una crisi di identità”. Aharish dice che non se la prende per queste critiche. “Io rispetto la loro identità, ma questa è la mia identità e loro dicano pure quello che vogliono. Il problema – aggiunge – è che ci piace tantissimo contemplare il passato. Diciamo: nel ’48 è successo questo e questo, nel ’67 è successo così e così. E il presente? Dopo che abbiamo pianto, come risolviamo quello che succede oggi? Come affrontiamo il fatto che la gente, qui, tende a pensare che gli arabi sono il nemico?”. Lo stesso vale, secondo Aharis, per un certo atteggiamento vittimistico di chi difende le posizioni di Israele: “Rispetto agli arabi, Israele si presenta costantemente come la vittima: tutto il mondo è antisemita eccetera. Invece dovremmo sforzarci di mostrare la verità così com’è, e la verità è molto più complessa che dire semplicemente: io ho ragione, tu hai torto”.
Inizialmente Aharish non pensava di diventare giornalista. Il suo sogno, dopo la scuola superiore, era fare l’attrice. “Mi ha sempre affascinato la capacità di far ridere o suscitare emozioni”, spiega. Ma suo padre aveva altri piani: prima doveva prendere una laurea, poi avrebbe fatto quello che voleva. Così Aharish si iscrisse a studi teatrali e scienze politiche all’Università di Gerusalemme. Dopo la laurea, ha trascorso due anni studiando giornalismo presso la scuola Koteret di Tel Aviv, seguiti da sei mesi di stage in Germania. Al suo ritorno in Israele, nel febbraio 2007, è stata assunta dalla tv Channel 10 dove divenne la prima conduttrice delle News in arabo. Ben presto le venne assegnata l’esclusiva degli affari palestinesi, con servizi periodici dalla Cisgiordania. “Gli intervistati mi dicevano: wow, parli proprio bene l’arabo! Io dicevo: sono araba, ma poi dovevo mostrare la carta d’identità per dimostrarglielo”. Ci volle del tempo ai suoi interlocutori palestinesi per abituarsi all’idea di parlare con una giornalista araba con cui non potevano facilmente girare attorno alle questioni. “Mi sono guadagnata il rispetto dei palestinesi di Cisgiordania parlandoci in arabo e guardandoci negli occhi come amici”, dice.
 
Lucy Aharish conduce l'edizione serale del TG in inglese su i24news
Lucy Aharish mentre conduce l’edizione serale del TG in inglese su i24news
 
Nel corso della sua carriera relativamente breve come giornalista tv, Aharish ha maturato esperienza in una vasta gamma di settori: come reporter dalla Cisgiordania, nell’intrattenimento dello show Guy Pines, come conduttrice delle News in prima serata su Channel 10, come direttore di un telegiornale del pomeriggio per i bambini su Channel 1. Ha anche realizzato il suo antico sogno recitando in ruoli minori in alcuni film israeliani e, nel 2013, nel blockbuster World War Z con Brad Pitt.
Ma un ruolo che non pensa di poter raggiungere è quello di conduttrice del principale TG serale su un canale nazionale israeliano. “Non è una questione di razzismo – dice – quanto la paura degli stereotipi che frena i decisori. Una paura infondata, perché gli spettatori sono già preparati, ma manca il coraggio”. Come presentatrice dell’edizione in prima serata serale del TG in inglese su i24news, un canale di notizie internazionale lanciato nel 2013 con sede a Gaffa, Tel Aviv, Aharish dice di sentirsi più influente di qualsiasi emittente locale. “Portare nel mondo una voce diversa da Israele è la più grande influenza che posso desiderare di avere – dice – Cerco di spiegare ai telespettatori che la vita, qui in Israele, è quasi impossibile, eppure viviamo lo stesso”.
Aharish è rimasta molto sorpresa quando ha ricevuto la telefonata che la informava che era stata scelta per l’accensione di una torcia di Yom Ha’Azmaut. “Mi sono commossa alle lacrime – ammette – e mi sono chiesta: cosa ho fatto per meritarmi questo? Ci sono persone che hanno vissuto cose molto più difficili di me”. Accendendo la torcia, Aharish penserà anche alla sua famiglia, seduta fra il pubblico. “I miei genitori sono sempre con me, anche quando non siamo d’accordo sulle mie scelte di vita. Nonostante tutto, sono sempre molto orgogliosi di me”.
Dove sarà Aharish tra dieci anni? Non necessariamente nei mass-media, pensa. “Mi vedo gestire un piccolo bar in Toscana – sorride – La telecamera non è la missione della mia vita. Sono più interessata a ciò che accade dietro le quinte. La telecamera è solo una gratifica”.
(Da: Times of Israel, 20.4.15)

lunedì 20 aprile 2015

Lo stato ebraico viene calunniato come veniva calunniata la cosiddetta “razza ebraica”

Editoriale del Jerusalem Post
Soldatesse israeliane a Yad VaShem, il  memoriale della Shoà a Gerusalemme
Soldati israeliani a Yad VaShem, il memoriale della Shoà di Gerusalemme
 
Coloro che all’epoca erano bambini, nascosti da qualche parte per salvarsi dalla macchina di sterminio nazista che braccava meticolosamente ogni singolo ebreo, sono degli anziani, oggi, a settant’anni dalla sconfitta del Terzo Reich. Presto nessuno che allora era vivo sarà più qui per aiutarci a contrastare le menzogne dei negazionisti della Shoà, o la sua deliberata banalizzazione, o la dozzinale universalizzazione dell’insegnamento che la Shoà comporta per la nazione dei sopravvissuti. Persino in Israele l’inesorabile trascorrere del tempo sta lasciando il segno sull’attitudine di alcuni, ad esempio verso la Giornata della Memoria: quando tutto il paese si ferma in raccoglimento per i sei milioni di uccisi, ma alcuni iniziano a dire che si tratta delle colpe di un regime eccezionale risalente a tanto tempo fa, oggi non particolarmente rilevante.
Invece l’odio prospera ancora intorno a noi, e non sembra esservi limite che gli odiatori non siano disposti a superare pur di razionalizzare e giustificare il proprio odio. Le falsità diffuse un tempo dai nazisti e dai loro entusiasti collaboratori sono state adattate al mutare dei tempi, ma il grottesco sfoggio di ipocrisia non è cambiato. Lo stato ebraico viene calunniato e demonizzato come veniva calunniata e demonizzata la cosiddetta “razza ebraica”, allo scopo di spianare la strada al genocidio industrializzato. Come i loro predecessori, gli aspiranti annientatori dello stato ebraico si atteggiano a membri moralmente retti della comunità internazionale e accusano la loro vittima designata di una sequela mostruosamente ingigantita di peccati “imperdonabili”.
 
Il “pericolo ebraico” nella propaganda antisemita (a sinistra) e nella propaganda antisionista (a destra)
 
E’ un fenomeno che si mostra in molte forme, anche in quelle che gli israeliani si sono abituati a ignorare. Ma ciò che preferiamo ignorare e minimizzare conta comunque. Campagne come quella orchestrata contro la prevista performance in Israele, il prossimo mese, di una star come il britannico Robbie Williams sono tutt’altro che banali. I gruppi per il boicottaggio che fanno pressione su Williams parlano di “estrema disumanizzazione razzista dei palestinesi nella società israeliana”, e di politici ed opinionisti israeliani che sul Jerusalem Post e su Times of Israel avrebbero “apertamente invocato il genocidio dei palestinesi”, e di una destra israeliana che “adotta simboli neonazisti”, e via di questo passo.
La menzogne contano, perché portano alla doppia morale contro Israele. La logica finale è quella degli ayatollah che sponsorizzano concorsi dove si sbeffeggia la Shoà e dichiarano che il loro obiettivo di cancellare Israele “non è negoziabile”. Le civili democrazie del mondo non solo non protestano, ma assecondano il regime di Teheran e in sostanza gli permettono di coltivare le sue mire in fatto di armi nucleari.
La guerra contro “l’entità sionista” chiamata Israele non si è mai limitata al paese stesso. Più di vent’anni fa gli iraniani la portarono nella remota Argentina con l’attentato esplosivo contro il centro della comunità ebraica in cui uccisero decine di innocenti che non avevano altra colpa che essere nati da genitori ebrei. Questo scenario si è ripetuto più e più volte, da ultimo nella scuola ebraica di Tolosa, al museo ebraico di Bruxelles, al supermercato kasher di Parigi, alla sinagoga di Copenaghen. Nessuna rimostranza contro Israele può mascherare questa spietata giudeofobia.
 
Il “dominio ebraico” nella propaganda antisemita (a sinistra) e nella propaganda antisionista (a destra)
 
Siamo circondati da nemici che vogliono veder scorrere sangue ebraico e che insegnano ai loro fanciulli, spesso a un tiro di schioppo dai confini d’Israele, che gli ebrei discendono da scimmie e maiali e che devono essere spazzati via. Il loro capo all’epoca della Shoà, Haj Amin al-Husseini, è ancora venerato fra loro. Era un entusiasta collaboratore nazista che trascorse gli anni della guerra come ospite personale di Adolf Hitler a Berlino, reclutò musulmani nelle SS, tramò per una “soluzione finale” in Medio Oriente, fece naufragare qualsiasi piano volto a salvare anche solo i bambini ebrei più piccoli, e alla fine della guerra contribuì a sancire il destino degli ebrei ungheresi. Venne ricercato come criminale di guerra, ma riuscì ad arrivare qui per partecipare, soltanto tre anni dopo la Shoà, all’aggressione contro il neonato stato ebraico (per la quale Husseini aveva reclutato i veterani delle SS musulmane bosniache). Non è certo un caso se dopo la guerra mondiale tanti gerarchi nazisti come Alois Brunner, assistente di Adolf Eichmann, trovarono rifugio in terre arabe, e se scienziati nazisti recidivi collaborarono ad equipaggiare il mondo arabo di armamenti da usare contro gli ebrei d’Israele.
La cosa sconfortante è che veniamo accusati di essere nazisti dai reggicoda del nazismo che continuano a calunniarci nella peggiore tradizione della “grande menzogna” alla Joseph Goebbels. La nostra lotta per la sopravvivenza è tutt’altro che conclusa.
(da: Jerusalem Post, 15.4.15)

giovedì 16 aprile 2015

L’insegnamento nazionale e universale della Shoà

Lo stato di Israele è stato fondato tre anni dopo la Shoà. Ma lo stato di Israele non è stato istituito a causa della Shoà. Il sionismo ha preceduto la Shoà. Il movimento sionista e i congressi sionisti precedettero la Shoà, così come fecero l’immigrazione sionista in Terra di Israele, la creazione di una forza di difesa ebraica nella Palestina Mandataria Britannica, la Dichiarazione Balfour e molto altro. E’ possibile che la Shoà abbia fatto da catalizzatore per la fondazione dello stato fungendo da estrema testimonianza dei tragici esiti della diaspora combinata con la mancanza di uno stato sovrano per il popolo ebraico nella sua patria storica. Ma può anche darsi che in realtà abbia ritardato l’istituzione dello stato di alcuni anni, dal momento che la comunità internazionale non poteva occuparsi delle rivendicazioni d’indipendenza della comunità ebraica in Terra d’Israele durante gli anni della seconda guerra mondiale.
Il rapporto tra Shoà e nascita dello stato d’Israele non è un rapporto di causa-effetto, piuttosto la Shoà è la tragica riprova della validità della visione sionista. Tuttavia, la fondazione dello stato poco dopo la Shoà ha creato fra i nemici di Israele il mito del rapporto causa-effetto. Secondo questo mito il senso di colpa spinse le nazioni europee alla decisione di istituire uno stato ebraico, anche se poi non l’hanno fatto nelle loro terre europee bensì in terra di Palestina, dove vivevano gli arabi che apparentemente non avevano nulla a che fare con la Shoà. E così istituirono lo stato di Israele come un insediamento coloniale europeo nel cuore del Medio Oriente.
Il ricordo delle vittime della Shoà al suono delle sirene, in Israele (clicca per ingrandire)
 
L’idea errata che Israele sia stato stabilito unicamente a causa della Shoà sta alla base della diffusa popolarità del negazionismo tra i nemici di Israele, dal presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen all’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. In parole povere: poiché Israele è il risultato diretto della Shoà, se la Shoà non ci fosse mai stata allora non ci sarebbe nessuna giustificazione per la creazione dello stato ebraico. Ecco perché i negazionisti si accaniscono a mettere in discussione la Shoà, ad esempio mettendo in dubbio il numero delle vittime: lo scopo è sostenere che è stato tutto un complotto sionista. Concionano di un legame tra sionismo e nazismo sostenendo che i sionisti avrebbero collaborato con i nazisti nella Shoà, e che poi l’avrebbero ingigantita e corredata di storie dell’orrore allo scopo di creare i profondi sensi di colpa che avrebbero condotto alla creazione di un’entità sionista.
Questo falso concetto sta anche alla base dell’ossessione post-sionista per la Shoà: dagli appelli a trasformare la Giornata della Memoria in una giornata di solidarietà verso le sofferenze nel corso dei secoli, alla posizione di chi accusa gli ebrei di coltivare il proprio “vittimismo” per giustificare il nazionalismo e i “crimini di Israele”, sino alla richiesta di lasciar perdere del tutto la Shoà per favorire il processo di “normalizzazione” della società israeliana.
Il punto nodale, in questo caso, è l’affermazione che bisognerebbe abbandonare l’insegnamento “nazionale” della Shoà a favore del suo insegnamento universale. Ma in realtà non c’è contraddizione tra i due insegnamenti. L’insegnamento nazionale riguarda la necessità di un focolare nazionale sovrano per il popolo ebraico in Terra d’Israele dotato della capacità di difendersi contro i nemici. L’insegnamento universale riguarda la necessità di battersi contro tutte le manifestazioni di razzismo, tirannia, brama di dominare il mondo, genocidio e crimini contro l’umanità.
Sostenere che c’è contraddizione tra questi due insegnamenti fa il paio col sostenere che ci sarebbe contraddizione tra Israele come stato ebraico e Israele come stato democratico. Non c’è affatto contraddizione, ma coloro che detestano l’esistenza di uno stato ebraico sostengono che vi sia. E per quanto concerne gli insegnamenti nazionali e universali della Shoà, sostengono la stessa cosa coloro che detestano l’insegnamento nazionale, e cioè la necessità di uno stato ebraico indipendente.
(Da: Israel HaYom, 14.4.15)

Yom HaShoah



Perché io non dimentico, e perché mai più gli Ebrei saranno vittime di tentativi di sterminio

mercoledì 15 aprile 2015

I palestinesi di Yarmouk e il vergognoso silenzio quando non si può incolpare Israele

Mehdi Hasan, autore di questo articolo
Mehdi Hasan, autore di questo articolo

Migliaia di profughi palestinesi vengono affamati, bombardati e abbattuti come animali. “Se vuoi procurare da mangiare ai tuoi figli devi prendere con te il sudario funebre – ha detto uno di loro al sito di notizie israeliano YnetNews – Ci sono cecchini in ogni strada, non sei al sicuro da nessuna parte”. Ma tutto questo non sta accadendo nel sud del Libano, e nemmeno a Gaza. E i palestinesi di cui parliamo non vengono uccisi o feriti da bombe e proiettili israeliani. Si tratta di Yarmouk, un campo palestinese alle porte di Damasco, a pochi chilometri dal palazzo del presidente Bashar al-Assad. All’inizio di aprile il campo è stato invaso dai militanti dello “Stato Islamico” (ISIS) che hanno instaurato un regno del terrore: detenzioni, fucilazioni, decapitazioni e tutto il resto. Si stima che siano già stati uccisi centinaia di palestinesi in quello che Ban Ki-moon ha definito il “più profondo girone dell’inferno”.
 
In alto: La flottiglia per Gaza. In basso: la flottiglia per Yarmouk
In alto: La flottiglia per Gaza. In basso: la flottiglia per Yarmouk (cliccare per ingrandire)
 
Ma tutto ciò non è dovuto solo alla depravazione dell’ISIS. I palestinesi di Yarmouk sono bombardati e assediati dalle forze di Assad sin dal 2012. Acqua ed elettricità sono state tagliate da molto tempo, e dei 160mila palestinesi che una volta vivevano nel campo oggi ne rimangono solo 18mila. Secondo Amnesty International il regime siriano si è macchiato di “crimini di guerra, usando come arma la fame dei civili” costretti per sopravvivere “a mangiare cani e gatti”. Anche dopo che i taglia-gole dell’ISIS hanno preso il sopravvento, i piloti di Assad hanno continuato a sganciare sul campo palestinese i loro devastanti barili esplosivi.
E’ difficile non concordare con il giudizio della Lega Palestinese per i Diritti Umani secondo cui quella dei palestinesi in Siria è “la storia meno raccontata del conflitto siriano”. Ci sono dodici campi palestinesi ufficiali, in Siria, che ospitano più di mezzo milione di persone, per il 90% in permanente bisogno di aiuti umanitari, stando alla stima dell’agenzia Onu Unrwa. A Yarmouk, per tutto il 2014 i residenti sono stati costretti a vivere con circa 400 calorie di aiuti alimentari al giorno: meno di un quinto della quantità giornaliera di 2.100 calorie raccomandata dalle Nazioni Unite per i civili nelle zone di guerra. E questo perché gli operatori umanitari dell’Unrwa hanno potuto accedere al campo solo in misura estremamente limitata. Oggi non hanno più nessun accesso. “Per capire come si vive a Yarmouk – ha detto uno dei residenti, citato dal sito dell’Unrwa – dovete tagliare l’energia elettrica, l’acqua, il riscaldamento, mangiare una sola volta al giorno e vivere nel buio”.
 
(cliccare per ingrandire)
 
La loro situazione dovrebbe importare a noi tutti, indipendentemente da chi siano i loro aguzzini. Qui non si tratta di fare del benaltrismo filo-israeliano. Ci sono ottime ragioni per criticare Israele che, a differenza di Assad e dell’ISIS, sostiene di essere una democrazia liberale. Ma come possiamo permetterci di rimanere in questo sonno profondo, svegliandoci di tanto in tanto solo per condannare profusamente Israele? Siamo onesti: quanto diversa, quanto più esplicita e appassionata sarebbe la nostra reazione se gli assedianti di Yarmouk indossassero le uniformi delle Forze di Difesa israeliane!
La nostra indignazione selettiva è moralmente insostenibile. Molti di noi che alzano la voce a sostegno della causa palestinese chiudono imperdonabilmente gli occhi sul fatto che nei decenni scorsi decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi dai fratelli arabi: dai militari giordani negli scontri del “settembre nero” all’inizio degli anni ‘70; dalle milizie libanesi nella guerra civile, alla metà degli anni ‘80; dai vigilantes del Kuwait dopo la prima guerra del Golfo, nei primi anni ‘90. L’Egitto, il “cuore del mondo arabo”, ha collaborato con Israele nel blocco di Gaza. Intanto i palestinesi di Yarmouk vivono in condizioni catastrofiche. …
Questo è il momento in cui dovrebbero far sentire la propria voce quelli di noi che affermano di avere a cuore il popolo palestinese e la sua battaglia per la dignità, la giustizia e l’indipendenza.
(Da: The Guardian, 12-13.4.15)

domenica 12 aprile 2015

Gianni Morandi- Israel


Se non c'è di mezzo Israele, i palestinesi possono pure crepare: firmato Abu Mazen

di Carlo Panella

La Olp ha annunciato che non ha la minima intenzione di intervenire in armi nel campo palestinese di Yarmouk, alla periferia di Damasco, teatro di violenti combattimenti. Abu Mazen, insomma, non intende fare nulla per evitare l'ennesimo massacro di palestinesi a opera di arabi. Una tragedia che per l'ennesima volta non ha nulla a che fare con Israele e mette in luce quella ferocia palestinese e araba che i media occidentali da sempre si rifiutano di vedere.
I fatti, dall'inizio: i 180.000 rifugiati palestinesi di Yarmuk sono trattati da 60 anni come paria dai siriani. Rinchiusi in un ghetto, non hanno diritto di lavorare all'esterno, di avviare un'attività economica, di comprare una casa o un terreno. Vivono dei sussidi dell'Onu e delle rimesse dei parenti. Negata rigidamente la cittadinanza siriana. Yarmouk, insomma è una delle «bombe atomiche arabe» (definizione di Nasser) scientificamente organizzate dai vari rais, che hanno tenuto per decenni i palestinesi nei campi profughi in condizioni di semi schiavitù, rifiutandosi di integrarli, per usarli come came da cannone disperata contro Israele.

Yarmouk sotto le bombe
Yarmuk, inoltre, era ed è la "capitale" del gruppo palestinese Fplp-Cg, di Ahmed Jibril, da sempre alleato col regime para nazista di Damasco e ferocemente in armi contro la stessa Olp. Awersario di Yasser Arafat, subordinato all'alleanza con i macellai Assad padre e figlio, il Fplp-Cg partecipò persino al massacro arabo del campo palestinese di Tell al Zatar di Beirut nell'agosto del 1976, che nessuno ricorda, ma che fu peggio di quello di Sabra e Chatila che invece viene ricordato in occidente solo perché se ne attribuisce - falsamente - la responsabilità a Israele (i macellai furono invece gli arabi cristiani).
Da sempre contrario al processo di pace, il Fplp-Cg è responsabile di molti attentati e stragi di leader arabi ed è da sempre il cane da guardia del regime di Damasco. Per questo, quando nel 2012 i ribelli laici siriani della Free Syrian Army tentarono di attestarsi a Yarmouk per meglio attaccare il regime a Damasco, in una fase in cui né l'Isis, né al Qaeda erano ancora presenti in Siria, il Fplp-Cg li ha combattuti con ferocia, difendendo il regime siriano.
Spopolato e dissanguato dalla guerra civile, Yarmouk è ora sotto attacco dell'Isis. I palestinesi che vi muoiono a centinaia di fame, freddo, sete e colpi di armi da fuoco sono vittime della ferocia contrapposta di due eserciti arabi. Come sempre. Come nel 1970 nel Settembre Nero di Amman (20.000 palestinesi uccisi da arabi). Con un di più: la dissidenza palestinese "di sinistra" che comprende oltre al Fplp-Cg anche il Fdlp e altre organizzazioni, che spesso hanno ucciso alti esponenti della Olp, è asservita ai peggiori regimi arabi (ieri Saddam Hussein, oggi Beshar al Assad).
Abu Mazen rifiuta quindi di mandare i suoi uomini a combattere a fianco dei palestinesi di Yarmuk e dell'esercito siriano contro l'Isis, perché è convinto, a ragione, che l'uno e l'altro si equivalgano e che comunque, se potessero, ucciderebbero lui e tutta la dirigenza palestinese moderata.
Yarmouk, insomma, fa emergere il lato oscuro, sanguinario, demente, della vicenda palestinese, che ha sempre visto le leadership arabe usare delle sofferenze palestinesi come cinica leva per le proprie strategie politiche da macellai. Col risultato che dal 1948 a oggi i palestinesi uccisi da Israele sono la metà dei palestinesi uccisi dagli arabi o dai palestinesi. Ma nessuno lo dice. Perché è di moda, di nuovo, accusare gli ebrei di essere assetati di sangue.
 
 
Libero del 11/04/15

giovedì 9 aprile 2015

Gemelle mussulmane si convertono all'ebraismo e si arruolano nelle IDF

muslim twins in idf  
Fatima e Zukra Islmbakov sono due gemelle nate da mamma mussulmana 19 anni fa in Uzbekistan.
Dopo diversi anni in una scuola mussulmana ed anni trascorsi considerandosi mussulmane, le gemelle hanno scoperto di avere origini ebraiche e che loro padre era ebreo. L'agenzia ebraica ha proposto quindi loro di fare aliyah.
Le gemelle hanno abbandonato la tradizione locale e hanno deciso di trasferirsi in Israele con i loro genitori anche se per la legge israeliana sono considerate mussulmane. Oggi comunque servono nell'esercito israeliano, si stanno convertendo all'ebraismo e hanno cambiato nome. Una delle due gemelle ha preso parte in una importante missione durante  Operation Protective Edge
muslim twins in idf
Oggi si chiamano Yael e Noga e hanno cambiato anche il loro cognome da Islambakov in Steinman. Le ragazze hanno sentito il bisogno di convertirsi e vivere la vita come donne ebree e lo hanno fato con il sostegno di entrambi i genitori.
 

giovedì 2 aprile 2015

Bambini palestinesi: i falsi scoop a tempo di B’Tselem

Questa mattina il giornale La Repubblica riporta in prima pagina (cartacea e online) la notizia del presunto arresto di un bambino palestinese di appena 5 anni. Nel farlo propone un video distribuito ieri da B’Tselem, una Ong filo-palestinese israeliana che,sempre la Repubblica, definisce “una delle Ong più importanti di Israele” ma che in realtà si è spesso distinta per rapporti falsi e tendenziosi, non certo imparziali, rapporti o scoop che guarda caso vengono distribuiti sempre in prossimità delle attribuzioni dei fondi alle Ong in Medio Oriente da parte dell’Unione Europea.
Ma andiamo con ordine. Secondo quanto scrive La Repubblica, “nelle immagini, risalenti a due giorni fa, un bambino palestinese di cinque anni viene fermato dall’esercito israeliano a Hebron e tenuto in custodia assieme al padre (l’uomo bendato che compare all’inizio del video) per due ore. Il ragazzino è stato arrestato per aver lanciato un sasso contro un’automobile di coloni” . Prima falsità tendenziosa. Il bambino non è stato affatto arrestato. I soldati dell’IDF lo hanno semplicemente fatto salire in un loro mezzo e lo hanno portato a casa sua dato che il padre era in arresto. A confermarlo non sono i militari israeliani ma la polizia palestinese alla quale è stato affidato il padre del ragazzino che, per la cronaca, è stato multato (dai palestinesi) di 5.000 dinari per aver messo il sasso in mano al bambino e averlo incitato a lanciarlo. Bastava che La Repubblica avesse appurato i fatti per rendersene conto in appena due nanosecondi. Certo, il bambino piange perché non vuole entrare nel mezzo militare, cosa del tutto normale, ma i militari israeliani sono stati più giudiziosi del padre che, al contrario, ha messo il sasso in mano al ragazzino.
E qui veniamo al secondo punto. Negli ultimi mesi si sono avuti decine di incidenti causati dal lancio di sassi contro vetture dei coloni. Non sono, come dice la Ashton e qualche buonista occidentale a tempo, degli innocui gesti di protesta. Quei sassi feriscono e uccidono, spesso bambini ebrei innocenti di cui però nessuno parla perché un bambino ebreo ferito, anche gravemente, non fa notizia. Ma quello che più fa arrabbiare di tutta questa storia è che le Ong che si definiscono a difesa dei Diritti dei bambini palestinesi non si sognano nemmeno di condannare chi cresce questi bambini in un clima di odio permanente e che gli mette in mano quei sassi (guardate questo video per rendervi conto che non si tratta di sassolini sporadici) rischiando di trasformarli nei futuri terroristi. Quella si che è una violazione dei Diritti dei bambini palestinesi. Per non parlare poi di quello che succede a Gaza dove ai bambini viene insegnata la guerra con armi vere e addirittura insegnato l’ebraico perché “è importante conoscere la lingue del nemico così da poterlo ingannare”. E cosa sono queste se non gravissime violazione dei Diritti dei Bambini Palestinesi che vengono trasformati in bambini soldato esattamente come succede in Uganda o in Congo? Eppure se lo fanno i palestinesi tutti tacciono.
Infine parliamo della tempistica di questi presunti scoop di Ong come B’Tselem e altre organizzazioni filo-palestinesi. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come mai questi “scoop” escono sempre quando l’Unione Europea si appresta a discutere della distribuzione dei fondi da destinare alle Ong in Medio Oriente, appuntamento fissato guarda caso per il 16 luglio. E non è la prima volta che succede. Poi nessuno fa caso al fatto le due ore di “arresto” dichiarate da B’Tselem (e da Repubblica) sono in effetti 45 minuti, il tempo di consegnare il bambino a un familiare, nessuno fa caso al fatto che la stessa polizia palestinese abbia smentito l’arresto de bambino e che addirittura abbia multato il padre. E’ tutto regolare, si fa questo e altro per ottenere fondi.
Insomma, siamo di fronte all’ennesimo caso di montatura mediatica supportata incredibilmente da giornali sinistri che non esitano, loro si, a violare i Diritti dei bambini palestinesi che invece di essere in strada a tirare sassi e a ferire gente, oppure in un campo scuola di Gaza con un mitragliatore in mano, dovrebbe fare quello che tutti i bambini del mondo fanno, studiare e giocare.
Miriam Bolaffi

mercoledì 1 aprile 2015

Hamas, missili sui civili israeliani: la denuncia di Amnesty International

Missili palestinesi sui civili israeliani nel conflitto dell’estate scorsa tra Israele e Hamas. Lo anticipa un rapporto di Amnesty International sui crimini di guerra palestinesi.  Si tratta della prima volta che Amnesty si concentra sui missili palestinesi su Gaza. «I gruppi armati palestinesi, compresa l’ala armata di Hamas, hanno ripetutamente lanciato attacchi che hanno ucciso e ferito cittadini innocenti», dice Philip Luther, direttore del programma di Amnesty International per Medio Oriente e Nord Africa. Tutto ciò in violazione del diritto umanitario.
Il rapporto di 63 pagine conferma in pratica le dichiarazioni di Israele sui missili rivolti ad obiettivi civili, mettendo in evidenza che non si è trattato di episodi isolati. Trai bersagli scuole, ospedali e una chiesa greca ortodossa nella città di Gaza. Lo raccontano testimonianze di residenti che hanno visto con i loro occhi i missili sfiorare le loro case.
Solo il 28 luglio scorso sarebbero stati 13 i civili uccisi nel campo profughi di Shati da un missile palestinese, come dimostra il cratere. Il rapporto precisa anche che tutti i missili di Hamas sono come proiettili senza guida e non danno la possibilità di una mira precisa, esponendo di fatto la maggioranza degli israeliani al pericolo di bombardamento.
Sarebbero stati, secondo Amnesty, 4881 i missili rivolti ad Israele nel periodo dall’8 luglio al 26 agosto. Di questi, 243 sono stati intercettati dal sistema difensivo di Israele, mentre altri 31 hanno colpito la striscia di Gaza. Anche se l’organizzazione non nega che gli attacchi palestinesi non siano una giustificazione sufficiente alla risposta di Israele e ai suoi attacchi ai civili (ovviamente…non si può pretendere troppo da Amnesty International!).

Certo che gli israeliani hanno votato sull’economia

Un futuro studioso di storia non avrà problemi ad analizzare e spiegare i risultati delle elezioni del 2015 in Israele: non farà altro che attenersi ai fatti. Dalle statistiche apprenderà che nei sei anni di governo a guida Likud la situazione economica degli israeliani era migliorata: l’inflazione era scomparsa, il tasso di disoccupazione era diminuito e il tenore di vita delle famiglie era aumentato in maniera significativa, anche ai livelli inferiori. Ecco i dati che avrà a disposizione: nel 2009, ogni famiglia della fascia di reddito medio di circa 9.000 shekel mensili (2.075 euro) aveva un’automobile; nel 2013 la proprietà di auto private nelle famiglie della stessa fascia è salita del 61%. Nel 2009, il 66% delle famiglie di questa fascia aveva due telefoni cellulari; nel 2013 erano diventate il 72%. Nel 2009 c’era un condizionatore d’aria installato negli appartamenti del 74% delle famiglie di questa fascia; nel 2013 c’era un condizionatore nelle case dell’86,5% di queste famiglie.
Lo studioso di storia della società israeliana scoprirà che la situazione economica era migliorata anche nella fascia di reddito inferiore: dal 2009 al 2013 la percentuale di famiglie povere che possiedono un’automobile è passata dal 24,5% al 31,5%; la percentuale di famiglie povere con due telefoni cellulari è aumentata dal 50% al 58%; e la percentuale di famiglie povere con aria condizionata nel proprio appartamento è passata dal 42,4% al 62,5%. Si tratta di un impressionante aumento del tenore di vita, si dirà lo studioso.
Pil pro capite israeliano fra il 2012 e il 2014
Pil pro capite annuo israeliano fra il 2006 e il 2014, in dollari Usa. Dati: Banca Mondiale
 
 
Da altre fonti statistiche, lo storico riceverà informazioni su importanti investimenti nelle infrastrutture che collegano la periferia al centro del paese, con conseguente forte aumento del valore dei beni della gente che vi abita. Tutto questo lo porterà alla sola conclusione razionale: gli israeliani hanno votato a favore della rielezione di un governo guidato da Netanyahu per motivi economici.
Quello che sarà difficile, per il nostro storico del futuro, sarà capire e spiegare il dibattito che si è sviluppato in Israele dopo le elezioni: un dibattito incentrato sullo sforzo di spiegare i risultati utilizzando ogni fattore possibile tranne il fattore economico-fattuale. E sarà sorpreso nel leggere che il centro-sinistra ha perso le elezioni benché la situazione degli elettori, obiettivamente, non fosse mai stata peggiore: per cui loro, gli elettori, devono aver mentito a se stessi, oppure hanno votato in modo viscerale, oppure hanno ceduto alla propaganda nazionalistica, oppure hanno seguito il proprio istinto etnico come un gregge cieco, oppure hanno voluto punire il partito laburista che non è al potere da quindici anni, oppure si sono messi tutti d’accordo per dare una lezione a quei radical-chic che vivono a Tel Aviv, o più probabilmente sono stati guidati da tutti questi motivi irrazionali messi insieme. Ma certamente non perché volessero, da elettori perfettamente razionali, che il Likud in generale, e il primo ministro Benjamin Netanyahu in particolare, restassero al potere per continuare a trarne benefici economici.
Perché mai, si domanderà il futuro storico della politica israeliana (e mi domando io oggi) dovremmo ricorrere ad astruse spiegazioni a metà tra teorie complottiste, teorie post-marxiste sulla “falsa coscienza” e teorie post-moderne sulla “politica dell’identità”, quando i fatti parlano da soli in modo chiaro? L’opposizione aveva promesso agli elettori un “rivolgimento politico” che avrebbe “cambiato il motore” dello stato d’Israele. Ma la maggior parte degli elettori non voleva un rivolgimento economico e nessun cambio del motore. Gli andava bene quello che avevano, disposti ad accontentarsi di alcune piccole riparazioni. Anche Moshe Kahlon (di Kulanu) è sembrato troppo. Va bene come ministro, purché sotto Bibi Netanyahu.
E’ ora che i partiti dell’opposizione la smettano di incolpare gli elettori per le loro sconfitte gridando “cattivi, cattivi!” e inizino a incolpare se stessi, e in particolare la loro campagna sbagliata sulla questione economica che descriveva falsamente Israele come se fosse sull’orlo del collasso economico.
(Da: YnetNews, 22.3.15)

Se sfugge a commentatori e giornalisti la differenza fra “oggi” e “mai”

Di Clifford D. May
 
Cos’è che ha scatenato la ridda di commenti indignati e tendenziosi su Israele in generale, e sul primo ministro Benjamin Netanyahu in particolare? Tutto è iniziato con il New York Times, la testata che detta la linea, che lo scorso 16 marzo (vigilia delle elezioni in Israele) titolava: “Netanyahu dice no a uno stato per i palestinesi”. L’editoriale di Thomas Friedman parlava del “totale rifiuto” di uno stato palestinese da parte del primo ministro israeliano. L’editorialista andava anche oltre, accusando Netanyahu d’aver “dichiarato” che non avrebbe “mai permesso una soluzione a due stati tra israeliani e palestinesi”.
Ma ecco cosa aveva effettivamente detto Netanyahu, rispondendo a un giornalista israeliano: “Penso che chi oggi istituisce uno stato palestinese e sgombera dei territori, consegna all’estremismo islamista un territorio da cui attaccare lo stato di Israele”. Tutto qui.
Come si può spiegare – senza pensare alla malafede – la miracolosa trasformazione dell’idea di Netanyahu che “oggi” uno stato palestinese non sia realizzabile, nell’accusa che egli lo rifiuti “totalmente” (outright) promettendo che non permetterà “mai” (never) una soluzione a due stati? Che giornalismo è quello che riferisce mai dove l’intervistato dice oggi?
Cosa ha in mente Netanyahu quando dice che oggi sgomberare un territorio significa consegnarlo ai jihadisti? Si consideri: il Sinai, restituito da Israele all’Egitto nel 1982, è usato oggi come “base d’attacco” da Ansar al-Beit Maqdis, un gruppo jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico-ISIS (e attivamente combattuto dall’Egitto in stretta collaborazione con Israele). Il Libano meridionale, da cui Israele si è ritirato quindici anni fa, è controllato da Hezbollah, servo terrorista dell’Iran, che vi ha illecitamente schierato decine di migliaia di razzi, tutti puntati sugli israeliani. La striscia di Gaza, da cui Israele si è ritirato dieci anni fa, è controllata da Hamas, gruppo islamista apertamente votato all’eliminazione di Israele e degli ebrei dal Medio Oriente. Per quanto riguarda la Cisgiordania, ciò che praticamente sanno tutti, anche se la maggior parte è riluttante ad ammetterlo, è che se gli israeliani dovessero ritirarsi oggi, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) verrebbe verosimilmente rovesciato da Hamas, dall’ISIS o da milizie sostenute dall’Iran. Torno a sottolineare: questa è la situazione oggi. Non sto dicendo – né l’ha detto Netanyahu – che palestinesi e israeliani non potranno mai vivere come vicini, in due stati indipendenti.
Il New York Times del 16 marzo 2015
Il New York Times del 16 marzo 2015 (clicca per ingrandire)
Subito dopo le elezioni, Netanyahu ha cercato di chiarire che non aveva cambiato posizione: una posizione che aveva delineato in dettaglio nel suo importante discorso del 2009 alla Bar-Ilan University. Gli israeliani, aveva detto allora, sosterranno uno stato palestinese se i palestinesi ricambieranno accettando lo stato ebraico e accettando di porre fine al conflitto. E’ una formulazione praticamente identica alle offerte di uno stato palestinese fatte da altri primi ministri israeliani nel 2000, nel 2001 e nel 2008: tutte respinte dai dirigenti palestinesi. “Voglio una soluzione a due stati che sia pacifica e sostenibile – ha detto Netanyahu la settimana scorsa – Ma per far questo, le circostanze devono cambiare”.
La maggior parte dei mass-media ha definito la precisazione di Netanyahu un “ribaltamento” della sue precedenti dichiarazioni. Il portavoce dell’amministrazione Obama, Josh Earnest, non ha concesso nemmeno questo, continuando ad accusare Israele di essersi rimangiato l’impegno a perseguire l’obiettivo dei due stati, e aggiungendo che ciò costringe gli Stati Unito a “ripensare” la loro strategia: una velata minaccia di porre fine al sostegno diplomatico di tutte le precedenti amministrazioni, sia democratiche che repubblicane, di fronte ai tentativi di usare forum internazionali come l’Onu per indebolire e infine annientare Israele. (Successivamente lo stesso Barack Obama ha affermato che le “condizioni” poste da Netanyahu non potranno mai essere accettate dai palestinesi e ciò significa che Netanyahu impedisce la prospettiva di uno stato palestinese.)
Mentre formulava le sue minacce, il portavoce Earnest ribadiva che Israele “è il nostro più stretto alleato nella regione”. Ebbene, considerando l’evidente disponibilità di Obama a lasciare aperta all’Iran una strada per dotarsi di armi nucleari, il suo ripiegamento dalle “linee rosse” che lui stesso aveva indicato sull’uso di armi chimiche ad opera del dittatore siriano, l’ascesa dell’ISIS in seguito al ritiro delle truppe americane dall’Iraq e il deterioramento della situazione nello Yemen dopo che Obama lo aveva presentato come un successo della sua politica estera, sorge il timore che gli Stati Uniti possano davvero diventare, come ebbe a dire lo studioso Bernard Lewis, “innocui come nemico, ma infidi come amico”.
(Da: Israel HaYom, 25.3.15)

mercoledì 25 marzo 2015

Accuse di spionaggio a Israele. Come mai proprio adesso?

Ron Ben-Yishai, autore di questo articolo
Ron Ben-Yishai, autore di questo articolo
Le accuse dagli Stati Uniti circa il presunto spionaggio israeliano, pubblicate lunedì sul Wall Street Journal, sono ingiuste e anche un po’ ridicole. L’amministrazione americana e il funzionario governativo che hanno fatto trapelare la notizia sono ben consapevoli del fatto che Israele è in grado di ottenere queste informazioni in modo del tutto legittimo da coloro che prendono parte ai negoziati con gli iraniani, così come attraverso altri mezzi legittimi all’interno della comunità dell’intelligence. Non è un segreto che Israele ha i suoi modi per sapere cosa accade in Iran e nei colloqui che stanno conducendo l’Iran e il suo rappresentante all’estero. D’altra parte, ciò che sarebbe inaccettabile per Israele dovrebbe essere inaccettabile anche per gli Stati Uniti. L’articolo del Wall Street Journal afferma esplicitamente che gli Stati Uniti hanno intercettato comunicazioni riservate israeliane e che da esse hanno tratto l’impressione che Israele “potrebbe aver spiato” gli Stati Uniti. E’ tollerabile che gli americani, che non devono affrontare minacce dirette alla loro esistenza, possano spiare un alleato mediorientale mentre quell’alleato mediorientale, Israele, che deve fronteggiare una minaccia diretta alla sua esistenza, non può dare un’occhiata più da vicino a quanto gli Stati Uniti stanno facendo alle sue spalle?
L'articolo del Wall Street Journal
L’articolo del Wall Street Journal
Ma al di là delle questioni di equità e moralità, è importante capire che le notizie sul presunto spionaggio israeliano fanno parte di una campagna condotta dagli Stati Uniti con un chiaro intento politico. Qui non si tratta solo della vendetta politica contro Benjamin Netanyahu, ma di una calcolata manovra politica pianificata dall’amministrazione Obama molto prima delle elezioni israeliane, per il caso in cui Netanyahu avesse vinto. E’ in atto un blitz dei mass-media contro Netanyahu gestito dalla Casa Bianca.
Dietro questa campagna mediatica, si celano le profonde preoccupazioni dell’amministrazione per quanto riguarda due aspetti: che Israele possa silurare l’accordo nucleare con l’Iran e che possa andare al governo in Israele una stretta coalizione di destra.
Inoltre, le accuse di spionaggio contro Israele hanno lo scopo di legare le mani ai membri del Congresso rispetto all’accordo con l’Iran, insinuando una velata accusa di “tradimento” verso chiunque, repubblicano o democratico, si schierasse contro quell’accordo utilizzando informazioni ricevute da Israele.
(Da: YnetNews, 24.3.15)

martedì 24 marzo 2015

Milano: nuovamente imbrattata la bandiera di Israele per Expo 2015


Milano, 23 Marzo 2015 – Ancora una volta l’idiozia degli odiatori di professione in chiave antisraeliana ha colpito il capoluogo milanese, precisamente in Piazza Cordusio dove mani ignote (anche se iniziamo a sospettare che siano sempre le stesse…) hanno nuovamente imbrattato la bandiera della Stato di Israele esposta per Expo 2015 insieme a quelle di tutti gli altri paesi
partecipanti alla manifestazione.
La denuncia proviene da molti cittadini milanesi che hanno fotografato questo ennesimo scempio esprimendo poi il proprio sdegno tramite i  propri profili sui social network.
Fortunatamente la bandiera è stata sostituita nel giro di poche ore.
 
 
 

lunedì 23 marzo 2015

Ultimora

Forze di Difesa, polizia e servizi di sicurezza israeliani hanno annunciato domenica d’aver scoperto una cellula di Hamas a Qalqilya che progettava attentati all’interno di Israele. Durante le indagini sono state sequestrate decine di kg di materiali usati per la fabbricazione di esplosivi. L’inchiesta ha rivelato che i terroristi erano stati reclutati in Giordania, addestrati nella striscia di Gaza e poi inviati in Cisgiordania.

Che apartheid in Israele....mamma mia!!!!!

Tareq Abu Hamed, ingegnere chimico palestinese originario di Sur Bahir (sobborgo est di Gerusalemme), ha vinto il concorso per la carica di vice-capo scientifico presso il Ministero israeliano per la Scienza, la Tecnologia e lo Spazio, diventando così l’arabo-palestinese di Gerusalemme est con la posizione più alta in un ministero israeliano. Abu Hamed, 42 anni, ha studiato ingegneria chimica ad Ankara (Turchia), e ha fatto il post-dottorato presso il Weizmann Institute israeliano e l’Università americana del Minnesota studiando le energie rinnovabili con particolare attenzione ai sostituti del petrolio nel campo dei trasporti. Ha poi diretto il Centro per le energie rinnovabili e il risparmio energetico presso l’Istituto israeliano di Studi Ambientali Arava, ed è stato a capo del dipartimento per l’energia rinnovabile del Science Center Arava e Mar Morto. Due anni fa ha iniziato a lavorare presso il Ministero israeliano della Scienza. Nel frattempo ha conseguito il prestigioso Premio Dan David per la promozione della responsabilità sociale con particolare attenzione all’ambiente.

LE facce da culo dell'organizzazione non utile colpiscono ancora

Su nove documenti ufficiali prodotti dal rapporto annuale della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, solo uno dei 193 stati membri dell’Onu viene esplicitamente denunciato per continue violazioni dei diritti delle donne: è Israele, accusato con particolare riferimento alle donne palestinesi. La risoluzione, promossa da palestinesi e Sud Africa, è stata adottata venerdì con 27 voti a favore, 2 contrari (Israele e Stati Uniti) e 13 astensioni (paesi membri dell’Unione Europea). L’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, ha denunciato la risoluzione come l’ennesima prova della faziosità delle Nazioni Unite, ricordando non solo la condizione della donna in altri paesi del Medio Oriente non citati dalla risoluzione (e che hanno leggi e politiche fra le più discriminatorie e repressive verso le donne), ma anche il maltrattamento delle donne nell’Autorità Palestinese dove “i delitti d’onore sono cosa di tutti i giorni, e l’occupazione delle donne è pari al 17% contro il 70% degli uomini”. Vale la pena notare che, secondo un rapporto 2014 del World Economic Forum, Israele si classifica 57esimo su 137 paesi per la promozione del potere politico della donna (gli Usa risultano 54esimi e l’Arabia Saudita 117esima), e che nelle ultime elezioni israeliane sono state elette 27 parlamentari donne su 120 membri della Knesset.

Due popoli due stati: quello che ha detto veramente il premier israeliano

“Quello che ho detto è che è irrealizzabile nelle attuali circostanze. Avevo indicato molto chiaramente quali sono le condizioni necessarie per una soluzione a due stati, nel mio discorso alla Bar-Ilan University del 2009, e non ho cambiato posizione: non ho affatto ritrattato quel discorso. Quello che ho detto è che l’attuazione di quella prospettiva non è possibile in questo momento [vista] la decisione della dirigenza dell’Autorità Palestinese lo scorso anno di stringere un patto con Hamas e i recenti sconvolgimenti in Medio Oriente come la guerra civile in Siria, l’ascesa dell’ISIS ed anche il controllo iraniano su Gaza. Non voglio una soluzione a un unico stato, ma certamente non voglio nemmeno una soluzione senza stato ebraico perché l’esistenza stessa di Israele sarebbe compromessa. Il problema cruciale non è solo dove saranno i confini, ma cosa vi sarà dall’altra parte di quei confini. Dobbiamo ritirarci perché si insedino islamisti sostenuti dall’Iran come è accaduto a Gaza, come è accaduto in Libano e come sta accadendo in altre parti del Medio Oriente?”. (Benjamin Netanyahu, intervista a NPR, 20 marzo 2015)

Il pensiero del premier israeliano

«Non voglio una soluzione a un solo stato. Voglio una soluzione a due stati pacifica e sostenibile. Ma per far questo, le circostanze devono cambiare. Non ho cambiato la mia politica. Non ho mai ritrattato il mio discorso di sei anni fa alla Bar-Ilan University a favore di uno stato palestinese smilitarizzato che riconosca uno stato ebraico. Quella che è cambiata è la realtà delle cose. Il presidente palestinese Abu Mazen si rifiuta di riconoscere lo stato ebraico e ha stretto un patto con Hamas, che invoca la distruzione dello stato ebraico. Intanto tutti i territori che vengono sgomberati, oggi, in Medio Oriente, vengono occupati da forze islamiste. Noi vogliamo che questa situazione cambi in modo da poter realizzare la prospettiva di una pace vera e sostenibile.» (Benjamin Netanyahu intervista alla NBC, 19 marzo 2015)

Il discorso di Netanyahu del 2009... sempre valido!!!

«Nella mia visione della pace, in questo nostro piccolo paese due popoli vivranno liberamente, fianco a fianco, in amicizia e rispetto reciproco. Ognuno avrà la propria bandiera, il proprio inno nazionale, il proprio governo. Nessuno dei due minaccerà la sicurezza o la sopravvivenza dell’altro. […] Questi sono i principi che guidano la nostra politica, una politica che deve tener conto della situazione internazionale che si è sviluppata di recente: dobbiamo riconoscere questa realtà e allo stesso tempo attenerci saldamente ai principi essenziali per Israele. Ho già sottolineato il primo principio: il riconoscimento. I palestinesi devono riconoscere Israele chiaramente e senza ambiguità come lo stato del popolo ebraico. Il secondo principio è la smilitarizzazione. Il territorio sotto il controllo palestinese deve essere smilitarizzato con disposizioni di sicurezza ferree. Senza queste due condizioni, c’è il reale pericolo che uno stato palestinese armato finisca col diventare un’altra base terroristica contro lo stato ebraico, come a Gaza. Noi non vogliamo razzi Qassam su Petach Tikva, razzi Grad su Tel Aviv né missili sull’aeroporto Ben-Gurion. Noi vogliamo la pace. Per avere la pace bisogna fare in modo che i palestinesi non possano importare missili, schierare un esercito, chiuderci il loro spazio aereo, stringere alleanze con gente come Hezbollah e Iran. Su questi punti c’è ampio consenso all’interno di Israele. È impossibile aspettarsi che noi accettiamo in anticipo il concetto di uno stato palestinese senza la garanzia che questo stato sarà smilitarizzato. Su una questione così cruciale per l’esistenza d’Israele, bisogna innanzitutto rispondere alle nostre esigenze di sicurezza. Senza di questo, prima o poi quei territori diventeranno un’altra Hamastan, e questo non lo possiamo accettare. Se avremo garanzie in merito alla smilitarizzazione e alle esigenze di sicurezza di Israele, se i palestinesi riconosceranno Israele come lo stato nazionale del popolo ebraico, allora saremo pronti in un futuro accordo di pace ad arrivare a una soluzione che veda uno stato palestinese smilitarizzato accanto allo stato ebraico.» (Benjamin Netanyahu, discorso all’Università Bar Ilan, 14 giugno 2009)

mercoledì 18 marzo 2015

Clamoroso autogoal di Hamas su Twitter: l’hashtag #AskHamas lanciato per ottenere sostegno si rivela un boomerang

Gaza – Doveva essere una campagna a sostengo di Hamas, per migliorare la sua immagine, ma l’iniziativa promossa da ieri su Twitter dal gruppo islamico (terrorista) palestinese si è ben presto trasformata in un’ondata di scherno. Messaggi sarcastici e beffardi hanno infatti sostituito quelli sperati di sostegno e ammirazione. Perché con l’hastag #AskHamas il movimento che governa la Striscia di Gaza dopo il golpe del 2006 voleva far sì che i propri leader rispondessero, in lingua inglese e per cinque giorni, alle domande degli utenti dei social media. Il lancio dell’iniziativa coincideva con la scadenza dell’appello dell’Unione Europea per la rimozione di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
La campagna #AskHamas avrà inizio venerdì e proseguirà per cinque giorni“, recitava un comunicato in lingua araba postato sulla pagina Facebook ufficiale di Taher al-Nunu, responsabile di Hamas per i media. L’obiettivo era chiaro: ”mandare un messaggio al pubblico dell’Europa, che ha mostrato solidarietà alla causa palestinese, affermando che Hamas non è un movimento terroristico, ma un movimento di liberazione nazionale”.
Nunu ha poi postato un link all’account di Twitter @HamasInfoEn che mostrava le fotografie dei funzionari del movimento palestinese incaricati di rispondere alle domande degli utenti. Tra questi anche il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. Ma i primi cinguetti apparsi sotto l’hashtag #AskHamas hanno da subito mostrato un carattere distaccato e beffardo. Tanti anche i tweet critici che sono stati indirizzati all’account di Hamas, del tipo: “perché avete ucciso 30 civili a Netanya nel 2002?”; “quando terrete le prossime elezioni?”; “bambina-sposa non è ridondante?”.
(Fonte: Adnkronos, 14 Marzo 2015, Leonardo.it, 13 Marzo 2015)

I veri vincitori sono gli arabi, oggi chi diffama Israele si sente morire

di Micol Anticoli

Non so davvero cosa possano inventarsi i detrattori dello Stato d’Israele ora che l’unione dei partiti arabi è divenuta la terza forza politica del Paese. Con 14 seggi alla Knesset, la Joint List (in ebraico HaReshima HaMeshutefet) ha dimostrato che in Israele – con le armi della democrazia – tutto è possibile. Il listone arabo è composto dall’unione di quattro partiti:Chadash, Balad, Lista Araba Unita e Taal. Ognuno di questi, basandosi sulle esperienze pregresse, non avrebbe verosimilmente superato la soglia di sbarramento, aumentata di 1,25 punti rispetto alle elezioni precedenti, o quantomeno avrebbe fatto molta fatica; la strategia vincente di mettersi insieme è stata dettata de facto dalle decisioni parlamentari di modificare la legge elettorale, dando così alla componente araba della Knesset l’input per formare una coalizione dieci volte più influente di quanto non lo fossero i singoli partiti nella scorsa legislatura. Che sia stata una mossa dettata soltanto dai numeri si può facilmente evincere dalla ampia differenza di approcci e di vedute tra un partito e l’altro. Vi sono infatti socialisti e comunisti particolarmente attenti alla politica economica e ai diritti dei lavoratori,nazionalisti arabi neanche troppo moderati e sostenitori della cooperazione arabo-ebraica; chi appoggia la soluzione due Stati per due popoli e chi uno Stato binazionale; chi crede nel dialogo e chi nella lotta armata; personaggi che vedono nel seggio alla Knesset l’opportunità di combattere il “nemico sionista” dall’interno. Nel calderone vi è quindi uno spaccato della società arabo-israeliana, che tiene fuori però due importanti categorie: gli arabi che si sentono profondamente integrati nella società israeliana, quelli che credono nello Stato e apprezzano le libertà che Israele garantisce a tutti i cittadini e gli arabi che chiedono a gran voce ai propri fratelli di non candidarsi alle elezioni per non legittimare in tal modo l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Difficile ora prevedere quali ruoli saranno assegnati alla Joint List e come le componenti di questa riusciranno ad abbattere le profonde differenze interne, ma una certezza c’è, ed è la bandiera della democrazia israeliana che sventola alta sui cieli del Medio Oriente. Una democrazia difficile, non sempre conveniente, spesso controproducente. Una democrazia che permette di sedere in Parlamento anche a chi quell’istituzione vorrebbe distruggerla, anche a personaggi che invocano la lotta armata contro lo Stato e giustificano attacchi terroristici contro i civili. Civili come loro. 
   Ed è grazie a questa libertà che quella fetta di arabi fieri di essere israeliani, si sente fortunata e non cambierebbe la propria nazionalità con nessun’altra al mondo: perché si gira e vede i fratelli palestinesi del West Bank, che non votano dal 2006, come anche i fratelli gazawi. Poi sposta lo sguardo a sud e vede che in Egitto il Parlamento non è attivo dal 2012; la Siria è governata dalla dinastia Assad dal 1970, mentre in Libano dal 2013 le elezioni vengono rinviate e se saranno fortunati potranno votare nel 2017; non va meglio negli altri Paesi arabi come lo Yemen, dove possono votare soltanto i musulmani o in Arabia Saudita dove il potere politico e quello religioso sono nelle mani di una monarchia assoluta; in Iran non vi sono diritti umani e nella maggior parte degli Stati arabi o islamici i gay sono costretti a nascondersi. Per questo la stessa vittoria degli arabi è l’arma con cui Israele può combattere le menzogne e costringere chi l’accusa di praticare l’Apartheid di piegare la testa in segno di vergogna.

Kadima Bibi!

Contro ogni previsione, contro ogni logica, contro Obama che ha remato contro anzi ha inondato di dollari i suoi avversari, Bibi ha stravinto le elezioni politiche 2015!
Già gongolavano i sinistri italioti e di mezzo mondo: il "regno" di Bibi per loro era finito, un'era tramontata e da dimenticare al più presto. All'orizzonte il duo monnezza Herzog-Livni foriero di chissà quali miracoli e soprattutto di una improbabile e disgustosa alleanza con i partiti arabi che certo non hanno a cuore lo stato di Israele. 
E invece con un colpo di coda il Leone ha rimesso a posto tutto, e soprattutto ha rimesso al loro posto tutti!
Ora si prospetta una strada difficile sul piano internazionale, con una amministrazione americana decisamente ostile (almeno fino a quando sarà sul trono il califfo Barak Hussein Obama) e complessa su quello interno con le tante risposte da dare ai cittadini in temi come le tasse, i servizi, lo stato sociale, il lavoro e soprattutto la sicurezza. Ma gli israeliani hanno votato e hanno scelto ancora lui per provare ad uscire fuori nel migliore dei modi da queste situazioni e sono convinto che la scelta sia caduta sull'unico candidato possibile.
Kadima Bibi!
Kadima Israele!
 
 

Elezioni in Israele: vittoria di Bibi!

Lo scrutinio del 99% delle schede smentisce il “pareggio” annunciato dagli exit poll:
 

martedì 17 marzo 2015

Benjamin Netanyahu in political ad for Israel's Likud party


La prova che Israele è superiore

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Oggi si terranno in diversi paesi arabi le elezioni politiche: la Lista ebraica unita, presente quasi ovunque, potrebbe secondo alcuni sondaggi superare il 10% dei consensi. Una notizia storica: peccato non sia vera. Perché nei paesi arabi non si tengono elezioni di nessun tipo, perché nessun regime consente agli ebrei di esercitare i diritti di cittadinanza, e perché in quei paesi di ebrei non ce ne sono più (erano poco meno di 900.000 nel 1948).
Oggi invece in Israele si vota davvero, e la novità di queste elezioni è la presenza di una Lista araba unita, sorta per necessità (una legge ha innalzato dal 2 al 3,25% la soglia minima per accedere alla Knesset) e presto diventata un fenomeno politico. Ayman Odeh, il suo leader, è un avvocato quarantenne di Haifa di formazione laica e di famiglia comunista (dagli anni Sessanta il Partito comunista è la forza più votata dalla popolazione arabo-israeliana) che oggi si definisce “socialista e democratico”. Il cuore della campagna elettorale di Odeh è semplice e pragmatico: la Lista araba, spiega, non è solo un riferimento elettorale per la minoranza palestinese in Israele, ma una forza politica che offre un’alternativa anche agli ebrei che non si riconoscono nei partiti sionisti. Nelle scorse settimane è giunta l’adesione, clamorosa, di Avraham Burg, ex presidente laburista della Knesset e dell’Agenzia Ebraica. I sondaggi quotano la Lista fra i 12 e 15 seggi (su 120).
“La lista araba – osserva il giornalista e scrittore israeliano Meron Rapoport (nonché traduttore di Pasolini e Primo Levi) – è la vera novità di queste elezioni. Non credo che avrà un peso reale nella formazione del nuovo governo. Non ci sono partiti in Israele disponibili oggi a formare un governo con questa lista. Tuttavia rappresenta una novità storica che potrebbe cambiare il futuro della politica israeliana. È un nuovo attore politico che si presenta sulla scena e che avrà peso e possibilità di formare coalizioni con partiti della sinistra, aprendo nuovi scenari interni”.
Naturalmente non tutta la popolazione araba è d’accordo, e c’è chi ha promosso una campagna di boicottaggio delle elezioni, perché “farsi eleggere alla Knesset vuol dire legittimare l’occupazione israeliana della Palestina”. Alle scorse elezioni, due anni fa, votò soltanto il 56% degli arabo-israeliani: oggi Odeh prevede un’affluenza del 70%.
La differenza fra Israele e il resto del Medio Oriente è tutta qui: diritti civili e politici, libertà di espressione, democrazia rappresentativa, Stato di diritto. Israele non è la società perfetta, e non di rado la sua classe dirigente sbaglia: proprio come accade in Italia, o negli Stati Uniti, o in qualsiasi altro paese occidentale. L’Occidente non è perfetto perché la realtà è imperfetta: ma qui da noi, diversamente dal resto del mondo, se ne può parlare liberamente, si possono proporre alternative, si può votare e scegliere e, la volta successiva, cambiare la propria scelta. Israele siamo noi, e la nostra simpatia per Israele è anche un atto di egoismo: difendendolo, difendiamo noi stessi. Auguri alle elettrici e agli elettori israeliani, dunque, e auguri alla Lista araba unita.

Trovata sopra il lago di Tiberiade una maschera di Pan di duemila anni fa

Una maschera in bronzo del dio greco Pan risalente a circa duemila anni fa è stata scoperta da archeologi dell’Università di Haifa a circa 2 km dal Lago Kinneret (Tiberiade) in Galilea, nel nord di Israele.
Secondo gli archeologi, la maschera è diversa da ogni altro reperto del genere scoperto sinora per via delle sue notevoli dimensioni: più grande di una testa umana.
La maschera è stata scoperta nello scavo archeologico di Sussita, che un tempo era il sito della città romana pagana di Antiochia Hippos. Hippos, una delle città della Decapoli, è stata la principale polis a est del Mare di Galilea, situata sulla cresta dei monti Sussita sovrastanti la città ebraica di Tiberiade, che sorge sul lato occidentale del lago.
La figura rappresentata dalla maschera presenta piccole corna nascoste tra ciocche di capelli, un particolare che ha portato gli archeologi a identificarla come una maschera di Pan, il dio dei pastori metà uomo e metà capro. Pan era anche il dio della musica e del divertimento. Dopo una pulizia più approfondita, gli archeologi hanno trovato sulla maschera ulteriori caratteristiche caprine, a conferma della diagnosi iniziale.
La maschera è stata trovata in un posto ritenuto al di fuori della città di Hippos, ma gli archeologi hanno anche trovato i segni di una grande struttura di basalto del periodo romano che sorgeva nella zona. La posizione della struttura e della maschera, all’esterno della città ma vicino alla strada che vi conduce, suggerisce che il sito deve aver ospitato un altare a Pan: sacrifici animali in onore al dio Pan venivano probabilmente effettuati non solo nei luoghi santi all’interno della città, ma anche al di fuori di essa, nella natura e nelle grotte. Un analogo altare all’aperto dedicato a Pan era già stato trovato a nord di Sussita.
(Da: Jerusalem Post, 15.3.15)