Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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martedì 23 giugno 2015

Mosab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, parla di Israele


Terrorismo palestinese a Gerusalemme: accoltellato poliziotto alla Porta di Damasco

Terrorismo palestinese a Gerusalemme: accoltellato poliziotto alla Porta di Damasco
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Gerusalemme, 21 Giugno 2015 – Un poliziotto israeliano è stato pugnalato questa mattina a Gerusalemme nei pressi della Porta di Damasco. Prima di perdere conoscenza, il poliziotto è riuscito ad aprire il fuoco contro l’attentatore (un 18enne del villaggio di Sa’ir, vicino a Hebron) ora ricoverato presso l’ospedale israeliano Hadassah Medical Center di Ein Kerem, prima di perdere i sensi.
Il poliziotto è stato poi ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme in condizioni critiche con ferite al collo e al petto.
Il terrorista era entrato clandestinamente in Israele e non fa parte dei molti palestinesi entrati a Gerusalemme grazie ai permessi rilasciati dalle autorità israeliane in occasione del mese musulmano di Ramadan. Il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e il primo ministro Benjamin Netanyahu hanno particolarmente elogiato il coraggio dell’agente che, benché ferito, ha neutralizzato il terrorista impedendogli di mettere a repentaglio altre vite umane.
(Fonte: Israele.net)

L’UNRWA compie 65 anni (e sono 65 di troppo)

 

Secondo i parametri dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, più del 97% di quelli che l’UNRWA considera profughi sono lo sono per niente

Editoriale del Jerusalem Post
L'Alto
L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha aiutato 50 milioni di persone a ricostruirsi una nuova vita: oggi non sono più “profughi” – L’UNRWA si è presa cura dal 1948 di 711.000 profughi palestinesi facendoli diventare, oggi, 5 milioni di profughi
 
Mettendo in scena un altro dei suoi spettacoli surreali, la scorsa settimana l’Onu ha celebrato il 65esimo compleanno di uno dei suoi rampolli più deformi e degeneri: l’agenzia per i profughi palestinesi UNRWA.
L’UNRWA venne fondata nel 1949 con il compito di occuparsi esclusivamente di quelli che venivano considerati profughi palestinesi. Di tutti gli altri profughi nel mondo, indipendentemente dalle loro condizioni e difficoltà oggettive, si occupa l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR): per qualche motivo, solo la categoria dei profughi palestinesi gode del privilegio d’essere assistita da un’agenzia in esclusiva: l’UNRWA appunto.
La malformazione era già insita nel genoma dell’UNRWA. Il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ammesso che, nelle intenzioni, l’UNRWA non avrebbe dovuto durare così a lungo, ma ha sostenuto che “se persiste, è a causa di un fallimento politico”. Guarda caso, nella migliore tradizione delle Nazioni Unite, è Israele che viene incolpato di questo fallimento. Lo stato ebraico viene sempre dipinto come il cattivo in commedia, ed è esasperante come la sua presunta cattiveria venga accettata come assiomatica.
Il Commissario generale dell’UNRWA Pierre Krahenbuhl piange calde lacrime sulle statistiche dei profughi che egli tipicamente presenta come fatti incontestabili, mentre invece ci sarebbe molto da eccepire. Secondo Krahenbuhl, ci sono oggi in Medio Oriente più di 5 milioni di profughi palestinesi, perché questo è il numero registrato presso l’UNRWA, e poco importa se sono all’opera potenti incentivi personali che spingono a registrarsi come profughi nonché evidenti interessi politici che spingono a gonfiare le liste dei profughi.
Tanto per cominciare gli stessi interessi dell’apparato burocratico dell’UNRWA escludono che essa possa essere neutrale e imparziale, dato che neutralità e imparzialità porterebbero realmente a miglioramenti tali da ovviare al vergognoso pretesto che tiene in piedi tutta la baracca dell’UNRWA. L’esistenza dell’UNRWA dipende infatti, in modo perverso, dal fatto che non vengano mai rimarginate le ferite di questa regione. In altre parole, è preciso interesse dell’UNRWA mantenere ben vive le fiamme del conflitto.
 
L'UNRWA
L’UNRWA assiste 4,8 milioni di profughi operando i 5 paesi con un budget di 948 milioni di dollari (197,5 dollari per profugo) e uno staff di 29.000 dipendenti (1 dipendente ogni 165 profughi). L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati assiste 33,9 milioni di profughi operando i 126 paesi con un budget di 3.590 milioni di dollari (105,9 dollari per profugo) e uno staff di 7.753 dipendenti (1 dipendente ogni 4.372 profughi)
 
I dati dell’UNRWA indicano innegabilmente un problema incancrenito, ma non nel senso che intendono Ban Ki-moon e Krahenbuhl. È vero, l’UNRWA è tenuta in vita da un fallimento politico, ma è un fallimento che non è affatto dovuto a Israele. I paesi arabi, tra i quali figurano stati monarchici e feudali assurdamente ricchi di petrodollari (e assai tirchi nelle loro elargizioni all’UNRWA), utilizzano quella stessa agenzia per impedire calcolatamente ai discendenti dei profughi palestinesi di perdere lo status di profughi. In questo modo hanno creato il più formidabile ostacolo alla pace che sostengono di perseguire. Pur sostenendo a parole di essere favorevoli alla soluzione “due stati per due popoli”, tengono deliberatamente vivo e alimentano il sogno di inondare Israele con milioni di palestinesi ostili. Se quegli stessi paesi così gretti avessero invece esortato i discendenti dei profughi ad abbandonare la pretesa di un “diritto al ritorno” (che non viene riconosciuto ai discendenti di nessuna comunità di profughi), avrebbero dato un colossale, autentico contributo sia al benessere dei profughi che alla pace. Perpetuando innaturalmente il problema per generazioni, essi smentiscono nei fatti la loro pretesa di essere a favore di una pacifica soluzione a due stati.
Lo stesso vale per la stessa UNRWA, un’organizzazione la cui ragion d’essere è fraudolenta e la cui auto-conservazione dipende dal garantire che il problema ad essa affidato non venga mai risolto. Tutto questo diventa evidente quando si considerano le diverse definizioni di “profugo” a cui ricorrono l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e l’UNRWA. Per l’Alto Commissariato è profugo colui che “a causa del fondato timore d’essere perseguitato … si trova al di fuori del paese di cui è cittadino”. In base a questa definizione, i discendenti del profugo non sono profughi. I figli di profughi cubani nati in Florida non sono considerati dei senza patria (come non lo sono i figli degli italiani esuli da Istria e Dalmazia).
L’unica eccezione sono i palestinesi. L’UNRWA classifica come profugo qualunque arabo, nativo o no, che abbia abitato “in Palestina tra il primo giugno 1946 e il 15 maggio 1948, e che abbia perso casa e mezzi di sussistenza a causa della guerra del 1948”. Qualunque lavoratore arabo migrante che si fosse trovato in quei due anni nella Palestina Mandataria britannica può rivendicare lo status di profugo palestinese. Non basta. L’UNRWA stabilisce che il titolo di profugo si estende ai “discendenti di persone divenute profughi nel 1948″. In pratica, basta un bisnonno profugo per ereditarne lo status, anche quando non si vive affatto “al di fuori del paese della propria nazionalità”. Secondo i parametri dell’Alto Commissariato, più del 97% di coloro che l’UNRWA considera come profughi sono lo sono per niente.
Così può accadere che venga classificato come “profugo palestinese” un arabo che vive in terra palestinese, figlio di genitori nati in terra palestinese ma considerati “profughi” perché nel 1948 un loro nonno dovette sfollare – poniamo – di 40 km da Ramle (Israele) a Kalandia (nella Samaria allora occupata dalla Giordania) a causa della guerra scatenata dagli stati arabi contro Israele. E magari a Ramle quel bisnonno ci era arrivato solo qualche anno prima dalla Giordania o dall’Egitto.
Non esiste nessun altro organismo delle Nazioni Unite in cui si sovrappongano così tanti strati di sfrontata ipocrisia con il solo scopo di contribuire cinicamente alla perpetuazione della miseria, anziché aiutare la causa della pace e del benessere. È giunto il momento di considerare l’UNRWA come un problema in quanto tale. E’ giunto il momento di smetterla di sborsare milioni che servono solo a ostacolare la pace tenendo artificialmente in piedi una indegna farsa. Questa regione del mondo starebbe meglio senza l’UNRWA. E’ giunta l’ora di trasferire le responsabilità dell’UNRWA all’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, come in tutto il resto del mondo.
(Da: Jerusalem Post, 6.6.15)

lunedì 15 giugno 2015

Estate 2014: Hamas fu l’aggressore e la causa delle vittime civili - 2

Un gruppo multi-nazionale di ex alti ufficiali e politici ha pubblicato venerdì scorso le proprie conclusioni, secondo le quali durante l’operazione Margine Protettivo “Israele non solo ha soddisfatto un ragionevole standard internazionale di osservanza delle leggi dei conflitti armati, ma in molti casi ha superato notevolmente quello standard”.
A differenza della commissione del Consiglio Onu dei Diritti Umani, accusata di pregiudiziale faziosità, il gruppo di personalità in questione, tra cui degli ex capi di stato, ha potuto contare sulla cooperazione di Israele sia a livello politico che militare. Il gruppo si è avvalso di undici personalità provenienti da Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Australia e Colombia guidate dal generale tedesco Klaus Naumann, ex capo di stato maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato Militare NATO. Fra i componenti del gruppo, l’ex ministro degli esteri italiano Giulio Terzi, l’ex ambasciatore itinerante del Dipartimento di Stato Usa per i crimini di guerra Pierre-Richard Prosper, l’ex comandante delle forze britanniche in Afghanistan, colonnello Richard Kemp.
“La nostra missione in Israele non ha precedenti – ha detto il gruppo riassumendo le proprie conclusioni – Siamo il primo gruppo multi-nazionale di questo tipo a visitare il paese. Ci è stato concesso un livello di accesso al governo israeliano e alle Forze di Difesa israeliane che non era stato concesso a nessun altro gruppo: dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro della difesa Moshe Ya’alon fino ai comandanti incaricati di condurre la battaglia sul campo”.
Il gruppo dice di essere a conoscenza delle accuse di crimini di guerra mosse a Israele, ma afferma di essere arrivato alla conclusione opposta secondo cui Israele, al contrario, aveva cercato per mesi di evitare il conflitto nonostante subisse lanci di razzi sui civili, e infine è stato costretto a combattere una guerra difensiva. Il gruppo definisce invece chiari crimini di guerra ad opera di Hamas il mirare deliberatamente ai civili israeliani e l’uso di civili palestinesi come scudi umani. “Hamas – dice il rapporto – non ha fatto nessuno sforzo per sgomberare i civili, ed anzi vi sono casi documentati di civili costretti a rimanere o tornare nei luoghi dove erano preannunciati attacchi israeliani”.
 
Gaza, 20 luglio 2014: civili palestinesi (nei cerchi, i bambini) concentrati sul tetto di un edificio dopo il colpo d’avvertimento con cui le Forze di Difesa israeliane avevano preannunciato di doverlo attaccare in quanto obiettivo militare
 
 
Un comunicato ufficiale con cui il “ministero degli interni” di Hamas dice ai civili di non prestare attenzione ai preannunci di attacco delle Forze di Difesa israeliane e di non sgomberare gli edifici (dalla pagina Facebook del ministero degli interni della striscia di Gaza, 10 luglio 2014)
Un comunicato ufficiale con cui il “ministero degli interni” di Hamas dice ai civili di non prestare attenzione ai preannunci di attacco delle Forze di Difesa israeliane e di non sgomberare gli edifici (dalla pagina Facebook del ministero degli interni della striscia di Gaza, 10 luglio 2014)
 
 
“Riteniamo che in generale le forze israeliane abbiano agito in modo proporzionato, come richiesto dalle leggi dei conflitti armati, e spesso siano andate al di là dei principi giuridici di proporzionalità, necessità e differenziazione – si legge nel rapporto del gruppo – Spesso le misure adottate sono state molto superiori a quanto richiesto dalle Convenzioni di Ginevra, tanto da essere costate a volte vite israeliane. In una certa misura queste procedure hanno anche compromesso l’efficacia delle stesse operazioni militari israeliane dando respiro a Hamas, che poteva così riorganizzarsi e rifornirsi. Siamo d’accordo con il capo di stato maggiore degli Stati Uniti, generale Martin Dempsey, che a seguito di una missione d’inchiesta del Pentagono in Israele ha detto lo scorso novembre che nel conflitto di Gaza dell’estate 2014 Israele si è sforzato in modo straordinario per limitare danni collaterali e vittime civili”.
Il rapporto dice che il conteggio dei morti palestinesi in quei 50 giorni deve tener conto anche di decessi non correlati con i combattimenti e di quelli legati ad errori e falliti attacchi della stessa Hamas. Oltre a questi, il rapporto riconosce che vi sono stati civili palestinesi uccisi a causa di errori di valutazione o di conduzione da parte israeliana, ma riconosce anche che “la maggior parte di questi decessi sono stati la tragica fatalità che deriva dal doversi difendere contro un nemico che effettua deliberatamente attacchi dall’interno della popolazione civile. Quindi per la grande maggioranza delle morti a Gaza della scorsa estate dobbiamo considerare responsabili Hamas e i suoi alleati terroristi in quanto aggressori e utilizzatori di scudi umani”.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 13.6.15)

Estate 2014: Hamas fu l’aggressore e la causa delle vittime civili - 1

Un rapporto inter-ministeriale israeliano sull’operazione anti terrorismo “Margine protettivo” della scorsa estate nella striscia di Gaza pubblicato domenica qualifica quella contro Hamas come una guerra difensiva lanciata controvoglia “in risposta al crescente numero di razzi e colpi di mortaio sparati su Israele dalla striscia di Gaza nei mesi di giugno e inizio luglio 2014, e nonostante i continui sforzi da parte di Israele di raffreddare l’escalation”.
Il rapporto descrive i continui sforzi fatti da Israele per arrivare a un cessate il fuoco che ponesse fine ai combattimenti, e le ragioni della sua decisione finale di inviare forze di terra nella striscia di Gaza. “Il 17 luglio 2014, a seguito del continuo rifiuto di Hamas delle iniziative di cessate il fuoco, del continuo lancio di razzi e colpi di mortaio e dei tentativi di compiere attentati in territorio israeliano infiltrando terroristi dal mare e attraverso i tunnel sotto il confine, il governo israeliano autorizzava l’ingresso delle forze di terra in una limitata zona della striscia di Gaza”.
Il rapporto governativo israeliano giunge alla vigilia della pubblicazione del rapporto di una commissione del Consiglio Onu per i Diritti Umani che avrebbe dovuto essere diffuso lo scorso marzo, ma venne rinviato dopo che il presidente della commissione, William Schabas, dovette dimettersi perché si era scoperto che nel 2012 era stato consulente a pagamento dell’Olp. Israele si è rifiutato di collaborare con la Commissione Schabas accusata di svolgere un’inchiesta-farsa le cui conclusioni erano già determinate prima ancora che iniziasse.
Il rapporto israeliano pubblicato domenica incolpa Hamas per le conseguenze dell’uso di strutture e ambienti urbani come basi di lancio e magazzini di razzi, e dell’uso di civili come scudi umani. “I manuali di combattimento e i materiali di addestramento di Hamas recuperati dalle Forze di Difesa israeliane nella striscia di Gaza – dice il rapporto – dimostrano che la strategia di Hamas era quella di attirare deliberatamente le ostilità nel territorio urbano e di utilizzare le aree edificate e la presenza della popolazione civile per ottenere un vantaggio tattico e un guadagno politico”.
                                                 Una vignetta prodotta e diffusa da Hamas
                                                  durante la guerra a Gaza sollecita i civili
                                                  palestinesi a fare da scudi umani contro
                                                       le operazioni militari israeliane
 
 
 
Il rapporto afferma che, “nonostante l’impegno delle Forze di Difesa israeliane per il rispetto delle leggi e gli sforzi per tutelare i civili”, numerosi non-combattenti sono stati coinvolti nelle ostilità a causa delle tattiche illegali di Hamas che si configurano come veri crimini di guerra”.
Il rapporto illustra anche in dettagliato i meccanismi di esame e indagine applicati da Israele nei casi di presunta condotta illegale da parte delle sue forze militari.
(Da: Jerusale Post, 14.6.15)

domenica 7 giugno 2015

E' ISRAELIANO IL NUOVO METODO DI CONSERVAZIONE DEL LATTE ALTERNATIVO ALLA PASTORIZZAZIONE

Un giovane ricercatore dell’Università di Tel Aviv, il Dott. Alexander Golberg, propone di sostituire la pastorizzazione con il metodo del campo elettrico pulsato, per uccidere i batteri che contaminano il latte. Lo studio, pubblicato sulla rivista Technology, può ridurre notevolmente lo spreco di questo elemento nutritivo nei paesi via di sviluppo.
Elemento presente quotidianamente nella dieta dei paesi occidentali, il latte è suscettibile agli agenti patogeni che rendono la sua conservazione problematica nei paesi in via di sviluppo, in cui si eseguono processi di pastorizzazione che coinvolgono il riscaldamento ad alte temperature ed un rapido raffreddamento. Questa tecnica è costosa e, nei paesi emergenti, anche impossibile data la sporadica fornitura di energia elettrica.
Il Dott. Golberg si propone di utilizzare una tecnologia emergente nel campo dell’industria alimentare, ovvero il processo attivato tramite campi elettrici pulsati, la cui efficacia contro i microrganismi è stata dimostrata come alternativa non termica al processo di pastorizzazione.
Secondo il ricercatore, l’applicazione di impulsi elettrici a intermittenza (nell’ordine di micro-secondi), danneggiano la membrana delle cellule con un processo noto come elettroporazione, che impedisce la crescita di batteri nel latte conservato, aumentandone potenzialmente la durata. "Siamo costantemente alla ricerca di nuove tecnologie a basso costo per la conservazione del latte, in particolare per i piccoli agricoltori nei paesi a basso reddito. Per circa 1,5 miliardi di persone la refrigerazione è necessaria dopo la pastorizzazione per prevenire la moltiplicazione dei batteri."
Inoltre, alcuni agenti patogeni, come la Listeria monocytogenes, sono meno sensibili alle basse temperature e possono dunque proliferare durante il trasporto o stoccaggio del latte, anche quando esso è raffreddato.
La refrigerazione rallenta il metabolismo dei batteri ma il campo elettrico pulsato li uccide. Si tratta di un approccio completamente diverso per il controllo dei microrganismi durante la conservazione del latte.
L’energia necessaria per poter utilizzare questo sistema può essere attinta da fonti convenzionali o dalla luce solare: "Il nostro modello non richiede una costante fornitura di energia elettrica; può essere alimentato anche per solo 5 ore e mezzo al giorno con l’aiuto di piccoli pannelli solari. Credo che questa tecnologia possa fornire un sistema di conservazione del latte semplice e basso consumo energetico e che riduca la quantità di latte sprecato a favore dei paesi in via di sviluppo."
Israele non è nuovo nel campo caseario qualche anno fa l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha annunciato che le mucche israeliane sono le più redditizie di tutto il mondo. Di conseguenza, molti paesi cercano in Israele per migliorare la propria produttività casearia.

Life under Hamas rocket attacks


martedì 2 giugno 2015

Quei 21 ragazzi del Primo giugno


di Francesco Lucrezi

In questi giorni cade il dodicesimo anniversario di uno dei più spaventosi e disumani attentati terroristici di tutti i tempi. Il Primo giugno del 2001, infatti, un kamikaze palestinese provocò una tremenda esplosione – la cintura esplosiva era stata riempita da un’impressionante quantità di biglie di metallo e chiodi – davanti all’ingresso della discoteca Dolphinarium, sul lungomare di Tel Aviv, dove erano assembrati numerosissimi ragazzi, per lo più giovanissimi, in attesa di entrare per una serata di svago.

Si trattava di una discoteca di modesto livello, scelta perciò da giovani di famiglie non abbienti, che non potevano permettersi di più. 17 giovani trovarono immediatamente la morte al momento della deflagrazione, altri quattro morirono nei giorni successivi, a seguito delle terribili ferite riportate. I feriti ammontarono a 120, molti dei quali sarebbero rimasti menomati per tutta la vita.

Si trattava, per lo più, di giovani di origine russa, figli di famiglie di immigrati dall’ex Unione Sovietica, scampate ai pogrom, alle persecuzioni zariste e comuniste, i cui genitori o nonni avevano coronato di recente – a seguito della dissoluzione del regime sovietico – l’antico sogno della aliyà, della ‘salita’ verso una vita di serenità, dignità e libertà, nella propria patria, libera e redenta.

Molti, tra i nemici di Israele, esaltarono il gesto; pochi, nel mondo, lo condannarono; l’Europa, come al solito, alzò le spalle. Il popolo di Israele si ritrovò, per l’ennesima volta, in una solitudine raggelante: nera come la notte, rossa come il sangue dei suoi adolescenti.

Ricordiamo i nomi di questi giovani, a cui l’odio bestiale degli assassini e il cinismo del mondo impedirono di crescere, di vivere:

Jan Bloom, 25 anni;

Marina Berkovizki, 17 anni;

Roman Dezanshvili, 21 anni;

Yevgenia Haya Dorfman, 15 anni;

Ilya Gutman, 19 anni;

Anya Kazachkov, 16 anni;

Katherine Kastaniyada-Talkir, 15 anni;

Aleksei Lupalu, 16 anni;

Mariana Medvedenko, 16 anni;

Irena Nepomneschi, 16 anni;

Yelena Nelimov, 18 anni;

Yulia Nelimov, 16 anni;

Raisa Nimrovsky, 15 anni;

Diez (Dani) Normanov, 21 anni;

Sergei Panchenko, 20 anni;

Simona Rodin, 18 anni;

Ori Shahar, 32 anni;

Liana Sakiyan, 16 anni;

Yael-Yulia Sklianik, 15 anni;

Maria Tagilchev, 14 anni;

Irena Usdachi, 18 anni.

Non dimenticheremo i loro nomi: la loro breve vita è stata per noi preziosa; la loro morte, una cicatrice eterna.

Sit levis terra; che Erez Israel sia leggera sulle loro spoglie.

(Fonte: Moked.it, 29 Maggio 2013)

lunedì 1 giugno 2015

Hezbollah mostra per la prima volta la sua rete di tunnel terroristici


di Mario Del Monte

hezbollah_tunnel
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il giornale libanese As-Safir, associato all’organizzazione terroristica Hezbollah, ha mostrato recentemente che gli estremisti sciiti hanno costruito dei tunnel sotterranei sullo stile di quelli presenti a Gaza scavati da Hamas. Il giornale, oltre a lodare le attività di Hezbollah, dipinge uno scenario in cui le milizie sciite sono pronte a invadere il nord israeliano con successo. Sebbene la veridicità delle affermazioni sulla preparazione dei soldati di Hezbollah sia tutta da verificare, è interessante notare come la pratica di scavare tunnel per colpire di nascosto la popolazione civile abbia riscosso un certo successo.
Il reporter descrive minuziosamente il viaggio compiuto da Tiro al quartier generale di Hezbollah al confine israeliano. Qui avrebbe indossato un’uniforme militare per confondersi con l’ambiente circostante ed evitare di essere individuato dai droni israeliani. I tunnel sono tutti localizzati in zone sensibili al confine israeliano e hanno al loro interno una sofisticata rete di collegamenti che permette di spostare silenziosamente i carichi illegali di razzi importati dall’Iran.
Dalla Seconda Guerra in Libano i terroristi di Hezbollah hanno migliorato i tunnel utilizzando un cemento più resistente, rendendo più efficace il sistema di ventilazione e accumulando al loro interno scorte di viveri e munizioni per le emergenze ogni cinque mesi. Inoltre,grazie ai generatori i tunnel sono sempre forniti di elettricità.
Nel frattempo il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che in futuro non è esclusa una completa mobilitazione delle milizie sciite in Siria per aiutare il Presidente Bashar al-Assad e ha paragonato la minaccia ISIS alla guerra condotta contro Israele nel 1982.

mercoledì 27 maggio 2015

26 maggio 1948: nascita di Tzahal

il 26 maggio 1948 nasceva ufficialmente l'IDF
Grazie a tutti i ragazzi/e che si impegnano quotidianamente per proteggere lo Stato di Israele.

CALCIO: RAGAZZO ISRAELIANO SCONFIGGE LA LEUCEMIA E INCONTRA IL SUO IDOLO TOTTI.

Si sono scambiati le maglie come fanno i campioni in campo, ma Tomer Inbar non e' (ancora) un calciatore professionista, ha solo 13 anni, e la n. 10 di Francesco Totti l'ha ricevuta direttamente a Trigoria. Il capitano della Roma, d'altronde, messo al corrente della storia del ragazzo israeliano - tornato a giocare dopo aver lottato contro a leucemia - si e' subito attivato per esaudirne il deside...rio, ovvero incontrare il suo idolo nel mondo del calcio.
Per Tomer insomma la visita al centro sportivo giallorosso, e il tempo trascorso nell'ufficio personale di Totti, sono stati un sogno.
Al giovane nel marzo del 2014 era stata diagnosticata una leucemia che lo ha costretto a lasciare sia la scuola sia il calcio, che praticava indossando la maglia dell'Hapoel Herzliya. Dopo un trattamento aggressivo, presso l'ospedale pediatrico di Tel Aviv, a settembre e' stato trovato un donatore compatibile che ha permesso il trasferimento in un'altra struttura (l'ospedale Schneider di Petah Tikva, dove ha passato due lunghissimi mesi in assoluto isolamento) per il trapianto di midollo osseo. A febbraio di quest'anno poi ecco la vittoria piu' grande: il ritorno sui banchi di scuola e, sostenuto dai compagni di squadra, anche quello in campo.
Un ritorno che, complice la tournee in Italia (a Milano) della sua squadra per una serie di amichevoli, ha permesso a Tomer di esprimere un desiderio: vedere dal vivo il suo idolo calcistico, Francesco Totti. Detto, fatto. Durante l'incontro il giovane ha spiegato di giocare da terzino destro (nel ruolo adora Dani Alves, e per questo ha scelto il n.22 come l'esterno del Barcellona), poi i due si sono scambiati le rispettive maglie con nome e autografo. Al termine poi Totti, a nome del Maccabi Italia e della Federcalcio israeliana (organizzatrici e promotori dell’iniziativa), e' stato invitato in Israele, e a visitare la Sinagoga Maggiore e il Museo ebraico di Roma. (ANSA).

Razzo su Israele

Un razzo Grad palestinese lanciato dalla striscia di Gaza contro Israele si è abbattuto martedì sera nella zona di Gan Yavne, ad est di Ashdod, interrompendo quattro settimane di quiete. Le sirene dell’allarme antiaereo hanno suonato nelle regioni di Ashdod e Lakhish. Lo scorso 24 aprile terroristi di Gaza avevano sparato un razzo sulla zona di Sderot interrompendo quattro mesi di calma.
L'aviazione israeliana ha risposto colpendo quattro obiettivi di Hamas tra cui rampe di lancio missili e centri di comando.
Il ministro della Difesa ha dichiarato che Hamas è il solo responsabile di questi lanci e che se si dovesse interrompere la calma Gaza pagherà un prezzo alto.

L'economia israeliana

Minimo storico della disoccupazione in Israele. Secondo i dati diffusi lunedì dall’Ufficio Centrale di statistica israeliano, il tasso di disoccupazione in aprile è sceso al 4,9%, infrangendo la soglia psicologica del 5%. Il tasso di disoccupazione maschile è sceso dal 5,2% di marzo al 4,9% di aprile, quello femminile dal 5,4% di marzo al 4,7% di aprile. Il tasso di partecipazione della forza lavoro ha raggiunto in aprile il massimo storico del 60,9% (contro il 60,2% di marzo), pari a 3,64 milioni di occupati (1,9 milioni di uomini e 1,7 milioni di donne). Ai minimi storici anche l’indice dei prezzi al consumo, che in aprile è cresciuto dello 0,6% segnando un calo dello 0,5% nell’arco degli ultimi 12 mesi. La Banca d’Israele ha detto lunedì che l’economia del paese è “stabile e in crescita moderata”. Secondo una prima stima dei dati del primo trimestre 2015 (destagionalizzati su base annua), il PIL è cresciuto del 2,5%, soprattutto per l’aumento dei consumi privati e delle esportazioni.

giovedì 21 maggio 2015

Lo status quo tranquillamente sostenibile e quello insopportabile

La visita in Israele di Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha lo scopo di rilanciare il coinvolgimento dell’Unione Europea nel cosiddetto “processo di pace in Medio Oriente”. “Lo status quo non è un’opzione”, ha dichiarato la signora Mogherini alla vigilia della visita. Tra i membri dell’Unione Europea, la Francia sta attivamente promuovendo una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza sul conflitto israelo-palestinese.
Il testo francese definirebbe l’ex linea armistiziale tra Israele e Giordania, rimasta in vigore nei soli diciannove anni fra il 1949 e il 1967, come il confine internazionale tra Israele e lo stato palestinese; designerebbe Gerusalemme come capitale sia di Israele che dello stato palestinese; e richiederebbe “una soluzione equa” al problema dei profughi palestinesi. In pratica tale risoluzione, se approvata, sposerebbe completamente la posizione palestinese escludendo quella israeliana, e rappresenterebbe un grave allontanamento dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza (quella citata nel preambolo di tutti gli accordi tra israeliani e palestinesi, così come dei trattati di pace con Egitto e Giordania).
L’ex linea armistiziale fra Israele e Giordania non è mai stata, né era destinata a diventare, un confine internazionale. La risoluzione 242 non esige il ritiro di Israele su quella linea di armistizio in cambio della pace, bensì un ritiro “da territori” conquistati che sia tale da garantire a Israele e ai suoi vicini “confini sicuri e riconosciuti”. La linea armistiziale del ’49 (la cosiddetta “linea verde”) non può assolutamente essere considerata un confine sicuro dal momento che imponeva a Israele una “vita stretta” di meno di 15 km fra la Giordania e il mare, circondava Gerusalemme su tre lati e sovrastava l’area di Tel Aviv dalle alture di Samaria. Quanto a Gerusalemme, la risoluzione 242 non la menziona nemmeno.
Cipro (clicca per ingrandire)
Parlamentari francesi: “L’attuale status quo è l’unica opzione possibile”
La risoluzione 242 richiede “una giusta soluzione del problema dei profughi”, e in questo il testo proposto dalla Francia sembrerebbe solo ridondante. Non è così. La proposta francese apporta due modifiche sostanziali per quanto riguarda la questione dei profughi. In primo luogo, si riferisce soltanto ai “profughi palestinesi”, laddove la risoluzione 242 parlando di “profughi” intende sia i circa 600.000 profughi arabo-palestinesi da Israele, sia i circa 900.000 profughi ebrei dai paesi arabi. Come spiegò dopo l’adozione della 242 l’ambasciatore americano all’Onu nel 1967, il giudice Arthur Goldberg, la risoluzione “si riferisce sia ai profughi arabi che ebrei, giacché un numero circa eguale di ciascuna parte abbandonò le rispettive case a causa di vari eventi bellici”.
Non basta. Col termine “profughi” la 242 intende i veri profughi arabi ed ebrei delle guerre arabo-israeliane, non i loro discendenti. I palestinesi, invece, sostengono che lo status di profugo si applica a tutti i discendenti dei profughi (arabi) del 1948. Benché non esista alcun fondamento giuridico e nessun precedente storico per una simile pretesa, essa è entrata a far parte della “neo-lingua” odierna, adottata a quanto pare anche dai diplomatici francesi. Pertanto, secondo palestinesi e francesi bisogna trovare una “soluzione equa” non per i profughi ebrei e nemmeno per i reali profughi palestinesi, bensì per i discendenti dei profughi palestinesi (che secondo l’UNRWA ammontano a circa cinque milioni). La risoluzione francese non chiede ai palestinesi di abbandonare questa assurda pretesa, che è stata il principale motivo del fallimento del “processo di pace” negli ultimi vent’anni.
"Lo status quo non è un'opzione"
Federica Mogherini: “Lo status quo non è un’opzione”
Quando, nel 2008, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas spiegò all’allora segretario di stato Usa Condoleezza Rice perché non aveva accettato l’offerta di pace del primo ministro israeliano Ehud Olmert, disse che non poteva abbandonare il “diritto al ritorno” (lo riferisce la stessa Rice nelle sue memorie No Higher Honor). Dunque la risoluzione francese non chiede nulla alla parte palestinese, lasciando aperta la questione “diritto al ritorno” sebbene questa fantasia sia stata il pretesto utilizzato sia Yasser Arafat (nel 2000) che da Abu Mazen (nel 2008) per non firmare concretissimi accordi di pace con Israele.
In un incontro che ho avuto questa settimana con una delegazione di parlamentari francesi, ho chiesto loro se avevano da proporre una soluzione per il conflitto a Cipro. La risposta è stata un chiaro “no”. Ho anche chiesto loro se non fossero “stanchi” della quarantennale occupazione turca di una parte di Cipro (che uno stato membro dell’Unione Europea). La loro risposta è stata di nuovo “no”. Così, quando ho chiesto loro come immaginano il futuro di Cipro, mi hanno spiegato che l’attuale status quo è l’unica opzione possibile. Quando ho cercato di capire perché si lavavano le mani del conflitto cipriota pur essendo così ossessionati da quello israelo-palestinese, la loro risposta è stata non meno sorprendente: “Perché il conflitto di Cipro non produce instabilità”.
Ora, il Medio Oriente è la regione più instabile del mondo, con la gente che si massacra a vicenda, con paesi che implodono e generano terrorismo, con l’Iran e lo “Stato Islamico” (ISIS) che vanno a riempire i vuoti. Eppure i francesi non riescono a pensare a nulla di più urgente che istituire uno stato fallimentare nel bel mezzo dell’unico paese stabile e di successo di questa enorme zona di guerra.
Finché la Francia e l’Unione Europea non faranno esplicitamente cadere il cosiddetto “diritto al ritorno” dalle loro iniziative diplomatiche, lo status quo israelo-palestinese non solo continuerà, ma sarà anche l’unica opzione realistica, proprio come a Cipro.
(Da: i24news, 20.5.15)

I ministri europei si tengano pure certi loro “amichevoli consigli”

“La sicurezza duratura per uno stato di Israele ebraico e democratico non sarà possibile senza uno stato palestinese vitale e democratico”. Lo ha detto il ministro degli esteri di un paese europeo parlando ai cittadini di Israele durante una recente visita a Gerusalemme.
Purtroppo la frase denota arroganza – ancora una volta il ministro di un paese europeo pensa di sapere cosa è meglio per il bene degli ebrei più degli ebrei stessi – ma anche una lampante ingerenza nei nostri affari nazionali. Sarebbe come se il ministro degli esteri d’Isreaele andasse a dire agli europei che la loro sicurezza sdarà impossibile finché non concederanno alla crescente minoranza musulmana in Europa la piena autonomia e la libera applicazione della legge islamica della sharia, richieste che prima o poi verranno certamente avanzate. Gli europei mal tollererebbero una così arrogante ingerenza, e dunque non si capisce perché facciano la stessa cosa nei confronti di quelli che definiscono loro amici.
Consideriamo la frase nel merito. Per quanto riguarda la democrazia palestinese, il mandato del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), eletto nel gennaio 2005 sotto il patrocinio di Israele, è scaduto da sei anni. Tecnicamente oggi Abu Mazen è solo un privato cittadino. Ha sciolto il parlamento palestinese, poco dopo che si era formato con le elezioni del gennaio 2006, perché Hamas aveva stravinto. In ogni caso, anche il mandato del parlamento palestinese è scaduto da cinque anni. Non si tengono elezioni né vi è alcun accordo fra i palestinesi sulle prossime elezioni, perché se si tenessero Hamas si prenderebbe tutto, dopo aver preso brutalmente il controllo sulla striscia di Gaza nel 2007. E così Gaza rimane sotto il controllo di un’organizzazione terroristica (esplicitamente votata alla distruzione di Israele), e Ramallah sotto il controllo di una banda che manca di qualsiasi legittimazione pubblica e legale. Questa è la loro democrazia: nessun preparativo per un vero stato, niente istituzioni, niente politica, nessuna fonte di reddito, niente partiti e nessun incontro tra le parti.
 
L'aeroporto internazionale Ben Gurion visto da un villaggio palestinese di Cisgiordania. Sulla sinistra, il terminal e la torre di controllo; sulla destra, una pista. Sullo sfondo, sobborghi di Tel Aviv e il mar Mediterraneo (clicca per ingrandire)
L’aeroporto internazionale Ben Gurion visto da un villaggio palestinese di Cisgiordania. Sulla sinistra, terminal e torre di controllo; sulla destra, pista per aerei civili; sullo sfondo, sobborghi di Tel Aviv e mar Mediterraneo (clicca per ingrandire)
 
Per quanto riguarda la sicurezza, un territorio arabo indipendente in Giudea e Samaria (Cisgiordania) significherebbe la fine dello stato ebraico, cosa di cui l’Europa dovrebbe presumibilmente preoccuparsi. Lo sa, il ministro degli esteri del paese europeo, che il confine reclamato correrebbe a due chilometri dalla Knesset, la quale si troverebbe direttamente sotto il tiro dei cecchini? Lo sa che Abu Mazen prevede di portare in quel territorio centinaia di migliaia, forse addirittura milioni di “profughi palestinesi” dalla Siria, dall’Iraq e dal Libano? Sarebbe la versione più “moderata” del “ritorno”, comprendente anche intere brigate di terrroristi fra i più pericolosi ed esperti, i cui razzi e missili potrebbero a quel punto colpire agevolmente l’aeroporto Ben Gurion e le città di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme. Sarà il ministro degli esteridel paese europeo che correrà a salvarci, in quel momento? Forse come ha salvato le centinaia di migliaia di vittime in Siria, Iraq, Libia, Yemen ed Egitto? E come sta facendo per salvare l’Ucraina? Si noti che Israele ha un territorio più angusto, e dunque è il caso il più a rischio di tutti quelli appena ricordati.
Il ministro degli esteri del paese europeo sarebbe d’accordo di dividere Berlino o Parigi con lo Stato Islamico sulla base della demografia dei vari quartieri? Il muro di Berlino è stato abbattuto dopo 28 anni: dunque, perché si vuole ricostruire a Gerusalemme il muro che divise la città per 19 anni?
Una persona ragionevole si domanda come mai gli europei sono così ossessionati dai palestinesi, quando i palestinesi sono gli unici arabi in Medio Oriente che vivono una vita relativamente buona e sicura. Più che di occupazione, qui bisognerebbe parlare di un’opera di salvataggio senza la quale starebbero già scannandosi a vicenda, come accade nel resto della regione attorno a noi, che infatti ne risulta distrutta. Siria, Iraq, Libia, Yemen sono già distrutti, con milioni e milioni di profughi e centinaia di migliaia di morti.
O forse questa ossessione non ha tanto a che vedere con i palestinesi, ma piuttosto con gli ebrei?
Quando l’Europa parla allo stato ebraico, al posto di accuse, rimproveri e lezioncine ci aspetteremmo un po’ più di umiltà e di modestia.
(Da: YneNews, 15.5.15)

giovedì 7 maggio 2015

Il rapporto delle Nazioni Unite conferma l'uso delle strutture Onu da parte dei terroristi di Gaza

 

Un lancia razzi palestinese (nel cerchio rosso in basso) posizionato a ridosso di un edificio dell'Onu
Un lancia razzi palestinese (evidenziato dal cerchio rosso in basso) posizionato a ridosso di un edificio dell’Onu (clicca per ingrandire)
 
“Israele ha ricevuto una sintesi del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la studierà con attenzione allo scopo di proseguire la sua collaborazione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il suo staff per quanto riguarda la salvaguardia delle strutture delle Nazioni Unite, in particolare nei periodi di conflitto armato”. Lo afferma un comunicato diffuso lunedì scorso dal Ministero egli esteri israeliano, che prosegue: “Come dice il Segretario Generale nella lettera d’accompagnamento, Israele ha pienamente cooperato con questa indagine e ha agevolato il lavoro della Commissione nell’adempimento del suo mandato. Questa collaborazione dimostra ancora una volta che Israele, quando gli viene chiesto di contribuire a un’indagine professionale e imparziale, risponde in maniera collaborativa, aperta e disponibile, nonostante le riserve che può avere circa alcuni aspetti dell’impostazione dell’indagine, dei suoi risultati e delle conclusioni del rapporto”.
“La sintesi del rapporto – prosegue il comunicato – documenta chiaramente come le organizzazioni terroristiche nella striscia di Gaza abbiano approfittato delle strutture delle Nazioni Unite. Israele è impegnato a operare di concerto con le Nazioni Unite al fine di migliorare la sicurezza delle strutture Onu nella striscia di Gaza, con particolare attenzione alla prevenzione del loro utilizzo da parte di terroristi. Inoltre, Israele è pronto ad allargare la propria assistenza all’Unrwa (l’agenzia Onu per i profughi palestinesi), con l’obiettivo di prevenire il ripetersi di circostanze che vedono le strutture delle Nazioni Unite sfruttate per lo svolgimento di attività terroristiche, in manifesta violazione del diritto internazionale e in un modo tale da mette gravemente in pericolo i civili, compreso lo stesso personale Onu”.
 
Un razzo palestiense lanciato la scorsa estate dal cortile di una struttura Onu (clicca per ingrandire)
Un razzo palestiense lanciato la scorsa estate dal cortile di una struttura Onu (clicca per ingrandire)
 
Il comunicato di Gerusalemme si conclude sottolineando che “tutti gli incidenti attribuiti a Israele nel rapporto Onu sono già stati oggetto di indagini approfondite e, quando necessario, di inchieste penali ad opera delle competenti autorità israeliane: il che costituisce ulteriore riprova della serietà con cui Israele affronta questa problematica, della sua volontà e capacità di condurre indagini indipendenti, e del suo impegno verso il rispetto della legge. Israele fa ogni sforzo possibile per evitare danni a siti sensibili, a fronte di gruppi terroristici che non solo cercano sistematicamente di colpire i civili israeliani, ma che non esitano a usare i civili palestinesi e le strutture delle Nazioni Unite come scudi per le loro attività terroristiche”.
(Da: MFA, 27.4.15)

Quella bomba a orologeria al confine nord d’Israele

Di Yossi Yehoshua
Yossi Yehoshua, autore di questo articolo
Yossi Yehoshua, autore di questo articolo
 
Quand’anche l’attacco attribuito a Israele dello scorso fine settimana contro depositi di armi siriane al confine con il Libano avesse raggiunto il suo obiettivo e la fornitura di missili a Hezbollah fosse stata distrutta, e quand’anche fossero tutte vere le notizie relative ad altri analoghi raid attribuiti alle Forze di Difesa israeliane nel recente passato, bisogna comunque ricordare che si tratta pur sempre di una goccia nel mare. L’enorme arsenale di armi di Hezbollah non verrà eliminato da attacchi chirurgici una volta ogni sei mesi. Ad esempio, stando ad attendibili reportage della stampa estera, l’attacco di venerdì scorso al magazzino di missili siriano nella zona di al-Qalamoun, vicino al confine tra Siria e Libano, ha preso di mira missili Scud-C. Ma sappiamo che Hezbollah ha già ottenuto da tempo i più avanzati missili Scud-D.
Negli ultimi anni Hezbollah ha svuotando i depositi di armi del suo alleato siriano e, con tutto il rispetto per le impressionanti capacità dell’intelligence israeliana, non c’è modo di scoprire ogni singolo camion carico di armi che attraversa il lungo confine tra Siria e Libano.
 
 
L’assunto operativo è che Hezbollah sia armato fino ai denti: dai missili Scud-D in grado di raggiungere ogni punto d’Israele, ai precisi missili Fateh-110 con testate pesanti, ai missili cruise anti-nave Yakhont che raggiungono una gittata fino a 300 km, potenzialmente capaci di paralizzare le attività della Marina israeliana e di colpire punti strategici (a quanto risulta, le Forze di Difesa israeliane hanno attaccato una fornitura di Yakhont, ma alcuni rapporti sostengono che non tutti i missili sono stati distrutti), fino ai sistemi di difesa aerea e, naturalmente, allo stock di circa 130.000 razzi a medio-corto raggio, di diverse gittate, con una capacità di fuoco di 1.500 razzi al giorno. Se ciò non bastasse, Hezbollah è entrato in possesso di razzi a corto raggio Burkan provenienti dalla Siria, in grado di arrivare solo a 7 km ma capaci di trasportare testate a partire da 100 kg fino a mezza tonnellata di esplosivo, e dunque di causare danni rovinosi.
E’ vero che Hezbollah è immerso fino al collo nei combattimenti in Siria con 5.000 dei suoi uomini, ed è impegnato anche in Iraq e nello Yemen. I suoi combattenti vengono sepolti in segreto, mentre il bilancio delle vittime si avvicina a quota mille, oltre alle migliaia di feriti: non poco, per un’organizzazione che conta 15.000 combattenti regolari. Anche le iniziative aggressive messe in atto da Hezbollah sulle alture del Golan con l’aiuto iraniano non hanno avuto successo.
Tuttavia la sfida posta da Hezbollah sta diventando estremamente significativa, e qualsiasi tentativo di minimizzarla come se si trattasse di propaganda del Ministero della difesa israeliano è sciocco e potenzialmente assai pericoloso. Hezbollah ha acquisito una enorme esperienza in combattimento, inquadrato in vasti scenari come un esercito a tutti gli effetti, così come nel lancio di razzi e missili e nell’utilizzo di armi sofisticate. Giusto lo scorso fine settimana si è saputo che ha approntato nella valle della Bekaa una base di lancio per droni: un settore dove ha fatto significativi passi avanti ricevendo dell’Iran i velivoli teleguidati.
Se li si aggiunge alle molte armi che ha già ricevuto, è chiaro che l’establishment della difesa israeliana deve immediatamente elevare il suo livello di preparazione, alla luce delle lacune rilevate nel sistema d’addestramento di riservisti e unità regolari, che deve accelerare lo sviluppo del sistema anti-missilistico “Fionda di David” e creare una minaccia considerevole e temibile contro Hezbollah tale da scoraggiarlo dall’impegnarsi nel prossimo conflitto.
 
Aviopista di Hezbollah
Aviopista di Hezbollah nella valle libanese della Bekaa (clicca per ingrandire)
 
Se il raid dello scorso fine settimana è andato a segno, non si può escludere l’eventualità di ritorsioni da parte di Hezbollah, o anche della Siria. Circa tre mesi fa, con l’attacco sul Monte Dov il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah ha dimostrato d’avere anche lui le sue “linee rosse”: quella in atto è fondamentalmente una battaglia sulla deterrenza, e ciò richiede intelligence di alta qualità, superiorità tecnologica non solo in cielo ma anche sul terreno, e molto addestramento. Le capacità dimostrate l’estate scorsa dalle forze israeliane contro Hamas non saranno sufficienti contro Hezbollah.
Ma è anche vero che le Forze di Difesa israeliane hanno fatto grandi passi avanti rispetto all’estate 2006 (ultimo grande scontro in campo aperto con Hezbollah). Basta confrontare il numero di obiettivi che aveva allora l’aviazione israeliana – poco più di 200 – contro i più di mille individuati oggi, per rendersi conto che le capacità di intelligence sono migliorate al punto da poter sorprendere Nasrallah.
E tuttavia resta doveroso ricordare che al confine settentrionale d’Israele è innescata una vera e propria bomba a orologeria, il che impone di ragionare fuori dagli schemi. Se l’establishment della difesa non riuscirà a disinnescarla per tempo, siamo destinati ad affrontare uno scontro come finora non abbiamo mai sperimentato.
(Da: YnetNwes, 26.4.15)

domenica 26 aprile 2015

25 aprile: le bandiere di chi ha realmente combattuto dalla parte giusta

Di Massimo Cingolani
“Forza Ebraica: gli ebrei vogliono combattere in quanto ebrei”. Poster per l’arruolamento nella Brigata Ebraica dell’esercito britannico (clicca per ingrandire)
Ci risiamo: si avvicina il 25 aprile ed iniziano le polemiche sulla presenza della Brigata Ebraica. A Roma i sui rappresentanti hanno deciso di non partecipare al tradizionale corteo; a Milano la scorteranno i militanti del PD, che cercheranno di evitare tensioni e contestazioni di faziosi, che purtroppo già ci sono state nella ricorrenza dell’anno scorso. Ma perché succede tutto questo? […]
Se partiamo da una valutazione storica, in particolare riguardo le celebrazioni del 70esimo della Liberazione, la presenza della Brigata Ebraica è più che giustificata. La Brigata fu inviata sul fronte italiano ed era composta da giovani più che motivati e con la stella di David sulla manica dell’uniforme, a dimostrazione che gli ebrei non erano solo vittime predestinate, ma che sapevano rispondere colpo su colpo.
Il battesimo del fuoco fu sul fiume Senio e nell’assalto al monte Ghebbio. Le perdite furono pesanti, tanto che il 14 aprile la Brigata ricevette l’ordine di fermarsi alla periferia di Bologna e di non proseguire. Il governo inglese era preoccupato di polemiche sull’uso di soldati ebrei come “carne da cannone”. Ecco perché non compare nella iconografia ufficiale della Liberazione.
Insegne della Brigata Ebraica
Insegne della Brigata Ebraica (clicca per ingrandire)
Comunque, se si dovesse ragionare con la stessa logica, è bene precisare che negli anni della seconda guerra mondiale i palestinesi correvano ad arruolarsi sia nelle SS, sia nei reparti di volontari arabi inseriti nel Regio Esercito. In Nord Africa gli arabi, inquadrati nell’Arabische Bataillon, parteciparono al rastrellamento di ebrei, rinchiusi nella sinagoga di Tunisi e che furono poi trasferiti in campi di lavoro. In generale l’interesse per il mondo arabo e musulmano dei nazisti era ricambiato, tant’è vero che nei rapporti che arrivavano dalla Palestina si diceva che “gli auguri per la vittoria di Hitler, che scaccerà gli ebrei, si usano come forma di saluto”.
Mostrine della 13esima Divisione SS composta da volontari musulmani
Mostrine della 13esima Divisione SS composta da volontari musulmani (clicca per ingrandire)
Per quanto riguarda invece l’attenzione di Mussolini, furono costituiti reparti di volontari provenienti dall’Iraq, dalla Palestina [sotto Mandato Britannico] e dalla Transgiordania, inquadrati nelle Camicie Nere; di particolare interesse è la divisa: le doppie fiamme nere sulle quali è posto il fascetto dorato sono sovrapposte alle mostrine rettangolari con i colori del nazionalismo arabo rosso, bianco, verde e nero, che richiamano l’attuale bandiera palestinese.
Roma e Berlino garantirono al Gran Muftì la costituzione di uno Stato nato dall’unione di Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, governato secondo le leggi della sharia. I giovani desiderosi di arruolarsi non mancarono, non furono assolutamente solo propaganda: ad esempio, un reggimento volontari tunisini camicie nere riuscì a respingere gli americani con 65 caduti, 96 dispersi e 161 feriti. Lo stesso reparto dopo l’8 settembre fu sciolto, gli ufficiali italiani aderirono alla Repubblica Sociale, gli arabi passarono direttamente con i tedeschi. Anche la divisione SS Handschar, voluta dal Gran Muftì di Gerusalemme, ebbe migliaia di caduti e diversi decorati. Inoltre è giusto precisare che i volontari provenienti da possedimenti coloniali inglesi e francesi, se catturati erano considerati disertori.
Maglietta in vendita su internet per moderni fan delle SS musulmane
Maglietta in vendita su internet per moderni fan delle SS musulmane (clicca per ingrandire)
Questo per rimarcare che strumentalizzare la storia, soprattutto quando si parla di atti fondanti la nostra Repubblica Italiana, è sempre molto pericoloso e soprattutto insopportabile dopo settant’anni anni, per cui è meglio che il 25 aprile, senza retorica, sventolino solo le bandiere di chi ha realmente combattuto dalla parte giusta.
(Da: arcipelagomilano.org, 22, aprile 2015)

 

giovedì 23 aprile 2015

Lea, la caporale italiana che ha conquistato Israele

di Maurizio Molinari
 
C’è un’italiana di 21 anni fra i soldati israeliani che vengono premiati oggi dal presidente Reuven Rivlin in una delle cerimonie più popolari dell’anniversario dell’Indipendenza.

Arrivato a 67 anni dalla nascita, lo Stato ebraico si riconosce nei «militari eccellenti» scelti personalmente dal Capo dello Stato perché capaci di rappresentare «la voce di Israele» e Lea Calderoni ha saputo di essere stata prescelta solo pochi giorni fa. «Non me lo aspettavo e sono molto felice» ammette, raccontando la sua storia: nata a Roma, padre italiano e madre belga, studi al liceo scientifico e al termine una vacanza in Israele con il gruppo di volontari «Taglit». «Sono bastate poche settimane per innamorarmi di questo Paese, al termine della vacanza ho scelto di rimanere e fare l’aliya» ovvero diventare un’immigrata.
 

Era il 2013 e «da nuova israeliana, come avviene per tutti, è arrivato quasi subito il momento di arruolarmi». I primi sei mesi di addestramento «sono stati difficili e al tempo stesso divertenti perché ero con ragazze tutte non israeliane e nessuno capiva bene i comandi degli ufficiali in ebraico».

IntegrazioneMa poi l’integrazione nei ranghi ha funzionato e «mi hanno designato "madricha” della Sar’el» ovvero istruttore della particolare unità dell’esercito che raccoglie i volontari giunti da ogni Paese del mondo. «Vengono per poche settimane o alcuni mesi, vogliono aiutare l’esercito e sono impiegati in mansioni logistiche o amministrative» spiega Lea, facendo come esempi «mettere in ordine i depositi o catalogare le scorte». «È un aiuto importante per Tzahal - aggiunge, parlando delle forze armate - perché consente di richiamare meno riservisti, facendoli rimanere nella vita civile, in famiglia e al lavoro».

Non ebrei
Ciò che ha subito colpito Lea è che «oltre il 20 per cento dei volontari stranieri non sono ebrei», vengono «da Stati Uniti, Canada, Sudamerica, Europa, India, Singapore» e «si sentono legati ad Israele per le ragioni più diverse, vogliono aiutare». Proprio con i non ebrei Lea ha debuttato come istruttore. «Era un gruppo di finlandesi ed olandesi, tutti cristiani, dai quali ho imparato molto in altruismo». Poi sono arrivati gli americani: «Un veterano dell’Afghanistan, 35 anni e senza gambe, che raccontava con il sorriso il trauma subito in guerra dando coraggio ai soldati nei momenti più delicati» e «un 70enne guru con il quale facevo yoga la mattina mentre mi spiegava le regole della vita».

Le motivazioni
La capacità di entrare in sintonia con tali e tante identità diverse dall’ebraismo laico romano da cui proviene hanno valso a Lea i gradi di caporale con tanto di lodi da parte degli ufficiali che, risalendo la catena di comando di Tzahal fino ai gradi più alti, sono arrivate sul tavolo di Rivlin per la designazione finale. Fra le qualità che più gli vengono riconosciute c’è «la capacità di sorridere e interagire con tutti» anche nelle situazioni più difficili, impreviste. Quasi un riconoscimento alle origini italiane. Non a caso nel giorno della premiazione tiene a dire, con una punta di orgoglio, «sono israeliana e mi sento al tempo stesso italiana per l’educazione che ho ricevuto, per ciò che ho potuto apprendere, per ciò che sono».
 
LA STAMPA

Araba, musulmana, giornalista della tv israeliana, sopravvissuta al terrorismo

Lucy Aharish
Lucy Aharish
 
Lucy Aharish era una bambina di 6 anni quando l’auto dove viaggiava con i suoi genitori dopo aver fatto compere a Gaza venne attaccata da un terrorista palestinese. “Era l’aprile 1987 – ricorda – una giornata molto calda, e mio padre aveva aperto il finestrino. Mi ricordo di un ingorgo nel traffico e d’aver visto qualcuno avvicinarsi a noi con qualcosa in mano. Lo guardai, lui mi guardò e io iniziai automaticamente a scivolare giù da mio sedile per la paura. Mia madre mi stava dicendo ‘Lucy, stai dritta’, quando sentimmo un botto”. Il terrorista aveva scagliato dentro la macchina una molotov, che il padre riuscì prontamente a ributtare fuori, e un’altra sopra il tettuccio che innescò un incendio avvolgendo il vicolo nelle fiamme. Lucy e i suoi genitori se la cavarono senza grosse conseguenze, ma il cuginetto di 3 anni subì gravi ustioni su tutto il corpo e restò ricoverato per lunghi mesi. “Il volto di quell’uomo è inciso nella mia memoria – dice Aharish parlando a Times di Israel, in un caffè di Tel Aviv, con il suo ebraico perfetto privo di accento – Crescendo, continuavo a non capire come qualcuno potesse essere così cattivo”.
 
Un'auto israeliana colpita da molotov palestinesi (foto d'archivio)
Un’auto israeliana colpita da molotov palestinesi (foto d’archivio)
 
Quell’attentato terroristico è stato un episodio determinante nella vita di Aharish, destinata a diventare la prima araba conduttrice in prima serata di una televisione israeliana. Il mese scorso le è stato conferito uno degli onori più alti in Israele: è stata scelta per essere uno dei quattordici cittadini chiamati ad accendere una torcia nella cerimonia sul Monte Herzl di Gerusalemme che apre le celebrazioni di Yom Ha’Azmaut, la Giornata dell’Indipendenza. Aharish è una “pionieristica giornalista musulmana che porta avanti un discorso di tolleranza e di apertura interconfessionale in Israele”, ha scritto il Comitato ministeriale guidato dall’ex ministra degli affari culturali Limor Livnat, che quest’anno ha dedicato la cerimonia ai cittadini israeliani che hanno aperto strade nuove in diversi campi.
Discorso sicuramente complesso, quello dell’identità, per la 33enne icona televisiva arabo-israeliana. Lo scorso luglio, mentre le Forze di Difesa erano impegnate nei combattimenti contro Hamas nelle strade di Gaza, Aharish ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Io non sono né araba né ebrea. Non sono né cristiana né musulmana né drusa né buddhista né circassa. Non sono né di sinistra né di destra. Non sono né religiosa né laica. Non voglio vedere ragazzini rapiti e uccisi. Non voglio vedere ragazzini bruciati a morte. Non voglio sentire le sirene e veder lanciare missili… io vorrei che aprissimo gli occhi sulla rabbia e sull’odio che ci stanno mangiando vivi”. Nell’intervista a Times of Israel, Aharish suona un po’ più pacata. “Oggi, quando la gente mi chiede: cosa sei? io dico che sono una israeliana. Non mi vergogno della mia israelianità. Poi sono una donna, poi sono un’araba musulmana. Questo è quello che sono, in quest’ordine: israeliana, donna, araba e musulmana”.
Ci volle del tempo ad Aharish per sviluppare una visione articolata del conflitto. In quanto vittima del terrorismo cresciuta in una città di sviluppo come Dimona abitata da ebrei per lo più di origine marocchina, dice d’aver inizialmente respirato un’atmosfera parecchio ostile verso la “causa araba”.
 
Lucy Aharish il giorno del suo quarto compleanno
Lucy Aharish il giorno del suo quarto compleanno
 
Figlia di genitori laici che si erano trasferiti da Nazaret nei primi anni ‘70 a seguito di una interessante offerta di lavoro per suo padre, Aharish è cresciuta parlando in casa un mélange di ebraico e arabo (“ma litigavamo sempre in arabo”), intrecciando uno stretto rapporto con un vicino di casa sopravvissuto alla Shoà chiamato Menahem: una sorta di nonno, per lei che non aveva mai conosciuto i nonni reali. Festeggiava la Pasqua coi vicini ebrei e si vestiva da regina Ester per la festa di Purim. “Ho assorbito tanto dalla cultura ebraico-israeliana – dice – Non sapevo nemmeno cosa fosse la Nakba”, la parola araba con cui i palestinesi indicano la loro “catastrofe nazionale” seguita alla nascita dello stato d’Israele. Ma sfuggire del tutto al suo retaggio sarebbe stato impossibile. A scuola non mancarono insulti ed episodi di bullismo. “Non è stata un’infanzia facile – spiega – Negli anni ’90 ci furono attentati terroristici atroci, e arrivando a scuola la mattina dopo sapevi che inevitabilmente avresti sentito cose pesanti. C’era sempre chi sbottava: bisognerebbe ucciderli tutti, gli arabi. Poi improvvisamente qualcuno mi notava e diceva: naturalmente tu no, Lucy, tu non sei come loro”.
 
La città di Dimona, nel Negev
La città di Dimona, nel Negev
 
Aharish ha parole di elogio per la posizione intransigente contro il razzismo che aveva Meir Cohen, il preside della sua scuola superiore, successivamente diventato sindaco di Dimona e più di recente Ministro del welfare e dei servizi sociali per il partito Yesh Atid. “Violenze e razzismo non erano mai tollerati. Se compariva una scritta su un muro, bloccava la giornata scolastica, si metteva davanti a tutta la scolaresca e diceva: nella mia scuola queste cose non devono accadere. Il razzismo è una cosa che nessuna società civile può tollerare, specialmente una società ebraica. Non so se questi principi vengano ancora fatti valere nel sistema educativo”.
Qualcosa cambiò, per Aharish, quando a 18 anni lasciò casa per andare a studiare all’Università di Gerusalemme. “Ero su un autobus lungo la strada che corre fra Gerusalemme est e ovest quando vidi dal finestrino un soldato mettere quattro giovani contro un muro ingiungendo loro di sollevare le camicie [per controllare che non indossassero cinture esplosive, ndr] mentre teneva in mano i loro documenti e puntava contro di loro la sua arma. Mi son detta: ehi, ecco qualcosa che non conoscevo, nessun essere umano merita di essere umiliato in quel modo”.
Tuttavia Aharish dice di non poterne più del “discorso vittimistico” che a suo dire permea la società israeliana, e che è nettamente più pronunciato tra gli arabi. Ad un recente dibattito televisivo è stata accusata da un rappresentante del partito nazionalista arabo Balad di “colpevolizzare la vittima”. “Gli ho detto: Chi è la vittima? Tu sei una vittima? E’ un tuo problema. Io non sono vittima di nessuno. Il giorno in cui noi arabi smetteremo di vederci come vittime sarà il giorno in cui potremo iniziare a progredire e ad esigente i nostri diritti. Ma finché ti consideri una vittima, non concludi mai niente”.
 
Meir Cohen
L’ex sindaco di Dimona, Meir Cohen
 
Questa schiettezza le ha procurato non pochi problemi con parecchi suoi connazionali arabi. Quando Aharish prese pubblicamente posizione contro la parlamentare di Balad Hanin Zoabi che giustificava il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani, venne accusata dall’attivista sociale Hanin Majadli di soffrire di “una crisi di identità”. Aharish dice che non se la prende per queste critiche. “Io rispetto la loro identità, ma questa è la mia identità e loro dicano pure quello che vogliono. Il problema – aggiunge – è che ci piace tantissimo contemplare il passato. Diciamo: nel ’48 è successo questo e questo, nel ’67 è successo così e così. E il presente? Dopo che abbiamo pianto, come risolviamo quello che succede oggi? Come affrontiamo il fatto che la gente, qui, tende a pensare che gli arabi sono il nemico?”. Lo stesso vale, secondo Aharis, per un certo atteggiamento vittimistico di chi difende le posizioni di Israele: “Rispetto agli arabi, Israele si presenta costantemente come la vittima: tutto il mondo è antisemita eccetera. Invece dovremmo sforzarci di mostrare la verità così com’è, e la verità è molto più complessa che dire semplicemente: io ho ragione, tu hai torto”.
Inizialmente Aharish non pensava di diventare giornalista. Il suo sogno, dopo la scuola superiore, era fare l’attrice. “Mi ha sempre affascinato la capacità di far ridere o suscitare emozioni”, spiega. Ma suo padre aveva altri piani: prima doveva prendere una laurea, poi avrebbe fatto quello che voleva. Così Aharish si iscrisse a studi teatrali e scienze politiche all’Università di Gerusalemme. Dopo la laurea, ha trascorso due anni studiando giornalismo presso la scuola Koteret di Tel Aviv, seguiti da sei mesi di stage in Germania. Al suo ritorno in Israele, nel febbraio 2007, è stata assunta dalla tv Channel 10 dove divenne la prima conduttrice delle News in arabo. Ben presto le venne assegnata l’esclusiva degli affari palestinesi, con servizi periodici dalla Cisgiordania. “Gli intervistati mi dicevano: wow, parli proprio bene l’arabo! Io dicevo: sono araba, ma poi dovevo mostrare la carta d’identità per dimostrarglielo”. Ci volle del tempo ai suoi interlocutori palestinesi per abituarsi all’idea di parlare con una giornalista araba con cui non potevano facilmente girare attorno alle questioni. “Mi sono guadagnata il rispetto dei palestinesi di Cisgiordania parlandoci in arabo e guardandoci negli occhi come amici”, dice.
 
Lucy Aharish conduce l'edizione serale del TG in inglese su i24news
Lucy Aharish mentre conduce l’edizione serale del TG in inglese su i24news
 
Nel corso della sua carriera relativamente breve come giornalista tv, Aharish ha maturato esperienza in una vasta gamma di settori: come reporter dalla Cisgiordania, nell’intrattenimento dello show Guy Pines, come conduttrice delle News in prima serata su Channel 10, come direttore di un telegiornale del pomeriggio per i bambini su Channel 1. Ha anche realizzato il suo antico sogno recitando in ruoli minori in alcuni film israeliani e, nel 2013, nel blockbuster World War Z con Brad Pitt.
Ma un ruolo che non pensa di poter raggiungere è quello di conduttrice del principale TG serale su un canale nazionale israeliano. “Non è una questione di razzismo – dice – quanto la paura degli stereotipi che frena i decisori. Una paura infondata, perché gli spettatori sono già preparati, ma manca il coraggio”. Come presentatrice dell’edizione in prima serata serale del TG in inglese su i24news, un canale di notizie internazionale lanciato nel 2013 con sede a Gaffa, Tel Aviv, Aharish dice di sentirsi più influente di qualsiasi emittente locale. “Portare nel mondo una voce diversa da Israele è la più grande influenza che posso desiderare di avere – dice – Cerco di spiegare ai telespettatori che la vita, qui in Israele, è quasi impossibile, eppure viviamo lo stesso”.
Aharish è rimasta molto sorpresa quando ha ricevuto la telefonata che la informava che era stata scelta per l’accensione di una torcia di Yom Ha’Azmaut. “Mi sono commossa alle lacrime – ammette – e mi sono chiesta: cosa ho fatto per meritarmi questo? Ci sono persone che hanno vissuto cose molto più difficili di me”. Accendendo la torcia, Aharish penserà anche alla sua famiglia, seduta fra il pubblico. “I miei genitori sono sempre con me, anche quando non siamo d’accordo sulle mie scelte di vita. Nonostante tutto, sono sempre molto orgogliosi di me”.
Dove sarà Aharish tra dieci anni? Non necessariamente nei mass-media, pensa. “Mi vedo gestire un piccolo bar in Toscana – sorride – La telecamera non è la missione della mia vita. Sono più interessata a ciò che accade dietro le quinte. La telecamera è solo una gratifica”.
(Da: Times of Israel, 20.4.15)

lunedì 20 aprile 2015

Lo stato ebraico viene calunniato come veniva calunniata la cosiddetta “razza ebraica”

Editoriale del Jerusalem Post
Soldatesse israeliane a Yad VaShem, il  memoriale della Shoà a Gerusalemme
Soldati israeliani a Yad VaShem, il memoriale della Shoà di Gerusalemme
 
Coloro che all’epoca erano bambini, nascosti da qualche parte per salvarsi dalla macchina di sterminio nazista che braccava meticolosamente ogni singolo ebreo, sono degli anziani, oggi, a settant’anni dalla sconfitta del Terzo Reich. Presto nessuno che allora era vivo sarà più qui per aiutarci a contrastare le menzogne dei negazionisti della Shoà, o la sua deliberata banalizzazione, o la dozzinale universalizzazione dell’insegnamento che la Shoà comporta per la nazione dei sopravvissuti. Persino in Israele l’inesorabile trascorrere del tempo sta lasciando il segno sull’attitudine di alcuni, ad esempio verso la Giornata della Memoria: quando tutto il paese si ferma in raccoglimento per i sei milioni di uccisi, ma alcuni iniziano a dire che si tratta delle colpe di un regime eccezionale risalente a tanto tempo fa, oggi non particolarmente rilevante.
Invece l’odio prospera ancora intorno a noi, e non sembra esservi limite che gli odiatori non siano disposti a superare pur di razionalizzare e giustificare il proprio odio. Le falsità diffuse un tempo dai nazisti e dai loro entusiasti collaboratori sono state adattate al mutare dei tempi, ma il grottesco sfoggio di ipocrisia non è cambiato. Lo stato ebraico viene calunniato e demonizzato come veniva calunniata e demonizzata la cosiddetta “razza ebraica”, allo scopo di spianare la strada al genocidio industrializzato. Come i loro predecessori, gli aspiranti annientatori dello stato ebraico si atteggiano a membri moralmente retti della comunità internazionale e accusano la loro vittima designata di una sequela mostruosamente ingigantita di peccati “imperdonabili”.
 
Il “pericolo ebraico” nella propaganda antisemita (a sinistra) e nella propaganda antisionista (a destra)
 
E’ un fenomeno che si mostra in molte forme, anche in quelle che gli israeliani si sono abituati a ignorare. Ma ciò che preferiamo ignorare e minimizzare conta comunque. Campagne come quella orchestrata contro la prevista performance in Israele, il prossimo mese, di una star come il britannico Robbie Williams sono tutt’altro che banali. I gruppi per il boicottaggio che fanno pressione su Williams parlano di “estrema disumanizzazione razzista dei palestinesi nella società israeliana”, e di politici ed opinionisti israeliani che sul Jerusalem Post e su Times of Israel avrebbero “apertamente invocato il genocidio dei palestinesi”, e di una destra israeliana che “adotta simboli neonazisti”, e via di questo passo.
La menzogne contano, perché portano alla doppia morale contro Israele. La logica finale è quella degli ayatollah che sponsorizzano concorsi dove si sbeffeggia la Shoà e dichiarano che il loro obiettivo di cancellare Israele “non è negoziabile”. Le civili democrazie del mondo non solo non protestano, ma assecondano il regime di Teheran e in sostanza gli permettono di coltivare le sue mire in fatto di armi nucleari.
La guerra contro “l’entità sionista” chiamata Israele non si è mai limitata al paese stesso. Più di vent’anni fa gli iraniani la portarono nella remota Argentina con l’attentato esplosivo contro il centro della comunità ebraica in cui uccisero decine di innocenti che non avevano altra colpa che essere nati da genitori ebrei. Questo scenario si è ripetuto più e più volte, da ultimo nella scuola ebraica di Tolosa, al museo ebraico di Bruxelles, al supermercato kasher di Parigi, alla sinagoga di Copenaghen. Nessuna rimostranza contro Israele può mascherare questa spietata giudeofobia.
 
Il “dominio ebraico” nella propaganda antisemita (a sinistra) e nella propaganda antisionista (a destra)
 
Siamo circondati da nemici che vogliono veder scorrere sangue ebraico e che insegnano ai loro fanciulli, spesso a un tiro di schioppo dai confini d’Israele, che gli ebrei discendono da scimmie e maiali e che devono essere spazzati via. Il loro capo all’epoca della Shoà, Haj Amin al-Husseini, è ancora venerato fra loro. Era un entusiasta collaboratore nazista che trascorse gli anni della guerra come ospite personale di Adolf Hitler a Berlino, reclutò musulmani nelle SS, tramò per una “soluzione finale” in Medio Oriente, fece naufragare qualsiasi piano volto a salvare anche solo i bambini ebrei più piccoli, e alla fine della guerra contribuì a sancire il destino degli ebrei ungheresi. Venne ricercato come criminale di guerra, ma riuscì ad arrivare qui per partecipare, soltanto tre anni dopo la Shoà, all’aggressione contro il neonato stato ebraico (per la quale Husseini aveva reclutato i veterani delle SS musulmane bosniache). Non è certo un caso se dopo la guerra mondiale tanti gerarchi nazisti come Alois Brunner, assistente di Adolf Eichmann, trovarono rifugio in terre arabe, e se scienziati nazisti recidivi collaborarono ad equipaggiare il mondo arabo di armamenti da usare contro gli ebrei d’Israele.
La cosa sconfortante è che veniamo accusati di essere nazisti dai reggicoda del nazismo che continuano a calunniarci nella peggiore tradizione della “grande menzogna” alla Joseph Goebbels. La nostra lotta per la sopravvivenza è tutt’altro che conclusa.
(da: Jerusalem Post, 15.4.15)