Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Caricamento in corso...

Translate this page

Pallywood

Loading...

I palestinesi e i bambini

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

martedì 22 aprile 2014

Le condizioni che dovrebbe porre Israele

L’Autorità Palestinese ha avanzato tutta una serie di nuove condizioni per acconsentire a prolungare i negoziati di pace con Israele (come se fosse Israele che deve implorare i palestinesi di sedere al tavolo delle trattative di pace). Le pretese – che vanno dalla richiesta di una lettera in cui Israele si impegni ufficialmente ad accettare i confini che vuole la controparte compresa la spaccatura in due di Gerusalemme, alla scarcerazione di 1.200 detenuti tra cui capi terroristi come Marwan Barghouti e Ahmad Sa’adat, all’abbandono di qualunque controllo di sicurezza sui transiti al confine con la striscia di Gaza e nelle aree della Cisgiordania sotto controllo palestinese, alla riapertura di istituzioni palestinesi create a Gerusalemme est in violazione degli accordi di Oslo come la Orient House, al congelamento delle attività edilizie ebraiche, a migliaia di autorizzazioni per “ricongiungimenti familiari palestinesi” e altro ancora – si possono essenzialmente riassumere in un concetto: Israele deve arrendersi alle pretese palestinesi ancor prima di negoziare.
Se è così che funziona la trattativa e i palestinesi possono avanzare richieste così inverosimili, non si vede perché Israele non dovrebbe mettere sul tappeto sin dall’inizio le sue richieste e le sue condizioni. Per comodità di chi ci legge, elenchiamo qui di seguito una serie di questioni importanti per Israele, molte delle quali potrebbero essere poste come condizione preliminare perché Israele continui a negoziare con i palestinesi un accordo di pace definitivo.
Video-messaggio di un attentatore suicida di Hamas: “E noi sappiamo che non c’è miglior sangue del sangue degli ebrei”
Soluzioni a livello regionale. Un principio essenziale di qualsiasi quadro per la ripresa dei negoziati dovrebbe essere la presa in considerazione di nuovi approcci per risolvere il conflitto, il che significa mettere sul tappeto una eventuale sovranità condivisa in Cisgiordania, o la creazione di una federazione giordano-palestinese, o reciproci scambi di territori a tre o a quattro con il coinvolgimento di Egitto e la Giordania, o eventualmente una combinazione di due o più di queste idee. In altri termini, gli stati arabi devono dichiarare la disponibilità ad assumersi la loro parte di responsabilità per la soluzione di un conflitto in cui hanno storicamente giocato un fondamentale ruolo negativo, e ad investire risorse tangibili per possibili soluzioni a livello regionale del conflitto israelo-arabo-palestinese.
Finalità. Israele dovrebbe esigere una lettera in cui l’Autorità Palestinese riconosca esplicitamente che l’obiettivo dei negoziati è arrivare a una soluzione che comporti la cessazione di tutte le rivendicazioni e le pretese fra le parti, e che qualsiasi eventuale futuro accordo dovrà contenere una esplicita dichiarazione di fine del conflitto. Solo un chiaro ed inequivocabile messaggio da parte palestinese che il conflitto è permanentemente e totalmente terminato meriterà una cessione di territori da parte di Israele.
Striscia di Gaza. Israele dovrebbe stabilire in anticipo che l’applicazione di qualunque eventuale accordo raggiunto con l’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sarà subordinata all’estensione di tale accordo alla striscia di Gaza, il che significa che Hamas dovrà essere messa fuori gioco oppure dovrà firmare l’accordo in questione. Israele non ha nessun motivo per avallare la nascita di due “stati palestinesi” (uno che negozia e l’altro no).
Bandiere palestinesi ad una manifestazione di arabi israeliani a Umm el-Fahm
Bandiere palestinesi a una manifestazione di arabi israeliani a Umm el-Fahm
Insediamenti. Come condizione per riavviare i negoziati con l’Autorità Palestinese Israele dovrebbe chiedere che i leader palestinesi riconoscano la legittimità e la permanenza dei principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania e accetti la crescita naturale di queste città e cittadine che – come sanno tutti coloro che hanno un minimo di conoscenza delle trattative e delle possibili soluzioni – sono destinate a rimanere sotto piena sovranità israeliana nel quadro di qualunque realistico accordo di pace.
Monte del Tempio (a Gerusalemme). I palestinesi devono dichiarare la disponibilità a negoziare una sovranità condivisa sul luogo più sacro per il popolo ebraico. Tanto per cominciare, una pre-condizione di Israele per continuare i negoziati potrebbe essere la possibilità (oggi negata) agli ebrei di pregare sulla spianata del Tempio. Una piccola e discreta sinagoga ai margini della spianata, ad esempio, non metterebbe certo in ombra i due grandi edifici di culto musulmani che vi si trovano, ma dimostrerebbe concretamente il riconoscimento da parte palestinese degli antichi e profondi legami del popolo ebraico con il luogo sacro, la città di Gerusalemme e la Terra Santa. Inoltre, da parte islamica e palestinese dovrebbero essere concordate nuove intese per la conduzione e supervisione congiunta di restauri e scavi archeologici sul Monte del Tempio.
Una madre israeliana che non è riuscita a raggiungere in tempo un rifugio fa scudo al figlio con il proprio corpo durante un attacco di razzi palestinesi da Gaza
Una madre israeliana, che non è riuscita a raggiungere in tempo un rifugio, fa scudo alla figlia con il proprio corpo durante un attacco di razzi palestinesi da Gaza
Il “Triangolo”. Dovrebbero essere messi chiaramente sul tappeto eventuali scambi di territori, con le popolazioni che vi risiedono, compreso l’eventuale trasferimento sotto sovranità del futuro stato palestinese della zona detta del Triangolo (a sud-est di Haifa, a ridosso della ex linea Verde armistiziale pre-‘67 e dunque della Cisgiordania settentrionale). Le centinaia di migliaia di arabi israeliani che vivono in città come Kafr Qara, Umm al-Fahm, Tayibe e Qalansawe insistono comunque a definirsi “palestinesi”, per cui a rigor di logica il passaggio delle loro città sotto controllo e cittadinanza palestinese non farà che accrescere l’omogeneità demografica e la stabilità di qualsiasi futuro accordo israelo-palestinese “a due stati”.
Riparazioni. Israele ha subito decenni di guerra, crimini di guerra, estrema violenza terroristica e boicottaggi economici lanciati da palestinesi e stati arabi, che hanno causato notevolissime sofferenze e privazioni al paese e alla sua popolazione. L’agenda della pace dovrebbe prevedere un risarcimento a Israele da parte dei nemici che hanno cercato invano di distruggerlo. Dopo tutto i palestinesi avrebbero potuto avere il loro stato a fianco di Israele sin dal lontano 1947 se essi e il mondo arabo non avessero rifiutato con la violenza il piano di spartizione dell’Onu e, dopo di allora nel corso degli ultimi vent’anni, almeno altre tre offerte concrete da parte di Israele per la nascita di uno stato palestinese. Le riparazioni economiche a Israele dovrebbero avere un posto centrale in tutti i prossimi colloqui di pace, insieme alla negoziazione dei dovuti risarcimenti da parte degli stati arabi verso gli ebrei che furono espulsi dai paesi arabi.
La pagina Facebook di Fatah del 29 marzo scorso celebra come “eroe” e “martire” Ayyat Al-Akhras, la 17enne palestinese che il 29 marzo 2002 si fece esplodere in un supermercato vicino a Gerusalemme uccidendo 2 israeliani e ferendone 28. Vi si legge: “Nell’anniversario della tua morte da martire, rinnoviamo la promessa e il giuramento di fedeltà al tuo sangue puro di continuare sulla strada della vittoria o del martirio (shahada)”.
Educazione alla pace. Un presupposto irrinunciabile per i negoziati dovrebbe essere l’avvio di un piano intenso, ampio e prolungato di educazione alla pace nella Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese e nella striscia di Gaza controllata da Hamas. I cuori e le menti dei palestinesi devono essere preparati alla coesistenza, all’accettazione reciproca e alla pace. L’istigazione contro Israele, i sermoni antisemiti e la glorificazione della violenza contro gli israeliani devono cessare. Alla fine, la negazione della connessione storica fra ebrei e Terra d’Israele dovrà essere sostituita, per quanto difficile, da uno sfumato riconoscimento del sogno sionista che percorre tutta la storia dai tempi della Bibbia sino ai nostri giorni.
In caso contrario, niente concessioni e niente ritiri.
(Da: Israel HaYom, 18.4.14)

IDF Stories: The Bedouin Tracking Unit


sabato 19 aprile 2014

Quei morti che non fanno notizia


Lo scorso lunedì, vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica,un uomo israeliano è stato ucciso da terroristi mentre era in macchina con la moglie incinta e i suoi figli. Baruch Mizrahi, questo era il suo nome, stava andando a festeggiare una delle festività ebraiche più importanti, quella in cui le famiglie si riuniscono a cena per leggere la Hagadà (letteralmente “la narrazione”, cioè il racconto dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, luogo in cui erano schiavi) e i bambini sono al centro della situazione perchè il loro compito è di porre domande a cui i gli adulti devono rispondere. Anche la moglie è stata ferita da un altro colpo, così come uno dei figli, mentre gli altri due si sono salvati  per l’intervento di un gruppo di soldati.
 
La Famiglia Mizrahi, abitante nella Città di Modin e composta dal padre Baruh, 46 anni, dalla moglie Hadas, 38 anni, e dai loro cinque figli, di cui tre femmine dai 15 ai 3 anni e due maschi di 9 e 7 anni, viaggiava nella monovolume bianca di famiglia verso Qiryat Arba, sulla Strada Statale 35 che da Qiryat Gat porta a Hebron, passando per il Passo di Tarqumiyah, quando è stata colpita da alcune raffiche di mitra partite dal bordo della strada. “Ho sentito spari e sibili di pallottole e ho accelerato” -  ha detto la donna – “Mio marito non parlava, era reclinato leggermente, crivellato di colpi, e io continuavo ad accelerare dicendo ai bambini di stare indietro, perché non volevo che lo vedessero cosí.  Ma loro dicevano: “Papà perché non parli? Papà perché non rispondi e non ti muovi?” e l’hanno visto tutti.  Poi, all’improvviso Almog, il mio bambino di 9 anni, mi ha detto con voce molto tranquilla: “Mamma, mi esce sangue dal petto”, ed ho visto che la sua camicia bianca era insanguinata e allora ho accellerato ancor di piú fino a una Jeep di soldati dove mi sono fermata.”
 
Il piccolo Almog, in effetti, era ferito da una pallottola al petto, così come la madre. Entrambi sono stati portati immediatamente all’ospedale Sha’are Tsedeq di Gerusalemme, dove sono stati operati. Ad Almog è stata estratta una pallottola dal petto e lui ha dichiarato, poco prima di essere dimesso dall’ospedale per andare ai funerali del padre: “Sono proprio stato fortunato che la pallottola non mi abbia colpito al cuore.  Sono proprio stato salvato oggi.  La pallottola si è fermata prima del cuore.  È importante per me che prendano quei terroristi. Io non ho niente da dire a quella gente.  In questa festa sento che sono stato salvato”.
 
L’attentato terrorista è stato lodato da Hamas e dall’OLP, l’organizzazione a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, quelli per intenderci considerati moderati con cui Israele dovrebbe trattare per trovare un accordo di pace.
 
Questa terribile storia è vergognosamente passata sotto silenzio in Italia, dove i mass media hanno dedicato alla notizia al massimo lo spazio nelle “brevi”, alcuni come Il Manifesto addirittura definendo la vittima, nata a Tel Aviv e residente a Modin, come un colono, come se questo giustificasse l’attentato. Ancora peggio il modo in cui l’Osservatore Romano ha riportato la notizia, parlando di una “sparatoria” e non di un attentato. Questo è il livello dell’informazione in Italia.
 
(Grazie a Sergio Hadar Tezza per la collaborazione alla stesura dell’articolo)

Thanks to Progetto Dreyfus e Informazione Corretta

giovedì 17 aprile 2014

L’insopportabile furto della sofferta storia delle (vere) popolazioni autoctone

Di Ryan Bellerose
L’autore di questo articolo Ryan Bellerose, dell’insediamento Paddle Prairie Metis (Northern Alberta, Canada), è da anni impegnato nella lotta per i diritti umani
L’autore di questo articolo Ryan Bellerose, dell’insediamento Paddle Prairie Metis (Northern Alberta, Canada), è da anni impegnato nella lotta per i diritti umani
 
 
 
Desidero spiegarvi come mai sono così arrabbiato. Vedo continuamente attorno a me gente che sostiene di condividere la stessa sorte del mio popolo. Mi dicono “la storia del mio popolo è come quella del tuo”, ma la realtà è ben diversa. Mi dicono “abbiamo avuto esperienze simili alle vostre”, quando la realtà è che non hanno subito neanche lontanamente l’emarginazione, l’oppressione e l’annichilimento a cui il mio popolo è riuscito in qualche modo a sopravvivere.
Quando qualcuno invoca le esperienze dei nativi nordamericani per sostenere d’avere una storia comune alla nostra, lo fa quasi sempre in modo disonesto al solo scopo di demonizzare un altro paese. Nella maggior parte dei casi che mi capita di vedere, si tratta di arabi e di bianchi che cercano di demonizzare Israele: innanzitutto definendo “colonizzatori” gli israeliani; e poi facendo intendere che gli ebrei abbiano rubato la terra su cui hanno costruito il loro stato.
L’assurdità della cosa dovrebbe essere evidente.
Quello che ho appreso con anni di studio è che se c’è una popolazione in tutto il mondo che può legittimamente rivendicare un’esperienza storica comune alla nostra, ebbene non può essere quella composta dai discendenti dei conquistatori arrivati nel VII secolo e che hanno dominato per centinaia di anni fino al secolo scorso, quando il ciclo si è invertito. Gli arabi musulmani che dominarono la regione dopo averla conquistata sono la cosa più lontana possibile dalla mia gente.
Una manifestazione di palestinesi vestiti da pellerossa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Piuttosto qui il nostro senso di fraternità va a quel popolo che di recente ha subito un autentico genocidio, e che tuttavia è riuscito a mantenere la propria integrità culturale. Quel popolo è la nazione ebraica. Non lo dico con leggerezza, ma dopo anni di ricerche, di conversazioni, di ascolto dei sopravvissuti sia della Shoà che delle cosiddette residential schools per indiani (quelle dove Sonny, il padre di mio padre, veniva picchiato a sangue e gli veniva chiusa la lingua in una trappola per topi quando osava parlare la lingua Cree). Non si tratta di paragonare delle tragedie, né certo di metterle in competizione. Si tratta piuttosto dell’empatia e della comprensione che nascono da un’esperienza condivisa.
Vi chiederete come mai mi offende tanto la pretesa di comunanza da parte di quegli arabi musulmani che si fanno chiamare palestinesi: dopotutto sono un popolo di sfollati, o no? Ebbene mi urta per diversi motivi, ma quello più importante è che sminuiscono e banalizzano l’esperienza della mia stessa gente. La mia gente è stata uccisa a milioni, è stata violentemente costretta ad adottare la religione, le tradizioni e la lingua della cultura dominante, e a questo scopo è stata forzata nelle “scuole residenziali”, dove l’hanno fatta sentire inferiore anche solo per aver osato pensare di preservare la nostra cultura. I palestinesi non sono mai stati neanche lontanamente trattati da Israele con tale obbrobrio.
«Costretti ad adottare la religione, le tradizioni e la lingua della cultura dominante»
 
 
 
 
 
Gli arabi che si definiscono palestinesi non furono mai costretti ad adottare ad adottare un’altra lingua, né a convertirsi a una religione che non era la loro. Non esistono “scuole residenziali” che li obbligano a usare una lingua straniera e a praticare una religione aliena o tradizioni estranee. Per almeno tre volte venne offerta loro la possibilità di crearsi un proprio stato e ogni volta l’hanno rifiutata. È palesemente offensivo paragonare la loro esperienza alla storia del mio popolo, specialmente i Metis che per due volte si sono ribellati e per tre volte sono stati espulsi dalle loro terre.
Gli arabi che si definiscono palestinesi hanno ricevuto sempre soldi e armi, ultimamente dall’Iran e da altri sostenitori del terrorismo. Sono stati incoraggiati a uccidere civili indiscriminatamente chiamando questa pratica “resistenza”, ma la verità è che sono pedine che combattono una guerra contro Israele per conto del mondo arabo. Non sono combattenti per la libertà giacché combattono contro l’unico paese veramente libero di tutta la regione. Non mi credete? Provare a costruire una chiesa o una sinagoga nei territori dell’Autorità Palestinese.
E poi devo essermi perso il genocidio che hanno subito, se non altro perché mi è stato sempre insegnato che l’esito di un genocidio è la morte di tantissime persone, e che il drammatico calo di una popolazione (percepibile demograficamente anche dopo generazioni) è il segno più evidente e caratteristico del tentativo di sterminare un popolo. Certamente non un’esplosione demografica come quella che ha visto il passaggio da 750.000 profughi a una popolazione di più di 6 milioni di persone nella quale i discendenti di quelli originariamente sfollati continuano a definirsi, senza ombra di ironia, “profughi” e “vittime di un genocidio”.
L’indiano d’America all’israeliano: “Francamente terra in cambio di pace, per noi, non ha funzionato molto bene”
L’indiano d’America all’israeliano: “Francamente, per noi, terra in cambio di pace non ha funzionato molto bene”
Forse la mia percezione è limitata dal fatto che posso misurare questa vicenda sullo sfondo degli altri genocidi perpetrati dall’uomo nel corso della storia conosciuta, e quando lo faccio la classica narrazione palestinese non regge.
Il Canada, il paese in cui vivo e che pure gode di una grande reputazione, ha regole separate per i popoli autoctoni, i quali non hanno una loro vera rappresentanza nel sistema di governo e in parlamento, a differenza di Israele dove arabi ed ebrei siedono alla Knesset e sono presenti nel governo e nel sistema giudiziario. Quindi, di nuovo: perché dovrei permettere che le esperienze del mio popolo vengano usate per demonizzazione il primo stato moderno creato dalla popolazione nativa e governato dalla popolazione nativa nella sua patria ancestrale?
Non è lecito impossessarsi della storia di qualcun altro e minimizzare e banalizzare le sue sofferenze, mentre questo è esattamente ciò che fanno gli arabi che si paragonano a noi. Quando parlo con gli ebrei delle nostre esperienze sento empatia, e non paternalismo, per le esperienze che condividiamo. Noi non vogliamo e non accettiamo questa “solidarietà palestinese” il cui prezzo è il tradimento di un’altra nazione autoctona.
(Da: Times of Israel, 24.3.14)

lunedì 14 aprile 2014

Kansas City (USA): attentato antisemita in centri ebraici provoca 3 morti

Gridando «Heil Hitler!», domenica pomeriggio (notte ora italiana) un uomo ha aperto il fuoco in due centri ebraici in Kansas, uccidendo tre persone e ferendone gravemente una quarta. Prima ha iniziato a sparare nel parcheggio Jewish Community Center di Overland Park, e poi ha continuato nel Village Shalom, una casa di riposo per anziani a meno di due kilometri di distanza. Alla fine, il bilancio è di tre morti, tra cui una anziana donna e un teenager. Un ragazzo di 14 anni è stato inoltre ricoverato in ospedale in condizioni critiche.
Secondo quanto hanno riferito fonti di polizia alla Cnn, l’uomo che nella tarda mattinata (locale) ha aperto il fuoco, di cui non è stata rivelata l’identità, sarebbe un neonazista di circa 70 anni di età, che è stato arrestato poco dopo la sparatoria, nei pressi di una vicina scuola elementare. Apparentemente avrebbe usato un fucile e una pistola. Alcuni testimoni hanno riferito alla stampa sul posto che mentre veniva portato via in manette avrebbe fatto affermazioni chi chiaro stampo antisemita, mentre continuava a sorridere. Altri testimoni hanno inoltre raccontato che prima di sparare ha chiesto a molte delle persone che erano presenti nei due centri se fossero ebrei, e poi ha iniziato a gridare «Heil Hitler!».
Al momento della sparatoria nel Jewish Community Center, dove sono rimaste uccide due delle tre vittime, erano in corso delle audizioni per una gara canora e di danza per ragazzi. C’erano centinaia di studenti di liceo di tutta la zona, ha scritto il Kansas City Star. L’inviata sul posto di una tv locale ha invece raccontato che cui quando l’uomo ha iniziato a sparare alcuni ragazzi sono stati portati al riparo in una stanza ed è stato detto loro di sdraiarsi in terra. Altri si sono nascosti un po’ ovunque, anche negli armadietti. La sparatoria, avviene peraltro alla vigilia della festività del Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda l’Esodo e la liberazione del popolo israelita dall’Egitto.

martedì 8 aprile 2014

Continuano calunnie e indottrinamento per l’eliminazione di Israele


Tv ufficiale dell’Autorità Palestinese: “La Palestina è come un numero indivisibile”
Anche durante i negoziati di pace con Israele, l’Autorità Palestinese non ha mai cessato di pubblicare e diffondere mappe che escludono l’esistenza di Israele, presentando tutto il paese come “indivisibile terra palestinese”. La tv ufficiale dell’Autorità Palestinese ha trasmesso lo scorso febbraio un cartone animato in cui si vede un insegnante di matematica che indica una mappa della “Palestina” come esempio di “un numero che è indivisibile”. La mappa comprende anche tutto il territorio dello stato di Israele che in questo modo risulta cancellato dalla carta geografica. Il testo sulla lavagna, sotto alla mappa, dice: “Palestina: un numero che è indivisibile” (Tv ufficiale dell’Autorità Palestinese, 21.2.14).
Fatah su Facebook: “Prima di insegnare ai nostri figli a leggere e a scrivere, insegnano loro che la Palestina è indivisibile”
Anche Fatah, il movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), continua a promuovere il concetto e la rappresentazione dell’eliminazione di Israele. L’amministratore della pagina di Fatah su Facebook ha recentemente dichiarato che i palestinesi, prima di insegnare ai loro figli “a leggere e a scrivere”, insegnano loro che la “Palestina” è indivisibile. “Noi li educhiamo tutte le mattine con l’inno nazionale – ha scritto – e loro imparano a memoria l’inno ‘del ritorno’ e apprendono le basi della rivoluzione prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Così accetteranno soltanto un’unica sovranità, che non può essere sommata, né sottratta né calcolata, ovvero: apprendono che la Palestina non può essere divisa” (pagina principale di Fatah su Facebook, 5.3.14). Il testo era accompagnato dalla foto di un insegnante palestinese che indica agli allievi una mappa della “Palestina” disegnata sulla lavagna che prende completamente il posto di Israele, e un testo esplicativo che dice: “Acri, Haifa, Jaffa, Ramle, Safed, Beit Shean [città israeliane] erano e resteranno città palestinesi”.
Fatah su Facebook: Israele è cancellato dalla carta geografica
Tutta la pubblicistica di Fatah utilizza mappe che presentano un mondo in cui Israele non esiste. Questo non è che un esempio recente tratto dalla pagina Facebook di Fatah. Il manifesto mostra una mappa, che comprende anche il territorio di Israele, completamente coperta con il tradizionale disegno della kefiah palestinese, sovrastata dalla bandiera che indica la sovranità politica palestinese, e affiancata dalla Cupola della Roccia di Gerusalemme, simbolo religioso islamico (pagina principale di Fatah su Facebook, 1.3.14). (Da: PMW Bulletin, 20.3.14)

PA: Israeli lab turned marijuana into heroin for Palestinian use





Per chi non lo sapesse: la maijuana si può trasformare in eroina!!!! Ennesima scoperta di quei geni israeliani che però sono troppo modesti e si tenevano questa scoperta tutta per loro. Mi viene da pensare che più che modesti sono egoisti e non vogliono condividere le loro scoperte con il mondo da bravi "sionisti" quali sono!

Ma per fortuna del mondo "libero" i palestinesi hanno portato alla ribalta la notizia.


venerdì 4 aprile 2014

Palestinesi ad Auschwitz: gruppo fortemente criticato

Gerusalemme, 2 Aprile 2014 – Dopo una visita ad Auschwitz-Birkenau, un noto professore palestinese e il gruppo dei suoi trenta studenti sono al centro di un’aspra polemica. Gli studenti palestinesi avrebbero dovuto rendersi conto della sofferenza degli ebrei durante il periodo nazista e imparare qualcosa di più sull’Olocausto. Ma questo adesso li espone a feroci ostilità.
Il professor Mohammed Dajani dell’Università Al-Quds in Gerusalemme è stato più volte criticato dai suoi connazionali per i suoi sforzi di normalizzare il rapporto tra arabi ed ebrei, ma adesso il viaggio di studio ad Auschwitz ha fatto traboccare il vaso. Il giornalista arabo-israeliano Khaled Abu Toameh dell’Istituto Gatestone riferisce che questo viaggio ha sollevato aspre polemiche nei media palestinesi. Nei territori palestinesi aumentano sempre più le voci che condannano Dajani e quelli che lo hanno accompagnato nel suo viaggio. Ci sono addirittura richieste di punire il professore e i suoi studenti. Altri media parlano di tradimento e collaborazione con il nemico.
L’Università Al -Quds si è affrettata a prendere le distanze dal professor Dajani in un comunicato ufficiale, in cui si dice che il professore non era autorizzato a effettuare un simile viaggio di studio.
L’Autorità Nazionale Palestinese  da parte sua ha fatto di tutto per gettare sabbia sulla questione: non ha detto assolutamente nulla. Evidentemente l’ANP non voleva sollevare un’altra polemica internazionale facendo vedere che assume una posizione ostile alla Shoah.
Il totale fallimento di questa iniziativa comunque fa capire che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avuto pieno successo nel suo sforzo decennale di educare una nuova generazione di palestinesi che considerano gli ebrei come nemici e diventano subito sospettosi se qualcuno prova a metterli in buona luce.
(Fonte: Israel Heute, 2 aprile 2014 – traduzione effettuata da loro)

domenica 30 marzo 2014

Israel Palestinian Conflict: The Truth About the West Bank


The Truth about the UN


Negato in Arabia il visto a un cronista del Jerusalem Post. La Casa Bianca protesta


Washington,25 Marzo 2014 – ”Siamo profondamente delusi da questa decisione ai danni di un bravo giornalista”. Cosi’ una portavoce della Casa Bianca ha ufficialmente protestato contro le autorita’ saudite che hanno negato il visto a Micheal Wilner, cronista del Jerusalem Post e cittadino americano che avrebbe dovuto seguire la visita di Barack Obama in Arabia Saudita.
Lo stesso giornale israeliano ha fatto sapere che sia la responsabile della Sicurezza Nazionale Susan Rice, sia il suo vice Tony Blinken hanno espresso il loro dissenso alle autorita’ di Ryad.
E’ noto come l’Arabia non abbia mai riconosciuto lo stato di Israele, tuttavia, come ha ricordato il quotidiano, Wilner e’ un ebreo americano che non ha mai vissuto in Israele e non ne ha mai preso la cittadinanza.
(Fonte: ANSAmed, 25 marzo 2014)

FRANCIA: UN ALTRO ATTACCO ANTISEMITA, PICCHIATO EBREO ORTODOSSO


Parigi, 24 Marzo 2014 – Continuano senza sosta le aggressioni antisemite contro gli ebrei in Francia. Domenica, un ebreo ortodosso di 28 anni è stato strangolato e picchiato sulla metro, da quattro ragazzi arabi, a Parigi.
“Ebreo, ti stiamo per abbattere” e “Non avete un paese” sono le frasi pronunciate dagli aggressori durante l’attacco al ragazzo, appartenente al movimento Chabad Lubavitch, che ha riportato diverse ferite.
Giovedì scorso intanto tra giovani di origine maghrebina avevano aggredito un uomo di 59 anni al grido di “Morte agli ebrei”, denudandolo e disegnandogli una svastica sul petto. La vittima stava uscendo da un ristorante kosher ed indossava la kippà.
Come viene riportato settimanalmente, la situazione per gli ebrei francesi è diventata insostenibile e invivibile. Gli attacchi, le aggressioni fisiche, gli atti vandalici e le minacce sono all’ordine del giorno, e la comunità ebraica non sa se deve difendersi di più dall’estrema destra o dal fanatismo islamico.
Oggi, all’indomani dei grandi numeri ottenuti dal partito razzista e xenofobo di Marine Le Pen, l’Unione Europea dovrebbe interrogarsi su come affrontare la situazione, e su come tutelare i cittadini francesi ebrei, coloro che, ancora una volta, si sentono considerati di serie B. Intanto a migliaia optano per l’emigrazione verso Israele, un paese da cui sanno non potranno mai esser traditi.
Thanks to Progetto Dreyfus

domenica 23 marzo 2014

Iran, Khamenei torna all’attacco: “In Europa hanno paura di dubitare dell’Olocausto”

Teheran, 21 Marzo 2014 – In occasione del nuovo anno iraniano, l’Ayatollah Khamenei ha attaccato i paesi europei, che pretendono di essere “liberi”, ma dove “nessuno osa parlare dell’Olocausto”.
Secondo la Guida suprema dell’Iran “i paesi che pretendono di essere liberi hanno delle linee rosse e sono molto decisi nel difenderle”: “Nei paesi europei nessuno osa parlare dell’Olocausto (…). Non diciamo se è stato reale o meno, se c’è stato come è stato”, ha dichiarato nel corso di un intervento a Mashhad, prima città santa dell’Iran dove si trova il Mausoleo dell’Imam Reza, ottavo e più importante imam sciita.
Khamenei ha invitato inoltre alla resistenza di fronte all’”invasione culturale” dell’Occidente, in particolare per quanto riguarda il principio di libertà d’espressione. “Dubitare dell’Olocausto è considerato un grande errore, lo impediscono, arrestano chi lo fa e lo processano e pretendono di essere liberi – ha attaccato l’Ayatollah, sottolineando – e vogliono che noi non difendiamo le nostre linee rosse in termini di fede e valori rivoluzionari?”.
(Fonte: TMNews, 21 Marzo 2014)

SCOPERTA RETE DI TUNNEL SOTTERRANEI DA GAZA A ISRAELE: SI TRATTA DELLA PIU’ LUNGA E ORGANIZZATA DI SEMPRE

Gerusalemme, 21 Marzo 2014 – Stamattina una alta fonte dell’IDF ha svelato di aver scoperto uno dei più grandi e spaventosi tunnel terroristici mai visti prima, che parte da Gaza e per centinaia di metri percorre il territorio israeliano.
La lunghezza dell’intero tunnel ancora non si conosce, ma durante la scoperta, martedì scorso, sono state trovate tracce fresche, il che fa pensare che l’attività di scavatura era stata portata avanti fino a pochi giorni prima. Un generatore e degli strumenti da lavoro sono stati rinvenuti, ma non sono state trovate armi. La fonte militare sostiene che questa sia la più grande ramificazione di gallerie mai realizzata, per di più di altissima qualità.
Ad un primo giudizio, pare che per la realizzazione ci sono voluti mesi e mesi, che un grande studio ingegneristico è dietro alla progettazione; il principale sospetto è che le strade sotterranee siano state costruite per rapire soldati o civili israeliani e portarli a Gaza, oppure che siano funzionali ad un grande attacco studiato a tavolino già da tempo. La maggior parte dei tratti del tunnel raggiunge gli 8-9 metri di profondità, mentre alcuni arrivano fino a 20 metri; la divisione ingegneristica dell’esercito israeliano che si occupa soltanto della difesa da Gaza, sta lavorando in questi giorni per conoscere ogni centimetro della cittadina sotterranea e per capire fino a dove arriva la ramificazione.

domenica 16 marzo 2014

La metamorfosi di Amnesty International. Da Nobel per la pace a marionetta araba

di Miriam Bolaffi
Ormai da diversi anni quella che a detta di tutti sarebbe la più grande e imparziale organizzazione per la difesa dei Diritti Umani, Amnesty International, è diventata una marionetta nelle mani dei regimi arabi del Golfo che la finanziano a grandi mani. Se prima era sospetto ora è una certezza.
Basti guardare l’ultimo rapporto diffuso da Amnesty International su Israele per rendersi conto che questa organizzazione è tutto fuorché imparziale.Sul sito italiano di Amnesty International si può leggere un sunto di questo cosiddetto “rapporto”, una sintesi che esordisce con:
“Negli ultimi tre anni, le forze israeliane hanno mostrato un profondo disprezzo per la vita umana uccidendo decine di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, bambini compresi, nella pressoché totale impunità”
Ora, se io faccio una affermazione così grave sostenendo che qualcuno ha ucciso decine di civili come minimo ne pubblico la lista, riporto il luogo dove questo “omicidio” è avvenuto, riporto i fatti che hanno portato a questi “omicidi”, insomma ne fornisco una dettagliata descrizione proprio perché l’affermazione è grave. Bene, nel rapporto di Amnesty International non c’è nulla di tutto questo, anzi, proprio in cima al rapporto capeggia una fotografia fuorviante che riguarda un episodio nel quale ad essere attaccato è stato un mezzo dell’esercito israeliano che in quella specifica occasione non ha nemmeno reagito (qui il video). In tutto, il cosiddetto rapporto di Amnesty International, riporta i nomi di 15 palestinesi che, prendendo esclusivamente fonti palestinesi, si afferma essere stati uccisi dall’esercito israeliano. Non vi è stata riguardo a quelle morti alcuna indagine da parte di Amnesty International, si sono semplicemente limitati a fare il copia-incolla di alcune agenzie palestinesi e in un paio di casi hanno fatto il copia-incolla di articoli di Haaretz, notoriamente filo-arabo. Delle “indagini imparziali” non c’è nessuna traccia.
In compenso il cosiddetto “rapporto imparziale” di Amnesty International non affronta minimamente le motivazioni che sono alla base degli scontri che hanno portato alla morte di alcuni palestinesi, non parla minimamente delle decine di attentati contro civili israeliani, non menziona i morti israeliani uccisi a sangue freddo da palestinesi, non parla dei 32 morti israeliani (quelli si documentati) e dei 109 feriti a seguito di attacchi palestinesi, non parla dei 979 incidenti stradali e dei conseguenti 398 feriti causati solo nell’ultimo anno dal lancio di “innocue”pietre da parte dei palestinesi ( e i dati non sono aggiornati).
Insomma, siamo di fronte al punto più basso mai toccato da Amnesty International nella sua lunga carriera e nella sua altrettanto lunga metamorfosi che ha trasformato un premio Nobel per la pace in una marionetta al soldo dei regimi arabi del Golfo. E c’è ancora chi prende per oro colato le parole di questi burattini le cui fila vengono tirate da regimi totalitari che in teoria proprio loro dovrebbero combattere.

sabato 15 marzo 2014

Attacchi dal Libano

Un convoglio militare israeliano in transito nell'area di Har Dov, al confine con il Libano, è stato il bersaglio di un ordigno esplosivo attivato dai terroristi di Hezbollah la notte scorsa.
Uno dei veicoli è stato colpito senza che i soldati all'interno riportassero ferite.
Tre di loro sono stati comunque portati in ospedale a Tzfat per motivi precauzionali.
In risposta blindati e artiglieria israeliana hanno distrutto una postazione di Hezbollah nel villaggio di Kfar Kileh in Libano.
Non ci sono stati ulteriori scambi di colpi e la situazione è al momento tranquilla.
 

 

mercoledì 12 marzo 2014

Gaza bombarda Israele

Ci risiamo, quei vili topi di fogna terroristi di Gaza hanno sferrato un duro attacco a Israele: nella giornata di oggi hanno bombardato lo stato ebraico con 41 razzi dei quali 5 hanno colpito zone popolate e 3 sonos tati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome.
Questo è il più imponente attacco dalla Striscia di Gaza dalla fine dell'Operazione Scudo di Difesa del novembre 2012.
Dall'inizio del 2014 i terroristi di Gaza hanno sparato oltre 80 razzi contro Israele.L'esercito israeliano ha prontamente risposto agli attacchi colpendo 29 strutture terroristiche nella Striscia.
Dietro tutto questo c'è la Jihad Islamica ma Hamas è responsabile in prima persona di ogni attacco proveniente dalla Striscia.
Le IDF faranno tutto quanto in loro potere per proteggere la popolazione israeliana e colpire i terroristi


I razzi "artiginali" come amano definirli i pacifinti amici dei terroristi, minacciano 3,5 milioni di cittadini israeliani, ossia il 40% della popolazione dello stato ebraico.












 

martedì 11 marzo 2014


L'11 marzo del 2011 due palestinesi TRUCIDARONO con ferocia inaudita una famiglia israeliana: pugnalarono e sgozzarono mamma Ruth, papà Udi, il figlio di 11 anni Yaov, il figlio di 4 anni Elad e la bimba di soli TRE MESI Hadas... anche lei pugnalata al cuore! 

Tutti sembrano aver dimenticato l'eccidio di Itamar, tutti sembrano aver dimenticato queste vite spezzate dall'odio viscerale degli arabi: questi "coraggiosi militanti" se la sono presa di notte con una famiglia di agricoltori: sono entrati in casa loro come topi di fogna e li hanno massacrati nel sonno. Non hanno avuto pietà neanche di un bimbo di 4 anni e della sorellina di soli tre mesi.... quando l'hanno sentita piangere (dormiva nel lettone con mamma e papà già trucidati) sono tornati indietro per "finire la loro missione".

IO NON DIMENTICO!

Qui sotto ci sono le foto di quell'ignobile massacro: guardate di cosa sono capaci quegli assassini palestinesi!









In Francia, dove “è meglio non dire di essere ebrei”

Il 21 febbraio 1944 i nazisti giustiziarono un gruppo di partigiani della Resistenza noto come “Manouchian”, composto in gran parte da ebrei (in realtà erano 9 su 27). Accadeva settant’anni fa, quando quegli ebrei vennero tacciati dai nazisti di essere dei “terroristi”. Nei giorni scorsi lo storico francese Benoît Rayski è andato a parlare di questi eroi alla scuola superiore di Mantes-la-Jolie. Prima di entrare in classe, l’insegnante gli ha chiesto di non citare il fatto che fossero ebrei, ma di descriverli come “immigrati” e “stranieri”. “Sa, con la Palestina e il resto…”, ha detto l’insegnante.
Questa è la Francia di oggi, dove i terroristi musulmani in armi diventano “freedom fighters” e gli israeliani “i nuovi nazisti”. Lo pensavano così Stephane Hessel e Jacques Vergès, ad esempio. Nei mesi scorsi, il famoso museo parigino degli impressionisti, Jeu de Paume, ha esposto sessanta fotografie di kamikaze palestinesi. La brochure della mostra paragona quei cannibali palestinesi ai membri della Resistenza. La douce France, vecchia signora antisemita.

domenica 9 marzo 2014

Cori Ultras Juve: Anti Fiorentina







Questo è quello che accade negli stadi italiani... raccapricciante....

Eccellenza israeliana

Il settimanale economico di Londra Times Higher Education ha classificato l’istituto tecnologico Technion di Haifa fra le 100 università più prestigiose del mondo, nella sua lista del 2014 pubblicata mercoledì. La classifica viene compilata in base a un sondaggio fra 10.536 affermati accademici, in 133 paesi, invitati a elencare quelle che considerano le migliori accademie nel mondo per i loro rispettivi settori di competenza.

Peres: «Sempre di più gli arabi che vedono il terrorismo, e non Israele, come il loro vero nemico»


Il presidente d'Israele Shimon Peres
Il presidente d’Israele Shimon Peres

Intervistato in diretta da Panet, il sito web di notizie in arabo collegato al settimanale arabo-israeliano Panorama, il presidente d’Israele Shimon Peres si è rivolto giovedì alla comunità degli arabi israeliani e dell’intero Medio Oriente esprimendo la speranza in una migliore cooperazione dal momento che “sono sempre più numerosi i paesi arabi che vedono il terrorismo come il loro vero nemico, e hanno ragione”.
Peres ha risposto fra l’altro a molte domande sulla spedizione iraniana di armi intercettata mercoledì dalla Marina israeliana nel mar Rosso, sul “blocco di Gaza” e sui negoziati di pace con i palestinesi.
“Perché gli iraniani stanno facendo questo? – ha chiesto Peres ai suoi ascoltatori – Se tu fossi un abitante di Gaza, in cosa investiresti? Che cosa otterranno da questi traffici? Il terrorismo non ha mai portato a nulla, tranne che distruzione e disgregazione”. Investire in quei missili, ha insistito Peres, è per Gaza uno spreco assoluto: “Li spareranno, e noi risponderemo immediatamente al fuoco”.
Parlando in generale della chiusura della striscia di Gaza, Peres ha detto: “Quando da Gaza cesserà il fuoco, non ci sarà più bisogno di alcun blocco, come non c’era prima che sparassero. La chiusura non ha lo scopo di rendere la vita difficile agli abitanti di Gaza. Che bisogno ha mai Gaza di investire milioni di dollari in missili? Sapete quello che realmente accade a Gaza? Non c’è soltanto Hamas, ci sono quattro o cinque organizzazioni terroristiche. Il nostro interesse è che Gaza diventi aperta e progredita. Che gusto potremmo mai avere a vederli soffrire, e per che cosa?”.

Peres negli studi di Panet
Peres negli studi di Panet

Per quanto riguarda i negoziati con i palestinesi, il presidente israeliano ha detto: “Conosco il presidente Abu Mazen da molti anni, penso che sia un uomo serio, un vero interlocutore e che possiamo negoziare con lui per arrivare alla pace. È vero – ha aggiunto – che vi sono israeliani che la pensano in modo diverso, ma il dato di fatto è che Israele sta negoziando con lui”.
Il sito web arabo Panet, dai cui studi a Tayibe Peres ha inviato le sue risposte, è molto popolare tra i lettori arabo-israeliani, ma è seguito anche in altri paesi del Medio Oriente. Durante il colloquio in diretta, Peres ha risposto anche a domande inviate al sito da lettori di paesi come Iran, Siria, Arabia Saudita, Libia, Libano, Giordania ed Egitto. A un certo punto il sito si è addirittura bloccato a causa della quantità di traffico informatico da tutto il mondo arabo.
Peres ha ribadito che l’Iran è diventato una centrale di terrorismo e sviluppo di armi di distruzione di massa, dicendo che il mondo presto scoprirà la verità sulle intenzioni di Teheran. “L’Iran deve smettere di bluffare – ha detto – L’operazione di mercoledì nel mar Rosso ha mostrato il vero volto dell’Iran, che dice una cosa ma fa il contrario: indossano una maschera da innocenti e poi, violando le leggi internazionali, mandano i missili più pericolosi a un’organizzazione terroristica che uccide persone innocenti. È arrivato il momento che le persone responsabili dicano all’Iran e a Gaza di fermarsi, per il bene di tutti coloro che vogliono vivere in pace”.

Peres con una parte dello staff di Panet
Peres con una parte dello staff di Panet

Un iraniano ha chiesto a Peres se a suo avviso l’Iran riconoscerebbe Israele e cesserebbe le sue minacce se venisse raggiunto un accordo di pace con i palestinesi. Peres ha detto di non riuscire a capire perché l’Iran, che non ha una frontiera comune con Israele, voglia la distruzione di Israele e perché si dedichi alla produzione di armi nucleari. Il precedente presidente iraniano negava addirittura la Shoà, ha ricordato Peres, aggiungendo che l’Iran deve imparare a riconoscere la verità. Come ha già fatto più volte in pubblico e privato, Peres ha ribadito che Israele non ha nulla contro il popolo iraniano, e che ha un problema solo con i dirigenti e il regime iraniano.
Dalla quantità e dal tenore delle domande è apparso evidente che Israele viene attentamente seguito nel mondo arabo non solo dalle persone al potere, ma anche dai cittadini comuni.
Verso la fine della trasmissione Peres ha detto che a suo parere il mondo arabo sta imparando a capire che Israele non è il suo problema principale. Israele è interessato a vedere un mondo arabo che si evolve e sviluppa e che fa gli stessi progressi che è riuscito a fare Israele attraverso la scienza e le innovazioni tecnologiche.
“Tanti protestano sempre, ebrei e arabi – ha detto Peres – Ma chi desidera una vita migliore deve innanzitutto mettersi al lavoro per realizzarla. Quello che può fare Israele, tutti lo possono fare. Guerre etniche e guerre civili sono solo un enorme spreco di tempo ed energie”.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 6.3.14)

lunedì 3 marzo 2014

«I profughi ebrei dai paesi arabi siano inclusi nel negoziato»

New York Times, 16 maggio 1948: “Ebrei in grave pericolo in tutti i paesi musulmani”

“I presidenti di tutte le associazioni di ebrei originari da paesi arabi, sotto l’ombrello della nostra ‘Organizzazione centrale degli ebrei dai paesi arabi’ guidata da Meir Kahlon, sono grati a John Kerry e a Martin Indick per aver incluso nell’accordo-quadro in discussione il tema degli indennizzi per gli ebrei dai paesi arabi, accanto agli indennizzi per i palestinesi”. Lo afferma Levana Zamir, presidente dell’Associazione Internazionale degli ebrei dall’Egitto, sottolineando che dal febbraio 2011 esiste una legge approvata dalla Knesset che stabilisce che tutti i negoziati relativi ai profughi palestinesi devono comprendere anche i diritti dei profughi ebrei dai paesi di lingua e cultura araba. “E’ una legge speciale – continua Zamir – in cui si afferma che ogni volta che Israele parla di processo di pace, ogni volta che il tema dei profughi palestinesi entra nel negoziato, Israele deve sollevare il tema del risarcimento dei profughi ebrei dai paesi arabi”.
Nel aprile 2008 il Congresso degli Stati Uniti riconobbe la realtà dei profughi ebrei dai paesi arabi. Il paragrafo 8 dell’Accordo fra Israele ed Egitto firmato nel marzo 1979 dal primo ministro israeliano Menahem Begin, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal presidente Usa Jimmy Carter, successivamente ratificato dal governo e dal parlamento israeliani, stabiliva che venisse istituito un Comitato congiunto israelo-egiziano per negoziare le richieste di compensazioni finanziarie da entrambe le parti. Sebbene questo comitato non sia mai stato creato, i negoziatori israeliani dichiararono alla comunità ebraica egiziana che le loro richieste sarebbero state negoziate in un accordo di pace globale. “Questo può avvenire ora o non avverrà più – dice Zamir – Più di 7.000 domande di risarcimento sono state consegnate dagli ebrei d’Egitto al Ministero della giustizia, sul totale di 20.000 dossier degli ebrei di tutti i paesi arabi inoltrati quattro anni fa al Ministero per i cittadini anziani. Si tratta di dossier che assommano a perdite di beni per centinaia di miliardi di dollari”.

Ebrei nei paesi arabi: nel 1948 e nel 2000

Secondo Zamir, alcuni elementi della società israeliana non prendono abbastanza sul serio la situazione dei profughi ebrei dai paesi di lingua araba, sebbene siano circa un milione gli ebrei che furono costretti ad abbandonare nei paesi arabi le loro case e tutto ciò che possedevano, vuoi attraverso un’espulsione esplicita sulla scorta della dichiarazione d’indipendenza d’Israele, vuoi a seguito di intense ondate di violenza antisemita. “La settimana scorsa – aggiunge Zamir – il Controllore di Stato israeliano ha consegnato un rapporto molto critico su come i vari ministeri hanno trattato i diritti dei profughi ebrei dai paesi arabi, accusandoli con severità d’averli praticamente abbandonati a se stessi”.
Alcuni parlamentari sembrano ritenere l’eventuale risarcimento dei profughi ebrei dai paesi arabi come una sorta di “mazzetta” che costringerebbe Israele a ritirarsi dai territori. Dal canto suo, il Ministro israeliano della giustizia Tzipi Livni ha affermato che non vi è collegamento tra profughi palestinesi e profughi ebrei dai paesi arabi. Haim Saadun, dalla Open University, preferisce vedere i profughi ebrei dai paesi arabi come convinti sionisti che hanno fatto la aliyah (immigrazione) in Israele. A tutti costoro Zamir risponde: “Abbiamo perso tutti i nostri beni. Perché non dovremmo chiedere un risarcimento? Come può essere che ci sia gente che dice che noi non siamo profughi? Perché non posso reclamare il mio patrimonio, quello che è mio? Dobbiamo essere risarciti”. E prosegue: “Non vi sarà mai il ‘diritto al ritorno’: quattro milioni di arabi che venissero a stabilirsi qui ci ridurrebbero a dhimmi (cittadini di classe inferiore). Dovunque vi siano ebrei e arabi, gli ebrei sono dhimmi. Sarebbe di nuovo la guerra”. E per quanto riguarda l’idea che siano gli ebrei a tornare nei paesi arabi, dichiara: “Bruciano chiese e perseguitano i cristiani. Vi pare un posto adatto per noi ebrei?”.
Conclude Zamir: “Non vi sarà nessun ritorno: devono esserci invece risarcimenti per entrambe le parti, per i profughi ebrei e per i profughi palestinesi. Già Bill Clinton chiese di creare una commissione internazionale sugli indennizzi, e Israele accettò. Arafat disse di no a tutto. Ora John Kerry sta dicendo la stessa cosa di Clinton”. I profughi ebrei dai paesi arabi, sottolinea Zamir, si battono per i risarcimenti come parte di una giusta soluzione della annosa questione di tutti profughi del conflitto mediorientale, e ora è arrivato il momento di dare seguito ai risarcimenti.
(Da: Jerusalem On Line, 11.2.14)

venerdì 28 febbraio 2014

ISRAELE ENTRA A FAR PARTE DI JUSCANZ


12.02.14
Oggi, per la prima volta, Israele ha partecipato a uno dei principali gruppi di coordinamento incentrati sui diritti umani e la politica sociale presso le Nazioni Unite. Israele entra a far parte del gruppo "JUSCANZ ", nella terza commissione delle Nazioni Unite, con la maggior parte delle democrazie avanzate del mondo, tra cui USA, Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Norvegia e Svizzera.
L’Ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, Ron Prosor, ha salutato l'ingresso di Israele nello JUSCANZ dichiarando: "È stata corretta un’ingiustizia storica. Chiunque abbia a cuore la tutela dei diritti umani, deve celebrare quest’annuncio. L’ammissione di Israele nel gruppo JUSCANZ evidenzia il riconoscimento, da parte della comunità internazionale, della nostra democrazia. In Medio Oriente, regione in cui le donne vengono lapidate a morte ed esponenti delle minoranze vengono giustiziati, noi siamo un faro di diritti umani, uguaglianza e libertà".
La missione israeliana alle Nazioni Unite è leader nel promuovere l'empowerment delle donne, la parità di genere, e i diritti delle persone con disabilità

ISRAELE AMMESSO NELL'ALLEANZA DEL PACIFICO

In seguito agli sforzi diplomatici condotti dal Ministero degli Esteri e dalle ambasciate israeliane in America Latina, Israele è stato ammesso come stato osservatore nell'Alleanza del Pacifico. La decisione è stata presa lunedì sera (11 febbraio) nel corso di un vertice dell’Alleanza del Pacifico tenutosi a Cartagena, Colombia, con la partecipazione dei presidenti degli stati membri.
 L'Alleanza del Pacifico è una piattaforma economica istituita un anno e mezzo fa da Cile, Perù, Colombia e Messico, come strumento di integrazione economica per far progredire la crescita, la competitività economica e il benessere dei loro cittadini. L'Alleanza include gli stati latino-americani con un mercato libero e una politica socio-economica liberale che stanno lavorando per istituire un mercato economico comune. Altri stati della regione aderiranno all'Alleanza nel prossimo futuro.
 Israele è il primo stato del Medio Oriente a ricevere lo status di osservatore all'interno dell'Alleanza del Pacifico, a testimonianza delle sue buone relazioni con gli stati membri e dell'alto interesse dell'America Latina ad approfondire i legami economici con Israele.
 Gli stati membri dell'Alleanza del Pacifico costituiscono oggi l'ottava economia più grande al mondo, con il 36% del PIL dell'America Latina e dei Caraibi. Gli stati membri hanno un PIL procapite medio di 10.000 dollari, con una popolazione totale di 212 milioni: un mercato attraente con potere di acquisto in stabile crescita.
 L'adesione di Israele in qualità di stato osservatore contribuirà ad aumentare l'esposizione dei membri dell'Alleanza alla tecnologia e all'industria innovative di Israele, e contribuirà al rafforzamento dell'economia israeliana.
 

Il terrorismo paga

Husni Najjar, un palestinese di Hebron già condannato per attività terroristiche, ha rivelato alla polizia d’aver progettato un secondo attentato, fittizio, contro israeliani perché sapeva che, una volta incarcerato, avrebbe ricevuto un cospicuo stipendio dall’Autorità Palestinese. La confessione firmata dal palestinese lo scorso agosto è stata diffusa domenica da Palestinian Media Watch. “A causa della mia difficile situazione finanziaria – afferma Najjar – ho deciso di inventarmi un piano per essere arrestato e beccarmi una condanna a più di cinque anni perché in questo modo avrei ricevuto uno stipendio fisso dall’Autorità Palestinese che mi avrebbe permesso di pagare i miei debiti e coprire le spese per il mio matrimonio”. Nel suo primo periodo di detenzione per terrorismo, Najjar aveva ricevuto in tutto 45.000 shekel (circa 9.400 euro), mentre ora puntava a ricavarne almeno 135.000 (ca. 28.000 euro).
La deposizione di Husni Najjar nel rapporto della polizia israeliana
Secondo Palestinian Media Watch, i detenuti palestinesi condannati a più di cinque anni per attività terroristiche ricevono dall’Autorità Palestinese uno stipendio fisso di 4.000 shekel (ca. 830 euro) durante i loro mesi di detenzione e nei tre anni successivi alla loro scarcerazione. Najjar è attualmente in carcere in attesa di processo. “La testimonianza di questo palestinese – sottolineano in una nota Itamar Marcus, direttore di Palestinian Media Watch, e l’analista Nan Jacques Zilberdik – conferma la nostra tesi secondo cui la politica dell’Autorità Palestinese di versare cospicui stipendi (coi soldi degli aiuti internazionali) ai palestinesi condannati per terrorismo, durante e dopo la loro detenzione in Israele, non solo premia il terrorismo che miete vittime innocenti fra civili indifesi, ma costituisce anche un forte incentivo per nuove attività terroristiche”, che sono in sé criminali ad anche un formidabile ostacolo sulla via della pace. (Da: PMW Bulletin, Times of Israel, 16.2.14)

Ucraina, allarme antisemitismo: colpita una sinagoga


Kiev, 24 Febbraio 2014 – La crisi che sta colpendo in questi giorni l’Ucraina ha non poche ripercussioni sulla popolazione ebraica locale. La sinagoga Giymat Rosa, ad esempio, situata a Zaporizhia, a 250 km a sud-ovest di Kiev, è stata danneggiata da bombe molotov scagliate contro di essa da ignoti. Nessuno è stato ferito nell’attacco, ma è rimasta danneggiata la facciata della balconata.
Come è noto, da novembre l’Ucraina è oggetto di violente dimostrazioni popolari, culminate oggi con la destituzione del presidente Viktor Yanukovych. In questi mesi, le comunità ebraiche hanno rafforzato la propria sicurezza: alcune hanno addirittura sospeso le attività.
La popolazione ebraica in Ucraina conta circa 200.000 persone in tutto il Paese, lamaggior parte delle quali vivono a Kiev, e in altre comunità minori, come Odessa, Lvov, e Dnepropetrovsk. Durante i 70 anni di regime comunista, i raduni e le organizzazioni ebraiche erano proibite, ma dopo il collasso dell’Unione Sovietica, le istituzioni ebraiche hanno cominciato a svilupparsi, trasformando la comunità ebraica in una delle più popolose e attive al mondo.
In sua difesa si sta muovendo anche l’Agenzia Ebraica, che si prepara a offrire in tempi brevi assistenza alla comunità ebraica locale, come annunciato dallo stesso presidente dell’Agenzia, Nathan Sharansky. “La comunità ucraina, che conta circa 200.000 persone, è una delle più vibranti del mondo – ha dichiarato -, che conta decine di organizzazioni e istituzioni ebraiche molto attire. Gli eventi recenti hanno dimostrato che dobbiamo rafforzare le misure di sicurezza di queste realtà. Abbiamo una responsabilità morale nei confronti della sicurezza degli ebrei ucraini”. L’assistenza immediata verrà fornita dall’Agenzia Ebraica tramite il Fondo per l’assistenza di emergenza, creato a seguito dell’orribile attacco alla scuola ebraica di Tolosa, nel marzo del 2012, in cui furono uccisi 3 bambini e 1 insegnante.
Ora il Fondo verrà ristabilito, per venire in aiuto agli ebrei ucraini.

mercoledì 26 febbraio 2014

Israele bombarda Hezbollah al confine tra Libano e Siria

Beirut, 24 Febbraio 2014 – Aerei da guerra israeliani hanno bombardato un obiettivo di Hezbollah alla frontiera libano-siriana. La zona colpita si trova vicino alle città di Janta e Yahfoufa. A bombardare sono stati più aerei e le bombe sarebbero cadute su un solo obiettivo. Diversi militanti Hezbollah sarebbero rimasti uccisi nel raid.
Secondo una fonte della sicurezza libanese i raid sarebbero stati due. Gli aerei israeliani hanno lanciato quattro razzi sulla zona di Janta tra le montagne che separano il villaggio libanese di Nabi Sheet dal confine siriano.
La fonte ha aggiunto che la zona di Janta è nota per ospitare un campo di Hezbollah, dove si svolgono il reclutamento e la formazione dei militanti. L’area al confine orientale del Libano è spesso usata dai contrabbandieri di armi.
Gli aerei israeliani hanno colpito negli ultimi due anni diverse volte nella zona di Janta e fonti della sicurezza hanno affermato che gli obiettivi potrebbero essere stati i camion di armi inviate dalla Siria e destinate al gruppo Hezbollah del Libano.
L’esercito israeliano non ha voluto commentare, ma una fonte della sicurezza di Israele ha confermato che vi era stata “Un’attività delle forze aeree insolitamente intensa nel Nord”, riferendosi al Libano.
(Fonte: Rainews.it, 24 Febbraio 2014)

martedì 25 febbraio 2014

Media libanesi: raid aerei israeliani colpiscono obiettivi di Hezbollah

Aerei da guerra israeliani hanno colpito degli obiettivi di Hezbolah vicino il confinoe siro-libanese secondo fonti di stamba di Beirut.
L'episodio sembra avvenuto nei pressi delle cittadine di Janta e Yahfoufa e sembra sia opera di diversi aerei su più obiettivi.
Il quotidiano libanese Daily Star riferisce che jet delle IAF hanno bombardato obiettivi nell'area di Nabi Sheet mentre fonti della sicurezza libanese riferiscono che la località di Janta è un noto centro di reclutamento e addestramento di Hezbollah oltre che un crocevia del traffico di armi tra la Siria e il Libano. Testimoni oculari affermano di aver visto aerei israeliani arrivare dal mare e tornare indietro verso Israele.
L'esercito israeliano ha rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione.
Nel corso dello scorso anno sembra che in più occasioni l'esercito israeliano abbia colpito depositi di armi, missili di fabbricazione russa e i sistemi difensivi S-300 e SA-17 sia in territorio siriano che in quello libanese. I siraini dal canto loro hanno aperto il fuoco a più riprese verso i sodati israeliani.

giovedì 20 febbraio 2014

Palestinesi: un popolo inventato

di Y.K. Cherson*
 
«La storia del popolo palestinese risale fino al...». A questo punto gli storici arabi non trovano l'accordo: alcuni sostengono che il "popolo palestinese" vanta 4.000 anni di storia; altri si spingono fino a 10.000 anni, c'è chi parla di 30.000 anni e non manca chi spara addirittura 100.000 anni di storia: il che renderebbe l'uomo di Neanderthal piuttosto giovanile a confronto dell'"homo palestinensis". Ma sebbene gli storici arabi non concordino sulla data di nascita del popolo palestinese, su un aspetto sono unanimi: è comparso sulla Terra molto prima degli ebrei, dei romani o dei greci. C'è solo un problema: di tutta questa millenaria storia, non si trova alcuna traccia.

Nel 721 a.C., gli assiri conquistarono il Regno di Israele. È un fatto storico accertato che nessuno contesta. Magari il glorioso "popolo palestinese" avrà combattuto eroicamente contro l'aggressore, cagionando pesanti perdite? Non proprio: non c'è una sola testimonianza che sia una, che fa menzione di questo popolo. Può essere che centinaia di migliaia di "palestinesi" abbiano combattuto eroicamente contro gli assiri, senza che questi se ne siano accorti? Allo stesso tempo, però, i resoconti storici riportano diffusamente le battaglie contro gli ebrei. Insomma gli assiri notarono benissimo gli ebrei, ma non scorsero nemmeno un "palestinese".
Perché gli assiri non si imbatterono in nemmeno un palestinese? Forse perché il re Sargon II era sionista. E che dire dei babilonesi? Lo stesso mistero ci attende quando iniziamo a leggere i resoconti babilonesi circa la conquista del Regno di Giudea, avvenuta fra il 597 e il 582 a.C. Gli ebrei si scorgono in ogni pagina. E i palestinesi? Niente, nemmeno una citazione isolata. Neanche i babilonesi si sono imbattuti in essi.
Ma di sicuro i persiani li hanno scovati, lasciandoci una dettagliata descrizione di questo meraviglioso popolo, della sua sterminata cultura, delle sue abitudini, della lingua parlata. Macché: anche loro ci hanno deluso. I resoconti storici ci parlano degli ebrei, di come Ciro concesse loro il diritto di tornare a Gerusalemme, dei satrapi persiani che comandarono in Giudea e Israele. Ma dei palestinesi, ancora una volta nessuna parola.
Ma ciò che rende spassosa questa ricerca è la circostanza che lo stesso Alessandro il Grande percorse tutta la costa della Palestina da Tiro a Gaza nel 332, senza imbattersi mai in nemmeno un palestinese: soltanto ebrei. Dove diavolo si nascondevano i palestinesi?Certo: stiamo parlando di assiri, babilonesi, persiani; gente vissuta tanto tempo fa. Ma che dire dei romani, che pure erano così zelanti nella conservazione della memoria? La storia non cambia.
I romani spiegano con dovizia di particolari come assediarono Gerusalemme, informandoci scrupolosamente di come gli ebrei tentarono disperatamente di respingerne l'assalto. Descrivono le rivolte degli ebrei e come esse furono soffocate, indugiando in dettagli su come gli ebrei si difesero a Masada, su come i romani divisero la Giudea, ribattezzandola "Palestina", su come rinominarono Gerusalemme "Aelia Capitolina". Ci raccontano un sacco di cose; ma non menzionano nemmeno una volta i "palestinesi". E peraltro, sebbene ribattezzarono quelle terre "Palestina", continuarono a chiamare i suoi abitanti come da migliaia di anni si suoleva fare: ebrei. La Palestina divenne il nome ufficiale di quella terra, ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi "ebrei".Un momento! E dov'era il "popolo palestinese" quando arrivarono gli arabi? E' una domanda da un milione di dollari. Gli arabi moderni si autodefiniscono "palestinesi": ma come si definivano gli arabi del VII secolo, quelli che conquistarono la Palestina? Qualcuno per caso è a conoscenza di un documento, che sia uno, scritto dai dominanti arabi in Palestina, che esprimesse un concetto anche vagamente vicino a quello di "palestinesi"? Niente da fare, nessuna menzione...
La situazione diventa davvero divertente. Gli arabi oggi si scaldano quando narrano di loro avi che hanno vissuto in Palestina da "tempi immemorabili", ma i loro avi non hanno alcuna idea di questo glorioso e antico passato. Ma dopotutto, la dominazione araba in Palestina non è durata così tanto.
Soltanto 300 anni dopo la loro conquista giunsero i turchi - prima i mamelucchi, poi gli ottomani - a spodestarli. Essi comandarono in Palestina per sei secoli: forse questa volta a sufficienza per rinvenire un gruppo etnico folto e glorioso come quello del "popolo palestinese". Questa volta avremo migliore fortuna?
Macché! le statistiche ufficiali dei turchi censirono ebrei, arabi e circassi in Palestina, e fornirono dati dettagliati sui musulmani, sui cristiani e sugli ebrei; ma neanche una volta menzionarono alcun "popolo palestinese".

Dunque assiri, babilonesi, greci, romani, persiani e arabi; mai hanno menzionato, neppure di sfuggita, il "popolo palestinese". I turchi, in 600 anni di occupazione della Palestina, non hanno mai trovato traccia di palestinesi. E dove mai si nascondeva questo antico e incredibilmente eroico popolo dopo il 1917? Le diverse commissioni della Lega delle Nazioni (progenitrice delle Nazioni Unite) non ne hanno mai trovato traccia; tutti i documenti della Lega delle Nazioni di quel periodo citano soltanto ebrei e arabi, ma mai una volta si cita il palestinese come popolo. Magari a parlare di "popolo palestinese" all'epoca erano i politici occidentali? Neanche a dirlo: i delegati di undici diverse nazioni visitarono quei luoghi e trovarono una realtà attesa. Vale a dire, due gruppi in conflitto, arabi ed ebrei, le cui aspirazioni nazionali non potevano essere conciliate. «Palestinesi? E chi sono?...».
Ma forse i politici arabi... Macché. I politici degli stati arabi erano netti su questo argomento: «consideriamo la Palestina parte della Siria araba, dalla quale non si è mai distaccato in alcun momento. Siamo connessi ad essa da legami nazionali, religiosi, linguistici, naturali, economici e geografici» (I Congresso dell'Associazione cristiano-musulmana, febbraio 1919).Il rappresentante dell'Alto Comitato arabo presso le Nazioni Unite sottopose all'Assemblea Generale dell'ONU a maggio 1947 la seguente affermazione: «la Palestina è parte della provincia siriana», e «politicamente, gli arabi di Palestina non sono indipendenti, nel senso di formare un'entità politica separata».Nel 1937 un leader arabo locale, Auni Bey Abdul-Hadi, riferì alla Commissione Peel, che in ultima analisi suggerì la partizione della Palestina: «non esiste alcuno stato chiamato Palestina! la "Palestina" è un termine inventato dai sionisti! non esiste alcuna Palestina nella Bibbia. Per secoli la nostra patria è stata la Siria». E ancora :«Palestina e Transgiordania sono una cosa sola» (Re Abdullah, riunione della Lega Araba al Cairo, 12 aprile 1948). Per cui gli arabi negli anni Quaranta non hanno mai fatto menzione dei cosiddetti "palestinesi"; ne' tantomeno scorsero mai una "Palestina". Ma da questo punto di vista c'è da dire perlomeno che fossero in buona compagnia...
Chissà mai che abbiano trovato questo misterioso "popolo palestinese" più avanti?... niente da fare. Il presidente siriano Hafez Assad, nel rivolgersi al leader dell'OLP - nonché "padre del popolo palestinese" - Yasser Arafat, così spiegava: «Non rappresenti la Palestina più di quanto facciamo noi. Non dimenticare questo punto: non esiste alcun poplo palestinese, non c'è nessuna entità palestinese; c'è solo la Siria. Siete parte integrante del popolo siriano, e la Palestina è parte della Siria. Siamo noi i veri rappresentanti del popolo palestinese». Naturalmente, il leader dei palestinesi respinse sdegnatamente al mittente queste insinuazioni.
No, purtroppo stavamo scherzando: non lo fece. Inoltre, lo stesso Arafat specificò meglio il suo pensiero con una dichiarazione che ne confermava il pensiero nel 1993: «La questione dei confini non ci interessa. Da una prospettiva araba, non dobbiamo parlare di confini. La Palestina non è che una goccia nell'oceano. La nostra nazione è la Nazione Araba, che si allunga dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e oltre. L'OLP combatte Israele in nome del panarabismo. Quella che si chiama "Giordania in realtà non è altro che la Palestina».
Non molto tempo fa Azmi Bishara, ex deputato della Knesset espulso da Israele per aver passato informazioni riservate ad Hezbollah durante la II Guerra del Libano, e che si può definire tutt'altro che amichevole nei confronti di Israele, affermò la stessa convinzione: «il popolo palestinese non esiste». «La verità è che la Giordania è Palestina, e la Palestina è la Giordania», sentenziò Re Hussein di Giordania nel 1981. Abdul Hamid Sharif, primo ministro della Giordania, dichiarò l'anno precedente: «palestinesi e giordani non hanno differenti nazionalità: entrambi hanno lo stesso passaporto, sono arabi e vantano la stessa cultura giordana».


Ma gli arabi, che ci assicurano di vivere in Palestina da tempi immemorabili, non consentono ovviamente a siriani e giordani di privarli del passato di cui vanno fieri. Credete? in realtà lo permettono eccome. E hanno seri motivi per farlo.
Lo sapevate che fino al 1950, il Jerusalem Post si chiamava Palestine Post?
Che il giornale dell'Organizzazione Sionista negli Stati Uniti era il New Palestine?
Che il nome originario della Bank Leumi era Anglo-Palestine Bank?
Che il vecchio nome della compagnia elettrica israeliana era Palestine Electric Company?
Che una volta esistevano la Palestine Foundation Fund e la Filarmonica di Palestina?
Ed erano tutte organizzazioni ebraiche, fondate e gestite da ebrei!
In America, l'inno dei giovani sionisti recitava "Palestina, oh mia Palestina".
Fino alla fine degli anni Sessanta, chiamare un arabo "palestinese" corrispondeva a muovergli offesa, perché in questo modo erano etichettati in tutto il mondo gli ebrei. Tutti sapevano che Palestina era un modo alternativo per definire Israele e la Giudea, così come ad esempio Kemet era l'antico nome d'Egitto. Gli arabi che vivevano in Palestina si identificavano come arabi, e provavano irritazione se qualcuno li appellava come "palestinesi": «non siamo ebrei, siamo arabi», erano soliti replicare.In conclusione. C'è uno stato in Estremo Oriente. Chi vi abita - e ci abitano da diversi decenni - definisce questo stato enfaticamente "la Terra del Sol Levante". Ad un certo punto viaggiatori occidentali e geografi battezzarono questo stato con altro nome. Perché? forse perché non avevano inclinazione poetica, o forse lo visitarono al tramonto, o forse non erano in grado di pronunciare il nome in lingua originale. Forse la gente che qui abita ha ribattezzato il nome del proprio stato perché altri hanno deciso così? certo che no: sono la stessa gente e continuano a chiamare il loro paese "La Terra del Sol Levante"; anche se in Occidente è abituale chiamarlo Giappone.
E c'è un Paese in Medio Oriente. La gente che vi abita da millenni lo chiama "Eretz Israel", la Terra di Israele. Poi ad un certo punto sono giunti gli occidentali e le hanno dato un altro nome. Il popolo che lì ha sempre abitato è cambiato? no di certo! si tratta della stessa gente, che continuerà a chiamare quella terra "La Terra di Israele"; anche se in Occidente si continua impropriamente a parlare di Palestina.