Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 15 maggio 2013

DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA DELLO STATO DI ISRAELE

In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma’apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all’indipendenza nazionale.

Nell’anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d’Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.

Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L’Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall’Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l’Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.

Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.

Facciamo appello – nel mezzo dell’attacco che ci viene sferrato contro da mesi – ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell’immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell’antica aspirazione: la redenzione di Israele.

Confidando nella Rocca di Israele, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città’ di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.

martedì 14 maggio 2013

Muhammad Al-Dura: il ragazzino che forse non è mai stato ucciso (e neppure ferito!)

Di Ben Caspit

Qualcuno si ricorda di Muhammad Al-Dura? È il dodicenne di Gaza che sarebbe stato ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante uno scontro a fuoco all'inizio della seconda intifada, mentre gridava, rannicchiato dietro a suo padre Jamal. Divenne il più potente simbolo della lotta palestinese (e della “malvagità” israeliana): il suo nome riecheggia ancora oggi in tutto il mondo.
In un primo momento Israele non negò che le sue forze potessero aver accidentalmente colpito e ucciso Al-Dura, rimasto intrappolato nel fuoco incrociato di un aspro scontro fra miliziani palestinesi e soldati israeliani all'incrocio di Netzarim (nella striscia di Gaza) il 30 settembre 2000.
In seguito a una prima inchiesta, tuttavia, la versione ufficiale delle Forze di Difesa israeliane si modificò: i soldati non potevano aver colpito il ragazzino dalla posizione in cui si trovavano. Ma era troppo tardi: il racconto della sua uccisione per mano israeliana aveva ormai fatto il giro del mondo, oggi diremmo che si era diffusa in modo “virale”.
Da allora sono trascorsi tredici anni durante i quali sono state avanzate varie teorie e alcune tesi del complotto, compresa quella secondo cui il piccolo Muhammad Al-Dura non sarebbe stato nemmeno ferito.
Pochi giorni fa, il parlamentare israeliano Nachman Shai (laburista) ha incontrato il ministro della difesa Moshe Ya’alon per consegnargli una copia del suo nuovo libro “Media War Reaching for Hearts and Minds” (La guerra mediatica che arriva a cuore e mente), che tratta del ruolo dei mass-media negli attuali conflitti armati, compreso il caso Al-Dura. E Ya’alon ha lasciato stupefatto Shai quando gli ha rivelato che un’indagine condotta da Israele dimostrerebbe che Al-Dura non è mai stato colpito. In altre parole, sarebbe vivo.
Come ho accennato, questa teoria circola già da alcuni anni su internet e se ne parla anche in un dettagliato resoconto del caso che io stesso ho preparato per un programma tv. Ma questa è la prima volta che un ministro della difesa israeliano lo afferma così pubblicamente: non solo Muhammad Al-Dura non venne ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante l’incidente filmato dalla tv "France 2" e visto da tutto il mondo, ma non sarebbe stato nemmeno colpito. Oggi Al-Dura dovrebbe essere sui 25 anni, vivo e vegeto da qualche parte (sempre che non sia rimasto ucciso successivamente in qualche altro incidente).
Dunque si apprende che Ya'alon aveva formato una commissione d’indagine speciale riservata sul caso Al-Dura, la quale ha condotto un’indagine completa durata diversi anni. La commissione era presieduta dal generale della riserva Yossi Kuperwasser, ex capo della Divisione Ricerca e Analisi della Direzione dell’Intelligence militare israeliana, oggi Direttore generale del Ministero per gli affari strategici. Oltre a lui, la commissione era composta da numerosi specialisti del Technion, l’istituto di tecnologia israeliano, e da altre istituzioni accademiche, e raccolse informazioni dal fisico Nahum Shahaf, il primo che ha dimostrato, in base agli angoli e al volume di fuoco, che la scena filmata non poteva essere autentica. Kuperwasser stesso si incontrò diverse volte con Shahaf.
Ho parlato con Kuperwasser questa settimana e mi ha confermato che la conclusione della commissione è che Al-Dura non venne colpito e che il celeberrimo video deve essere una messinscena. Questo significa che il reportage della tv "France 2" era infondato, e forse che addirittura lo sapevano.
Ho chiesto a Kuperwasser quando i risultati ufficiali israeliani verranno diffusi pubblicamente e se qualcuno sa dove possa trovarsi il ragazzino. Mi ha risposto che l’indagine sarà pronta nel prossimo futuro e che gran parte del lavoro è già stato completato. Per quanto riguarda il ragazzino – che oggi non è più un ragazzino – nessuno ne sa nulla.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.13)



lunedì 13 maggio 2013

Famoso erudito islamico a Gaza: «La Palestina non è mai stata ebraica»

Di Khaled Abu Toameh

Yusuf al-Qaradawi, uno dei più famosi eruditi islamici egiziani, presidente dell'Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, ha dichiarato giovedì che “la Palestina non è mai stata una patria ebraica”, ed ha aggiunto che i musulmani non faranno mai alcuna concessione né riconosceranno Israele. “La Palestina – ha sostenuto Al-Qaradawi – era e resterà araba e musulmana. La patria non si vende per denaro”.
Arrivato a Gaza la sera di mercoledì alla testa di una delegazione di cinquanta studiosi islamici provenienti da quattordici paesi, Al-Qaradawi ha parlato in questi termini durante un incontro con esponenti del “governo” di Hamas nella striscia di Gaza, ed ha aggiunto che i musulmani sono in guerra col sionismo “che pretende di essere ebraico, ma è ben lungi dall'esserlo”. Secondo Al-Qaradawi, “il sionismo vuole divorare la terra accampando falsi pretesti”, e ha spiegato: “La Palestina non è mai stata ebraica”, aggiungendo che è proibito ai musulmani cedere diritti sulle loro terre.
I palestinesi della striscia di Gaza, ha continuato Al-Qaradawi, “rappresentano tutta la nazione islamica che conseguirà la vittoria e ripristinerà i propri diritti”. Ed ha concluso dicendo che i palestinesi torneranno alle loro case di un tempo, all'interno di Israele, e che la delegazione da lui guidata nella striscia di Gaza rappresenta tutti coloro che “amano la Palestina, Gaza, la fermezza e la jihad [guerra santa]”.
Dal canto suo, il “primo ministro” di Hamas Ismail Haniyeh ha ribadito, durante l’incontro con gli studiosi islamici, che il suo movimento non farà concessioni sui “diritti dei palestinesi”. “Non cederemo un solo centimetro della terra di Palestina – ha dichiarato Haniyeh – La terra è nostra, Gerusalemme è nostra e Dio è con noi”.
Haniyeh ha omaggiato Al-Qaradawi conferendogli la “cittadinanza palestinese” e un passaporto.
Hamas ha accolto con entusiasmo la visita della delegazione guidata da Al-Qaradawi definendola un evento “storico”, mentre l'Autorità Palestinese ha criticato lo studioso per le sue posizioni controverse a sostegno dei fondamentalisti islamici.

(Da: Jerusalem Post, 9.5.13)



Dibattito utile e legittimo, in una società democratica

Dall’ultimo rapporto dell’organizzazione B'Tselem sull'operazione anti-Hamas a Gaza “Colonna di nube difensiva”, pubblicato mercoledì, si può constatare il grosso cambiamento intervenuto nel dibattito giuridico intorno alle operazioni delle Forze di Difesa israeliane nei conflitti armati. Il risultato sorprendente è che le posizioni di B'Tselem e delle Forze di Difesa israeliane sono in effetti più vicine che mai, benché probabilmente nessuna delle due parti sia disposta ad ammetterlo pubblicamente.
È evidente che per la prima volta il rapporto di B'Tselem ha tenuto conto sia delle critiche mosse in passato ai suoi rapporti e a quelli di altri gruppi per i diritti umani, sia dell’evolvere della posizione delle Forze di Difesa.
Cosa c'è di nuovo nel rapporto?
A differenza di Human Rights Watch, B'Tselem prima di produrre il proprio rapporto ha aspettato che, il mese scorso, le Forze di Difesa israeliane pubblicassero il loro, e ha incluso nel proprio rapporto i risultati di quello delle Forze di Difesa (una pratica che dovrebbe essere ovvia per chi voglia stendere una relazione obiettiva, e che invece costituisce una grande novità).
Sebbene il rapporto di B'Tselem sia ancora prevalentemente centrato su Israele, viene dedicato molto più spazio che in passato all'analisi delle violazioni del diritto internazionale e dei crimini di guerra commessi da Hamas. Anche la terminologia riferita a Hamas e alle Forze di Difesa israeliane riflette chiaramente la consapevolezza che le violazioni commesse da Hamas sono fuori discussione, dal momento che razzi e attacchi di Hamas sono intenzionalmente diretti contro civili non combattenti, mentre la maggior parte delle affermazioni sulle azioni delle Forze di Difesa israeliane sono attentamente calibrate come mai prima d’ora. Anziché accusare senza mezzi termini i militari di violazioni e crimini di guerra, il testo parla di (nove) azioni delle forze israeliane che “danno adito al sospetto” di possibili violazioni del diritto internazionale.
L’analisi in apertura del rapporto afferma esplicitamente che, a differenza di Hamas, nel caso delle azioni dei soldati israeliani non è così semplice” arrivare a conclusioni nette.
A proposito dei raid aerei contro specifici membri di Hamas e Jihad Islamica, colpiti mentre in quel momento non erano attivi “sul campo di battaglia”, anziché utilizzare parole emotivamente cariche (“assassinio”) o di parte (“militanti”), il rapporto usa termini più tecnici e neutrali come “uccisioni mirate” e "persone che hanno preso parte direttamente alle ostilità”.
Il rapporto inoltre rende conto meticolosamente delle azioni annunciate e intraprese dalle Forze di Difesa israeliane per evitare vittime fra i civili (col resoconto, ad esempio, delle chiamate telefoniche fatte dal personale di sicurezza per avvertire i civili di abbandonare gli edifici presi di mira per motivi militari – una pratica praticamente unica al mondo). B'Tselem riconosce che “i danni causati ai civili nel corso della campagna sono stati molto meno ampi di quelli dell’operazione Piombo Fuso” e che l'esercito israeliano “ha adottato una politica più rigorosa e precisa sull'apertura del fuoco”. Riconosce inoltre le difficoltà incontrate dalle Forze di Difesa israeliane nel combattere nemici che si mescolano sistematicamente alla popolazione civile.
Nel conteggio delle 174 vittime palestinesi il rapporto precisa che sono compresi anche 7 palestinesi uccisi da altri palestinesi con l’accusa d’aver collaborato con Israele, una donna palestinese sicuramente uccisa da un razzo palestinese fuori bersaglio e altri cinque palestinesi probabilmente morti nello stesso modo.
In parte il resoconto mostra che le Forze di Difesa israeliane – grazie a un processo di “apprendimento dagli errori” mosso sia da loro proprie motivazioni che dalle critiche esterne di gruppi come B'Tselem – hanno significativamente messo a punto le loro procedure nell'operazione “Colonna di nube difensiva” del novembre 2012 rispetto all'operazione “Piombo fuso” del gennaio 2009.
Un’ulteriore indicazione dell’evolvere della posizione delle Forze di Difesa israeliane è rappresentata dal fatto che il loro rapporto iniziale su “Colonna di nube difensiva” è uscito solo cinque mesi dopo la fine dell’operazione, molto più velocemente dei rapporti pubblicati sulle operazioni del passato. La rapidità con cui il rapporto è stato annunciato e pubblicato può essere una delle ragioni per cui B'Tselem ha aspettato a diffondere il suo, e vi ha incluso informazioni tratte da quello delle forze armate.
Alla fine, ciò che resta di diverso fra le due parti è più che altro una questione di gradazioni. Le posizioni di B'Tselem e delle Forze di Difesa israeliane non sono più del tipo, rispettivamente, “tutto quello che avete fatto è un crimine di guerra” e “tutto ciò che facciamo è perfetto”. Le forze israeliane hanno già ammesso che alcuni attacchi annoveravano errori di intelligence nell'identificare i bersagli o il numero di civili nelle vicinanze. Dal canto suo, l’accusa di B'Tselem è che gli avvertimenti delle forze israeliane non sono sempre stati abbastanza efficaci, che la loro definizione di legittimo obiettivo militare è talvolta troppo ampia e che il loro rapporto è troppo vago su alcuni dettagli (cosa quest’ultima che i militari spiegano proprio con la rapidità con cui hanno pubblicato un rapporto esplicitamente definito “iniziale”).
Che i preavvisi siano abbastanza efficaci o meno e quale sia la definizione corretta di ciò che si può considerare un legittimo obiettivo militare costituiscono sostanziose materie di legittimo dibattito tra esercito e gruppi per i diritti umani, con il ricorso a una terminologia giuridica e neutra priva di zavorre pregiudiziali. E dal momento che il compito principale delle Forze di Difesa è vincere in guerra e quello di B'Tselem è proteggere i civili, non bisogna stupirsi se i punti di vista delle due parti non arriveranno mai a coincidere del tutto. Il che rientra nella sana dialettica che deve esistere in una società aperta e democratica.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 9.5.13)



«Israele è il nostro nemico, la lotta armata in tutte le sue forme la nostra strategia»

Jibril Rajoub, vice segretario generale del Comitato Centrale di Fatah (il movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen), ha dichiarato in un’intervista che “la resistenza in tutte le sue forme” rimane la strategia del suo gruppo contro Israele, e ha definito lo stato ebraico “il nemico principale” di arabi e musulmani.
Rajoub, che ha svolto un ruolo chiave nei negoziati con Israele e oggi è a capo del Comitato Olimpico palestinese, ha dichiarato lo scorso 30 aprile alla tv libanese Al-Mayadeen che, per Fatah, “la resistenza contro Israele rimane all’ordine del giorno”, e ha precisato: “Intendo resistenza in tutte le sue forme. In questa fase riteniamo che la resistenza popolare, con tutto ciò che essa comporta, sia efficace e costi caro alla controparte”.
Nel lessico della politica araba, per “resistenza contro Israele in tutte le sue forme” si intende ogni forma di violenza, anche quella terroristica contro civili.
A suo tempo detenuto in Israele per aver lanciato una granata contro un autobus, dopo scarcerato Rajoub divenne capo della Forza di Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e consigliere di Yasser Arafat per la sicurezza nazionale. Fra i firmatari dell’iniziativa ufficiosa israelo-palestinese di Ginevra del 2003, Rajoub è noto al pubblico israeliano per essere una delle maggiori personalità palestinesi comparse nel 2010 nel video di una campagna pubblicitaria volta a convincere gli israeliani dell’esistenza di un affidabile interlocutore di pace. Rajoub si rivolgeva direttamente alla popolazione israeliana dicendo in ebraico: “Io sono il vostro interlocutore”, e aggiungeva che “vi è consenso nel mondo arabo per il riconoscimento dell'esistenza di Israele in cambio della fine dell'occupazione”.
Nell'intervista lunga un’ora della scorsa settimana, resa nota mercoledì dal centro di monitoraggio Palestinian Media Watch, nell'esprimere preoccupazione per i toni islamici assunti dalla “primavera araba” Rajoub sottolinea che anche Fatah è un movimento rivoluzionario votato alla lotta contro Israele. E spiega: “Se me lo chiedete come palestinese, io dico: la nostra battaglia è contro l'occupazione israeliana, il nostro nemico principale, non [solo] in quanto palestinesi ma in quanto arabi e musulmani, è Israele e l'occupazione israeliana”.
Rajoub afferma che inserire la questione palestinese nel contesto della primavera araba danneggerebbe la causa palestinese; tuttavia fa appello a tutti gli arabi perché prendano parte alla “liberazione di Gerusalemme”, e critica l'inazione araba rispetto alla causa palestinese, alludendo al fatto che molti ricchi paesi arabi si rifiutano costantemente di aiutare finanziariamente l’Autorità Palestinese.
Rajoub difende i negoziati dicendo che si tengono per il semplice motivo che, al momento, i palestinesi non hanno sufficiente forza militare. E aggiunge: “Se ci fosse una mobilitazione [araba] per la liberazione di Gerusalemme, se venissero sfoderati soldi e spade in faccia al nemico sionista, sarebbe magnifico”. Lo stesso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato in diverse occasioni che se le nazioni arabe lanciassero una guerra contro Israele, “la Palestina si unirebbe a loro”.
Palestinian Media Watch cita anche una frase dell’intervista in cui Rajoub dice che se i palestinesi avessero armi nucleari le userebbero subito contro Israele, parole che nel contesto possono essere lette come un’affermazione retorica fatta per rintuzzare le critiche di coloro che in campo arabo attaccano Fatah per la sua dichiarata disponibilità a negoziare con Israele. “Per ora – afferma Rajoub nel sostenere l’immutata combattività di Fatah – noi non abbiamo l’atomica. Ma giuro, se avessimo l’atomica l’avremmo usata questa mattina stessa”.

(Da: Times of Israel, PMW Bulletin, 8.5.13)



lunedì 6 maggio 2013

Budapest, corteo antisemita prima del Congresso ebraico

Circa mille sostenitori del partito ungherese di estrema destra Jobbik hanno manifestato a Budapest alla vigilia dell’apertura del Congresso mondiale ebraico (Wjc) (qui il video). Il corteo si è tenuto nonostante gli sforzi del governo per vietarlo a causa della sua natura antisemita. Jobbik è il terzo partito per rappresentanza in Parlamento.

I dimostranti si sono lamentati per il Congresso ebraico, hanno pregato per la fine del sionismo e hanno chiesto le dimissioni di tutti i parlamentari e i dipendenti pubblici che hanno doppia cittadinanza ungherese e israeliana. In Ungheria vive une delle piu grandi comunità ebraiche in Europa, con 100mila. Mentre 600mila ebrei ungheresi furono sterminati nei lager nazisti durante la Shoah

Repubblica.it

domenica 5 maggio 2013

Esplosioni a Damasco

Fonti occidentali asseriscono che nella scorsa notte aerei israeliani hanno attaccato e distrutto un convoglio di missili iraniani in transito sul suolo siriano e diretti in Libano per essere consegnati ai terroristi di Hezbollah.
Le esplosioni filmate nella notte confermano le ipotesi relative alla distruzione di grossi depositi di armi.
Se confermato, sarebbe il secondo attacco in tre giorni che Israele mette a segno nei confronti dei rifornimenti missilistici dalla repubblica islamica al suo più potente alleato libanese.
La reazione iraniana non a caso è stata veemente: evidentemente la distruzione portata ha interrotto i piani criminali di Teheran nei confronti di Israele. L'ipotesi è che per cercare di distogliere l'attenzione del mondo dai massacri perpetrati dall'Assadssino di Damasco l'Iran stia cercando di aprire un nuovo fronte al confine nord del paese ebraico e tenerlo sotto pressione.
Israele sta ora dispiegando due batterie di Iron Dome nel nord del paese per contrastare eventuali attacchi di Hezbollah o siriani.

venerdì 3 maggio 2013

2 Maggio 2004: il barbaro omicidio di Tali Hatuel, una storia dimenticata troppo in fretta

Tali Hatuel era una giovane assistente sociale. Lei e le sue quattro bambine, Hila di 11 anni, Hadar di 9, Roni di 7 e Merav di 2 furono uccise vicino all’insediamento di Gush Katif, a Gaza. Era il 2 maggio 2004. Un commando palestinese ha aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Tali, che aspettava un altro bambino, è morta sul colpo. Le bambine sono state freddate con calma, una dopo l’altra, da distanza ravvicinata.
Un quotidiano canadese, il Calgary Herald, scrisse in quei giorni: “perché il mondo resta in silenzio di fronte all’uccisione di una donna incinta di otto mesi e delle sue quattro bambine?”
E’ una domanda che ancora attende una risposta. Tali, Hila, Hadar, Roni, Merav e il loro fratellino che non ha mai visto la luce di un giorno sono l’evidenza che in Israele si muore perché si è ebrei, semplicemente. Ed è una realtà incomprensibile e inaccettabile per chi, dalle nostre parti, è abituato a cantare le gesta dei carnefici piuttosto che a versare una lacrima per le loro vittime innocenti.

Per David Hatuel e il suo silenzioso coraggio.


  

giovedì 2 maggio 2013

Missili e morte

I palestinesi tanto amati dai nostri pacifinti, dopo alcune settimane di tregua hanno ripreso a fare l'unica cosa che sanno fare: sparare missili contro Israele e trucidare cittadini israeliani.
Negli ultimi giorni Israele ha subito il bombardamento di diversi missili e razzi sulle sue città: da Sderot a Eilat solo per le misure di sicurezza e per coincidenza non ci sono stati morti.
Purtoppo però ieri mattina un cittadino israeliano è stato trucidato a coltellate allo svincolo di Tapuach mentre aspettava un autobus. Si chiamava Evyatar Borovsky, aveva 31 anni ed era padre di cinque figli.. Il terrorista palestinese ha 24 anni e si chiama Salam Zaghal: dopo averlo assassinato gli ha rubato la pistola ed ha aperto il fuoco contro una pattuglia della Polizia di Confine che rispondeva al fuoco e lo feriva prima di catturarlo. Ora si trova piantonato in ospedale.
Da rilevare che la pagina Facebook di Fatah ha "glorificato" l'azione del terrorista.
Come ci possa essere gente che ancora crede ai palestinesi resta un mistero per me.
Questi osannano i terroristi!

sabato 27 aprile 2013

25 aprile: festa dei palestinesi???

Non so se avete avuto modo di leggere quanto accaduto il 25 aprile a Roma e a Cagliari: bandiere palestinesi (una addirittura con il faccione di arraffatt) che sventolano felicemente durante la celebrazione della Liberzione del nostro paese dai nazifascisti.
Mi chiedo e vi chiedo: ma che c'entrano le bandiere palestinesi con il 25 aprile?
La Storia ci insegna che il Gran Muftì di Gerusalemme era amico personale di Hitler e Mussolini e si era dedicato con particolare solerzia all'arruolamento dei mussulmani di Bosnia nelle SS. Era dovuto fuggire in gran fretta da Gerusalmme perchè ricercato dagli inglesi a causa di una serie di attentati e aveva trovato rifgio a Berlino a casa dell'imbianchino pazzo, questo mentre il ciccione italiano bombardava Tel Aviv rea di essere abitata da ebrei.
Da ricordare poi che nel frattempo in Egitto nascevano le Camicie Verdi che si ispiravano alle SS e di esse faceva parte Sadat, il futuro presidente egiziano. Quindi non erano proprio dalla parte degli inglesi... quindi che c'azzeccano????
A Roma ci sono stati momenti di tensione quando degli arabi e fdegli italiani con bandiere palestinesi hanno insultato e tentato di venire alle mani con persone che sventolavano bandiere della Brigata Ebraica e di Israele: la democrazia per questa gente è un fatto relativo, loro possono portare le loro bandiere ma non tollerano quelle della Brigata che era venuta in Italia a liberarci dai nazisti. Altro fatto gravissimo, non è stata data la parola al rappresentate della Brigata Ebraica che avrebbe dovuto rivolgere un saluto e spiegare alla piazza cosa avevano fatto quei giovani ebrei partiti dal nascituro stato di Israele.
A Caglairi invece gli insulti sono stati ancora più veementi nei confronti deli rappresentati dell'Associazione Memoraile Sardo della Shoah e di Chenabura.
Siamo forse ostaggio dei palestinesi a casa nostra? Siamo forse nelle mani di gente che non conosce la storia recente del nostro paese e vuole dettare legge da noi stravolgendo la Verità?
NOI NON CI STIAMO!

VIVA LA BRIGATA EBRAICA!

mercoledì 17 aprile 2013

65# anniversario della nascita di Israele. Yom Hatzmaut 2013.

Auguri Israele!
Auguri a un popolo  che nonostante 2000 anni di Diaspora, persecuzioni, vessazioni, eccidi, pogrom, stermini e Shoah sono riusciti a creare un miracolo di Nazione.
Le guerre, l'odio e il terrorismo arabo, l'antisemitismo, la negazione del diritto di esistere, il boicottaggio non intimidiscono la gente di Israele!

E noi siamo con Israele! Sempre e comunque!
Am Israel chai!

Questo che segue è il testo della Dichiarazione di Fondazione dello Stato di Israele.
Chi parla a sproposito dovrebbe leggerla bene....


Dichiarazione della Fondazione dello Stato d'Israele

In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri.

Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.

Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.

Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale.

La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni.

I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.

Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite.

Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano.

Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele.

Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.

Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.

Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.

Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.

Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.

Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.





lunedì 15 aprile 2013

Yom Ha Zikaron: Israele ricorda oggi 23.085 soldati caduti dalla nascita dello Stato e le vittime del terrorismo

Gerusalemme, 15 Aprile 2013 – Oggi in Israele è Yom Ha Zikaron: al suono delle sirene, questa mattina alle ore undici tutto Israele si è fermato per due minuti di silenzio in onore dei 23.085 membri delle forze di difesa e di sicurezza che hanno perso la vita in servizio e i 2.493 cittadini uccisi in attentati terroristici, compresi 120 cittadini stranieri. L’anno appena trascorso ha visto aggiungersi 92 nomi alla lista delle persone ricordate in questa giornata: fra soldati, membri delle forze di sicurezza e dieci civili vittime di terroristi. Il terrorismo ha lasciato inoltre 2.848 orfani, 976 genitori che hanno perso un figlio e 799 persone che hanno perso il coniuge.

“Se siamo qui – ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aprendo la riunione del governo domenica mattina, vigilia di Yom Ha Zikaron, la Giornata della Rimembranza – è grazie ai combattenti d’Israele che hanno partecipato alla lotta per la nostra esistenza, è grazie a coloro che sono sopravvissuti alle guerre e a coloro che sono caduti. Noi non dimentichiamo neanche per un attimo che siamo qui grazie ai caduti. Oggi, la somma delle minacce contro lo Stato d’Israele si presenta maggiore che in passato, ma anche le Forze di Difesa e i servizi di sicurezza sono più forti che mai. Continueremo a rafforzare la nostra sicurezza, continueremo a cercare la pace con i nostri vicini e continueremo a garantire un futuro al nostro paese”.

Thanks to Israele.net e Progetto Dreyfus

Yom Hazikaron 2013

In questo video il suono della sirena a Gerusalemme: le persone si fermano per un minuto per ricordare tutti i caduti di Israele

Israeli Day of Remembrance 2013 - Yom HaZikaron Eve at the Kotel | 5773 ...

Oggi si celebra Yom Hazikaron, il giorno dei caduti e in questo videopotete vedere  le imagini della commemorazione di tutti i caduti delle guerre di Israele: onore al merito di coloro che hanno perso la vita per difendere lo stato e il popolo ebraico.
Mai più Massada!
Mai più Shoah

sabato 13 aprile 2013

Siria: una nuova minaccia per Israele

Nella giornata di ieri, colpi di artiglieria sono stati sparati contro una pattuglia israeliana che percorreva la strada lungo il confime siriano sul Golan. Nessun soldato rimanveferito.
In risposta, i militari israeliani rispondevano al fuoco con colpi di artiglieria verso l'orgine dell'attacco e colpivano gli assalitori.
Le IDF avvertivano i militari dell'ONU che dovrebbero garantire la tregua, di quanto accadut

I prossimi giorni potrebbero essere molto a rischio per il confine nord-est di Israele: i ribelli siriani stanno prendendo possesso della ssona cuscinetto tra i due paesi, che prima era ben vigilata dai reparti di elite dell'esercito del dittatore Assad.
Lo scenario più preoccupante è quello che vede i ribielli mettere le mani su armi chimiche per poi rivolgerle contro Israele.
Con una situazione sempre più deteriorata, il pase arabo è ormai sull'orlo di una inevitabile resa dei conti finali: e Israele resta alla finestra a monitorare il tutto, pronto a difendere i suoi cittadini

giovedì 11 aprile 2013

Cancellate tutti gli ebrei (da Internet)

In Israele oggi si celebra lo Yom HaShoah: la Giornata del Ricordo dell’Olocausto (il 27 gennaio nel resto del mondo). La commemorazione dei sei milioni di vittime ebree della ferocia antisemita del nazismo è stata istituita nel 1953 per iniziativa dell’allora premierBen Gurion. Un buon momento per fermarsi un attimo a riflettere sulla barbarie umana, e affinché non accada più.
Non la pensano allo stesso modo i militanti di Anonymous, che hanno fatto coincidere con questa dolorosa ricorrenza una iniziativa quantomeno discutibile, per tempistica e modalità: il tentativo di cancellare tutti gli ebrei, perlomeno virtualmente, dai siti Internet.
Divertente la contromossa degli attivisti israeliani, che ieri, poco dopo la mezzanotte, in un gesto che ricorda vagamente l’ardita azione dell’aviazione israeliana allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, ha oscurato la home page del sito di “OPIsrael.com”, sostituendola con una pagina che riporta una famosa accesa discussione sul canale Al Jazeera, in cui si difese memorabilmente lo stato ebraico.
Tutto sommato, i risultati sono stati di gran lunga inferiori alle intenzioni della vigilia: i siti governativi e istituzionali sono in buona parte al loro posto, regolarmente funzionanti,malgrado i tentativi di intrusione. Duole rilevare come simile attivismo non sia manifestato nei confronti delle dittature islamiche, antiche – Assad continua a mietere vittime in Siria, e il conteggio dei morti ha superato da tempo le 70.000 unità; e il mese di marzo è stato finora il peggiore, nell’ambito della guerra civile in essere da più di due anni – e recenti (Egitto e Tunisia, per citare solo due casi).
Due casi di intrusione meritano di essere citati. Uno, grottesco; l’altro, raccapricciante. E’ stato hackerato il sito di Haaretz, il giornale filoarabo pubblicato in Israele, salito agli onori della cronaca per aver ospitato pochi giorni fa l’invito a usare l’arma degli assalti a colpi di pietre come legittima forma di manifestazione del dissenso; e pazienza se ciò provoca la morte o il ferimento di vittime innocenti. Potevano scegliere meglio il loro obiettivo, i pirati di Anonymous… (Aggiornamento: dopo accurata verifica, è stato accertato che gli articoli deliranti e di simpatia verso le istanze del terrorismo islamico, fanno parte dell’ordinaria politica editoriale del quotidiano).
Il secondo obiettivo poteva essere evitato: getta ulteriore discredito su un’organizzazione che di sicuro non è ricordata per onestà e moralità. L’attacco cibernetico ha colpito il sito di Larger than Life, una ONG che aiuta i bambini malati di cancro. Come recita la pagina Facebook dell’organizzazione umanitaria, «E’ un peccato che questo stia accadendo, lo scopo della nostra organizzazione il cui scopo è di dare amore e l’assistenza a tutti i bambini colpiti dal cancro in cura in Israele, senza distinguere in base a religione, razza o nazionalità».
Per gli odiatori di Israele e della civiltà, il vandalismo informatico di oggi è un autogol che allontana sempre più i simpatizzanti da quella che una volta pomposamente era definita la “questione palestinese”.

Il Borghesino


martedì 9 aprile 2013

Israele non è 'legittimato' dalla Shoàh


Di Einat Wilf
Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”.
Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo.
La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità.
La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione.
Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto.
Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri.
Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale.
Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi.
“Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più.

(Da: Israël-Infos, 20.4.2012)

Che vita del gaz...a!

Secondo un reportage diffuso sabato dall'agenzia cinese Xinhua, i genitori di Gaza si sono recentemente lamentati che la polizia di Hamas ferma, interroga per ore e maltratta con violenza i loro figli colpevoli di indossare jeans attillati a vita bassa e capelli pettinati col gel alla Justin Bieber. Secondo Ihab al-Ghussein, portavoce di Hamas, il giro di vite fa parte di una campagna organizzata per ''ripristinare tradizioni e leggi islamiche”.

Le "poesie" dei bimbi palestinesi

In questo video si può vedere una bambina palestinese che partecipa a un programma televisivo della tv dell'ANP mentre recita una "poesia". Forse noterete che le parole sono un po diverse da quelle che imparano i bambini italiani e nel resto del mondo civile, ma è quello che accade da anni, troppi anni ormai, in "Palestina" dove i bambini vengono allevati nell'odio nei confronti degli ebrei.
Nessuno trova da ridire su questo modo osceno di condizionare le menti di bimbi innocenti, nessuno protesta o indice manifestazioni per lo scempio di un'infanzia violata sistematicamente da adulti incoscienti che di certo non amano neanche i propri figli.

Ancora razzi

I terroristi palestinesi non si fermano mai, davanti a niente. Cme ogni anno hanno voluto mandare un "pensiero" ai cittadini di Israele nel giorno di Yom Hashoah sotto forma di razzi kassam, che fortunantamente non hanno provocato feriti o danni. Già nei giorni scorsi altri due razzi si erano abbattuti su Sderot, creando danni a edifici.
In risposta l'aviazione israeliana ha colpito postazioni terroristiche all'interno della striscia di Gaza.
Come al solto i criminali di hammazz non rispettano gli accordi presi con Israele e ricomninciano a bombardare lo stato ebraico.
Chi è che vuole la pace????

Le minacce cibernetiche contro Israele

Gli hacker della rete Anonymus avevano minacciato un poderoso attacco cibernetico contro Israele al fine di "cancellarlo da internet" e ci hanno provato: erano solo trecento circa (non i 9000 di dicembre in risposta al diritto di Israele di difendere i suoi cittadini con l'operazione difensiva "Colonna di Nube") e non sono riusciti a mandare in crash i siti istituzionali che si erano preposti di demolire.
Il National Cyber Bureau aveva messo in atto nei giorni scorsi le opportune contromosse per evitare problemi e i risultati sono stati molto soddisfacenti: l'attacco, iniziato il 5 aprile e proseguito per tutto il 6, si è rivelato un boomerang addiruttura. Degli hackers israeliani hanno mandato in tilt il sito di Anonymus per diverse ore inserendo nella home page la bandiera israeliana e facendo sentire in sottofondo l'inno israeliano Hatikva e lasciando questo commento "Israele non tollererà l'ositile campagna di attacchi pepetrata contro di esso. Degli hackers amatoriali non potranno nuocere allo stato di Israele o alla sua sicurezza"
Inoltre gli hackers di Anonymus hanno fatto sonfusione tra il Liechetenstein (che ha come fine degli indirizzi internet .li) e Israele (.il)  indirizzato i loro attacchi contro siti istituzionali del piccolo pirincipato nel cuore dell'eurabia.

sabato 6 aprile 2013

Palestinesi a Yad VaShem: «Una tragedia senza paragoni»


Ahmed al-Jaafari, 43 anni, residente nel campo palestinese di Deheishe, si ferma davanti alla lista di ebrei mandati al campo di sterminio di Sobibor. A un certo punto si rivolge alla guida, Roee Hanani, e chiede: “Perché tenevano un elenco così preciso se avevano in programma di ucciderli comunque tutti?”. Hanani gli risponde in arabo: “I nazisti erano molto ben organizzati. Erano convinti che stavano risolvendo un problema mondiale e intendevano andar fieri di quello che facevano”.
Nel quadro di una inusuale escursione a Yad VaShem organizzata da “Combattenti per la pace”, otto abitanti dell’Autorità Palestinese hanno visitato il museo della Shoà di Gerusalemme per apprendere quale fu il destino degli ebrei in Europa durante l’Olocausto.
“Questa per me è stata un’esperienza sconvolgente – dice al-Jaafari – Ho ascoltato e letto sulla Shoà, e ho visto film, ma niente si avvicina a una visita in cui puoi vedere con i tuoi occhi. Non capisco come il mondo possa aver macchinato un crimine come questo”. Al-Jaafari prosegue facendo alcune considerazioni che gli ebrei possono capire bene, ma che potrebbero irritare molti palestinesi. “Quando guardi il retroterra della nazione ebraica puoi cercare di capire ansie e paure. Una nazione che ha vissuto una cosa come questa non può vivere senza cicatrici. Non sono d’accordo con il paragone fra Shoà e situazione nei territori, e chi fa questo paragone può farlo solo spinto dal dolore e dalla rabbia”.
“Combattenti per la pace” è stata creata da un gruppo di israeliani e palestinesi che hanno partecipato in prima persona a ciò che essi definiscono “il cerchio della violenza” e poi hanno optato per una scelta non-violenta a favore di pace e coesistenza.
Quando sono arrivati alla sezione dedicata ai Giusti fra le Nazioni (i non ebrei onorati da Yad VaShem perché rischiarono la vita per salvare anche un solo ebreo dalla Shoà), Hanani racconta di una coppia di devoti musulmani che nascose la famiglia ebraica Habilio nella propria casa a Sarajevo. La coppia prese con sé anche il padre, che era riuscito a scappare da un campo di lavoro. La famiglia Habilio si stabilì in Israele nel 1984 e si rivolse allo Yad VaShem, portando al riconoscimento della famiglia musulmana Hardega come Giusti fra le Nazioni. La storia non finisce qui. Una decina di anni dopo, durante la guerra civile degli anni ’90 che vide il crollo della Jugoslavia, Sarajevo fu pesantemente attaccata. Allora lo Yad VaShem e il Joint Distribution Committee si adoperarono finché riuscirono a portare in salvo in Israele Zaynba Hardega con la figlia, il genero e una nipote. Oggi Zayba non c’è più, ma il resto della famiglia vive ancora a Gerusalemme.
Hanani spiega al gruppo che non vi sono ancora degli arabi ufficialmente riconosciuti Giusti fra le Nazioni, ma il Comitato competente sta attualmente esaminando alcuni casi di arabi del Nord Africa che salvarono degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
“Ho iniziato a interessarmi alla Shoà vent’anni fa quando vidi il film Schindler's List – dice Bassam Aramin, che ha organizzato la visita dalla parte palestinese – Da allora l’ho visto quattro volte. Meno di un mese fa ero all’Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti, a Washington. Quando arrivi in un posto come quello, dimentichi chi sei. Questa è una tragedia che non può essere descritta a parole”. Circa cinque anni fa, la figlia di dieci anni di Aramin restò uccisa da un proiettile di plastica delle forze israeliane. Quando sente paragoni fra i territori e la Shoà in Europa, Aramin si indigna: “E’ un grave errore – dice – sono cose completamente diverse. In quanto persona che vive sotto occupazione, certamente posso identificarmi coi sentimenti di un profugo: umiliato, debole, smarrito. Ma la tragedia della Shoà è completamente diversa”.
Nabil, un altro dei visitatori palestinesi, dice che non ci ha pensato due volte a unirsi al gruppo: “Appena mi hanno chiamato, ho aderito. Avevo sentito tanto sulla Shoà e volevo vedere Yad VaShem coi miei occhi. Non ho paura delle reazioni da parte palestinese. Penso che tutti dovrebbero venire qui e vedere coi propri occhi”.

(Da: YnetNews, 4.4.13)

La nazione araba più libera del mondo


Di Robert L. Kern
Attualmente siedono alla Knesset dodici parlamentari arabo-israeliani (sul totale di 120 deputati). In effetti, vi sono sempre stati dei parlamentari arabi nella Knesset sin dal 1949, quando in Israele si tennero per la prima volta elezioni politiche. Vi sono stati parlamentari musulmani, cristiani, drusi e beduini – uomini e donne – e vale la pena sottolineare che tra di loro vi sono stati anche ministri, viceministri e vicepresidenti del parlamento. Tutto questo non dovrebbe sorprendere. Eppure quando lo dico agli accusatori di Israele, loro semplicemente si rifiutano di ascoltare. Il che dimostra quanto sia efficace la propaganda anti-israeliana.
Non molto tempo fa, mentre ero seduto a un caffè nel centro commerciale Mamilla, a Gerusalemme, nei pressi della Porta di Giaffa, ho visto passare davanti ai miei occhi la prova di quanto si sbaglino quei disinformati denigratori. Sulla panchina accanto a me una giovane donna araba musulmana vestita in modo tradizionale puliva il gelato dal viso e dalla t-shirt Manchester United di suo figlio. Altri avventori arabi, sia in abiti tradizionali che in abiti occidentali, passeggiavano portando le borse della spesa, mescolati a una folla di persone che annoverava donne ebree ortodosse vestite in modo morigerato, ebrei ultra-ortodossi, suore cattoliche, preti armeni, un gruppo di cristiani evangelici americani in giro turistico e giovani israeliani variamente abbigliati, dai jeans alle minigonne. Nessuno sembrava preoccuparsi minimamente degli altri.
Non che fosse un caso raro: scene di questo genere hanno luogo tutti i giorni in tutta Gerusalemme, nella centralissima Piazza Sion come nei vicoli e nei mercati della Città Vecchia. E scene analoghe si possono vedere sul lungomare di Tel Aviv. Recentemente, in una tiepida serata, ho visto famiglie arabe fare pic-nic sul prato del parco che sta fra Alma Beach e Giaffa. Ma ciò che ha attirato di più la mia attenzione erano delle donne arabe in abiti tradizionali e con le Nike ai piedi che praticavano il “power walking” senza fare minimamente caso alla giovane coppia di ebrei ortodossi che si era data appuntamento nello stesso luogo e passeggiava senza nemmeno sfiorarsi le mani, né a tutte le altre persone che camminavano, correvano, facevano esercizi ginnici, passavano in bicicletta o portavano a spasso il cane. Era un vero e proprio spaccato della variegata popolazione di questo paese, con tutta una gamma di abbigliamenti diversi, che si godeva la brezza marina.
Naturalmente, i rapporti fra ebrei e arabi sono molto più complicati di quello che si può vedere a occhio nudo, e certamente vi è differenza tra le due popolazioni arabe che ho osservato: quelli a Tel Aviv-Giaffa sono cittadini israeliani, mentre la maggior parte di quelli che ho visto a Mamilla erano probabilmente di Gerusalemme est o di Cisgiordania. Dico “la maggior parte” ma non tutti, perché i villaggi arabi ad ovest di Gerusalemme, come Abu Ghosh, fanno parte di Israele sin dal 1948 e i loro abitanti sono cittadini israeliani. Tuttavia continua a stupirmi quanto sono veementi, sbagliate e fuori luogo le accuse a Israele circa i suoi cittadini e residenti arabi. Praticamente tutti i paesi attorno a Israele sono colpevoli a livelli addirittura grotteschi di quelle discriminazioni e violazioni dei diritti umani di cui Israele viene accusato dai suoi detrattori (ma gli accusatori di Israele, questi campioni della difesa della libertà e dei diritti umani, preferiscono non dire una parola su di loro). Israele non è un paese perfetto, ma lo stesso si può dire degli Stati Uniti e probabilmente di ogni altra nazione. No, certamente Israele non è perfetto, ma quando lo si confronta ai suoi vicini, è alquanto eccezionale.
Il che mi riporta al tema della Knesset. Se gli arabi israeliani avessero scelto di votare in maggior numero alle elezioni dello scorso gennaio, oggi sarebbero ancor più rappresentati nel parlamento israeliano. La parola “scegliere” è importante: nessuno li ha trattenuti dall’andare a votare, né li ha costretti a votare per qualcuno che non volevano. La scelta di non votare è un diritto tanto quanto la scelta di dare il proprio voto, ed essi hanno liberamente esercitato questo diritto, senza alcun timore di ritorsioni.
Personalmente continuo a credere nella soluzione “a due stati”. Ma quando alcuni anni fa il leader di Yisrael Beiteinu, Avigdor Liberman, suggerì che la zona del “Triangolo” (un gruppo di città e villaggi arabo-israeliani vicino a Kfar Saba e alla Linea Verde) venisse trasferita al futuro stato arabo-palestinese in cambio della sovranità di Israele su alcuni insediamenti in Cisgiordania, l'83% degli arabi residenti in quella zona si è dichiarato totalmente contrario. Evidentemente, a dispetto di quel che dicono i suoi accusatori, Israele è la “nazione araba” più libera del mondo.

(Da: Times of Israel, 10.3.13)

Il caso al-Dura alla Corte Suprema di Francia


Di Elihu Stone
Questa settimana la Corte Suprema di Francia renderà la sua decisione su un caso che vede contrapposti la tv statale “France 2”, e uno dei suoi maggiori reporter, Charles Enderlin, contro l’analista dei mass-media Philippe Karsenty, accusato dai primi del reato di diffamazione. L'azione legale, che si snoda da otto anni nel sistema giuridico francese, riguarda un evento i cui echi risuonano potentemente ancora oggi.
Il 30 settembre 2000, all'inizio della seconda intifada, France 2 mandò in onda un video di circa un minuto, redazionalmente montato, relativo a un episodio filmato dal suo stringer palestinese, Talal Abu Rahma, all'incrocio di Netzarim, nella striscia di Gaza. Abu Rahma fu l'unico dei tanti cameraman che operarono quel giorno a Netzarim a riprendere l'incidente, che a suo dire si svolse nell'arco di un'ora intera. Charles Enderlin, corrispondente di France 2 da Gerusalemme – che non aveva assistito alla scena – mise in onda il filmato informando i telespettatori che il 12enne palestinese Mohammed al-Dura e suo padre, Jamal, erano stati “bersagliati dal fuoco di una posizione israeliana” mentre cercavano riparo dietro un barile, a ridosso di un muro dello svincolo. In interviste successive Abu Rahma accusò i soldati israeliani di aver assassinato Mohammed “a sangue freddo” sparando “centinaia di proiettili” mentre il ragazzino moriva dissanguato per una ferita all'addome. La micidiale calunnia secondo cui i soldati israeliani avevano allegramente ucciso il piccolo Mohammed si trasformò immediatamente in un focoso appello per tutti i jihadisti e i nemici giurati d’Israele, degli ebrei e delle democrazie occidentali. Bin Laden pubblicò in evidenza l’immagine di al-Dura nei suoi video volti a reclutare adepti; i jihadisti pachistani decapitarono il giornalista ebreo americano Daniel Pearl davanti alla telecamera invocando l'immagine di Mohammed al-Dura.
Sin dal momento in cui è stata trasmessa, la scena ha suscitato tutta una serie di inquietanti interrogativi sul conto di Enderlin, e molti altri ne sono emersi nel corso degli anni seguenti: come mai, benché Abu Rahma e Enderlin sostengano che gli israeliani colpirono Mohammed e suo padre una dozzina di volte con proiettili che trapassarono i loro corpi, non si vede neanche una goccia di sangue sul muro, sul bidone o sul suolo attorno alle due “vittime”? Come mai la gente attorno ad Abu Rahma gridava “il bambino è morto, il bambino è morto!” ancor prima che egli desse segno d’essere stato colpito? Come mai due “stacchi” dopo che Enderlin lo aveva dichiarato morto, il bambino sbirciava da sotto il braccio verso la telecamera non mostrando alcun segno di ferite all'addome? E come mai Enderlin ha tagliato quella scena finale dalla sua trasmissione? Come mai, il giorno dopo l’incidente, alcuni fotoreporter hanno trovato del “sangue” rosso sul terreno vicino al barile dove si trovava il padre, ma non dove il figlio dovrebbe essere morto dissanguato per una ferita all'addome? Come mai 45 minuti di fuoco continuato e mirato hanno lasciato non più di undici fori di proiettile nel muro a ridosso degli al-Dura? Come mai, nonostante Abu Rahma abbia variamente sostenuto d’aver raccolto e/o filmato proiettili sulla scena, e nonostante i chirurghi che avrebbero operato il padre Jamal a Gaza e in Giordania abbiano sostenuto d’aver estratto dei proiettili, non un solo proiettile o frammento di proiettile è mai stato mostrato, in risposta alle ripetute richieste di questa prova da parte di Israele?
L’incidente al-Dura e gli interrogativi che lo circondano sollevano questioni che vanno al di là dei fatti di quel giorno e dei confini geografici del Medio Oriente. Essi chiamano in causa i diritti e le responsabilità basilari dei mass-media nel momento in cui riportano dei fatti, e specialmente nei casi in cui attribuiscono moventi e colpe. Troppo spesso, davanti al tribunale dell’opinione pubblica, la stampa si atteggia contemporaneamente ad avvocato, giudice e giuria. Le regole che governano la produzione di prove davanti al tribunale dell’opinione pubblica sono molto meno precise di quelle delle corti di giustizia. Proprio per questo, la stampa ha responsabilità ancora più grandi di quelle della stessa polizia nel determinare quali immagini e messaggi immettere in quella sfera pubblica che sarebbe suo precipuo compito informare con accuratezza. È stato detto che la verità conta meno di convinzioni e percezioni, nel plasmare i fatti del mondo. Ma ciò non fa che accrescere le responsabilità dei giornalisti: se possono plasmare così potentemente le percezioni, a maggior ragione devono procedere con estremo scrupolo. Le democrazie danno loro la libertà di stampa perché dicano la verità al potere. Abusare di questa libertà per riciclare false accuse mirate ad attizzare la guerra significa tradire la propria stessa professione.
Eppure in più di un’occasione membri dei mass-media hanno difeso le immagini scelte proprio per il loro contenuto emotivo, anziché informativo e probatorio. Il “difensore civico” del Washington Post, Patrick B. Pexton, in un articolo pubblicato lo scorso 23 novembre col titolo “Foto di bambino morto a Gaza mostra solo mezza verità”, ha ricordato quella volta in cui MaryAnne Golon, direttrice della fotografia del Post, gli spiegò che lo scopo di qualsiasi foto in prima pagina, a prescindere del soggetto, è quello di commuovere il lettore, che sia con la bellezza, con il sentimentalismo o con il dramma”. Evidentemente il fatto che il giornalista avesse ingiustamente accusato Israele per la morte del bambino non ha fermato la ricerca dell’impatto emotivo.
Nel caso al-Dura, France 2 non ha voluto indagare interrogativi fondamentali relativi a dati di fatto e a rapporti causali prima, durante e dopo la diffusione di accuse e immagini velenose al pubblico che si fida di France 2. E oggi continua a restare in possesso esclusivo di materiale cruciale per dare appropriata risposta a tali interrogativi. Forse France 2 agì precipitosamente perché non voleva farsi scippare lo scoop da altri che avevano filmato la scena, ma questo non può giustificare la sua successiva scelta di non indagare in modo appropriato. Il rifiuto totale da parte di giornalisti e direttori di France 2 di esaminare prove che contraddicevano le loro ipotesi di base resta profondamente inquietante. Ancora più inquietante il fatto che France 2, messa di fronte ai suoi errori, non ha fatto che rilanciare, cercando di imbavagliare giuridicamente Karsenty per aver avuto il coraggio di definire una bufala il caso al-Dura. Se il tribunale francese, per motivi politici o per motivi tecnici, si schiererà con l’emittente statale France 2 contro un critico coraggioso e onesto, infliggerà un duro colpo non solo alla responsabilità della stampa, ma al tessuto stesso della società civile nella cui difesa dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale. Un così misero fallimento da parte sia della stampa che della giustizia nel correggere questa propensione ad accreditare calunnie micidiali farebbe del mondo un luogo molto più pericoloso.

(Da: Times of Israel, 30.3.13)

venerdì 5 aprile 2013

Le balle dei palestinesi continuano....

Molte delle persone che seguono con attenzione le notizie su Israele, saranno certamente al corrente di cosa sia Pallywood e di come i palestinesi manipolino le foto e le notizie per far apparire Israele sempre come colpevole di qualsiasi cosa.
Ricorderete il "massacro" di Jenin (quando i palestinesi prima dichiararono che erano morte centiania, anzi no migliaia di persone e poi dovettero ammettere che erano morte 52, mentre gli israeliani avevano avuto oltre 40 soldati deceduti) con i funerali con i morti che camminano come si può vedere in questo video, le false foto della bambina "colpita" dal fosforo bianco che in realtà aveva una rarissima malattia della pelle, le foto taroccate sulla Mavi Marmara per far sparire i coltelli (sulla nave erano tutti "pacifisti"!). E la bambina yemenita morta in un incidente e fatta passare per vittima degli israeliani? Ce ne sono tante, ma tante che non si finirebbe più.
Vi propongo le ultime, fresche fresche che sono venute fuori dalla fucina palestinese:
la scritta asserisce che trattasi di tale Maysara Abu Hamdiya "prigioniero, comandante e jihadista" recita la scritta in arabo accanto alla foto in sovraimpressione...... e si riferisce alla morte di questo terrorista avvenuta in carcere per cancro.... ammanettato al suo lettino d'ospedale senza ricevere cure adeguate...






ma se si allarga la foto si ha una bella sorpresa: si tratta di un ribelle siriano catturato dai militari di Assad e ricoverato in un ospedale siriano!!!! Il ragazzo non è proprio il terrorista Hamdiya. Come la  mettiamo truffatori?

lunedì 1 aprile 2013

domenica 31 marzo 2013

Palestinesi: campioni mondiali di lancio dei sassi contro le auto israeliane!

Cari lettori,
in questo video potrete "ammirare" le prodezze atletiche di cui sono capaci i palestinesi in quella disciplina "sportiva" che il C.I.O. porterà alle prossime olimpiadi: il lancio di sassi contro le auto guidate da ebrei.
Dalle immagini si nota il grande impegno profuso dagli "atleti" palestinesi in questo sport: sono ben coscienti di essere i numeri uno al mondo e non vogliono certo perdere l'occasione di vincere tutte le medaglie!
Credo che a breve Abu Mazen chiederà ufficialmente agli organi internazionali sportivi preposti, che questa nuova disciplina venga inserita nelle gare di atletica per permettere ai palestinesi di dimostrare tutto il loro valore "sportivo": che non si dica (come sono soliti fare i sionisti") che loro sono non sono capaci di dedicarsi allo sport!
La propaganda israeliana avrà ben poco da dire sulle capacità dei lanciatori arabi di fronte alle immagini del video: i palestinesi sono in grado di colpire solo le auto guidate da ebrei (si preoccuapno infatti di effettuare un rigoroso controllo al fine di evitare di colpire le auto guidate dagli arabi) e questo non è poco visti pochi secondi che gli ebrei si ostinano a lasciare ai "lanciatori" per farsi colpire (chissà perchè gli ebrei non capiscono la valenza sportiva e non apprezzano gli sforzi arabi di emergere in questa disciplina e non fanno nulla per agevolarli, alcuni addirittura fanno montare vetri rinforzati come la donna del filmato...i soliti boicottatotri sionisti che pensano solo a salvare le loro vire!).
Immaginate la gioia delle mamme ebree che tornano a  casa con i loro bambini in macchina e che non vedono l'ora di essere prese a sassate da questi valenti giovani arabi!
Certo, a volte capita che qualche ebreo ci rimetta la vita come un papà con il suo bambino di pochi mesi, ma il progresso sportivo arabo non si può di certo arrestare!
Immaginate cosa sucederebe se le parti fossero invertite: immaginate se a lanciare sassi contro auto guidate da arabi fossero degli ebrei... fatto???
Ecco io ho immaginato e ho visto piazze invase da folle urlanti odio bruciare bandiere israeliane, ho visto ignobili cartelli inneggiare alla distruzione di Israele invocando hitler....





Israele verso l'indipendenza energetica

Dopo quattro anni di attesa, oggi pomeriggio ha iniziato l'afflusso di gas naturale del giacimento Tamar, dalla piattaforma off-shore nel mar  Mediterraneo verso la stazione ricevente di Ashdod.
Tamar e l'altro grande giacimento vicino, il Leviatano, rappresentano una enorme opportunità per Israele di affrancarsi dal gioco arabo delle fonti energetiche. Due anni fa infatti, con l'inizio della "primavera araba" sono iniziati i bombardamenti da parte dei terroristi salafiti, delle condotte di gas che dall'Egitto arrivavano in Israele e i rifornimenti si sono interrotti definitavmente un anno fa, con conseguete aggravio per l'economia israeliana.
Questo immens giacimento permetterà invece a Israele di abbattere i costi energetici e migliorare la qualità della vita dei propri cittadini, diminuendo sensibilmente anche le emissioni di anidride carbonica.

giovedì 28 marzo 2013

Manipolazione a Gerusalmme. Conferenza di Ruben Salvatori

Cari amici, vi ripropongo questa interessante conferenza di un giovane fotoreporter italiano a proposito dei clamorosi falsi mediatici e della manipolazione delle immagini che viene fatta per rendere più drammattico il conflitto arabo-israeliano.
A voi le conclusioni...
http://youtu.be/i2HoEo82ZxA

martedì 26 marzo 2013

Tempestivamente rimosso da Betlemme il monumento che cancella Israele

Alla vigilia della visita, venerdì scorso, del presidente americano Barack Obama, la municipalità di Betlemme (Autorità Palestinese) ha precipitosamente rimosso una stele che rappresenta le ambizioni territoriali palestinesi come una mappa che copre tutto il territorio dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, implicando la cancellazione dello stato d’Israele.

L’itinerario di Obama verso la Basilica della Natività a Betlemme prevedeva il passaggio proprio nella piazza dove si trovava la stele, nota come “Monumento dello Stato”, che rappresenta quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese.

Il quotidiano dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadidah è stato il primo a riferire dell’improvvisa rimozione. In un articolo del 19 marzo in cui celebrava “lo scoppio della gloriosa rivoluzione” di Fatah nel 1965 (prima che Cisgiordania e striscia di Gaza cadessero sotto controllo israeliano) e il successo dei palestinesi nell'ottenere il riconoscimento all’Onu (senza negoziato né accordo con Israele) a dispetto dell’opposizione americana, il giornale scriveva con evidente disapprovazione: “Gli abitanti [di Betlemme] sono rimasti sorpresi nel constatare che una riproduzione della mappa della Palestina incisa con i dettagli della Nakba [“catastrofe”, il termine con cui i palestinesi indicano la nascita di Israele nel '48] e un albero di ulivo sono stati rimossi da piazza Al-Karkafa, per essere sostituiti da una riproduzione di quella che viene descritta come una colomba della pace. Cosa che ha fatto infuriare molta gente lì convenuta”.

Il giorno successivo il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, e il governatore Abdul Fattah Hamail hanno tenuto una conferenza stampa durante la quale hanno cercato di negare che la rimozione fosse in qualche modo collegata alla visita di Obama e a un tentativo di nascondere ai suoi occhi il progetto di cancellazione dello stato d’Israele. “Tutti sanno che gli americani non dettano le decisioni dei palestinesi”, ha dichiarato il governatore Hamail, citato da Al-Hayat Al-Jadidah.

Obama, parlando il 4 giugno 2008 al Congresso AIPAC, aveva affermato: “Non scenderò mai a compromessi quando si tratta della sicurezza di Israele […]: né quando ci sono gruppi terroristici e leader politici votati alla distruzione di Israele, né quando ci sono mappe in tutto il Medio Oriente che non riconoscono nemmeno l'esistenza di Israele”.

Come l’istituto Palestinian Media Watch e www.israele.net hanno più volte documentato (si veda in inglese: “PA depicts a world without Israel” http://palwatch.org/main.aspx?fi=466 ), tutta la pubblicistica irredentista araba e palestinese, ufficiale e ufficiosa, rappresenta la “Palestina” costantemente e senza reticenze con mappe che ignorano del tutto l’esistenza di Israele o ne vagheggiano esplicitamente la cancellazione dalla carta geografica. Un recente studio indipendente condotto su libri di testo israeliani e palestinesi ha rilevato che il 96% delle mappe nei testi scolastici palestinesi ignora l’esistenza dello stato di Israele.



(Da: PMW Bulletin, Times of Israel, Israele.net, 24.3.12)



A proposito di persone in malafede...

Da qualche tempo, una persona si diverte a inviare commenti su questo blog che hanno almeno un paio di caratteristiche: sono espressione di chi nutre una profonda avversione nei confronti dello stato di Israele e nei confronti del sottoscritto che ha come unica colpa quella di amare Israele.
Da questi commenti traspare poi una supponenza e una tracotanza che rasenta la strafottenza, e oltre a non credere neanche a banali dichiarazioni come la mia appartenenza a una certa fede religiosa e la mia cittadinanza, evidenziano una presunta superiorità morale e intellettuale tipica dei sinistrati pacifinti che abbondano nei centri sociali.
Il massimo credo (ma il peggio non è mai morto come dicevano gli antichi) lo abbia raggiunto con il seguente commento a proposito del post relativo al razzismo nei libri di testo palestinesi nei confronti degli israeliani "Ma chi sono questi tre autentici idioti che sono andati a visionare i libri scolastici in uso presso i palestinesi? Anche l’idiozia ha un limite nella decenza. E comunque il testo è asseverativo e mancano gli esempi concreti... E tu ti alimenti di simili idiozie e pretendi pure che qualcuno ci caschi?... Ma davvero all’Hasbara credono di trovare di simili idioti disposti a bere simili cose? Certo, se vuoi ti posso commentare riga per riga un testo così idiota, ma mi sembrava di averlo già fatto... Nessun problema possiamo cominciare di nuovo. Alla prossima..."
Caro ano.nimo ho avuto molta pazienza con te, come diceva un mio professore del ginnasio ad alcuni alunni a dir poco ignorantelli  "Figliolo, ognuno ha il diritto di essere fesso, ma tu esageri!" ma avresti fatto miglior figura ad informarti prima di definire "tre autentici idioti" il professore Sami Adwan, docente palestinese dell’Università di Betlemme, il professor Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv, e il professore Bruce Wexler, dell’Università americana di Yale. Vedi, non so se sei al corrente di un portentoso strumento che da qualche anno è presente in molti computer: si chiama "motore di ricerca" e consente di trovare su internet di tutto, da un ago per cucire a una portaerei passando per le notizie relative a tre professori universitari.
Dico questo perchè ritengo che se fossi stato al corrente di questo portentoso strumento, avresti sicuramente evitato di fare una poderosa figura da cioccolataio e avresti scoperto chi sono Sami Adwan, Daniel Bar-Tal e Bruce Wexler e avresti anche avuto modo di leggere il resoconto del loro lavoro intitolato Israeli-palestinian schoolbook project

Se poi ti fossi peritato anche solo di leggere con attenzione l'ottimo articolo di Libero, avrestia vuto modo di trovare degli indizi preziosi in merito alle nefandezze perpetrate sulle menti dei bambini palestinesi allevati nell'odio nei confronti degli ebrei.
In effetti per un sinistrato pacifinto è più facile credere alle "notizie" pubblicate su Repubblica o su "il manifesto" piuttosto che a quelle pubblicate su un giornale come Libero, ma questo è solo un tuo limite figliolo.
Spesso sbraiti dicendo che mi limito a copiare e incollare articoli: mai detto che è solo tutta farina del mio sacco (riporto sempre le fonti e gli autori dei vari articoli che inserisco sul blog). Sinceramente ho una vita piuttosto intensa tra lavoro e famiglia e scrivere articoli o post presuppone una ricerca approfondita che il poco tempo a disposizione non mi consente di fare. Mi limito così a commentare alcune notizie, riportare quegli articoli ritenuti più interessanti, tradurre quelli signiicativi tratti da giornali israeliani o da siti israeliani e cercare di dialogare anche con persone come te. E ti assicuro che questa è una cosa comune a molti bloggers (anche di provata fede arraffattiana!)

VIVA ISRAELE!



giovedì 21 marzo 2013

Razzi da Gaza sul Sud di Israele durante la visita di Obama

Gerusalemme, 21 Marzo 2013 – Questa mattina i terroristi palestinesi della Striscia di Gaza hanno dato il loro personalissimo benvenuto al Presidente USA Barack Obama, durante il suo secondo giorno di visita ufficiale in Israele, lanciando ben cinque razzi Qassam dalla parte nord della Striscia di Gaza verso il sud di Israele.
Uno dei razzi si è abbattuto sul cortile di una casa a Sderot causando alcuni danni; un secondo su un terreno non edificato nella stessa zona. Altri due razzi si ritiene siano ricaduti all’interno del territorio palestinese.
L’ultimo razzo palestinese lanciato contro Israele prima di quelli di giovedì si era abbattuto alla fine di febbraio su una strada alla periferia sud di Ashkelon.



(Fonte: Israele.net)



martedì 19 marzo 2013

Israele stato di apartheid? Ma basta!!!!



Queste che vedete qui sopra sono le foto dell'ambasciatore israeliano in Norvegia. La particolarità qual'è? E' che questo rispettabile diplomatico è un cittadino israeliano appartenente alla comunità drusa, così come Reda Mansour, che è stato ambascitore in Equador e Console Generale negli USA.



Tra l'altro la comunità dusa e quella beduina contano alti ufficiali nelle forze armate come il generale Yusef Mishleb

  
e beduino è pure il giovanissimo Console a S. Francisco, il dott. Ismail Khaldi.
Arabo era George Kara, il giudice della Corte Suprema che ha condannato l'ex Presidente della Repubblica Moshe Katzav a sette anni di carcere per stupro e molestie sessuali.
Gli arabi israeliani hanno ottenuto la piena cittadinanza subito dopo la fondazione di Israele nel 1948 e nel primo parlamento democraticamente eletto vi erano già rappresentanti delle loro comunità.

A suo tempo l’obbligo del servizio militare non fu imposto agli arabi israeliani essenzialmente per due motivi: 1) per evitare che si trovassero ad affrontare in battaglia i loro fratelli palestinesi d’oltre confine o i loro correligionari arabi; 2) il governo di Israele non aveva piena fiducia nella loro fedeltà allo Stato. Temeva quindi che, dando loro delle armi, avrebbero potuto rivolgerle, in tempi di crisi, contro lo Stato che li aveva arruolati.
Voglio infine ricordare “miss Israele”, Yityish Titi Aynaw etiope di nascita, che ha ricevuto il titolo quattordici anni dopo l’incoronazione a “miss Israele” di Raslan Rana, araba cristiana.

 


 Di seguito altri fulgidi esempi del "razzismo" israeliano...


Ora, per fare come dicono i pro palestinesi, inserisco anche i palestinesi nell'argomento...ma che succede? Leggo delle dichairazioni di Abu Mazen piuttosto razziste.... non saràmica un ebreo e magari pure un agente del Mossad che vuole solo screditare la Palestina???