Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 25 marzo 2015

Accuse di spionaggio a Israele. Come mai proprio adesso?

Ron Ben-Yishai, autore di questo articolo
Ron Ben-Yishai, autore di questo articolo
Le accuse dagli Stati Uniti circa il presunto spionaggio israeliano, pubblicate lunedì sul Wall Street Journal, sono ingiuste e anche un po’ ridicole. L’amministrazione americana e il funzionario governativo che hanno fatto trapelare la notizia sono ben consapevoli del fatto che Israele è in grado di ottenere queste informazioni in modo del tutto legittimo da coloro che prendono parte ai negoziati con gli iraniani, così come attraverso altri mezzi legittimi all’interno della comunità dell’intelligence. Non è un segreto che Israele ha i suoi modi per sapere cosa accade in Iran e nei colloqui che stanno conducendo l’Iran e il suo rappresentante all’estero. D’altra parte, ciò che sarebbe inaccettabile per Israele dovrebbe essere inaccettabile anche per gli Stati Uniti. L’articolo del Wall Street Journal afferma esplicitamente che gli Stati Uniti hanno intercettato comunicazioni riservate israeliane e che da esse hanno tratto l’impressione che Israele “potrebbe aver spiato” gli Stati Uniti. E’ tollerabile che gli americani, che non devono affrontare minacce dirette alla loro esistenza, possano spiare un alleato mediorientale mentre quell’alleato mediorientale, Israele, che deve fronteggiare una minaccia diretta alla sua esistenza, non può dare un’occhiata più da vicino a quanto gli Stati Uniti stanno facendo alle sue spalle?
L'articolo del Wall Street Journal
L’articolo del Wall Street Journal
Ma al di là delle questioni di equità e moralità, è importante capire che le notizie sul presunto spionaggio israeliano fanno parte di una campagna condotta dagli Stati Uniti con un chiaro intento politico. Qui non si tratta solo della vendetta politica contro Benjamin Netanyahu, ma di una calcolata manovra politica pianificata dall’amministrazione Obama molto prima delle elezioni israeliane, per il caso in cui Netanyahu avesse vinto. E’ in atto un blitz dei mass-media contro Netanyahu gestito dalla Casa Bianca.
Dietro questa campagna mediatica, si celano le profonde preoccupazioni dell’amministrazione per quanto riguarda due aspetti: che Israele possa silurare l’accordo nucleare con l’Iran e che possa andare al governo in Israele una stretta coalizione di destra.
Inoltre, le accuse di spionaggio contro Israele hanno lo scopo di legare le mani ai membri del Congresso rispetto all’accordo con l’Iran, insinuando una velata accusa di “tradimento” verso chiunque, repubblicano o democratico, si schierasse contro quell’accordo utilizzando informazioni ricevute da Israele.
(Da: YnetNews, 24.3.15)

martedì 24 marzo 2015

Milano: nuovamente imbrattata la bandiera di Israele per Expo 2015


Milano, 23 Marzo 2015 – Ancora una volta l’idiozia degli odiatori di professione in chiave antisraeliana ha colpito il capoluogo milanese, precisamente in Piazza Cordusio dove mani ignote (anche se iniziamo a sospettare che siano sempre le stesse…) hanno nuovamente imbrattato la bandiera della Stato di Israele esposta per Expo 2015 insieme a quelle di tutti gli altri paesi
partecipanti alla manifestazione.
La denuncia proviene da molti cittadini milanesi che hanno fotografato questo ennesimo scempio esprimendo poi il proprio sdegno tramite i  propri profili sui social network.
Fortunatamente la bandiera è stata sostituita nel giro di poche ore.
 
 
 

lunedì 23 marzo 2015

Ultimora

Forze di Difesa, polizia e servizi di sicurezza israeliani hanno annunciato domenica d’aver scoperto una cellula di Hamas a Qalqilya che progettava attentati all’interno di Israele. Durante le indagini sono state sequestrate decine di kg di materiali usati per la fabbricazione di esplosivi. L’inchiesta ha rivelato che i terroristi erano stati reclutati in Giordania, addestrati nella striscia di Gaza e poi inviati in Cisgiordania.

Che apartheid in Israele....mamma mia!!!!!

Tareq Abu Hamed, ingegnere chimico palestinese originario di Sur Bahir (sobborgo est di Gerusalemme), ha vinto il concorso per la carica di vice-capo scientifico presso il Ministero israeliano per la Scienza, la Tecnologia e lo Spazio, diventando così l’arabo-palestinese di Gerusalemme est con la posizione più alta in un ministero israeliano. Abu Hamed, 42 anni, ha studiato ingegneria chimica ad Ankara (Turchia), e ha fatto il post-dottorato presso il Weizmann Institute israeliano e l’Università americana del Minnesota studiando le energie rinnovabili con particolare attenzione ai sostituti del petrolio nel campo dei trasporti. Ha poi diretto il Centro per le energie rinnovabili e il risparmio energetico presso l’Istituto israeliano di Studi Ambientali Arava, ed è stato a capo del dipartimento per l’energia rinnovabile del Science Center Arava e Mar Morto. Due anni fa ha iniziato a lavorare presso il Ministero israeliano della Scienza. Nel frattempo ha conseguito il prestigioso Premio Dan David per la promozione della responsabilità sociale con particolare attenzione all’ambiente.

LE facce da culo dell'organizzazione non utile colpiscono ancora

Su nove documenti ufficiali prodotti dal rapporto annuale della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, solo uno dei 193 stati membri dell’Onu viene esplicitamente denunciato per continue violazioni dei diritti delle donne: è Israele, accusato con particolare riferimento alle donne palestinesi. La risoluzione, promossa da palestinesi e Sud Africa, è stata adottata venerdì con 27 voti a favore, 2 contrari (Israele e Stati Uniti) e 13 astensioni (paesi membri dell’Unione Europea). L’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, ha denunciato la risoluzione come l’ennesima prova della faziosità delle Nazioni Unite, ricordando non solo la condizione della donna in altri paesi del Medio Oriente non citati dalla risoluzione (e che hanno leggi e politiche fra le più discriminatorie e repressive verso le donne), ma anche il maltrattamento delle donne nell’Autorità Palestinese dove “i delitti d’onore sono cosa di tutti i giorni, e l’occupazione delle donne è pari al 17% contro il 70% degli uomini”. Vale la pena notare che, secondo un rapporto 2014 del World Economic Forum, Israele si classifica 57esimo su 137 paesi per la promozione del potere politico della donna (gli Usa risultano 54esimi e l’Arabia Saudita 117esima), e che nelle ultime elezioni israeliane sono state elette 27 parlamentari donne su 120 membri della Knesset.

Due popoli due stati: quello che ha detto veramente il premier israeliano

“Quello che ho detto è che è irrealizzabile nelle attuali circostanze. Avevo indicato molto chiaramente quali sono le condizioni necessarie per una soluzione a due stati, nel mio discorso alla Bar-Ilan University del 2009, e non ho cambiato posizione: non ho affatto ritrattato quel discorso. Quello che ho detto è che l’attuazione di quella prospettiva non è possibile in questo momento [vista] la decisione della dirigenza dell’Autorità Palestinese lo scorso anno di stringere un patto con Hamas e i recenti sconvolgimenti in Medio Oriente come la guerra civile in Siria, l’ascesa dell’ISIS ed anche il controllo iraniano su Gaza. Non voglio una soluzione a un unico stato, ma certamente non voglio nemmeno una soluzione senza stato ebraico perché l’esistenza stessa di Israele sarebbe compromessa. Il problema cruciale non è solo dove saranno i confini, ma cosa vi sarà dall’altra parte di quei confini. Dobbiamo ritirarci perché si insedino islamisti sostenuti dall’Iran come è accaduto a Gaza, come è accaduto in Libano e come sta accadendo in altre parti del Medio Oriente?”. (Benjamin Netanyahu, intervista a NPR, 20 marzo 2015)

Il pensiero del premier israeliano

«Non voglio una soluzione a un solo stato. Voglio una soluzione a due stati pacifica e sostenibile. Ma per far questo, le circostanze devono cambiare. Non ho cambiato la mia politica. Non ho mai ritrattato il mio discorso di sei anni fa alla Bar-Ilan University a favore di uno stato palestinese smilitarizzato che riconosca uno stato ebraico. Quella che è cambiata è la realtà delle cose. Il presidente palestinese Abu Mazen si rifiuta di riconoscere lo stato ebraico e ha stretto un patto con Hamas, che invoca la distruzione dello stato ebraico. Intanto tutti i territori che vengono sgomberati, oggi, in Medio Oriente, vengono occupati da forze islamiste. Noi vogliamo che questa situazione cambi in modo da poter realizzare la prospettiva di una pace vera e sostenibile.» (Benjamin Netanyahu intervista alla NBC, 19 marzo 2015)

Il discorso di Netanyahu del 2009... sempre valido!!!

«Nella mia visione della pace, in questo nostro piccolo paese due popoli vivranno liberamente, fianco a fianco, in amicizia e rispetto reciproco. Ognuno avrà la propria bandiera, il proprio inno nazionale, il proprio governo. Nessuno dei due minaccerà la sicurezza o la sopravvivenza dell’altro. […] Questi sono i principi che guidano la nostra politica, una politica che deve tener conto della situazione internazionale che si è sviluppata di recente: dobbiamo riconoscere questa realtà e allo stesso tempo attenerci saldamente ai principi essenziali per Israele. Ho già sottolineato il primo principio: il riconoscimento. I palestinesi devono riconoscere Israele chiaramente e senza ambiguità come lo stato del popolo ebraico. Il secondo principio è la smilitarizzazione. Il territorio sotto il controllo palestinese deve essere smilitarizzato con disposizioni di sicurezza ferree. Senza queste due condizioni, c’è il reale pericolo che uno stato palestinese armato finisca col diventare un’altra base terroristica contro lo stato ebraico, come a Gaza. Noi non vogliamo razzi Qassam su Petach Tikva, razzi Grad su Tel Aviv né missili sull’aeroporto Ben-Gurion. Noi vogliamo la pace. Per avere la pace bisogna fare in modo che i palestinesi non possano importare missili, schierare un esercito, chiuderci il loro spazio aereo, stringere alleanze con gente come Hezbollah e Iran. Su questi punti c’è ampio consenso all’interno di Israele. È impossibile aspettarsi che noi accettiamo in anticipo il concetto di uno stato palestinese senza la garanzia che questo stato sarà smilitarizzato. Su una questione così cruciale per l’esistenza d’Israele, bisogna innanzitutto rispondere alle nostre esigenze di sicurezza. Senza di questo, prima o poi quei territori diventeranno un’altra Hamastan, e questo non lo possiamo accettare. Se avremo garanzie in merito alla smilitarizzazione e alle esigenze di sicurezza di Israele, se i palestinesi riconosceranno Israele come lo stato nazionale del popolo ebraico, allora saremo pronti in un futuro accordo di pace ad arrivare a una soluzione che veda uno stato palestinese smilitarizzato accanto allo stato ebraico.» (Benjamin Netanyahu, discorso all’Università Bar Ilan, 14 giugno 2009)

mercoledì 18 marzo 2015

Clamoroso autogoal di Hamas su Twitter: l’hashtag #AskHamas lanciato per ottenere sostegno si rivela un boomerang

Gaza – Doveva essere una campagna a sostengo di Hamas, per migliorare la sua immagine, ma l’iniziativa promossa da ieri su Twitter dal gruppo islamico (terrorista) palestinese si è ben presto trasformata in un’ondata di scherno. Messaggi sarcastici e beffardi hanno infatti sostituito quelli sperati di sostegno e ammirazione. Perché con l’hastag #AskHamas il movimento che governa la Striscia di Gaza dopo il golpe del 2006 voleva far sì che i propri leader rispondessero, in lingua inglese e per cinque giorni, alle domande degli utenti dei social media. Il lancio dell’iniziativa coincideva con la scadenza dell’appello dell’Unione Europea per la rimozione di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
La campagna #AskHamas avrà inizio venerdì e proseguirà per cinque giorni“, recitava un comunicato in lingua araba postato sulla pagina Facebook ufficiale di Taher al-Nunu, responsabile di Hamas per i media. L’obiettivo era chiaro: ”mandare un messaggio al pubblico dell’Europa, che ha mostrato solidarietà alla causa palestinese, affermando che Hamas non è un movimento terroristico, ma un movimento di liberazione nazionale”.
Nunu ha poi postato un link all’account di Twitter @HamasInfoEn che mostrava le fotografie dei funzionari del movimento palestinese incaricati di rispondere alle domande degli utenti. Tra questi anche il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. Ma i primi cinguetti apparsi sotto l’hashtag #AskHamas hanno da subito mostrato un carattere distaccato e beffardo. Tanti anche i tweet critici che sono stati indirizzati all’account di Hamas, del tipo: “perché avete ucciso 30 civili a Netanya nel 2002?”; “quando terrete le prossime elezioni?”; “bambina-sposa non è ridondante?”.
(Fonte: Adnkronos, 14 Marzo 2015, Leonardo.it, 13 Marzo 2015)

I veri vincitori sono gli arabi, oggi chi diffama Israele si sente morire

di Micol Anticoli

Non so davvero cosa possano inventarsi i detrattori dello Stato d’Israele ora che l’unione dei partiti arabi è divenuta la terza forza politica del Paese. Con 14 seggi alla Knesset, la Joint List (in ebraico HaReshima HaMeshutefet) ha dimostrato che in Israele – con le armi della democrazia – tutto è possibile. Il listone arabo è composto dall’unione di quattro partiti:Chadash, Balad, Lista Araba Unita e Taal. Ognuno di questi, basandosi sulle esperienze pregresse, non avrebbe verosimilmente superato la soglia di sbarramento, aumentata di 1,25 punti rispetto alle elezioni precedenti, o quantomeno avrebbe fatto molta fatica; la strategia vincente di mettersi insieme è stata dettata de facto dalle decisioni parlamentari di modificare la legge elettorale, dando così alla componente araba della Knesset l’input per formare una coalizione dieci volte più influente di quanto non lo fossero i singoli partiti nella scorsa legislatura. Che sia stata una mossa dettata soltanto dai numeri si può facilmente evincere dalla ampia differenza di approcci e di vedute tra un partito e l’altro. Vi sono infatti socialisti e comunisti particolarmente attenti alla politica economica e ai diritti dei lavoratori,nazionalisti arabi neanche troppo moderati e sostenitori della cooperazione arabo-ebraica; chi appoggia la soluzione due Stati per due popoli e chi uno Stato binazionale; chi crede nel dialogo e chi nella lotta armata; personaggi che vedono nel seggio alla Knesset l’opportunità di combattere il “nemico sionista” dall’interno. Nel calderone vi è quindi uno spaccato della società arabo-israeliana, che tiene fuori però due importanti categorie: gli arabi che si sentono profondamente integrati nella società israeliana, quelli che credono nello Stato e apprezzano le libertà che Israele garantisce a tutti i cittadini e gli arabi che chiedono a gran voce ai propri fratelli di non candidarsi alle elezioni per non legittimare in tal modo l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Difficile ora prevedere quali ruoli saranno assegnati alla Joint List e come le componenti di questa riusciranno ad abbattere le profonde differenze interne, ma una certezza c’è, ed è la bandiera della democrazia israeliana che sventola alta sui cieli del Medio Oriente. Una democrazia difficile, non sempre conveniente, spesso controproducente. Una democrazia che permette di sedere in Parlamento anche a chi quell’istituzione vorrebbe distruggerla, anche a personaggi che invocano la lotta armata contro lo Stato e giustificano attacchi terroristici contro i civili. Civili come loro. 
   Ed è grazie a questa libertà che quella fetta di arabi fieri di essere israeliani, si sente fortunata e non cambierebbe la propria nazionalità con nessun’altra al mondo: perché si gira e vede i fratelli palestinesi del West Bank, che non votano dal 2006, come anche i fratelli gazawi. Poi sposta lo sguardo a sud e vede che in Egitto il Parlamento non è attivo dal 2012; la Siria è governata dalla dinastia Assad dal 1970, mentre in Libano dal 2013 le elezioni vengono rinviate e se saranno fortunati potranno votare nel 2017; non va meglio negli altri Paesi arabi come lo Yemen, dove possono votare soltanto i musulmani o in Arabia Saudita dove il potere politico e quello religioso sono nelle mani di una monarchia assoluta; in Iran non vi sono diritti umani e nella maggior parte degli Stati arabi o islamici i gay sono costretti a nascondersi. Per questo la stessa vittoria degli arabi è l’arma con cui Israele può combattere le menzogne e costringere chi l’accusa di praticare l’Apartheid di piegare la testa in segno di vergogna.

Kadima Bibi!

Contro ogni previsione, contro ogni logica, contro Obama che ha remato contro anzi ha inondato di dollari i suoi avversari, Bibi ha stravinto le elezioni politiche 2015!
Già gongolavano i sinistri italioti e di mezzo mondo: il "regno" di Bibi per loro era finito, un'era tramontata e da dimenticare al più presto. All'orizzonte il duo monnezza Herzog-Livni foriero di chissà quali miracoli e soprattutto di una improbabile e disgustosa alleanza con i partiti arabi che certo non hanno a cuore lo stato di Israele. 
E invece con un colpo di coda il Leone ha rimesso a posto tutto, e soprattutto ha rimesso al loro posto tutti!
Ora si prospetta una strada difficile sul piano internazionale, con una amministrazione americana decisamente ostile (almeno fino a quando sarà sul trono il califfo Barak Hussein Obama) e complessa su quello interno con le tante risposte da dare ai cittadini in temi come le tasse, i servizi, lo stato sociale, il lavoro e soprattutto la sicurezza. Ma gli israeliani hanno votato e hanno scelto ancora lui per provare ad uscire fuori nel migliore dei modi da queste situazioni e sono convinto che la scelta sia caduta sull'unico candidato possibile.
Kadima Bibi!
Kadima Israele!
 
 

Elezioni in Israele: vittoria di Bibi!

Lo scrutinio del 99% delle schede smentisce il “pareggio” annunciato dagli exit poll:
 

martedì 17 marzo 2015

Benjamin Netanyahu in political ad for Israel's Likud party


La prova che Israele è superiore

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Oggi si terranno in diversi paesi arabi le elezioni politiche: la Lista ebraica unita, presente quasi ovunque, potrebbe secondo alcuni sondaggi superare il 10% dei consensi. Una notizia storica: peccato non sia vera. Perché nei paesi arabi non si tengono elezioni di nessun tipo, perché nessun regime consente agli ebrei di esercitare i diritti di cittadinanza, e perché in quei paesi di ebrei non ce ne sono più (erano poco meno di 900.000 nel 1948).
Oggi invece in Israele si vota davvero, e la novità di queste elezioni è la presenza di una Lista araba unita, sorta per necessità (una legge ha innalzato dal 2 al 3,25% la soglia minima per accedere alla Knesset) e presto diventata un fenomeno politico. Ayman Odeh, il suo leader, è un avvocato quarantenne di Haifa di formazione laica e di famiglia comunista (dagli anni Sessanta il Partito comunista è la forza più votata dalla popolazione arabo-israeliana) che oggi si definisce “socialista e democratico”. Il cuore della campagna elettorale di Odeh è semplice e pragmatico: la Lista araba, spiega, non è solo un riferimento elettorale per la minoranza palestinese in Israele, ma una forza politica che offre un’alternativa anche agli ebrei che non si riconoscono nei partiti sionisti. Nelle scorse settimane è giunta l’adesione, clamorosa, di Avraham Burg, ex presidente laburista della Knesset e dell’Agenzia Ebraica. I sondaggi quotano la Lista fra i 12 e 15 seggi (su 120).
“La lista araba – osserva il giornalista e scrittore israeliano Meron Rapoport (nonché traduttore di Pasolini e Primo Levi) – è la vera novità di queste elezioni. Non credo che avrà un peso reale nella formazione del nuovo governo. Non ci sono partiti in Israele disponibili oggi a formare un governo con questa lista. Tuttavia rappresenta una novità storica che potrebbe cambiare il futuro della politica israeliana. È un nuovo attore politico che si presenta sulla scena e che avrà peso e possibilità di formare coalizioni con partiti della sinistra, aprendo nuovi scenari interni”.
Naturalmente non tutta la popolazione araba è d’accordo, e c’è chi ha promosso una campagna di boicottaggio delle elezioni, perché “farsi eleggere alla Knesset vuol dire legittimare l’occupazione israeliana della Palestina”. Alle scorse elezioni, due anni fa, votò soltanto il 56% degli arabo-israeliani: oggi Odeh prevede un’affluenza del 70%.
La differenza fra Israele e il resto del Medio Oriente è tutta qui: diritti civili e politici, libertà di espressione, democrazia rappresentativa, Stato di diritto. Israele non è la società perfetta, e non di rado la sua classe dirigente sbaglia: proprio come accade in Italia, o negli Stati Uniti, o in qualsiasi altro paese occidentale. L’Occidente non è perfetto perché la realtà è imperfetta: ma qui da noi, diversamente dal resto del mondo, se ne può parlare liberamente, si possono proporre alternative, si può votare e scegliere e, la volta successiva, cambiare la propria scelta. Israele siamo noi, e la nostra simpatia per Israele è anche un atto di egoismo: difendendolo, difendiamo noi stessi. Auguri alle elettrici e agli elettori israeliani, dunque, e auguri alla Lista araba unita.

Trovata sopra il lago di Tiberiade una maschera di Pan di duemila anni fa

Una maschera in bronzo del dio greco Pan risalente a circa duemila anni fa è stata scoperta da archeologi dell’Università di Haifa a circa 2 km dal Lago Kinneret (Tiberiade) in Galilea, nel nord di Israele.
Secondo gli archeologi, la maschera è diversa da ogni altro reperto del genere scoperto sinora per via delle sue notevoli dimensioni: più grande di una testa umana.
La maschera è stata scoperta nello scavo archeologico di Sussita, che un tempo era il sito della città romana pagana di Antiochia Hippos. Hippos, una delle città della Decapoli, è stata la principale polis a est del Mare di Galilea, situata sulla cresta dei monti Sussita sovrastanti la città ebraica di Tiberiade, che sorge sul lato occidentale del lago.
La figura rappresentata dalla maschera presenta piccole corna nascoste tra ciocche di capelli, un particolare che ha portato gli archeologi a identificarla come una maschera di Pan, il dio dei pastori metà uomo e metà capro. Pan era anche il dio della musica e del divertimento. Dopo una pulizia più approfondita, gli archeologi hanno trovato sulla maschera ulteriori caratteristiche caprine, a conferma della diagnosi iniziale.
La maschera è stata trovata in un posto ritenuto al di fuori della città di Hippos, ma gli archeologi hanno anche trovato i segni di una grande struttura di basalto del periodo romano che sorgeva nella zona. La posizione della struttura e della maschera, all’esterno della città ma vicino alla strada che vi conduce, suggerisce che il sito deve aver ospitato un altare a Pan: sacrifici animali in onore al dio Pan venivano probabilmente effettuati non solo nei luoghi santi all’interno della città, ma anche al di fuori di essa, nella natura e nelle grotte. Un analogo altare all’aperto dedicato a Pan era già stato trovato a nord di Sussita.
(Da: Jerusalem Post, 15.3.15)

lunedì 16 marzo 2015

Lista Araba Comune: gli islamisti hanno sconfitto la convivenza

Di Ben-Dror Yemini
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

L’ipocrisia ha anche un lato positivo giacché implica una sorta di vergogna. I razzisti sono a volte consapevoli delle gravi deficienze del loro pensiero pregiudiziale circa le persone di una diversa ascendenza, religione o colore della pelle. Se ipocritamente nascondono il loro razzismo è perché un po’ se ne vergognano. Non si deve disprezzare questo genere di ipocrisia, che è un ingrediente fondamentale in una società che attraversa processi di cambiamento. Vale sia per gli ebrei che non amano molto gli arabi, sia gli arabi che non amano gli ebrei.
Negli ultimi due mesi, la Lista Araba Comune (composta da Lista Araba, Ta’al, Balad e Hadash) è riuscita a presentarsi come un partito democratico che sostiene la convivenza arabo-ebraica. Alcuni ebrei innocenti e di buoni sentimenti, così come altri non così buoni e non così innocenti, hanno aderito alla campagna volta a presentare la Lista Araba come parte integrante del campo democratico. Il presidente della lista, Aiman Uda, è diventato la vetrina del partito, con un’offensiva del sorriso che fa sfoggio di empatia verso l’elettorato ebraico. Non bisognerebbe dimenticare che si tratta della stessa persona che ha guidato il Comitato contro l’arruolamento volontario di giovani arabi nel servizio militare e nel servizio civile, locale o nazionale; ma le sue attuali dichiarazioni sulla volontà di promuovere convivenza e uguaglianza rappresentano un fatto positivo.
Una manifestazione di attivisti arabi israeliani a Giaffa
Una manifestazione di attivisti arabi israeliani a Giaffa
 
Tuttavia alcuni giorni fa il velo di ipocrisia è scomparso, e con esso la vergogna. Non esiste nessuna Lista Araba democratica: quello che c’è è una lista nazionalista e islamista. Infatti, sotto la pressione dei membri islamisti e nazionalisti di Balad, la formazione ha deciso che non c’era nessuno spazio per un accordo elettorale con il Meretz per via del fatto che il Meretz, certamente “pacifista”, è però un partito sionista. Era da anni che il Meretz non riceveva un tale complimento. Negli ultimi tempi, bisogna ammetterlo, stando a diverse voci provenienti da quel partito sembrava che non sapesse più nemmeno d’essere sionista.
Nonostante questa decisione, noi non diremo che “tutti gli arabi” sono nazionalisti fanatici. Quello che è successo, in realtà, è qualcosa che accade molto spesso nel mondo arabo e musulmano, e cioè che generalmente sono i fanatici quelli che impongono il proprio punto di vista. Sono più determinati. Sono più intimidatori e mettono paura. Parecchi arabi hanno contestato la decisione; il problema è che l’hanno sempre vinta aggressivi e prepotenti.
Inoltre, il connubio fra nazionalisti e islamisti caratterizza gran parte del mondo arabo. Ci sono molti elementi di discordia tra questi due campi, ma c’è perfetta unanimità su una cosa: l’odio verso Israele. Questa combinazione sta riuscendo a imporsi anche nella Lista Araba Comune.
 
Lucy Aharish, araba musulmana, reporter e conduttrice di i24news.tv, è uno dei 14 cittadini israeliani scelti quest’anno per accendere le torce il prossimo 22 aprile durante la cerimonia che apre la Giornata dell’Indipendenza
Lucy Aharish, 34 anni, araba musulmana, reporter e conduttrice di i24news.tv, è uno dei 14 cittadini israeliani scelti quest’anno per accendere le torce, il prossimo 22 aprile, durante la cerimonia che apre la Giornata dell’Indipendenza
 
Merita attenzione questo fatto della convivenza. Contro chi si è scagliata la Lista Araba Comune? Non contro il Likud; non contro Avigdor Lieberman. Si è scagliata contro il partito che rappresenta la parte più di sinistra del settore ebraico: un partito i cui attivisti sono la spina dorsale di numerose ONG che conducono campagne che spesso superano il confine tra critica legittima e istigazione anti-Israele; un partito che praticamente in tutte le controversie con i palestinesi si schiera dalla parte palestinese. Che diamine, la presidente del Meretz, Zehava Galon, ha sistematicamente cancellato la linea di separazione tra Meretz e Hadash. Ma non è servito a niente. La Lista Araba Comune non è contro la convivenza con il Likud: è contro la convivenza con il Meretz. Come disse una decina d’anni fa l’allora presidente di Balad, Azmi Bishara, il vero nemico è la sinistra sionista. Non è chiaro se è stato lui ha dettare quest’ultima mossa da Doha (Qatar) dove si trova latitante (essendosi sottratto a un processo per complicità con i terroristi Hezbollah), ma è chiaro che è la sua ideologia quella che detta le regole.
La popolazione araba israeliana ha ottime rivendicazioni rispetto ai governi del paese. Ma la tragedia degli arabi israeliani è la loro dirigenza, che non perde occasione per mettere in chiaro che l’obiettivo non è l’uguaglianza o la convivenza: l’obiettivo è erodere costantemente la realizzazione del fondamentale principio dell’autodeterminazione. Essenzialmente non sono a favore dei diritti degli arabi: sono contro il diritto degli ebrei.
Bisogna sempre ricordare che esiste un’ampia popolazione araba – la maggioranza – composta da leali cittadini, lavoratori e contribuenti onesti. Meritano piena parità di diritti. Questa maggioranza dovrebbe farsi un esame di coscienza, giacché il voto per la Lista Araba Comune è un voto contro l’uguaglianza e contro la convivenza: un brutto voto per gli ebrei, ma un voto ancora peggiore per gli arabi.
(Da: YnetNews, 8ì9.3.15)

mercoledì 4 marzo 2015

Il discorso di Bibi al Congresso Usa

Cari amici, sono molto onorato di poter parlare per la terza volta di fronte alla più importante istituzione legislativa del mondo, il Congresso degli Stati Uniti. Vi voglio ringraziare, so che il mio discorso è stato oggetto di grandi controversie. Mi dispiace molto che la mia presenza qui sia stata percepita come una mossa politica: non era mia intenzione. Vi voglio ringraziare democratici e repubblicani per il sostegno comune a Israele, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Non importa da che parte dell’Aula siate seduti, so che siete dalla parte di Israele. La straordinaria alleanza tra Israele e gli Stati Uniti è sempre stata al di sopra della politica. Deve rimanere al di sopra della politica. Perché noi, americani e israeliani, condividiamo lo stesso destino, il destino di terre promesse che amano la libertà e offrono speranza. Israele è grato del sostegno del popolo americano e dei presidenti americani, da Harry Truman a Barack Obama. Apprezziamo tutto quel che Obama ha fatto per Israele. Ci sono cose che tutti voi conoscete, come il rafforzamento della cooperazione nella sicurezza e nella condivisione dell’intelligence, e l’opposizione alle risoluzioni anti israeliane dell’Onu.
Ma molte delle cose che Obama ha fatto per Israele non sono così note. L’ho chiamato nel 2010 quando ci fu l’incendio nella foresta Carmel e subito rispose alla mia richiesta di aiuto. Nel 2011, quando la nostra ambasciata al Cairo era sotto attacco, ancora Obama ci offrì assistenza vitale in un momento cruciale. Così come ci ha sostenuti con i missili intercettatori durante l’estate scorsa, quando abbiamo reagito contro i terroristi di Hamas. In tutti questi momenti ho chiamato il presidente, e lui c’era. E buona parte di quel che il presidente Obama ha fatto per Israele non sarà mai noto, perché tocca temi sensibili e strategici che sorgono tra un presidente americano e un premier israeliano. Ma io lo so cosa ha fatto, e sarò sempre grato a Obama per il suo sostegno. E Israele è grato a voi, parlamentari americani, per il vostro sostegno, per averci aiutato in tanti modi, soprattutto con un’assistenza militare generosa e con la difesa missilistica, incluso Iron Dome. Grazie. Grazie America per quello che hai fatto per Israele. Cari amici, sono venuto qui oggi perché, come primo ministro di Israele, sento di avere l’obbligo di parlarvi di una questione che può minacciare la sopravvivenza del mio paese e il futuro del mio popolo: la ricerca dell’Iran di armi nucleari.
Siamo un popolo antico. In 4.000 anni di storia, molti hanno cercato ripetutamente di distruggere il popolo ebraico. Domani sera nella festa ebraica di Purim leggeremo il Libro di Ester. Leggeremo del potente viceré persiano chiamato Haman che cercò di distruggere il popolo ebraico 2.500 anni fa. Ma una coraggiosa donna ebrea, la regina Ester, scoprì la congiura e diede al popolo ebraico il diritto di difendersi contro i nemici. L’attacco fu sventato, il popolo ebraico fu salvato. Oggi il popolo ebraico affronta un altro tentativo da parte di un potentato persiano di distruggerlo. La Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, vomita l’odio più antico, lo stesso odio antico antisemita, con le tecnologie più moderne. Twitta che Israele deve essere annientato. Twitta. Sapete, in Iran non c’è esattamente un internet libero. Ma lui twitta in inglese che Israele deve essere distrutto.
A quelli che pensano che l’Iran minaccia lo stato ebraico ma non il popolo ebraico, dico di ascoltare Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il capo dei terroristi alleati dell’Iran. Ha detto: se tutti gli ebrei si riunissero in Israele, ci toglierebbero il disturbo di andarli a prendere in giro per il mondo. Ma il regime iraniano non è un problema soltanto degli ebrei, così come il regime nazista non era un problema soltanto degli ebrei. I sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti erano una frazione dei 60 milioni di persone uccise nella Seconda guerra mondiale. Così l’Iran pone una minaccia non soltanto per Israele ma per la pace del mondo intero. Per capire quanto pericoloso possa essere un Iran dotato di armi nucleari, dobbiamo capire bene la natura di questo regime. Gli iraniani sono persone talentuose. Sono gli eredi di una grandissima civiltà. Ma nel 1979 sono stati dirottati da fanatici religiosi che hanno imposto una dittatura cupa e brutale. Quell’anno, i fanatici scrissero una Costituzione nuova per l’Iran. Imponeva alle Guardie della Rivoluzione non soltanto di proteggere i confini dell’Iran ma anche di completare la missione ideologica del jihad. Il fondatore del regime, l’ayatollah Khomeini, esortava i suoi seguaci a “esportare la rivoluzione ovunque nel mondo”. Io oggi sono qui a Washington, e la differenza è profonda. Il documento che è alla base dell’America promette vita, libertà e ricerca della felicità. Il documento fondativo dell’Iran promette morte, tirannia e la ricerca del jihad. E mentre alcuni stati collassano in medio oriente, l’Iran riempie i vuoti proprio per compiere questa missione.
Gli sgherri dell’Iran a Gaza, i suoi lacchè in Libano, le sue Guardie della Rivoluzione sulle alture del Golan stanno stringendo Israele con i loro tentacoli del terrore. Sostenuto dall’Iran, Assad sta ammazzando i siriani. Sostenute dall’Iran, le milizie sciite si stanno scatenando in Iraq. Sostenuti dall’Iran, gli Houthi stanno prendendo il potere in Yemen, mettendo a rischio gli stretti alla bocca del mar Rosso. Assieme allo stretto di Hormuz, questo concede all’Iran un secondo collo di bottiglia nella fornitura di petrolio nel mondo. Proprio la settimana scorsa, vicino a Hormuz, l’Iran ha fatto esercitazioni militari facendo esplodere una finta portaerei americana.
Questo solo la settimana scorsa, mentre erano in corso i colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti. Ma sfortunatamente negli ultimi 36 anni gli attacchi dell’Iran contro gli americani non sono stati affatto uno scherzo. L’Iran ha preso decine di ostaggi a Teheran, ha ucciso centinaia di soldati americani, marine, a Beirut, e ha ucciso migliaia di americani, uomini e donne, in Iraq e Afghanistan. Al di là del medio oriente, l’Iran attacca l’America e i suoi alleati attraverso un network globale del terrore. Ha fatto esplodere il centro ebraico e l’ambasciata israeliana a Buenos Aires. Ha aiutato al Qaida a bombardare le ambasciate americane in Africa. Ha cercato di assassinare l’ambasciatore saudita, qui a Washington. Nel medio oriente, l’Iran ora ha il dominio su quattro capitali: Baghdad, Damasco, Beirut e Sana’a. E se l’aggressione dell’Iran resta senza conseguenze, ci saranno nuove conquiste. Mentre molti sperano che possa unirsi alla comunità internazionale, l’Iran è impegnato a trangugiare paesi. Dobbiamo stare uniti per fermare la marcia dell’Iran per conquistare, soggiogare e terrorizzare. Due anni fa ci fu detto di dare al presidente Rohani e al ministro degli Esteri Zarif una chance di portare cambiamento e moderazione nel paese. Che cambiamento! Che moderazione! Il governo di Rohani impicca gay, perseguita cristiani, imprigiona giornalisti e esegue condanne a morte contro più prigionieri di prima.
L’anno scorso, lo stesso Zarif che ammicca ai diplomatici occidentali ha fatto omaggio alla tomba di Imad Mughniyeh. Imad Mughniyeh è lo stratega del terrore che ha versato più sangue americano di tutti a eccezione di Osama bin Laden. Mi piacerebbe vedere qualcuno fargli una domanda su questo. Il regime iraniano è fondamentalista come non mai, le sue urla “Morte all’America” – la stessa America che chiama Grande Satana – tuonano come non mai. Ora, questo non dovrebbe essere sorprendente, perché l’ideologia del regime rivoluzionario iraniano è radicata profondamente nell’islam militante, e questa è la ragione per cui questo regime sarà sempre nemico dell’America. Non fatevi ingannare. La battaglia tra Iran e Stato islamico non trasforma l’Iran in un amico dell’America. L’Iran e lo Stato islamico sono in competizione per il primato dell’islam militante. Uno si fa chiamare la Repubblica islamica. L’altro lo Stato islamico. Entrambi vogliono imporre un impero islamico militante prima sulla regione e poi sul mondo intero. Sono soltanto in disaccordo su chi sarà a governare quell’impero. In questo “Game of Thrones” mortale non c’è spazio per l’America o per Israele, non c’è pace per i cristiani, gli ebrei o i musulmani che non condividono lo stesso credo islamista medievale, non ci sono diritti per le donne, non c’è libertà per nessuno.
Per questo, quando si tratta di Iran e Stato islamico, il nemico del tuo nemico è il tuo nemico. La differenza è che lo Stato islamico è armato con coltelli da macellaio, armi rubate e YouTube, mentre l’Iran potrebbe essere presto armato con missili balistici intercontinentali e bombe nucleari. Dobbiamo sempre ricordare – lo dico ancora una volta – che il pericolo più grande che minaccia il nostro mondo è l’unione tra militanti islamici e armi atomiche. Battere lo Stato islamico e lasciare che l’Iran abbia le armi nucleari è vincere la battaglia ma perdere la guerra. Non possiamo lasciare che accada. Ma adesso, amici miei, è esattamente quello che potrebbe succedere, se l’accordo che in questo momento è negoziato sarà accettato dall’Iran. L’accordo non impedirà all’Iran di sviluppare armi nucleari. Non farà che garantire che l’Iran abbia quelle armi, un mucchio di quelle armi. Lasciate che spieghi perché. Mentre l’accordo finale non è stato ancora firmato, certi elementi di ogni potenziale accordo sono ormai di dominio pubblico. Non c’è bisogno dei servizi segreti per esserne a conoscenza o di informazioni d’intelligence. Potete cercarle su Google. Senza una cambio drastico sappiamo con certezza che ogni accordo con l’Iran includerà due grandi concessioni. La prima grande concessione lascerà all’Iran la sua vasta infrastruttura nucleare, grazie alla quale il tempo per arrivare alla bomba è molto ridotto.
E’ il cosiddetto break-out time, il tempo che ci vuole per ammassare abbastanza uranio di grado militare o plutonio per una bomba nucleare. Secondo l’accordo, non un solo sito nucleare sarà demolito. Migliaia di centrifughe usate per arricchire l’uranio saranno lasciate a girare. Migliaia saranno temporaneamente disconnesse, ma non distrutte. Siccome il programma nucleare dell’Iran sarà lasciato in gran parte intatto, il tempo di breakout sarà molto breve – circa un anno secondo le stime americane, ancora più breve secondo quelle israeliane. E se il lavoro dell’Iran su centrifughe avanzate, centrifughe sempre più veloci, non sarà fermato, quel tempo di break-out potrebbe essere ancora più breve. E’ vero, certe restrizioni sarebbero imposte sul programma e ci sarebbe la supervisione degli ispettori internazionali. Ma ecco il problema: gli ispettori registrano violazioni, non le fermano. Gli ispettori sapevano che la Corea del nord stava per fare la Bomba, ma non fecero nulla. La Corea del nord spense le telecamere, cacciò via gli ispettori. In pochi anni, ottenne la Bomba. Ora, sappiamo che in cinque anni la Corea del nord potrebbe avere un arsenale di cento bombe atomiche.
Come la Corea del nord, anche l’Iran ha sfidato gli ispettori internazionali. Lo ha fatto in almeno tre separate occasioni , nel 2005, 2006, 2010. Come la Corea, l’Iran ha rotto i sigilli e spento le telecamere. Ora, so che questo potrebbe essere uno choc per ciascuno di voi, ma l’Iran non soltanto sfida gli ispettori, ma li inganna. L’agenzia nucleare delle Nazioni Unite ha detto di nuovo ieri che l’Iran rifiuta di essere chiaro sul programma nucleare. L’Iran è stato anche sorpreso – due volte, non una – a operare siti nucleari segreti a Natanz e Qom, siti che gli ispettori nemmeno sapevano esistessero. Proprio adesso, l’Iran potrebbe nascondere siti atomici di cui non sappiamo nulla, né in America né in Israele. Come disse il capo degli sipettori dell’Aiea nel 2013: “Se non c’è nessun sito segreto in Iran oggii , sarà la prima volta in vent’anni che c’è”.
L’Iran ha già dimostrato di non meritare fiducia. E questo è il motivo per cui la prima grande concessione è una fonte di grande preoccupazione. Perché lascia l’Iran con una vasta infrastruttura nucleare e s’affida a ispettori per prevenire il break-out. Questa concessione crea il pericolo reale che l’Iran possa ottenere la bomba violando l’accordo. Ma la seconda grande concessione crea il pericolo ancora più grande per cui l’Iran potrebbe ottenere la Bomba mantenendo l’accordo. Perché virtualmente tutte le restrizioni sul programma nucleare dell’Iran scadranno automaticamente in circa un decennio. Ora, un decennio può sembrare molto tempo nella vita politica, ma è un battito di ciglia nella vita di una nazione. (…)
La Guida Suprema dell’Iran lo dice apertamente. Dice che l’Iran pianifica di avere 190 mila centrifughe, non le seimila o perfino le 19 mila che ha oggi, ma dieci volte di più. Con questa capacità incredibile, l’Iran potrebbe produrre il combustibile per un intero arsenale nucleare nel giro di settimane, una volta che lo decide. Il mio amico di vecchia data, John Kerry, segretario di stato, ha confermato la scorsa settimana che l’Iran può possedere legalmente un’enorme quantità di centrifughe quando l’accordo scade. Ora, voglio che ci pensiate. Il maggiore sponsor del terrorismo globale può essere a settimane di distanza da avere abbastanza uranio arricchito per un arsenale intero di armi nucleari, e questo con la piena legittimazione internazionale. E inoltre il programma di missili intercontinentali dell’Iran non è parte dell’accordo, e finora l’Iran rifiuta anche di metterlo sul tavolo negoziale. Ora, l’Iran potrebbe avere i mezzi per lanciare questo arsenale nucleare agli angoli più remoti del mondo, compresa ogni parte degli Stati Uniti. Per cui vedete, amici, che questo accordo comporta due concessioni fondamentali: uno, lascia l’Iran con un ampio programma nucleare, e due, solleva le restrizioni su questo programma in circa un decennio.
E’ per questo che questo accordo è così cattivo. Non blocca il cammino dell’Iran verso la Bomba. Fa strada all’Iran su questo cammino. E allora perché qualcuno vorrebbe fare questo accordo? Perché sperano che l’Iran migliori nei prossimi anni o perché ritengono che le alternative a questo accordo siano peggiori? Beh, io sono in disaccordo. Non credo che il regime fondamentalista dell’Iran migliorerà dopo l’accordo. Questo regime è stato al potere per 36 anni, e il suo appetito vorace per la violenza aumenta ogni anno. L’Iran sarebbe meno aggressivo se le sanzioni fossero rimosse e la sua economia fosse più forte? Se l’Iran sta inghiottendo quattro nazioni ora che è sotto sanzioni, quante altre ne divorerà quando le sanzioni saranno sollevate? L’Iran finanzierà meno il terrorismo quando avrà montagne di denaro con cui finanziare di più il terrorismo? Perché il regime estremista dell’Iran dovrebbe migliorare quando può godere del meglio dei due mondi: aggressioni all’estero, prosperità in patria? Questo è quello che tutti si chiedono nella nostra regione. I vicini di Israele – i vicini dell’Iran sanno che l’Iran diventerà ancora più aggressivo e sponsorizzerà ancora di più il terrorismo quando la sua economia sarà liberata e gli sarà dato il via libera per la Bomba. E molti di questi vicini dicono che risponderanno cercando di ottenere l’arma nucleare per se stessi.
Perciò questo accordo non migliora l’Iran, peggiora soltanto il medio oriente. Un accordo che dovrebbe prevenire la proliferazione nucleare potrebbe invece provocare una corsa alle armi nucleari nell’area più pericolosa del pianeta. Questo accordo non sarà un addio alle armi. Sarà un addio al controllo delle armi. (…)
Una regione dove piccole scaramucce possono provocare grandi guerre sarebbe trasformata in una polveriera nucleare. (…) Signore e signori, sono venuto qui oggi per dirvi che non dovete scommettere la sicurezza del mondo sulla base della speranza che l’Iran migliorerà. Non dobbiamo giocare d’azzardo con il nostro futuro e con il futuro dei nostri bambini. Possiamo rimanere saldi sul fatto che le restrizioni al programma nucleare dell’Iran non siano sollevate finché l’Iran continua la sua aggressione nella regione e nel mondo. Prima di sollevare queste restrizioni, il mondo deve chiedere che l’Iran faccia tre cose. Primo, porre fine alla sua aggressione contro i suoi vicini nel medio oriente. Secondo, smettere di sostenere il terrorismo in tutto il mondo. E terzo, smettere di minacciare di annichilire il mio paese, Israele, il solo e unico stato ebraico. Se le potenze mondiali non sono pronte a insistere sul fatto che l’Iran cambi il suo comportamento prima che l’accordo sia siglato, almeno dovrebbero insistere che l’Iran cambi il suo comportamento prima che l’accordo si esaurisca.
Se l’Iran cambia il suo comportamento, le restrizioni saranno sollevate. Se l’Iran non cambia il suo comportamento, le sanzioni non dovrebbero essere sollevate. Se l’Iran vuole essere trattato come un paese normale, che si comporti come un paese normale. Amici, e che dire dell’argomento secondo cui non c’è alternativa a questo accordo, secondo cui il know-how nucleare dell’Iran non può essere eliminato, che il suo programma nucleare è così avanzato che il meglio che possiamo fare è ritardare l’inevitabile, che è essenzialmente quello che l’accordo proposto cerca di fare? Ora, il know-how nucleare senza infrastrutture non può fare molto. Un pilota senza auto non può guidare. Senza migliaia di centrifughe, tonnellate di uranio arricchito o strutture per l’acqua pesante, l’Iran non può produrre armi nucleari. Il programma nucleare dell’Iran può essere portato molto più indietro rispetto alla proposta attuale insistendo su un accordo migliore e mantenendo alta la pressione su un regime molto vulnerabile, specie dopo il recente crollo del prezzo del petrolio. Ora, se l’Iran si allontana dal tavolo negoziale – e questo succede spesso nel bazar persiano – scoprite il loro bluff. Loro torneranno, perché hanno bisogno di questo accordo molto più di voi. E mantenendo alta la pressione sull’Iran e su quelli che fanno affari con l’Iran, avete il potere di averne ancora più bisogno.
Amici, per oltre un anno ci è stato detto che nessun accordo è meglio di un cattivo accordo. Questo è un cattivo accordo, un pessimo accordo. Stiamo meglio senza. Ci è stato detto che l’unica alternativa a questo cattivo accordo è la guerra. Questo non è vero. L’alternativa a questo cattivo accordo è un accordo molto migliore. Un accordo migliore che non lasci l’Iran con ampie infrastrutture nucleari e un tempo di break out così ristretto. Un accordo che mantenga le restrizioni sul programma nucleare iraniano fino a che l’aggressione dell’Iran non termina. Un accordo che non dia all’Iran accesso facile alla Bomba. Un accordo che Israele e i suoi vicini potrebbero anche non gradire, ma con i quali possono vivere, letteralmente. E nessun paese tiene di più a un buon accordo che rimuova pacificamente questa minaccia di Israele. Signore e signori, la storia ci ha messo davanti a bivi fatali.
Ora dobbiamo scegliere tra due strade. Una porta a un cattivo accordo che al meglio ridurrà le ambizioni nucleari dell’Iran per un poco, ma porterà inesorabilmente a un Iran dotato di arma atomica, la cui sfrenata ambizione porterà inevitabilmente alla guerra. La seconda strada, per quanto difficile, può portare a un accordo molto migliore, che prevenga un Iran nucleare, un medio oriente nuclearizzato e le orribili conseguenze che entrambi potrebbero avere per tutta l’umanità. (…)
Amici, fronteggiare l’Iran non è facile. Fronteggiare un regime oscuro e omicida non lo è mai. Con noi oggi c’è il sopravvissuto dell’Olocausto e premio Nobel Elie Wiesel. Elie, la tua vita e il tuo lavoro ci ispirano a dare senso alle parole “mai più”. E ti prometto, Elie, che le lezioni della storia sono state imparate. Posso solo esortare i leader del mondo a non ripetere gli errori del passato. A non sacrificare il futuro per il presente, a non ignorare l’aggressione sperando in una pace illusoria. Ma vi posso garantire che i giorni in cui il popolo ebraico è rimasto passivo contro nemici genocidiari sono finiti. Non siamo più sparsi tra le nazioni, incapaci di difenderci. Abbiamo recuperato la sovranità nella nostra antica patria. E i soldati che difendono la nostra patria hanno coraggio infinito. Per la prima volta in cento generazioni noi, il popolo ebraico, possiamo difenderci da soli. Ed è per questo, è per questo che io, come primo ministro di Israele, posso promettervi ancora una cosa: anche se Israele dovrà resistere da solo, Israele resisterà. Ma so che Israele non è da solo. So che l’America è con Israele. So che voi siete con Israele. Siete con Israele perché sapete che la storia di Israele non è solo la storia del popolo ebraico, ma quella dello spirito umano che rifiuta ancora di soccombere agli orrori della storia. (…)
Prima che il popolo di Israele entrasse nella terra di Israele, Mosè ci ha dato un messaggio che ha rafforzato i nostri intenti per migliaia di anni. Vi lascio questo messaggio oggi [parla inizialmente in ebraico], “Siate forti e risoluti, non abbiate paura e non temeteli”. Amici, Israele e l’America resisteranno sempre insieme, forti e risoluti. Possiate non temere né aver paura delle difficoltà che ci aspettano. Affrontiamo il futuro con fiducia, forza e speranza. Dio benedica Israele, Dio benedica l’America. Siete bellissimi. Grazie.

lunedì 2 marzo 2015

Il silenzio dell’Onu sulla minaccia Hezbollah genererà nuove violenze

Grace Meng, membro democratico del Congresso Usa, New York, coautrice di questo articolo
Grace Meng, membro democratico del Congresso Usa, New York, coautrice di questo articolo
 
Ancora una volta, l’Iran sta alimentando instabilità e violenza in Medio Oriente. Sebbene siano trascorsi nove anni dalla guerra tra Israele e Hezbollah, i recenti scontri tra Israele e la milizia libanese asservita all’Iran dimostrano che la tensione potrebbe degenerare in qualsiasi momento. Il recente spudorato attacco di Hezbollah contro un convoglio militare israeliano ha causato la morte di due soldati israeliani e, nel successivo scambio di colpi, di un casco blu delle Nazioni Unite. Si tratta del più grave incidente dal 2006 e potrebbe essere la premessa di una conflagrazione assai più ampia.
Il Dipartimento di stato americano ha condannato con forza l’azione di Hezbollah definendola “una palese violazione del cessate il fuoco tra Libano e Israele e della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu numero 1701″. Il Consiglio di Sicurezza approvò la risoluzione 1701 dopo la guerra in Libano dell’estate 2006 con lo scopo di garantire un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah e porre fine agli scontri armati. Israele si ritirò dal Libano grazie espressamente alle garanzie contenute nella 1701, che proibisce “la vendita e fornitura in Libano di armi e materiali connessi, ad eccezione di quanto autorizzato dal suo Governo” e prevede “l’istituzione tra la Linea Blu [confine internazionale] e il fiume Litani di una zona senza personale armato, dotazioni o armamenti che non siano quelli del governo del Libano e delle truppe UNIFIL”.
Mark Meadows membro repubblicano del Congresso Usa, North Carolina, coautore di questo articolo
Mark Meadows membro repubblicano del Congresso Usa, North Carolina, coautore di questo articolo
 
Purtroppo la 1701 è stata regolarmente violata sin da quando venne approvata l’11 agosto 2006, senza che siano state prese misure né sanzioni contro i trasgressori, che anzi hanno goduto di scarsa attenzione nelle sedi internazionali. Già da molto tempo Nazioni Unite e Libano avrebbero dovuto far rispettare questa risoluzione di fondamentale importanza, prima che le violenza peggiori drammaticamente.
In base alla 1701, le Forze interinali Onu in Libano (UNIFIL) sono state incaricate di impegnare i miliziani Hezbollah al fine di garantire che l’area di competenza dell’UNIFIL non venisse utilizzata per attività ostili, e di assistere il governo del Libano per assicurare che tutte le milizie fossero disarmate.
Nonostante le prove costanti delle massicce violazioni della risoluzione da parte di Hezbollah e della mancanza di cooperazione da parte delle forze armate libanesi, le Nazioni Unite, purtroppo, non hanno agito per più di otto anni e non stanno assolvendo agli impegni che si sono assunte con la 1701. Durante questo periodo di otto anni, Hezbollah – una milizia armata chiaramente illecita – ha consolidato il suo controllo sul Libano meridionale e ha accumulato un arsenale di razzi e missili stimato in quasi 100.000 ordigni, tutti puntati contro Israele. Secondo recenti rapporti, l’Iran ha fornito a Hezbollah nuovi missili avanzati tipo “Fateh”, con una gittata di 250-350 chilometri, capaci di trasportare testate da 500 kg. Oltre all’arsenale di razzi, Hezbollah avrebbe acquisito anche avanzati sistemi di difesa anti-aerea e anti-navale dalla e/o attraverso la Siria, e avrebbe accresciuto i suoi armamenti anti-carro e anti-blindati. Sia la quantità che la qualità di questi missili dell’arsenale Hezbollah minacciano di sopraffare il sistema di difesa anti-missilistico israeliano, il che potrebbe innescare una rapida reazione tesa ad annullare la minaccia missilistica, causando sostanziali perdite su entrambi i lati.
Missile Fateh-110 durante una parata in Iran
Missile Fateh-110 durante una parata in Iran
 
A differenza di Iran e Hezbollah, Israele ha pienamente rispettato la risoluzione 1701: non solo ha rispettato i propri impegni nell’ambito della risoluzione ritirandosi completamente dal Libano, ma ha anche reagito con grande moderazione alle attività militari di Hezbollah in Libano e Siria. Inoltre, Israele ha collaborato con l’Ufficio Onu per il Coordinamento degli affari umanitari offrendo supporto umanitario in Libano, e ha curato a proprie spese una grande quantità di siriani feriti nella guerra civile del loro paese.
Tuttavia, dopo essersi ritirato dal sud del Libano nel 2006, oggi Israele si trova a fronteggiare un confine settentrionale estremamente più instabile, mutevole e minaccioso perché il governo di Beirut e le Nazioni Unite non hanno mantenuto i loro impegni. Di conseguenza, tutti i principali centri abitati israeliani sono sotto la minaccia di missili e razzi Hezbollah come non era mai accaduto prima d’ora.
Un’altra guerra tra Israele e Hezbollah avrebbe conseguenze devastanti per tutte le parti coinvolte. Le Nazioni Unite, un’organizzazione creata per aiutare a mantenere la pace e la stabilità, purtroppo finora non sono riuscite a farlo nel sud del Libano nonostante il chiaro mandato della risoluzione 1701. Il mondo ha temporeggiato sui propri impegni mentre Hezbollah accumulava un arsenale di 100.000 razzi e missili, compresi i sofisticati missili “Fateh” forniti dall’Iran, schierati a sud del fiume Litani lungo il confine con Israele. La mancanza di iniziativa dell’Onu e della comunità internazionale su questo scacchiere finirà col generare nuove violenze, con grave danno per Israele, per il Libano e per la causa della pace e della stabilità in Medio Oriente.
(Da: Times of Israel, 1.3.15)

domenica 1 marzo 2015

Il vittimismo palestinese e le bugie su Israele. I fatti

di

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.” È questa la frase più celebre del ministro nazista per la propaganda Joseph Goebbels, un insegnamento che alla fine è risultato essere una delle più note lezioni di quella storia che non si deve ripetere. Non sono pochi i politici e i regimi che nel ‘900 parrebbe si siano ispirati a questa sua massima per condurre le loro campagne politiche, così anche la strategia comunicativa dei palestinesi pare ispirarsi proprio a quella del gerarca nazista. Non casualmente visto gli storici legami, infatti negli anni ’30 il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi, e il leader nazista Adolf Hitler si incontravano per confrontarsi e scambiarsi sostegno reciproco. Vittimismo, retorica e menzogna sono stati la base su cui i “poveri” palestinesi e i loro strenui difensori hanno costruito un castello di balle, fragile quanto solido e ben noto al grande pubblico.
Fortunatamente esiste però ancora chi si prende la briga di confutare tutte le menzogne che da decenni vengono diffuse sul conflitto israelo-palestinese, sulle condizioni dei palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania ed in particolare contro Israele. È infatti un noto giornalista israeliano storico-scientifico, ad occuparsi da anni di ricercare la semplice verità, dati alla mano, sulla realtà di Israele e Palestina, ma anche su quanto viene detto dai protagonisti delle due realtà e dai loro supporters sparsi nel mondo. Ben-Dror Yemini, è il giornalista israeliano di origini yemenite che sta girando il mondo per raccontare la verità, consentendo a chi lo ascolta di farsi un’idea senza basarsi sui pregiudizi o sui preconcetti. Yemini ha da poco ha fatto tappa in Italia per alcune presentazioni dei suoi dossier, nei quali cita le fonti di ogni sua affermazione e menzione con maniacale precisione, così che quel che dice sia verificabile e inconfutabile.
Qual è la verità snocciolata in dati sulle condizioni dei palestinesi e sul conflitto israelo-palestinese? Lui ce l’ha in tasca. In questi anni abbiamo sentito dire che il conflitto israelo-palestinese è la maggiore causa di violenza nel mondo, che l’oppressione del popolo palestinese da parte di Israele è un dato certo di una violenza sconvolgente, che Gaza è una prigione a cielo aperto o addirittura un lager, che Hamas si occupa di difendere il suo popolo, che è necessario continuare a finanziare e sostenere in ogni forma la resistenza palestinese e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina affinché si possano liberare dall’invasione israeliana fondando uno Stato, che per farlo hanno bisogno di avere i territori “occupati” o addirittura tutto il territorio dell’ex mandato britannico. Abbiamo sentito dire che hanno ragione a voler distruggere Israele perché loro erano lì prima e la fine dell’unico Paese solido, stabile e democratico del Medio oriente sarebbe l’unica soluzione al conflitto.
Bansky - Muro israelianoNiente di più falso, propagandistico e fazioso di quanto ho riportato sopra ma, come sappiamo, ripetere continuamente qualsiasi menzogna rischia di farla divenire verità. La chiave di lettura dello schema che tiene in piedi il “giochetto” politico, diplomatico e mediatico palestinese probabilmente è la questione dei “rifugiati” palestinesi. La scusa umanitaria di ogni scellerata scelta politica dei loro rappresentanti. Il termine “rifugiato” è nato durante il primo esodo palestinese, la cosiddetta “Nakba“, la “catastrofe”, l’inizio del conflitto che ha portato all’esodo degli arabi locali, i palestinesi, da quello che è divenuto lo Stato ebraico. L’organizzazione delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA), definisce “rifugiato palestinese” una persona “il cui normale luogo di residenza è stata in Palestina tra il giugno 1946 e maggio 1948, che ha perso sia l’abitazione che i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948″. La questione della liquidazione dei rifugiati è spesso citata come un potenziale accordo per i negoziati di pace israelo-palestinesi.
La definizione di rifugiato dell’UNRWA copre anche i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948 indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi palestinesi o in comunità permanenti. Si tratta di una grande eccezione alla normale definizione di rifugiato. In base a questa definizione, il numero di profughi palestinesi per l’ONU è passata da 711.000 nel 1950 a oltre 4 milioni di iscritti nel 2002, divenuti oggi oltre 5 milioni. La vicenda dei “rifugiati” palestinesi risulta così essere più unica che rara, anomala quanto strumentale al gioco dei terroristi di Hamas, di Hezbollah e dell’Olp. Dal 1913 al 1995 i rifugiati nel mondo sono stati 52 milioni, nessuno di loro è più tale, tranne i palestinesi.
Fu in realtà proprio il presidente della Palestina Abu Mazen a dire più volte negli scorsi anni che “la maggior parte dei palestinesi vive una vita normale”, la domanda sorge spontanea allora, come mai sono il popolo che ha ricevuto più aiuti economico-umanitari procapite nella storia di sempre? La risposta è semplice: in qualche modo l’apparato dell’Olp e quello militare terroristico di Hamas devono tirare avanti. Stesse motivazioni per le quali le l’Autorità palestinese non ha mai accettato proposte di risoluzione del conflitto, anche quando queste favorivano più i palestinesi degli israeliani, come nel caso della proposta Olmert, del Clinton plane o di Oslo, quando addirittura il principe saudita ambasciatore negli Usa disse che se Arafat avesse rifiutato sarebbe stato un criminale, “atto criminale” che ha ovviamente commesso. Pertanto tutti i palestinesi continueranno a vivere ancora per anni in quello che è considerato universalmente uno status d’emergenza temporaneo. Ripeto, questa forma di tutela non è mai stata data in questi termini e per tutto questo tempo a nessun altro nella storia dell’umanità. Ma facciamo un passo indietro, cosa successe 1948? Il 14 maggio nacque lo Stato d’Israele, che venne riconosciuto da quasi tutti i paesi del mondo, fatta eccezione che per tutti i paesi arabi, furono infatti gli arabi confinanti ad invadere Israele il giorno successivo la sua nascita. Il risultato di quella che divenne la guerra d’indipendenza d’Israele fu la vittoria d’Israele, nonché, 850.000 profughi (ebrei) israeliani, un numero superiore di quasi 150.000 persone rispetto a quelli palestinesi. Nonostante questi numeri oggi nessun ebreo o cittadino israeliano è più un profugo, mentre i palestinesi lo sono tutti. Ma vediamo come vivono oggi realmente i palestinesi: la loro aspettativa di vita è di 74-75 anni, notevolmente più alta della media globale che si ferma a 68 e più alta anche di paesi come la Russia e l’Egitto che si fermano mediamente a 70 anni. La mortalità infantile è la più bassa del Medio Oriente, con un’incidenza del 13 per mille che diminuisce ogni anno. Passiamo all’istruzione, settore nel quale i palestinesi raggiungono addirittura dei record, avendo il più alto tasso di laureati del mondo arabo, il 49% della popolazione scolarizzata e il 95% di loro sono alfabetizzati. Se questi sono i risultati della violenta Bandiere Israele-Palestinaoccupazione israeliana c’è solo da sperare che Israele occupi tutto il Medio oriente e oltre. Una cosa è vera rispetto a tutte le accuse, questi dati d’eccellenza per il mondo arabo i palestinesi non li hanno sicuramente ottenuti grazie a se stessi, ma piuttosto grazie ad Israele, che continua, nonostante la loro morosità, a fornire gratuitamente loro acqua, elettricità, cibo e risorse di ogni sorta.
Quantifichiamo la violenza del conflitto israelo-palestinese, di cui sentiamo parlare costantemente, questa che percentuale rappresenta rispetto alla violenza nel mondo? Lo zero virgola qualcosa percento. Mentre la jihad islamica mondiale può vantare un 29%. L’ultimo dato che ci tengo a fornirvi è il seguente, Hamas, il braccio armato della lotta palestinese contro Israele, riporta ancora nel suo statuto come obiettivo la distruzione dello Stato ebraico e l’eliminazione degli ebrei dalla zona e non è soltanto un’organizzazione palestinese di resistenza anti-israeliana, come vogliono farci credere alcuni, ma si considera ed è considerata parte della jihad, la guerra santa dell’islam. Mi auguro che con questi dati abbiate almeno un po’ di strumenti in più per smentire e combattere le tantissime menzogne che ogni giorno vengono diffuse contro Israele, perché difendere Israele è un dovere di ognuno di noi, se cadrà Israele cadrà l’Occidente intero.

La bufala dell’inondazione di Gaza «per colpa di Israele»

Agence France Presse (AFP), fra le più grandi agenzie di stampa al mondo assieme a Reuters e Associated Press, ha pubblicato un video falso che mostrerebbe l’inondazione della Striscia di Gaza in seguito al diluvio della scorsa settimana, titolando «interi villaggi a Gaza allagati dopo che Israele ha aperto le porte delle dighe». Peccato che Israele non abbia alcuna diga a sud. L’accusa infondata ha fatto il giro del web e dei media. Più tardi AFP ha ritirato la notizia.
Il video riportava le accuse di Ead Zino, residente a Al-Maghraqa, vicino Gaza: «ogni quattro anni scoppia una guerra, ma qui a Maghraqa ogni anno c’è un’inondazione. L’acqua proviene da Israele. Israele ci vuole distruggere» (in effetti, Ead Zino nell’intervista in arabo si è riferito a «gli ebrei», ma AFP ha tradotto in «Israele»).
Nell’articolo non è stata proposta alcuna replica da parte israeliana, atta a confutare la palese invenzione. L’articolo originario così riportava: «almeno 80 case palestinesi sono state allagate dopo che i livelli di acqua della Gaza Valley sono saliti di quasi tre metri, inducendo le famiglie a cercare altrove riparo, in seguito alla decisione delle autorità israeliane di aprire diverse dighe».
L’agenzia di stampa ufficiale palestinese Al Wafa ha anche aggiunto che Israele «pompa consistenti quantità d’acqua piovana verso la Striscia di Gaza, provocando l’allagamento di diecine, secondo testimonianza raccolte».
Un portavoce del Coordinamento delle Attività Governative a Gaza (COGAT) conferma che l’accusa è totalmente infondata, dal momento che nell’Israele meridionale non c’è alcuna diga. A causa delle recenti forti piogge, le acque hanno defluito in tutta la regione, senza che sia intervenuta alcuna volontà umana.
Il portavoce ha aggiunto che prime delle recenti piogge che hanno devastato l’area, il COGAT ha «autorizzato il trasferimento di quattro pompe idrauliche alla Palestinian Water Authority, che si aggiungono alle 13 già presenti a Gaza per affrontare al meglio le inondazioni che potenzialmente possono colpire la Striscia“.

martedì 24 febbraio 2015

Tel Aviv named ‘best beach party spot on planet’ | ISRAEL21c

Tel Aviv named ‘best beach party spot on planet’ | ISRAEL21c

Franco Di Mare a UNomattina

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"Smettiamo di voler distruggere Israele": il messaggio di speranza del palestinese Eid Bassem

Di: Roberto Zadik
 
Una testimonianza importante in questi anni difficili per Israele e per il mondo ebraico arriva da una fonte insospettabile e inaspettata come un sito palestinese. Il sito “Times of Israel”, autorevole portale israeliano di informazione in inglese, riporta la lettera contenuta nel blog di Eid Bassem, direttore e fondatore del Gruppo di Monitoraggio per i Diritti Umani Palestinesi che si trova a Gerusalemme.
Il testo è molto autocritico e cerca di essere obbiettivo e non, come spesso accade, fazioso o rabbioso o peggio ancora antiisraeliano e antisemita e in questi tempi in cui l’Europa è travolta da episodi gravi di intolleranza  le parole di Bassem sembrano veramente molto attuali e pertinenti.
“Sono un palestinese orgoglioso della mia identità e nato in un campo rifugiati da una grande famiglia, ma voglio solo la pace e il bene per il mio popolo e mi piacerebbe che tutto questo odio e distruzione finissero. Dopo 66 anni di errori e occasioni perse è venuto il momento per noi palestinesi di creare le condizioni per la pace e di lavorare per un futuro migliore. È ora di smettere di voler distruggere Israele e di abbandonare l’idea di buttare tutti gli ebrei a mare. Bisogna smettere di dar retta agli integralisti islamici e ai regimi arabi che ci strumentalizzano per una guerra distruttiva e insensata contro Israele”.
Parole forti e emozionanti che colpiscono per la sincerità e la moderazione e che esprimono senza troppi giri di parole concetti molto interessanti e anche originali. “Bisogna essere realistici. I palestinesi stanno sbagliando. A Gaza le nostre scuole vengono controllate da fanatici islamici che indottrinano i nostri figli e Hamas usa i nostri civili come scudi umani in una battaglia perdente contro Israele. Hamas mantiene il potere con la violenza e  questo garantisce, purtroppo, che il denaro venga speso in questo modo, per armare i palestinesi invece che per farli vivere meglio. Mentre il Presidente Abbas è molto rapido nel denunciare Israele quando attacca Hamas, invece si rivela assolutamente inefficiente quando non riesce a fermarlo dal provocare Israele”.
Ma il blog di Bassem non si ferma qui e prosegue con fermezza e precisione nelle sue argomentazioni.
“Nel West Bank, mentre Abbas non è stato in grado di bloccare la costruzione degli insediamenti israeliani, invece, nella zona l’unica cosa positiva sono le buone attività intraprese con le compagnie israeliane ma il movimento BDS (Boicottaggio, Sanzioni e disincentivazione economica) sta facendo del suo meglio per portarci via il lavoro. Il governo di Abbas sta diventando una dittatura che utilizza i fondi internazionali per consolidare il proprio potere più che per sviluppare l’economia palestinese. A Gerusalemme Est, l’Amministrazione palestinese ha perso così tanta credibilità nella popolazione locale che la maggioranza della gente preferisce vivere sotto il controllo delle autorità israeliane anche se ancora oggi alcuni di noi sembrano incapaci di vivere pacificamente in mezzo agli ebrei. Nei campi palestinesi nei Paesi arabi, i nostri diritti umani vengono costantemente violati e veniamo semplicemente strumentalizzati dalle popolazioni arabe per ragioni egoistiche e opportunistiche”.
Nel suo testo egli approfondisce anche  importanti punti come il rapporto con Israele e un nuovo approccio verso lo Stato ebraico.
“Nonostante quello che pensiamo, dobbiamo restare in Israele ed esso ha diritto a esistere. È il Paese degli ebrei, ma anche una nazione per gli arabi israeliani che vivono meglio di qualunque arabo nei Paesi arabi. Dobbiamo accettare questo dato di fatto e andare avanti. L’antisemitismo inneggiato da Hamas, Fatah e dal movimento BDS non è una risposta ai problemi palestinesi. Bisogna invece sapere convivere pacificamente e democraticamente a fianco degli israeliani. Abbiamo perso molte opportunità di farlo. Come nel 1947 quando i regimi arabi hanno incoraggiato la popolazione palestinese a rifiutare gli accordi di spartizione territoriali dettati dai piani delle Nazioni Unite. Abbiamo fallito anche nel periodo fra il 1947 e il 1967 quando ci siamo opposti alla proposta di creare uno Stato vicino a Israele e un’altra occasione buttata è stata quando, diverse volte ormai, ci hanno proposto la soluzione dei “due Stati” e noi non l’abbiamo mai accettato.
 
Noi sappiamo che gli israeliani vogliono vivere pacificamente e che la maggioranza di loro sono amichevoli e ben disposti verso di noi. Siamo anche a conoscenza che a causa della violenza palestinese in Israele spesso e volentieri hanno vinto le elezioni partiti di destra. Sappiamo anche che l’Egitto è stato capace di assicurare un accordo di pace molto favorevole per Israele per la fine delle ostilità e che un modo di fare tranquillo e pacifico giocherebbe a nostro favore molto di più che non un’aggressività estremista e retorica. Israele non accetterà mai un’influenza palestinese che miri a stravolgere il carattere ebraico del Paese. Questo significa che insistere sul ritorno di milioni di profughi palestinesi nello Stato ebraico si è rivelato una tremenda delusione. Inoltre i villaggi palestinesi dove questi ultimi dovrebbero tornare a vivere non esistono più da molto tempo. Stiamo mentendo a noi stessi”.
La conclusione della lettera di Bassem è particolarmente efficace. “Per fare la pace con Israele dobbiamo assolutamente cambiare il nostro approccio. Abbiamo bisogno di accettare che il diritto di ritorno palestinese verrà risolto mediante una compensazione economica che permetterà ai profughi di insediarsi anche nei Paesi arabi o nei Territori Palestinesi e non solo in Israele. Dobbiamo tener conto del fatto che la sicurezza di Israele è una priorità da salvaguardare a qualunque condizione ed è fondamentale per noi accettare che Gerusalemme Est resti una parte di Israele. L’elemento più importante, però, è che noi abbiamo bisogno di un governo eletto democraticamente che risponda in maniera efficiente ai bisogni della gente e per questo è necessario il sostegno della comunità internazionale. Così nel 2008 ho scritto a Nathan Sharansky, importante dissidente sovietico e autore del libro “The case for democracy” (Il caso per la democrazia”) che affermava il principio basilare che senza pace non ci può essere la democrazia. Fino a quando il cosiddetto leader palestinese impiegherà i fondi internazionali solo per fini personali o per corruzione, la popolazione palestinese non si fiderà di lui e cercherà un’alternativa che purtroppo viene rappresentata attualmente da Hamas.  Ebbene sette anni dopo è ancora più chiaro che questa mentalità non porta da nessuna parte. Il Presidente Abbas non ha più nessuna fiducia fra i  palestinesi e anche se egli volesse istituire un accordo di pace sarebbe per lui molto difficile proporlo con successo alla popolazione.  Sembra dunque che l’unica strada per i palestinesi sia una società il più possibile civile e dotata di forti istituzioni democratiche che includa la salvaguardia dei diritti umani e la fine delle violenze perpetrate dai palestinesi e dagli altri arabi. Questo  deve essere garantito dagli organismi internazionali che devono assicurarsi che i loro soldi vengano spesi in nome di questi obbiettivi e non per finanziare Hamas o Fatah. Non c’è dubbio che sia necessario un maggiore impegno per invertire l’attuale tendenza della società palestinese che sembra indirizzata verso la corruzione e la violenza sia nella Striscia di Gaza che nel West Bank . Ironicamente è solo a Gerusalemme Est, paradossalmente, che viene governata dalle autorità israeliane, che la maggioranza palestinese si sente adeguatamente rappresentata dai loro politici”.
Bassem finisce in bellezza con una nota speranzosa: “nonostante il presente, credo che il nostro futuro sarà brillante anche se abbiamo bisogno di orientarci verso la pace. Possiamo farlo con una democrazia solida che persegua i nostri interessi vivendo tranquillamente assieme a Israele e agli ebrei e beneficiando del successo economico israeliano e dei valori democratici del Paese. Abbiamo il potere di trasformare un nemico di lunga data in un amico. Compiere questa scelta ci permetterà di dare un futuro migliore alla nostra gente”.
 

PREMI OSCAR ALLE NAZIONI UNITE, IL DISCORSO DELL'AMBASCIATORE D'ISRAELE LASCIA A BOCCA APERTA

"Se gli Oscar per la salvaguardia della Pace e della Sicurezza internazionali fossero consegnati presso le Nazioni Unite, non sarei sorpreso se ad essere premiati fossero i seguenti candidati:
Nella categoria MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA ...
Per l'interpretazione di un paese pacifico e amorevole nonostante stia potenziando le risorse nucleari, negando l'Olocausto e minacciando di distruggere un altro Stato membro... l'Oscar va all'Iran.
Nella categoria MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Per il suo inesorabile sostegno al Regime di Assad nell'uccisione di centinaia di migliaia di civili... l'Oscar va a Hezbollah.
Nella categoria MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Per aver fatto scomparire le donne dalla sfera pubblica, l'Oscar va a... sorpresa sorpresa... all'Arabia Saudita. Qui non c'è gioco.
E infine, per la riscrittura della Storia, l'Oscar per la MIGLIORE SCENEGGIATURA va... all'Autorità Palestinese. Ma la verità è che l'Autorità Palestinese ha già ricevuto abbastanza premi da questa istituzione".

lunedì 23 febbraio 2015

Gerusalemme: arabo accoltella ragazzo israelaino

Un ragazzo ebreo di 27 è stato ferito a coltellate, domenica sera, da un 18enne arabo in piazza Tzahal, molto vicino al Municipio di Gerusalemme. L’aggressore è stato bloccato a terra dal sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, e da una delle sue guardie del corpo. “Ho agito d’istinto – ha poi spiegato il sindaco Barkat – Era chiaro che l’aggressore non intendeva attaccare me personalmente, ma se avesse continuato a cercare di pugnalare le persone sarebbe stato ucciso”.

L’israeliano Haick inventa lo SniffPhone per rilevare il cancro

           
SniffPhone Na-Nose Technion
Considerato in tutto il mondo come uno dei migliori ricercatori della sua generazione, il professor Hossam Haick ha dedicato gli ultimi suoi studi sulle tecniche per rilevare il cancro. La sua più recente innovazione, SniffPhone, è in linea con le precedenti ricerche sulla composizione chimica delle molecole odoranti. Nato dall’unione con NaNose e di uno smartphone, lo SniffPhone è stato pensato per integrare il sistema di diagnostica del nano-nose (naso elettronico). In origine in NaNose isolava e identificava le molecole responsabili degli odori nel respiro umano. In fase di sviluppo, nel 2006, il Prof. Haick ha lavorato per trasformare il sistema in una tecnologia portatile ed economica che rivoluzionerà il costo e la velocità del processo di diagnosi.
Lo SniffPhone è un sensore sensibile agli adori ed è in grado di rilevare il cancro allo stadio iniziale. Più piccolo rispetto al suo predecessore è destinato ad un uso esterno e si innesta sullo smartphone. Soffiando all’interno, i micro e nano sensori captano e analizzano le informazioni che successivamente vengono trasmesse allo smartphone. Quest’ultimo poco dopo visualizza la diagnosi sul display. Allo stato attuale, ad un paziente il cancro viene diagnosticato dopo l’insorgenza dei sintomi. Il risultato degli esami non è disponibile prima di alcuni mesi e la procedura richiede materiale complesso e costoso o tecniche di imaging mediche come la tomografia computerizzata (TC) o mammografica. Ogni macchina costa milioni di dollari e i risultati non sempre sono affidabili. NaNose invece, analizzando il respiro elabora immediatamente una diagnosi, ed è considerato affidabile al 90%. Con il nuovo SniffPhone è ora possibile diagnosticare precocemente la malattia o addirittura impedire, in caso di rischio, di contrarre la malattia prima che si manifesti.
Ad esempio, ad oggi, SniffPhone può rilevare il cancro al polmone, considerato il più letale di tutti i tumori, prima di qualsiasi altro test, consentendo al paziente di intervenire in tempo. Invece di effettuare esami del sangue, biopsie, scanner e altri esami invasivi, è sufficiente soffiare nello SniffPhone per diagnosticare la malattia. Molte sono le malattie che possono essere diagnosticate in tempi record e quindi essere trattate immediatamente. Supponendo che il paziente sia sottoposto alle cure immediatamente dopo la diagnosi con lo SniffPhone, questa nuova tecnologia potrà salvare vite umane. Facilmente trasportabile, potrebbe essere utilizzato anche nelle aree rurali in via di sviluppo ed in luoghi in cui a causa della mancanza di risorse i pazienti con il cancro non hanno accesso al materiale necessario.
A capo di un consorzio di ricercatori tedeschi, austriaci, finlandesi, irlandesi e lituani, il Prof. Haick e il proprio team hanno ricevuto un sostegno finanziario per più di 6 milioni di euro dalla Commissione Europea. Il prodotto finito sarà lanciato dalla startup israeliana Nanovation-GS, branca del Technion, il rinomato istituto israeliano di Tecnologia, dove il Prof. Haick ricopre il ruolo di Direttore Scientifico.
La fama del Prof. Haick nella comunità di ricerca è pari solo alla sua reputazione nel mondo accademico. Premiato per eccellenza nell’insegnamento, ha supervisionato il lavoro di molti studenti di talento a livello universitario e laureati di tutto il mondo. Per tutti questi meriti è stato richiesto come insegnante di nanotecnologie in inglese e arabo al Technion. Egli è anche Editore associato del Journal of Translational Engineering in Health and Medicine, membro di numerose riviste specializzate, è anche capo consukente scientifico di diverse aziende ed istituti di tutto il mondo.
Il Pf. Heick non è alla sua prima innovazione rivoluzionaria, ad oggi ha già ricevuto più di quaranta premi e riconoscimenti per il suo lavoro, tra cui il Marie Curie Excellence Award ed il Prix du Conseil européen de la recherche (ERC). È stato anche nominato Cavaliere dell’Ordine delle Palme Accademiche dal governo francese e scelto nel 2008 dal MIT Technology Review T35 che seleziona i 35 migliori scienziati dell’anno.

New York: processo per terrorismo contro l’Autorità Palestinese

L’accusa nel primo storico processo per terrorismo contro l’Autorità Palestinese in corso negli Stati Uniti ha concluso venerdì scorso la presentazione delle sue prove affermando d’aver dimostrato che l’Autorità Palestinese “ha cancellato intere famiglie lasciandosi alle spalle un fiume di sangue e di paura”.
Tocca ora alla difesa presentare le sue controdeduzioni, in una causa di risarcimento civile per omicidi intenzionali che potrebbe ammontare a miliardi di dollari.
Benché l’illustrazione del caso da parte dei ricorrenti sia durata circa un mese, con alcuni momenti molto commoventi, si può tentare una sintesi dei punti centrali.
Gli avvocati hanno sottolineato come i terroristi, molti dei quali detenuti in Israele, continuino a percepire salari e stipendi dall’Autorità Palestinese nonostante il fatto che siano stati condannati per omicidio, tentato omicidio e appartenenza a organizzazioni terroristiche. Dopodiché hanno dimostrato che questi terroristi, processati e condannati, ricevono regolari promozioni di status dall’Autorità Palestinese mentre stanno scontando la pena. Gli avvocati hanno poi dimostrato che l’Autorità Palestinese versa regolari pagamenti alle famiglie degli attentatori suicidi e di altri terroristi morti nel corso di attacchi terroristici, riconoscendoli tutti come “martiri”.
La caffetteria dell'Università di Gerusalemme dopo l'attentato del 30 luglio 2002
La caffetteria dell’Università di Gerusalemme dopo l’attentato del 31 luglio 2002
Un esempio illustrato dai querelanti è quello di Abdullah Barghouti (parente del più noto Marwan Barghouti, capo delle milizie Tanzim di Fatah, in carcere per pluriomicidi). Abdullah Barghouti (attualmente all’ergastolo in Israele per 66 omicidi) è l’ingegnere di Hamas che, fra l’altro, fabbricò le bombe per l’attentato del 31 luglio 2002 alla caffetteria dell’Università di Gerusalemme (9 morti, quasi cento feriti) e per altri efferati attentati. Secondo l’accusa, Abdullah Barghouti, arrestato nel 2001 dall’Autorità Palestinese per il suo coinvolgimento nella strage al ristorante Sbarro, nel 2002 venne scarcerato dopo che le Forze di Difesa israeliane avevano ucciso un altro terrorista. “L’Autorità Palestinese era infuriata con Israele – hanno spiegato gli avvocati – e rilasciò Barghouti per consentirgli di perpetrare altri attacchi contro Israele come vendetta per le azioni dell’esercito israeliano. A Barghouti venne data una casa sicura, e lui poco dopo effettuò l’attentato all’Università di Gerusalemme”.
L’Autorità Palestinese è implicata nel terrorismo anche perché suoi uomini “hanno assicurato il trasporto dentro Gerusalemme di vari attentatori suicidi, compresa Wafa Idris, la terrorista che perpetrò l’attentato suicida in via Giaffa del 27 gennaio 2002 in cui venne gravemente colpita la famiglia di Mark Sokolow”, uno dei cittadini americani querelanti. Idris, un’infermiera nota per essere la prima donna terrorista suicida palestinese, utilizzò un’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese per superare i controlli e raggiungere il luogo dell’attentato.
Una delle vittim dell'attentato all'Univesrità di Gerusalemme alla cerimonia del 2012 per il decennale della strage
Una delle vittim dell’attentato all’Univesrità di Gerusalemme alla cerimonia del 2012 per il decennale della strage
Dopo aver presentato tutte queste prove, gli avvocati dovevano ancora operare i necessari collegamenti per evitare che l’Autorità Palestinese possa sostenere che, in ogni singolo caso presentato, non fosse dimostrato il coinvolgimento del livello alto decisionale dell’organizzazione, che poteva essere all’oscuro degli attacchi, o che alcuni aspetti dei casi portati come prova possano essere interpretati come forme giustificabili di resistenza di un movimento di liberazione anziché come terrorismo. Gli avvocati dell’accusa ritengono d’aver dimostrato che fornire incentivi in denaro alle famiglie dei “martiri” dopo ogni attacco equivale a “fornire risorse e supporto materiale” al terrorismo. Ritengono inoltre d’aver provato che Autorità Palestinese, Olp e Brigate Martiri di al-Aqsa sono tutte organizzazioni interconnesse fra loro e che ciascuna può essere ritenuta direttamente o indirettamente responsabile del comportamento delle altre. Ciò significa che l’Autorità Palestinese non può sottrarsi alla sua responsabilità per le azioni di un membro delle Brigate al-Aqsa sostenendo che si tratta di un’organizzazione separata (un vecchio trucco utilizzato da molti movimenti terroristi). Quanto poi alla natura squisitamente terroristica degli attentati in Israele, la cosa è stata dimostrata con la loro descrizione, a tratti molto toccante, fatta da alcuni cittadini ebrei americani sopravvissuti.
Un primo successo fondamentale per i querelanti è arrivato quando il giudice federale di New York, George B. Daniels, ha accettato come prove le sentenze di condanna dei tribunali israeliani, respingendo la tesi degli avvocati della difesa secondo cui i tribunali israeliani, in quanto “tribunali d’occupazione”, sarebbero “iniqui e prevenuti nei confronti dei palestinesi”.
“Siamo fiduciosi – ha dichiarato l’avvocato Nitsana Darshan-Leitner, attivista per i diritti umani, direttrice della ong giuridica Shurat HaDin – che la parte palestinese verrà ritenuta responsabile di questa politica di terrorismo diretto e intenzionale, concepito per intimidire gli israeliani e costringerli ad accettare i suoi obiettivi estremisti ogni volta che gli ‘sforzi diplomatici’ della parte palestinese non riuscivano nel loro intento”.
(Da: Jerusalem Post, 10.2.15)