Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 20 agosto 2015

La silenziosa pulizia etnica dei palestinesi

di Khaled Abu Toameh
pulizia-etnica-palestinesi-focus-on-israel
Non è un segreto che la maggior parte dei paesi arabi maltrattino da tempo i loro fratelli palestinesi sottoponendoli a una serie di leggi discriminatorie stile-apartheid e a norme che spesso negano loro i diritti fondamentali. In paesi come l’Iraq, il Libano, la Giordana, l’Egitto e la Siria, i palestinesi vengono trattati come cittadini di seconda e terza categoria, un fatto che costringe molti di loro a cercare una vita migliore negli Stati Uniti, in Canada, Australia e in vari paesi europei. Di conseguenza, oggi, parecchi palestinesi si sentono a disagio nei loro paesi di origine e in altri paesi arabi.
La situazione dei palestinesi nei paesi arabi ha iniziato a deteriorarsi dopo l’invasione irachena del Kuwait, nell’agosto 1990. I palestinesi furono i primi a “congratularsi” con Saddam Hussein per la sua invasione del vicino paese, che soleva fornire annualmente all’Olp decine di milioni di dollari. In molti, però, fuggirono dal Kuwait a causa dell’anarchia e dell’assenza di leggi che prevalsero dopo l’invasione irachena.
Quando il Kuwait venne liberato l’anno successivo da una coalizione guidata dagli Stati Uniti, circa 20.000 palestinesi furono espulsi dall’emirato ricco di petrolio come ritorsione per aver appoggiato l’invasione del paese da parte di Saddam. Altri 150.000 palestinesi erano fuggiti dal Kuwait prima della guerra del Golfo. Essi sospettavano una nuova incursione e si preoccuparono di ciò che sarebbe loro accaduto una volta che il Kuwait fosse stato liberato. La maggior parte dei palestinesi che lasciarono spontaneamente il Kuwait, o che furono espulsi, si stabilirono in Giordania.
I palestinesi residenti in Iraq stanno ora pagando un prezzo molto alto. Dal 2003, il loro numero è sceso da 25.000 a 6.000. Gli attivisti palestinesi dicono che gli iracheni stanno conducendo una campagna di pulizia etnica contro la popolazione palestinese presente nel paese. Secondo questi attivisti, dopo il crollo del regime di Saddam Hussein, le milizie sciite in Iraq hanno sistematicamente attaccato e intimidito la popolazione palestinese, inducendo molti a fuggire. Essi asseriscono che gli sciiti sono contrari alla presenza nel loro paese di sunniti non iracheni, compresi i palestinesi – soprattutto nella capitale Baghdad. Inoltre, a loro dire, molti sunniti che si sono opposti a Saddam hanno anche ingaggiato una guerra contro i palestinesi, come rappresaglia per l’appoggio da loro offerto al dittatore.
Thamer Meshainesh, leader della Lega per i palestinesi in Iraq, pochi giorni fa ha detto che i palestinesi si trovano a dover affrontare “violazioni senza precedenti” e “un numero crescente di attacchi”. Egli ha messo in guardia dal fatto che i palestinesi in Iraq sono stati presi di mira da varie milizie, come parte di una sistematica politica volta ad allontanarli dal paese.
Abu al-Walid, un ricercatore palestinese che da molti anni segue la difficile situazione dei palestinesi in Iraq, ha rimarcato che 19.000 dei 25.000 palestinesi residenti in Iraq hanno già abbandonato il paese. Egli ha anche notato che i palestinesi vengono presi quotidianamente di mira col pretesto di un loro coinvolgimento nel terrorismo. Secondo il ricercatore, molti palestinesi catturati dalle milizie sciite in Iraq sono stati brutalmente torturati e costretti a “confessare” il loro presunto coinvolgimento in atti di terrorismo.
Meshainesh e Abu al-Walid hanno accusato l’Autorità palestinese (Ap) di non riuscire ad aiutare i palestinesi residenti in Iraq. Essi hanno detto che l’unico tentativo compiuto dall’Ap a riguardo si è limitato a una “vuota retorica”.
I palestinesi dell’Iraq stanno pagando le conseguenze per essersi intromessi negli affari interni del paese. Questo è quanto accaduto ai palestinesi in Siria, Libano e in Libia. I palestinesi si trovano spesso coinvolti, direttamente o meno, nelle rivalità esistenti in seno ai paesi arabi. E quando sono in pericolo, gridano aiuto, come avviene oggi in Iraq.
Ma la cosa più interessante è la totale indifferenza mostrata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, dai media e dall’Autorità palestinese (Ap) verso il maltrattamento dei palestinesi nei paesi arabi.
L’Ap, i cui dirigenti sono impegnati quotidianamente nell’incitamento contro Israele, non ha tempo di preoccuparsi della propria gente nel mondo arabo. I leader dell’Autorità palestinese vogliono denunciare alla Corte penale internazionale “i crimini di guerra” commessi da Israele a causa della guerra condotta lo scorso anno contro Hamas e la continua costruzione di insediamenti in Cisgiordania.
Ma quando si tratta di pulizia etnica e delle torture cui sono sottoposti i palestinesi in paesi come l’Iraq, la Siria e il Libano, essi preferiscono fare finta di niente.
Allo stesso modo, i media internazionali sembrano aver dimenticato che ci sono decine di migliaia di palestinesi che vivono in vari paesi arabi. Gli unici palestinesi che i giornalisti occidentali conoscono e di cui si preoccupano sono quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Questi giornalisti non si curano dei palestinesi del mondo arabo perché non si può incolpare Israele della loro condizione. La notizia che un arabo viene ucciso o torturato non merita alcuna menzione in un importante quotidiano occidentale. Ma quando un palestinese si lamenta delle autorità israeliane o dei coloni ebraici (settlers), molti giornalisti si precipitano a coprire questo sviluppo “di rilievo”.
La pulizia etnica dei palestinesi in Iraq non è uno strano fenomeno nel mondo arabo. Nel corso degli ultimi anni, decine di migliaia di palestinesi sono fuggiti dalla Siria. La maggior parte si è spostata in Libano e Giordania, dove le autorità stanno facendo tutto il possibile per assicurare che i profughi palestinesi sappiano di essere sgraditi. Gli attivisti palestinesi stimano che nel giro di pochi anni non ci saranno più palestinesi in Iraq e in Siria.
Le Nazioni Unite e altri organismi internazionali ovviamente non sentono parlare della pulizia etnica dei palestinesi nel mondo arabo. Essi sono talmente ossessionati da Israele che preferiscono ignorare le sofferenze dei palestinesi sotto i regimi arabi.
Non solo i paesi arabi disprezzano i palestinesi, ma vogliono anche che essi siano un problema esclusivamente di Israele. Ecco perché dal 1948, i governi arabi si rifiutano di permettere ai palestinesi di risiedere in modo permanente nei loro paesi e diventare cittadini con pari diritti. Ora, questi paesi arabi non solo negano ai palestinesi i loro diritti fondamentali, ma li uccidono, li torturano e li sottopongono a pulizia etnica. E tutto questo accade mentre i leader mondiali continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e a stigmatizzare Israele.

giovedì 13 agosto 2015

IMAGINE - The Israeli version [hebrew subtitles


La guerra sotterranea di hamas

Ibrahim Adel Shehadeh Shaer, 21enne di Rafah affiliato a Hamas, arrestato dalle forze di sicurezza israeliane ai primi di luglio quando ha cercato di entrare in Israele per “motivi personali e umanitari”, ha rivelato agli investigatori molte informazioni cruciali circa le attività di Hamas nella striscia di Gaza. Fra l’altro, ha rivelato che una strada recentemente aperta da Hamas lungo la recinzione di confine con Israele era destinata a realizzare un attacco a sorpresa con tanto di irruzione in Israele di veicoli dei terroristi. Shaer ha anche confermato l’intenzione di Hamas di utilizzare allo stesso scopo i tunnel sotto il confine ricostruiti dopo la guerra della scorsa estate, durante la quale lo stesso Shaer è stato attivo nella logistica di supporto garantendo il trasporto di attrezzature militari ed esplosivi ed è stato anche coinvolto direttamente nelle zone di combattimento. Agli investigatori Shaer ha fornito informazioni su particolari posizioni, percorsi e siti di scavo nella zona di Rafah in direzione del valico di Kerem Shalom. Ha anche parlato del rapporto tra Hamas e Iran, confermando il trasferimento nella striscia di Gaza di aiuti militari, denaro, armi avanzate e apparecchiature elettroniche, inclusi dispositivi per disturbare le frequenze radio che servono per teleguidare i droni. Ha inoltre confermato che Hamas utilizza i materiali destinati alla ricostruzione civile per produrre armi, e che i civili vengono messi in pericolo da Hamas che immagazzina regolarmente esplosivi nelle abitazioni.

lunedì 10 agosto 2015

Attacchi terroristici palestinesi che non fanno notizia....

Un gruppo di palestinesi ha aggredito alle spalle a colpi di pugnale, domenica sera, un 26enne israeliano che stava facendo rifornimento ad un benzinaio sulla statale 443, presso Modiin. Uno degli aggressori è stato colpito e ucciso dalla reazione di alcuni soldati presenti sul posto. Le forze di sicurezza stanno dando la caccia agli altri complici. L’aggredito è stato ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme con ferite alla spalla. Si tratta della terza aggressione terroristica palestinese nell’ultima settimana.

A dieci anni dal ritiro, la lezione di Gaza

Editoriale del Jerusalem Post
Maggio 2000: ritiro israeliano dal sud del Libano
Maggio 2000: ritiro israeliano dal sud del Libano
Dieci anni dopo che Israele ha sgomberato le comunità ebraiche dalla striscia di Gaza e parte del nord della Samaria (Cisgiordania), sono molto pochi gli israeliani – sia a destra che a sinistra che al centro – ancora disposti a sostenere senza se e senza ma quello che venne definito “il disimpegno”.
Il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha recentemente definito quel ritiro un “errore”, e lo stesso ha fatto qualche tempo fa l’ex presidente d’Israele Shimon Peres. Anche Benjamin Netanyahu, che pure il 26 ottobre 2004 aveva votato a favore del piano di disimpegno, rassegnò le dimissioni in segno di protesta l’8 agosto del 2005, poco prima che fosse attuato, e da allora lo ha sempre criticato.
L’opinione pubblica israeliana si è spostata in modo significativo in questi ultimi dieci anni. Se nei mesi che precedettero il ritiro veniva registrata costantemente una forte maggioranza a favore del ritiro, un recente sondaggio mostra che la situazione è cambiata. Secondo il sondaggio condotto nel mese di luglio per conto del Begin-Sadat Center of Strategic Studies, il 63% degli intervistati afferma che all’epoca era contrario allo sgombero, e il 51% dice addirittura che gli israeliani dovrebbero tornare nella striscia di Gaza. Chiaramente diversi intervistati hanno proiettato sul passato il loro sentimento attuale di rammarico circa il ritiro.
Tuttavia sarebbe ingiusto sostenere che il disimpegno abbia portato solo danni a Israele. Dal punto di vista demografico, Israele ha cessato di essere responsabile per oltre un milione di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza. Oggi qualsiasi discussione sulla “bomba demografica a tempo” – l’argomento più forte contro ogni ipotesi di annessione o di soluzione ad un solo stato – può escludere dall’equazione i palestinesi di Gaza. E sebbene i critici sostengano che il ritiro ha scatenato i lanci di razzi e i colpi di mortaio, la realtà è che le comunità ebraiche sia all’interno della striscia di Gaza che nelle zone circostanti erano state ripetutamente attaccate già prima del disimpegno. Il primo missile Qassam venne sparato dai palestinesi di Gaza nel 2001, e furono molte di più le vittime, sia civili che militari, subite prima del disimpegno che dopo. Meno di 9.000 ebrei vivevano in mezzo a più di un milione di palestinesi violentemente ostili alla loro stessa esistenza. Aspettarsi che le Forze di Difesa israeliane li difendessero per tutto il tempo non era ragionevole.
Sinai: restituito all’Egitto con il Trattato di pace del 1979. Alture del Golan: ritiro e disimpegno delle forze nel 1974. Libano sud: ritiro israeliano dalla fascia di sicurezza nel maggio 2000. Striscia di Gaza: ritiro israeliano nell’agosto 2005.
Inoltre Israele ha raccolto alcuni frutti diplomatici del ritiro. Forse il più significativo è stata la lettera redatta nel 2004 dall’allora presidente degli Stati Uniti George Bush e approvata dalla stragrande maggioranza di entrambe le camere del Congresso, in cui si dice che i grandi blocchi di insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania) rimarranno parte integrante di Israele nel quadro di qualsiasi soluzione a due stati, e che il problema dei profughi palestinesi troverà soluzione dentro il futuro stato palestinese, e non dentro Israele. Quella lettera ha segnato un importante punto di svolta nella politica americana che aveva tradizionalmente considerato indistintamente tutti gli insediamenti come un ostacolo alla pace.
Detto tutto questo, però, l’insegnamento forse più grande che ci viene dal disimpegno di Gaza coincide con quello che è anche il suo più grande difetto: il ritiro ha dimostrato una volta per tutte quanto sia folle fare concessioni territoriali unilaterali. Lo scenario che si è realizzato dopo il ritiro unilaterale dell’esercito israeliano dal Libano meridionale nel maggio 2000, e che ha portato all’ascesa e al rafforzamento di Hezbollah, si è puntualmente ripetuto a Gaza. Meno di due anni dopo lo sgombero di Israele dalla striscia, con un sanguinoso colpo di stato Hamas ne estrometteva Fatah e ne prendeva il controllo. Ciò avvenne in gran parte perché il ritiro israeliano venne visto, perlomeno agli occhi dei palestinesi, come un successo del terrorismo e dei lanci di razzi di Hamas: dove le trattative non erano riuscite a ottenere concessioni territoriali, sostennero in modo convincente i fautori di Hamas, ci erano riusciti la violenza e il terrorismo.
Il successo di Hamas a Gaza nel procurarsi di contrabbando razzi sempre più grandi e più letali e a gittata sempre più a lunga, ha insegnato a Israele l’importanza di mantenere il controllo sui confini nel quadro di qualsiasi futura concessione territoriale ai palestinesi. La stessa lezione ci viene impartita dalla penisola del Sinai, tornata all’Egitto grazie agli accordi di pace di Camp David, e che oggi, sotto il controllo del Cairo, è degradata nel caos, sopraffatta da violente tribù beduine e da gruppi spietati legati ad al-Qaeda e allo “Stato islamico” (ISIS). Ecco dove nasce l’insistenza di Israele per mantenere il controllo sulla Valle del Giordano come condizione essenziale per la concessione di maggiore autonomia territoriale ai palestinesi in Cisgiordania.
Israele non vuole una replica in Cisgiordania di quanto è accaduto nel Libano meridionale, nella striscia di Gaza e nella penisola del Sinai.
Anche se l’opinione pubblica si è spostata negli ultimi dieci anni, da quando avvenne il ritiro del 2005 da Gaza e dal nord della Samaria, è sbagliato sostenere che quel disimpegno sia stato un completo fallimento. Ma la lezione forse più importante che si deve trarre da quel disimpegno è il potenziale pericolo insito nelle concessioni territoriali. Qualunque futura soluzione a due stati dovrà essere raggiunta mediante negoziati diretti con i palestinesi (certo non con pressioni unilaterali esercitate solo su Israele), e dovrà prevedere ferree misure di sicurezza. Ecco cosa bisogna tener bene a mente, a dieci anni dal ritiro da Gaza.
(Da: Jerusalem Post, 27.7.15)

Israele superpotenza per desalinizzazione e riciclo dell’acqua

La prima pagina del New York Times di sabato 30 maggio 2015
La prima pagina del New York Times di sabato 30 maggio 2015
 
Il New York Times ha dedicato l’apertura della prima pagina a Israele per il suo sistema di desalinizzazione dell’acqua tecnologicamente avanzato. Il giornale ha pubblicato un ampio reportage corredato da una grande foto, in cui si racconta il percorso che ha portato Israele, da paese dipendente dalla (scarsa) acqua piovana che era, a diventare una vera superpotenza della desalinizzazione e del riciclo.
“Un grande sforzo nazionale per desalinizzare l’acqua di mare del Mediterraneo e riciclare le acque reflue ha garantito al paese abbastanza acqua per tutte le sue necessità, anche nei periodi di grave siccità – scrive Isabel Kershner, giornalista della redazione di Gerusalemme del New York Times – Oggi oltre il 50% dell’acqua per le famiglie, per l’agricoltura e per l’industria israeliane viene prodotta artificialmente”.
Secondo il reportage, la vera inversione di tendenza è arrivata quando una siccità lunga sette anni, una delle più gravi che abbia mai colpito Israele, iniziata nel 2005 raggiunse il picco nel biennio 2008-2009 costringendo Israele ad affidarsi massicciamente alla desalinizzazione dell’acqua e al riciclaggio. Infatti le principali fonti di acqua dolce naturale del paese – il mare di Galilea, nel nord, e le falde acquifere della montagna e della costa – risultarono gravemente depauperate.
In questi anni, continua l’articolo, Israele è diventato il leader mondiale del riciclaggio e del riutilizzo delle acque reflue per l’agricoltura: tratta l’86% delle sue acque reflue domestiche e le ricicla per uso agricolo. “Al secondo posto la Spagna che ricicla il 17% delle sue acque di deflusso, mentre gli Stati Uniti riciclano solo l’1%”.
Kershner osserva che la rivoluzione idrica israeliana potrebbe avere anche un risvolto geopolitico: “Una nuova era di generosità dell’acqua potrebbe contribuire a migliorare i rapporti con i palestinesi e con la Giordania”.
L’articolo si guadagnerà probabilmente molta attenzione negli Stati Uniti, dove i mass-media sono sempre più preoccupati per la grave siccità che ha colpito la California, una potenza interna in fatto di agricoltura, e altre parti degli Stati Uniti occidentali. La crisi idrica in quelle aree ha già portato a un riesame della politica idrica degli Stati Uniti e all’attuazione di severe restrizioni da parte delle autorità statunitensi di gestione delle acque.
(Da: Israel HaYom, 31.5.15)

“Sta a noi incanalare le nostre energie verso il costruire anziché il distruggere”

Dov Kalmanovich incontra Inbar Azrak
Dov Kalmanovich incontra Inbar Azrak
La prima vittima israeliana della prima intifada palestinese, Dov Kalmanovich, ha visitato mercoledì le vittime israeliane e palestinesi della recente ondata di attacchi terroristici.
Kalmanovich, che oggi è vice sindaco di Gerusalemme, si è recato a visitare Inbar Azrak, la 27enne israeliana vittima di un’aggressione con ordigno molotov, e la famiglia Dawabshe, il cui figlio più piccolo è morto nel rogo appiccato da una molotov alla loro casa nel villaggio palestinese di Duma.
Azrak, la cui auto è stata colpita da una bomba incendiaria mentre transitava nei pressi di Beit Hanina (nella parte nord di Gerusalemme), è ricoverata all’Hadassah Ein Karem Medical Center. “Rimasi gravemente ferito in un attacco con bombe incendiarie 27 anni fa – ha raccontato Kalmanovich ad Azrak durante la sua visita – e venni ricoverato con ustioni sul 75% del corpo. Tuttavia, ritengo che sia mio dovere dirti che il recupero è possibile, con un sacco di ottimismo e di duro lavoro: io ne sono la prova vivente”. Azrak dal canto suo ha rievocato il momento dell’attentato, raccontando al vicesindaco lo shock che ha provato. Al termine della visita, gli ha detto che l’incontro le ha risollevato molto il morale.
Dov Kalmanovich incontr Satir Dawabshe
Dov Kalmanovich incontr Satir Dawabshe
Kalmanovich è poi andato a far visita alla famiglia Dawabshe, presso lo Sheba Medical Center. Riham Dawabshe, che ha perso il figlio più piccolo nell’incendio della loro casa, e suo figlio Ahmed di 4 anni sono ricoverati nell’ospedale in pericolo di vita per le gravi ustioni subite nell’attentato. La madre di Riham, Satir, ha incontrato Kalmanovich. “Chi ha commesso questo atto – la ha detto il vicesindaco di Gerusalemme – è un criminale e deve essere punito nel modo più severo previsto dalla legge. Sta a noi incanalare le nostre energie verso il costruire anziché il distruggere”. Satir si è commossa sino alle lacrime per la visita. “Il fatto che si identifichi con noi – ha detto – aiuta a rendere la cosa meno dolorosa e triste. Preghiamo Iddio perché Riham e Ahmed stiano bene”.
Dov Kalmanovich è nato e cresciuto a Gerusalemme, settima generazione a Gerusalemme della sua famiglia. Sotto la sua leadership l’ente per il restauro dello storico Quartiere ebraico di Gerusalemme ha ricostruito la settecentesca sinagoga di Hurva, distrutta dalla Legione Araba dopo la caduta della Città Vecchia nel 1948. Capolista di Bayit Yehudi a Gerusalemme per le elezioni municipali del 2013, è diventato vicesindaco della città. Agli inizi della prima intifada, nel gennaio 1988, una molotov scagliata da un palestinese di 14 anni infranse il parabrezza dell’auto su cui viaggiava Kalmanovich, lungo la strada da Gerusalemme e Beit El. Kalmanovich reagì rapidamente uscendo dal veicolo e rotolandosi a terra per spegnere le fiamme. Ma la molotov era stata riempita con una sostanza appiccicosa per far aderire le fiamme alla pelle della vittima e ci vollero diversi lunghi momenti per spegnere il fuoco. Un riservista di passaggio lo raccolse e lo portò di corsa con la sua macchina al primo ospedale, appena in tempo per salvargli la vita.
(Da: Israel HaYom, israele.net, 6.8.15)
Dov Kalmanovich nel 1988, con l’allora primo ministro israeliano Yitzchak Shamir
Dov Kalmanovich nel 1988, con l’allora primo ministro israeliano Yitzchak Shamir

lunedì 27 luglio 2015

Palestinesi provocano scontri a Gerusalemme

In occasione della solenne festività di Tisha B'Av nella quale si ricorda la distruzione del tempio, gruppi di giovani palestinesi mascherati e armati di pietre, bastoni e bottiglie incendiarie, erano pronti a colpire gli ebrei che si apprestavano a pregare al Kotel.
Solo il pronto intervento della polizia israeliana ha evitato il peggio. I palestinesi si sono quindi scagliati contro le forze di sicurezza  provocando almeno 4 feriti e si sono rifugiati nella moschea obbligando gli agenti a entrare nel luogo di preghiera per ristabilire l'ordine.
Una volta tanto i mezzi di informazione (almeno in Italia) hanno riportato correttamente l''esatto svolgimento dei fatti senza stravolgere la verità.




L’impronta del legionario romano

Ricostruzione di caliga romana
Ricostruzione di caliga romana

Accade di rado che gli archeologi possano letteralmente camminare sulle orme degli antichi popoli che studiano. In Israele è successo: recenti scavi condotti da un team dell’Università di Haifa nelle rovine di una città ellenistica sulle alture del Golan hanno portato alla luce delle impronte di calzari dei soldati romani risalenti a duemila anni fa.
Le impronte di suole chiodate vennero impresse nella malta ancora umida delle fortificazioni erette a Hippos, che sorge a est del Mare di Galilea (Lago di Tiberiade), come riferisce un articolo pubblicato all’inizio di questo mese su Popular Archaeology dal professor Michael Eisenberg.
Hippos era una delle dieci città ellenistiche sparse fra quelli che sono oggi Israele, Siria e Giordania, conosciute nell’antichità come la Decapoli. Gli archeologi dell’Università di Haifa vi hanno condotto campagne di scavi ogni anno a partire dal 2000. Le rovine sono particolarmente notevoli per lo stato si conservazione della basilica, del foro e del teatro, il tutto ricavato dal basalto nero delle alture del Golan e arroccato sulle rocce che sovrastano il Mare di Galilea.
E’ qui che la squadra di ricercatori ha trovato una singola impronta completa di una caliga romana, insieme a diverse impronte incomplete, facilmente identificabili per i segni lasciati dai chiodi di ferro delle suole.

L’impronta del legionario romano ritrovata nel nord di Israele. Nel riquadro: scansione 3D dell’impronta
L’impronta del legionario romano ritrovata nel nord di Israele. Nel riquadro: scansione 3D dell’impronta (clicca per ingrandire)

“L’orma completa – spiega Eisenberg nell’articolo – è lunga 24,50 centimetri e ha lasciato 29 piccole impronte circolari. Si trattava di una caliga del piede sinistro, equivalente approssimativamente a una scarpa numero 40″. Tali calzature erano la dotazione standard dei soldati di truppa romani.
“Il bastione e le impronte sollevano la possibilità che coorti romane o ausiliarie di stanza in Siria avessero anche il compito di costruire la fortificazione – scrive Eisenberg – Si tratta di un caso piuttosto eccezionale e probabilmente si è verificato in un momento di emergenza: un’emergenza che potrebbe essere collegata alla Grande Rivolta in Galilea degli anni 66-67 e.v., pochi anni prima che i romani marciassero su Gerusalemme e bruciassero il Secondo Tempio”.
(Da: Times of Israel, 1.7.15)

sabato 25 luglio 2015

Già sei persone hanno pagato con la vita il vergognoso ricatto per la liberazione di Shalit

Dall’alto e da sinistra: Danny Gonen, Malachi Rosenfeld, Baruch Mizrahi, Eyal Yifrach, Gilad Sha'er, Naftali Frenkel: tutti uccisi in attentati organizzati da terroristi palestinesi scarcerati nel 2011 nell’ambito del ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit
Dall’alto e da sinistra: Danny Gonen, Malachi Rosenfeld, Baruch Mizrahi, Eyal Yifrach, Gilad Sha’er, Naftali Frenkel: tutti uccisi in attentati organizzati da terroristi palestinesi scarcerati nel 2011 nell’ambito del ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit
Domenica scorsa i servizi di sicurezza israeliani hanno annunciato l’arresto di quattro membri di una cellula di sette uomini di Hamas che lo scorso 29 giugno ha aperto il fuoco contro un’auto in transito vicino a Shvut Rachel uccidendo il 25enne Malachy Rosenfeld che tornava da una partita di basket con tre amici, rimasti feriti nell’attentato.
Rosenfeld è il sesto cittadini israeliano ucciso dall’aprile 2014 in attentati condotti o organizzati da palestinesi scarcerati nel quadro del ricatto per l’ostaggio Shalit.
Uno dei membri della cellula, Ahmad Najjar, un operativo di Hamas accusato d’aver orchestrato e finanziato l’agguato dalla Giordania, non è stato ancora arrestato. Prima di essere scarcerato in cambio di Shalit, Najjar aveva trascorso otto anni in un penitenziario israeliano per il suo coinvolgimento in precedenti attentati che avevano causato la morte di tre israeliani.
La rete terroristica di Hamas in Cisgiordania è in gran parte gestita da ex detenuti di sicurezza che fanno base nella striscia di Gaza. In base ai termini dello scambio del 2011, la maggior parte dei detenuti scarcerati, anche molti originari della Cisgiordania, vennero espulsi a Gaza da dove successivamente hanno potuto sfruttare le loro connessioni con la Cisgiordania per promuovere attentati. Anche molti detenuti rilasciati in Cisgiordania si sono poi dati ad attività violente contro gli israeliani, ragione per cui le forze di sicurezza sia israeliane che dell’Autorità Palestinese ne hanno nuovamente arrestate alcune decine. Oggi Hamas ne pretende l’immediata scarcerazione.
La vicenda di Najjar non è che una di quelle che ricorda il prezzo pagato da Israele per la liberazione di Shalit, uno scenario che molte voci critiche avevano facilmente previsto. Dal 2014, sono sei gli israeliani uccisi per opera di ex detenuti palestinesi scarcerati in quella circostanza.
Nell’aprile 2014, poche ore prima della cena pasquale, il 48enne Baruch Mizrachi, sovrintendente della polizia israeliana, veniva ucciso per strada nei pressi di Hebron da Ziad Awwad, un operativo di Hamas scarcerato nello scambio del 2011.
18 ottobre 2011: terroristi di Hamas a Gaza accolgono al valico di Rafah con l’Egitto un autobus di terroristi palestinesi scarcerati da Israele nell’ambito del ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit
18 ottobre 2011: terroristi di Hamas a Gaza accolgono al valico di Rafah con l’Egitto un autobus di terroristi palestinesi scarcerati da Israele nell’ambito del ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit
 
Anche Marwan Kawasmeh, uno degli uomini di Hamas che nel giugno 2014 rapirono e assassinarono gli adolescenti israeliani Naftali Fraenkel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach, era stato scarcerato da Israele in quell’occasione. Kawasmeh era stato originariamente condannato al carcere per il suo coinvolgimento in un attentato suicida del 2004 su un autobus di Beersheba costato la vita a 16 israeliani. Meno di tre mesi dopo l’uccisione dei tre adolescenti, è morto in uno scontro a fuoco con i soldati israeliani giunti ad arrestarlo a Hebron.
Osama As’ad, un trafficante d’armi 29enne del campo palestinese di Qalandia, in Cisgiordania, era stato incarcerato per la vendita di armi utilizzate in vari attentati. Scarcerato nel quadro del ricatto per Shalit, è stato nuovamente arrestato di recente per il suo coinvolgimento nel mortale agguato del mese scorso che ha causato la morte di Danny Gonen in Cisgiordania.
Fonti dei servizi di sicurezza israeliani hanno inoltre spiegato che, dopo quelle scarcerazioni, è aumentata la determinazione all’interno di Hamas di rapire israeliani, in particolare soldati e minorenni, da usare come ostaggi per costringere Israele a ulteriori scarcerazioni. Sono decine i tentativi di rapimento che sono stati segnalati in Cisgiordania dopo la liberazione di Shalit, per la maggior parte sventati in tempo grazie agli arresti effettuati dai servizi di sicurezza.
All’inizio di questo mese, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accantonato una proposta di legge che mirava a istituire la pena di morte per i condannati per terrorismo, motivata in parte dal tentativo di prevenire futuri rapimenti di cittadini israeliani a scopo di ricatto per costringere di nuovo Israele a scarcerare terroristi.
(Da: Times of Israel, YnetNews, 20.7.15)

La campagna BDS per il “diritto al ritorno” è il peggior nemico della pace

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo
Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

Un secolo fa mia nonna arrivava in Israele da Sana’a, nello Yemen. Non sapeva niente della “Palestina” perché a quel tempo questa entità non esisteva. Quello che esisteva allora era l’Impero Ottomano. Mia nonna è scappata perché era rimasta vedova e, se fosse rimasta nello Yemen, mio padre, che allora era un bambino, sarebbe stato costretto a convertirsi all’islam. Mi sono tornate in mente queste cose quando ho letto in un’intervista a Le Monde le parole di Omar Barghouti, uno dei promotori del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele), a proposito degli ebrei nei paesi arabi. Ma Barghouti ha la più pallida idea di ciò di cui sta parlando? Davvero non sa nulla dei secoli di discriminazioni e persecuzioni? Ha idea dei tanti pogrom e delle calunnie del sangue da parte dei musulmani contro gli ebrei prima che esistesse il sionismo e prima della nascita di Israele?
Il Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, che è stato il leader più eminente degli arabi palestinesi per decenni prima della fondazione di Israele, era un nazista che ha volonterosamente collaborato con Hitler. Ha vissuto a Berlino durante la seconda guerra mondiale, ha incoraggiato i nazisti a uccidere sempre più ebrei, e aveva progettato di annientare tutti gli ebrei dei paesi arabi se solo avesse avuto la possibilità di realizzare il suo sogno. Al-Husseini è l’uomo che si oppose ad ogni compromesso con la comunità ebraica e che guidò l’intransigente opposizione araba al piano di spartizione proposto dalle Nazioni Unite. Al-Husseini è responsabile più di chiunque altro della nakba (come i palestinesi chiamano la loro sconfitta del ’48) e delle sue conseguenze.

Luglio 1946: tedeschi dei Sudeti espulsi dalla Cecoslovacchia
Luglio 1946: tedeschi dei Sudeti espulsi dalla Cecoslovacchia

La principale rivendicazione del movimento BDS è il “diritto al ritorno” (dei palestinesi all’interno di Israele). Ebbene, nella sola Europa degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale vi furono più di 20 milioni di profughi: milioni di tedeschi, cechi, ungheresi, polacchi, rumeni, ucraini (e italiani di Istria e Dalmazia). Qualcuno pensa seriamente che i polacchi espulsi dall’Ucraina (e i loro figli e nipoti) abbiano una sorta di “diritto al ritorno” in Ucraina? L’attuazione di un tale “diritto al ritorno” causerebbe il caos più totale. L’Europa non ne ha bisogno. E nemmeno il Medio Oriente. Verso la fine della seconda guerra mondiale, Winston Churchill fu molto chiaro in un suo discorso in Parlamento: “L’espulsione è il metodo che si rivelerà più adatto e duraturo. Non ci saranno miscugli di popolazioni destinati a causare problemi senza fine. Si farà piazza pulita. Non sono preoccupato per questi trasferimenti”.
Questa era la norma, in quegli anni. Nella prima metà del secolo scorso circa 52 milioni di persone divennero profughi. A quanti di loro è stato riconosciuto il “diritto al ritorno”? La risposta è: zero. Quindi, di che diritto parla Barghouti? Ovviamente dimentica che centinaia di migliaia di ebrei furono espulsi dai paesi arabi e le loro proprietà confiscate. Non esercitano nessun diritto al ritorno né alla restituzione delle loro proprietà, così come non lo esercitarono i gruppi di etnia tedesca e polacca e ucraina e ceca e slovacca e ungherese. Perché la dinamica nel caso dei palestinesi dovrebbe essere diversa?
I profughi hanno fatto appello alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Il loro ricorso è stato respinto, così come prima del loro erano stati respinti i ricorsi dei profughi degli anni ‘40. Strano che Barghouti, che si occupa di profughi e del loro ritorno, non sappia nulla di questi precedenti.

Il logo del Palestinian Return Center, la ong filo-Hamas recentemente accreditata dalle Nazioni Unite, riporta senza infingimenti la mappa delle rivendicazioni palestinesi: Israele è cancellato dalla carta geografica
Il logo del Palestinian Return Center (la ong filo-Hamas recentemente accreditata dalle Nazioni Unite) riporta senza infingimenti la mappa delle rivendicazioni palestinesi: Israele è cancellato dalla carta geografica

Il problema con la campagna BDS è che essa incarna la più grande tragedia del conflitto arabo-israeliano in generale, e dei palestinesi in particolare. La campagna BDS parla di diritti, ma il suo scopo principale è la negazione del diritto degli ebrei all’autodeterminazione. Barghouti vuole abolire l’esistenza di Israele. Si chiama “politicidio”. Egli invita gli ebrei a vivere in armonia, come minoranza, sotto il dominio arabo o musulmano. Ma dice sul serio? Visto che il Medio Oriente in questi ultimi anni si è trasformato in un enorme bagno di sangue in cui ogni tribù, di minoranza o non di minoranza, massacra qualsiasi tribù leggermente diversa, la proposta di Barghouti suona come una fosca fantasticheria.
C’è una sola soluzione al conflitto israelo-palestinese: il rispetto per il diritto sia dei palestinesi che degli ebrei all’autodeterminazione. La campagna BDS, che si oppone a questo accomodamento, non fa che perpetuare il problema. Gli ebrei israeliani non vogliono trasformarsi in una minoranza dentro un paese mediorientale. Vedono quello che accade alle altre minoranze. Vedono quello che sta accadendo ai copti in Egitto. Vedono quello che è accaduto ai musulmani neri nel Darfur.
La campagna BDS è anche il più grande nemico dei palestinesi, perché perpetua la situazione dei profughi e coltiva l’illusione del ritorno. Chiunque voglia la pace, chiunque voglia risolvere il problema deve guardarsi delle esche e dalle menzogne del movimento BDS.
(Da: i24news.tv, 20.7.15)

Toccherà a Israele salvare il mondo per la terza volta?

In quanto politico giordano-palestinese, insieme a molti altri politici e decisori arabi ho finito col capire che Israele è essenziale per la nostra stessa esistenza. In realtà, Israele ha già salvato noi e il mondo da almeno due disastri globali.
La prima volta che Israele ha salvato tutti noi fu all’inizio degli anni ‘80, quando il presidente iracheno Saddam Hussein era uno dei più forti alleati arabi dell’Occidente. Saddam era schierato contro la Repubblica Islamica iraniana ed era visto come un asset indispensabile dai governi occidentali e come un fattore di equilibrio regionale contro la potenza dell’Iran. L’Occidente era innamorato al punto di Saddam da permettergli di perseguire un programma nucleare, ottenuto con l’aiuto della Francia. Proprio come oggi fa l’Iran, Saddam sosteneva che il suo programma nucleare era “per uso pacifico e civile”. Il suo reattore nucleare venne costruito con l’approvazione degli Stati Uniti. Israele invece non l’aveva bevuta, e nel 1981 inviò i suoi piloti a distruggere il reattore nucleare di Saddam in una missione da cui era improbabile che sarebbero tornati. Gli archivi ci dicono che l’allora vicepresidente americano George H. W. Bush era furibondo per l’operazione israeliana. I governi arabi e quelli occidentali condannarono il raid, alcuni addirittura parlarono di un’ iniziativa alle Nazioni Unite. Naturalmente i mass-media occidentali compatti misero alla gogna Israele.
Solo nove anni dopo Saddam occupava il Kuwait e minacciava l’intera regione del Golfo dicendo apertamente che voleva prendere il controllo delle “ricchezze petrolifere degli arabi” per poter mettere in ginocchio l’Occidente. Gli Stati Uniti e molti paesi occidentali (Italia compresa) dovettero mettere in campo sangue e denaro per espellere Saddam dal Kuwait, ma lo poterono fare senza temere un suo attacco nucleare o un suo ricorso a bombe “sporche” (radioattive): e così l’operazione Desert Storm andò via liscia. Se Saddam avesse avuto ancora il suo programma nucleare, l’intera situazione e il suo esito avrebbero potuto essere molto diversi. In effetti, Saddam sarebbe potuto restare al potere fino ad oggi se non fosse stato per Israele, che si era assunto il rischio di distruggere il suo programma nucleare. In poche parole, Israele salvò il mondo da un potere esaltato che era arrivato vicino ad ottenere armi nucleari.
Piloti israeliani al rientro dalla missione contro il reattore nucleare iracheno
1981: piloti israeliani al rientro dalla missione contro il reattore nucleare iracheno

Quella non è stata l’unica volta che Israele ha salvato il mondo. Un altro dittatore arabo, il siriano Bashar Assad, aveva un programma nucleare segreto e stava costruendo un reattore con l’aiuto della Corea del Nord. Quando diversi governi non erano ancora convinti che il programma esistesse davvero, Israele non perse tempo. Nel 2007 una squadra di jet israeliani bombardò il reattore di Assad riducendolo in macerie. Secondo alcune fonti, nell’attacco sarebbero rimasti uccisi degli scienziati nucleari della Corea del Nord e dell’Iran: circostanza che naturalmente i paesi implicati non potrebbero mai ammettere. Questa volta il mondo non condannò espressamente il raid, ma molti lo criticarono aspramente perché Assad stava collaborando con gli Stati Uniti nella lotta contro al-Qaeda in Iraq e aveva catturato alcuni terroristi consegnandoli alle forze americane. Molti governi occidentali vedevano Assad come un alleato, esattamente come avevano fatto con Saddam. Appena quattro anni dopo, in Siria scoppiava la guerra civile e il paese si trasformava rapidamente in una roccaforte islamista, col territorio suddiviso tra gli islamisti, soprattutto dell’ISIS e del Fronte Nusra, e lo stesso Assad. Sia Assad che gli islamisti stanno massacrando i loro civili. Nel 2013 Assad ha persino utilizzato armi chimiche per uccidere civili siriani.
Si consideri: Assad non esita a trucidare la sua gente, comprese donne e bambini. Avrebbe avuto qualche remora a minacciare il mondo con le armi nucleari, se il suo programma nucleare non fosse stato distrutto? E poi, visto che la Siria non è un paese piccolo, avrebbe esitato a usare un’arma nucleare su una o due città siriane pur di mettere a tacere i ribelli? Sostanzialmente Israele ha salvato il popolo siriano dalla follia ultima di un dittatore sanguinario, e il mondo dalle imprevedibili conseguenze di quella follia.
Ancora più interessante è il fatto che il reattore nucleare di Assad si trovava a Deir el-Zour, nel nord-est della Siria: una regione caduta nelle mani degli islamisti poco dopo l’inizio della guerra civile. Riusciamo a immaginare cosa avrebbero potuto fare quegli islamisti con un reattore nucleare? Avrebbero minacciato il resto della Siria, i paesi vicini (compresa la Turchia) e lo stesso Occidente, perlomeno con le bombe “sporche” se non qualcosa di più avanzato.
Il poliziotto: “Devo perquisire il suo veicolo per droghe” – “Cosa, adesso?” – “No, fra un mese” (L’accordo sul nucleare iraniano prevede ispezioni internazionali con preavviso di 24 giorni)

Oggi Stati Uniti e Occidente hanno raggiunto un accordo con l’Iran sul suo programma nucleare. Sulla carta e in teoria l’accordo potrebbe passare per accettabile e persino equo per tutte le parti. Ma costoro non capiscono ciò che Israele sa molto bene: non solo l’Iran è governato da estremisti islamisti sciiti che non manterranno la parola, ma se l’Iran otterrà l’atomica, sarà l’unica potenza nucleare a non temere le conseguenze del lancio di un attacco nucleare su qualsiasi paese, persino sugli Stati Uniti. Se l’Iran attaccasse un paese dotato di armi nucleari capace di rispondere a tono, all’Iran non potrebbe importare di meno: i suoi capi vogliono morire come martiri e andare in paradiso a incontrare le vergini. Il dittatore nordcoreano è spietato, disumano e anche pazzo, ma non lancerà attacchi nucleari per capriccio perché sa che ci sarebbero contrattacchi. Non vuole morire né perdere il paese su cui governa. Viceversa, il martirio collettivo di tutta la nazione iraniana potrebbe essere esattamente ciò che i capi mullah iraniani vanno cercando. Per questo, al momento giusto premeranno il pulsante. I capi iraniani potrebbero perseguire persino la fine di tutto il pianeta attraverso l’utilizzo di armi nucleari per soddisfare la loro visione del ritorno del Messia sciita, al-Mahdi, che tornerà solo dopo un disastro globale. Questo è ciò che Israele sa, e molti altri no, dell’ideologia millenarista iraniana.
Israele prenderà l’iniziativa di salvare il mondo una terza volta, magari distruggendo il programma nucleare iraniano? Non possiamo dirlo e nemmeno suggerire che debba accadere. Tuttavia, se Israele non farà nulla e un giorno l’Iran comincerà a minacciare il mondo con le armi nucleari, quelli che oggi demonizzano Israele, lo boicottaggio e lo calunniano come uno stato guerrafondaio, improvvisamente desidereranno tanto averlo invece sostenuto.
Ci attendono tempi molto difficili, e Israele personifica il proverbio arabo-palestinese che dice: “A che ti serve la tua intelligenza se attorno a te tutti sono impazziti?”
(Da: Israel HaYom, 21.7.15)

mercoledì 22 luglio 2015

Il Presidente del Consiglio Renzi alla Knesset

Signor Presidente della Knesset,
Signor Primo Ministro,
Signor Capo dell'opposizione,...
Signore e Signori membri della Knesset,
Ho provato a lungo vari saluti nella vostra lingua, poi ho pensato che il modo migliore per iniziare fosse darvi il saluto più bello del mondo: shalom, e grazie per questo invito.
Con profondo rispetto prendo la parola a nome del Governo italiano davanti a voi, in una città che evoca emozioni e brividi solo a nominarla: Gerusalemme. Il Salmo ci trasmette l'immagine delle tribù che salgono verso il Tempio cantando la gioia di avvicinarsi nella città santa e lodando il nome del Signore. È toccante immaginare quelle donne e quegli uomini che si facevano pellegrini e salivano in questa città. Ma la Bibbia sottolinea anche come a Gerusalemme fossero posti “i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide”. Dunque è anche un pellegrinaggio laico quello che si compie visitando la Vostra assemblea. Il pellegrinaggio laico delle donne e degli uomini di tutto il mondo che non si stancano di domandare pace per Gerusalemme. Perché domandare la pace per Gerusalemme significa costruire la pace per noi, per i propri fratelli, per i propri amici.
Chi fa politica, oggi, qui come in qualsiasi parte del mondo sa che non basta domandare la pace per Gerusalemme. Occorre costruire la pace. E nessuno di noi può fingere di non sapere: la pace dipende dall'impegno di tutti, ciascuno di noi, nessuno escluso.
La storia dei nostri popoli ci dimostra che è così: per costruire la pace occorre partire dall'impegno in prima persona. La mia patria, l'Italia, è stata ricondotta alla libertà esattamente settanta anni fa, contro il nazifascismo. Da ogni angolo del nostro Paese giovani e meno giovani misero a repentaglio la propria vita e in alcuni casi sacrificarono la propria esistenza per l'ideale della libertà. Rendo omaggio a costoro. E a quelle donne e quegli uomini straordinari partirono da altre terre e contribuirono all’impresa provenendo dalla vostra realtà.
Penso ad esempio a chi è vissuto portando in sé una duplice identità: costruttore del nuovo Stato di Israele e patriota devoto di un'Italia antifascista. La mente corre e raggiunge il nome di Enzo Sereni, collaboratore di Ben Gurion, che prima abbandonò una vita agiata a Roma per fondare il kibbutz Ghivat Brenner e poi – dopo aver salvato molte vite nella Germania nazista – si lanciò con un paracadute nell'Italia occupata, fu catturato dai nazisti e ucciso a Dachau. Il suo nome vive per sempre.
Penso a un altro grande italiano, figura centrale della comunità ebraica del mio Paese, il rabbino capo di Roma, Elio Toaff. Rav Toaff lottò contro lo squallore delle leggi razziali del 1938 che ancora fanno scendere una cappa di vergogna imperitura sulla nostra nazione, poi si impegnò in prima persona per la liberazione dal fascismo e quindi fu tra i protagonisti della ricostruzione. Uomo di grande dialogo fu lui il promotore della storica visita di Papa Giovanni Paolo II alla Grande Sinagoga di Roma. Proprio nel Tempio in cui lo abbiamo salutato per l'ultima volta qualche settimana fa: ci ha lasciato appena qualche giorno prima di compiere 100 anni, spesi interamente a servizio del Suo Paese. Del nostro futuro.
Ma voglio ricordare anche chi non era italiano, chi non conosceva forse neanche troppo bene il nostro Paese e tuttavia si è speso in prima persona. Provate, signori della Knesset, a immaginare un giovane ragazzo di settant'anni fa. Un giovane ragazzo ebreo che decide di arruolarsi come volontario nella Brigata Ebraica. Che decide di rischiare la vita – ciò che ha di più prezioso – per la libertà di persone sconosciute: mio nonno, di mio padre, la mia libertà, quella dei miei figli e dei figli dei miei figli. Immaginate se uno di quei ragazzi potesse essere qui, oggi. Quanto potrebbe essere orgoglioso il popolo di Israele, di lui. E quanto potremmo essergli grati. Non tutti i ragazzi della Brigata Ebraica ci hanno lasciato. E non è questione di immaginazione, signori della Knesset: qui davvero c'è uno di quei giovani che ha combattuto per la mia libertà. Signor Asher Dishon, ci inchiniamo davanti a lei, giovane membro della Brigata Ebraica che venne a combattere in Italia per liberarci. Signor Asher Dishon, grazie di cuore per quello che Lei ha fatto per la mia gente. Signor Asher Dishon, grazie per aver condiviso questo momento con noi qui alla Knesset
Todà Rabà, Signor Dishon
Todà Rabà, Enzo Sereni
Todà Rabà, Elio Toaff
Costruire la pace, tuttavia, non passa solo dalla difesa fisica della libertà. Ma anche dalla sfida culturale. Ho scelto di iniziare la visita ufficiale nel vostro Paese da un luogo simbolico molto importante, l'Università di Tel Aviv. Personalmente credo che sia un dovere – e anche per molti aspetti un piacere – visitare le università. Da Stanford fino alla Humboldt da Georgetown fino all'Università di Nairobi in Kenya, dove ho voluto la scorsa settimana ricordare i giovani universitari di Garissa.
Per me l'università, il centro di ricerca, una scuola, sono i luoghi in cui il capitale umano emerge con tutta la sua forza e la sua bellezza. Non sono solo semplicemente una variante del protocollo ufficiale, un diversivo nel programma istituzionale. Sono i luoghi dove si costruisce una relazione profonda. L'Università è il laboratorio dell'amicizia e della collaborazione strategica.
Sono rimasto colpito dall'energia dei vostri giovani, dei vostri professori. Ho ammirato le ricchezze di questa Startup Nation: la relazione tra università, venture capitalism e nuove aziende è uno degli aspetti meno conosciuti di Israele fuori da Israele. Quanta ricchezza intellettuale, quanta fame di futuro, quanta energia mentale!
Sono stato accolto dalla firma di accordi di cooperazione con alcune università italiane e ho assistito a un bel dibattito dal titolo “I Cube: Italy, Israel, Innovation. From knowledge to growth”. Anche per questo dico che chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso. Possiamo avere opinioni legittimamente diverse su singoli eventi o specifici accadimenti, è accaduto e sicuramente continuerà ad accadere come è normale nella storia quotidiana di un'amicizia, ma sappia la Knesset che l'Italia sarà sempre in prima linea per la collaborazione, mai per il boicottaggio.
Sono qui per riaffermare il legame che ci unisce non solo nella memoria ma anche nella costruzione del futuro. È molto facile per Paesi orgogliosi come i nostri essere gelosi del nostro passato fatto di storie che hanno segnato l'umanità, da Re Salomone fino al Rinascimento. Per centinaia di anni nelle nostre terre si è forgiata una cultura capace di influenzare il progresso umano. Ma è molto più importante essere non solo orgogliosi del passato ma anche gelosi del futuro
Gli accordi universitari ci aiutano in questa direzione
E del resto qualche settimana fa ero al Cern di Ginevra, dove Italia e Israele insieme sono protagonisti nell'esplorazione della materia costitutiva dell'universo, pieni di slancio ed emozione davanti all'infinitesimamente piccolo e potente.
Una comunità di donne e uomini che studiando l'origine scrivono con fiducia il nostro futuro, insieme
Il terrorismo ci vuol far morire in modo orribile. Ma non riuscendovi, prova a farci vivere in modo orribile: rinchiusi nelle paure, senza possibilità di dialogo, rinunciando a noi stessi, a ciò che siamo.
L'università, la ricerca, la cultura non sono solo pezzi fondamentali della nostra identità, ma sono anche e soprattutto la frontiera di questa sfida: i luoghi che ci aiutano a rimanere noi stessi, aperti e pronti alla vita, nonostante le minacce e le difficoltà.
Non mi sfugge – ovviamente – l'aspetto di sicurezza che caratterizza non più solo questa regione, ma un'area molto più vasta. Il mondo di oggi non è più solo caratterizzato da una instabilità, circoscritta e limitata in una regione. Singoli attacchi preparati in modo quasi artigianale con movente estremismo religioso vengono realizzati da cittadini europei all’interno dei confini europei. E contemporaneamente attacchi in grande stile hanno colpito l’intero pianeta: dagli Stati Uniti all’Australia.
Le truppe italiane sono impegnate giorno dopo giorno in Libano, in Iraq, in Afghanistan, in Kosovo e lo saranno ovunque si renderà necessario partecipare insieme alla coalizione internazionale in operazioni finalizzate a fermare la barbarie. Perché di questo si tratta: una lotta contro la barbarie, uno scontro senza quartiere tra una minoranza di estremisti violenti e la stragrande maggioranza di quanti credono nei valori del dialogo e della civiltà.
Tra chi scommette sulla morte e chi investe sulla vita, tra chi oscura la propria intelligenza nelle tenebre e chi si lascia accompagnare dalla luce, noi sappiamo benissimo da che parte stare. Non smetteremo mai, un solo istante, di combattere dalla parte giusta. Insieme a voi, naturalmente. Insieme ai nostri storici alleati e amici Stati Uniti d'America, punto di riferimento indispensabile per intere generazioni negli sforzi di pace del mondo. Insieme alle Nazioni Unite, valorizzando il ruolo della Russia che noi vogliamo player globale e non isolato vicino di casa di un'Europa impaurita, insieme ai vostri vicini arabi, in particolar modo quelli moderati, che hanno ben chiara la necessità di preservare questa terra da nuove escalation. Mi riferisco a diversi Paesi ormai, cominciando dalla Giordania e dall'Egitto, autorevoli comunità in grado di avvicinarci alla stabilizzazione e alla pace.
Qualche giorno fa i terroristi che hanno attaccato il Consolato italiano al Cairo pensavano di poterci intimidire e dividere, ma hanno ottenuto l'effetto opposto: noi siamo ancora più a fianco del governo egiziano per affrontare insieme le sfide che ci attendono.
E lo facciamo portando nel cuore le nostre ferite.
Solo un anno fa le vostre città erano sotto attacco. Solo un anno fa la sirena non suonava per esercitazione. La popolazione costretta a correre nei rifugi ha trovato protezione sotto l'ombrello delle nuove tecnologie di difesa. A Gaza distruzione e morte hanno lasciato un segno profondo. E subito prima tre ragazzi israeliani erano stati rapiti e barbaramente uccisi. Voglio ricordare i loro nomi: Naftali, Eyal, Gilad. Perché li sentiamo anche “nostri” ragazzi. E continuiamo a seguire l'impegno dei loro genitori, esempio di dignità per il mondo intero. La mamma di Naftali che insegna col suo coraggio l'importanza di incontrarsi. Ha cercato un'altra mamma, quella di Mohammad, un ragazzo arabo barbaramente bruciato vivo.
Ma la pace che domandiamo per Gerusalemme sarà possibile solo quando sarà interamente compiuto il progetto Due Stati per Due popoli. Ciò potrà avvenire solo se sarà garantita la piena sicurezza di tutti con il rispetto del diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e il diritto del popolo ebraico al proprio stato nazionale
Lo pronuncio qui in questa prestigiosa sala, lo dirò tra qualche ore a Betlemme davanti alle Autorità Palestinesi.
L'esistenza dello Stato d'Israele non è una gentile concessione della comunità internazionale dopo la Shoah. L'esistenza di Israele precede di secoli ogni accordo internazionale. E lo Stato Israele esiste nonostante l'Olocausto.
Qualcuno oggi prova ancora a mettere in dubbio il diritto all'esistenza di questo Stato. Per tutto quello che ci siamo detti fino ad adesso appare chiaro a tutti e a ciascuno che voi non avete semplicemente il diritto a esistere. Voi avete il DOVERE di esistere. Il dovere di esistere, il dovere di resistere, il dovere di tramandare ai vostri figli, ma anche ai miei tre figli. Francesco, Emanuele, Ester.
E noi saremo sempre al vostro fianco in questa sfida.
Allo stesso tempo l'Italia farà di tutto per consentire ai territori palestinesi di uscire dalla condizione di difficoltà nella quale si trovano, a cominciare da quella economica. Una parte significativa della cooperazione internazionale – alla quale dedichiamo sempre maggiore attenzione – si è rivolta storicamente a questo mondo: continueremo a incoraggiarla con cura e dedizione. E nel pomeriggio visiterò il Centro per la Pace della Fondazione Giovanni Paolo II e la Casa Famiglia Focolare dei figli di Dio. Passa dal ripristino delle condizioni economiche basilari e dall'investimento educativo sulle nuove generazioni la ripartenza di qualsiasi territorio. A maggior ragione della Palestina di oggi alla quale l'Italia conferma tutta la propria cura e attenzione.
Ci sono state e ci sono, tra noi, opinioni giudizi valutazioni diverse, è già accaduto in passato. Oggi la questione iraniana costituisce uno di questi momenti. Comprendo le vostre preoccupazioni e ho ascoltato l'allarme lanciato dai vostri leader.
Insieme agli Stati Uniti d'America noi riteniamo che questo accordo possa costituire un compromesso utile a rendere meno insicura la regione. Vorrei essere molto chiaro: non sarà mai possibile alcun compromesso in ordine al futuro di Israele. E non lo facciamo per un atto di rispetto o di generosità. Dobbiamo essere molto chiari e espliciti: la vostra sicurezza è anche la nostra sicurezza. Amici della Knesset, noi condividiamo radici e valori, ce lo siamo detti. Ma condividiamo una cosa ancora più grande: condividiamo il destino e nessuno di noi può far finta di ignorarlo.
I figli di Abramo dunque devono domandare pace per Gerusalemme perché la pace per Gerusalemme significa la pace per il mondo intero.
Preparando questo intervento sono andato a rileggermi i passi di Bereshit (che in italiano chiamiamo la Genesi). E sono rimasto colpito dall'episodio narrato in genesi 14, 13-16 quando un fuggiasco scampato alla guerra che imperversa tra i Re di quelle terre avverte Abramo del rapimento di suo nipote Lot.
Due punti mi colpiscono di questo passo. Abramo riesce a vincere pur avendo un numero esiguo di soldati, pur essendo sfavorito sulla carta.
E Abramo viene chiamato, per l'unica volta nella Torah, “l'Ebreo”. I maestri del pensiero rabbinico ci dicono che Abramo viene chiamato così perché lui, lui solo, ha avuto il coraggio di raggiungere l'altra sponda. È il profeta che è riuscito, con una scelta di iniziale solitudine, a vedere un “oltre”, un altro mondo.
Abbiamo bisogno di questa capacità di andare oltre. Di vedere un oltre. I figli di Abramo possono fare una pace duratura solo se hanno e avranno questa capacità.
Signor Presidente,
ho raccontato a Lei e ai membri di questa Assemblea, l'emozione che mi suscita il punto di arrivo di questo laico pellegrinaggio, Gerusalemme.
Mi permetta di raccontarLe concludendo il punto di partenza. Siamo tutti cittadini del mondo ma siamo tenacemente aggrappati alla nostra origine, alle nostre città. Anche per questo mi permetta di omaggiare il Presidente della Comunità Ebraica italiana, l'avvocato Renzo Gattegna che ci onora con la sua presenza.
Vengo dalla nobile città di Firenze. A Firenze molti simboli richiamano la nostra amicizia. Una meravigliosa Sinagoga. E sono stato molto fiero di averla illuminata come primo atto della mia amministrazione. Prima dall’alto di Firenze la Sinagoga non si vedeva, e mi sembrava una cosa sbagliata. Penso alle tante storie che ho incrociato ieri camminando dentro l’abisso e la luce di Yad Vashem. Penso alle persone che hanno perso la vita, che sono state deportate, penso ad un mio amico, che sopravvissuto all’Olocausto da fiorentino accompagnava intere generazioni di studenti ad Auschwitz insieme alle amministrazioni pubbliche. Si chiama Nedo Fiano, vorrei che il suo nome risuonasse in questa aula.
Tutte le volte che viaggiava con noi verso Auschwitz, Nedo mi diceva: ‘Matteo, per me è una sofferenza, perché su quel binario per l’ultima volta ho incrociato gli occhi azzurri di mia mamma. Però lo faccio, rivivo quel dolore, perché per le nuove generazioni sia un dovere ricordare e tramandare e vivere appieno la vita’.
Quante storie straordinarie negli esempi di quelle suore cattoliche che non soltanto salvarono la famiglia Pacifici, ma anche la fede di quei bambini. Era usanza nel convento di Firenze per i bambini che erano con le suore di avvicinarsi la sera e baciare la croce che avevano al collo. Trovandosi due bambini ebrei nascosti, perché gli altri non si accorgessero di loro, le suore li facevano avvicinare, ma per rispetto della loro fede non baciavano la croce mettendo due dita sopra, mantenendo la loro identità. Ed è bellissimo pensare che uno dei loro figli sia diventato presidente della comunità ebraica di Roma.
E ancora, pensando alla mia città, quale onore quando Yad Vashem ha riconosciuto Gino Bartali, campione di ciclismo, vincitore di due Tour de France, come giusto tra le nazioni, perché salvava fratelli che magari non conosceva neanche.
In ogni città italiana ci sono storie di questo genere.
Concludendo il mio discorso vorrei che tornassimo all’immagine della cultura e della bellezza. Certo è straordinaria, vertiginosa, senza fine, la bellezza di coloro che hanno salvato la vita di altri fratelli e sorelle. Nella mia città c’è la bellezza che si esprime attraverso la cultura: ci sono tanti simboli, i quadri degli Uffizi, i monumenti dei musei, delle chiese, della sinagoga. Ma c’è un simbolo che rappresenta Firenze nel mondo: il David di Michelangelo, il capolavoro assoluto del suo genio, la bellezza fatta pietra, la bellezza recuperata soltanto togliendo ciò che stava di superfluo come avrebbe detto Michelangelo. Mi piace pensare a David, al simbolo che rappresenta, per la vostra cultura che è la nostra cultura. Come David, ciascuno di noi è chiamato a vivere una vita di difficoltà e sfide, ma anche una vita nella quale si possa portare i propri valori dal passato prendendoli per mano verso il futuro.
Noi, popolo italiano, governo italiano, abbiamo affetto riconoscenza e stima nei vostri confronti, e vi diciamo anche, a testa alta, che se in alcune circostanze non abbiamo le stesse opinioni su tutto, abbiamo la stessa opinione su un fattore fondamentale: il vostro destino è il nostro destino, la vostra sicurezza è la nostra sicurezza, insieme costruiremo un mondo più giusto, più bello, più uguale

Due pesi, due misure...come sempre quando si tratta di Israele

La settimana scorsa tre palestinesi sono stati trovati morti nelle celle carcerarie di Cisgiordania e Striscia di Gaza. Le loro storie però non hanno suscitato l’attenzione dei mass-media internazionali né delle organizzazioni per i diritti umani che operano negli Stati Uniti e in Europa. Il loro caso non è stato segnalato alle Nazioni Unite né alla Corte Penale Internazionale.
Per contro, il caso del 17enne Mohamed Kasba, ucciso a nord di Gerusalemme da un ufficiale dell’esercito israeliano che aveva rischiato di schiantarsi quando la sua auto era stata presa sassate dal ragazzo, ha ricevuto ampia copertura sui mass-media occidentali. Anche le Nazioni Unite si sono precipitate a condannare l’uccisione del giovane Kasba chiedendo “di porre immediatamente fine alla violenza” ed esortando tutte le parti a mantenere la calma. “Questo conferma la necessità di un processo politico che punti a istituire due stati che vivano uno accanto all’altro in pace e sicurezza”, ha detto Nickolay Maldenov, coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace di Medio Oriente. Inutile dire che Maldenov non ha trovato il tempo di fare alcun riferimento ai decessi avvenuti nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas. Non ha nemmeno ravvisato la necessità di esprimere preoccupazione per quanto accaduto o di chiedere l’apertura di un’inchiesta. Come i principali mass-media occidentali, le Nazioni Unite preferiscono voltarsi dall’altra parte quando i palestinesi torturano o uccidono dei loro connazionali.
La totale mancanza di interesse da parte della comunità internazionale è dovuta al fatto che questi uomini non sono morti in un carcere israeliano, giacché altrimenti i loro nomi si può star certi che sarebbero apparsi sulle prime pagine dei principali quotidiani occidentali. E i familiari delle vittime starebbero parlando con tutti i giornalisti occidentali delle “atrocità” israeliane e delle “violazioni dei diritti umani”. Invece non c’è un solo giornalista occidentale che faccia visita alle famiglie dei tre detenuti morti, proprio perché non sono morti in un carcere israeliano.
Nella stessa settimana in cui i tre detenuti venivano trovati morti, il Consiglio Onu per i diritti umani decideva di approvare una risoluzione di condanna nei confronti di Israele sulla base del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’operazione “Margine Protettivo” condotta lo scorso anno nella striscia di Gaza. Anche in questo caso, il Consiglio Onu per i diritti umani preferiva ignorare completamente le violazioni dei diritti umani ad opera di Hamas e Autorità Palestinese, che negano ai loro detenuti i diritti fondamentali e cure mediche adeguate.
I due detenuti morti a Betlemme si chiamavano Shadi Mohamed Obeidallah e Hazem Yassin Udwan. Il terzo, quello ritrovato morto in una prigione controllata da Hamas nella striscia di Gaza, è indicato col nome di Khaled Hammad al-Balbisi. Sia l’Autorità Palestinese che Hamas sostengono che i tre uomini si sono suicidati. Secondo la polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese, Obeidallah, in carcere con l’accusa d’aver commesso un omicidio tre anni fa, si sarebbe impiccato con un pezzo di stoffa nei bagni della prigione. Anche Udwan, morto pochi giorni dopo in un’altra struttura detentiva della polizia palestinese a Betlemme, secondo la polizia si sarebbe suicidato. Il detenuto della Striscia di Gaza, al-Balbisi, 43 anni, recluso della autorità di Hamas con l’accusa d’aver aggredito la moglie, risulta che fosse già molto malato quando è stato arrestato e durante la detenzione non ha ricevuto cure mediche adeguate. Il Centro Palestinese per i diritti umani, un gruppo no-profit con sede a Gaza, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta che faccia luce sulle cause dei decessi dei detenuti. “L’Autorità Palestinese è responsabile della vita dei detenuti sotto il suo controllo e deve trattarli con dignità, garantendo anche l’assistenza sanitaria”, afferma il gruppo in un comunicato (che non è stato ripreso da nessuna testata giornalistica).
Quando muoiono tre detenuti in meno di una settimana all’interno di strutture detentive palestinesi, la circostanza dovrebbe essere considerata un campanello d’allarme, soprattutto fra i gruppi cosiddetti filo-palestinesi e gli attivisti per i diritti umani che operano in diverse parti del mondo. Ma costoro, come le Nazioni Unite e i principali mass-media, non si preoccupano dei diritti umani dei palestinesi se non si può considerare responsabile Israele. La loro ossessione per Israele li rende ciechi alle condizioni in cui versano i palestinesi che vivono sotto l’Autorità Palestinese e sotto Hamas, così come agli orrendi crimini che vengono commessi quotidianamente da terroristi musulmani in Medio Oriente e altrove.
La vicenda dei tre uomini morti nelle carceri palestinesi è l’ennesimo esempio della doppia morale che applicano mass-media e comunità internazionale per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese.
(Fonte: Gatestone Institute, 6 Luglio 2015)

martedì 23 giugno 2015

Mosab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, parla di Israele


Terrorismo palestinese a Gerusalemme: accoltellato poliziotto alla Porta di Damasco

Terrorismo palestinese a Gerusalemme: accoltellato poliziotto alla Porta di Damasco
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Gerusalemme, 21 Giugno 2015 – Un poliziotto israeliano è stato pugnalato questa mattina a Gerusalemme nei pressi della Porta di Damasco. Prima di perdere conoscenza, il poliziotto è riuscito ad aprire il fuoco contro l’attentatore (un 18enne del villaggio di Sa’ir, vicino a Hebron) ora ricoverato presso l’ospedale israeliano Hadassah Medical Center di Ein Kerem, prima di perdere i sensi.
Il poliziotto è stato poi ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme in condizioni critiche con ferite al collo e al petto.
Il terrorista era entrato clandestinamente in Israele e non fa parte dei molti palestinesi entrati a Gerusalemme grazie ai permessi rilasciati dalle autorità israeliane in occasione del mese musulmano di Ramadan. Il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e il primo ministro Benjamin Netanyahu hanno particolarmente elogiato il coraggio dell’agente che, benché ferito, ha neutralizzato il terrorista impedendogli di mettere a repentaglio altre vite umane.
(Fonte: Israele.net)

L’UNRWA compie 65 anni (e sono 65 di troppo)

 

Secondo i parametri dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, più del 97% di quelli che l’UNRWA considera profughi sono lo sono per niente

Editoriale del Jerusalem Post
L'Alto
L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha aiutato 50 milioni di persone a ricostruirsi una nuova vita: oggi non sono più “profughi” – L’UNRWA si è presa cura dal 1948 di 711.000 profughi palestinesi facendoli diventare, oggi, 5 milioni di profughi
 
Mettendo in scena un altro dei suoi spettacoli surreali, la scorsa settimana l’Onu ha celebrato il 65esimo compleanno di uno dei suoi rampolli più deformi e degeneri: l’agenzia per i profughi palestinesi UNRWA.
L’UNRWA venne fondata nel 1949 con il compito di occuparsi esclusivamente di quelli che venivano considerati profughi palestinesi. Di tutti gli altri profughi nel mondo, indipendentemente dalle loro condizioni e difficoltà oggettive, si occupa l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR): per qualche motivo, solo la categoria dei profughi palestinesi gode del privilegio d’essere assistita da un’agenzia in esclusiva: l’UNRWA appunto.
La malformazione era già insita nel genoma dell’UNRWA. Il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ammesso che, nelle intenzioni, l’UNRWA non avrebbe dovuto durare così a lungo, ma ha sostenuto che “se persiste, è a causa di un fallimento politico”. Guarda caso, nella migliore tradizione delle Nazioni Unite, è Israele che viene incolpato di questo fallimento. Lo stato ebraico viene sempre dipinto come il cattivo in commedia, ed è esasperante come la sua presunta cattiveria venga accettata come assiomatica.
Il Commissario generale dell’UNRWA Pierre Krahenbuhl piange calde lacrime sulle statistiche dei profughi che egli tipicamente presenta come fatti incontestabili, mentre invece ci sarebbe molto da eccepire. Secondo Krahenbuhl, ci sono oggi in Medio Oriente più di 5 milioni di profughi palestinesi, perché questo è il numero registrato presso l’UNRWA, e poco importa se sono all’opera potenti incentivi personali che spingono a registrarsi come profughi nonché evidenti interessi politici che spingono a gonfiare le liste dei profughi.
Tanto per cominciare gli stessi interessi dell’apparato burocratico dell’UNRWA escludono che essa possa essere neutrale e imparziale, dato che neutralità e imparzialità porterebbero realmente a miglioramenti tali da ovviare al vergognoso pretesto che tiene in piedi tutta la baracca dell’UNRWA. L’esistenza dell’UNRWA dipende infatti, in modo perverso, dal fatto che non vengano mai rimarginate le ferite di questa regione. In altre parole, è preciso interesse dell’UNRWA mantenere ben vive le fiamme del conflitto.
 
L'UNRWA
L’UNRWA assiste 4,8 milioni di profughi operando i 5 paesi con un budget di 948 milioni di dollari (197,5 dollari per profugo) e uno staff di 29.000 dipendenti (1 dipendente ogni 165 profughi). L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati assiste 33,9 milioni di profughi operando i 126 paesi con un budget di 3.590 milioni di dollari (105,9 dollari per profugo) e uno staff di 7.753 dipendenti (1 dipendente ogni 4.372 profughi)
 
I dati dell’UNRWA indicano innegabilmente un problema incancrenito, ma non nel senso che intendono Ban Ki-moon e Krahenbuhl. È vero, l’UNRWA è tenuta in vita da un fallimento politico, ma è un fallimento che non è affatto dovuto a Israele. I paesi arabi, tra i quali figurano stati monarchici e feudali assurdamente ricchi di petrodollari (e assai tirchi nelle loro elargizioni all’UNRWA), utilizzano quella stessa agenzia per impedire calcolatamente ai discendenti dei profughi palestinesi di perdere lo status di profughi. In questo modo hanno creato il più formidabile ostacolo alla pace che sostengono di perseguire. Pur sostenendo a parole di essere favorevoli alla soluzione “due stati per due popoli”, tengono deliberatamente vivo e alimentano il sogno di inondare Israele con milioni di palestinesi ostili. Se quegli stessi paesi così gretti avessero invece esortato i discendenti dei profughi ad abbandonare la pretesa di un “diritto al ritorno” (che non viene riconosciuto ai discendenti di nessuna comunità di profughi), avrebbero dato un colossale, autentico contributo sia al benessere dei profughi che alla pace. Perpetuando innaturalmente il problema per generazioni, essi smentiscono nei fatti la loro pretesa di essere a favore di una pacifica soluzione a due stati.
Lo stesso vale per la stessa UNRWA, un’organizzazione la cui ragion d’essere è fraudolenta e la cui auto-conservazione dipende dal garantire che il problema ad essa affidato non venga mai risolto. Tutto questo diventa evidente quando si considerano le diverse definizioni di “profugo” a cui ricorrono l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e l’UNRWA. Per l’Alto Commissariato è profugo colui che “a causa del fondato timore d’essere perseguitato … si trova al di fuori del paese di cui è cittadino”. In base a questa definizione, i discendenti del profugo non sono profughi. I figli di profughi cubani nati in Florida non sono considerati dei senza patria (come non lo sono i figli degli italiani esuli da Istria e Dalmazia).
L’unica eccezione sono i palestinesi. L’UNRWA classifica come profugo qualunque arabo, nativo o no, che abbia abitato “in Palestina tra il primo giugno 1946 e il 15 maggio 1948, e che abbia perso casa e mezzi di sussistenza a causa della guerra del 1948”. Qualunque lavoratore arabo migrante che si fosse trovato in quei due anni nella Palestina Mandataria britannica può rivendicare lo status di profugo palestinese. Non basta. L’UNRWA stabilisce che il titolo di profugo si estende ai “discendenti di persone divenute profughi nel 1948″. In pratica, basta un bisnonno profugo per ereditarne lo status, anche quando non si vive affatto “al di fuori del paese della propria nazionalità”. Secondo i parametri dell’Alto Commissariato, più del 97% di coloro che l’UNRWA considera come profughi sono lo sono per niente.
Così può accadere che venga classificato come “profugo palestinese” un arabo che vive in terra palestinese, figlio di genitori nati in terra palestinese ma considerati “profughi” perché nel 1948 un loro nonno dovette sfollare – poniamo – di 40 km da Ramle (Israele) a Kalandia (nella Samaria allora occupata dalla Giordania) a causa della guerra scatenata dagli stati arabi contro Israele. E magari a Ramle quel bisnonno ci era arrivato solo qualche anno prima dalla Giordania o dall’Egitto.
Non esiste nessun altro organismo delle Nazioni Unite in cui si sovrappongano così tanti strati di sfrontata ipocrisia con il solo scopo di contribuire cinicamente alla perpetuazione della miseria, anziché aiutare la causa della pace e del benessere. È giunto il momento di considerare l’UNRWA come un problema in quanto tale. E’ giunto il momento di smetterla di sborsare milioni che servono solo a ostacolare la pace tenendo artificialmente in piedi una indegna farsa. Questa regione del mondo starebbe meglio senza l’UNRWA. E’ giunta l’ora di trasferire le responsabilità dell’UNRWA all’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, come in tutto il resto del mondo.
(Da: Jerusalem Post, 6.6.15)

lunedì 15 giugno 2015

Estate 2014: Hamas fu l’aggressore e la causa delle vittime civili - 2

Un gruppo multi-nazionale di ex alti ufficiali e politici ha pubblicato venerdì scorso le proprie conclusioni, secondo le quali durante l’operazione Margine Protettivo “Israele non solo ha soddisfatto un ragionevole standard internazionale di osservanza delle leggi dei conflitti armati, ma in molti casi ha superato notevolmente quello standard”.
A differenza della commissione del Consiglio Onu dei Diritti Umani, accusata di pregiudiziale faziosità, il gruppo di personalità in questione, tra cui degli ex capi di stato, ha potuto contare sulla cooperazione di Israele sia a livello politico che militare. Il gruppo si è avvalso di undici personalità provenienti da Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Australia e Colombia guidate dal generale tedesco Klaus Naumann, ex capo di stato maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato Militare NATO. Fra i componenti del gruppo, l’ex ministro degli esteri italiano Giulio Terzi, l’ex ambasciatore itinerante del Dipartimento di Stato Usa per i crimini di guerra Pierre-Richard Prosper, l’ex comandante delle forze britanniche in Afghanistan, colonnello Richard Kemp.
“La nostra missione in Israele non ha precedenti – ha detto il gruppo riassumendo le proprie conclusioni – Siamo il primo gruppo multi-nazionale di questo tipo a visitare il paese. Ci è stato concesso un livello di accesso al governo israeliano e alle Forze di Difesa israeliane che non era stato concesso a nessun altro gruppo: dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro della difesa Moshe Ya’alon fino ai comandanti incaricati di condurre la battaglia sul campo”.
Il gruppo dice di essere a conoscenza delle accuse di crimini di guerra mosse a Israele, ma afferma di essere arrivato alla conclusione opposta secondo cui Israele, al contrario, aveva cercato per mesi di evitare il conflitto nonostante subisse lanci di razzi sui civili, e infine è stato costretto a combattere una guerra difensiva. Il gruppo definisce invece chiari crimini di guerra ad opera di Hamas il mirare deliberatamente ai civili israeliani e l’uso di civili palestinesi come scudi umani. “Hamas – dice il rapporto – non ha fatto nessuno sforzo per sgomberare i civili, ed anzi vi sono casi documentati di civili costretti a rimanere o tornare nei luoghi dove erano preannunciati attacchi israeliani”.
 
Gaza, 20 luglio 2014: civili palestinesi (nei cerchi, i bambini) concentrati sul tetto di un edificio dopo il colpo d’avvertimento con cui le Forze di Difesa israeliane avevano preannunciato di doverlo attaccare in quanto obiettivo militare
 
 
Un comunicato ufficiale con cui il “ministero degli interni” di Hamas dice ai civili di non prestare attenzione ai preannunci di attacco delle Forze di Difesa israeliane e di non sgomberare gli edifici (dalla pagina Facebook del ministero degli interni della striscia di Gaza, 10 luglio 2014)
Un comunicato ufficiale con cui il “ministero degli interni” di Hamas dice ai civili di non prestare attenzione ai preannunci di attacco delle Forze di Difesa israeliane e di non sgomberare gli edifici (dalla pagina Facebook del ministero degli interni della striscia di Gaza, 10 luglio 2014)
 
 
“Riteniamo che in generale le forze israeliane abbiano agito in modo proporzionato, come richiesto dalle leggi dei conflitti armati, e spesso siano andate al di là dei principi giuridici di proporzionalità, necessità e differenziazione – si legge nel rapporto del gruppo – Spesso le misure adottate sono state molto superiori a quanto richiesto dalle Convenzioni di Ginevra, tanto da essere costate a volte vite israeliane. In una certa misura queste procedure hanno anche compromesso l’efficacia delle stesse operazioni militari israeliane dando respiro a Hamas, che poteva così riorganizzarsi e rifornirsi. Siamo d’accordo con il capo di stato maggiore degli Stati Uniti, generale Martin Dempsey, che a seguito di una missione d’inchiesta del Pentagono in Israele ha detto lo scorso novembre che nel conflitto di Gaza dell’estate 2014 Israele si è sforzato in modo straordinario per limitare danni collaterali e vittime civili”.
Il rapporto dice che il conteggio dei morti palestinesi in quei 50 giorni deve tener conto anche di decessi non correlati con i combattimenti e di quelli legati ad errori e falliti attacchi della stessa Hamas. Oltre a questi, il rapporto riconosce che vi sono stati civili palestinesi uccisi a causa di errori di valutazione o di conduzione da parte israeliana, ma riconosce anche che “la maggior parte di questi decessi sono stati la tragica fatalità che deriva dal doversi difendere contro un nemico che effettua deliberatamente attacchi dall’interno della popolazione civile. Quindi per la grande maggioranza delle morti a Gaza della scorsa estate dobbiamo considerare responsabili Hamas e i suoi alleati terroristi in quanto aggressori e utilizzatori di scudi umani”.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 13.6.15)