Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 26 dicembre 2007

Sderot non capitolerà!!!

Sderot, città israeliana al confine con la Striscia di Gaza, e’ sotto bombardamento palestinese sin dal 2001, essendo considerata, per la sua posizione, un bersaglio facile nel conflitto israelo-palestinese.

L’obiettivo dei Palestinesi e’ chiaro: trasformare Sderot in una città fantasma.

Per impedire che cio’ accada e’ divenuto di vitale importanza solidarizzare con la città di Sderot, non piu’ a parole, ma coi fatti.

A questo proposito noi, amici e laureati del Collegio di Sicurezza Nazionale, classe ’85, abbiamo deciso di passare concretamente all’azione.

Dalle discussioni avute con la gente di Sderot ci e’ parso palese che il campo di attivita’ formative non-ufficiali, vedi musica, cinema e teatro, che non sono previsti ne’ dal bilancio municipale ne’ da quello statale, e’ il campo che vorremmo sovvenzionare e sostenere.

Ecco cosa potremmo finanziare con un piccolo contributo:
  1. Un abbonamento annuale alla Cineteca locale per bambini con problematiche familiari.

  2. Dotare alcuni ricoveri di strumentazione audio cosi da permettere a giovani musicisti di esercitarsi.

  3. Sovvenzionare con borse di studio giovani studenti di musica che mostrino talento.

  4. Finanziare con borse studio la partecipazione di studenti meritevoli delle scuole superiori all’annuale “Marcia della Vita” nei campi di concentramento della Polonia

Nella prima fase di questo progetto, abbiamo aperto i nostri cuori e i nostri portafogli, riuscendo ad acquistare abbonamenti al cinema per i piu’ giovani. Un paio di amici ha offerto dei pianoforti, una chitarra ed altri strumenti musicali. E’ ovvio, putroppo, che da soli non riusceremo a finalizzare il nostro progetto ed e’ per questo che ci rivolgiamo a voi, ai nostri amici vicini e lontani. Se considerate che questo progetto sia meritevole di considerazione potete donare qualsiasi somma di danaro riteniate opportuna per aiutarci ad espandere le nostre iniziative a Sderot.

Vi preghiamo di trasmettere questo messaggio ad altri in modo che si possa completare questo progetto!

Sderot non capitolera’!

Amici di Sderot

http://help-sderot.com/default.aspx

Yaacov Aloni, Motti Biran, Shmuel Ben Rom, Shlomo Gal, Yoel Mor, Shmuel Reshef, Yosi Snir, Yoel Sher, Eli Yakuel.

mercoledì 19 dicembre 2007

BAT YE’OR SI RACCONTA PER GLI AMICI DI LISISTRATA

http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=2433
Sono nata da una famiglia ebrea italiana che da lunga data si era trasferita a Il Cairo, in Egitto. Mia madre era francese, di padre francese e di madre inglese. Sono cresciuta in queste tre culture. In seguito alle leggi razziali di Mussolini, mio padre chiese la nazionalità egiziana che era stata istituita dopo la dissoluzione dell'impero ottomano e l'indipendenza dell'Egitto nel 1922. Poté ottenerla poiché l'ultimo sultano ottomano aveva conferito a mio nonno il titolo di Bey.
Diventato egiziano, mio padre era decaduto della sua nazionalità italiana, come sua moglie e i suoi bambini. Mia madre tolse perciò i bambini dalla scuola italiana e li iscrisse in una scuola francese.

La guerra del 1939-45 ci separò dai nostri nonni e della nostra famiglia materna francese che viveva a Parigi. Più tardi, alla morte di mia nonna, in occasione della liquidazione del suo appartamento, scoprii le stelle gialle che avevano dovuto cucire sui loro abiti. I miei nonni avevano passato tutto il periodo della guerra a Parigi, mentre i miei zii erano fuggiti in zona libera.

Vivevamo al Cairo in un grande appartamento in un quartiere borghese molto tranquillo con la mia nonna paterna, sua figlia (mia zia), il marito, i suoi figli ed i nostri domestici, in una abitazione costruita dalla famiglia.
La deportazione ed i massacri degli ebrei europei erano noti in Egitto, sentivo i miei genitori ed i nostri amici iugoslavi parlarne.
L'arrivo degli eserciti tedeschi ci faceva correre ogni notte nei ripari.
Gli ebrei di Alessandria dovettero venire a rifugiarsi a Il Cairo, e quindi fu il nostro turno doverli nascondere, con domestici e autista nella campagna egiziana.
La collaborazione degli ambienti politici egiziani e degli Arabi della Palestina con le forze dell'asse lasciava prevedere un massacro generale.

Nel 1945 l'Europa infine conobbe la pace, ma le sommosse anti-ebraiche con massacri, violazioni, incendi e distruzioni si moltiplicarono in Medio Oriente. In Egitto, il fanatismo ideologico dei fratelli Musulmani e del Mufti di Gerusalemme nutriva la violenza antisemita.
Durante la guerra d'indipendenza di Israele, gli ebrei furono fermati, imprigionati, espulsi, o pugnalati nelle vie e sui mezzi pubblici. Molti persero la loro occupazione. Un grande numero fuggì clandestinamente in Israele o all'estero. Le zone ebraiche ed i beni comunitari furono attaccati, saccheggiati, incendiati. L'insicurezza regnava sullo sfondo di pogroms e tuttora i beni di mio padre risultano requisiti dal governo egiziano.

Ero ancora una bambina ma sentivo il clima di paura e di preoccupazione generale. Vivevamo facendo attenzione a ciò che si diceva, sapevamo di essere spiati ed esposti a denunce anonime. La situazione peggiorò con l'arrivo di Nasser e l'afflusso in Egitto di quadri e di ufficiali tedeschi nazisti. Leggi discriminatorie anti-ebraiche ed una propaganda antisemita d'ispirazione nazista, uniti ad una campagna di diffamazione e di minacce forzarono la Comunità ad un esodo massiccio.

All'epoca ignoravo tutti questi fatti a causa della censura e della sfiducia nella quale vivevamo e che ci impediva di comunicare. Ero una scolara ribelle che respingeva il suo giudaismo. Divoravo i libri, particolarmente gli autori russi che mi rivelava anche la miseria rivoltante del popolo egiziano. Appassionata di archeologia e dell'Egitto faraonico, ero indifferente alla nostra rovina e all'antisemitismo ambientale poiché vivevo nella letteratura, nella filosofia e scrivevo.
Più avanti si verificò la guerra del 1956 e tutto vacillò.
Mia madre, ex-francese, fu messa in una residenza sorvegliata ed i suoi beni confiscati. Fu vietato agli ebrei frequentare luoghi pubblici, i club, i cinema. I loro telefoni furono tagliati e furono sottoposti ad una campagna di arresti, d'imprigionamento, di espulsioni e di minacce anonime. Fu il nostro turno di decidere l'esodo, due mie sorelle erano già partite, una per L’Inghilterra, l'altra per il Belgio.

In quegli anni avevo assistito al crollo di una Comunità millenaria. Vidi svanire sotto i miei occhi le nostre risorse familiari e sociali frutto di una borghesia europeizzata, coltivata, con il suo snobismo, le sue concezioni, i suoi riti, i suoi pregiudizi, i suoi modi di vita dove si conservavano le abitudini domestiche di generazione in generazione. Il mondo ebraico che avevo respinto, si era disperso ai quattro angoli del mondo. Anche i vecchi ed i malati erano stati strappati dai loro focolari, le sinagoghe centenarie, i beni della Comunità e le tombe dei loro cari venivano abbandonate alla predazione dei barbari. Io stessa presto dovetti partire. Il presente sapeva di cenere, di provvisorio e di eterno transitorio che scioglieva tutte le mie certezze e le basi della mia esistenza. Il solo mezzo per superare la solitudine, l'abbandono e la distruzione del mio universo, fu di scrivere. La descrizione di quest'eventi con la scrittura mi permetteva di distaccarmene oggettivamente.
Non ero più io ad essere in gioco, ma i fenomeni sociali che analizzavo dall'esterno, testimone di un mondo che crollava.

È stato a quell’epoca che amici musulmani, copti e cristiani libanesi vennero a trovarmi per testimoniarmi la loro amicizia. Da loro venni a sapere la discriminazione di cui soffrivano i cristiani. Persone che conoscevo poco, anche dei diplomatici, mi offrirono il loro aiuto. Nell'ambiente dell'alta borghesia a cui prendevo parte nessuno manifestò ostilità. Del resto le leggi nasseriane di nazionalizzazione rovinarono le classi dirigenti.

Le condizioni di partenza erano drammatiche. I miei genitori perdevano la loro nazionalità egiziana, la mia mi era stata già ritirata nel 1955 su denuncia di sionismo. Eravamo costretti a firmare la rinuncia a tutti i nostri beni in Egitto, certificare che non vi saremmo mai più ritornati e portare ciascuno soltanto due borse e 50 sterline egiziane. Ogni testo scritto sarebbe stato controllato dalla polizia. Fui costretta a bruciare tutto ciò che avevo scritto nella mia infanzia. Era come morire, la fine definitiva di un’esistenza che presto non sarebbe esistita più. Liquidammo l'appartamento e partimmo una sera su un carretto per la paura di subire un arresto. All'aeroporto, svuotarono le nostre borse al suolo e distrussero tutti i nostri vestiti. Fummo interamente perquisiti e mi furono sequestrate le mie 50 sterline. La polizia ci tenne in consegna fino a due ore prima di lasciarci partire.

Arrivammo a Londra dove avevo una sorella il cui marito inglese era stato espulso. Vivevamo in grande precarietà, praticamente senza beni di sostegno. Eravamo come falliti in una città di 10 milioni di abitanti, apolidi e rovinati non conoscevamo nessuno. Mio padre era molto malato e per sovrappiù, mia madre si era rotta un piede.

La Comunità ebraica di Londra aveva organizzato una cellula di sostegno ai profughi ebrei provenienti dall'Egitto. Così un giorno degli sconosciuti si offrirono di aiutarci disinteressatamente. In quel momento compresi con orgoglio e gratitudine qual’era il mio posto: appartenevo al popolo ebraico, ad Israele, a quel popolo costituito da profughi che come noi erano stati perseguitati, cacciati, spogliati ed umiliati. Finalmente sapevo chi ero: avevo un'identità di cui comprendevo il peso ed il significato. Appartenevo a quel popolo che mi aveva aiutato quando non avevo nulla.
I miei genitori erano riusciti a risparmiare un po'di denaro e consigliati da queste persone potemmo metterci in affari. Quanto a me, una volta che i miei genitori si sarebbero installati, intendevo partire per Israele, un paese di cui avevo sempre sostenuto la lotta.

I due anni passati a Londra prima del mio matrimonio mi portarono a vivere esperienze straordinarie. Apolide, studente senza denaro, che fa l'esperienza di una povertà assoluta, scoprii la libertà pur vivendo al di sotto dello stretto necessario con i miei simili, degli studenti e degli intellettuali. Scrissi allora alcune novelle e iniziai un romanzo.

Credo di essere nata autore. Ma non ho mai voluto scrivere i libri che avevo scritto. Volevo soltanto descrivere una situazione storica che avevo vissuto: la morte tragica della Comunità ebraica d’Egitto, il suo esodo drammatico in pochi anni, la confisca e la sottrazione dei suoi beni, le sofferenze dell'esilio e della rovina. Più tardi scoprii che questa storia fu quella di tutte le Comunità ebraiche dei paesi arabi. Era l’epilogo di secoli di persecuzioni che leggevo nelle biblioteche europee, di Israele e degli Stati Uniti. Questa storia seppellita nell’oblìo conteneva un messaggio che avrebbe permesso la pace.

Durante la guerra del Libano negli anni 1970, mi sono ricordata dei miei amici cristiani d'Egitto che erano venuti a trovarmi quando ero cacciata da tutte le parti. L'opinione pubblica europea sosteneva i loro nemici palestinesi. Ho voluto difendere questi cristiani e far conoscere le persecuzioni che avevano sofferto sotto l'islam. Li vedevo fuggire dai paesi arabi e mi ricordavo della mia esperienza. Per soddisfare le loro domande pubblicavo le mie ricerche sulla storia dei paesi cristiani che furono islamizzati.

Nel corso di queste ricerche mi apparve chiaro già che dagli anni 1980, che i processi storici di islamizzazione dei paesi cristiani si ripetevano sotto i nostri occhi. I miei libri erano generalmente boicottati ed ignorati del grande pubblico, così il contesto storico mancava in Europa per comprendere gli eventi attuali. La conoscenza del Jihad e della dhimmitudine era stata sostituita dall’amnesia del politicamente corretto e dalle elucubrazioni pro-palestinesi antioccidentali dell'Egiziano Edward Saïd. Mi sembrava che l'Europa si tarpasse le ali volontariamente e non ne comprendevo la ragione. Un giorno mio marito mi mostra un mio vecchio opuscolo del 1975, intitolato “Eurabia. Le mie ricerche su quest'argomento mi permisero di scrivere un articolo, che passò su Internet e fu tradotto in molte lingue.
Avevo appena pubblicato un libro negli Stati Uniti, “Islam and Dhimmitude (2002)” e non volevo ricominciarne un altro. Avevo il presentimento che in Eurabia si nascondesse un argomento enorme, un mistero che riguardava tutta l'Europa, le sue relazioni con i paesi musulmani, l'America ed Israele. Cedevo finalmente alle domande di un amico americano e mi misi a redigere "Eurabia" in inglese per l'America. L'Europa mi sembrava un continente irrimediabilmente perso. Prima della pubblicazione del libro, scrissi molti articoli e feci molte interviste negli Stati Uniti per far familiarizzare il pubblico con le nozioni del Jihad, della dhimmitudine e finalmente di Eurabia. Quest'ultimo rappresenta una politica moderna su scala continentale d'offerta al terrorismo islamico e di autodistruzione che si basa su sostegni istituzionali, culturali e finanziari che emanano dall'Unione europea e dai governi dei suoi Stati membri.
La diffusione dei miei articoli con Internet, ed il loro successo soprattutto in Italia, causò, in particolare in Francia, promotrice di questa politica, insulti diffamatori e razzisti contro di me provenienti da ambienti di sinistra antisemiti e pro-palestinesi.

Le discussioni negli Stati Uniti su Eurabia e sul ritorno in Europa dell’antisemitismo virulento di Stato e sull'anti-americanismo stimolarono in alcuni ambienti europei, una riflessione salubre ed una presa di coscienza. Politiche d'opposizione e di resistenza si misero in moto, sostenute da musulmani che difendevano i diritti democratici e le libertà individuali. La gente si accorgeva che la disintegrazione sociale e l'indebolimento delle libertà derivavano dai tabù, della disinformazione dei mass media, e dalla collusione ideologica dell'Ue con il terrorismo islamico. Questi mali non erano il frutto dell'occasione, di fenomeni superficiali momentanei, ma emergevano da un'ideologia europea geostrategica di alleanze e di fusioni con il mondo musulmano, fondata su due pilastri: l’antiamericanismo e l’antisionismo.

La conoscenza di questa politica poteva modificare questa situazione con pressioni sugli organi europei che condizionavano l’islamizzazione demografica, culturale e giuridica con l'inclusione in Europa dei principi e delle leggi della shari'ha. La vigilanza, ed un'opposizione rispettosa dei valori democratici, potevano combattere il totalitarismo politico, culturale ed ideologico della Ue mascherato da pacifismo umanitario che promuove la vittimologia dei movimenti terroristici e jihdaisti.

Per uscire da Eurabia, occorrerebbe smontare tutte le menzogne e le inversioni della verità sulla quale è stata costruita.
L'elemento essenziale di Eurabia è la palestinizzazione del cristianesimo, della politica, della storia e della cultura dell'Europa. Quest'evoluzione si innescò nel 1973 quando la Comunità europea si sottopose con gioia al terrorismo palestinese e giustificò con entusiasmo l'ideologia jihaidista contro Israele. Entrò allora in un processo intellettuale di assoggettamento ai valori ed ai riferimenti islamici, che santificano la sottomissione dei popoli non musulmani, vale a dire la stessa cosa.
Tutta la politica della Ue è stata costruita all'interno del terorema perverso del palestinismo che trasferiva agli Arabi della Palestina la storia ed i diritti del popolo ebraico allo scopo di perseguire ciò che Hitler aveva iniziato in Europa.

Secondo la visione islamica, che nega la storia biblica ebrea e cristiana, Israele è un occupante di terre arabe. Le guerre e l'insicurezza gli sono attribuite mentre il Jihad mondiale è esonerato; i palestinesi sono vittime di Israele e non l'inverso. Per fare di Israele il male assoluto e giustificare così la sua distruzione, l'Europa traspose ai palestinesi un ricalco falsificato della storia ebraica. Questo permetteva di sostituire le radici ebraiche del cristianesimo con la sua palestinizzazione, come il nazismo voleva dejudeizzare la chiesa per arianizzarla. Il palestinismo che ha fatto ricadere l'Europa nell’odio verso Israele è la rivalsa di Hitler.
Eurabia pone la questione delle relazioni della morale e della politica. Dimostra che nessuna civilizzazione può sopravvivere con la negazione dei suoi valori ed il cinismo assoluto della sua politica. Nella sua guerra larvale contro Israele, contro la sua legittima sovranità, l'Europa si è ancora una volta distrutta, infliggendosi da sola questa stessa politica di sottomissione per proteggersi del terrorismo che prevede per Israele. Per me, la pace non dipende dallo smantellamento di Israele ma dall'abolizione della dottrina jihaidista della conquista del mondo e dalla dhimmitudine dei non musulmani, dottrina incarnata nel palestinismo. È per questo che dubito dei risultati di Annapolis.

La pace avrebbe potuto esistere da tempo, ma soltanto se gli Arabi avessero accettato l'esistenza di Israele nel 1948, quando il problema di Gerusalemme e dei territori non si poneva. I palestinesi possono fare la pace oggi se rinunciano all'ideologia jihaidista poiché la Palestina esiste già. È la Giordania creata fin dal 1922 (Transjordanie) sul 78% del territorio palestinese da parte dell'Inghilterra. Ma cosa fecero i palestinesi appena ebbero la possibilità di avere elezioni libere? Votarono per Hamas, cioè una politica genocidiaria contro lo Stato di Israele.
I palestinesi sono dunque responsabili della loro situazione e non sono le vittime. In realtà, occorrerebbe creare una federazione gordano-palestinese, poiché è impossibile stabilire due stati realizzabili con Israele ed i territori soltanto, escludendo la Giordania.

È stata la Francia, seguita dalla Germania e dalla CEE, che nel 1973 ha invertito la realtà, sostenendo che non era il Jihad palestinese che minacciava la pace, ma l'esistenza di Israele. Sarebbe stato sufficiente creare condizioni favorevoli alla sua scomparsa per ottenere la pace. La Francia e l'Europa hanno reso il conflitto Israeliano-arabo insolubile, adottando la posizione araba nel 1973. Hanno sovvertito la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza. Questa richiedeva una correzione delle linee di tregua del 1948, non citava il popolo palestinese che non esisteva all'epoca e non richiedevano la creazione di un secondo Stato palestinese in territori che la Giordania si era illegalmente adattata in Judea e Samaria durante la guerra del 1947-48. Non parlava di territori arabi poiché non lo sono. Inoltre questa risoluzione metteva sullo stesso piano il problema dei profughi arabi della Palestina ed i profughi ebrei dei paesi arabi, che erano praticamente in numero uguale.

È l'Europa che ha creato il mito nazionale palestinese per opporlo alla legittimità storica di Israele, per creare un focolaio di guerra e di odio che avrebbe condotto alla sua distruzione, e proteggersi del terrorismo palestinese pur aprendosi ai mercati arabi.
Sono stati i suoi intellettuali ed i suoi politici a mettere sullo stesso piano la nakhba e la shoah e ad occultare l'esodo forzato degli ebrei dai paesi arabi, l'equivalente della nakhba benché un certo numero di profughi arabi avesse potuto tornare nel proprio paese d’origine, il Libano, la Siria, l'Egitto ed il Iraq da cui avevano emigrato nel XIX° e XX° secolo.
Fu sempre l'Europa che fece del palestinismo una storia simile a quella degli ebrei e che costruì Eurabia, una politica di fusione euro-araba già iniziata dai nazisti negli anni 1930-40. Per adottare questa politica, l'Europa negò la realtà dei movimenti jihaidisti e fu incapace di difendersi. È troppo presto per giudicare il bilancio della presidenza di Bush, ma il suo merito essenziale è di avere obbligato l'occidente a vedere ciò che nascondeva con furbizia la guerra jihaidista.

È chiaro che non esistono soluzioni miracolose che possano risolvere il conflitto Israeliano-arabo poiché quest'ultimo appartiene ad un insieme globale di strategie jihaidiste geopolitiche, economiche, culturali e religiose che riguardano tutto l'occidente, il Libano, e la sorte tragica delle nazioni cristiane dei paesi musulmani dell’est e dell'Africa, come pure delle popolazioni berbere dell'Africa del Nord.
Questo problema è anche un problema interno al mondo musulmano.
La pace sarà impossibile finché la umma, la Comunità islamica mondiale, non avrà respinto l'ideologia del Jihad, della conquista e della sottomissione delle popolazioni non musulmane, sia con la guerra, il terrorismo, o con metodi pacifici d'immigrazione e di controllo culturale dei mass media e delle università.

La umma deve accettare i popoli non musulmani, la loro storia e la loro legittimità e la coesistenza pacifica con loro. La rinuncia al Jihad non può essere realizzata che dalla pace con Israele. Molti musulmani aderiscono già a questa linea. Dobbiamo aiutarli e sostenerli.

Noi indeboliremo il campo della democrazia, della giustizia e della libertà se taglieremo a pezzi Israele con la creazione di una seconda Palestina. I popoli occidentali devono difendere la loro sicurezza, le loro istituzioni democratiche e la loro sovranità non mediante il pagamento di un tributo al terrorismo jihaidista e alla sua sottomissione. È la palestinizzazione della loro politica che ha mascherato loro la realtà del Jihad globale, le discriminazioni islamiche contro i cristiani e li ha condotti sul bordo del precipizio.

Mi auguro che gli europei capiscano che non salveranno la loro libertà ed i loro valori con la distruzione di Israele, ma che al contrario, affonderanno nella barbarie palestino-nazista che li distruggerà.

Bat Ye’or

lunedì 17 dicembre 2007

Il 2008: un anno speciale!













E' infatti l'anno in cui ricorrerà il 60° anniversario della creazione dello stato di Israele.
Nel maggio del 1948, con la dichiarazione letta da David Ben Gurion che sanciva la (ri)nascita di Israele, non c'era più un popolo costretto a subire eccidi, pogrom, deportazioni e terrificanti stermini perchè rimasto fedele alla propria religione e alla propria cultura, ma c'era un popolo pronto a prendere il posto che gli spettava nel consesso delle nazioni.

Questo avvenimento ha permessso agli ebrei di tornare finalmente, dopo quasi 2000 anni, nella terra dalla quale molti erano stati cacciati ma che non avevano mai dimenticato.
Ora potevano essere sicuri di trovare un rifugio dopo aver "errato" per tutto il mondo alla ricerca di un posto tranquillo, e anche se questo rifugio andava subito difeso da chi, per odio e ignoranza non voleva permettere loro di vivere in pace in quelle terre che chiedevano soltanto di coltivare, potevano finalmente dire di avere una nazione tutta per loro.

Dopo 60 anni,6 guerre, 2 intifade e migliaia di attacchi terroristici che avrebbero fiaccato qualunque popolo e qualunque democrazia, Israele è ancora lì, saldamente ben radicato nella terra conquistata a prezzo di sangue sudore e lacrime.

Dobbiamo però stare attenti, il 2008 vedrà il fiorire di una serie di manifestazioni contrarie ad Israele, proprio in considerazione dell'evento del 60°, per averne un'idea date un'occhiata al sito
Come noterete, la democrazia dei pacifinti nazicomunistiislamici è sempre pronta a scendere in campo contro Israele, persino a promuovere boicottaggi alla fiera del libro di Torino che nel 2008 sarà dedicata ad Israele, perchè secondo le loro menti malate si parla troppo a favore di Israele.

VIVA ISRAELE!

giovedì 13 dicembre 2007

Lo stato Ebraico!






















Non servono altre parole!


Quando gli arabi prenderanno atto dell'esistenza dello Stato Ebraico si potrà andare avanti.


Ogni discorso deve partire da questo semplice presupposto!


VIVA ISRAELE, ORA E SEMPRE!!!

domenica 9 dicembre 2007

Israele è lo stato democratico del popolo ebraico!


Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non può chiamarsi Israele perché popolo d’Israele è sinonimo di popolo ebraico.
Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora la sua Dichiarazione di Indipendenza deve essere annullata, perché parla della fondazione di uno stato per il popolo ebraico chiamato Israele.
Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere revocata la risoluzione Onu del 29 novembre 1947 che prevedeva la spartizione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e l’altro ebraico.
Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere abrogata non solo la Legge del Ritorno, ma anche la Legge Fondamentale su “Libertà e Dignità Umana” secondo la quale i valori di Israele si fondano sul fatto di essere uno stato “ebraico e democratico”.
Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora bisogna trovare un altro inno nazionale al posto della Hatikva.
Se Israele non è uno stato ebraico, non sarà né uno stato cattolico né uno stato buddista: diventerà uno stato arabo-islamico, anche se questo risultato verrà conseguito attraverso la formula dello stato bi-nazionale.
Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non vi saranno mai due stati per due popoli. Se Israele diventerà uno stato arabo-islamico, molto probabilmente non sarà uno stato democratico.
Se Israele diventerà tutto questo, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti anti-sionisti e post-sionisti saranno i primi a scappare. Quelli che resteranno indietro saranno gli ebrei originari dei paesi del Medio Oriente. Tempo fa fuggirono da un regime arabo per andare a vivere in uno stato ebraico, ma quello stesso regime che li aveva umiliati e oppressi ora li avrà agguantati di nuovo, questa volta senza via di scampo.
Uno scenario da incubo, destinato a non avverarsi. Ma è fondamentale capire sin d’ora perché è così importante la rivendicazione che Israele venga definito e accettato come uno stato ebraico e democratico. E invece ci viene detto e ripetuto che la presenza di una cospicua minoranza di arabi all’interno di Israele significa che Israele non può essere definito in questo modo, perché definire un paese senza tener conto della minoranza sin dalla sua definizione non sarebbe democratico.
Ma quando le Nazioni Unite decretarono la creazione di uno stato ebraico, gli arabi costituivano una minoranza doppia di quella attuale, eppure l’Assemblea Generale dell’Onu non vide alcuna contraddizione tra questa realtà di fatto e la definizione di Israele come stato ebraico e democratico.
Gli antisionisti dicono che le cose sono cambiate, che il mondo è entrato in una fase di post-nazionalismo. Ma anche in questa epoca la maggior parte dei paesi d’Europa, anche quelli con cospicue minoranze nazionali al loro interno, rimangono quello che sono: stati-nazione.
La verità naturalmente è che non c’è nessun buon motivo per non riconoscere Israele come lo stato democratico del popolo ebraico. La Corte Suprema israeliana ha ripetutamente indicato quali sono le principali caratteristiche ebraiche dello stato: che l’ebraico è la sua lingua ufficiale principale (anche se non l’unica), che i giorni di festa corrispondono a quelli della tradizione ebraica (sebbene anche quelli delle altre tradizioni vengano rispettati), che la popolazione dello stato è a maggioranza ebraica (sebbene anche le minoranze godano di diritti politici, civili e religiosi).
Ci viene detto che definire Israele come stato ebraico suscita il sospetto che possa trasformarsi in una teocrazia (…). Ma non era certo una teocrazia quella che aveva in mente l’Assemblea Generale dell’Onu quando votò che Israele sarebbe stato ebraico e democratico, né aveva in mente una teocrazia David Ben Gurion quando scrisse la Dichiarazione di Indipendenza, né l’aveva in mente l’ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak quando definì “ebraica” l’essenza di questo stato. Che vantaggio si avrebbe a cambiare il nome di Israele? Forse che gli arabi palestinesi accetterebbero uno stato degli ebrei con un altro nome?Israele non ha bisogno di essere ebraico in senso strettamente religioso. È almeno dai tempi dell’emancipazione ebraica, due secoli fa, che gli ebrei costituiscono un popolo: un singolo popolo dotato di importanti elementi di identità religiosa e che, come tanti altri popoli, è fortemente legato al suo passato religioso, quel passato che fu il trampolino da cui è decollata la sua moderna identità nazionale.
Israele è lo stato del popolo ebraico in tutte le sue parti, così come deve essere lo stato di tutti i suoi cittadini, anche non ebrei, compresa la cospicua minoranza di musulmani i cui leader si piccano di negare di appartenere allo stato. Lo stato non può identificarsi in una parte soltanto del popolo ebraico. Deve essere la casa comune di tutti i suoi cittadini – ebrei e non ebrei, ortodossi, tradizionalisti e laici – senza discriminare nessuna delle componenti che lo costituiscono. È vero, ci sono ancora gravi carenze nel sistema di governo di Israele, tra le quali spicca la mancanza di matrimonio civile. La subordinazione dei cittadini ai tribunali delle rispettive religioni per quanto concerne lo status personale cozza con l’essenza di Israele in quanto stato democratico. Ma questo non è un buon motivo perché la leadership araba e palestinese si opponga alla definizione di Israele come stato ebraico quando, anzi, sono proprio loro quelli che vorrebbero creare una loro teocrazia faziosa e antidemocratica al posto di Israele.
Si oppongono all’esistenza di uno stato ebraico e democratico in qualunque pezzo di questa parte del mondo.
E il loro sogno è il nostro incubo.
(Da: Jerusalem Post, 28.11.07)

La morte di Mohammed Al Durra

Dal sito AGENZIA RADICALE:

I cinema di Tel Aviv e Gerusalemme che proiettarono il film "Jenin Jenin", rivelatosi un clamoroso falso per ammissione del regista stesso, hanno pagato 40mila Shekel (circa 8000 Euro) ai cinque riservisti che avevano querelato l'autore per diffamazione.
Per chi non ricordasse i fatti, nell'aprile del 2002, per tentare di arginare gli attentati che quotidianamente falciavano numerose vite, l'esercito israeliano entrò nella città di Jenin con un'unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa, anziché colpire da lontano con mezzi aerei. L'operazione, durata 8 giorni, fece in tutto 75 morti, di cui 23 israeliani e 52 palestinesi tra questi ultimi 38 erano armati.
Come spesso avviene, però, la propaganda palestinese, organizzò una vera e propria messinscena con finti funerali e vecchie carcasse di animali riesumate per far credere al mondo che in realtà gli israeliani avevano ucciso centinaia, se non migliaia di persone innocenti. Questi piccoli trucchi furono presto scoperti, ma l'idea del massacro perpetrato dall'esercito contro inermi rimase.
Muhammad Bakri, un regista arabo israeliano, realizzò quasi immediatamente un "documentario" in cui si affermava che i soldati avevano deliberatamente colpito civili indifesi e che le atrocità commesse rientravano nei crimini di guerra. Cinque riservisti coinvolti in quei fatti, Ofer Ben-Natan, Doron Keidar, Nir Oshri, Adam Arbiv e Yonatan Van Kaspel, pur non essendo direttamente nominati nel film, lo querelarono allora per diffamazione, affermando che esso calunniava i loro compagni e l'intera unità in cui avevano servito; chiamarono in causa anche le cineteche, poiché avevano pubblicizzato il film usando locandine con l'immagine di Ben-Natan e Keidar, chiedendo loro un risarcimento in denaro.
All'inizio del 2005 Bakri confessò in tribunale di aver usato informazioni sbagliate che gli erano state fornire da testimonianze "oculari" selezionate, ma che non ne aveva controllato l'attendibilità. Aveva anche ammesso di aver ricevuto dei finanziamenti da parte dell'Autorità Palestinese e in particolare che parte delle spese per il film era stata coperta da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l'informazione nonché membro del comitato esecutivo dell'Olp sotto la direzione dell'allora presidente dell'Autorità Yasser Arafat.
Bakri si rivolse allora all'Alta Corte dopo che l'associazione israeliana Motion Picture si era rifiutata di proiettare il film, affermando che esso offriva una versione dei fatti distorta a favore di una parte (quella palestinese). Nel verdetto si sentenziò che stava al pubblico se scegliere o meno di vedere il film e valutare la sua effettiva accuratezza. Tuttavia, secondo l'avvocato dei querelanti, Amir Titonowitz, gli elementi presi in considerazione dall'Alta Corte non sono direttamente correlati alle leggi sulla diffamazione e quindi non possono essere utilizzati a difesa dei querelati.
Recentemente, quindi, i cinema hanno deciso di sistemare la questione in modo extragiudiziale, riconoscendo ai soldati un rimborso poco più che simbolico (30 mila shekel, in totale, verranno pagati dai cinema di Tel Aviv e 10 mila dai gerosolomitani). Uno dei cinque sembra comunque soddisfatto: "Ora ci resta soltanto la battaglia contro Bakri stesso. Abbiamo un debito morale verso i nostri amici che furono uccisi o feriti a Jenin.
Ogni direttore adesso ci penserà due volte prima di filmare delle menzogne e ogni cineteca presterà più attenzione a ciò che proietta.
In tutto il mondo, Italia compresa, l'opera in questione è stata presentata in questi anni come documentario affidabile, partecipando a diversi Festival e addirittura vincendo quello di Cartagine.
Questo non è il primo caso in cui viene appurato che le accuse verso gli israeliani sono false. A parte casi relativamente piccoli e risoltisi in breve tempo, recentemente è tornato alla ribalta l'episodio di Mohammed Al Durra che, secondo una martellante propaganda, fu ucciso dagli israeliani, mentre sembra che sia addirittura ancora vivo. La televisione francese, infatti, che realizzò il servizio, è stata costretta sempre da un tribunale a rendere pubblica la parte del filmato che aveva tagliato e nascosto.
A scoprire, invece, l'industria fotografica e mediatica messa su dagli Hezbollah, da cui venne coniato il neologismo Hezbollywood, durante la guerra libanese-israeliana del 2006, furono alcuni blogger americani e la Reuters si vide costretta a licenziare uno dei suoi fotoreporter. Ora la sentenza della Corte di Giustizia israeliana conferma, riconoscendo che i soldati israeliani erano stati diffamati, quel che già si sapeva dal 2005, cioè che il filmato di Bakri era un falso, come egli stesso aveva ammesso.
Anche creare falsi così clamorosi e diffamatori rientra nella "legittima critica allo Stato di Israele"?

mercoledì 5 dicembre 2007

Annapolis, una farsa... annunciata!


Come si temeva, il vertice di Annapolis è stata solo un'operazione di facciata.
Gli arabi (che non hanno neanche voluto sedersi accanto agli Israeliani e stringere loro la mano) hanno detto a chiare lettere che non riconosceranno mai la natura Ebraica dello stato di Israele.
Ritengono una bestemmia anche solo l'idea di avere per vicino uno stato "Ebraico" e non sono disposti a trattare sulla questione.
Israele deve sempre e solo farsi da parte, rinunciare a territori, alla propria identità, deve persino rinunciare a veder sventolare le sue bandiere in occasione di summit internazionali per il veto imposto dall'arroganza araba!

BASTAAAAA!!!!

E' ora di finirla con queste pagliacciate!

Israele E' uno stato EBRAICO e tale rimarrà!

Quando gli arabi decideranno di fare la pace e si siederanno al tavolo delle trattative con animo sincero, si potrà iniziare a parlare seriamente di pace, ma fino a che continueranno a dimostrarsi falsi, arroganti, biforcuti, non si otterrà niente.
Israele è nato per dare un rifugio agli Ebrei, per dare loro (dopo migliaia di anni) una casa nella quale sentirsi sicuri, nella quale allevare i loro figli secondo la loro religione, senza dover temere pogrom, eccidi, intolleranza, pregiudizi, o peggio stermini!
Se gli arabi non vogliono riconoscere tutto ciò, è un problema loro.

ISRAELE E' UNO STATO EBRAICO!

In difesa di Israele




Con preghiera di massima diffusione a tutti i vostri contatti, pubblicatelo su siti, forum, blog ecc...
Per aderire inviate un'email a: indifesadisraele@gmail.com inserendo nome, cognome, città e professione.

Lettera-appello in difesa di Israele e del popolo Ebraico.

Noi sottoscritti, in quanto cittadini italiani, desideriamo esprimere la nostra più totale solidarietà allo Stato d'Israele ed al popolo Ebraico, troppe volte vittime di guerre, terrorismo e persecuzioni.

Riteniamo doveroso sostenere lo Stato d'Israele per i seguenti motivi:

1) E' l'unico Stato democratico del Medio Oriente

2) E' uno Stato che fin dalla sua fondazione si è trovato costretto a fronteggiare guerre e terrorismo

3) Rappresenta l'unica speranza per il popolo Ebraico che vive nella Diaspora (fuori da Israele ndr), nel caso dovesse subire altre persecuzioni.

Inoltre vogliamo appellarci al Governo italiano ed all'Unione Europea nel ricordare loro l'ignominia del nazifascismo, delle leggi razziali e delle persecuzioni che hanno portato alla morte 6 milioni di Ebrei, oltre ad aver procurato un trauma indelebile nei sopravvissuti. Proprio per queste ragioni, noi sottoscritti riteniamo doveroso costituire questo comitato in difesa d'Israele il cui scopo è quello di diffondere il più possibile petizioni, idee e proposte in difesa dello Stato Ebraico d'Israele, nonchè quello di tradurre materiale utile alla difesa d'Israele in italiano.

Dobbiamo mobilitarci specialmente ora, che il gruppo terroristico Hamas ha preso il potere a Gaza con una guerra fratricida tra palestinesi, che gli Hezbollah si stanno riarmando e rafforzando notevolmente e che l'Iran di Ahmadinejad minaccia continuamente di "far sparire Israele dalla carta geografica".

L'adesione al comitato è assolutamente gratuita e vi possono aderire tutti, senza distinzioni di età, sesso, etnia e religione.

Cordiali saluti

Comitato "In difesa di Israele" - Roma

sabato 1 dicembre 2007

Quanto pensano al bene dei loro figli!

Gli arabi di Palestina dicono di preoccuparsi del bene dei loro figli, dicono che per loro non c'è futuro a causa degli ebrei, ed è per questo che loro sono così in collera!
Non hanno cibo e non hanno soldi, non possono mettere in piedi nessun tipo di attività economica perchè il nemico "sionista" li umilia e li depreda anche di quel poco che hanno, e forse è per questo che utilizano i MILIARDI DI DOLLARI elargiti da paesi arabi, comunità eurabica, ed USA per organizzare campeggi paramilitari, per comprare armi, per fare sfoggio di abilità militare.
Poi si accusa Israele di terrorizzare l'infanzia araba, di stravolgerla e di danneggiarla... MA PERCHE' LORO AMANO I BAMBINI????
Osservate le foto di questo link e poi dite se queste sono persone che pensano al futuro, se sono persone che pensano alla pace, se sono persone che sono pronte a venire incontro a chi non è come loro!!!

http://littlegreenfootballs.com/weblog/pictures/PalestinianChildAbuse/?imgIndex=0&autoShow=off

venerdì 30 novembre 2007

O' Jerusalem


Andate a vedere questo film!

E' uscito il 23 novembre e non so quanto resterà in programmazione.

A Roma viene proiettato in tre sale in orari strani, ma vale la pena organizzarsi per andare a vederlo.

E' tratto dal libro di Lapierre e Collins "Gerusalemme Gerusalemme" ed è finalmente un film obiettivo sull'origine del conflitto voluto dagli arabi, contrari alla nascita dello stato di Israele.

http://www.ojerusalem-lefilm.com/flash/lefilm.html
http://www.ojerusalem-lefilm.com/

martedì 27 novembre 2007

La barriera di sicurezza

Chi non ha sentito parlare di "muro della vergogna" (o peggio di "muro dell'apartheid") in riferimento alla BARRIERA di sicurezza che lo Stato di Israele sta erigendo da anni, per impedire l'accesso sul suo territorio ai terroristi suicidi (mi rifiuto di definirli kamikaze, non hanno nulla a che fare con gli aviatori nipponici che andavano a morire per l'Imperatore schiantandosi contro obiettivi MILITARI)?
Penso nessuno, eppure se osservassimo con attenzione, scopriremmo che il 97% (si avete letto bene... 97%!) della BARRIERA è costituito da una rete metallica protetta da sensori e solo il 3% da un muro di cemento armato alto anche 9 metri.
Già questo fatto di per se basterebbe a chiarire il carattere NON definitivo di questo manufatto, dove è stato possibile infatti, è stato deviato il suo tracciato, per evitare troppe sofferenze alle popolazioni arabe, ma, laddove le violenze (leggasi tiri di cecchini contro CIVILI israeliani) non potevano essere controllate in altro modo, si è deciso di erigere un muro in cemento armato per restituire tranquillità alle popolazioni delle città israeliane duramente colpite dal terrorismo.
Sicuramente ci sono dei problemi per i villaggi arabi e per gli abitanti che debbono sottostare a minuziosi controlli e tortuosi giri per andare da un posto ad un altro, ma va da se che tutto questo cesserebbe nell'istante in cui cesserebbero le violenze da parte araba e si arrivasse a parlare seriamente di pace.
Uno dei primi passi DEVE essere necessariamente il riconoscimento di Israele da parte araba, solo allora si potrà cominciare a trattare.
Ma lo scandalo suscitato nel mondo dalla BARRIERA difensiva israeliana, non ha trovato pari risonanza quando si è trattato di parlare, obiettivamente, di altre barriere che dividono popoli e nazioni: eppure esistono diverse barriere (ed altre sono allo studio) sparse in tuto il mondo, persino nella "pacifica" e "civilissima" Eurabia... pardon... Europa!
Qualche esempio?
Per cominciare si potrebbe parlare della barriera che divide gli U.S.A e il Messico: si, esiste una barriera tra questi due stati eretta dal governo statunitense, per tentare di arginare il fenomeno dell'immigrazione clandestina dal paese latino americano.
Si potrebbe poi continuare con la barriera che divide Cipro in due stati, o con quella tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, quella tra India e Pakistan, quella tra l'Arabia Saudita e lo Yemen, quella tra Botswana e Zimbabwe, e che dire di quella che divide cattolici e protestanti nella "civilissima" Irlanda del Nord? Ma non è finita, ne esiste una persino in Olanda e una nei territori spagnoli in Nord Africa: Ceuta è interamente circondata da una barriera anti immigrazione!
La caratteristica comune di molte di queste barriere è che devono tenere lontani i ponteziali immigrati clandestini (sicuramente meno pericolosi di assassini imbottiti di esplosivo, chiodi e biglie di acciaio pronti a farsi esplodere in bar, autobus, centri commerciali, discoteche, ristoranti ecc.) dai paesi ricchi.
Ne è allo studio una addirittura in Polonia (anche lì cominciano ad essere preoccupati dell'immigrazione incontrollata dai paesi limitrofi) che sembra si avvalga della collaborazione ... degli esperti israeliani!

La storia recente

La terra di Israele, dopo la fine del Regno, fu sempre in mani straniere:

nel 70 d.C. venne conquistata Gerusalemme da Tito
nel 135 d.C. vennero soffocate nel sangue le ultime rivolte ebraiche
dal IV secolo al 636 fu nelle mani di Bisanzio
dal 636 al 1099 nelle mani degli arabi
dal 1099 al 1291 dei crociati
dal 1291 al 1517 dei mamelucchi
dal 1517 al 1917 nei turchi ottomani
dal 1917 al 1948 sotto mandato britannico.

Non fu mai in nessun momento della sua storia uno stato arabo vero e proprio, separato e distinto.

Allo stesso tempo nessuno può negare una costante presenza ebraica nei secoli ad Askelon, Haifa, Cesarea e Gerusalemme

Nel XIX sec. gli ebrei che vivevano in quei territori erano 25 mila su 450 mila abitanti

In Europa per lo più vivono in realtà distinte e separate nei paesi che li ospitano

La rivoluzione francese porta due idee: uguaglianza dei cittadini e libertà delle nazioni.
Gli ebrei in Europa si chiedono “perché come gli altri popoli non abbiamo una terra?
Non abbiamo una nazione completa?”
Da qui derivarono due tendenze: assimilazione al mondo circostante e nazionalismo ebraico.

Barnet Livtvinoff (“La lunga strada per Gerusalemme” – Il Saggiatore, Milano 1968 p. 13) scrive “Il sionismo come idea politica data dalla presa della Bastiglia”.

Nel 1862, un rabbino ortodosso di Posen Zevi Hirsh Kalisher (“Derishat Zion” - La ricerca di Sion) diceva “erano maturi i tempi per insediarsi in Palestina, poiché gli ebrei dell’europa orientale avevano bisogno di un rifugio e quelli dell’Europa occidentale sufficienti ricchezze per attuare un progetto”
Solomon Grayzel (“Storia degli ebrei” – Fondazione della Gioventù ebraica. Roma 1864) scrive che Kalisher trovò appoggio al suo progetto in Cremieux - ebreo francese, prima ministro e poi oppositore di Napoleone III - nel filantropo Rotschild e in Sir Moses Montefiori –influente uomo politico ebreo inglese- e così venne fondata nel 1869 in Palestina con i fondi della “Alliance Israelite Universelle” la prima colonia agricola presionista: Mikveh Israel (Speranza di Israele)
L’Alliance Israelite Universelle era stata fondata (per iniziativa della comunità israelita di Francia) come espressione di solidarietà ebraica internazionale a seguito della sommossa antiebraica di Damasco del 1844.

Negli stessi anni Moses Hesse, un filosofo ebreo tedesco seguace di Hegel, nel suo libro "Roma e Gerusalemme" (1862) sostenne la necessità della fondazione di uno stato ebraico per eliminare la discriminazione sociale che colpiva gli ebrei in Europa.

Un medico ebreo russo Leo Pinsker dopo i sanguinosi pogrom russi del 1881-1882 nel saggio "Autoemancipazione ebraica" sostiene che gli ebrei devono guadagnarsi la libertà con i loro sforzi scegliendo non l’assimilazione ma l’emancipazione come popolo e come nazione.

Lord Byron scriveva:
“the wild dove has its nest
the fox its cove
man kind their country
Israel but the grave”

(La colomba selvatica ha il suo nido/ la volpe la sua tana/ gli uomini hanno il loro paese/ ma Israele non ha che il sepolcro)

Tutte queste idee e sogni si sarebbero esaurite nel nulla se un giornalista ebreo ungherese Theodor Herzl non fosse rimasto scosso dalle manifestazioni di piazza antisemitiche avvenute a Parigi durante i giorni del processo Dreyfus e, sebbene fosse del tutto “assimilato” riscoprì l’ebraismo in “modo improvviso e incontenibile”.

Il sionismo nasce con una pubblicazione di Herzl del 1896 “Lo stato ebraico” e, come scrive Luciano Tas in Shalom nel 1975 “furono gli ebrei dell’Europa orientale ad accogliere lo scritto di Herzl come la voce dell’ultimo profeta di Israele” in quanto erano coloro che più soffrivano la loro “condizione di ebrei” : pogrom e leggi inique rendevano la vita per questi poveri ebrei un vero inferno.

Nel 1897, la Palestina era senza identità politica, amministrata dal corrotto impero turco, con un’agricoltura arretrata, scarsi commerci e nessuna industria, priva di strade di comunicazione: eppure è proprio verso questa terra che si dirigeranno i primi pionieri sionisti.

Chaim Weizmann diceva “per essere sionisti non occorre essere pazzi, ma giova…”

I pogrom del 1881 avevano spinto migliaia e migliaia di ebrei verso gli Stati Uniti e solo poche centinaia si diressero verso la Palestina. Herzl non pensò mai esclusivamente alla Palestina per dare rifugio e una nazione agli ebrei di tutta Europa: si pensò all’Argentina nelle proprietà di un barone francese, si pensò ad un territorio in Uganda offerto dalla Gran Bretagna, o al Mozambico… perfino a una parte di Africa italiana…
Ma ormai si è cominciata a formare una coscienza di popolo e di nazione che spinge a “tornare” in Palestina.

Nel 1902 nasce il Fondo Nazionale Ebraico (KKL Keren Kajameth Leisrael) che acquista acri di terreno incolto sia dai grandi proprietari (effendi) che vivevano al Cairo a Damasco e a Beirut, sia dai piccoli proprietari (fellahim): questi terreni acquistati a prezzi esorbitanti saranno la base dice Lea Sestieri ne “Gli Ebrei nella storia di tre millenni – Crucci , Roma 1980 p. 282) “per la ricostruzione della sede nazionale”.

Nel 1945 lo jishw (entità ebraica della terra d’Israele) possiede 1.750.000 dunam (10 dunam= 1 ettaro).

Le terre comprate dagli ebrei scrivono Derogy e Gurgand in “La morte in faccia” (Rizzoli, Milano 1975 p. 375) “erano soltanto dune e paludi; non è un caso se le terre fertili di Samaria non sono state loro vendute. Ma “gli effendi - dice il Koestler – hanno venduto ad alti prezzi terre grame (nel 1944 gli ebrei pagarono 1000/1100 dollari per acro terreni aridi e semi aridi quando nello stesso periodo i ricchi terreni dello Iowa per esempio venivano pagati 110 dollari per acro…. Fonti del Ministero dell’Agricoltura U.S.A.) eppure più tardi se ne pentono perché l’esempio delle coltivazioni ebraiche ha attirato contadini arabi, che si dedicano a nuove culture più redditizie e, cosa peggiore per gli effendi, acquistano una nuova coscienza di uomini. Saranno spesso i vecchi proprietari ad aizzarli contro le colonie ebraiche.

Nathan Weinstock (critico del sionismo) riconosce che i “pionieri ebrei hanno prosciugato paludi, dissodato terre ingrate, rinverdito colline” (Storia del sionismo” 2 voll. Samonà e Savelli, Roma 1970)

Nel 1914 i coltivatori erano 11 mila, nel 1941 diventeranno oltre 100 mila.

Sull’esempio di Degania, nacquero nel paese un gran numero di Kibbutzim che plasmarono ebrei di nuovo stampo che volevano lavorare la terra con le loro mani, consideravano una bestemmia sfruttare il lavoro altrui. “Vivevano di un pane ebraico – scrive B. Litvinoff – cresciuto su terra ebraica protetto da fucili ebraici. Ad essi va il merito di aver impedito al sionismo di degenerare in un movimento di colonizzazione in senso convenzionale”

1917: Dichiarazione Balfour.
Essa diceva che la Gran Bretagna “vedeva con favore la fondazione in Palestina di un Focolare nazionale per il popolo ebraico…”
Incorporata nel trattato di pace alla Conferenza di San Remo del 25 aprile 1920, riceverà una prima interpretazione limitativa nel memorandum Churchill del 1922 che intendeva quella espressione solo come un impegno ad uno sviluppo crescente dell’insediamento ebraico. Si riconosce dunque lo jishw ma si respingeva, implicitamente, una ipoteca su un futuro stato
La dirigenza sionista in quel momento accettò l’interpretazione limitativa accantonando ma non rinunciando al progetto, vicino o lontano, di un vero e proprio stato o entità riconosciuta.

La politica inglese di parziale equilibrio fra popolazione ebraica e popolazione araba fino alla vigilia della seconda guerra mondiale rende sempre più difficili i rapporti fra movimento sionistico e Inghilterra tanto che nel 1939 in un “Libro Bianco”, ricordato come un evento funesto, la Gran Bretagna limita drasticamente l’immigrazione ebraica e l’acquisto delle terre. Il Libro Bianco che di fatto contraddiceva la lettera e lo spirito della dichiarazione Balfour ha impedito a migliaia di ebrei di sfuggire alla Shoà.
Il 1° settembre 1939 hitler invade la Polonia e questo frenò l’ostilità ebraica ma non l’intransigenza inglese nei loro confronti.
Il “Patria” un mercantile con 1800 persone a bordo che nel novembre 1940 gli inglesi stavano per dirottare verso le Mauritius dopo il divieto di sbarco ad Haifa, viene sabotato dall’Haganà (esercito di civili ebrei.. non esistevano formazioni militari) per impedirne la partenza.
Il piroscafo rumeno Struma carico di profughi arrivato sulle coste della Turchia dopo essere stato respinto dagli inglesi, venne respinto anche dai Turchi e colato a picco nel Mar Morto … 775 passeggeri morti.

Ben Gurion dichiarò comunque “combatteremo la guerra come se non vi fosse il libro bianco e combatteremo il libro bianco come se non vi fosse la guerra."
C’era infatti un nemico molto più pericoloso per ebrei e inglesi: hitler.

Churchill accettò che si formasse una brigata di 26.000 ebrei dalla Palestina (La “Jewish Brigade Group”) che avrebbe combattuto con onore e grandi sacrifici di giovani vite anche in Italia negli effettivi dell’VIII armata del generale Alexander .

La rigidità britannica nell’applicazione del libro bianco non si attenuò neppure quando cominciarono a filtrare le prime notizie sugli orrori nazisti: mentre a Londra il parlamento inglese decretava un minuto di silenzio in segno di lutto per gli ebrei d’Europa, in Palestina continuavano a respingerli…

A guerra conclusa, la totale insensibilità inglese per il dramma dei campi di sterminio esasperò gli ebrei, che non tolleravano più l’arroganza di molti ufficiali inglesi.

Golda Meir (“La mia vita” Mondadori Milano 1976, p. 187) scrive "erano assai spietati e non erano solo le misure punitive a volte assai crudeli a rendere la situazione intollerabile; a esse si aggiungeva la consapevolezza che in ogni occasione essi aiutavano e favorivano gli arabi quando addirittura non li sobillavano contro di noi…”

domenica 25 novembre 2007

Origini di Israele

Intorno all'anno 1000, le 12 tribù di Israele si diedero un ordinamento statale derivante da una forte unità politica, religiosa e sociale e crearono il Regno di Israele che rimase in vita fino al 135 d. C. quando venne distrutto dall'Impero Romano.
Questo piccolo regno si estendeva sui territori che si trovavano ad est del fiume Giordano fino alla costa del Mar Mediterraneo.
Atto della creazione del regno fu l'incoronazione del re Saul (databile storicamente intorno al 1022 a.C.) mentre la sua definitiva distruzione fu dovuta ad una nuova rivolta ebraica (succesiva all'episodio di Masada del 73) contro Roma tra il 132 e il 135 d. C., guidata da Simone Bar Kokhba.
Sconfitti i rivoltosi, l'imperatore Adriano cercò invano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica: trasformò radicalmente Gerusalemme, le cambiò il nome in Aelia Capitolina, ne vietò l'ingresso agli ebrei.
Anche il nome della Terra d'Israele viene cambiato in Palestina, termine forse derivato da Filistei, popolo indoeuropeo che aveva abitato la fascia costiera tra il XII e il VII secolo a.e.v.