Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

venerdì 22 agosto 2008

Arrestato un arabo israeliano

Lo Shin Bet ha arrestato, al termine di una indagine durata un anno circa, un cittadino arabo israeliano di Tel Sheva, con l'accusa di collusione con Al Qaeda.
L'uomo, di 24 anni, aveva preso contatti con un membro dell'organizzazione terroristica per costituire una cellula autonoma e progettare attentati suicidi in Israele.
Aveva studiato al Technological College di Beer Sheva e aveva messo insieme tramite internet notizie su come costruire cinture esplosive e ordigni.

mercoledì 20 agosto 2008

Medaglia di bronzo per Israele

L'atleta israeliano Shahar Zubari ha vinto la medaglia di bronzo nel windsurf specialità RSX Neyl Pride alle Olimpiadi di Pechino. E' la prima medaglia vinta dalla rappresentativa israeliana in queste olimpiadi. Si attendevano risultati anche da altri atleti in altre discipline ma purtroppo hanno fallito.
La medaglia di Zubari è stata accolta con grande gioia in Israele e il premier Ehud Olmert ha chiamato l'atleta per fargli le congratulazioni e per dirgli che in Isreale molti hanno pianto di gioia.


domenica 17 agosto 2008

Dalla viva voce degli attentatori

Da un articolo di Ruthie Blum
"L’unica cosa che non piace ai terroristi – dice lo scrittore Aaron Klein – è essere chiamati terroristi”. Ecco perché, dice Klein, capoufficio a Gerusalemme del sito di notizie World netDaily.com nonché editorialista per la Jewish Press, i soggetti del suo best seller "Schmoozing with Terrorists" (socializzando coi terroristi), pubblicato da World Ahead Media), non sono contenti del titolo. "Preferiscono essere chiamati jihadisi” spiega Klein, sottolineando che quella che potrebbe sembrare una sfumatura fa molta differenza agli occhi di coloro che credono sia il loro dovere religioso portare l’islam in tutto il mondo, con qualunque mezzo a loro disposizione. "A chi protestava per il mio uso della parola, la mia risposta è stata che è terrorista chi prende di mira deliberatamente e violentemente dei civili”. Il fatto che membri e leader di tutte le maggiori organizzazioni terroristiche palestinesi abbiano accettato di parlare (via traduttori) con Klein – il classico “bravo ragazzo” ebreo ventottenne di Filadelfia – e addirittura di continuare a contattarlo dopo aver letto quello che scrive, sembra sorprendente se non improbabile. Klein non è d’accordo. Non solo insiste che qualunque giornalista che desideri intervistare i leader terroristi "può semplicemente chiamarli al telefono", ma sostiene anche che "sono fieri dei loro scopi e risultati e ben felici di avere una tribuna per promuoverli”. Il che suscita la domanda: perché fornire una tribuna del genere? Perché, dice Klein, l’occidente in generale e i media occidentali in particolare tendono a minimizzare o a ignorare le realtà dell’islam radicale. Klein ritiene che sia necessario, dunque, "informare la gente su quello che significa veramente la guerra al terrorismo", permettendo loro di dare una vera occhiata alla psiche degli attentatori suicidi e delle loro reclute. È quello che Klein ha cercato di fare in un’intervista di un’ora il mese scorso a Gerusalemme.
Che cos’è che muove i terroristi? – È una buona domanda. Molti pensano che il terrorismo riguardi pezzi di territorio, per esempio che Hezbollah voglia solo riavere le Fattorie Shaaba. Altri pensano che Hamas, Jihad Islamica e tutto il resto della galassia dei terroristi palestinesi vogliano semplicemente distruggere Israele o che al-Qaida voglia l’America fuori dal Medio Oriente. Ma una cosa che mi è stata fatta capire chiaramente in tutte le mie chiacchierate con i terroristi – che è la tesi di tutto il mio lavoro – è che quello che vogliono è servire Allah diffondendo l’islam in tutto il mondo. È questo che li muove. Si dice spesso dei terroristi che disperazione e povertà, e talvolta dei disturbi mentali, siano alla base delle loro azioni.
C’è del vero in questo?– E’ vero che, se si guarda la CNN o si legge il New York Times, si ricava quest’impressione. Perché ogni volta che c’è un attentato suicida in Israele, immediatamente presentano storie di interesse umano su come il terrorista sia povero e viva sotto l’occupazione israeliana. Anche se, nella storia della civiltà moderna, non c’è nessun altro esempio di gente sotto occupazione che si faccia saltare in aria. Circa un anno e mezzo fa, incontrai a Jenin, insieme al suo reclutatore, un palestinese di 22 anni che era stato reclutato per diventare un attentatore suicida per la Jihad Islamica, e chiesi loro in particolare se intendevano realizzare quell’operazione a causa di povertà e disperazione. La loro reazione fu quella di offendersi, tacciando la tesi di propaganda sionista. Spiegarono che il suicidio è proibito dall’islam, ma che farsi saltare in aria in mezzo a uomini, donne e bambini innocenti non costituisce un suicidio quanto piuttosto la jihad (guerra santa) per Allah, e che quindi non è solo permesso, ma è proprio parte della dottrina.
Gli attentatori suicidi credono veramente che andranno in paradiso?
Gli attentatori stessi, e perfino alcuni dei terroristi di medio livello, credono fermamente che andranno in paradiso, dove saranno accolti da 72 vergini dagli occhi scuri. I leader più anziani, tuttavia, non sembrano credere molto a quello che raccontano ai loro accoliti. Ciò che è interessante a proposito delle 72 vergini di cui reclutatori e aspiranti suicidi parlano sempre è che non si trova nel Corano. Il Corano descrive un paradiso per i martiri dove ci sono vergini e ragazze prosperose, ma il numero 72 non compare. Quello viene più tardi, nella Hadith [tradizione orale]. Un giorno ad esempio, durante un incontro a Nablus con la leadership della Brigata Martiri di al-Aksa, avevo portato con me un conduttore della radio americana, Rusty Humphries, che continuava a esortarli a mostrarci dove comparisse nel Corano il brano sulle 72 vergini. E loro cominciarono a sfogliare le pagine, tirando fuori ogni genere di versi che non avevano nulla a che fare con 72 vergini. Alla fine ammisero che non c’era. Ma non piacque loro essere contestati e mi dissero in seguito di non portare mai più Humphries da loro. Il che sottolinea il cuore del problema: che nelle fondamenta non ci sono veri argomenti a favore del terrorismo. È così facile da smantellare. Ma la maggior parte dei media là fuori accetta le bugie dei terroristi e passa alla domanda successiva senza contestarle. Un’altra cosa degna di nota è che ogni volta che incontro dei leader terroristi, che mi dicono costantemente quanto sono coraggiosi e come non abbiano paura dei sionisti israeliani, sono sempre circondati da donne e bambini.
Forse perché ritengono che gli israeliani cercano di non colpire donne e bambini?
Certamente.
Lo dicono loro o è una tua interpretazione?
Quando glielo chiedo, non lo ammettono assolutamente. Ma il mio problema non è con i terroristi che non lo ammettono, è con i giornalisti che non lo ammettono. Perché ogni volta che c’è un’operazione antiterrorismo israeliana in cui sono uccisi dei civili arabi, immediatamente abbiamo questo mettere sullo stesso piano morale la parte che cerca di ridurre al minimo il numero di vittime civili e la parte che cerca di aumentarlo al massimo.
Stai dicendo che il tuo scopo, nell’intervistare questi terroristi, è quello di insegnare all’Occidente quello che stanno davvero facendo?
Certamente. E scopro sempre che i terroristi sono molto fieri dei loro obiettivi e della loro ideologia, diversamente dai media che li raccontano. Parlate con qualunque terrorista e vedrete che sarà molto schietto riguardo al suo scopo di distruggere Israele come passo verso il suo obiettivo finale di portare l’islam in tutto il mondo. Io in realtà preferisco parlare con i terroristi che con i politici, perché quando chiedo ai terroristi perché si fanno saltare in aria, mi danno una risposta onesta.
Com’è che sono disposti a parlare con te se quello che fai è smascherarli? Non stai effettivamente smascherando la loro lobby?
Forse tu la vedi così, ma loro pensano che sto facendo loro un favore – e forse è vero – offrendo loro una tribuna da cui possono spiegarsi. Non analizzo quello che dicono, li cito, ed essi ne sono soddisfatti.
Dici che forse fai loro un favore. Come? Trasmettendo il loro messaggio a quelli che la pensano come loro?
In realtà non credo di fare dei favori. Dico che essi vogliono trasmettere la loro ideologia, e forse credono che il modo migliore di farlo sia avere un microfono acceso. Dal mio punto di vista, quello che faccio è cercare di insegnare alla gente in che cosa consista realmente la guerra al terrorismo. Noi spesso incoraggiamo i terroristi senza nemmeno rendercene conto con politiche di sgombero, ritiro, dialogo e negoziato. I terroristi sono molto schietti riguardo al fatto che, se sgomberi un territorio, essi useranno quel territorio per compiere altri attentati volti alla tua distruzione. Se sottoscrivi con loro un cessate il fuoco, loro lo chiamano hudna, che viene dal Corano: è la tregua che Maometto firmò sulla strada per la conquista della Mecca, e che in seguito violò. Per loro, un cessate il fuoco è la possibilità di ristrutturarsi e riorganizzarsi, preparandosi all’obiettivo finale della distruzione del nemico. Così, quello che sto cercando di fare qui è informare gli americani su cosa funziona e cosa non funziona.Continui a dire che il loro scopo ultimo è la jihad globale.
Ma ci sono così tanti gruppi diversi che si oppongono l’un l’altro. Si può davvero parlare nello stesso modo di sunniti e sciiti, o di Fatah e Hamas?
Sono in campo molte diverse fazioni, e tutte combattono per il potere. Ma al momento di combattere il nemico, si uniscono.
Senti sostegno tra i terroristi per il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad?
Senz’altro. Qualunque dittatore che minacci di distruggere Israele è ammirato dai terroristi palestinesi. In ogni caso, se sono pagati abbastanza, eseguono gli ordini. E l’Iran sta pagando una fortuna non solo a Hamas, ma anche alle Brigate Martiri di al-Aksa del Fatah, che si coordinano regolarmente con Hezbollah, che sappiamo tutti essere sostenuto da Iran e Siria.
Prima del disimpegno, i critici del ritiro dicevano che Israele avrebbe abbandonato il territorio a uno stato di al-Qaida in fieri. Ora, tu ed altri ne parlate come di una succursale dell’Iran. Dunque qual è delle due? Qual è la differenza, in realtà, se stanno tutti combattendo per la stessa cosa? Al-Qaida è senza dubbio presente ideologicamente a Gaza, dove ha legami con Hamas. Ma al momento non c’è molta differenza tra gli obiettivi e il modo in cui sono compiuti gli attacchi da questi terroristi e da quelli sostenuti dall’Iran. Combattono gli stessi nemici: l’America e il “delegato” americano, Israele.
Quanto sono informati i terroristi con cui sei venuto in contatto sulla politica americana e israeliana?
Molti sono bene informati, certamente sulla politica israeliana. È interessante come, quando emersero notizie su problemi di salute del primo ministro israeliano Ehud Olmert, io ricevetti due telefonate separate da leader della Brigata Martiri di-Aksa che volevano sapere se stava bene, perché volevano essere sicuri che rimanesse in carica.
Come mai?
Perché preferiscono avere un governo guidato da Kadima che non dal Likud. Olmert è più accomodante, la sua vera piattaforma elettorale era il ritiro dalla Cisgiordania, e ai terroristi questo piace perché per loro un ritiro significa più territorio da cui attaccare Israele. Per quanto riguarda la politica americana, capiscono la differenza tra democratici e repubblicani, ma non sanno molto sui particolari dei candidati alla presidenza USA. Considerano tutti gli americani infedeli, ma sosterranno qualunque partito politico in America ritengano li possa agevolare nel raggiungere i loro obiettivi a breve termine. E i democratici parlano più esplicitamente di ritiro delle truppe dall’Iraq. Inoltre, Barack Obama parla di sedersi al tavolo dei negoziati con il presidente iraniano, quindi preferirebbero vedere un democratico vincere le elezioni presidenziali. Anzi, in aprile ho intervistato Ahmad Yusuf, il principale consigliere politico di Hamas a Gaza, e appoggiava Obama paragonandolo a John F. Kennedy.
Che cosa stai dicendo allora, che questi terroristi vogliono negoziare? Sostieni che vedono tutti gli americani come infedeli, però Ahmad Yusuf paragona positivamente Obama a Kennedy. Appoggiano i negoziati con l’occidente perché vedono i negoziati come un segno di debolezza da parte dell’occidente, come un segno che stanno mettendo l’occidente in ginocchio. Citano qualche avvenimento specifico a dimostrazione che "stanno mettendo l’occidente in ginocchio"?
Ai primi di luglio le Brigate Martiri di al-Aksa e la Jihad Islamica tentarono di attaccare il valico di confine Erez e fallirono. La reazione di Olmert fu di tirare le truppe israeliane un po’ più indietro. In un’intervista che ho fatto immediatamente dopo a un portavoce dei Comitati di Resistenza Popolare, questi disse che si trattava di un segno che la tigre di carta israeliana è destinata a cadere. Paragonò il ritiro da Erez al ritiro dalla striscia di Gaza, al ritiro dal Libano meridionale, alla cessione ai palestinesi di territorio in Cisgiordania.
Perché accettano di parlare con te, un ebreo, e addirittura ti telefonano regolarmente?
Sembra incredibile che io possa telefonare ai leader delle organizzazioni terroristiche e chiedere loro dove si trovano, mentre le Forze di Difesa israeliane non riescono a individuarli e scovarli. Ma non è perché sono io, sarebbe lo stesso con qualunque reporter. Ti garantisco che se ti dessi i loro numeri e tu li chiamassi e dicessi che sei del Jerusalem Post, ne sarebbero felici. Qualunque reporter che voglia intervistare un terrorista palestinese scoprirà che è facilissimo.
Devi fingere di essere dalla loro parte quando parli con loro?
No. Ed è per questo che credo abbiano del rispetto per me. Così come ai miei occhi loro sono qualcosa di strano perché sono il nemico e sono dei pericolosi terroristi, anche loro vedono me come strano: la mosca bianca, un ebreo con cui riescono effettivamente a parlare. E sono ben felici dell’opportunità di dibattere, da un punto di vista religioso, l’islam militante versus l’ebraismo. Sono intrigati da me come ebreo quanto io lo sono da loro come terroristi. Inoltre sostengono che non ce l’hanno con gli ebrei, ma con gli occupanti, il che è una grossa bugia. Basta guardare i mass-media palestinesi, pieni di propaganda neo-nazista con gli ebrei raffigurati come maiali e scimmie, il che inculca in molti palestinesi un’idea totalmente sbagliata degli ebrei, visti come il peggiore dei mali.
Non si potrebbe ribattere che ci sono molti israeliani che vedono gli arabi in generale e i palestinesi in particolare come il peggiore dei mali?
Possono esserci idee sbagliate da entrambe le parti. Ma da una parte ci sono persone che spingono i loro figli a diventare attentatori sucidi e ad uccidere israeliani indiscriminatamente nei caffè e negli autobus; dall’altra ci sono persone che esortano alla libertà e alla democrazia. Quindi non si possono fare paragoni.
Non hai paura che questi terroristi che intervisti ti rapiscano o ti uccidano?
Mi rendo conto che c’è del pericolo in quello che faccio. Nello stesso tempo, se guardi i sequestri di giornalisti nelle zone palestinesi, vedrai che sono stati compiuti da uomini mascherati, non da uno specifico terrorista intervistato da un reporter. Lo si creda o no, quando vai da loro ti proteggono.
Hai sollevato con i terroristi il problema dei soldati in ostaggio come Gilad Schalit, Ehud Goldwasser e Eldad Regev?
Sì. Sono molto fieri di questi rapimenti, perché sanno che l’israeliano medio non può tollerare che anche un solo soldato si trovi in quella situazione, e che quindi Israele è disposto a scarcerare detenuti palestinesi e firmare cessate il fuoco pur di riaverli. Per loro, quando Israele scarcera dei detenuti palestinesi, significa che prendere ostaggi funziona.
Sono sorpresi che gli israeliani valutino ogni singolo soldato tanto da fare grosse concessioni per riaverli indietro?
Non ho chiesto questo in particolare, ma quello che si capisce è che cercano nella società israeliana qualunque cosa possano sfruttare.
Hai discusso con loro dell’11 settembre?
Questo è un argomento di cui non amano parlare. L’unica cosa che dicono è che l’11 settembre è stata una cospirazione sionista. Dicono: “Non incolpate noi”. Semplicemente non vogliono averci nulla a che fare. D’altra parte, molti membri delle Brigate Martiri di al-Aksa se ne vanno in giro con potenti fucili d’assalto forniti dagli USA e mi hanno detto che usano finanziamenti, armi e addestramento americani per sparare agli israeliani. Dicono che, se non fosse per queste cose, non credono che la seconda intifada avrebbe avuto il successo che ha avuto. Attribuiscono all’addestramento americano un sacco di ebrei uccisi.
Queste erano armi e addestramento che gli americani fornivano al Fatah per combattere Hamas?
Quella era l’idea: mettere un cattivo contro l’altro. Abbiamo visto come ha funzionato. L’America ha dato a Fatah centinaia di milioni di dollari in finanziamenti, addestramento e armi. Poi Hamas ha occupato Gaza, e i terroristi ora si vantano con me che stanno usando jeep americane, fucili d’assalto americani e perfino qualche mitragliatrice da spalla per colpire bersagli israeliani. Hamas mi ha dato una lista di tutte le armi americane in loro possesso, e io ne ho scritto un articolo. Hanno tradotto il mio articolo in arabo e lo hanno messo sul sito ufficiale di Hamas.
E i terroristi di Fatah, come parlano del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen)?
Dicono che è il loro leader, e che ogni attentato che compiono è finanziato da lui. Non dicono che egli orchestra gli attentati, ma che gli attentati non sono in contraddizione con la piattaforma di Fatah. In altre parole, le Brigate Martiri di al-Aksa non sono un’emanazione accidentale di Fatah: sono le forze di sicurezza del leader del Fatah.
I terroristi con cui hai parlato, come vedono il futuro della regione?
Sono sicuri della vittoria. Sono sicuri che distruggeranno Israele e che cesserà di esistere. Quando chiedo come possono credere una cosa simile se Israele dispone della più grande potenza militare del Medio Oriente, indicano la sconfitta di Israele contro Hezbollah in Libano nel 2006 come prova che è una tigre di carta.
Non si rendono conto degli altri motivi per cui Israele potrebbe non essere distrutto, come il fatto che è una società moderna e fiorente, con tutte le sue realizzazioni e i suoi successi?
Sanno che gli ebrei sono industriosi, ma quello che vedono è Israele in ritirata. Non prestano attenzione al suo settore hi-tech, finché riescono a sparare missili sulla zona dove si trova l’ hi-tech. Sono veramente convinti che presto i loro missili voleranno sull’autostrada Gerusalemme-Tel Aviv.
Ma come immaginano la loro società, nell’eventualità che il loro obiettivo di sconfiggere Israele e Stati Uniti venga raggiunto?
È tutto qui: non hanno alcun piano al di là della jihad. Guarda, ci sono un milione e mezzo di arabi nella striscia di Gaza, qualcuno direbbe intrappolati là dentro. Ti immagini se ci fossero un milione e mezzo di ebrei intrappolati là? Costruirebbero una Singapore. Quando chiedo ai terroristi perché non abbiano costruito niente a Gaza, dicono che non possono costruire niente fino a quando non avranno riavuto tutta la terra. Non sembrano avere piani a lungo termine al di là di questo.

(Da: Jerusalem Post, 07.07.08)

La sindrome del "perchè (non) io"

Da un articolo di Liat Collins
Perché io?" è molto più che una domanda. È una invocazione fondamentale per cercare di comprendere ciò che è spesso incomprensibile. È forse la reazione più naturale al quel genere di trauma che ti costringe a batterti per capire quale forza divina o cosmica ti abbia prescelto. Recentemente sono giunta alla conclusione che Israele soffre di una forma diversa del fenomeno. Chiamiamola “la sindrome del perché-non-io”. È la sindrome dei sopravvissuti: i sopravvissuti all’Olocausto, alla guerra, al terrorismo.Prima dello scambio con cui Israele ha ricevuto i corpi dei soldati rapiti Eldad Regev e Ehud Goldwasser, ho visto in TV l’intervista a un riservista che all’ultimo momento aveva cambiato turno con uno dei due uomini che – ora lo sappiamo – sarebbero tornati a casa solo due anni e quattro giorni dopo, in una bara. Il riservista confessava i suoi (naturali) sensi di colpa. Ricordo mio fratello che patì qualcosa di simile quando il medico che lo aveva sostituito verso la fine del suo servizio, nella prima guerra in Libano, venne mortalmente ferito durante una missione in cui altri tre membri della sua unità rimasero uccisi. Soprattutto, ricordo un soldato della mia unità Nahal che era in visita da amici in un kibbutz durante la prima guerra in Libano (nei giorni dell’operazione Pace in Galilea, prima ancora che Hezboullah fosse fondata). "Mickey, ho sentito che un miracolo ti ha salvato!”, qualcuno salutò il soldato appena tornato dal fronte. Mickey, normalmente molto mite, esplose: "Che razza di miracolo sarebbe? Il tizio accanto a me è stato ucciso! Questo non è un miracolo!". Fu la reazione tipica di qualcuno che combatte con la fase del senso di colpa del lutto. Allora non conoscevo ancora il termine “sindrome da stress post-traumatico”. Questi ricordi, che forse sarebbe meglio cancellare, sono ritornati il mese scorso con "lo scambio di prigionieri". Il termine stesso è traumatico, visto che i nostri soldati erano stati presi in ostaggio e Hezbollah certamente non aveva rispettato nessuna delle leggi e convenzioni internazionali concernenti i prigionieri di guerra, mentre i suoi "combattenti prigionieri" erano dei terroristi assassini di bambini. Non c’è nessuno peggiore di Samir Kuntar e della "signora morte" Dalal Mughrabi, responsabile dell’uccisione a sangue freddo di 36 persone nel massacro di 30 anni fa sull’autobus della strada costiera. Ricordo gli amici che non sono tornati e quel terribile senso di colpa mentre si ascolta una lista di nomi di vittime e si prega in silenzio: "Per favore, fa che non sia..." C’è anche un altro ricordo. Il fratello del negoziante vicino alla tipografia dei miei genitori, a Karmiel, fu catturato dai siriani nel 1982. Yohanan Alon tornò a casa dalla sua famiglia ad Akko il 28 giugno1984, tra grandi accoglienze e pacche sulle spalle da parte dei politici. Ricordo i suoi occhi, ancora appannati, la trasparenza della sua pelle (in quei due anni non aveva mai visto la luce del giorno), il suo sorriso, con qualche dente in meno. E la canzone "Ani hozer habayta" "Sto tornando a casa, io e la mia chitarra" – una popolarissima versione israeliana de L'Italiano – che sembrava andare avanti all’infinito. Quando i corpi di Regev e Goldwasser sono stati riportati a casa, l’umore e la musica erano molto diversi. Era una conclusione, ma senza gioia. La radio suonava le canzoni che sono di un genere israeliano unico: il tipo di musica trasmesso nel giorno dei Caduti, nel Giorno della Shoà e quando c’è un grave attentato terroristico.Fin dall’inizio avevo sospettato che i due soldati fossero morti. Ma, suppongo, avevo anche sperato che si compisse un miracolo ("Che razzo di miracolo?"). Mi è scesa una lacrima alla vista di quelle bare. "La giornata di oggi segna la fine della guerra in Libano," diceva un incauto commentatore della radio israeliana mentre i corpi entravano in Israele a Rosh Hanikra. La guerra non è finita. Non sarà finita fino a che lo sceicco Hassan Nasrallah non sarà lui stesso in una bara, o perlomeno in lutto. Nemmeno la prima guerra in Libano è finita. Chiedete ai soldati che l’hanno combattuta. E chiedete alle famiglie dei tre della battaglia di Sultan Yakoub: Zachary Baumel, Zvi Feldman e Yehuda Katz restarono dispersi in quella battaglia nel giugno 1982. Nel corso degli anni le famiglie hanno visto, scambio dopo scambio, il prezzo che saliva e la “merce di scambio” che scendeva. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert è stato pazzo, per non dire altro, a dichiarare che lo scopo della guerra contro Hezbollah era quello di riportare a casa Regev e Goldwasser sapendo che erano quasi certamente morti. Ma avviare i negoziati di pace con la Siria senza esigere la restituzione dei “missing in action” di Sultan Yakoub meriterebbe un’altra inchiesta. Ora c’è il timore che aumentino le pretese dei terroristi per la restituzione di Gilad Schalit, tenuto in ostaggio da Hamas dal giugno 2006, e che aumenti l’incentivo a compiere nuovi attentati. D’altra parte, Hamas potrebbe desiderare talmente tanto emulare la “vittoria” di Hezbollah da finire col prendere sul serio le condizioni per la liberazione di Shalit. Nel frattempo, come ha proposto Yona Baumel, dovremmo avere il coraggio di cambiare le regole del gioco e congelare ogni contatto della Croce Rossa con i detenuti palestinesi in Israele fino a quando non sarà stabilito un contatto con Schalit.Siamo tutti segnati dal "trauma Ron Arad”, l’aviatore israeliano disperso da quando dovette paracadutarsi sul Libano nel 1986. Poco prima dello scambio, nel quadro delle trattative vennero consegnate a Israele delle foto di Arad e dei suoi appunti personali alla moglie: sono vecchi di almeno 20 anni. Yediot Aharonot, i cui titoli spesso sembrano succinte opinioni di una riga, pubblicò una di quelle foto in prima pagina con le parole: "Guardatelo negli occhi”. L’ho guardato e ho riconosciuto quello sguardo opaco, lo stesso di Alon. La differenza è che Alon l’ho visto casa sua, circondato da amici, cibo e festeggiamenti. Quando Olmert ha guardato negli occhi Arad, i suoi dilemmi morali sono senza dubbio aumentati. Sarebbe stata dura perfino per re Salomone, figuriamoci per un politico che si dibatte tra accuse di corruzione e crisi di governo. Era una di quelle decisioni in cui si sbaglia in ogni caso. Evidentemente il demonio – nella forma di Nasrallah, Kuntar e altri –ci avrebbe comunque guadagnato più di Israele.Ma nel profondo, in mezzo a tanta angoscia, sovviene anche il ricordo della nostra forza oltre che della nostra debolezza. Perché, oltre a tutto il resto, questa è una guerra psicologica: gli israeliani ne sono consapevoli, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ne è maestro. Con tutti i suoi difetti, lo scambio ancora una volta ha dimostrato il significato della frase "Kol Yisrael arevim zeh lazeh”, "tutti in Israele sono responsabili gli uni per gli altri", uno dei fondamenti della vita ebraica.Abbiamo appena rievocato il periodo delle “tre settimane” tra la data ebraica del 17 Tamuz, in cui venne aperta una breccia nelle mura di Gerusalemme, e il 9 di Av, data della distruzione dei due Templi. Il secondo Tempio, ci dicono, fu distrutto per un odio senza senso. E allora, in questo momento, la profonda preoccupazione per la sorte dei nostri soldati – tutto l’amore che possiamo mostrare a "uno dei nostri ragazzi” – è anche la nostra forza. Hezbollah ha riottenuto i suoi assassini, ma la vittoria morale è nostra.
(Da: Jerusalem Post, 20.07.08)

Ancora un razzo kassam sul Neghev

Un razzo kassam è stato sparato da Gaza su Israele, nelle vicinanze del kibbutz ahal Oz già duramente colpito nei mesi scorsi, fortunatamente senza provocare vitime o danni.
E' l'ennesimo "incidente" dall'inizio della tregua tra Israele e i terroristi di hammazz che si verifica.
Nessuna organizzazione terroristica palestinese ha però rivendicato l'attentato, al quale Israele ha risposto con la chiusura dei valichi con Gaza.
Quanto tempo ancora Israele dovrà sopportare le provocazioni palestinesi?
Nel frattempo l'Iran, che nei mesi scorsi aveva testato dei razzi a lungo e medio raggio, ha dichiarato che i suoi aerei da guerra sono in grado di arrivare in Israele e tornare indietro snza dover fare rifornimento: sono slo schermaglie verbali o dietro si cela un piano per arrivare allo scontro diretto con Israele?

martedì 12 agosto 2008

Proposta di pace israeliana e rifiuto arabo

Il premier Olmert ha formulato una proposta di pace alla controparte palestiense che prevede il ritiro di Israele dal 93% della Cisgiordania, la concessione di territori adiacenti la striscia di Gaza e il libero transito tra quest'ulitma e la Cisgiordania. Israele chiede in cambio l'annessione dei territori nei quali sorgono gli insediamenti più grandi (Ma'ale Adunim e Gush Etzion) e il controllo da parte dell'Autorità Palestiense della striscia di Gaza.
La risposta palestinese è stata ancora una volta negativa: la pace per gli arabi non deve avere prezzi da pagare, hanno scatenato la guerra nel 1948 e sono rimasti fossilizzati a quella data.
Israele deve sempre fare concessioni per NON ottenere nulla, Israele ha ceduto il Sinai, ha lasciato Gaza ma l'unica cosa che ha ottenuto è una pace fredda con l'Egitto e migliaia di razzi su Sderot: se questa si può chiamare pace....

Giornalista israeliano ferito in Georgia

Un giornalista israeliano, Zadok Yehezkeli di 53 anni, è stato gravemente ferito durante gli scontri tra forze militari russe e georgiane nella città di Gori.
Il giornalista, corrispondente di Yedioth Ahronot, era con altri colleghi quando è esploso un colpo di artiglieria nelle loro vicinanze (un cameramen tedesco è morto): è stato soccorso e trasferito nell'ospedale di Tblisi per le cure mediche, da Israele il suo giornale invierà due medici per aiutare a stabilizzare le sue condizioni e per riportarlo a casa.

domenica 10 agosto 2008

L'Iran ci ricasca!

Ebbene si, ancora una volta l'Iran ricade nel suo "vizietto" antisportivo e propagandistico: alle olimpiadi in corso a Pechino, un nuotatore iraniano si rifiuta di scendere in vasca a causa della presenza di un rappresentante dell"entità sionista"!!! E questo nonostante i due fossero in corsie lontane e quindi non ci fosse la possibilità per l'iraniano di "vedere" o addirittura "toccare" il nuotatore israeliano.
La motivazione ufficiale è che a causa di problemi di salute è stato ricoverato in ospedale per accertamenti, ma quello dei problemi di salute è il classico espediente al quale ricorrono gli atleti iraniani che si rifiutano di gareggiare con rappresentanti israeliani per non incorrere in squalifiche e sanzioni. Quattro anni fa in Grecia il campione del mondo di judo (iraniano) si rifiutò di combattere con un atleta israeliano e venne squalificato.
Lo spirito olimpico proprio non si addice agli atleti iraniani, che non vogliono neanche guardare in faccia gli israeliani!
Ricorda tanto la storiella dell'uomo che per fare dispetto alla moglie si tagliò gli attributi.... che amarezza!