Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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domenica 31 maggio 2009

L'esercito israeliano soccorre civili palestinesi intrappolati in un edificio crollato

Unità del Battaglione “Shahar” Search and Rescue sono intervenute il 26 maggio nella città palestiense di Ni'lin, vicino Ramallah, per prestare soccorso a dei civili palestinesi rimasti intrappolati nel crollo di un edificio nel quale lavoravano. Il medico del battaglione e la sua equipe hanno prestato le prime cure ai feriti mentre altre unità dell'esercito si prodigavano nelle ricerche di evenutali dispersi.
Il Battaglione "Shahar", considerato il miglior team di salvataggio e recupero in qualsiasi situazione, dopo soli trenta minuti dalla notizia del crollo era già operativo sulla scena della tragedia.
Questa notizia, che evidentemente non fa comodo far conoscere, mostra il vero volto di Israele, quello di un popolo e di una nazione che realmente vuole la pace e cerca di aiutare sempre chi è in difficoltà, a prescindere da chi si tratti, perchè una vita salvata è un dono!
Israele è sempre in prima linea quando si tratta di aiutare paesi in difficoltà colpiti da catastrofi naturali: fu così per il terremoto in Iran anni fa, quando era pronto ad inviare squadre di soccorso (rifiutate dagli iraniani); fu così in occasione del terremoto in Turchia, quando squadre di soccorso israeliane portarono il loro aiuto e riuscirono a trovare numerosi dispersi; fu così in occasione dello tsunami (ma anche questa volta i paesi mussulmani rifiutarono gli aiuti "degli ebrei"). Anche in occasione del terremoto in Abruzzo Israele ha subito messo a disposizione i propri esperti, perchè la collaborazione per il salvataggio di vite è fondamentale per un paese civile e democratico come Israele.

Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, a un giornale olandese nel 1974: "il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."

venerdì 29 maggio 2009

'Se questo è un ebreo'. Il caso del Daniel Pearl francese


di Giulio Meotti


Roma. “Se questo è un ebreo”, recita il titolo del bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni” (Seuil edizioni). Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla Shoah”. Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso, ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto: “Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Genevièvedes- Bois”. E’ il giorno in cui il corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”. La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. Sei anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel, che gli ha tagliato la gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue e urlando: “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”. Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano. Erano i prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze. Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto. Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”. I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di Halimi avrebbe pagato il riscatto. Non sapevano che la madre era una centralinista. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio di telefoni cellulari. Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato all’ottanta per cento, vicino alla stazione di Saint-Geneviève- des-Bois. Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale. Ruth nel suo libro denuncia che, per non urtare la sensibilità della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare la rete di famiglie che proteggeva la gang. Decine di persone sapevano delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo che sognava di vivere in Israele. Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in questa storia è il coinvolgimento di parenti e vicini, al di là del circolo della gang, a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si precipitarono a partecipare alla tortura”. Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di Hamas e del Palestinian Charity Committee. Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc” che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola “offensiva”. Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia di sette anni fa con Daniel Pearl, il corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in Pakistan. Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è senz’altro il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi. Si è parlato poi della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento fatto in casa”. Il reporter francese Guy Millière scrive che “le grida venivano sentite dai vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”. La madre di Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi e di Ruth Halimi. Sono ebreo. E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth. Gli ultimi giorni di Ilan Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi. “Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”. Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa ritualmente di esorcizzare. Ilan non portava un lungo caffettano nero, un cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una preda. E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere ebreo in questo paese”. La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. Come se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei morti, trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto ciò che, nella vita, li espone all’odio. C’è una relazione sinistra tra la morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha seguita. La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla violenza”. Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo tentativo di riscatto. Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo. Fofana è arrivato nel profondo della notte. Quando Ilan è riuscito a guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola, alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il combustibile e gli ha dato fuoco. Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva: “Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.

Il Foglio
29 maggio 2009

L’ Unesco e il Candidato che odia Israele

Chi ha dichiarato, nell’ aprile 2001, che «Israele non ha mai contribuito alla civilizzazione, in nessun’ epoca, perché non ha mai fatto altro che appropriarsi del bene altrui»? E chi ha ricominciato, quasi due mesi dopo, asserendo che «la cultura israeliana è una cultura inumana; è una cultura aggressiva, razzista, pretenziosa, che si basa su un principio semplicissimo: rubare quello che non le appartiene per poi pretendere di impadronirsene»?
Il 30 maggio si chiudono le iscrizioni per il posto di direttore generale dell’ Unesco, da eleggere in ottobre al posto del giapponese Koïchiro Matsuura (in carica dal 1999). Tra gli Stati che hanno più o meno apertamente sostenuto delle candidature ci sono Bulgaria (Irina Bokova), Paesi baltici (la lituana Ina Marciulionyte), Oman (Musa Bin Jaafar Bin Hassan), Algeria (Mounir Bouchenaki) ed Egitto (Farouk Hosny).Anche in virtù della prassi della rotazione tra aree geografiche, il grande favorito è il discusso ministro della Cultura egiziano Farouk Hosny.
Pubblichiamo qui l’ appello firmato dal regista e scrittore Claude Lanzmann, dal filosofo Bernard-Henri Lévy e dal premio Nobel per la pace Elie Wiesel.
Chi ha dichiarato, nel 1977, ripetendolo in seguito su tutti i toni, di essere «nemico accanito» di qualsiasi tentativo di normalizzazione dei rapporti del proprio Paese con Israele? O ancora recentemente, nel 2008, chi ha risposto a un deputato del Parlamento egiziano, preoccupato del fatto che potessero essere introdotti libri israeliani nella Biblioteca d’ Alessandria: «Bruciamo questi libri; magari li brucerò io stesso davanti a voi»? Chi, nel 2001, sul quotidiano egiziano Ruz-al-Yusuf, ha detto che Israele era «aiutato», nei suoi oscuri maneggi, dall’ «infiltrazione degli ebrei nei mass media internazionali» e dalla loro diabolica abilità a «diffondere menzogne»?
A chi dobbiamo queste dichiarazioni insensate, questo florilegio dell’ odio, della stupidità, del cospirazionismo più sfrenato? A Farouk Hosny, ministro della Cultura egiziano da più di 15 anni e, di sicuro, prossimo direttore generale dell’ Unesco se, entro il 30 maggio, data di chiusura delle candidature, non si farà nulla per fermare la sua marcia apparentemente irresistibile verso una delle cariche di responsabilità culturale più importanti del Pianeta.
Peggio ancora: quelle appena citate sono soltanto alcune - e non le più nauseabonde - fra le innumerevoli dichiarazioni dello stesso tenore che costellano la carriera del signor Farouk Hosny da una quindicina d’ anni e che, di conseguenza, lo precedono quando aspira, come oggi, a un ruolo culturale federatore. L’ evidenza è dunque questa: il signor Farouk Hosny non è degno di tale ruolo; il signor Farouk Hosny è il contrario di quello che è un uomo di pace, di dialogo e di cultura; il signor Farouk Hosny è un uomo pericoloso, un incendiario dei cuori e degli spiriti; resta solo poco, pochissimo tempo per evitare di commettere il grave errore di elevarlo a uno dei più eminenti incarichi.
Invitiamo quindi la comunità internazionale a risparmiarsi la vergogna che rappresenterebbe la nomina di Farouk Hosny, già data come quasi acquisita dall’ interessato, a direttore generale dell’ Unesco. Invitiamo tutti i Paesi che amano la libertà e la cultura a prendere le iniziative che s’ impongono per scongiurare tale minaccia ed evitare all’ Unesco il naufragio che questa nomina costituirebbe.
Invitiamo il presidente egiziano, in omaggio al suo compatriota Naguib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura, che in questi giorni si starà rivoltando nella tomba, in omaggio al suo Paese e all’ alta civiltà di cui è l’ erede, a prendere coscienza della situazione, a sconfessare con la massima urgenza il suo ministro e comunque a ritirarne la candidatura.
Certo, l’ Unesco ha commesso altri sbagli in passato, ma questo sarebbe un insulto così enorme, così odioso, così incomprensibile; sarebbe una provocazione così manifestamente contraria ai propri ideali che non riuscirebbe a risollevarsi. Non c’ è un minuto da perdere per impedire che l’ irreparabile si compia. Bisogna, senza indugio, fare appello alla coscienza di ognuno per evitare che l’ Unesco cada nelle mani di un uomo che, quando sente la parola cultura, risponde con l’ autodafé.

traduzione di Daniela Maggioni

Bernard Henry Levy, Elie Wiesel, Claude Lanzmann

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Maggio 2009, Prima pagina e pag. 10)

giovedì 28 maggio 2009

Ken Loach: boicottate quel festival, finanziato da Israele

GERUSALEMME — «Inorridisco!». «Demonizzatore!». Dagli applausi della Croisette, alla doccia fredda scozzese. Dal calcio sentimentale del film su (e con) Eric Cantona, appena presentato a Cannes, al calcio nei sentimenti politici di un regista che non sta mai in un cantone. Piovono pietre su Ken Loach. Per un pugno di sterline, 300 per l’ esattezza, che il Film Festival di Edimburgo ha accettato dal governo israeliano e che il rosso Kenneth considera «il prezzo della vergogna». Nei giorni scorsi il regista era andato giù pesante e aveva invitato al boicottaggio, se i curatori della rassegna scozzese non avessero restituito subito «quei maledetti soldi sporchi del sangue di Gaza». Non fosse mai: pur facendo notare che ogni Paese versa denaro a sostegno delle proprie pellicole in concorso (e che Israele l’ aveva fatto per pagare le spese di soggiorno della regista Tali Shlaom Ezer, in cartellone con Surrogate), pur di non perdere il grande Loach, gli organizzatori s’ erano rassegnati a restituire il contributo.
Sembrava finita lì. Finché non s’ è mosso il ministero degli Esteri di Gerusalemme, tramite l’ ambasciata a Londra, biasimando il festival per aver ceduto alle pressioni «di elementi che cercano di delegittimare e di demonizzare lo stato d’ Israele». E ricordando allo stesso Ken Loach che «il nostro è un Paese pluralistico, nel quale coesistono voci e opinioni diverse, alcune anche molto critiche». Il pane salato del festival, le rose spinose della polemica.
Il settantaduenne Ken non ha voluto sentire ragioni, furibondo per essere finito in proiezione accanto a film finanziati dal governo israeliano: «Una manifestazione che prende i soldi da Israele! Sono sicuro che, come me, sarebbero inorriditi molti altri registi. I massacri e il terrorismo di Stato praticato contro Gaza rendono questo denaro inaccettabile. Mi rincresce, ma ho dovuto invitare a stare alla larga da Edimburgo». La direzione della rassegna un pò se l’ aspettava - perché Loach aveva già minacciato il boicottaggio ai danni del Festival di San Francisco, proprio per la presenza israeliana, e dopo Gaza aveva ripetuto di «non essere sorpreso» se nel mondo cresce l’ antisemitismo -, ma ora si dichiara «apolitica», prende atto della protesta e garantisce che Shlaom Ezer sarà comunque ospite «a spese della comunità di Edimburgo».
La rissa al cinema è solo l’ ultima, fra Israele e Gran Bretagna. Da tempo, le associazioni di consumatori rifiutano l’ ortofrutta prodotta dai coloni (proprio sicuri che sia prodotta dai coloni e non da semplicie contadini?….) E non si contano le proteste israeliane per gli inviti a conferenzieri di Hamas e di Hezbollah. Proprio ieri, è stata tolta dal metrò di Londra una pubblicità turistica che mostrava una mappa d’ Israele con dentro il Golan e i Territori palestinesi. Stavolta, però, la retromarcia di Edimburgo è criticata anche fra i laburisti: «Vietare al governo israeliano di sostenere il festival - pensa Lord Braunstone, già leader dei deputati d’ origine ebraica - è come escludere Israele dalla cultura inglese». L’ unica a non prendersela troppo è lei, Shalom Ezer, la regista contesa: «Ho sempre considerato Loach un grande. Continuerò ad ammirarlo per quel che filma, non per quel che dice».

Francesco Battistini

(Fonte: Corriere della Sera, 23 Maggio 2009, pag. 43)

martedì 26 maggio 2009

I tanti no palestinesi

Esponenti dell’Autorità Palestinese si sono dichiarati “sorpresi” nel leggere sulla stampa israeliana le indiscrezioni circa il nuovo piano di pace che il presidente Usa Barack Obama intenderebbe presentare nel discorso che terrà al Cairo il prossimo 4 giugno. Il piano prevedrebbe la creazione entro quattro anni di uno stato palestinese democratico e smilitarizzato, con capitale a Gerusalemme est. La Città Vecchia di Gerusalemme diventerebbe zona internazionale. Lo stato palestinese non avrebbe facoltà di stringere alleanze militari con altri paesi. I confini fra stato palestinese e Israele verrebbero definiti grazie a scambi di territori. Ai profughi palestinesi verrebbe offerta la scelta tra acquisire la cittadinanza nei paesi dove risiedono o stabilirsi entro i confini dello stato palestinese, più compensazioni offerte dalla comunità internazionale. Contestualmente i paesi arabi dovrebbero stabilire relazioni diplomatiche ed economiche con Israele.
Esponenti palestinesi hanno detto al Jerusalem Post che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che ha in programma di recarsi in visita a Washington alla fine del mese, chiederà ad Obama chiarimenti circa il piano di pace pubblicato da Yediot Aharonot e Ma'ariv.Uno dei funzionari dell’Autorità Palestinese ha detto che il piano contiene “diversi punti positivi”, ma ha anche sottolineato che alcune delle proposte contenute nel piano così come è stato riportato sono completamente inaccettabili per i palestinesi. Le proposte inaccettabili, ha spiegato il funzionario palestinese, comprendono i colloqui sull’inserimento dei profughi palestinesi nei paesi arabi, lo scambio di terre fra il futuro stato palestinese e Israele, la creazione di uno stato smilitarizzato e il riconoscimento di uno status internazionale per la Città Vecchia di Gerusalemme.“La posizione dei palestinesi su queste questioni è chiarissima – ha spiegato un altro esponente dell’Autorità Palestinese – Noi insistiamo sul diritto al ritorno per tutti i profughi sulla base della risoluzione 194 delle Nazioni Unite, e sulla creazione di uno stato palestinese indipendente con tutta Gerusalemme est, compresa la Città Vecchia, come sua capitale”. L’esponente palestinese ha aggiunto che già in passato l’Autorità Palestinese ha respinto l’idea di istituire uno stato smilitarizzato e di scambiare terre con Israele. “L’unico modo per arrivare a una pace vera e duratura – ha concluso – è costringere Israele a ritirarsi da tutti i territori che ha occupato nel 1967”.

(Da: Jerusalem Post, 21.05.09)

martedì 19 maggio 2009

A Gaza uno Stato terrorista. La strategia di Hamas: 10 anni di tregua prima di distruggere Israele


di Charles Krauthammer
Il Times ha realizzato un’intervista di cinque ore al leader di Hamas nel suo quartier generale a Damasco. Incredibile a dirsi, sembrerebbe che intenda offrire un piano di pace con una soluzione a due stati. Ma con un’eccezione. L’offerta non prevede la pace vera e propria, quanto piuttosto una tregua con una scadenza di dieci anni. E ciò significherebbe che dopo che Israele si sarà irrimediabilmente indebolito, a causa dell’insediamento al suo interno di milioni di rifugiati arabi ostili, e dopo un decennio in cui Hamas avrà affinato le proprie armi entro uno stato palestinese che restringerebbe il territorio di Israele ad un’ampiezza di otto miglia – Hamas darebbe nuovamente inizio alla guerra contro uno stato che rimane decisa a voler estirpare.
Esiste una definizione adatta per una pace di questo genere: la pace della tomba.
Gli occidentali possono anche essere degli stupidi, ma Hamas non lo è. E vede chiaramente le proposte che la nuova amministrazione americana sta avanzando a Iran e Siria. Vede che l’Europa, guidata dalla Gran Bretagna, inizia ad accettare Hezbollah. Vede se stessa come la prossima della lista. E sa bene cosa fare. Yasser Arafat ha scritto la strategia di gioco.
Con gli accordi di Oslo del 1993, Arafat ha mostrato quali potessero essere i risultati ottenibili con un finto trattato di pace con Israele – il riconoscimento diplomatico universale, miliardi di dollari in aiuti, ed il controllo di Gaza e della West Bank, che lo stesso Arafat ha trasformato in un campo armato. In cambio di una firma, è riuscito a creare nei territori palestinesi la capacità di portare avanti contro Israele quella guerra che gli stati arabi avevano iniziato nel 1948, ma che avevano abbandonato dopo l’inferno di sangue nella Guerra dello Yom Kippur del 1973.
Meshal si rende conto dell’opportunità che ha di fronte. L’amministrazione Obama, infatti, non sta solamente tendendo la mano ai suoi nemici di sempre nella regione, ma ha anche iniziato il suo mandato puntando il dito contro Israele per l’apparente rifiuto da parte del governo di Netanyahu di accettare una soluzione a due-stati.
Quanto è ampia la scelta tra le false lotte con Israele. Nessun governo israeliano rifiuterebbe una soluzione a due-stati in cui i palestinesi accettassero il compromesso territoriale e una pace autentica con uno stato ebreo (e qualsiasi governo che provasse a farlo sarebbe destituito il giorno stesso). Il ministro della Difesa del governo di Netanyahu, Ehud Barak, ha offerto esattamente un accordo del genere nel 2000. Ha persino proposto di dividere Gerusalemme e di espellere ogni ebreo da ciascun insediamento rimanente nella nuova Palestina.
La risposta palestinese (per chi lo avesse dimenticato) è stata un secco no
. E non è stata avanzata nessuna controproposta. Invece, nove settimane più tardi, Arafat ha dato il via ad una feroce guerra del terrore che ha causato 1.000 vittime tra gli israeliani.
Netanyahu mostra di avere dubbi circa un accordo con lo stato palestinese se prima non ha ben chiaro quale sia il tipo di stato che ne nascerebbe. Questa prudenza di base dovrebbe essere condivisa da chiunque abbia percepito i fatti degli ultimi tre anni. I palestinesi hanno già uno stato, un territorio indipendente senza coloni né soldati israeliani. Si chiama Gaza. E che cos’è? Una base del terrore, dalla natura islamista, alleata dell’Iran, militante ed aggressiva, che ha lanciato oltre 10.000 missili e colpi di mortaio contro i civili israeliani.
Se questo è ciò che lo stato della West Bank è destinato ad essere, sarebbe una follia per Israele o America o Giordania o Egitto o qualsiasi altro paese moderato accettare una simile soluzione a due-stati. Motivo per il quale Netanyahu insiste nel sostenere che l’Autorità palestinese debba prima costruire delle istituzioni – sociali, economiche e militari – atte a definire uno stato che sia realmente in grado di assumersi le proprie responsabilità nel mantenimento della pace.
A parte il fatto che sia ragionevole, lo scetticismo di Netanyahu verso i due stati è fuori tema. Il suo predecessore, Ehud Olmert, idolatrava il santuario della soluzione a due-stati. Non a caso ha avanzato infinite proposte all’Autorità palestinese proprio per una pace basata su due-stati, ma non ha ottenuto nulla.
Perché? Il motivo è che i palestinesi – risalendo indietro alla risoluzione di spartizione ONU del 1947 – non hanno mai accettato l’idea di vivere fianco a fianco con uno stato ebreo. Coloro che, come il presidente palestinese Mahmoud Abbas, avrebbero potuto accogliere una soluzione del genere, non hanno l’autorità necessaria a farlo. E coloro che, come Meshal di Hamas, detengono quella autorità, non ne hanno alcuna intenzione.
La mossa di Meshaal tesa a mascherare una guerra perpetua sotto le spoglie di una pace a due-stati rappresenta un’ulteriore iterazione della tragedia palestinese del rifiuto. Nella sua precedente incarnazione, Arafat ha mantenuto tranquilli Israele e l’amministrazione Clinton con discorsi di pace, mentre in realtà preparava metodicamente la sua gente alla guerra.
Arafat ha atteso sette anni prima di rompere la sua falsa pace. Qual è la novità di Meshaal? Gli anni sono dieci – poi ancora sangue.


© Washington Post

Traduzione Benedetta Mangano

lunedì 18 maggio 2009

Gerusalemme, il Roma Club propone ad Alemanno un torneo di calcetto con giocatori italiani, israeliani e palestinesi

Due partite di calcetto, da disputare a Roma e Gerusalemme, con giocatori italiani, israeliani e palestinesi. Il tutto sotto l'egida del Comune di Roma e della As Roma. E' la proposta contenuta in una lettera consegnata oggi al sindaco, Gianni Alemanno, dai rappresentanti del Roma Club di Gerusalemme, a margine dell'inaugurazione di piazza Roma. Il mini torneo si dovrebbe chiamare "Shalom league" e avrebbe un significato importante per tutta la situazione in Medio Oriente.

domenica 17 maggio 2009

Profanato il monumento ai caduti della Givati. Cresce l'insofferenza degli arabi israeliani verso lo Stato di Israele.Shoà

Il monumento che commemora i caduti della Brigata Givati nel sud di Israele, tra il Kibbuz Negba e il Moshav Shafir, è stato profanato con ingiurie scritte con vernice spay in lingua araba.
E' stato un passante a scoprire lo scempio contro il monumento che commemora i 27 soldati uccisi durante i combattimenti della batatglia di Mishlat Ibdis della guerra di Indipendenza.
Gli abitanti dei villaggi limitrofi sono rimasti molto impressionati per l'accaduto e hanno chiesto l'immediato intervento delle autorità per il restauro della stele.
Si moltiplicano quindi i segnali pericolosi da parte dei cittadini arabi di Israele, che, secondo un sondaggio dell'Università di Haifa se nel 2003 riconoscevano il diritto di Israele ad esistere come stato democratico ebraico nel 65.6% dei casi oggi sono solo il 41%.
Il 40.5% addirittura afferma che la Shoà non è mai avvenuta (nel 2006 lo affermava il 28% degli intervistati)

sabato 16 maggio 2009

Un ruolo vitale per Abdullah di Giordania

Da un editoriale del Jerusalem Post
Quando l’aereo della Royal Jordanian Airlines con a bordo papa Benedetto XVI in Israele parcheggiava lentamente lunedì sulla pista dell’aeroporto israeliano davanti ai dignitari israeliani in attesa, i finestrini della cabina di pilotaggio erano addobbati con le bandiere del Vaticano e di Israele. Una misura semplicemente conforme al protocollo, e che tuttavia costituiva un colpo d’occhio straordinario: una compagnia aerea musulmana che porta il pontefice cattolico nello stato ebraico. E poi c’erano gli echi della calorosa ospitalità riservata poco prima al papa da re Abdullah II e dalla regina Rania.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è senz’altro interessato a incontrare il re giordano prima di vedere il presidente Usa Barack Obama la prossima settimana a Washington. Lunedì, però, subito dopo aver accolto il papa, Netanyahu è volato a Sharm e-Sheikh per pranzare con il presidente egiziano Hosni Mubarak e discutere con lui dell’approccio del nuovo governo israeliano alla questione palestinese, dell’Iran e presumibilmente anche di Gilad Schalit.Re Abdullah, dal canto suo, ha incontrato Obama (lo scorso 21 aprile), ha parlato al Centro di Studi Strategici Internazionali di Washington (venerdì scorso) e lunedì ha concesso una importante intervista al Times di Londra intitolata in prima pagina “L’ultimatum del re: pace subito o l’anno prossimo sarà guerra”. In tutte queste occasioni il re giordano ha cercato di ribadire lo stesso concetto, benché enunciato con regale understatement: è di Israele la colpa per l’impasse negoziale con i palestinesi e ad Israele restano non più di diciotto mesi di tempo per adeguarsi all’iniziativa di pace araba del 2002. Tutto dipende, sostiene il re, dall’imminente incontro Obama-Netanyahu. Se non vi sarà “una chiara visione americana – leggi: se Obama non farà pesanti pressioni su Israele – il presidente americano perderà la sua credibilità, e la regione si incendierà.
Re Abdullah è un autentico moderato. Suo padre fece la pace con Israele nel 1994. In una regione incline alla prepotenza strillata, Abdullah preferisce i toni della persuasione che suona ragionevole. E tuttavia colpisce il fatto che in tutte queste sue recenti dichiarazioni egli non abbia fatto alcun cenno a un’autocritica araba: neanche una parola su ciò che toccherebbe ai palestinesi fare per la pace.
Il re naturalmente vuole la fine dell’”occupazione”, sostiene che “l’iniziativa araba è la più importante proposta di pace nella storia del conflitto”, e mette in guardia che “qualunque sforzo da parte di Israele di scambiare l’indipendenza palestinese con lo sviluppo palestinese” è inaccettabile. Tuttavia il re sicuramente sa bene che Israele non ha interesse a “occupare” i palestinesi. Questa è stata la posizione di tutti i premier israeliani da Rabin a Netanyahu. Sono i palestinesi che hanno prolungato l’”occupazione” respingendo generose offerte volte a porre fine al conflitto (l’ultima avanzata da Ehud Olmert e Tzipi Livni alla fine del 2008).– L’iniziativa araba, così com’è, si presenta come un diktat “prendere o lasciare” fatalmente destinato al fallimento. Peccato dunque che proprio la settimana scorsa la Giordania abbia smentito d’aver accolto il suggerimento che, secondo notizie di stampa, Obama le aveva fatto di condurre una campagna diplomatica presso gli arabi per rendere quell’iniziativa più accettabile.– I palestinesi non sono per nulla pronti – oggi, adesso – per una sovranità totale. Sono violentemente spaccati fra Cisgiordania e striscia di Gaza. La stessa Fatah è polarizzata fra fazioni generazionali. Le istituzioni politiche palestinesi sono, diciamo così, allo stato embrionale. Affrettarsi a creare una “Palestina” militarizzata metterebbe in pericolo sia Israele che la Giordania (la maggioranza della cui popolazione è palestinese).
La notizia buona è che la moderata Giordania potrebbe sì giocare un ruolo vitale nel promuovere la pace: non tanto con le frasi ad effetto di Abdullah del tipo “offriamo loro un terzo del mondo che li incontra a braccia aperte”, quanto piuttosto con un serio lavoro inteso a ridurre la distanza fra le parti: giacché nessuno meglio del re hashemita può capire le dinamiche della politica palestinese o apprezzare il valore geostrategico della terra a ovest del fiume Giordano.
Anziché aspettare che Obama gli porga un Israele soggiogato, il re dovrebbe fare opera di persuasione nella Lega Araba per apportare miglioramenti essenziali al loro piano:
  • rimuovere la richiesta irrealistica di un totale ritiro israeliano sulle indifendibili linee armistiziali del 1949;
  • lasciar cadere l’insistenza palestinese sul cosiddetto “diritto al ritorno” all’interno di Israele (nient’altro che un meccanismo per asfissiare demograficamente Israele);
  • aggiungere l’indispensabile clausola che impegni la Lega Araba a riconoscere il legittimo diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione.

Il re svolge un eccellente lavoro per far sembrare ragionevole la posizione araba. Ma potrebbe promuovere molto meglio la causa della pace se aiutasse a rendere quella posizione davvero ragionevole nella pratica.

(Da: Jerusalem Post, 12.05.09)

Finale dell'Eurofestival

Nella serata di sabato 16 maggio si svolgerà a Mosca la finale dell'Eurofestival 2009.
Per la prima volta Israele sarà rappresentato anche da una cantante araba, Mira Awad, che canterà insieme alla grandissima Noa un brano dal titolo " There Must Be Another Way".
Il brano è cantato in ebraico, inglese ed arabo ed è stata proprio Noa (Achinoam Nini) a chiedere espressamente che fosse Mira Awad a cantare con lei.
Mira, è una attrice e cantante molto apprezzata in Israele anche dal pubblico ebraico che l'ha conosciuta grazie ad una sit-com araba che ha avuto grande successo.

La scelta delle autorità israeliane di far partecipare una cantante ebrea e una araba quali rappresentanti dello stato di Israele, ha però scatenato una dura presa di posizione degli artisti arabi israeliani, con in prima fila quel regista Mohammad Bakri famoso per il falso documentario "Jenin Jenin" sul MAI avvenuto massacro nella città palestiense di centinaia di civili ad opera dell'esercito israeliano, (il regista ha riconosciuto in tribunale le sue manipolazioni propagandistiche anti israeliane) che accusano la Awad e Noa perchè secondo loro “Il governo israeliano vi manda tutte e due a Mosca come parte della macchina della propaganda, che cerca di creare l’apparenza di una coesistenza arabo-ebraica sotto cui nasconde il massacro quotidiano dei palestinesi”.
A quanto pare se si invita Israele (vedi il vergognoso episodio delle Fiera del Libro di Torino 2008) come ospite d'onore, si sbaglia, se si fanno cantare insieme una cantante ebrea (che sembra araba) e una cantante araba (che sembra ebrea) si sbaglia... gli arabi non sono mai contenti... ma sarà mai possibile accontentarli???

Perchè la laurea honoris causa a Gheddafi???


E' veramente l'ultima follia: il dittatore Gheddafi, colui che aveva cacciato gli ebrei e gli italiani dalla Libia, espropriando tutti i loro beni, colui che da 40 anni continua a farsi pagare i "danni di guerra" dall'Italia, colui che ha bombardato Lampedusa, colui che è stato riconosciuto colpevole del terribile attentato contro un aereo civile, colui che è colpevole di aver fomentato il terrorismo in mezzo mondo, colui che è tutto meno che rispettoso dei diritti umani, verrà insignito della laurea honoris causa in giurisprudenza (sic.... i giuristi romani si rivolteranno nelle tombe) dall'Università di Sassari!!!

La Sardegna non si renda complice di un sanguinario dittatore!!!
NO ALLA LAUREA A GHEDDAFI!
NO ALLA RIDICOLIZZAZIONE DELLA SARDEGNA!
VIVA ISRAELE!

venerdì 15 maggio 2009

Tagliati gli ulivi di Gerusalemme.....

ROMA (12 maggio) - Nel parco Egerio di Roma non ci sono più i dieci ulivi piantati il 25 marzo. Provenivano da Gerusalemme ed erano un simbolo di pace e di rispetto dell’ambiente. Sono stati tagliati e sul muro dell’area è comparsa la scritta “Free Palestina”.
Per l’assessore capitolino all’Ambiente Fabio De Lillo si tratta di «un grave episodio di intolleranza assolutamente da condannare». De Lillo ha assicurato che gli ulivi saranno ripiantati al più presto.
Gli alberi vennero piantati durante un’iniziativa promossa dall’assessorato all’Ambiente in collaborazione con l’associazione Keren Kayemeth Leisrael che si occupa di tematiche ambientali da oltre 100 anni. Alla cerimonia avevano partecipato i bambini dell’Istituto Regina Margherita e degli asili infantili israelitici.
(Fonte: Il Messaggero, 12 maggio 2009)
Ecco chi ama la pace!
Ecco chi vuole la pace!
Se mai qualcuno aveva dei dubbi in proposito, se mai qualcuno pensava diversamente è meglio che si svegli, è meglio che apra gli occhi!
Tutto ciò che viene da Israele è da tagliare per i sinistri pacifinti o per i destri nazi che si possono anche definire nazikomunistislamici....
Avete tagliato gli ulivi simbolo di pace solo perchè venivano da Israele, ma come siete sempre lì a protestare contro Israele quando taglia gli alberi sotto cui i terroristi nascondono le rampe di lancio dei loro maledetti razzi e poi non dite nulla contro questo scempio?
Pagliacci!!!
Siete solo dei pagliacci.
VIVA ISRAELE!

giovedì 14 maggio 2009

Condannato l'organizzatore dell'attentato di Netanya

E' stato condannato a 5 ergastoli Adam Yunis, membro della Jihad islamica e ideatore dell'attentato di Netanja del dicembre del 2005 nel quale vennero trucidati 5 cittadini israeliani e ne vennero feriti 91.
Il condannato è stato riconosciuto colpevole della ideazione dell'attentato e di aver accompagnato sul luogo stesso il terrorsita sucida che doveva farsi esplodere tra i frequentatori del centro commerciale.
Possa scontare per intero e in una lunghissima vita in galera le sue colpe atroci!!!

domenica 10 maggio 2009

Una "edificante" storia austriaca

Sembra la riedizione di"qualcosa" di già sentito...
Una famiglia ebrea di Vienna (padre, madre e cinque figli) che aveva progettato di trascorrere le proprie vancanze estive in Tirolo, all'Haus Sonnenhof apartment hotel nel villaggio di Serfaus. Alla richeista di un apartamneto, si è sentita rispondere via mail che, sebbene ci fossero stanze libere la proprietaria, Irmgard Monz, non avrebbe loro concesso un appartamento a causa di "cattive esperinze passate con clienti ebrei".
I genitori dei ragazzi, scioccati dalla mail di risposta da parte della proprietaria dell'hotel, hanno ovviamente deciso di trascorrere altrovre le vacanze, promettendo però di segnalare il disgustoso episodio a tutti gli amici e conoscenti.
Ormai nulla fa più notizia quando le vittime sono ebrei o israeliani, fossero state invece arabi, palestinesi o "volontarie" italiane si sarebbe scatenata la reazione "indignata e ferma della società civile", il sindacato avrebbe dichiarato sciopero generale e si sarebbe fatta una bella manifestazione oceanica.
E pensare che, da qualche anno, la regione del Tirolo attira un grande numero di ebrei ortodossi per la bellezza dei luoghi e per la natura incontaminata, e diversi hotel, per poter accogliere meglio il nuovo tipo di flusso turistico, hanno provveduto a inserire un menù kosher nei loro ristoranti.
Il 1939 è sempre dietro l'angolo, sebbene ci sia gente che è stufa di "sentir parlare di camere a gas e di stragi naziste", e troppi avvenimenti destano preoccupazione: questo del Tirolo come le parole di odio di ahmadinejad a Ginevra poche settimane fa in occasione della famigerata Durban II.

Razzo su Israele da Gaza e terrosti dall'Egitto

I terroristi di Gaza, nella notte di sabato, hanno sparato un razzo contro Israele: fortunatamente l'ordigno è caduto in una zona disabitata nei pressi di un kibbutz tra Sedot HaNegev e Sha'ar HaNegev Regional Councils.
Nella serata di oggi invece, fonti militari riferiscono di aver arrestato due uomini che si erano infiltrati in Israele con grosse quantità di denaro e con diversi cellulari. I militari di Tzahal avevano intimato l'alt ai due ma questi non hanno obbedito e quindi ci sono stati dei colpi di arma da fuoco contro di loro: uno dei diu è rimasto leggermente ferito.

Il nuovo film di Quentin Tarantino

Bastardi senza gloria:

http://www.youtube.com/watch?v=yAKvRs5NxvI


Assolutamente da vedere...

Reibman non diffamò Diliberto

Roma - Oliviero Diliberto sconfitto al Tribunale Civile: aveva querelato per un milione di euro Yasha Reibman, portavoce degli ebrei milanesi, che dopo un corteo pro Palestina con bandiere d’Israele bruciate, nel 2006, aveva accostato il leader del Pdci a quello della Fiamma Tricolore, parlando di “spacciatori di antisemitismo” e di “diffusione, magari inconsapevole, di pregiudizi”. Parole che rientrano nel diritto di critica: il giudice ha respinto la richiesta di danni perché Reibman “non ha offeso la persona, ma ne ha criticato l’operato politico”, spiega il suo avvocato Marco Teardo.
“Per fortuna, in Italia si può dissentire, anche da un ex Guardasigilli”, commenta Reibman. Diliberto si era sentito “offeso” per l’accostamento all’antisemitismo e aveva definito “imbecilli” gli autori del rogo. “Ancorché sbagliata, rispetto la sentenza”.

(Fonte: Corriere della Sera, 4 maggio 2009, pag 12)

Il Papa in Medio Oriente

Non sarà una visita facile quella di Benedetto XVI in Medio Oriente.
Già le premesse non erano delle migliori: da una parte alcuni islamici che pretendono le scuse per il discorso di Ratisbona e che auspicano una sua presa di posizione contro "i crociati" in Afganistan e dall'altra gli ebrei che ancora non riescono a comprendere i motivi di alcune scelte del pontefice, prima fra tutte quella di togliere la scomunica al vescovo negazionista e poi la preghiera per la "conversione dei giudei" ripristinata lo scorso anno.
I primi discorsi in Giordania sono improntati a grande apertura e cautela verso entrambi i fronti: da una parte ha affermato "l'inseparabilità" dei legami tra ebrei e cristiani e dall'altra ha espresso un grande rispetto per l'Islam.
La sua venuta era stata contestata in Giordania da alcuni esponenti religiosi islamici proprio a proposito di Ratisbona e in Israele da due conduttori radiofonici che avevano parlato del suo servizio prestato nelle SS quando era ragazzino sul finire della guerra.
A questi si sono uniti oggi gli appartenenti a un gruppo di sopravvisuti alla Shoà che hanno invitato tutti i conducenti di mezzi israeliani a suonare i loro clacson in segno di protesta per la visita del papa al Museo dello Yad Vashem. Non perdonano al pontefice di aver riammesso nella chiesa cattolica il vescovo negazionista inglese e che il delegato vaticano sia rimasto in aula a Ginevra in occasione della conferenza sul razzismo, durante lo schifoso discorso antisemita e antiisraeliano di ahmadinejad.

sabato 9 maggio 2009

Nuove tensioni ad Akko

Venerdì notte ci sono stati degli scontri tra giovani arabi ed ebrei nella città di Akko, dove lo scorso Yom Kippur ci furono incidenti e grandi tensioni tra le due comunità a causa della provocazione di un conducente palestinese che aveva attraversato con la sua auto e a tutta velocità un quartiere ebraico mettendo in pericolo i bambini ebrei. Ieri sera invece si sono verificati degli scontri a causa di apprezzamenti rivolti dagli arabi ad una ragazza ebrea. Per sedare la lite degenerata in atti di violenza è intervenuta la polizia che ha arrestato alcuni giovani di entrambi i gruppi ma altri arresti potrebbero esserci nelle prossime ore.
La tensione che regna nella città è il sintomo di un deterioramento dei rapporti tra le due comunità che desta una certa preoccupazione sia tra i responsabili che tra i cittadini.

venerdì 8 maggio 2009

Rinnovatre le sanzioni alla Siria

Il presidente americano Barak Obama ha deciso di rinnovare le sanzioni contro la Siria, impedendo quindi l'esportazione di armi, il transito di aerei siriani negli USA e l'accesso al sistema eonomico americano da parte di siriani coinvolti in indagini di terrorismo.
A quanto pare le manfrine di assad figlio non hanno incantato il nuovo inquilino della Casa Bianca, che, ritendo la Siria un paese pericoloso e una centrale del terrorismo, ha deciso bene di confermare quanto aveva fatto in proposito il presidente Bush.

Tv Al-Aqsa (Hamas): “Ogni feto musulmano sceglie la Jihad”


Tv Al-Aqsa (Hamas): “Ogni feto musulmano sceglie la Jihad”
In questo video mandato in onda il 24 Aprile scorso dalla tv controllata da Hamas, abbiamo un ulteriore esempio di come vengano indottrinati i telespettatori palestinesi. Nel sermone tra le altre cose si afferma che “la moschea è il primo luogo dove vengono addestrati i combattenti della Jihad” e che “i feti che sono nei grembi delle donne musulmane sono pronti a scegliere di combattere per Allah” e “scelgono di combattere per la Jihad“

(Fonte: Palestinian Media Watch)
e DAI VENITE A DIRMI CHE QUESTI SONO RELIGIOSI!
e DAI VENITE A DIRMI CHE L'ISLAM E' UNA RELIGIONE DI PACE!!!!
E DAI VENITE A DIRMI CHE BISOGNA PARLARE CON LORO!!!!

Ahmadinejad: “Gli israeliani? Sono microbi distruttivi”

Damasco, 5 Maggio 2009 -

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, in visita oggi a nella capitale siriana, ha lanciato un nuovo attacco violento contro Israele, definendolo i suoi cittadini “microbi distruttivi”. “Gli occupanti sionisti sono dei microbi distruttivi - ha detto Ahmadinejad nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente siriano Bashar al Assad - poichè il sionismo in sè è occupazione, aggressione, assassinio e annientamento”. “Il sionismo è stato creato per minacciarci - ha aggiunto il presidente iraniano -. Sostenere la resistenza palestinese è un dovere umanitario e popolare. La Siria e l’Iran sono unite e si pogono al fianco della resistenza palestinese”.
Ma qualcuno si preoccupa seriamente (a parte Israele) delle frasi di questo hitler del tersz millennio?
Qualcuno si decide a mettergli una bella catena corta???
ahmadinejad... se lo conosci lo eviti... se lo eviti non ti uccide....
VIVA ISRAELE!

giovedì 7 maggio 2009

Il “pacificatore” americano

di Shaul Rosenfeld
L’equazione della politica di appeasement (accondiscendenza) comporta un aspetto collaterale che abitualmente i fan della politica di appeasement utilizzano per cercare di mitigare la furia dei farabutti che li minacciano. Circa settant’anni fa all’appeaser “pacificatore” britannico Chamberlain sembrò che la regione (cecoslovacca) dei Sudeti sarebbe stata un prezzo sufficiente per soddisfare gli appetiti di un megalomane dittatore tedesco. Oggi agli appeaser americane sembra che la regione di Giudea e Samaria (o Cisgiordania) costituisca un prezzo sufficiente persino per placare alla minaccia nucleare iraniana. E così, mentre il segretario di stato Hillary Clinton dichiara che “senza pace non vi sarà appoggio a Israele contro l’Iran”, il capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel afferma che le possibilità per l’America di fronteggiare l’Iran dipendono dalla capacità dell’amministrazione di esibire progressi sul fronte palestinese.
A quanto pare, il legame, in realtà infondato, fra “pace coi palestinesi” e neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana sta diventando la massima priorità di Barack Obama e dei suoi collaboratori.D’latra parte, cosa vi sarebbe di più semplice che spogliare Israele dei suoi più preziosi vantaggi territoriali in Giudea e Samaria trasformando i territori sgomberati in una nuova Hamas-land (dopo quella di Gaza) per poi diventare una vera e propria Ahmadinejad-land, se queste mosse si presume che mettano il vento in poppa agli sforzi per sventare il programma nucleare iraniano?
Per la verità, anche un novellino capisce che le probabilità che le belle maniere di Obama (con o senza Giudea e Samaria) convincano l’Iran a lasciar perdere la sua corsa all’atomica non sono maggiori delle probabilità che un criminale seriale torni sulla retta via con una sgridata di un esperto in galateo o un corso accelerato di morale kantiana.Israele deve piuttosto mettere in chiaro con la nuova amministrazione americana che non muore dalla voglia di diventare la Cecoslovacchia degli anni ’30. Forse è tempo di iniziare a stendere un discorso per Obama che inizi con le parole che Churchill dedicò a Chamberlin: “Smentito dai fatti e raggirato dai farabutti”.
Ma è molto più importante che Israele spieghi agli americani in modo inequivocabile che andare come pecore al macello non fa e non farà mai più parte dei nostri programmi.

(Da: YnetNews, 7.05.09)

Lieberman in Italia

E' arrivato in Italia, per la sua prima visita in Europa, il nuovo ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman. Ha scelto l'Italia perchè è il paese che ha dimostrato più amicizia nei confronti di Israele e perchè potrebbe essere il paese in grado di aiutare a intavolare delle trattative con i siriani in merito al Golan.
E' stato preceduto da una becera campagna di disinformacjia tipica dei più ottusi regimi comunisti: è stato dipinto ovunque come una specie di troglodita con il quale non si può parlare...sorprende quindi sentirgli dire che lascerebbe immediatamente la sua casa nell'insediamento di Nokdim se questo servisse ad arrivare ad una pace definitiva con i palestinesi.
Ma come, non era un "falco"?
C'è qualcosa che non quadra allora, vuoi vedere che, per il solo fato di provenire da un partito didestra non può assolutamente essere un uomo che vuole fare la pace? come se la parola pace fosse un marchio registrato alla SIAE dalla sinistra, chene detiene quindi l'esclusiva.
Quando smetteranno i sinistri pacifinti di sbraitare e vuoto?
BENVENUTO MR. LIEBERMAN!

mercoledì 6 maggio 2009

Appello di Noam Shalit per la liberazione del figlio Gilad

"Ci hanno abituato a pensare che la liberazione di un grande numero di terroristi potesse dare speranza per la liber azione di Gilad Shalit.Abbiamo capito che non è così. Si potrebbe chiedere il suo rilascio con 300 milioni di dollari, un riscatto così alto non è mai stato pagato per un prigioniero.Gli Stati Uniti si preparano a stanziare questa cifra per la ricostruzione della striscia di Gaza. C´è pertanto la possibilità reale che 300 milioni di dollari possano convincere qualcuno, lì a Gaza, a liberare Gilad. Vi prego pertanto di firmare questo mio appello da presentare al presidente degli Stati Uniti al fine di convincerlo a rendere effettivo lo stanziamento dei fondi solo dietro il rilascio di Gilad Shalit.
E´ la prima volta che presento una richiesta di questo tipo perché credo che possa davvero servire a cambiare qualche cosa.
Non abbiamo altre strade, per cui proviamo questa, firmate ora.

lunedì 4 maggio 2009

Attacchi contro militari e civili

Due soldati israeliani sono stati aggrediti e feriti con coltelli negli ultimi due giorni a Ramat Gan e a Ra'anana. Il primo si trovava su un autobus quando è stato colpito alle spalle e ferito al collo (nella zona della giugulare): soccorso dal Maghe David Adom ha riferito di essere stato attaccato da un uomo con sembianze arabe. Il secondo è stato ferito leggermente ma la motivazione potrebbe essere criminale e no nterroristica secondo la polizia.
Un cittadino israeliano poi è stato aggredito nella località egiziana di Nuwiba nella penisola del Sinai, sulla strada costiera che porta a Sharm el Sheikh. L'uomo, che era in spiaggia con la moglie, è stato aggredito da un lavoratore libico della zona: i due hanno lottato e l'assalitore si è poi dato alla fuga lasciando cadere il passaporto che ne ha permesso l'identificazione. Il turista israeliano, residente a Tel Aviv è stato ricoverato nell'ospedale Yoseftal di Eilat

venerdì 1 maggio 2009

Di ritorno da Eretz Israel

Sono rientrato mercoledì da Israele.
Ho trascorso lì 10 fantastici giorni, partecipando agli eventi più importanti per Israele: Yom HaShoà, Yom HaZicharon e Yom HaAzmat. Ho girato in lungo e in largo e ho avuto modo di vedere la realtà che nessuno ci racconta, che nessuno vuole che si conosca di quel meraviglioso paese.
Ho visto gente che vuole vivere in pace e che si preoccupa del futuro e del benessere dei propri figli; ho visto e parlato con persone che, quando è iniziato il bombardamento su Sderot a opera dei criminali di hammazz, hanno lasciato il paese nel quale si erano trasferiti e sono rientrati in Israele per difendere la loro città e la loro nazione; ho visto i rifugi dissemintai in tutta la città di Sderot per proteggere i cittadini e ho visto le scuole di Sderot munite di coperture in cemento armato contro i maledetti razzi; ho visto l'università di Sde Bober dove si studia per il progresso scientifico e dove si mettono a punto nuovi metodi per combattere la fame nel mondo e per rendere fertili le terre aride. Ho attraversato il deserto del Neghev dove ho visto quello che può definirsi un miracolo: ho visto con i miei occhi quello che avevo solo sentito a voce o letto sui libri...ho visto il deserto COLTIVATO! Sulla sabbia e tra le rocce in Israele piantano olivi, viti e alberi da frutta, fanno crescere piantagioni di palme che danno datteri dolcissimi; ho visto Eilat e i suoi incredibili alberghi; ho parlato con la gente che vive nei kibbutzim sia nel deserto e sia al confine con il Libano e non ho potuto fare a meno di provare una profonda ammirazione per persone che vivono in una semplicità assoluta dedicandosi con abnegazione totale al loro lavoro.
Ho ammirato la vita frenetica di Tel Aviv, la città più viva aperta e esuberante di tutto il Mediterraneo, e quella tranquilla di Tiberiade; ho camminato per le vie di Gerusalemme immerso contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro di Israele; ho assistito con sgomento al suono lacerante delle sirene in occasione della commemorazione della Shoà, dei caduti di tutte le guerre di Israele e ho visto il paese fermarsi letteralmente e le persone stare immobili e a capo chino commosse al pensiero di tutti gli ebrei massacrati; e poi ho visto quelle stesse persone lasciarsi andare alla gioia più totale e travolgente per festeggiare il giorno dell'Indipendenza, il giorno in cui Israele è rinato!
Vorrei che la gente pensasse a Israele come a un paese come tanti altri e magari fosse animata dall'intenzione di vederlo da vicino: si passa dalla neve del Monte Hermon alle spiagge di Tel Aviv o di Eilat in poche ore e in mezzo c'è il deserto e il Mar Morto con la storia e con le bellezze naturali di un paese assolutamente starordinario.