Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 30 luglio 2009

Come ti "erudisco" il pupo.....

NEI CAMPI ESTIVI DI HAMAS PER BAMBINI DI GAZA VA IN SCENA LA CATTURA DELL’OSTAGGIO ISRAELIANO
Bambini palestinesi nei campi estivi organizzati da Hamas indotti a mettere in scena il sequestro, avvenuto tre anni fa su suolo israeliano, del soldato Gilad Schalit, da allora trattenuto in ostaggio nella striscia di Gaza contro ogni norma e convenzione umanitaria e internazionale. La recita sarebbe avvenuta alla presenza di alti esponenti di Hamas, secondo quanto emerge da documenti fotografici ottenuti dal Jerusalem Post.
Stando ai dati in possesso della difesa israeliana, più di 120.000 bambini palestinesi stanno trascorrendo l’estate in campi estivi organizzati e gestiti da Hamas. Oltre a studi religiosi, questi bambini vengono sottoposti anche a vere e proprie forme di addestramento paramilitare, con armi giocattolo.Durante una recente cerimonia di fine corso in uno di questi campi estivi, i bambini hanno preso parte a una recita in cui veniva rappresentato il sequestro di Shalit avvenuto a fine giugno 2006. Fra i presenti, Osama Mazini, un alto leader politico di Hamas incaricato di seguire le trattative con Israele per conto del gruppo terrorista. In una delle foto ottenute dal Jerusalem Post si vede Mazini, in piedi accanto ad Ahmad Bahar, presidente ad interim del Consiglio Legislativo palestinese, mentre consegnano copie del Corano agli “educatori” del campo.
“Il messaggio è chiaro – dice un ufficiale della difesa israeliano riguardo alla partecipazione di Mazini alla cerimonia – Questo è il modo con cui Hamas insegna ai bambini palestinesi che prendere in ostaggio israeliani è una cosa del tutto normale”.Le Nazioni Unite, dal canto loro, organizzano attività ricreative per 240.000 bambini fra i 6 e 15 anni di età in 150 località nella striscia di Gaza. A differenza dei campi estivi di Hamas, tali attività, gestite dall’Unrwa, comprendono sport, arti e mestieri, nuoto e altre iniziative culturali. Per questo la scorsa settimana un alto esponente di Hamas, Younes al-Istal, parlando alla tv Al-Arabiya ha accusato i campi estivi dell’Unrwa di far parte di un piano volto a corrompere le giovani generazioni della striscia di Gaza e prepararle alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Alla vigilia dell’estate, il coordinatore per le attività governative israeliane nei territori aveva permesso all’Unrwa di far entrare nella striscia di Gaza camion carichi di attrezzature per i suoi campi estivi come piscine gonfiabili, giocattoli, vernici colorate e strumenti musicali.

(Da: Jerusalem Post, 27.07.09)

martedì 28 luglio 2009

Proprio non ce la fa a gareggiare con gli israeliani....

ROMA- In vasca con il collega israeliano proprio non ci vuole stare. Lo aveva già fatto capire alle Olimpiadi di Pechino e ora Mohammed Alirezaei, atleta iraniano, ha boicottato anche i mondiali di Roma. Alirezaei si è rifiutato di gareggiare nella batteria dei 100 rana pur di non trovarsi a competere con l’israeliano Mickey Malul, inserito nella stessa lista di partenza. Lo riferisce l’edizione online del giornale di Tel Aviv Yediot Ahronot.
LA SCELTA- L’atleta iraniano, dopo essersi consultato con la sua delegazione, non si è presentato a bordo vasca. Una scelta che il giornale evidenzia come
«un replay di quanto accaduto già alle Olimpiadi di Pechino». In quel caso in occasione delle qualificazioni dei 100 rana, quando lo stesso atleta iraniano non aveva accettato di gareggiare al fianco di un altro rivale israeliano, Tom Beeri. Scelta diversa, invece, per l’iracheno Saif Alaslam al-Saadi, si è presentato regolarmente ai blocchi avendo tra i vicini di corsia l’israeliano Itai Chammah.

domenica 5 luglio 2009

Gli effetti negativi del congelamento degli insediamenti

Da un editoriale del Jerusalem Post
Se si scorrono le mille e passa parole che compongono la dichiarazione diramata venerdì scorso dal Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) sul Medio Oriente, si può restare sorpresi da cosa salta fuori. Ad esempio, il Quartetto ha sostanzialmente detto ai palestinesi che un accordo di pace con Israele esige che essi mettano fine ad ogni altra rivendicazione, intendendo con questo che abbandonino la pretesa del cosiddetto diritto al ritorno [dei profughi palestinesi e loro discendenti all’interno di Israele anche dopo la nascita di uno stato palestinese ]. Il Quartetto ha anche ribadito che l’unità palestinese esige che Hamas si impegni a ripudiare la violenza, a riconoscere Israele e a onorare i precedenti accordi e impegni. Il Quartetto ha persino chiesto l’immediata liberazione di Gilad Shalit (l’ostaggio israeliano trattenuto da Hamas a Gaza da tre anni). Eppure, com’era prevedibile, la richiesta del Quartetto che Israele congeli tutte le attività negli insediamenti è l’unica che ha dominato servizi e titoli sui mass-media di tutto il mondo.
Alcuni segnali indicano che la pressione a tutto campo della comunità internazionale contro gli insediamenti, con in testa l’amministrazione Obama, stia riuscendo a logorare il governo Netanyahu. La posizione dei palestinesi è che i negoziati non partiranno se non vi sarà il blocco totale di tutti gli insediamenti, e la loro definizione di insediamenti è molto ampia: praticamente qualunque forma di vita ebraica al di là della ex linea armistiziale fra Israele e Giordania del periodo 1949-67. Il governo israeliano, sotto le pesanti pressioni di Washington, sembra che stia considerando l’idea di un congelamento di tre-sei mesi, per convincere Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a tornare al tavolo negoziale.Barack Obama farebbe bene a riflettere su come viene vista dalla maggior parte degli israeliani, quelli che desiderano un accordo di pace, questa sua spinta verso tale congelamento. Gli israeliani si domandano come mai non si vede una campagna altrettanto pesante volta ad esercitare pressione su Abu Mazen affinché esiga che un governo unitario Fatah-Hamas accetti esplicitamente i principi posti dal Quartetto. E come mai non si vedono alti esponenti dell’amministrazione americana chiedere esplicitamente ad Abu Mazen di spiegare bene perché ha rifiutato l’offerta senza precedenti avanzata l’anno scorso da Ehud Olmert che prevedeva il trasferimento allo stato palestinese di un territorio equivalente al cento per cento della Cisgiordania.La maggior parte degli israeliani si sente molto a disagio per la avara reazione dell’amministrazione Obama di fronte al decisivo discorso tenuto da Netanyahu all’Università Bar Ilan sulla soluzione “due popoli-due stati”.E come potrà Netanyahu guadagnare maggiore consenso all’interno per muovere con determinazione contro gli avamposti illegali in Cisgiordania, se Obama sostanzialmente afferma che, per lui, una città come Ma'aleh Adumim è un avamposto illegale? Difficile capirlo.Netanyahu ha tratteggiato la posizione di massimo consenso del corpo politico israeliano: che la “Palestina” deve essere smilitarizzata, onde evitare di svegliarsi una mattina con le Guardie Rivoluzionarie iraniane sulle colline sovrastanti l’aeroporto di Tel Aviv; che la questione dei profughi palestinesi deve essere risolta all’interno dei confini della “Palestina”; che, per estensione, in una regione dove esistono un paio di dozzine di stati musulmani, i palestinesi devono lasciare perdere il “diritto al ritorno” e accettare Israele come stato nazionale ebraico; e che Israele non può accettare di retrocedere esattamente sulle linee armistiziale del periodo 1949-67, quelle linee tanto poco difendibili d’aver incoraggiato più di una aggressione da parte araba.La questione degli insediamenti è senz’altro complessa e la politica del governo israeliano a questo riguardo appare come minimo poco coerente. Ma un congelamento temporaneo ci avvicinerebbe alla pace? Più probabilmente incoraggerebbe i palestinesi a puntare ancora di più i piedi. A quel punto, perché non dovrebbero chiedere un congelamento permanente? O un congelamento anche nell’area municipale di Gerusalemme? Un alto diplomatico arabo recentemente citato da David Ignatius sul The Washington Post ha detto chiaramente che un congelamento degli insediamenti non basterebbe. Quello che vogliono gli arabi è una soluzione imposta a Israele. Se invece Obama sostenesse il consenso israeliano, potremmo avvicinarci alla soluzione “a due stati” prefigurata da George W. Bush. Per farlo, tuttavia, dovrebbe aderire agli impegni del suo predecessore riguardo ai blocchi di insediamenti e all’intesa della sua amministrazione riguardo alla loro crescita naturale. Eccezionalmente tutto questo coincide oggi con la posizione assunta dal primo ministro israeliano attualmente in carica, che è il leader del Likud. Non solo, Netanyahu ha anche preso misure straordinarie e potenzialmente molto rischiose allo scopo di migliorare l’atmosfera negoziale: una drastica riduzione delle operazioni preventive anti-terrorismo e la rimozione praticamente di tutti i posti di blocco interni in Cisgiordania.Israele è così poco interessato a uno scontro con il popolare presidente americano che questi può ricavarne la sensazione di poter insistere per un congelamento degli insediamenti totale e incondizionato. Il pericolo, in questo caso, è che fra gli israeliani venga meno il sostegno per un accordo secondo l’articolazione data da Netanyahu della prospettiva indicata da Bush. E che i palestinesi si facciano ancora più intransigenti.

(Da: Jerusalem Post, 30.0.09)

Quando l’Egitto dominava Gaza

di Eliezer Whartman
Quando visitai per la prima volta la striscia di Gaza, dopo la guerra dei sei giorni, trovai un territorio che testimoniava in tutto e per tutto l’aggressione, la durezza e l’inumanità egiziane. Per diciannove lunghi anni [dal 1948 al 1967], la zona era stata gestita direttamente dall’esercito egiziano. Sotto una “costituzione” redatta dagli egiziani, tutti i poteri legislativi erano conferiti al comandante militare egiziano, che controllava l’amministrazione civile. Tutti i partiti politici, eccetto uno appoggiato dagli egiziani, erano banditi. Il governatore militare deteneva anche il potere giudiziario, e non c’era possibilità di appello.
Non c’erano elezioni. Un governo fantoccio ratificava automaticamente ogni legge che il governatore gli sottoponesse. Nel 1965 anche questa facciata di autonomia locale crollò quando l’esercito egiziano sciolse la legislatura.
La polizia segreta frugava dappertutto. Nessuno era immune dall’arresto improvviso e dall’imprigionamento illimitato senza processo o, nel migliore dei casi, con un processo segreto. Le prigioni erano sempre piene e la tortura era comune. C’era la censura ufficiale su stampa e posta e le linee telefoniche erano regolarmente controllate.
Per quasi diciannove anni agli abitanti della striscia di Gaza fu proibito lasciare la propria abitazione dalle nove di sera fino all’alba, pena la morte. Questo coprifuoco veniva fatto rispettare mediante blocchi stradali. Agli uomini tra i 18 e i 40 anni d’età era proibito recarsi in Egitto a meno che non fossero abbastanza fortunati da ottenere un permesso. Se non ritornavano alla scadenza del permesso, le autorità militari prendevano provvedimenti contro le loro famiglie.
Gli egiziani confiscavano le proprietà a piacer loro, mentre ai profughi palestinesi era proibito possedere terra. Migliaia di giovani profughi venivano arruolati a forza nell’esercito egiziano. Molti vennero mandati a combattere la guerra di Gamal Abdel Nasser nello Yemen; altri venivano inviati dentro Israele per assassinare, sabotare, interrompere le comunicazioni.
Tre quarti degli uomini abili erano disoccupati. I servizi medici e sociali erano quasi inesistenti. Gli egiziani non facevano nulla per aiutare gli agricoltori, costruire abitazioni o sviluppare l’industria. La maggioranza degli arabi che vivevano nella striscia al di fuori dalla città di Gaza erano lasciati a marcire senza fognature, acqua corrente, elettricità o strade.L’indottrinamento all’odio verso Israele cominciò fina dai primissimi anni d’occupazione. Ho visto disegni fatti dai bambini, dietro incoraggiamento degli insegnanti, che ritraevano se stessi mentre uccidevano bambini israeliani. I libri di testo trasudavano veleno. Un testo per la terza elementare, intitolato “Storia islamico-araba” diceva: “Gli ebrei sono sempre gli stessi, in ogni tempo, in ogni luogo. Vivono solo nell’oscurità. Complottano segretamente per fare del male; combattono solo da luoghi nascosti perché sono vigliacchi. Dobbiamo purificare la santa Palestina dalla loro sporcizia per riportare la pace nella patria araba”.
Tanto duro era il regime egiziano a Gaza che Radio Mecca il 10 marzo 1962 trasmise questa protesta: “Vorremmo chiedere al Cairo: che cos’è questa cortina di ferro che Abdel Nasser e le sue coorti hanno posto intorno a Gaza e ai suoi profughi? Questi sono gli stessi metodi che il dittatore Hitler utilizzava nei paesi che occupava. Immaginate, o arabi, come Nasser, che sostiene di essere il pioniere del nazionalismo arabo, tratta il popolo arabo di Gaza, che muore di fame mentre il governatore egiziano e i suoi ufficiali se la godono nelle ricchezze della striscia”.L’unico campo in cui l’esercito egiziano era attivo, a parte la soppressione dei diritti umani, era il contrabbando. C’era un commercio vivace tra i suoi magazzini a Gaza, pieni di apparecchi televisivi, profumi francesi, seta italiana e whiskey americano, e il Cairo, con la collaborazione di alti ufficiali in Egitto. Lunghi convogli arrivavano al Cairo due volte la settimana carichi di merci di contrabbando. Quando le forze israeliane conquistarono una prima volta la striscia di Gaza nel 1956 trovarono tutti questi magazzini. Ovviamente il governatore militare e il suo seguito se n’erano andati con tutti i risparmi che la popolazione di Gaza aveva depositato nelle banche locali.La politica dell’Egitto verso la striscia di Gaza fu espressa in modo chiaro e sintetico dal vice governatore, Muhammad Flafaga, in un’ intervista apparsa sul giornale danese Aktuelt il 9 febbraio 1967:“Domanda: Perché non mandare i profughi negli altri paesi arabi? La Siria sarebbe senza dubbio in grado di assorbirne un gran numero. Avete paura che i legami nazionali con la Palestina si allentino, che l’odio contro Israele svanisca se diventano cittadini ordinari?Risposta: In effetti, lei ha ragione. La Siria li potrebbe accogliere tutti e il problema sarebbe risolto. Ma noi non vogliamo questo. Devono ritornare in Palestina”.
Riferiva l’UNRWA nel 1956: “Uno degli ostacoli al raggiungimento dello scopo dell’Assemblea Generale di rendere i profughi autosufficienti continua ad essere l’opposizione dei governi della regione”. Ralph Galloway, un funzionario UNRWA che si è dimesso per la frustrazione, osservò amaramente: “Gli stati arabi non vogliono risolvere il problema dei profughi. Vogliono mantenerlo come una ferita aperta, come arma contro Israele. Ai leader arabi non importa assolutamente niente se i profughi vivono o muoiono”.

(Da: Jerusalem Post, 03.06.09)

venerdì 3 luglio 2009

Non vogliono due stati

Da un articolo di Israel Harel
Dal rifiuto dei palestinesi di sedersi al tavolo negoziale con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu anche dopo che questi ha riconosciuto il loro diritto a uno stato – un fatto storico, visto che si tratta del leader del Likud – appare (ancora una volta) chiaro che il loro obiettivo di fondo non è mai stato, e a quanto pare non sarà mai, uno stato palestinese a fianco dello stato ebraico. Vogliono, sì, uno stato palestinese, ma molto di più vogliono che non esista nessuno stato ebraico. Ecco perché, sin dal 1937, anno in cui venne avanzato il primo progetto di spartizione del paese, hanno rifiutarono una dopo l’altra tutte le proposte per una soluzione a due stati avanzate da britannici, ebrei, Nazioni Unite, americani. E non hanno mai avanzato una loro proposta.
Siccome, in Israele come all’estero, esiste un ampio sostegno per uno stato palestinese a fianco di Israele, allora i palestinesi, traendo in inganno i loro sostenitori circa le loro vere intenzioni, possono presentarsi al mondo come i “pacifisti”, appoggiati dai più eminenti mass-media, israeliani e stranieri, e diffamare Israele anche quando conducono sanguinose stragi suicide fra i cittadini israeliani.
Il riconoscimento, sul quale Netanyahu si è tanto tormentato, ha colpito i palestinesi come un fulmine a ciel sereno. D’ora in avanti, temono, dovranno svelare le loro reali intenzioni. Dopo tutto, se fosse sincero il loro sostegno alla formula “due popoli-due stati”, ora che il loro stato sarà “lo stato del popolo palestinese” con l’approvazione anche del Likud, la logica inevitabile della formula impone che loro riconoscano l’altro stato, Israele, come “lo stato del popolo ebraico”.
Appena pochi minuti dopo il discorso di Netanyahu, sono nati in onda i sentimenti più viscerali. I rappresentanti della nazione araba, spinti da incontrollabile urgenza, hanno tolto il velo che copre le loro vere intenzioni. Da Umm al-Fahm a Ramallah, da Damascus al Cairo, hanno respinto con totale ostilità la richiesta di Netanyahu di riconoscere Israele come sede nazionale del popolo ebraico. Il primo ministro israeliano ha accordato il riconoscimento a uno stato del popolo palestinese senza subordinare tale riconoscimento ad una mossa analoga da parte degli arabi di riconoscimento di Israele come stato del popolo ebraico. Il presidente egiziano Hosni Mubarak, senza dubbio lo statista arabo più autorevole, ha dichiarato che gli arabi non avrebbero mai riconosciuto Israele come lo stato del popolo ebraico. Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat gli ha fatto eco dichiarando che gli arabi non accorderanno un tale riconoscimento a Israele neanche fra mille anni. Ecco come viene ripagato il riconoscimento unilaterale da parte di Israele.
Se i palestinesi avessero voluto uno stato, avrebbero potuto agire in modo assai diverso (e ben più proficuo): avrebbero potuto dichiarare che il riconoscimento da parte di Netanyahu di uno stato palestinese non è abbastanza, ma è una base per negoziare. Dopo tutto, sanno bene che gli Stati Uniti, l’Europa e anche i loro sostenitori all’interno di Israele faranno enormi pressioni sul governo israeliano, il quale alla fine farà concessioni praticamente su tutti i dossier, compresa qualche concessione anche sulla richiesta che gli arabi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Dopo tutto, non poche influenti istituzioni e non pochi ebrei sostengono il rifiuto dei palestinesi su questo tema.
E invece, anche con alla gola la spada della verità dei fatti, non mancano ebrei e israeliani che si rifiutano di abbandonare le loro illusioni. E anche loro si sono affrettati ad addossare a Netanyahu la colpa per il rifiuto arabo, anche questa volta, di stringere mano tesa da Israele.

(Ha’aretz, 18.06.09)