Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

domenica 31 gennaio 2010

Berlusconi in Israele

Inizia domani il viaggio del Presidente del Consiglio italiano in Israele.
Un viaggio che rafforza i già buoni rapporti tra i due paesi, molto migliorati da quando Berlusconi è tornato al governo dopo l'era dei filopalestinesi rossi.
Il premier italiano parlerà davanti alla Knesset, onore che viene concesso solo ai veri amici di Israele,.

Buon viaggio Presidente!

Shalom

venerdì 29 gennaio 2010

Spaventati da Netanyahu

di Sever Plocker

La dirigenza palestinese si è finora rifiutata di avviare colloqui con il governo israeliano guidato da Netanyahu. Non si tratta di una questione marginale. Finora i palestinesi si erano impegnati in trattative con tutti i governi israeliani dagli Accordi di Olso (1993) in poi. Yasser Arafat – sì, proprio lui – ha condotto intensi negoziati con Netanyahu durante il suo primo mandato (1996-99). Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha trattato di buon grado anche con Ariel Sharon. Al contrario, da quando nell’aprile scorso Netanyahu è entrato in carica per il suo secondo mandato come primo ministro, la dirigenza palestinese non fa che tirare fuori una scusa dopo l’altra pur di evitare qualunque significativo dialogo con Israele.

La difficoltà di spiegare l’attuale posizione palestinese è arrivata fino alla Casa Bianca. Leggendo con attenzione tutta l’intervista rilasciata da Barack Obama al settimanale Time ci si rende conto che il presidente Usa ha perso la pazienza con questa condotta sfuggente dei palestinesi. I funzionari attorno a Obama hanno parlato con durezza, accusando i palestinesi di aver umiliato il presidente e di aver fatto naufragare la sua politica.

Che cosa spinge la dirigenza palestinese ad adottare un rifiuto tanto cocciuto sottraendosi all’iniziativa di una amministrazione americana che probabilmente è quella a loro più favorevole? I palestinesi non vogliono negoziare con Netanyahu perché lo percepiscono come un politico pragmatico che cerca soluzioni concrete, e questo è proprio il genere di pasticcio da cui l’attuale dirigenza palestinesi vuole tenersi lontana. Non vuole nemmeno sfiorarlo.

Ai capi palestinesi non importava trattare con l’allora primo ministro Ehud Olmert perché sapevano che non aveva un mandato politico sufficiente per concludere un accordo, e certamente non l’accordo “sullo status definitivo (per la composizione definitiva del conflitto) su cui devono concentrarsi i negoziati. A loro andavano benissimo trattative e dispute inconcludenti. Ma quando per la prima volta si è profilata la possibilità di un accordo concreto, e si sono trovati nella necessità di dare una vera risposta, hanno abbandonato i negoziati e non sono più tornati.

Sullo sfondo delle trattative con Olmert e Tzipi Livni c’era l’amministrazione Bush, quella che a tutto il mondo arabo piaceva tanto odiare, e il cui coinvolgimento poteva essere usato per spiegare ogni fallimento.

Ma con Obama e Netanyahu i negoziati rischiano di imboccare una strada diversa. Entrambi sono politici alla ricerca di risultati concreti, e che non hanno voglia di perdere tempo in battibecchi ideologici e verbali. Pertanto Netanyahu, col sostegno di Washington, offre ai palestinesi due binari paralleli. Un binario è quello che vedrà interminabili negoziati per uno accordo sullo “status definitivo” nei quali ciascuna parte presenterà la propria versione come l’unica giusta. L’altro binario del dialogo sarà quello pratico, strettamente legato alla realtà concreta, e breve: si concluderà con l’Autorità Palestinese elevata a livello di Stato, o per lo meno di “Stato in fieri”.

Ma questo è precisamente ciò che la dirigenza palestinese in Cisgiordania vuole evitare come la peste. “Non firmeremo un altro accordo ad interim con Israele – ha detto un alto esponente palestinese in una riunione a porte chiuse – Dai tempi dei colloqui di Camp David (2000) nessun accordo è stato firmato con Israele, e il governo di Abu Mazen non infrangerà l’unanimità palestinese per il rifiuto. Né vogliamo avere da Israele uno Stato in progress. Ce l’abbiamo già. Ce lo siamo preso. La situazione attuale ci va benissimo. La Palestina cresce, la situazione della sicurezza è passabile. Hamas è sotto assedio a Gaza e l’opinione pubblica globale ci sostiene e condanna l’occupazione. Non abbiamo nessuna fretta. L’orologio della demografia cammina, e l’opzione di un unico stato bi-nazionale si sta realizzando da sola. Nulla ci spinge ad entrare in trattative con un primo ministro israeliano che vuole fare sul serio, cioè che vuole risultati concreti”.

Ecco dunque l’assurdo del conflitto israelo-palestinese, nell’anno 2010. I palestinesi sono disposti ad avviare col governo Netanyahu solo negoziati generici, sapendo in anticipo che non porteranno ad alcun risultato; ma non sono disposti ad impegnarsi in trattative concrete finché esiste la possibilità che sfocino in veri risultati sul terreno. Temono una situazione in cui verrebbe chiesto loro di accettare o respingere un accordo ad interim praticabile che comprendesse lo sgombero di diversi insediamenti e il trasferimento di altre terre sotto il loro controllo. I palestinesi chiudono la porta a Netanyahu perché, da loro punto di vista, è uno statista con intenzioni troppo serie.

(Da: YnetNews, 27.1.10)

Il vero programma "politico" dei palestinesi

Sono tre le linee guida del programma dei palestinesi:
  1. NON RICONOSCIMENTO DI ISRAELE
  2. INCITAMENTO ALL'ODIO
  3. SOSTEGNO E GLORIFICAZIONE DI TERRORE E VIOLENZA
E lo si evince dal modo in cui stanno educando i loro figli: li mandano in scuole e campi estivi intitolati a coloro che definiscono "shahid" (...martitri...) in realtà volgari assassini e criminali terroristi come  per esempio Dalal Al-Mughrabi che l'11 marzo 1978 (notare il numero 11...) trucidò, insieme ad altri criminali come lei, oltre 37 civili israeliani (tra i quali 10 bambini), in quello che venne definito il "massacro della strada costiera" dimostrando una efferatezza e una violenza inusitate.
Lo si evince anche dal fatto che le squadre e i campi sportivi sono sempre dedicati a siffatti "esempi", che i libri di testo contengono cartine geografiche nelle quali Israele è rinominato Palestina e tutte le città israeliane (persino Tel Aviv, fondata 100 anni fa sulle dune fuori Jaffa da 66 famiglie ebraiche) sono definite palestinesi.
Lo si evince dal fatto che i leader religosi negano che sia mai esistito un luogo sacro ebraico in "Palestina" perchè non sono mai stati trovati reperti archeologici ebraici.
La loro capacità di mistificare e stravolgere la storia ha dell'incredibile, ma nessuno in occidente sembra accorgersene e quindi vengono prese per verità oggettive le loro menzogne.
Tutto questo per continuare ad allevare nella cultura dell'odio e della violenza le nuove generazioni, per far si che non si perda il desiderio di eliminare fisicamente gli ebrei che nei loro libri, nei giornali, nei programmi televisivi, nelle scuole e nello sport vengono costantemente disumanizzati e visti come demoni.

A volte i sorci ritornano...



Si, a quanto pare a volte i sorci escono dalle fogne (solo di notte...sti vili...) e lasciano i loro merdosi ricordi come le scritte a via Tasso o come l'ignobile volantino sopra riprodotto e con il quale hanno tappezzato la zona antistante il Tempio di via Veronese a Roma.
I naziislamici negazionisti hanno ancora una volta offerto il "meglio" di loro infangando il giorno della memoria e oltraggiando i sei milioni di Ebrei sterminati nei campi nazisti.
Non riescono proprio a trattenersi: quando sentono parlare di Ebrei e di Israele DEVONO a ogni costo usare la parte opposta al loro cranio rasato per far sapere al mondo come la pensano ... certo non si può pretendere che il risultato sia eccezionale, ma non bisogna dimenticare che più di tanto questi "cervelli" non possono fare...
Dopo militia ora è la volta di movimento d'avanguardia sociale... degni sostenitori di hammazz e hezbollah, MISTIFICATORI E FALSI, ignoranti e criminali, a fianco dei centri sociali nell'odio contro Israele.
Poi si lamentano se vengono definiti nazicomunistiislamici.... quando la realtà supera la fantasia....

heize hara!

Quello che proprio non capiscono è che ISRAELE C'E' E CI SARA' SEMPRE!!!!
VIVA ISRAELE!

Orgoglio e speranza di una missione umanitaria

di Jonathan Halevy

Nei giorni scorsi la stampa internazionale che si occupava delle operazioni di soccorso ad Haiti era piena di increduli servizi che commentavano la straordinaria performance d’Israele in fatto di reazione a un’emergenza sanitaria e nel mettere in piedi un’operazione di soccorso con tanto di ospedale da campo a cui altri paesi hanno guardato con imbarazzo. Naturalmente questo intervento umanitario ha suscitato un naturale sentimento di orgoglio nei nostri soldati impegnati in una così considerevole missione, ma certamente noi qui in Israele non ci siamo stupiti più di tanto.

Dalla CBS alla CNN, alla MSNBC, a molti altri mass-media, i corrispondenti dal sinistro hanno raccontato l’operazione israeliana con gli occhi sgranati, e un sottaciuto tono di ammirazione mista a gelosia. Come mai, fra decine di paesi che hanno contribuito allo sforzo degli aiuti con delegazioni di ogni forma e dimensione, proprio quella israeliana, arrivata attraversando mezzo mondo, è quella che nel giro di poche ore ha messo in piedi un ospedale da campo perfettamente operativo? I giornalisti hanno mostrato con stupore i nostri macchinari diagnostici trasportabili e i pazienti sedati e ventilati nella terapia intensiva, e si sono chiesti senza mezzi termini come mai altri non avevano potuto fare lo stesso.

La ragione per cui noi non siamo stupiti è che sappiamo che da anni ci addestriamo esattamente per questo genere di scenari. E non possiamo che apprezzare il fatto che Israele consideri come parte del suo mandato di leader in campo medico e militare quello di garantire che la sua perizia e il suo know-how vadano a vantaggio della comunità internazionale quando se ne presenta l’occasione.

E così, mentre i nostri nemici continuano a dipingere le Forze di Difesa israeliane come un centro di potere guerrafondaio e spietato, questa missione dimostra quanto sia vero esattamente il contrario.

È vero, la nostra abilità nel lanciare questo tipo di operazioni nasce dalla nostra storia, caratterizzata dal dover fare i conti con incessanti ostilità e dal dover essere preparati ad ogni possibile minaccia. Personalmente ricordo, ai tempi in cui comandavo un ospedale da campo durante la prima guerra in Libano (1982), come mettemmo in piedi in poche ore un completo servizio medico da campo e di come quella formazione professionale “in vivo” non fosse che uno dei tanti preziosissimi test di cui avrebbe fatto tesoro in futuro il Corpo medico delle Forze di Difesa israeliane.

Nel corso degli anni, i valorosi uomini e donne delle nostre forze armate hanno tenuto a mente gli insegnamenti appresi in quelle tante occasioni, e li hanno messi a frutto sia qui, sia molto spesso in altre destinazioni nel resto del mondo.

Così, quando la scorsa settimana è arrivata la notizia che Haiti era stata colpita da un devastante terremoto, la questione non è stata nemmeno per un attimo se Israele dovesse accorrere, ma unicamente quanto rapidamente sarebbe accorso.

Quelli di noi che sono coinvolti nella gestione delle emergenze e della risposta alle calamità sanno fin troppo bene che in questo campo Israele ha un vantaggio pressoché unico su quasi tutte le altre nazioni. Ed è che raramente passa una settimana, in Israele, senza che da qualche parte del paese non si svolga una importante esercitazione, in uno dei nostri ospedali, specificamente nel campo di queste emergenze. I nostri protocolli e i nostri reparti di pronto soccorso sono diventati modelli per altri ospedali un po’ in tutto il mondo. Nonostante le dimensioni relativamente piccole di questo paese e il suo paesaggio urbano che impallidiscono di fronte alla maggior parte del resto dell’occidente, il nostro Comando del fronte interno ha adottato come principale obiettivo dell’addestramento quello di essere sempre pronti per ogni tipo di possibile sciagura.

Nonostante i grossi limiti dei tradizionali mezzi di comunicazione in funzione fra Israele e le nostre squadre di soccorso all’opera ad Haiti, ho avuto l’opportunità di entrare in contatto coi miei colleghi dell’ospedale Shaare Zedek in un paio di occasioni, da quando sono atterrarti nella zona del sisma. Il tono tacito che mi giungeva da oltreoceano era quello di un pesante shock per le incommensurabili dimensioni della catastrofe che si trovavano davanti; ma hanno anche sempre detto di sentirsi preparati e attrezzati al massimo dell’umanamente possibile per le situazioni mediche che si trovavano ad affrontare.

La sfida più difficile è stata senza dubbio l’esperienza sul piano emotivo. Molti di quelli operativi nell’ospedale da campo erano veterani con una grossa esperienza nelle forze armate, gente che ha già trattato centinaia se non migliaia di vittime di guerra e terrorismo. Tuttavia raccontano che ad Haiti forse più che in ogni precedente occasione hanno dovuto fare i conti con i laceranti interrogativi di etica medica che si pongono ancora prima di quelli relativi alle giuste terapie da praticare. In queste situazioni, ogni paziente deve essere valutato in base alle sue concrete possibilità di sopravvivenza: l’intervento sanitario può iniziare solo se e quando medici e paramedici si sono convinti che quel caso ha migliori chance di esito fausto rispetto alla vittima che giace subito dopo nella lista. Sono decisioni devastanti, anche per i professionisti più temprati, decisioni che, ad Haiti, le squadre mediche israeliane hanno dovuto prendere innumerevoli volte o giorno.

Ma al di là di queste storie di sventura e di lutto, l’esperienza israeliana ad Haiti promette comunque di tradursi in una vicenda di auspicio e di speranza. Il mondo ha rapidamente appreso che il “successo” che vi abbiamo ottenuto nasce dal valore che attribuiamo alla necessità di praticare costantemente questo tipo di addestramento. A maggior ragione oggi si riconosce che Israele ha un ruolo da giocare nel più generale sforzo umanitario della comunità internazionale.

Disgraziatamente ci è voluta una tragedia spaventosa come quella ad Haiti perché il mondo incominciasse ad apprendere questo prezioso concetto: che Israele può fare un’enorme quantità di bene, sia nei tempi buoni che in quelli cattivi. Possiamo solo auspicare e sperare che non lo dimentichi tanto presto.

(Da: Jerusalem Post, 26.1.10)

mercoledì 27 gennaio 2010

La Shoà: non dimenticare mai!

Non dimenticare... Un dovere!

I nazimbecilli colpisono ancora...

I soliti vigliacchi nazimerde hanno trovato il modo di mettere la loro firma (una croce da perfetti ignoranti per carità... non ci si può aspettare molto altro da certi esseri che mi rifiuto di definire umani) sotto gli slogans deliranti con i quali hanno deturpato l'edificio che ospita il Museo della Liberazione a via Tasso. Al "grido" di "olocausto propaganda sionista" "27/01 ho perso la memoria" e "Pacifici porco Judeo" hanno messo in evidenza il vuoto cerebrale nel quale si agita sconsolato il loro unico neurone (ne hanno uno a cranio...e in quattro sai che scintille...). Coperti da passamontagna, hanno imbrattato l'edificio intorno alla mezzanotte, ripresi dalle videocamere di sorveglianza e con un'ascia hanno colpito la targa posta accanto all'ingresso del Museo.

Quello che mi continua a stupire è come sia possibile che la madre degli imbecilli continui a partorire simili esseri... ma non si è stufata di mettere al mondo certa roba???

eize hara!

Il puparo e il burattino...

La guida suprema dell'Iran, Ali "babà" Khamenei, il gran puparo persiano, nonchè "mangiafoco" (come direbbe Pinocchio) del burattino e nano pazzo iraniano, ha scelto l'ennesima occasione per non stare zitto e, nel Giorno della Memoria, nel giorno in cui si ricorda la liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di sterminio nazista di Aushwitz, ha usato questa "simpatica" frase: «Un giorno Israele verrà distrutta», e ha poi proseguito dicendo «Il regime sionista attraverso le pressioni, il blocco e il genocidio vuol fra sparire la Palestina dalle nazioni islamiche, ma non ci riuscirà. Sicuramente  un giorno verrà in cui le nazioni della regione assisteranno alla distruzione del regime sionista. Quando e come questa distruzione avverrà, dipenderà dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno la questione».

Come definire una "guida religiosa spirituale" che usa simili termini per rapportarsi ad altri esseri umani?
Come definire una persona che auspica la distruzione di una nazione e quindi del suo popolo?
Io avrei una mezza idea...ma non voglio abbassarmi al suo livello...

Una notizia per Alì babà: Israele c'è e ci sarà sempre!

martedì 26 gennaio 2010

Una cultura della violenza

di Yoram Ettinger

Galal Nasser, eminente editorialista del settimanale egiziano al-Ahram, ha scritto di recente: “La violenza è diventata la norma nella vita araba, sia a livello ufficiale che non ufficiale... Vi sono molti tipi di violenza che imperversano sulla scena politica dei paesi arabi, rendendo le relazioni fra di loro instabili e imprevedibili. Alcuni analisti – continua Nasser – ipotizzano una vera e propria cultura della violenza e sostengono che le sue radici sono incardinate nei testi religiosi che invocano la jihad, l’esortazione affinché il fedele conduca una battaglia perpetua in nome della virtù e contro il peccato… Nemmeno il concetto di buon vicinato sembra contare granché. Esistono numerosi esempi di rapporti conflittuali fra paesi arabi. Attualmente vi sono tensioni fra Marocco e Algeria, Libia e Tunisia, Giordania e Palestina, Qatar e Arabia Saudita, Siria e Iraq”.


Ecco perché un ritiro israeliano dai rilievi montuosi di Giudea e Samaria (Cisgiordania) – che costituiscono il più efficace ostacolo al movimento di carri armati nella regione, e che sovrastano Gerusalemme, Tel Aviv e la stretta striscia di terra israeliana larga solo 12-24 km fra la linea armistiziale e il mar Mediterraneosignificherebbe ignorare 1.400 anni di violenze inter-arabe intense, mutevoli e imprevedibili, e le loro implicazioni circa le necessità per la sicurezza dell’“infedele” stato ebraico.

“Lo Stato [nei paesi arabi] – continua l’articolo – è implicato nella generazione, nell’esportazione e nell’esplosione delle violenze, rafforzando alcuni e istigando altri, stringendo accordi e manovrando le parti in gioco, il tutto al solo scopo di conservare al comando l’élite dominante… Le élite al comando si battono con le unghie e coi denti per restare in carica. Qualunque sfida alla loro autorità è vista come un atto di guerra. E intanto l’opposizione si ritrova stretta in una tenaglia senza scampo: andare incontro a una lenta e dolorosa agonia oppure optare per il suicidio, in uno scontro frontale senza speranze”.

Dal canto suo, il mese scorso il dottor Marwan Kabalan ha scritto su Persian Gulf News: “Sessant’anni fa, subito dopo la partenza delle potenze coloniali, il mondo arabo coltivava sogni grandi e ambiziosi: unità, sviluppo, eguaglianza, prosperità, e un ragionevole grado di indipendenza economica. Sei decenni più tardi si è tentati di chiedersi se il mondo arabo abbia realmente realizzato uno qualunque di quegli obiettivi e, prima di tutto, se quegli obiettivi fossero realistici e raggiungibili… Gli arabi sono rimasti aggrappati al potere nella più assoluta noncuranza dei veri interessi delle loro popolazioni… Il risultato è stato un fallimento totale dell’opera statale sotto ogni aspetto… e un conseguente aumento del ricorso alla forza per mantenere ordine e controllo… Una conseguenza di queste politiche è stata l’indebolimento dell’identità nazionale e il revival delle tensioni comunitarie. Ecco perché oggi in Iraq e in Libano e in molti altri paesi arabi ci si identifica sempre più come sunniti, sciiti, curdi, cristiani e non come iracheni, libanesi o quant’altro. Nessuna meraviglia – prosegue l’articolo – che il mondo arabo appaia oggi molto più frammentato, povero e senza prospettive di quanto non fosse all’alba della sua indipendenza… Per la maggior parte di questi mali, i regimi arabi devono prendersela solo con se stessi. In effetti, ci hanno lasciato ben poco da celebrare”.

In conclusione, tenendo nella dovuta considerazione la storia di 1.400 anni di violenze inter-arabe, lo stato ebraico farebbe bene a mantenere un margine di sicurezza dettato dalla realtà del Medio Oriente e non dai propri pii desideri.

I futuri confini difendibili d’Israele e gli accordi che saranno conclusi con i leader arabi dovranno  essere tali da poter reggere alle conseguenze di imprevedibili annullamenti e cambi di regime inter-arabi altamente probabili e potenzialmente violenti. Le necessità della sicurezza devono essere misurate su quella che è la realtà inter-araba invariabilmente confermata da 1.400 anni: mai una pace globale inter-araba, mai reale ottemperanza inter-araba alla maggior parte degli accordi inter-arabi, mai una ratifica inter-araba di tutti i confini inter-arabi, mai una vera democrazia araba.

(Da: YnetNews, 10.1.10)

Quanto so bravi l'arabbi sauditi....

per non dover uccidere i cristiani che si dovessero avventurare nei loro luoghi sacri per sbaglio, indicano la strada da seguire in rosso con la dicitura "for non muslims"... non c'è che dire un esmpio di civiltà e di rispetto per gli altri che tutte le religioni dovrebbero seguire....

Uno dei momenti migliori di Israele

di Michael Freund


Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sul fatto che Israele è capace di grandi cose, gli eventi dell’ultima settimana dovrebbero aver sciolto ogni residua perplessità. Da un’estremità all’altra del mondo, i migliori ideali dell’ebraismo e del sionismo hanno trovato evidente espressione, nel momento in cui Israele prendeva parte non a una, ma a due straordinarie missioni cariche di significato.

Al di là dell’oceano, in mezzo alle strade di Port-au-Prince cosparse di macerie, le squadre di soccorso delle Forze di Difesa israeliane sono andare scrupolosamente alla ricerca di eventuali sopravvissuti, fra le rovine della capitale di Haiti dopo il devastante terremoto del 12 gennaio. In corsa contro il tempo, questi giovani israeliani in uniforme accompagnati da cani specificamente addestrati, si sono stoicamente sistemati fra cumuli di detriti e rottami per mettere al sicuro i feriti. Durante lo scorso fine settimana i soccorritori in divisa verde hanno estratto un uomo di 58 anni da sotto le rovine della sua casa; lunedì hanno salvato la vita a una studentessa che era rimasta intrappolata per sei giorni sotto l’edificio distrutto dell’università. Nel frattempo l’ospedale da campo creato dalle Forze di Difesa israeliane per curare le vittime del disastro si faceva rapidamente conoscere come il meglio condotto ed equipaggiato nell’area. Montato venerdì scorso in un campo di calcio, il complesso vanta 40 dottori e 24 infermieri specializzati oltre a paramedici, attrezzature e personale per i raggi X, unità di terapia intensiva, reparti pediatrico e maternità, persino una farmacia. Nessun altra missione, nemmeno quella degli Stati Uniti, ha messo in funzione così rapidamente un complesso così avanzato. Non stupisce che la tv americana CBS si sia spinta a definire l’ospedale delle Forze di Difesa israeliane “la Rolls-Royce della medicina ad Haiti”. In effetti le squadre mediche israeliane hanno fatto un lavoro così formidabile che persino la CNN (vale a dire, una tv che non perde occasione di descrivere negativamente Israele) non è riuscita a trovare nulla da criticare nell’opera delle Forze di Difesa israeliane. Benché un’enorme distanza separi Israele da Haiti, con più di 10.500 chilometri di oceano fra i due paesi, il popolo ebraico ha dimostrato che la sua mano tesa può scavalcare qualunque lontananza e attraversare qualunque divario quando si tratta di salvare vite umane.

Ma gli abitanti dell’isola caraibica non sono stati gli unici a beneficiare dell’intervento umanitario di Israele questa settimana. Più vicino a casa abbiamo assistito all’arrivo in Israele di 82 membri della comunità Falash Mura, i discendenti di ebrei etiopici convertiti al cristianesimo secoli fa. Al loro arrivo all’aeroporto Ben-Gurion, all’alba di martedì scorso, i nuovi immigrati sono stati accolti dal ministro degli interni Eli Yishai e dal ministro per l’assorbimento degli immigrati Sofa Landver. È stata una scena che non può che riempire di orgoglio il cuore di ogni ebreo: i superstiti dell’ebraismo etiopico hanno terminato il loro viaggio millenario facendo ritorno alla terra dei loro progenitori. Centinaia di altri ne arriveranno, nei prossimi mesi, dal momento che il governo israeliano si è infine mosso per mantenere la promessa di permettere a ciò che rimane di quella comunità di realizzare la aliyà (ristabilirsi in patria). E così, mentre i nemici di Israele continuano a proclamare rumorosamente che il sionismo è razzismo, Israele si presenta come uno dei pochissimi paesi che accoglie a braccia aperte un’intera comunità di neri africani.

Dunque è stata una settimana davvero speciale per la nobiltà d’animo degli israeliani. Nell’arco di pochi giorni lo stato d’Israele ha salvato vite umane di ebrei e non ebrei, da un estremità all’altra del pianeta. È stato, sotto ogni aspetto, uno dei momenti migliori di Israele.

Tutto questo servirà a cambiare l’immagine che il mondo ha di noi? Ne dubito. Ma per lo meno dovrebbe contribuire a modificare l’immagine che abbiamo di noi stessi, così spesso presi dalla negatività che sembra inondare i notiziari di ogni giorno, tanto che tendiamo a non vedere  ciò che c’è di bello e di splendido in questo paese e nelle sue imprese. È in momenti come questo che dovremmo fermarci un momento, e dire: grazie al cielo, esiste lo stato di Israele. Senza di esso il mondo sarebbe un posto assai meno nobile.

(Da: Jerusalem Post, 20.1.10)

venerdì 22 gennaio 2010

" Tanto tuonò che piovve, la notizia è sul sito del Corriere "

Michael Sfaradi

Questa mattina all'interno di un articolo sul Corriere Online era riportato fra l'altro:

"SENZA CIBO NÉ ACQUA” - Tra gli ultimi salvati ci sono anche diversi bambini: dunque, un maschio e una femmina di 8.10 anni, erano intrappolati sotto una palazzina di due piani. Li ha soccorsi un team di vigili del fuoco della polizia di New York, portandoli poi all'ospedale da campo israeliano nella tarda serata di martedì (l'alba di mercoledì in Italia.)"

Evviva!!! Se ne sono accorti che c'è un ospedale da campo israeliano, roba da non credere, alla fine lo hanno citato. Anche se ancora nessuna sua immagine fa parte dei collage fotografici in arrivo dall'isola e che al suo pari nessuno soccorritore con la stella di David o con scritte in ebraico sulle pettorine arancioni sono stati ripresi dalle decine di foto reporter accorsi sulla disastrata isola. Che non siano volutamente stati ripresi? Sicuramente è così, noi non abbiamo dubbi in proposito anche perché a pensare male generalmente ci si azzecca.

Tornando ai due bambini ricoverati presso la struttura sanitaria israeliana quello che il Corriere on-line non dice, è che è stato il padre dei due piccoli a chiedere espressamente ai pompieri statunitensi di portare i figli dagli israeliani e non nell'ospedale da campo dei marines.

Le immagini toccanti dell'uomo che subito dopo il ricovero dei figli si è inginocchiato in mezzo alla tenda del pronto soccorso per ringraziare i medici di Zahal, in Israele, hanno fatto stringere il cuore di commozione al pubblico del telegiornale Hadashot 2 del secondo canale televisivo. "I miei figli saranno salvati dai medici ebrei, questo l'ho voluto DIO" ripeteva con la voce rotta dal pianto.

Questo significa due cose: la prima è che sull'isola la voce gira e che i poveri haitiani sanno perfettamente dove conviene andare nel caso si abbia bisogno di cure, e la seconda è che, per loro fortuna, non sono lettori del "Corriere della Sera" né de "La Repubblica" né del resto della stampa italiana che è estremamente stitica di notizie riguardanti Israele e ciò che fa, quando si tratta di cose che metterebbero lo Stato ebraico in una luce diversa da quella che loro sono abituati a far vedere.

Sui servizi della CNN è stato più volte messo in rilievo che in occasione del terremoto di Haiti si è dovuti ricorrere ad amputazioni degli arti. Le percentuali in questo caso rispetto ad altri terremoti del passato sono estremamente più alte e questo è dovuto al fatto che gli le infezioni nei vari ospedali sono fuori controllo. Questo, naturalmente, non vale per la struttura sanitaria israeliana che ha addirittura migliorato gli standard di operatività rispetto agli interventi del passato:Turchia, Georgia e Kossovo solo per fare alcuni esempi. Per dirla a chiare lettere quello che nell'ospedale da campo del Pikud Ahoref (protezione civile israeliana) viene curato da un'altra parte sarebbe amputato.

In Italia, di tutto questo, non se ne parla perché è difficile per i "nostri eroi delle televisioni e della carta stampata" dare delle note di merito a un qualcuno di cui, fra non molto, si tornerà, per forza di cose, a parlare male; per cui i fedeli ad una linea che deve vedere sempre Israele dalla parte del torto si nasconde una realtà di eccellenza che invece dovrebbe essere portata a conoscenza di tutti. Questi i silenzi nel presente, come le tante "bufale" del passato oltre ad essere una vera mistificazione della realtà sono anche un’enorme presa in giro per i lettori e per l'opinione pubblica che ha il diritto di sapere la verità nella sua completezza. Questo, purtroppo, sia in Italia che in buona parte del mondo, il più delle volte purtroppo non accade.

giovedì 21 gennaio 2010

Israele per Haiti 2

Mentre molti paesi si danno da fare per aiutare la popolazione di Haiti colpita da uno spaventoso terremoto una settimana fa, mentre alcuni paesi ricchi (tipo 'Arabbia Saudita per esempio) si limitano a mandare messaggi di cordoglio (in fondo non sono "fratelli mussulmani" che je frega a loro?), Israele, il piccolo DEMOCRATICO STATO EBRAICO che qualcuno (tipo il nano pazzo di Teheran che in questo frangente brilla.... per la sua assenza, impegnato com'è a costruire bombe atomiche) vorrebbe "cancellare dalla faccia della terra" o "spazzare via come un microbo", sta compiendo un miracolo. I militari israeliani sono arrivati in silenzio poche ore dopo l'accaduto e hanno messo su un ospedale militare di efficienza e completezza non paragonabili con nessun altro. Hanno mandato le loro squadre dotate di cani per la ricerca dei sepolti dalle macerie in giro per l'isola a strappare persone a morte certa, hanno messo a pieno regime le sale operatorie che lavorano a ritmo incessante e hanno finora accolto e curato 200 persone, salvato 25 vite e fatto nascere tre bambini uno dei quali prematuro.
Ora, dopo una settimana appunto, Israele si appresta a inviare un'altra delegazione in riforzo alle forze presenti sul campo per portare medicinali ed equipaggiamenti aggiuntivi. Verranno  inoltre valutate direttamente in loco le necessità del personale  già al lavoro.
Tutto questo per dovere di cronaca, che troppi sembrano aver dimenticato cosa sia.

VIVA ISRAELE!

"Israele fa miracoli per aiutare i feriti haitiani"

di Michael Sfaradi
Le immagini di Haiti, che per mezzo dei vari network internazionali stanno facendo il giro del mondo, possono farci capire, almeno in parte, quale sia l´orrore creato dal recente evento sismico che ha interessato l´isola, trasformando il panorama caraibico in un girone infernale.
La macchina degli aiuti internazionali a favore delle popolazioni colpite si è messa in moto fin dalle prime ore, ma la loro organizzazione, vista la vastità del territorio interessato e i numeri altissimi di feriti, di sepolti sotto le macerie e di senza tetto, hanno creato una situazione difficile da gestire. A queste difficoltà dobbiamo poi aggiungere le polemiche fra gli Stati Uniti e la Francia che, a suo dire, non hanno trovato collaborazione da parte dell´esercito americano nella distribuzione degli aiuti. Di queste polemiche, vista la vastità della tragedia in atto, avremmo fatto volentieri a meno e ci saremmo aspettati una maggiore collaborazione, anche perché la sensazione che qualcuno provi a fare la "prima donna" a discapito della collaborazione internazionale c´è ed è forte.
E´ chiaro che non tutto sta andando per il verso giusto e le notizie che si susseguono mettono sempre di più in luce delle falle di organizzazione.
Una delle prove di tutto ciò è che a diversi giorni dal sisma si continua la distribuzione dei generi di prima necessità in maniera non omogenea, ma il pressappochismo con la quale è stata affrontata questa grave emergenza umanitaria è stata messa in luce in un servizio della tv satellitare Cnn andato in onda il giorno 18 gennaio 2010, dove la corrispondenteElizabeth Cohen, ha intervistato i dottoridi un ospedale tenuto dalla sanità statunitense.
In quello e in altri ospedali, secondo le dichiarazioni della dottoressa Jennifer Furin della Harward Medical School, i feriti muoiono perché le infezioni sono fuori controllo e non si può procedere con le operazioni chirurgiche.
Dal 14 al 18 gennaio, nessun ospedale presente sull´isola ha potuto effettuare operazioni chirurgiche.
Sempre la dottoressa Furin ha ammesso però che esiste un´eccezione: l´ospedale militare israeliano.
La struttura medica costruita dal Pikud Ahoref (la protezione civile israeliana) è sempre stata perfettamente operativa e con un lavoro di eccellenza, rara in momenti difficili come le emergenze umanitarie, ha portato aiuto e soccorso alle popolazioni colpite dal sisma al massimo delle sue potenzialità.
Detto questo la giornalista si è recata presso l´installazione medica israeliana e già dalle immagini si poteva capire che l´atmosfera che si respirava in quella struttura era completamente diversa, al punto che lo ha chiamato: "Un altro mondo". La tendopoli israeliana, completamente autonoma e completa di cucine, servizi igienici e di generatori di energia elettrica, è divisa per settori, uno per ogni specializzazione: rianimazione, reparto operatorio, oculistico, ginecologico e prenatale con dieci incubatrici, e, soprattutto, ortopedico. Medici, paramedici ed infermieri lavorano senza risparmiarsi a ciclo continuo su turni di otto ore, e diversi feriti che in altre strutture dell´isola non avevano trovato le giuste cure sono stati lì ricoverati. La nostra speranza è che questa struttura e la sua organizzazione serva da esempio e venga presa a modello su come organizzare la sanità d´urgenza in luoghi disastrati.

L'OPINIONE

" Mi chiamo Israele "

Israele è stato il primo paese al mondo a mandare aiuti a Haiti. Eppure la notizia non è finita sui giornali. Una massa impressionante di beni, uomini e strutture d’emergenza, soprattutto paragonate all’avarizia dell’Arabia Saudita, secondo la denuncia del Los Angeles Times. I regnanti di Riad per ora hanno inviato solamente un messaggio di condoglianze al governo di Haiti. “L’Arabia Saudita, ricca di petrolio – scrive il quotidiano statunitense –, è una delle nazioni più benestanti del pianeta. Ma mentre è generosa quando si tratta di costruire scuole religiose islamiche e moschee nel mondo, l’Arabia Saudita è stata abbastanza tirchia quando si è trattato di aiutare il popolo di Haiti, colpito dal terremoto”. Israele ha inviato 40 medici, 20 infermieri e altrettanti paramedici per mettere su un ospedale da campo capace di curare 500 feriti. Sono partiti anche 100 soldati dell’esercito israeliano. Accadde anche con lo tsunami in Asia. Quando lo stato ebraico fu tra i paesi più generosi. Il popolo di Israele ha una lunga storia alle spalle che lo rende in qualche modo “specializzato in catastrofi”. Dopo aver raggiunto la capitale di Haiti, gli israeliani si sono spostati in altre zone del paese dove hanno lavorato soprattutto per recuperare e identificare i corpi delle vittime. Lo stesso avvenne anche dopo l’11 settembre, quando patologi israeliani aiutarono i colleghi americani al lavoro a Ground Zero. Un ospedale da campo israeliano, il più grande e il meglio attrezzato presente attualmente nel martoriato paese, è stato immediatamente installato sul territorio e messo al servizio delle popolazioni colpite dal sisma fin dalle prime ore dopo il disastro. E’ lì, nelle tende di Tsahal, che è nato il primo bambino haitiano dopo il terremoto. La mamma non ha avuto dubbi sul nome da dargli: Israel. Una delle pochissime immagini di gioia in questo turbinio di morte e dolore è stata la scena della squadra di soldati israeliani che, mentre salvava un haitiano sepolto dalle macerie del terremoto, la gente assistendo applaudiva e gridava: “Viva Israele”.

Il FOGLIO

Scoperta archeologica

Una nuova, importante scoperta getta nuova luce sul periodo in cui potrebbe essere stata redatta la Bibbia. Il prof. Gershon Galil, del Dipartimento di studi biblici dell’università di Haifa, ha recentemente decifrato un’iscrizione che risale al X secolo a.e.v. dimostrando che si tratta di un’iscrizione in ebraico, il che ne fa il più antico scritto in ebraico mai trovato.
La scoperta indicherebbe che almeno alcune delle scritture bibliche furono composte centinaia di anni prima delle date finora accreditare dalla ricerca scientifica, e che il Regno di Israele esisteva già a quell’epoca. Il X secolo è l’epoca del Regno di Davide.
L’iscrizione stessa, vergata in inchiostro su un frammento di terracotta trapezoidale di 15 x 16,5 cm, è stata scoperta un anno e mezzo fa negli scavi condotti dal prof. Yosef Garfinkel a Khirbet Qeiyafa, vicino alla valle di Elah. Sebbene venisse datata al X secolo a.e.v., la questione della lingua usata in questa iscrizione rimaneva insoluta, rendendo impossibile stabilire se si trattasse effettivamente di ebraico o di un’altra lingua locale.
Il deciframento del prof. Galil dell’antico scritto testimonia che l’iscrizione era effettivamente in ebraico sulla base dell’uso dei verbi specifici della lingua ebraica e di un contenuto specifico della cultura ebraica non adottato da altre culture della regione.
“Questo testo – spiega Galil – è una enunciazione sociale che si riferisce a schiavi, vedove ed orfani. Usa verbi che erano caratteristici dell’ebraico, come asa ("fece") e avad ("lavorò"), che erano raramente usati in altre lingue della regione. Alcune parole particolari che appaiono nel testo, come almanah ("vedova"), sono specifiche dell’ebraico e sono scritte in modo diverso dalle altre lingue della regione”.
Ecco (reso approssimativamente in italiano) il testo decifrato:
1' NON [LO] FARAI MA ADORERAI IL [SIGNORE]
2' GIUDICA LO SCHIA[VO] E LA VEDO[VA] / GIUDICA L’ORFA[NO]
3' [E] LO STRANIERO. [IM]PLORA PER IL NEONATO / IMPLORA PER IL POV[ERO E ]
4' LA VEDOVA. RIABILITA [IL POVERO] NELLE MANI DEL RE.
5' PROTEGGI IL POV[ERO E] LO SCHIAVO / [SOS]TIENI LO STRANIERO.
Una volta confermata la decifrazione, dice Galil, questa diventerà la più antica iscrizione ebraica mai trovata, e attesterà le capacità di scrittura in ebraico già nel X secolo a.e.v. Un dato che contrasta con la datazione della composizione della Bibbia accreditata dallo stato attuale delle ricerche, che escluderebbe la possibilità che la Bibbia o parti di essa potessero essere state scritte già in quel periodo.
(Da: Jerusalem Post, 08.01.10)

mercoledì 20 gennaio 2010

Ultime da Haiti

Tre estratti vivi dalle macerie - Nelle ultime ore dalle macerie sono stati estratti vivi altri due bambini di otto e dieci anni, rimasti intrappolati sotto le macerie di un edificio di due piani a Port au Prince, e una raqazza di 25 anni. Intanto, la notizia negativa riguarda invece la decisione delle squadre di soccorso di interrompere le ricerche al Caribbean Market di Port-au-Prince, quello dove stava lavorando l'italiano Antonio Sperduto al momento del sisma. I bimbi, di 8 e 10 anni, sono stati tratti in salvo da un team di soccorso americano dei vigili del Fuoco e della polizia di New York, e trasportati presso l'ospedale da campo israeliano nella tarda serata di ieri (le prime ore del giorno in Italia). Il sito dell'emittente Usa non fornisce ulteriori dettagli. Sale così a cinque il numero di persone estratte vive nelle ultime 24 ore di cui si abbia avuto notizia: un uomo dal Caribbean Market, due donne, dalla cattedrale e dall'Olympic Market, più i due bambini.

Incredibile Repubblica....

Ancora una volta La Repubblica riesce a ribaltare una notizia a uso e consumo della causa palestinese.
Dopo il disastroso terremoto di Haiti, Israele ha inviato immediatamente dei soccorsi senza farla troppo lunga come altri paesi europei: giovedì sera sono partiti due aerei da Tel Aviv con 220 militari (di cui 120 medici) con un attrezzatissimo ospedale da campo da 500 posti, incubatrici, ruspe per rimuovere le macerie, cani addestrati alla ricerca di persone.
Una volta che poteva parlare dell'esercito israeliano in termini favorevoli però, il quotidiano italiano ha scelto invece di scrivere quanto segue:  "Nella poverissima Striscia palestinese si raccolgono giochi, vestiti e generi di prima necessità da inviare a chi soffre. "Chi meglio di noi può comprendere il dramma di quella gente?". -
Cosa si vuole far sapere al pubblico italiano che si limita a leggere il quotidiano di De Benedetti? Che tutto il mondo aiuta Haiti, persino la "poverissima striscia di Gaza" e via con immagini di bimbi palestinesi che donano il poco che hanno ai bimbi haitiani mentre dietro si intravedono i cartelli che chiedono la fine del "blocco israeliano di Gaza". Un evento drammatico per la popolazione di Haiti viene quindi sfruttato cinicamente per scopi politici dai terroristi di hammazz per attirare l'attenzione del mondo su Gaza in un momento in cui i riflettori non sono puntati sulla questione palestinese. L'obbligo infatti è che si parli sempre e solo dei problemi dei palestinesi, come se non bastasse una intera organizzazione dell'ONU a loro esclusiva disposizione, come se non bastasse la stampa sempre schierata a difendere le ragioni di chi nel 1948 poteva creare uno stato accanto a Israele e invece ha preferito la guerra, così come ha preferito la guerra nel 1956, nel 1967, nel 1973....
Il servizio video di Repubblica, della durata di 51 secondi, dedica solamente 6 secondi circa per dire che "Israele dal canto suo ha inviato 220 militari specializzati in interventi umanitari per costruire una grande struttura ospedaliera". Il tutto mentre però, OVVIAMENTE, scorrono le immagini dei palestinesi!
Mica potevano far vedere i militari israeliani che tiravano fuori dalle macerie i sopravvissuti!
Mica potevano far vedere i medici israeliani che cercavano di far tornare il sorriso ai bimbi terrorizzati!
Mica potevano far vedere i chirurghi israeliani intenti ad operare!
Eh no cari miei, i soldati israeliani al massimo possono "trucidare" i poveri inermi palestinesi, da quando in qua si occupano di salvare vite umane?
Ora nessuno vuole sminuire il gesto dei "poveri" palestinesi di Gaza (che hanno una connessione internet nel 60% delle case, moto di grossa cilindrata e suv e i supermercati pieni di cibo nè più nè meno come gli israeliani) ma per una volta non si poteva parlare in termini positivi di Israele e far vedere come i suoi uomini e donne si stanno adoperando per aiutare la popolazione di Haiti?

martedì 19 gennaio 2010

Parlamentari arabi: cosa farebbe Abraham Lincoln?

di David Gleicher

Sia l'editorialista Liat Collins che il vice ministro degli esteri Danny Ayalon si sono recentemente domandati dalle colonne di questo giornale che cosa il governo israeliano dovrebbe fare per rispondere alle attività anti-israeliane dei parlamentari arabi più estremisti. Come studioso di storia, ogni volta che sento sollevare questo problema penso ad Abraham Lincoln, forse il più grande presidente degli Stati Uniti, e alla sua reazione alle attività del parlamentare Clement Vallandigham.


Quando nel 1861 scoppiò la guerra civile americana, Vallandigham era un membro del Congresso per il partito democratico, in rappresentanza di Dayton, Ohio. Due parole di contesto per i lettori non americani. La guerra civile (o di secessione) concerneva il tentativo degli stati schiavisti del sud di separarsi dall’Unione per formare un loro proprio paese: la Confederazione degli Stati d’America. Vallandigham, sebbene personalmente contrario alla schiavitù, riteneva che il governo federale non avesse costituzionalmente il diritto di impedire la secessione degli stati del sud. Naturalmente era ancora più fermamente contrario all’uso della forza militare per riportare gli stati del sud dentro l’Unione. Vallandigham era il leader dei cosiddetti “copperhead”, vale a dire i democratici del nord anti-guerra e pro-Confederazione.

Nel 1863 il generale Ambrose Burnside, al comando del distretto militare dell’Ohio, promulgò un ordinanza in cui dichiarava che non sarebbero state tollerate pubbliche espressioni di simpatia per il nemico. Vallandigham non ne fu scoraggiato ed anzi aumentò il tono provocatori dei suoi discorsi, sostenendo che la guerra veniva combattuta per liberare gli schiavi e non per salvare l’Unione, e che il presidente era diventato un “re Lincoln” e che andava rimosso dalla presidenza. Dichiarava anche di “non voler far parte degli Stati Uniti”.

Questo era troppo per Burnside, che lo fece arrestare e processare da una corte militare. Vallandigham venne accusato di diffondere il tradimento ed ostacolare la prosecuzione dello sforzo bellico, e venne condannato a due anni di carcere militare, sentenza che alla fine venne confermata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Lincoln tuttavia non desiderava fare di Vallandigham un martire dei “copperhead” e ordinò che l’ormai ex congressista (nel frattempo Vallandigham aveva perso le elezioni di medio termine) venisse tolto di prigione ed esiliato in quella Confederazione che appoggiava con tanto vigore. Fu così che i funzionari federali spedirono Vallandigham al di là delle linee dell’Unione nel territorio del Tennessee sotto il controllo della Confederazione. Questi più tardi da là si spostò nel Canada, per far ritorno infine negli stati del nord. Dopo la guerra, riprese la sua attività di avvocato a Dayton.

Confrontando Vallandigham a parlamentari arabi israeliani come Jamal Zahalka, Taleb a-Sanaa e alcuni altri, si possono rilevare alcune similitudini e differenze. Sia Vallandigham che i parlamentari arabi israeliani si sono opposti con veemenza alle azioni militari del loro paese; sia l’uno che gli altri hanno usato toni incendiari e provocatori nelle loro pubbliche dichiarazioni per attaccare il loro paese; sia l’uno che gli altri hanno proclamato di non voler far parte del loro paese, gli Stati Uniti nel caso di Vallandigham, lo stato ebraico d’Israele nel caso dei parlamentari arabi israeliani.

Un’altra similitudine sta nel fatto che sia il congressista che i parlamentari arabi israeliani hanno attaccato il loro paese in tempo di guerra, adoperandosi per aiutare il nemico. Ma questo ci porta anche alla significativa differenza nella natura del nemico a cui sia Vallandigham che i parlamentari arabi israeliani hanno dato il loro contributo. Durante la guerra di secessione, gli stati confederati non perseguirono mai la distruzione degli stati del nord: volevano solo andare avanti con il loro schiavismo senza subire interferenze da parte del nord abolizionista che – dicevano – voleva “rovinare” la loro economia e il loro sistema sociale. Viceversa, i nemici di Israele sono votati all’obiettivo di distruggere l’indipendenza ebraica in Medio Oriente, cioè lo stato d’Israele. Ecco perché le attività dei parlamentari arabi israeliani sono di gran lunga più pericolose e distruttive di qualunque cosa abbia fatto Vallandigham.

I parlamentari arabi israeliani dovrebbero dunque subire il trattamento che venne riservato a Vallandigham: esilio in un paese da loro evidentemente amato e sostenuto molto più di quello che ufficialmente rappresentano? Se ci domandiamo “cosa avrebbe fatto Lincoln?”, abbiamo già la risposta. Ma non ci sono in giro molti Lincoln, oggigiorno.

domenica 17 gennaio 2010

" I primi aiuti ai terremotati di Haiti sono arrivati da Israele "

di Michael Sfaradi

Il terremoto che ha colpito l'isola di Haiti oltre a sconvolgere l'intera umanità per i lutti e gli enormi danni che ha provocato ha anche messo in moto la macchina degli aiuti e dei soccorsi che da tutto il mondo stanno arrivando sull'isola caraibica. Vogliamo mettere in rilievo un particolare per noi di grande importanza e che non ha trovato spazio su nessun notiziario e cioè che i primi aerei che sono atterrati Port- au-prince la capitale di Haiti, a distanza di poche ore dal violento sisma, sono stati i due Boing dell'aeronautica militare israeliana con a bordo 450 membri del Pikud Haoref (la protezione civile israeliana) e del Hail Refuà (sanità militare dell'esercito). Un ospedale da campo, il più grande e il meglio attrezzato presente attualmente nel martoriato paese, è stato immediatamente installato sul territorio e messo al servizio delle popolazioni colpite dal sisma fin dalle prime ore dopo il disastro. Oltre ai macchinari per il movimento delle macerie gli esperti delle ricerche israeliani sono presenti sullo scenario anche con 63 cani addestrati alla ricerca delle persone seppellite sotto le macerie. È per noi di grande orgoglio sapere che mentre il mondo parlava e cercava di coordinarsi i chirurghi israeliani e le squadre di ricerca con i loro preziosissimi cani erano già all'opera.

http://www.informazionecorretta.com/





sabato 16 gennaio 2010

Il Superman di Israele

Sorprendente articolo del giornale egiziano Al-Ahram di ieri: in esso si loda il capo del Mossad Meir Dagan per il "doloroso colpo" che ha inferto al programma nuclare iraniano. Senza di lui infatti, secondo il giornale, l'Iran avrebbe completato il suo progetto atomico diversi anni fa. "Negli ultimi sette anni, ha lavorato in silenzio, lontano dai clamori dei mezzi di informazione (...bè, verrebbe da dire... ha fatto solo il suo dovere di capo del più potente servizio segreto del mondo...) ... è il Superman dello Stato Ebraico".

Non si può fare a meno di notare lo stile compiaciuto per le presunte azioni del Mossad, quasi che l'operato di Israele avesse permesso di tirare un sospiro di sollievo un po a tutti i paesi arabi che temono fortemente lo sviluppo atomico di Teheran.

Tra le azioni che il quotidiano del Cairo accredita all'operato del capo del Mossad figurano:
azioni diplomatiche che hanno creato grave imbarazzo al regime iraniano,
azioni di sostegno agli oppositori,
assassinii mirati e azioni di attacco sotto copertura,
azioni contro la Siria, Hezbollah, Hamas e la Islamic Jihad.

Lo stesso dittatore iraniano, l'isterico nanerottolo a capo della cricca di criminali di Teheran, aveva subito accusato Israele della morte avvenuta pochi giorni fa, del professor Massoud Ali-Mohammadi ucciso secondo il buon vecchio ahmadillo in puro "stile Sionista".

Se gli arabi reclamano i bimillenari rotoli ebraici del Mar Morto

La Giordania ha chiesto al Canada di sequestrare e non restituire a Israele una selezione dei Manoscritti del Mar Morto in mostra da sei mesi a Toronto, sostenendo che, in base al diritto internazionale, sarebbero di sua proprietà e che Israele se ne sarebbe illegalmente impadronito nel 1967 quando il Rockefeller Museum, che si trova a Gerusalemme est, cadde sotto controllo israeliano. Finora il Canada ha risposto che non intende essere coinvolto in una disputa che deve essere risolta dalle parti. Lunedì scorso la Giordania ha anche inoltrato una denuncia all’Unesco, ribadendo che i Manoscritti le appartengono.


Yigal Palmor, portavoce del ministero degli esteri israeliano, ha definito “ridicola” la pretesa della Giordania. “I Manoscritti del Mar Morto – ha spiegato Palmor – sono parte intrinseca del patrimonio culturale e religioso ebraico e non hanno nessun attinenza con la Giordania o col popolo giordano. Inoltre, l’occupazione giordana della Cisgiordania e della parte est di Gerusalemme (dal 1949 al 1967) era illegale, in quanto frutto di un’aggressione, e non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale. Se non bastasse, sin dalla fine degli anni ’80 il Regno Hashemita ha formalmente rinunciato a tutte le sue rivendicazioni sui territori ad ovest del Giordano. Dunque non si capisce su quali basi cerchi ora di avanzare una rivendicazione di proprietà su dei Manoscritti che con tutta evidenza rappresentano una pietra miliare nella storia della cultura ebraica”.

I giordani non sono gli unici a tentare di mettere le mani sui famosi Manoscritti redatti in ebraico e aramaico più di sei secoli prima della conquista araba della Terra d’Israele. Lo scorso aprile l’Autorità Palestinese aveva cerato di spingere il governo canadese ad annullare la mostra sostenendo che i Rotoli sono stati “rubati dal territorio palestinese”.

I Manoscritti del mar Morto sono composti da circa 900 testi, biblici ed extrabiblici, considerati uno dei più importanti ritrovati archeologici del XX secolo. Inizialmente scoperti per caso da un pastore beduino nel 1947 in una grotta presso Qumran, sulla sponda nord-occidentale del Mar Morto, vennero successivamente arricchiti da quelli rinvenuti in un totale di undici grotte, nella stessa zona, nel corso di varie ricerche proseguite fino al 1956. I testi comprendono alcune delle uniche copie giunte sino a noi di testi biblici redatti prima del 100 a.e.v ., restituendoci una testimonianza unica della vita ebraica all’epoca del Secondo Tempio.

«I giordani – si legge in un editoriale di Ma’ariv (7.1.10) – quei giordani che sedici anni fa hanno fatto la pace con Israele, oggi rivendicano un diritto di proprietà sui Rotoli del Mar Morto perché, dicono, sono stati rubati da Israele in territorio occupato. Ora, è chiaro che qualunque persona normale farà fatica a capire una tale impudente sfrontatezza. Il Regno Hashemita, questa invenzione franco-britannica promossa da Lawrence of Arabia allo scopo di sistemare una dinastia beduina proveniente dall’Hejaz della penisola arabica, questo stato che non ha una vera storia e che per reggersi deve fare affidamento sulle armi dell’esercito israeliano e sull’aiuto di una centrale di intelligence americana, accampa diritti di proprietà su antichi rotoli ebraici che hanno il merito, fra l’altro, di dimostrare quanto le confuse percezioni in fatto di colonialismo e di occupazione siano semplicemente una questione di tempo. Intanto salta fuori che la proprietà dei Rotoli del Mar Morto non viene rivendicata solo dal regno di cartapesta ad est del Giordano, ma anche dall’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad. E qui pare evidente che i palestinesi hanno sviluppato una grave forma di dissonanza cognitiva, insomma che dovrebbero mettersi d’accordo con se stessi. Sono loro, infatti, che sostengono chiassosamente che in questa terra non esiste nessuna traccia di storia ebraica, che a Gerusalemme non è mai esistito nessun Tempio ebraico eccetera eccetera. Eppure proprio quei Rotoli, di cui rivendicano la proprietà come “palestinesi”, testimoniano fra l’altro (se mai ce ne fosse bisogno) dell’esistenza precisamente di quel Tempio “immaginario”, tanto che ne discutono il grado di purità, suo e dei suoi sacerdoti (per non dire della tesi di alcuni studiosi secondo cui i Rotoli stessi facevano parte del patrimonio del Tempio prima che ne venissero asportati a causa dell’assedio dei Romani). Evidentemente i palestinesi, un popolo di invenzione assai recente, un’accolta di immigrati per la maggior parte giunti in questa terra nel XIX secolo come coloni importati dal viceré d’Egitto Ibrahim Pasha, devono dedicarsi incessantemente alla riscrittura fantasiosa della storia».

UN PO’ DI STORIA

Il primo lotto di sette rotoli venne trovato da pastori beduini nella Grotta 1 nel 1947, in un periodo in cui stava per consumarsi l’aggressione araba che avrebbe dato luogo alla prima guerra arabo-israeliana. Poco dopo la nascita dello stato di Israele, tre rotoli vennero clandestinamente acquistati dal professor E. L. Sukenik, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, da un trafficante d’antichità arabo-cristiano di Betlemme. Gli altri quattro rotoli finirono nelle mani di Mar Athanasius Yeshua Samuel, metropolita del monastero siriaco-giacobita di San Marco, a Gerusalemme. Questi nel 1949 si recò negli Stati Uniti con i rotoli, ma passarono cinque anni prima che trovasse un acquirente. Il 1 giugno 1954, Mar Samuel pubblicò un’inserzione sul Wall Street Journal mettendo in vendita “I quattro rotoli del Mar Morto”. L’inserzione attirò l’attenzione di Yigael Yadin, figlio del prof. Sukenik, che aveva appena smesso la divisa di capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane per tornare a dedicarsi alla sua vocazione di archeologo. Con l’aiuto di intermediari, il 1 luglio 1954 i quattro rotoli vennero acquistati da Mar Samuel, presso il Waldorf-Astoria Hotel di New York, per 250.000 dollari. Parte della cifra venne coperta da D. S. Gottesman, un filantropo di New York i cui eredi sponsorizzarono successivamente la costruzione del Santuario del Libro, la struttura all’interno dell’Israel Museum di Gerusalemme dove i manoscritti sono conservati e in mostra al pubblico. Questi sette rotoli sono: Isaia A e Isaia B, il Commentario ad Abacuc, il Rotolo della Benedizione, La Regola della Comunità (o Manuale di Disciplina), il Rotolo della Guerra (dei figli della luce contro i figli delle tenebre) e l’Apocrifo della Genesi: tutti in ebraico tranne l’ultimo in aramaico.

Per alcuni anni dopo la prima scoperta, le altre grotte vennero saccheggiate da tombaroli beduini, cosa che ha sicuramente comportato la perdita irreparabile di materiale preziosissimo. Successivamente sono state compiute campagne di scavi sistematiche che hanno setacciato gli otto chilometri di rupi lungo della zona di Qumran. Delle undici grotte che contenevano manoscritti, cinque vennero scoperte dai beduini e sei dagli archeologi.

Nella Grotta 4, ad esempio, vennero rinvenuti 15.000 frammenti di almeno seicento testi compositi. L’ultimo manoscritto venne trovato nel 1956 nella Grotta 2 e comprende il Rotolo dei Salmi, un “targum” (versione) in aramaico di Giobbe e il Rotolo del Tempio, il più lungo dei Rotoli di Qumran. Il Rotolo del Tempio venne acquistato da Yigael Yadin ed è oggi conservato nel Santuario del Libro insieme ai primi sette. Tutti gli altri manoscritti, dai più grandi ai frammenti più minuti, sono conservati nell’edificio del Museo Rockefeller di Gerusalemme.

Il Museo Rockefeller venne costruito fra il 1930 e il 1938 a Kerem el-Sheik, una collinetta appena fuori l’angolo nord-orientale delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, grazie ad una cospicua donazione del filantropo americano John D. Rockefeller. Venne gestito da un Board of Trustees” internazionale fino al 1966, quando venne nazionalizzato da re Hussein di Giordania. Poco dopo, con la guerra dei sei giorni del 1967, passò sotto amministrazione israeliana. Dal 1967 il Museo Rockefeller viene gestito congiuntamente dall’Israel Museum e dell’Israel Department of Antiquities and Museums (successivamente rinominato Israel Antiquities Authority).

(Da: Jerusalem Post, Maariv, jewishvirtuallibrary.org, israele.net, 3-13.1.10)

venerdì 15 gennaio 2010

Israele vola in soccorso di Haiti

Il terremoto che ha devastato Haiti portando morte e distruzione in uno dei paesi più poveri del mondo, ha dato avvio ad un imponente ponte aereo di solidarietà.
Gli USA hanno inviato 10.000 soldati, una portaerei, navi, aerei e mezzi di soccorso, l'Italia, il Messico, il Sud Africa e l'Australia hanno inviato squadre di soccorso, cibo e medicinali.
Anche Israele sta facendo (come sempre in questi terribili frangenti) la sua parte: già nella notte di giovedì sono partiti aerei e uomini in soccorso del paese centroamericano. Le IDF hanno inviato 220 tra soldati e ufficiali (e tra questi ci sono circa 120 medici) che hanno già allestito un ospedale da campo da 500 posti con terapia intensiva e sale operatorie e numerose incubatrici. Ci sono poi i membri di Zaka,  la principale organizzazione israeliana non governativa di soccorso, salvataggio e recupero. ZAKA, riconosciuta nel 2005 dalle Nazioni Unite quale organizzazione umanitaria internazionale, invia volontari altamente addestrati per l’assistenza in caso di disastri internazionali, per lavorare in collaborazione con il personale d’emergenza. E intervenuta nel caso dello Tsunami e del disastro aereo a Puket in Thailandia, dell’uragano Katrina a New Orleans, del disastro dello Space Shuttle Columbia e degli attacchi terroristici in Turchia, Mombasa e Taba, tra gli altri. Il comandante della missione Zaka, Mati Goldstein, ha comunicato che è partita anche una raccolta di fondi per l'acquisto di acqua, cibo e medicinali indispensabili per aiutare gente che ha perso veramente tutto.
Ad Haiti poi è arrivato anche l'emissario dell'organizzazione Chabad-Lubavitch da Santo Domingo che provvede alle necessità degli Ebrei di Haiti e del personale di soccorso giunto da Israele o dagli altri paesi che stanno arrivando a Port Au-Prince.

martedì 12 gennaio 2010

Chi sono gli ultimi arrivati, in questa terra?

da un articolo di Assaf Wohl

Di recente ho assistito a un’intervista televisiva dove il parlamentare arabo israeliano Jamal Zahalka se n’è uscito con delle panzane, arrivando a sostenere che il ministro della difesa israeliano Ehud Barak “ama ascoltare musica classica e intanto uccide 1.400 bambini”.


Questa faccenda della musica classica sembra importare molto a Zahalka, che l’ha ripetuta in tutta una serie di occasioni. Ma qui non mi interessa discutere le sinfonie predilette da Barak, o la questione se fosse professionalmente appropriato che l’intervistatore Dan Margalit si facesse trascinare in una chiassosa discussione (che poi, a posteriori, si è rivelata un’eccellente operazione d’immagine).

Ma, appena prima di abbandonare lo studio, Zahalka ha definito Margalit “un immigrato”. Un’uscita che va ad aggiungersi all’affermazione di un altro parlamentare arabo israeliano, Ahmad Tibi, secondo il quale tutti gli ebrei sono degli “immigrati”, e alcuni anche “fascisti”.

Vale la pena notare che sia Zahalka che Tibi sono persone laureate e con dottorato. Ma evidentemente, quali che siano le loro aree di studi, certamente la storia della Terra d’Israele non è tra queste. Curioso come due persone così brillanti ignorino l’abc della storia del paese in cui vivono. Dopo tutto, il villaggio di Kfar Qara, dove abita il dott. Zahalka, venne creato nel XVIII secolo sotto gli auspici dell’occupazione araba della Terra d’Israele. Mentre a Taibe, il villaggio da dove viene il dott. Tibi, gli arabi ci arrivarono solo nel XVII secolo, provenendo dall’Arabia degli al-Saud e dall’Egitto, come dimostrano – fra l’altro – i cognomi di molti suoi abitanti.

Davvero credono che quei “palestinesi” di cui nessuno aveva mai sentito parlare fino a XX secolo inoltrato, siano veramente germogliati su questa terra? Non sanno che sotto i villaggi arabi di Galilea si trovano sinagoghe risalenti al periodo del secondo Tempio e oltre? Non sanno che alla fine del XIX secolo i non ebrei che vivevano in questo paese non erano più di 140mila e che nel 1948 il loro numero si era moltiplicato per dieci, soprattutto grazie all’immigrazione di arabi dai paesi circostanti?

“Questo quartiere un tempo era Sheikh Munis”, ha gridato Zahalka prima di abbandonare lo studio televisivo di Tel Aviv, svelando in questo modo la verità: dunque le ambizioni irredentiste di Zahalka e dai suoi elettori non si limitano ai famosi Territori.

Eppure il villaggio di Sheikh Munis, dove oggi sorge l’Università di Tel Aviv (nella parte nord della città), venne creato soltanto nel XIX secolo, quando la Terra d’Israele venne conquistata da Ibrahim Pasha, viceré d’Egitto (mentre la città di Tel Aviv venne fondata più a sud su dune sabbiose totalmente disabitate, come attestano persino le fotografie di cento anni fa). Tutto questo avveniva circa 2.500 anni dopo che era stata redatta l’iscrizione di Shiloh, a Gerusalemme, nella lingua ebraica in cui io ora sto scrivendo questo articolo.

Dunque la storiella sugli ebrei come “immigrati” si rivela più fantasiosa delle favole del fratelli Grimm. E allora perché i parlamentari arabi mentono così spudoratamente davanti alle telecamere? Non temono la condanna pubblica?

No, non la temono. Bugie, manipolazioni e inganni sono pilastri fondamentali di questo genere di dialettica araba. Innanzitutto perché con questi mezzi i rappresentanti arabi creano paura e odio: continuare ad alimentare le fiamme del conflitto è, per loro, un interesse vitale. In fondo, il conflitto preserva il loro status di parlamentari e li rende popolari fra i loro elettori.

E poi i parlamentari arabi israeliani sanno bene che la maggioranza degli ebrei non è capace di ribattere al loro tacciarli di “immigrati”. E non perché sia un argomento convincente, ma semplicemente perché gli ebrei israeliani sono oggi molto interessati ad iPhone e reality-show, e non più di tanto alla storia del loro popolo e della loro terra. Il popolo d’Israele, oggi, desidera studiare business administration più che storia, archeologia o studi biblici. La diffusione della bugie della propaganda araba conta su questo, e ci vede giusto.

E allora, per concludere, due parole indirizzate a Zahalka. Per cortesia, onorevole, vada a leggersi le parole del faraone Merneptah, che circa 3.225 anni fa segnalava l’esistenza di israeliti in terra di Canaan. Ciò le permetterà di concludere che, in termini storici, qui gli ospiti immigrati siete voi. Non ho nessun problema col fatto che viviate qui, ed esigo che – a differenza degli ebrei nei paesi arabi – voi godiate di piena eguaglianza di diritti. Ma che ne direbbe di portare un po’ più di rispetto per noi veterani? Dopo tutto, la vostra presenza in questo paese non è che un puntino nella continuità plurimillenaria della storia ebraica in Terra d’Israele. Pertanto, con tutto il dovuto rispetto (che generalmente non esercito nei confronti di provocatori come lei), farebbe meglio a tenere a mente una cosa importante: figure storiche come re Davide, Giuda Maccabeo ed anche Bar Kochba erano a casa propria, in questo paese, molto ma molto tempo prima che Ibrahim Pasha fosse ancora di là da nascere. Dunque, non cerchi di prenderci in giro, signor Zahalka: non siamo stupidi.

(Da: YnetNews, 6.1.10)

Distrutta una cellula di hammazz

Le forze aeree israeliane (I.A.F.) nella giornata di oggi hanno individuato e ditrutto una cellula terroristica che si preparava a lanciare una serie di razzi dalla striscia di Gaza verso Israele.
Finora sono circa 300 i missili e colpi di mortaio con i quali i terroristi di hammazz hanno bombardato lo stato ebraico.
Il messaggio che le I.D.F continuano a mandare è sempre lo stesso: Israele non tollererà il lancio di razzi da parte dei terroristi sul suo territorio e continuerà a rispondere ad ogni tentativo di distruggere la calma delle comunità del sud del paese.

lunedì 11 gennaio 2010

A quando una spedizione di Galloway in Somalia?

Esiste un eloquente paragone tra l’“assedio” della striscia di Gaza e ciò che sta accadendo in Somalia, dove la scorsa settimana il World Food Program si è trovato costretto ad abbandonare un milione di persone martoriate a causa dei miliziani islamisti che rendono impossibile il lavoro del suo personale. I jihadisti somali al-Shabab accusano i cooperanti del World Food Program di essere spie al servizio degli infedeli, e per questo hanno ne hanno assassinato un certo numero (42 solo negli anni 2008-09). In realtà sono furibondi perché il World Food Program non paga il pizzo per la loro “protezione”. Complessivamente sono tre milioni i somali che dipendono dagli aiuti del World Food Program, ma ciò che è particolare è straziante sono le sofferenze di 285.000 bambini gravemente malnutriti.


Naturalmente il World Food Program opera anche nei “Territori Occupati Palestinesi”, vale a dire nelle aree dove i palestinesi si rifiutano di creare lo stato indipendente e smilitarizzato che è stato loro offerto da tutti, Israele compreso. Il World Food Program, sebbene non per sua colpa, fa parte di tutta una rete di enti internazionali che di fatto promuovono fra i palestinesi un’eterna dipendenza, anziché cercare di superarla. Da più di sessant’anni le agenzie dell’Onu avallano la caparbietà con cui il mondo arabo vuole che i fratelli palestinesi rimangano nella condizione di profughi perpetui.

A differenza dei somali, i palestinesi hanno avuto la "fortuna" di avere come nemici i sionisti: altrimenti come potrebbero attirare celebrità della politica come, da ultimo, il parlamentare britannico George Galloway, e superstar delle campagne di solidarietà anti-israeliana come Hedy Epstein, dell’International Solidarity Movement: una signora di 85 anni che fa lo sciopero della fame dopo essere “sopravvissuta” alla Shoà… a Londra (dove era arrivata nel 1939 con il famoso kindertransport)?

La processione “Viva Palestina” di Galloway è partita da Londra il 6 dicembre ed è arrivata la scorsa settimana ad El-Arish, dove il parlamentare ha subito litigato con gli egiziani su quanti veicoli potessero entrare a Gaza dal Sinai. Poliziotti e attivisti si sono tirati la sabbia addosso a vicenda e si sono presi a bastonate. Lo show di “Viva Palestina” era coordinato con Hamas (versione palestinese degli al-Shabab), che aveva bisogno di un pretesto per orchestrare una mini “intifada” contro la barriera anti-contrabbando che il Cairo ha tardivamente iniziato a installare sotto il Corridoio Philadelphia (al confine fra Sinai e striscia di Gaza). Sul versante di Gaza del confine i palestinesi hanno sparato e ucciso un agente egiziano, mentre altri agenti aprivano il fuoco sugli agitatori palestinesi ferendone almeno cinque in modo grave.

Mercoledì sera l’Egitto ha permesso a Galloway e a 55 suoi compagni di viaggio di entrare a Gaza “fasciati, sanguinati e coperti di lividi perché cercavano di portare medicinali al popolo di Gaza sotto assedio”, come ha dichiarato l’intrepido parlamentare britannico.

Peccato che Galloway ed Epstein, insieme con la copertura minuto per minuto della tv Al-Jazeera che hanno generato, non abbiano indirizzato il loro convoglio di 150 camion e 500 attivisti internazionali – per lo più europei molto compiaciuti di sé, ma anche 17 parlamentari turchi – dritto dritto in Somalia, a sopraffare gli al-Shabab.

La differenza fra Somalia e Gaza è che la popolazione della Somalia non solo si ritrova dimenticata in mezzo alle macerie: la loro disperazione semplicemente non interessa a nessuno. È gente che non dispone di nessuna possibilità di scelta. I responsabili delle loro sofferenze sono islamisti, non sionisti né occidentali – anche se naturalmente per certi euro-pacifisti anche quelle sono in qualche modo colpa degli americani.

In stridente contrasto, la popolazione di Gaza dispone di varie opzioni che porrebbero termine alle loro miserie. Potrebbero smetterla di sostenere Hamas, che arruola le loro istituzioni politiche al servizio della causa contro la coesistenza con Israele. Potrebbero fare la pace fra di loro e permettere alla dirigenza relativamente più moderata della Cisgiordania – riconosciuta dalla comunità internazionale – di tornare nella striscia di Gaza. Potrebbero lasciar andare il soldato israeliano Gilad Schalit che tengono in ostaggio dal 2006. Potrebbero smetterla di lanciare obici e razzi contro la popolazione civile israeliana, come invece hanno fatto a più riprese anche la scorsa settimana. Potrebbero optare per la soluzione a due Stati e accettare che anche gli ebrei abbiano diritto al loro stato nazionale in Medio Oriente. Potrebbe far finire il loro “assedio”. Potrebbero costruire, anziché crogiolarsi nelle macerie e nel vittimismo.

(Da: Jerusalem Post, 7.1.10)

Salim, cuor di soldato

Ci sono fatti che succedono in Israele che assumono sempre una luce diversa collegata, vuoi o non vuoi, con le tematiche del conflitto medio-orientale.
Questa settimana e’ entrato in coma irreversibile il soldato Yaniv Pozoarik, 19 anni, per colpa di un proiettile sparato per sbaglio da un suo commilitone.

I genitori, in un coraggioso atto di coscienza civile, hanno deciso di donare i suoi organi e il destino ha voluto che il cuore andasse a Salim, 25 anni, arabo della Galilea, collegato da 4 mesi ad un cuore artificiale per poter sopravvivere.

Oggi ho sentito alla radio dell’esercito (che l’unica cosa militare che ha e’ il nome, poiche’ si parla della migliore e piu’ seguita radio Israeliana) una struggente telefonata che ha fatto dalla sua stanza di ospedale Salim al padre di Yaniv, Iafim.
All’inizio della telefonata Salim ha chiesto a Iafim il permesso di chiamarlo Papa’, poiche’, come ha spiegato, cosi’ sente dopo che il suo nuovo cuore gli e’ stato donato da lui.
Il padre non e’ riuscito a domare le lacrime come penso molti ascoltatori.
Morale della favola: Io sono convinto che anche in questa martoriata area la maggioranza degli abitanti, dalle due sponde, siano persone con pochi ma basilari desideri: vivere in pace, in salute e con la pancia piena. L’ignoranza e la poverta’ sono il substrato per il fanatismo, il quale porta solo tragedie, guerre e lutti.
Una buona educazione, il rispetto per il prossimo e livello di vita dignitoso sono sempre state le garanzie per la serenita’ e il progresso.
Sbaglio?


domenica 10 gennaio 2010

Quali sono i piani di hammazz?

Sabato altri quattro colpi di mortaio sono stati sparati dalla striscia di Gaza verso Israele. Fortunatamente non hanno causato nè feriti nè danni. Immediata la risposta delle forze aeree israeliane che hanno bombardato la striscia di Gaza.
La scorsa settimana 20 razzi e colpi di mortaio hanno colpito Israele e le IDF hanno reagito distruggendo fabbriche di armi e tunnel utilizzati per il contrabbando.

In teoria hammazz controlla la striscia di Gaza e dovrebbe attenersi alla tregua stipulata mesi fa: questo comporta anche il fatto che hammazz dovrebbe impedire che le altre fazioni terroristiche si "dedichino" al bombardamento di Israele. Di fatto hammazz non bombarda Israele, ma lo fa fare a queste fazioni, mantenendo quindi alta la tensione tra la popolazione civile israeliana. La inevitabile risposta dell'esercito che può causare vittime tra la popolazione civile palestinese (utilizzata come scudo umano dai terroristi) viene quindi definita come al solito "aggressione sionista" e utilizzata dalla propaganda anti israeliana.
Tutto questo mentre le trattative per la liberazione del caporale Gilad Shalit si sono arenate di fronte all'improvviso irrigidirsi delle posizioni israeliane: il governo di Netanyahu non è disposto a liberare terroristi che abbiano le mani sporche di sangue o che possano avere un grande significato politico-militare per i palestinesi e questo ha spiazzato i dirigenti di hammazz.
Probabile che stiano decidendo quale linea seguire e nel frattempo hanno ripreso a bombardare Israele per cercare di "ammorbidire" le posizioni del governo.

venerdì 8 gennaio 2010

Ancora e sempre razzi e colpi di mortaio...

Nella giornata di oggi i terroristi di hammazz hanno bombardato Israele con razzi kassam e colpi di mortaio che fortunatamente non hanno provocato vittime o danni. In risposta a questi attacchi le forze aeree israeliane hanno effettuato dei raid (preceduti dal lancio di volantini che avvertivano la popolazione palestinese dell'imminente attacco) per distruggere una fabbrica clandestina di armi ed esplosivi e dei tunnel utilizzati per il contrabbando di armi. E' stato anche distrutto un tunnel che era giunto a 1 km dal confine israeliano e doveva essere utilizzato dai terroristi per entare in Israele e portare a termine attacchi contro civili e militari israeliani.

Che pattume l'informazione a senso unico...

Si, la sinistra informazione italiana (e temo quella occidentale in genere) è ridotta a puro pattume a giudicare dal modo perverso di dare le notizie che riguradano Israele.
Mi spiego:
  • se i MALEDETTI CRIMINALI TERRORISTI PALESTINESI bombardano con i razzi Israele, e Israele non reagisce, nessuno si spreca a scrivere due righe sull'argomento, al massimo qualcuno dice che sono caduti dei razzi ma non hanno provocato danni;
viceversa,
  • se i MALEDETTI CRIMINALI TERRORISTI PALESTINESI bombardano con i razzi Israele, e Israele reagisce bombardando LEGITTIMAMENTE a sua volta, allora via con il teatrino... articoli e servizi nei tg si sprecano,  e il copione di questi articoli di pseudo informazione è sempre lo stesso: "Gaza: bombardamento israeliano provoca 3 morti..." oppure "Gaza: morti 3 palestinesi in un bombardamento israeliano..." solo dooooooooooooopo aver descritto ogni cosa con dovizia di particolari forniti dai terroristi stessi di hammazz , in fondo in fondo all'articolo, si dice che "il bombardamento israeliano segue il lancio di razzi qassam da Gaza".
Ma è questo il modo di fare informazione? Ma possibile che nessuno si premuri di seguire la cronologia degli eventi???

Mai che si legga un articolo tipo: "Israele: bombardamento di razzi qassam e di colpi di mortaio da parte dei terroristi di Gaza, l'esercito di GERUSALEMME (e non di Tel Aviv come si ostinano a scrivere tutti i mezzi di informazione!) risponde con un bombardamento aereo delle rampe di lancio dei missili, delle fabbriche clandestine di armi ed esplosivi e dei tunnel utilizzati per il contrabbando di armi e per portare attacchi contro Israele".

Mai, mai una volta che si possa leggere un resoconto che rispecchi il reale susseguirsi degli eventi!"
PRIMA bombardamento palestinese e POI bombardamento di risposta israeliano!!!

Ma è così difficile raccontare come si svolgono realmente i fatti?

Ecco cosa hanno fatto in 6 anni i criminali palestinesi!

Elenco delle vittime israeliane causate dai maledetti terroristi suicidi!

Non servono commenti a questo spaventoso elenco di cittadini israeliani TRUCIDATI dai criminali terroristi palestinesi con il più ignobile e schifoso dei sistemi: la bomba umana.

La strana “pace” degli arabi con Israele

di Herb Keinon

Invitato a una conferenza sulla pace in Medio Oriente sponsorizzata dalla Russia, che si teneva in una località sulla sponda orientale del Mar Morto, con altri quattro israeliani ho avuto il permesso speciale di attraversare il confine per entrare in Giordania al valico del Ponte di Allenby, un privilegio che normalmente non viene concesso ai cittadini israeliani: una visita durante la quale siamo stati testimoni del senso di insicurezza e di vulnerabilità che gli israeliani provano quando si recano anche semplicemente in un paese come la Giordania, col quale abbiamo (da 16 anni) un trattato di pace e buone relazioni a livello governativo.

Sottolineo “a livello governativo”, giacché quello che ho sentito tutt’attorno a me da parte della gente che partecipava alla conferenza non era esattamente ciò che chiamerei amicizia.
Secondo alcune notizie, un certo numero di giornalisti giordani ha contestato la presenza della piccola delegazione israeliana (si noti: a una conferenza sulla pace in Medio Oriente) semplicemente disertando il convegno. La presenza di israeliani pare abbia costretto anche i rappresentanti di altri paesi – Iran, Bahrain e Libano – a cancellare la loro partecipazione.
Si poteva dunque pensare che, per contro, le persone che avevano fatto appello a tutto il loro coraggio per venire alla conferenza e sedere allo stesso tavolo con dei delegati israeliani sarebbero state aperte ed eccezionalmente garbate. Errore.
Sedendo al mio posto al tavolo della conferenza, mi sono ritrovato fra una professoressa statunitense e una signora straordinariamente affascinante, delegata da un paese arabo, il cui nome non sono riuscito a leggere sul suo badge. Dopo aver scambiato qualche battuta con l’americana, mi sono rivolto alla signora alla mia sinistra per fare lo stesso. Pessima idea. Come risposta al mio saluto, mi ha girato le spalle bofonchiando. Per tutto il tempo della sessione, durata circa cinque ore, siamo rimasti seduti uno accanto all’altra senza scambiare una parola, e nemmeno uno sguardo.
Ma la mia esperienza con quella signora è stata un autentico festival dell’amore in confronto alle dichiarazioni che intanto venivano fatte, uno dopo l’altro, dai relatori provenienti dal mondo arabo: Autorità Palestinese, Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Egitto.
Finché ce ne stiamo in Israele a parlare di noi e fra di noi, perdiamo il contato e siamo ben poco esposti ai sentimenti di aperta ostilità verso di noi che circolano fra i nostri vicini. Lo sappiamo bene che questi sentimenti esistono, ma non ne facciamo esperienza di prima mano. Eppure è un’ostilità reale e concreta, veemente e allarmante.
Per due giorni ho partecipato a quella conferenza sulla pace in Medio Oriente ascoltando un relatore arabo dopo l’altro che, in sostanza, gettava tutti i mali del mondo sulle spalle di Israele, mettendoli tutti sul nostro conto.
I miei più fedeli lettori probabilmente ricordano che il mese scorso, dopo un viaggio negli Stati Uniti e in Canada, avevo scritto che in Nord America Israele ha molto più sostegno di quanto generalmente non si creda, e che questo sostegno si può trovare anche nei posti più impensati come ad Austin, Texas, o a Florence, Alabama. Il mese scorso, insomma, ho percepito amicizia per Israele a diecimila chilometri da casa, nel profondo sud americano. Questo mese, invece, ho percepito profondo odio a soli cinquanta chilometri da casa, in Giordania. Ed ecco perché, quando ho riattraversato il Ponte di Allenby, ho provato un improvviso struggimento… per l’Alabama.
(Da: Jerusalem Post, 3.1.10)