Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

sabato 27 febbraio 2010

Ancora sul caso Dubai

Torniamo per un momento sul presunto omicidio del terrorista di hammaz.
Quello che più mi incuriosisce di questo caso è il morboso interesse per le dichiarazioni del capo della Polizia di Dubai.
Mi spiego meglio: non per denigrare le indagini delle forze dell'ordine dell'emirato, ma non è che queste siano rinomate a livello internazionale per la loro intraprendenza, sagacia e fiuto investigativo.
Non stiamo parlando di CIA, FBI, Mossad, MI5 ecc... Eppure tutti pendono dalle labbra di questo ometto di Dubai, che per dieci giorni (dico DIECI GIORNI!) aveva creduto che il TERRORISTA CRIMINALE di hammazz fosse morto... per cause naturali!
Ora, e lo apprendiamo da un giornale di sinistra che in Israele è NOTORIAMENTE contro il Likud, il suddetto capo della Polizia di Dubai, dopo aver armato un casino di proporzioni cosmiche "svelando" la presenza di "agenti del Mossad" nell'ordine di decine alla volta, manco fosse al mercato, prima se ne va tranquillamente a casa per motivi personali e poi in pellegrinaggio alla Mecca.
Se è questo il modo in cui il capo della polizia segue un caso di spionaggio di livello oramai planetario, non voglio sapere come indaga su furti e omicidi....

Una saga che sa un po’ troppo di James Bond

di Yossi Melman

La faccenda si fa sempre più complicata conducendoci, perlomeno all’apparenza, in territori più che stupefacenti, addirittura selvaggi, che è arduo valutare con strumenti razionali e professionali.
Ventisei agenti, forse addirittura trenta, mandati ad uccidere una persona? Potendo andarsene via mare, come si può pensare che degli agenti del Mossad siano andati a rifugiarsi proprio in Iran – mi domando – quand’anche fossero dotati di una sicumera senza precedenti, come non se n’era mai vista finora?
Senza nulla voler togliere alle sue capacità, il capo della polizia di Dubai si è fatto vanto che le sue indagini sarebbero assai più professionali dell'operato della gente del Mossad (cui egli imputa l’operazione); ma bisogna tenere in considerazione l’eventualità che possa essersi fatto un po’ trascinare dall’entusiasmo per ciò che riteneva d’aver scoperto.
Non c’è dubbio che una parte non piccola delle informazioni che egli va divulgando o passando sottobanco ai mass-media fa parte di uno stratagemma col quale vengono seminati bocconi di disinformazione: chiaramente sta gettando delle esche nella speranza che qualcuno in Israele abbocchi e reagisca compromettendosi o svelando informazioni riservate.
La cosa ha preso inizio con la messa in circolazione della voce che sul corpo di Mabhouh vi fossero segni di forza bruta, a riprova che era stato torturato prima d’essere ammazzato. È persino circolata la voce che i suoi killer l’avessero legato con cavi elettrici. In realtà, è poi saltato fuori che per dieci giorni la polizia di Dubai aveva creduto che Mabhouh fosse morto di cause naturali, per cui chiaramente non era stato torturato.
Ora il mondo viene imbeccato con nuove informazioni, a quanto pare ancora più drammatiche, circa i quindici (o diciassette) nuovi sospetti resi noti dal ministero dell’informazione di Dubai, e non dalla polizia. Il capo della polizia, infatti, che ha attirato tanta attenzione internazionale, pare non stia fremendo dalla voglia di far progredire l’inchiesta: la scorsa settimana era fuori ufficio per ragioni personali, e ora viene annunciato che è in pellegrinaggio alla Mecca.
Difficile credere che, posto che sia stato il Mossad a compiere l’operazione, coloro che l’hanno progettata siano stati così irresponsabili da mandare una trentina di agenti, esponendo su una singola uccisione mirata un’intera unità operativa specializzata. Dubbio che rimane anche se ipotizziamo che l’architetto dell’operazione ritenesse di dover colpire l’obiettivo costi quello che costi, ed anche nell’ipotesi che Mabhouh fosse diretto in Iran per concludere un acquisto di armamenti che Israele riteneva avrebbero seriamente modificato il rapporto di forze.
Dunque: o le nuove rivelazioni sono solo un’ulteriore raffica nella guerra psicologica condotta dal Dubai, oppure gli investigatori della polizia del Dubai brancolano nel buio.
Probabilmente non si saprà mai la verità. Le prove che collegano Israele all’affaire sono molto esili: certamente sarebbero insufficienti in un’aula di tribunale, ma anche nella sfera diplomatica.
E tuttavia la saga fa arrivare a Hamas un chiaro messaggio deterrente: che il lungo braccio di chiunque abbia compiuto l’operazione potrebbe colpire anche altri importanti esponenti di Hamas.

(Da: Ha’aretz, 25.2.10)

Siria, Iran e hezbollah

Il nano pazzo di Teheran, il sorcio che vive nelle fogne del Libano e il siriano assad si sono incontrati per fare un bel summit tra criminali.
Alla faccia della mano tesa di Obama alla Siria, il vertice di oggi  di fatto manda in fumo le speranze di allontanare Damasco dalla nefasta influenza iraniana. Assad ha dichiarato di avere una visione di "a new Middle East – without Zionists or colonialists". Non credo ci sia bisogno di traduzione...
Questo concilio tra i terroristi e i loro finanziatori, non promette nulla di buono e di sicuro non prelude a iniziative di pace...
Potrebbe però essere anche il segnale che hezbollah teme Israele più del solito (o magari nasrallah non vuole fare la fine di altri terroristi uccisi da Israele) e che il summit sia una manovra per far vedere al mondo che "potenti" alleati ha che lo difendono, fatto sta che le foto dei tre amiconi testimoniano  i forti legami che ci sono tra i criminali terroristi di hezbollah, siria e iran. Caso mai qualcuno avesse dei dubbi su chi foraggia il terrore in Medio Oriente oggi forse avrà aperto gli occhi su una realtà che Israele conosce bene da anni.

mercoledì 24 febbraio 2010

Un eroe palestinese

di Avi Issacharoff

Il figlio di un esponente di primo piano di Hamas, Mosab Hassan Yousef, noto per essersi convertito alcuni anni fa al cristianesimo, è stato per più di dieci anni una delle fonti d’informazione più preziose dei servizi di sicurezza israeliani (Shin Bet) all’interno delle dirigenza dell’organizzazione terroristica islamista palestinese.

Mosab Hassan Yousef è figlio dello sceicco Hassan Yousef, uno dei fondatori di Hamas e tuttora uno dei suoi capi in Cisgiordania. Le informazioni di intelligence da lui fornite hanno permesso a Israele di scoprire un certo numero di cellule terroristiche e di prevenire decine di attentati esplosivi suicidi e tentativi di assassinare personalità israeliane.

Il servizio su questa vicenda comparirà in esclusiva sul numero di venerdì prossimo del quotidiano israeliano Ha’aretz, mentre le memorie di Yousef intitolate “Figlio di Hamas” (scritte con Ron Brackin) usciranno la prossima settimana negli Stati Uniti.

Yousef, 32 anni, divenne un devoto cristiano dieci anni fa ed ora vive in California, dopo che nel 2007 ha reso pubblica la sua conversione ed è fuggito dalla Cisgiordania.

Yousef era considerato dai servizi israeliani la fonte più attendibile all’interno della dirigenza di Hamas, guadagnandosi il soprannome di “Principe Verde”, con riferimento al colore della bandiera del gruppo islamista e alla sua condizione famigliare di figlio di uno dei fondatori del movimento.

Durante gli anni della seconda intifada (l’intifada delle stragi), le informazioni fornite da Yousef portarono all’arresto di un certo numero di personaggi d’alto rango responsabili della pianificazione di sanguinosi attentati suicidi. Tra questi, Ibrahim Hamid (un comandante militare di Hamas in Cisgiordania), Marwan Barghouti (fondatore delle milizie Tanzim legate a Fatah) e Abdullah Barghouti (un fabbricatore di bombe di Hamas senza legami di stretta parentela col precedente). Yousef sarebbe stato anche all’origine dell’annullamento di un piano israeliano volto all’uccisione di suo padre.

“Vorrei potere essere ora a Gaza – dice Yousef, parlando al telefono dalla California – Mi metterei una uniforme dell’esercito e mi unirei alle forze speciali israeliane per liberare [l’ostaggio] Gilad Shalit. Se fossi lì, potrei dare una mano. Abbiamo speso così tanti anni a indagare per arrestare proprio i terroristi che adesso vogliono scarcerare in cambio di Shalit. È una cosa che non si deve fare”.

La storia della conversione spirituale di Yousef venne raccontata sul magazine di Ha’aretz nell’agosto 2008. Solo ora, però, Yousef rivela ciò che ha tenuto segreto sin dal 1996, quando venne fermato per la prima volta da agenti dei servizi israeliani che cercarono di cooptarlo come infiltrato nelle massime sfere di Hamas. Il loro tentativo ebbe successo e nel 1997 Yousef venne rilasciato di prigione. Il suo ex contatto, che oggi non lavora più nei servizi di sicurezza, dice che Yousef cooperava con Israele perché voleva salvare vite umane. “C’è un sacco di gente che gli deve la vita e nemmeno la sa – dice il contatto, indicato nel libro di Yousef come “Capitano Loai” – Gente che ha fatto molto meno ha ricevuto il Premio Israele per la Sicurezza. Lui sì che lo meriterebbe”. Loai non nasconde la propria ammirazione per la sua ex fonte. “La cosa stupefacente – dice – è che nessuna delle sue azioni è stata fatta per denaro. Lo ha fatto perché ci credeva: voleva salvare vite umane. La sua comprnsione delle questioni di intelligence era buona almeno quanto la nostra: le idee, l’intuito. Una sua intuizione valeva mille ore di riflessioni dei massimi esperti”.

Loai ricorda quella volta che i servizi israeliani ricevettero l’informazione che un attentatore suicida stava per essere preso a bordo in piazza Manara, a Ramallah, da chi gli avrebbero consegnato la cintura esplosiva. “Non sapevamo il suo nome né che aspetto avesse: solo che era sulla ventina e avrebbe indossato una camicia rossa. Mandammo Principe Verde nella piazza e lui, con la sua acuta sensibilità, individuò l’obiettivo nel giro di pochi minuti. Vide chi lo prendeva a bordo, seguì il veicolo e ci mise in condizione di arrestare in tempo sia l’attentatore suicida, sia l’uomo che avrebbe dovuto dargli la cintura. Così venne sventata un'altra strage, anche se nessuno ne ha mai saputo nulla, nessuno ha stappato bottiglie di spumante né si è messo a cantare a ballare. Era una cosa quasi quotidiana, per il Principe. Era coraggioso, aveva antenne sensibilissime e grande capacità di far fronte al pericolo. Sapevamo che era uno di quelli che in qualunque condizione, pioggia, neve, canicola estiva, danno tutti se stessi”.

Con le sue memorie, Yousef spera di mandare un messaggio di pace agli israeliani. Tuttavia ammette di essere pessimista sulle prospettive della firma di un accordo di pace con l’Autorità Palestinese guidata da Fatah, per non dire con Hamas. “Hamas non può fare la pace con gli israeliani – dice – è contro ciò che gli dice il suo Dio. È impossibile fare la pace con gli infedeli, si possono fare solo dei cessate il fuoco; e nessuno lo sa meglio di me. La dirigenza di Hamas è responsabile dell’uccisione anche di palestinesi, non solo di israeliani. Di palestinesi! Non esitano a massacrare la gente in una moschea o a gettare la gente dal 15esimo o dal 17esimo piano di un edificio, come hanno fatto durante il loro golpe a Gaza. Gli israeliani non farebbero mai niente del genere. Lo dico con convinzione: gli israeliani si preoccupano dei palestinesi molto più di quanto non facciano i capi di Hamas o di Fatah”.

(Da: Ha'aretz, 24.1.10)

Sventato attacco terroristico!

Grazie alle informazioni ricevute dalle forze di sicurezza palestinesi, l'esercito israeliano è riuscito a sventare un attacco proveniente dalla Giudea e Samaria.
Il razzo kassam era pronto per essere sparato contro Israele.

La cosa significativa è la collaborazione dei palestinesi che, anche solo per andare contro i terroristi di hammazz, hanno avvertito Israele della minaccia. Che sia posibile una svolta?

lunedì 22 febbraio 2010

Israele, nome eterno

Ogni giorno troviamo sui quotidiani israeliani alcune pagine dedicate agli atti di odio e di antisemitsmo fatti nel mondo contro Israele.
Non si sa piu' cosa scegliere, ogni giorno succede che qualche israeliano, anche importante, non semplici cittadini, vengano malmenati e offesi da gruppi sempre piu' arroganti, violenti e prepotenti di antisemiti palestinesi e della sinistra europea e americana, occidentale in genere.
Io che sono una tipa molto umorale mi blocco e non riesco piu' a scrivere, non per mancanza di argomenti ma perche' sento troppo odio girarmi intorno, fare a cazzotti nella mia testa, i titoli dei giornali si scontrano nel mio cervello e fanno scintille.
Non se ne puo' piu' ma non si vede la fine di tutto questo, anche oggi c'e' un articolo sull'ennesima conferenza annullata perche' la relatrice, un israeliana di nome Talya Lador-Fresher, viceambasciatrice di Israele in Inghilterra e' stata minacciata di morte dal gruppo Action Palestine.
Questo ultimo non e' che uno dei tanti soprusi fatti contro la democrazia,la liberta' di espressione e la liberta' accademica da parte di gruppi palestinesi e di odiatori della democrazia israeliana.
In una settimana cosa e' successo?
Vediamo un po' di rinfrescarci la memoria:
A Oxofrd gli studenti sverntolanti bandiere palestinesi si sono messi a urlare "sgozza gli ebrei" a una conferenza organizzata per Danny Ayalon impedendogli di parlare.
A Cambridge gli organizzatori hanno cancellato una conferenza di Benny Morris, storico israeliano, dopo averlo accusato di islamofobia e razzismo.
Questo accadeva martedi.
Mercoledi chi ha parlato a Cambridge applaudito con spellature di mani dai presenti?
In-do-vi-na-te!
Non lo iondovinereste mai, nemnmeno col piu' alto volo della vostra fantasia.
Martedi viene escluso il professor Morris e mercoledi in mezzo alle piu' fanatiche ovazioni ha parlato Azzam Tamimi, un membro e supporter di hamas, uno che in ogni sua conferenza auspica la fine violenta di Israele, uno che ha sempre difeso i terroristi suicidi.
Azzam Tamimi ha detto: "Sacrificarmi per la Palestina e' una nobile causa, piacendo a dio (minuscolo perche' un dio che chiede morti ammazzati non e' dio), se ne avessi l'opportunita' lo farei subito"
Ancora il Tamimi, tra gli studenti in piedi ad applaudire:
"E' solo questione di tempo e Israele dovra' ritirarsi e forse sparire sotto la gloriosa Jihad di Hezbollah a nord e di hamas a sud"
Nel 2008 Azzam Tamimi disse a un accademico israeliano, Yossi Mekelberg, :" Voi dovete tornare in Germania, la Germania e' il vostro stato non la Palestina. Perche' la palestina non deve essere ebraica"
E infine, la ciliegina sulla torta " Perche' gli ebrei devono venire a vivere in Palestina? Io li mandero' via. Se questo e' estremismo , allora io sono un estremista. Se questo e' terrorismo, allora io sono un terrorista. Si io voglio vedere la fine di Israele"
Ecco quest'uomo ha parlato a Cambridge tra le ovazioni di tutti.
Vergogna? Vergogna e' riduttivo. In Inghilterra per compiacere i palestinesi e i loro soldi stanno faceno scempio della democrazia.
E' triste, desolante e patetico che le due piu' famose universita' del Regno Unito siano diventate covi di estremisti arabi.
In America le cose non vanno meglio.
Michael Oren, ambasciatore di Israele a Washington, storico e scrittore di fama, non ha potuto parlare all'universita Irvine di California, appena presa la parola e' stato interrotto da grida e buuuuu e l'Unione degli studenti musulmani ha mandato qualcuno a leggere un documento mettendosi davanti a Oren che stava in silenzio dando una lezione di civilta' agli stramaledetti fanatici:
" Come popolo di coscienza noi ci opponiamo all'invito di Michael Oren nel nostro campus. Invitare assassini non e' un esempio di liberta' di espressione."
Detto da loro dà il voltastomaco.
A tutto questo odio dobbiamo aggiungere gli arresti che rischiano i nostri politici in Inghilterra cui adesso si e' aggiunto anche il SudAfrica.
Il mondo ci adora, non c'e' che dire. Ci adora tanto da volerci veder morti.
Anche l'italia non e' da meno anche se abbiamo un amico come Berlusconi e il suo governo.
Un sito internet ha postato una notizia da Israele con questo titolo :
ttp://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/palestina-nasce-il-primo-telefono-amico-per-gay-e-lesbiche-251505/
" Palestina, nasce il primo telefono amico per gay e lesbiche
Radir, la coordinatrice di Aswat, l'organizzazione con sede a Haifa impegnata per i diritti delle donne mosessuali arabe, spiega che l'omosessualità all'interno della società palestinese resta un argomento tabù."
A questa premessa segue l'articolo che spiega che un'organizzazione di arabi israeliani , insieme a colleghi ebrei e altro, con sede a Haifa ha organizzato un servizio telefonico per salvare i gay e le lesbiche palestinesi da morte sicura a casa loro.
Tutto bene, meravigliosa notizia, gli omosessuali palestinesi da anni trovano rifugio e la salvezza in Israele. L'unico neo e' che chi ha scritto l'articolo si e' confuso e ha cambiato, naturalmente in buonissima fede, per caritadiddio, il nome di Israele in Palestina.
Haifa, sede ufficiale dell'organizzazione, e' in Israele, lo ha ammesso persino una sua famosa cittadina Rula Jebreal.
Gerusalemme est, con cui collaborano, e' ,ancora, in Israele e fa, ancora, parte della nostra Capitale.
Io ho voluto scrivere una breve frase di protesta sul suddetto sito, frase che e' stata immantinentemente, democraticamente percaritadiddio, censurata.
L'ho riscritto, sono curiosa di vedere se lo lasceranno.
Che dire?
Che fare?
Cosa pensare?
Niente, l'unica cosa che possiamo fare e' sperare nell'aiuto morale dei tanti amici che , tuttosommato, abbiamo e andare avanti colla nostra liberta' senza restare feriti dalla insensibilita' di quelli che ci odiano al punto da censurare il nome legittimo del nostro Paese.
Israele, Israele, Israele, il mio paese si chiama Israele e nessuno , per quanto perfido e privo di sensibilita' , potra' mai cancellarlo.

Deborah Fait

domenica 21 febbraio 2010

Attacchi contro i soldati israeliani

Dei palestiensi hanno tentato di investire soldati  in due diverse occasioni: la prima sabato pomeriggio nei pressi di Edurim, nella zona di Hebron  quando un palestinese alla guida della sua auto cercava di investire i soldati che aprivano il fuoco ferendolo e la seconda sabato dopo le 21 quando nei pressi di Housa vicino a Beit Lehem, su segnalazione di lanci di pietre contro veicoli israeliani, i militari accorsi sul posto sono stati investiti da una delle auto sulle quali tentavano di fuggire gli autori dei lanci di sassi.

Israele è tornato

di Guy Bechor

Assistiamo attualmente ad una situazione piuttosto singolare come non se ne vedeva da molti anni: i nemici di Israele sono nel panico, o in preda alla paranoia, per paura che Israele stia per attaccarli. Hezbollah è convinto di dover subire da un momento all’altro un’altra botta, Hamas si sta ancora leccando le ferite, la Siria è preoccupata e il ministro degli esteri iraniano va dichiarando che Israele “è una nazione di pazzi” guidata da “leader squilibrati” che potrebbe lanciare un raid quanto prima. Intanto un Libano spaventato fa appello a Onu, Unifil e al presidente francese Sarkozy, a cui chiede la protezione della Francia contro il “terribile” Israele. Ma i francesi hanno già annunciato che, fintantoché Hezbollah è armato, si limiteranno a chiedere a Israele di astenersi dal distruggere infrastrutture civili e niente di più. Il tutto pubblicato sui mass-media arabi.
Dall’altra parte, i nostri confini sono più tranquilli di quanto siano stati da molti anni a questa parte. E allora, come si spiega questa bizzarra paranoia mediorientale? Oggi le Forze di Difesa israeliane si addestrano come non facevano da decine di anni. Praticamente ogni giorno, da mattina a notte: carri armati, jet, elicotteri, esercitazioni a fuoco e soldati che si danno da fare dappertutto. I libanesi vedono tutto questo da oltre il confine, lo stesso fanno i siriani, e si inquietano: cosa stanno tramando quegli israeliani? C’è qualcosa che non sappiamo?
L’agitazione degli israeliani mette in ansia i nostri nemici, e questa naturalmente è una buona cosa. Si chiama deterrenza. Sia Hezbollah che la Siria sanno che le Forze di Difesa israeliane hanno fatto un balzo in avanti dai tempi dell’ultima guerra in Libano (estate 2006) e oggi sono il primo esercito del mondo che equipaggia i carri con sistemi anti-missile, cambiando di fatto le regole della guerra. Le forze israeliane si stanno dotando anche di nuovi sistemi d’arma APC, aerei sofisticati e sorprendenti apparati tecnologici, mentre Hezbollah e Siria sono fermi agli anni ’80 e ’90.
Non basta. Una serie di audaci uccisioni attribuite a Israele sta scatenando paure personali fra i quadri e leader dell’asse del male. Sospettano di chiunque attorno a loro, e regna la confusione. Basti ricordare che Nasrallah, il capo di Hezbollah, vive nascosto ormai da tre anni e mezzo, cosa alquanto imbarazzante per uno che si era precipitato a dichiarare d’aver conseguito nientemeno che una “vittoria divina”. Agli occhi dei gruppi terroristici, Israele può arrivare dappertutto e avrebbe suoi infiltrati praticamente dentro ogni organizzazione e ogni stato arabo. La fama dei servizi segreti israeliani è stata riabilitata, la paura che incutono è tornata a crescere.
Dunque cosa si dicono i popoli della regione? Dicono che “Israele è tornato”. Era scomparso per circa un decennio e mezzo di “pace”, quando veniva percepito come debole e incerto. Ma ora è tornato a tutta forza.
Sia la guerra anti-Hezbollah in Libano che quella anti-Hamas nella striscia di Gaza (gennaio 2009) stanno avendo effetto. Se in passato il Libano (dopo il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale nel maggio 2000) aveva spinto i palestinesi a lanciare l’intifada delle stragi o ad azzardare sempre più a Gaza, in base alla teoria di Nasrallah di Israele fragile come “una tela di ragno”, oggi è vero esattamente il contrario. Hezbollah vede le distruzioni seminate da Israele su Hamas a Gaza e perde ogni impulso a combattere. Guardano a Gaza e pensano a se stessi.
Il rapporto Goldstone, che sostiene che Israele dà di matto quando viene aggredito, ci ha procurato qualche danno agli occhi del mondo (da non esagerare); ma – pur nella sua infondatezza – è quasi una benedizione agli occhi del Medi Oriente. Se Israele, quando viene aggredito, dà di matto e spacca tutto sulla sua strada, allora bisogna stare molto attenti: meglio non mettersi di mezzo con dei pazzi furiosi.
Ma cos’è che preoccupa più d’ogni altra i nostri nemici? La consapevolezza che Israele, per la prima volta nella sua storia, sembra aver appreso la lezione delle regole che vigono in questa regione. I nostri nemici capiscono che sono finiti i tempi in cui Israele si comportava come uno stato senza dignità, pronto a piegarsi alle lusinghe di coloro che lo imbrogliano.
Capiscono che Israele è maturato, ha imparato l’arte di proiettare deterrenza, e che è qui per restare. I nostri nemici capiscono che Israele non cederà più alle loro avances in cambio di illusioni e parole vuote. Capiscono che non sarà facile, per loro, controllarlo dall’esterno o schierare i loro supporter al suo interno, giacché hanno perduto la fiducia dell’opinione pubblica. Iniziano a capire che Israele è più forte di quanto avessero pensato o fantasticato, e questa consapevolezza incide sull’immagine che hanno di sé e, con loro grande dispiacere, questo fa male.

(Da: YnetNwes, 19.02. 10)

Il vero volto di Israele

di Daniel Doron

La missione di soccorso israeliana ad Haiti si è guadagnata elogi internazionali. Ma la cosa più notevole è lo stupore che è stato espresso dai mass-media per quanto fossero efficienti e umani i soldati delle Forze di Difesa israeliane. Possibile? Efficienti e umani gli israeliani?
Si può ancora ammettere che gli israeliani siano efficienti. Da anni ci viene detto quanto siano abili i soldati israeliani nel combattere i terroristi. Per cui è comprensibile che siano riusciti ad arrivare così rapidamente sulla scena del disastro, anche se si trovava a più di 8.000 chilometri da Israele, e che prima che chiunque altro avesse messo in piedi un misero ambulatorio, abbiano messo in funzione un intero ospedale da campo perfettamente attrezzato.
Ma umani? Non sono forse gli stessi israeliani che usano carri armati contro i bambini armati solo di fionde, non sono forse quell’esercito che tutti accusano di fare continuamente un uso eccessivo della forza? Mio dio, non è possibile che l’esercito di quel “piccolo paese di merda” (per citare un ambasciatore francese a Londra di qualche anno fa) agisca con tanta, toccante umanità. Non è così che eravamo abituati a immaginare i soldati ebrei.
Per coloro che realmente conoscono Israele – cioè, che lo conoscono non soltanto attraverso le lenti distorte dei mass-media – l’efficienza del suo sforzo di soccorso e la sua umanità non costituisco affatto una sorpresa. È un paese che da decenni è costretto a vedersela con le atrocità dei terroristi, il suo esercito popolare è per lo più composto da riservisti che difendono letteralmente le loro case. Per cui sono fortemente motivati a eccellere nelle opere di soccorso, anche a rischio della loro stessa vita.
I soldati israeliani hanno fatto un sacco di dolorosa esperienza nel rimuovere morti, mutilati e ustionati da sotto tonnellate di macerie e ferri contorti in molti paesi, dalla Turchia alla Tailandia. Purtroppo sono diventati molto competenti in questo campo.
L’esercito di Israele fatto di cittadini riflette il grosso del paese, nel bene e nel male. I mass-media del mondo sono bravissimi nel dare massima pubblicità solo al secondo aspetto (sì, è vero, gli israeliani non sono sempre così garbati e ossequiosi come i mass-media stranieri li vorrebbero; e poi, sì, capita che possano essere parecchio aggressivi, altrimenti non sarebbero sopravvissuti un solo giorno in questo insanguinato Medio Oriente). Per cui, ci sia permesso riequilibrare un po’ il quadro con alcuni qualche di fatto.
A dispetto dell’immagine degli israeliani come un popolo di bellicosi intolleranti, la realtà è che essi sono forse una delle popolazioni più misurati e tolleranti. Ridicolo? Si consideri il fatto che, anche subito dopo le decine di attentati terroristici arabo-palestinesi contro civili israeliani, quando i corpi martoriati di bambini, donne e anziani non erano ancora rimossi, arabi palestinesi i cui compatrioti e forse addirittura parenti avevano commesso e rivendicato quelle atrocità, continuavano ad aggirarsi con la massima tranquillità in ogni parte del paese. Certo, i mass-media possono sempre esibire una o due immagini di qualche piccola banda di adolescenti isterici che, subito dopo una di queste atrocità terroristiche, agitano i pugni gridando “morte agli arabi”. Ma non si è mai vista nessuna folla prendersela, men che meno far del male o uccidere dei passanti arabi. Profondamente addolorati, talvolta veramente atterriti (non puoi mai sapere quando e dove colpirà il prossimo attentato, con i terroristi che arrivano a piazzare esplosivi a scoppio ritardato per colpire chi accorre in aiuto), nondimeno gli israeliani hanno sempre dimostrato un autocontrollo quasi sovrumano, non dando mai libero sfogo alla loro rabbia su innocenti passanti arabi.
Per decenni, centinaia di migliaia di palestinesi (prima degli Accordi di Oslo; decine di migliaia dopo) hanno trovato lavoro all’interno di Israele. Ad eccezione di circa tre incidenti che hanno visto all’opera degli aggressori mentalmente squilibrati, non sono mai stati lesi, e hanno sempre goduto della libertà di movimento.
Quanti paesi possono garantire che i loro cittadini agirebbero con altrettanto auto-controllo? Che, come gli israeliani, dimostrerebbero straordinaria tolleranza astenendosi dal prendersela con arabi i cui compatrioti avessero appena commesso atti di così grande ferocia, rivendicandoli e gloriandosene?
E quanti cittadini di altri paesi tollererebbero, come gli abitanti di Sderot e di altri villaggi vicini alla striscia di Gaza, anni di lanci di razzi casuali e implacabili? Nella maggior parte dei paesi possiamo star certi che quei cittadini dopo poche settimane (non mesi o anni) eserciterebbero fortissime pressioni sul loro governo per spingerlo a fare qualcosa – sì anche ritorsioni e colpo mirati contri i capi terroristi – pur di porre fine a tali attacchi. Gli israeliani non l’hanno fatto. Ci sono voluti più di sette (sette!) anni prima che reagissero. Lo definireste un comportamento bellicoso e aggressivo? C’è piuttosto da chiedersi se sia ragionevole un autocontrollo così estremo?
Vi sono molti altri esempi della tolleranza israeliana. Ad esempio, basta visitare un ospedale israeliano per restare stupiti dalla quantità di arabi di Cisgiordania che vi vengono curati: curati come qualunque israeliano, senza un’ombra di discriminazione.
Per cui sì, una volta tanto ciò che abbiamo visto coi nostri occhi è proprio la realtà, anche se contrasta con l’idea creata dai mass-media. Ciò che si è visto nei servizi da Haiti – le straordinarie scene di israeliani che rischiano la vita nello sforzo di salvare altre persone per il solo fatto che sono altri esseri umani – quello è il vero volto di Israele. E riflette fedelmente la vera natura di un popolo che, anche sotto attacchi prolungati, strazianti e sanguinosi, riesce a preservare la propria umanità.

(Da: Jerusalem Post, 10.2.10)

venerdì 19 febbraio 2010

Eliminazione di un capo terrorista a Dubai: tutt’altro che un fallimento

di Yaakov Lappin e al.

Indipendentemente da chi l’abbia eseguita, l’uccisione lo scorso 19 gennaio a Dubai del comandante terrorista di Hamas Mahmoud al-Mabhouh è stata meticolosamente pianificata e realizzata con successo. E nonostante le indagini sorprendentemente efficienti della polizia di Dubai, l’operazione non va affatto considerata un fallimento.
Fonti straniere continuano ad attribuire la responsabilità dell’uccisione al Mossad (i servizi di intelligence israeliani), sebbene Israele non abbia né confermato né smentito.
A differenza di quanto accadde nel fallito tentativo del Mossad di uccidere nel 1997 in Giordania il capo di Hamas Khaled Mashaal, gli apparati di sicurezza del Dubai non sono riusciti a catturare gli esecutori. Oggi non incombono ripercussioni potenzialmente urgenti e pesanti sui rapporti diplomatici con un paese arabo regionalmente essenziale per Israele, come accadde invece nel 1997 quando le relazioni israelo-giordane vennero messe in tensione fin quasi al punto di rottura.
Una ricaduta diplomatica con Londra (e alcune altre capitali), causata dall’uso di passaporti del Regno Unito contraffatti, è un’eventualità assai probabile se le autorità britanniche attribuiranno ufficialmente all’intelligence israeliana la responsabilità del colpo. Ma tale sviluppo era stato sicuramente messo in conto da chiunque abbia preso la decisione di eliminare Mabhouh. Le frizioni diplomatiche che in questo momento stanno montando devono essere state valutate come sopportabili prima che venisse data luce verde all’operazione.
Dati tutti questi fattori, il fatto stesso che l’operazione sia andata avanti dà un’idea di quanto Mabhouh fosse considerato un bersaglio di grande peso. A quanto è dato sapere, Mabhouh soprintendeva al traffico clandestino verso Gaza di razzi iraniani a lunga gittata, quelli che mettono Hamas in condizione di minacciare la regione densamente popolata di Gush Dan dove vivono più di tre milioni di israeliani, e che rappresenta il cuore finanziario del paese.
In un video girato due settimane prima della sua morte e diffuso all’inizio di questo mese dalla tv Al-Jazeera, Mabhouh affermava d’aver sequestrato e ucciso nel 1989 due soldati delle Forze di Difesa israeliane, Ilan Sa’adon e Avi Sasportas. Mabhouh spiegava di essersi camuffato da ebreo ortodosso per realizzare l’attentato.
La polizia di Dubai non si è pronunciata sugli scopi della visita di Mabhouh nell’emirato del Golfo.
Secondo l’analista di YnetNews Ron Ben-Yishai, gli israeliani neo immigrati che si sono ritrovati col nome sulla lista dei ricercati dalla polizia di Dubai non incontreranno troppe difficoltà a discolparsi completamente, giacché nei documenti contraffatti era stata cambiata la maggior parte dei dettagli rispetto a quelli originali. A quanto pare i membri del commando si sono dati parecchio da fare per assicurarsi che i neo immigrati potessero poi distinguersi completamente dall’incidente, cambiando i numeri dei passaporti, inserendo secondi nomi fittizi e alterando le date di nascita. Cosa più importante, i passaporti usati dal commando sono stati ufficialmente dichiarati falsi dai governi europei, con ciò scagionando completamente i neo immigrati coinvolti.
Difficile non convenire sulle considerevoli capacità messe in campo dalla polizia di Dubai nelle indagini, che sono state rapide ed efficaci. L’emirato del Golfo, ansioso di preservare la propria immagine di paradiso finanziario esente dalle violente piaghe che affliggono altre parti del Medio Oriente, ha fatto di tutto per cercare di mettere in imbarazzo gli esecutori dell’omicidio e i loro mandanti. Sforzi che probabilmente erano stati previsti come un possibile effetto da chi ha pianificato la missione, e giudicati accettabili.

(Da: Jerusalem Post, 18.2.10)



Altri quotidiani israeliani discutono vari aspetti delle polemiche suscitate dall’uccisione in Dubai del quadro terrorista.
Yediot Aharonot scrive: “Supponiamo per un momento che siano stati davvero agenti del Mossad a giustiziare Mahmoud al-Mabhouh”. L’editoriale ammette di provare soddisfazione all’idea che “di essersi sbarazzati di un nemico duro e feroce, il signor Mabhouh, cui abbiamo dato la caccia per anni”, e ipotizza che i furori sull’uso improprio di qualsivoglia passaporto straniero – una pratica che conosce ampi precedenti – si placheranno presto”. Conclude l’editoriale: “Nel frattempo, auguriamo al signor Mabhouh di riposare in pace e intanto ci permettiamo di rivolgere un sommesso ‘grazie’ agli agenti segreti”.
Yisrael Hayom scrive che l’ambiguità attorno all’affaire “comporta enormi vantaggi” e avanza l’ipotesi che, se i dettagli dell’operazione non dovessero mai emergere del tutto, “anche i paesi i cui passaporti sono stati usati finiranno con lasciarsi il caso alle spalle”. Secondo l’editoriale, “l’eliminazione di un personaggio del calibro di Al-Mabhouh consegue un duplice obiettivo: fa cessare le sue attività e crea un effetto deterrente”.
Ha’aretz definisce l’operazione un errore e scrive che “quella che inizialmente sembrava un’operazione ‘pulita’ è stata rovinata da sbagli per negligenza”. L’editoriale afferma che “bisogna trarne lezioni per il futuro e i risultati devono essere esposti alla luce del sole”.

(Da: Yediot Aharonot, Yisrael Hayom, Ha’aretz, 18.2.10)

http://www.israele.net/

mercoledì 17 febbraio 2010

Ecco chi sono gli islamici.

Avete voglia a parlarmi di islamici moderati, che sono pronti al dialogo o che sono portatori di civiltà.
Per me sono mossi solo dall'odio per gli Ebrei e per Israele.

Poi dicono che non sono nazisti....

...antisemiti...

...o revisionisti!!!

Corruzione e stampa asservita nell'Autorità Palestinese

Da un editoriale del Jerusalem Post

Essendosi finalmente decisi, a quanto pare, a fare sul serio, i custodi della legge dell’Autorità Palestinese in questi giorni stanno dimostrando a tutti quanti di che stoffa sono fatti. No, non è che abbiano lanciato una dinamica campagna per dare la caccia ai terroristi, in particolare quelli della loro stessa fazione Fatah. E non è che abbiamo impresso un duro giro di vite contro l’indottrinamento all’odio anti-israeliano e la retorica incendiaria antisemita che imperversa nella loro giurisdizione.

Piuttosto, una buona parte delle energie del sistema giudiziario dell’Autorità Palestinese sono in questo momento concentrate nel mettere a tacere Fahmi Shabaneh, un funzionario palestinese che è stato cacciato dal suo posto di capo dell’unità anti-corruzione del Sevizio di Intelligence Generale palestinese esattamente perché aveva fatto il suo dovere.

La colpa di Shabaneh è di aver svelato furti di denaro pubblico e scandali sessuali al più alto livello della gerarchia dell’Autorità Palestinese e di aver oltretutto accusato il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di aver cercato di insabbiare la cosa. Lo zelo di Shabaneh è stato premiato la scorsa settimana con un mandato d’arresto emesso dal procuratore generale dell’Autorità Palestinese Ahmed Mughni per reati come “lesioni al prestigio della Palestina e ai sentimenti nazionali palestinesi”, “collaborazione con Israele”, “diffusione di menzogne e montature”. Il tutto guarnito con accuse di tentato omicidio, estorsione e “vendita di terra ad ebrei”.

Shabaneh, benché residente a Gerusalemme, è in pericolo di vita. Sapeva il rischio che comportava rompere il silenzio. I mass-media arabi e i reporter stranieri nell’Autorità Palestinese si erano rifiutati di pubblicare le sue rivelazioni per paura di ritorsioni violente. La vicenda è infine comparsa sul Jerusalem Post in un’intervista esclusiva del nostro corrispondente Khaled Abu Toameh. Successivamente è comparsa in un documentario della tv israeliana Canale 10 [Canale 10 ha diffuso venerdì un reportage dal titolo ''Fatahgate'' con filmati che documentano “la corruzione in seno all'Autorità Palestinese, compreso l’ufficio del presidente Abu Mazen”. La televisione israeliana ha mostrato immagini e documenti che accusano il capo-gabinetto del presidente palestinese, Rafiq Husseini, di corruzione e molestie sessuali.]

Nella sua conversazione con Abu Toameh, Shabaneh lamentava l’assenza di una stampa libera nel mondo arabo e la paura che hanno anche i corrispondenti stranieri di irritare Abu Mazen e la sua consorteria. L’unica stampa libera in Medio Oriente è quella in Israele, unica democrazia della regione. Il che non riguarda solo il lavaggio dei panni sporchi dell’Autorità Palestinese. I reporter israeliani divulgano altrettanto avidamente i mali della società israeliana. Questa è l’essenza dell’imparzialità giornalistica, qualcosa che con tutta evidenza appare intollerabile nel milieu dell’Autorità Palestinese: circostanza che, purtroppo, viene regolarmente ignorata dagli opinionisti internazionali.

Nonostante la pavloviana reazione di accusare immediatamente Israele di essere in combutta con Shabaneh in una “campagna denigratoria”, Abu Mazen pare che abbia chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di “dare istruzione” ai mass-media israeliani di smetterla di mettere in imbarazzo l’Autorità Palestinese con rivelazioni sulla corruzione a Ramallah. E qui davvero Abu Mazen mostra di capire ben poco della realtà di Israele.

Se anche volesse, Netanyahu non potrebbe fare un tale favore ad Abu Mazen. Netanyahu stesso non viene certo trattato coi guanti dalla stampa israeliana, che fa a gara nello portare alla luce e pubblicare illazioni e sospetti – spesso gretti e irrilevanti – sulla famiglia del primo ministro. Nel nostro sistema, un capo di governo eletto non può controllare la stampa. In questo siamo felicemente molto diversi dai nostri vicini arabi.

Ma più di tutto, nel nostro sistema è impossibile brutalmente fare i prepotenti con chi fa rivelazioni. Shabaneh, viceversa, c’è da temere che si sia già messo nel mirino dei prepotenti.

In Israele il sistema giudiziario ha costretto alle dimissioni un primo ministro nel 1977 (Yitzhak Rabin) e in quello stesso anno ha condannato il designato capo della banca di stato (Asher Yadlin). Attualmente sono sotto processo un ex presidente (Moshe Katsav) e un ex premier (Ehud Olmert), mentre un ex ministro delle finanze (Avraham Hirchson) è dietro le sbarre. I nostri tribunali non si sono tirati indietro quando si è trattato di mandare al fresco altri ministri, in particolare Aryeh Deri e Shlomo Benizri sebbene fossero influenti partner della coalizione di governo.

Ciò naturalmente non incrina minimamente la nostra impalcatura nazionale o, per dirla nel linguaggio dell’Autorità Palestinese, non lede “il nostro prestigio e i nostri sentimenti nazionali”. La giustizia equa è una delle fonti della nostra forza e della nostra capacità di resistenza. Nel sistema israeliano, politici e pubblici ufficiali temono i tribunali, i tribunali non temono politici e funzionari pubblici.

Se coloro che sostengono di essere credibili interlocutori per la pace fossero dotati anche solo di una porzione dell’imparzialità e dell’impegno per la verità del sistema giudiziario israeliano, la nostra regione vivrebbe già da tempo in armoniosa coesistenza. Invece vediamo i nostri vicini dare credito costantemente alla trite fandonie sulla cattiveria di Israele: non si esita un attimo a confezionare comode menzogne in cui Israele fa sempre la parte del punching ball. Il che non fa presagire nulla di buono per le prospettive di una trattativa su accordi stabili e realizzabili. E lascia il palestinese della strada deprivato del governo onesto di cui avrebbe così disperatamente bisogno.

(Da: Jerusalem Post, 14.2.10)

martedì 16 febbraio 2010

Il nuovo museo della tolleranza di Gerusalemme sorgerà su un ex parcheggio

Il Simon Wiesenthal Center respinge la richiesta di bloccare la costruzione del suo Museo della Tolleranza a Gerusalemme avanzata da varie organizzazioni palestinesi e filo-palestinesi con l’accusa che il luogo su cui dovrebbe sorgere il nuovo museo sarebbe uno storico cimitero musulmano. Gli avversari del progetto, pur consapevoli che un’eventuale risposta di alti rappresentanti dell’Onu avrebbe solo valore simbolico e non legalmente vincolante, giovedì scorso hanno presentato una petizione alle Nazioni Unite sostenendo che la costruzione in quel luogo disturberebbe tombe vecchie di centinaia di anni e costituirebbe una profanazione del cimitero. Sull’argomento, giovedì scorso sono state indette conferenze stampa a Gerusalemme, Ginevra e Los Angeles.

Tuttavia mercoledì, in anticipo sulla petizione e sulle conferenze stampa, il Simon Wiesenthal Center ha diffuso dalla sua sede di Los Angeles una dichiarazione in cui chiarisce che “il Museo della Tolleranza non verrà costruito sul cimitero di Mamilla”. “Il Museo – spiega nel comunicato Marvin Hier, fondatore e decano del Centro Wiesenthal – verrà costruito su un ex parcheggio comunale di Gerusalemme dove ogni giorno, per quasi mezzo secolo, migliaia di musulmani, cristiani ed ebrei hanno parcheggiano le loro auto senza la minima rimostranza da parte della comunità islamica. Sin dai primi anni ’60 sono stati impiantati profondamente sotto terra cavi telefonici, linee elettriche, tubature di scarico e fognarie, di nuovo senza la minima protesta. Vogliamo anche sottolineare – continua il comunicato – che la Israel Antiquities Authority ha confermato che non vi sono ossa né resti nel luogo dove attualmente sono in corso lavori infrastrutturali. I resti trovati a suo tempo nel sito sono stati rispettosamente rinterrati nel vicino cimitero musulmano: erano vecchi di 300-400 anni, mentre non è stato trovato nessun resto risalente al XII secolo”.

Nel 2004 gruppi palestinesi e filo-palestinesi avevano inoltrato un’istanza contro il progetto del Museo alla Corte Suprema la quale, dopo aver studiato le argomentazioni delle parti per quasi quattro anni, nel 2009 ha infine dato luce verde al progetto del Simon Wiesenthal Center.

(Da: Jerusalem Post, 13.2.10)

lunedì 15 febbraio 2010

Le fantasiose analisi dell’esperto militare di Goldstone

In un’intervista al Middle East Monitor, il principale analista militare della Commissione Goldstone, l’ex colonnello dell’esercito irlandese Desmond Travers, ha affermato che Hamas lanciò “solo un paio di razzi” contro Israele nel mese precedente la campagna anti-Hamas delle Forze di Difesa israeliane nella striscia di Gaza (27 dicembre 2008-21 gennaio 2009).

Desmond Travers è uno dei quattro componenti della missione d’indagine delle Nazioni Unite presieduta dall’ex giudice sudafricano Richard Goldstone che il 15 settembre 2009 ha pubblicato il celebre rapporto in cui accusa Israele di aver commesso crimini di guerra prendendo di mira intenzionalmente civili palestinesi.

Mercoledì scorso l’ex ambasciatore israeliano Dore Gold, attualmente a capo del Jerusalem Center for Public Affairs, in una conferenza stampa appositamente convocata ha messo in discussione il contributo di Travers alla stesura del rapporto e alcune sue dichiarazioni ai mass-media. Gold ha definito il lavoro di Travers “non professionale” e “sostanzialmente prevenuto” contro le Forze di Difesa israeliane. Il contributo di Travers, ha detto Gold, “solleva seri interrogativi sull’attendibilità dell’intera analisi militare su cui si fonda il rapporto Goldstone”.

Durante la conferenza stampa Gold ha distribuito copie di una lunga intervista concessa da Travers al Middle East Monitor, nella quale l’esperto della Commissione Goldstone afferma, fra l’altro: “Bisogna tenere a mente che il numero di razzi lanciati su Israele nel mese precedente la loro operazione fu di circa un paio (something like two). I razzi di Hamas non venivano più sparati. Di più, Hamas cercava di far proseguire il cassate il fuoco”.

In realtà, il precario “cessate il fuoco” di sei mesi (durante il quale erano stati lanciati da Gaza su Israele 361 razzi e 363 obici di mortaio) scadeva la sera del 18 dicembre 2008. Hamas, che aveva pubblicamente annunciato l’intenzione di non rinnovare la tregua rifiutandosi di avviare trattative per il mantenimento del periodo di “calma” (come riferirono puntualmente in quei giorni, fra gli altri, il Times e la tv Al-Jazeera), ruppe la tregua in anticipo: come ha ricordato Gold, secondo fonti militari israeliane nei soli giorni 16-18 dicembre vennero lanciati 32 razzi da Gaza su Israele. A partire dal 24 dicembre i lanci di razzi si intensificarono fino ad arrivare a 50 lanci nei giorni immediatamente precedenti la controffensiva israeliana.

Nell’intervista, Travers dice inoltre di non credere che Hamas abbia nascosto armi e munizioni nelle moschee della striscia di Gaza. E spiega: “Nessun insorto degno di rispetto, con a disposizione abbondanza di nascondigli nei labirintici vicoli di Gaza, si azzarderebbe a immagazzinare qualcosa in un edificio aperto come una moschea. Le varie fotografie che si trovano sul sito web israeliano che ho esaminato e che mostrano armi e munizioni ‘trovate nelle moschee’, le ho trovate tutte fasulle”.

Secondo Travers, tali accuse sarebbero rese possibili da uno “stereotipo negativo” sui musulmani, e spiega: “Durante i peggiori disordini in Irlanda del Nord, se un esponente britannico avesse detto che le chiese cattoliche venivano usate come depositi di esplosivi, vi sarebbe stata una protesta internazionale per una tale calunnia”. (A questo proposito, tuttavia, può essere utile ricordare che lo scorso 14 agosto, quando lo sceicco Abdel-Latif Moussa, capo del gruppo jihadista salafita Jund Ansar Allah con base a Rafah, pensò di utilizzare il sermone del venerdì pomeriggio nella moschea di Bin Taymiyah per proclamare la nascita nella striscia di Gaza meridionale di un “emirato islamico”, Hamas reagì lanciando centinaia di miliziani all’assalto, a colpi di granate RPG e raffiche di mitra, della moschea dove erano asserragliati in armi gli uomini di Jund Ansar Allah. Risultato: almeno 24 morti, tra cui lo stesso Abdel-Latif Moussa, e la moschea completamente distrutta.)

Nell’intervista al Middle East Monitor, Travers si spinge sino ad affermare che “Gaza è ormai entrata nei libri di storia allo stesso modo di Guernica, Dresda, Stalingrado. Gaza è un gulag, l’unico gulag nell’emisfero occidentale”.

Durante la conferenza stampa Gold ha anche mostrato un filmato tratto dalle interviste che i quattro membri della commissione Goldstone hanno condotto con testimoni ed esperti in preparazione del rapporto. Gold si è soffermato in particolare su un’affermazione fatta da Travers, rivolto a ufficiali britannici: “Gli interessi della politica estera britannica in Medio Oriente appaiono fortemente influenzati da lobbisti ebrei”. Una frase caratterizzata, secondo Gold, da sottintesi antisemiti.

“Mi aspetto – ha concluso Dore Gold – che il giudice Richard Goldstone sconfessi il colonnello Travers e respinga completamente le conclusioni a cui è arrivato sulla base del lavoro di Travers”.

In questo contesto, è interessante ricordare che un altro dei quattro membri della Commissione Goldstone, la professoressa di Londra Christine Chinkin, in una lettera pubblicata sul Sunday Times l’11 gennaio 2009, cioè a combattimenti ancora in corso, affermava che “il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra”, e che “i lanci di razzi di Hamas su Israele, per quanto deplorevoli, per dimensioni ed effetti non configurano un attacco armato che dia diritto a Israele di avvalersi dell’autodifesa. Quella di Israele è un’aggressione”. Dunque la Chinkin, prima ancora di iniziare la ricerca e la verifica di fatti e testimonianze con la Commissione Goldstone, aveva già attribuito colpe e responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 11.2.10)

Facciamo come se

Di Karni Eldad

Supponiamo per un momento di essere dei genitori palestinesi. Supponiamo (dico davvero, facciamo lavorare l’immaginazione) di essere dei genitori palestinesi che desiderano la pace. Molto probabilmente vorremmo educare i nostri figli in questo spirito. Domandiamoci: quanto è difficile, posto che sia possibile, per dei genitori palestinesi che vivono oggi nei territori dell’Autorità Palestinese educare alla non violenza, alla tolleranza, al rispetto e riconoscimento dello stato di Israele?

Lo sport viene generalmente considerato una buna cosa, un’attività sana e formativa. Il che è sicuramente vero per quanto riguarda i tornei sportivi per bambini. Un torneo di calcio può essere al contempo divertente ed educativo: a meno che non venga dedicato al nome della terrorista Dalal Mughrabi. Mughrabi è la terrorista che nel 1978, sulla strada litoranea, ha perpetrato il più sanguinoso attentato della storia d’Israele, costato la vita a 37 cittadini ebrei.

Secondo il Palestinian Media Watch, sulla televisione ufficiale dell’Autorità Palestinese si è tenuta una celebrazione in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita di Dalal Mughrabi, sponsorizzata dallo stesso presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). L’evento prevedeva una festa durante la quale un’orchestra di giovani ha suonato in onore della terrorista.

Negli ultimi due anni l’Autorità Palestinese ha gestito un campo estivo giovanile pure questo intitolato alla “martire” (attenzione: non Hamas, ma i “buoni” dell’Autorità Palestinese). Abu Mazen ha anche finanziato un centro per computer, sempre intitolato alla stessa “martire”, alla quale di recente è stata intestata una piazza di Ramallah col pieno sostegno di Abu Mazen. Davvero incoraggiante.

Per qualche ragione l’Autorità Palestinese e il suo leader Abu Mazen vengono considerati interlocutori affidabili per il sogno di una pace fra israeliani e palestinesi. Ma la pace, se deve essere autentica e duratura, si deve fondare sulla volontà e sulla fiducia di entrambe le parti. Da qualche tempo autorità e stampa palestinesi sostengono che l’Autorità Palestinese non fa più “istigazione” contro Israele, e in un certo senso è vero. Quello che si ritrova sulla televisione, sui libri di testo, sui manifesti per le strade e nelle dichiarazioni pubbliche palestinesi non è “istigazione”. L’istigazione è qualcosa di superficiale, qualcosa che può essere facilmente accantonato dalla successiva tornata di istigazione. Quello che è in corso nell’Autorità Palestinese è invece un indottrinamento sistematico che inculca questi veleni nella testa dei suoi bambini. O meglio, “dei vostri bambini” – come una volta ha detto il segretario di stato Usa commentando la questione.

Se ben due scuole dell’Autorità Palestinese sono intitolate alla super-terrorista Mughrabi, quale messaggio si andrà a impiantare nella coscienza dei bambini che le frequentano? Che uccidere ebrei è una buona cosa, un cosa che ti procura onore e gloria. Se la televisione palestinese descrive la Palestina come il paese che si estende “da Gaza ad Ashkelon, nel sud, fino a Haifa e, ancora più a nord, fino ad Acri”; se ai bambini viene detto che Tiberiade è una importante città palestinese e che il Kinneret (il lago di Tiberiade) è un bacino d’acqua palestinese; se Giaffa viene definita “la porta della Palestina sul mondo”, che cosa ne dedurranno i bambini? Che non c’è nessun Israele: semplicemente non esiste.

Nelle trasmissioni a quiz della tv palestinese, nelle parole crociate sui giornali palestinesi i bambini conoscono la risposta giusta a domande come “qual è il porto più importante della Palestina: Acri, Giaffa o Haifa”? Altre domande sono: “nomina tre stati che confinano con la Palestina” (la risposta data per giusta è: Egitto, Libano e Giordania); oppure: “qual è la superficie dello stato di Palestina?”, dove la risposta data per giusta è 27.000 chilometri quadrati, ossia un territorio che comprende tutta l’area tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, compreso l’intero stato di Israele. Domande dalle quali appare chiaro, naturalmente, che lo stato di Palestina già esiste (e che Israele non ha da esistere). E così via.

A questo punto lo sforzo di educare i vostri bambini alla tolleranza e all’accettazione della vicina entità statale ebraica è condannato sin dall’inizio al fallimento: è il vostro mondo contro l’indottrinamento inculcato da scuole, programmi televisivi, maestri, libri di testo, canzoni e persino dalle parole crociate. Che ci potete fare?



(Da: Ha’aretz, 4.2.10)

Notizie dal fronte di Gaza

Lo scorso 11 febbraio, i criminali terroristi palestinesi hanno lanciato un razzo RPG contro una pattuglia delle I.D.F., che transitava lungo il confine con Gaza sul lato israeliano, senza fortunatamente causare feriti. I militari hanno risposto al fuoco. Nel corso della giornata poi, Forze Aeree Israeliane hanno colpito una cellula terroristica che, in prossimità del valico di Karni dove transitano (provenienti da Israele) i convogli di aiuti umanitari alla popolazione palestinese, stava per mettere a segno un attentato. Durante l'attacco è morto un terrorista responsabile del lancio, negli scorsi mesi, di numerosi razzi contro il territorio israeliano: il suo nome era Fares Ahmed Jaber ed aveva 26 anni. ferito anche un altro criminale che era con lui.

lunedì 8 febbraio 2010

Se la pura verità è fuori moda

di Yair Lapid

Dopo aver a lungo rinviato, di recente ho finalmente guardato il film di Alan Dershowitz “The Case for Israel” (La causa a favore di Israele). Il celebre avvocato americano apre il film dichiarando di essere sia pro-Israele che pro-palestinese, e di sostenere la soluzione a due stati, ma…

Dershowitz non è né un filosofo né un cineasta. Non è nemmeno di destra. Ci siamo abituati all’idea che la causa di Israele venga difesa solo da membri della destra, e invece Dershowitz sostiene Israele proprio perché è un professore di legge di sinistra, presso l’Università di Harvard dove si occupa di diritti umani.

Con che coraggio definiscono Israele uno stato da apartheid? si domanda con genuino stupore. La società araba è marchiata dall’apartheid ai danni delle donne, degli omosessuali, dei cristiani, degli ebrei e della democrazia. I gay vengono impiccati in Arabia Saudita, in Sudan è in corso un genocidio, un po’ in tutto il mondo arabo delle donne vengono uccise per non aver indossato il velo giusto o per essersi innamorate dell’uomo sbagliato. Eppure, nonostante tutto questo, le ultime otto risoluzioni delle Nazioni Unite riguardanti i diritti umani si occupano tutte, guarda caso, di Israele: l’unico stato in tutta la regione dove le minoranze hanno diritto di voto, un paese nel cui parlamento siedono deputati arabi praticamente dal suo primo giorno.

Davvero alla sinistra mondiale, e alla sinistra israeliana, importa così poco del terrificante regime dei talebani, della orrenda repressione delle donne negli stati del Golfo, delle kermesse di impiccagioni di massa organizzate in Iran?

Davvero non è capace di vedere che tutti i posti di blocco in Cisgiordania, che indubbiamente causano continue sofferenze umane, verrebbero smantellati nel giro di ventiquattr’ore se solo i palestinesi fossero abbastanza cortesi da smetterla di cercare di ammazzare gli ebrei?

E com’è che si parla sempre e solo dei 750mila profughi palestinesi, dimenticandosi regolarmente degli 800mila profughi ebrei buttati fuori dai paesi arabi?

Come mai nessuno ricorda che i palestinesi hanno già avuto come minimo quattro occasioni concrete di istituire il loro stato, e che ogni volta hanno preferito tornare al terrorismo?

E chi è che ha il coraggio di definire “muro dell’apartheid” la barriera di sicurezza trascurando il fatto che venne eretta, in conformità al diritto internazionale, solo dopo che più di mille israeliani erano stati assassinati in meno di tre anni di attentati e stragi?

Guardando il film di Dershowitz, anziché felicitarmi per l’opera ben fatta mi sono sentito un po’ stupido. In fondo anch’io, come qualunque altro israeliano, conosco perfettamente tutti questi dati di fatto, e dunque com’è che siamo sempre sulla difensiva, sempre lì a giustificarci e a discolparci, sempre perdenti nella battaglia per l’opinione pubblica globale?

È vero, naturalmente, che milioni di petrodollari vengono impiegati per alimentare la propaganda anti-israeliana. Ma come diavolo siamo riusciti ad arrivare al punto che la verità – la pura e semplice verità fattuale – è diventata fuori moda?



(Da: YnetNews, 1.02.10)

La diplomazia iraniana

Ancora una volta la diplomazia iraniana da il "meglio" di se: Manoucher Mottaki, il ministro degli esteri del criminale regime terroristico guidato dal nano pazzo di Teheran, ha dichiarato davanti alle telecamere di Al Jazeera che "Israele è una nazione pazza abitata da gente pazza".
L'intervista era incentrata sulla possibilità che Israele possa attaccare le installazioni nucleari iraniane: ovviamente il "responsabile" della politica estera del regime teocratico  non contempla questa eventualità perchè secondo lui Israele sa benissimo quale sarà la risposta iraniana ad un eventuale attacco.

Quello che forse non risulta chiaro ai sostenitori del terrorismo internazionale è che Israele non aspetterà certo di trovarsi un ordigno nucleare alla porta di casa prima di intervenire. Lo ha fatto con l'Irak di saddamm hussein e con la Siria di assad: certo la strategia per sventare la seria minaccia rappresentata dalla corsa all'arricchimento dell'uranio di Teheran non potrà essere la stessa adottata nei casi precedenti, ma di sicuro Israele saprà muoversi a tempo debito.


domenica 7 febbraio 2010

Quanto amano la pace i palestinesi di Gaza...

I palestinesi di Gaza amano la pace a tal punto che hanno deciso di disfarsi di tutto il loro esplosivo in ogni modo: per questo, non solo hanno ripreso a lanciare razzi e colpi di mortaio contro Israele, ma  hanno anche deciso di disfarsene via mare. L'ultima novità di quegli autentici geni del male di hammazz, è la boa galleggiante piena di esplosivo innescato e pronto ad esplodere al minimo contatto persona o natante che sia.
Non si può dire che non si industrino in ogni modo per dimostrare a Israele e al suo popolo quanto tengono alla pace e alla pacifica convivenza.
Certo che con degli "amici" così chi ha bisogno di nemici?

sabato 6 febbraio 2010

Deturpata la bandiera israeliana a Vancouver!

Ci siamo: i soliti imbecilli antisemiti e antisionisti hanno colpito ancora.
A Vancouver, prossima sede dei giochi olimpici invernali, hanno imbrattato le bandiere israeliane esposte nei viali della città.
La municipalità non ha avuto le palle di rimetterle al loro posto pulite e belle come le altre o di proteggerle e allora ha scelto di...  LASCIARE VUOTO LO SPAZIO RISERVATO ALLA BANDIERA DI ISRAELE!
Non sono bastate le centinaia di migliaia di morti in duemila anni di persecuzioni, non sono bastati i 6 MILIONI di ebrei stermianti dai nazisti, non sono bastati i migliaia di ebrei uccisi in 60 anni dall'odio arabo, non sono bastati neanche gli 11 atleti israeliani barbaramente trucidati alle olimpiadi di Monaco nel 72.
Si deve sempre e solo dare addosso a Israele e ai suoi simboli, agli Israeliani, agli Ebrei.
Un odio inestinguibile, che passa inesorabile attraverso i secoli, continua a nutrirsi delle sue vittime di sempre.

Quello che non hanno capito questi imbecilli è che Israele c'è e ci sarà sempre!
E che la sua bandiera sventolerà sempre alta nel cielo!

VIVA ISRAELE!


Significativo aumento degli attacchi terroristici

Il mese di gennaio ha segnato un notevole aumento di attacchi terroristici arabi nei conforniti di civili e militari israeliani.
E' quanto emerge dal rapporto stilato dall'ISA (Israel Security Agency) dopo aver monitorato quanto accaduto lo scorso mese: sono stati 80 gli attacchi contro i 51 di dicembre con un aumento quindi del 57%.
Gli eventi sono stati registrati nell'area di Gaza (32), Gerusalemme (11) , Giudea e Samaria (37) e in particolare sono da segnalare i 28 colpi di mortaio e i 13 razzi con i quali i criminali morammazzati di hammazz hanno continuato a bombardare Israele.

Come so' pacifici 'sti arabi.... e con vicini così chi non vorrebbe fare la pace e invitarlo magari pure a cena a casa propria?

mercoledì 3 febbraio 2010

Israele non è frutto della Shoà

di Moshe Arens

Le Nazioni Unite hanno proclamato Giornata Internazionale della Memoria dell’Olocausto il giorno in cui il campo di sterminio di Auschwitz venne liberato. È dunque del tutto appropriato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia stato invitato a parlare alle cerimonie per commemorare il 65esimo anniversario della liberazione di quel luogo di orrori da parte dell’Armata Rossa.

Nella mente di alcuni, tuttavia, la creazione dello stato di Israele viene collegata alla Shoà, o addirittura viene vista come una conseguenza diretta della Shoà. Che è quanto ha lasciato intendere lo stesso presidente americano Barack Obama, probabilmente ignaro di storia del movimento sionista, nel suo discorso al Cairo dell’anno scorso.

Ma la verità è quasi l’esatto contrario. Lo sterminio da parte dei tedeschi di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale andò molto vicino a spegnere il sogno di costituire uno stato ebraico in Terra d’Israele/Palestina. Il naturale bacino di immigranti ebrei verso la Terra d’Israele/Palestina venne infatti decimato.

Vladimir Jabotinsky, nella sua deposizione davanti alla Commissione Peel a Londra l’11 febbraio 1937 parlò del proposito del sionismo di istituire su entrambe le sponde del fiume Giordano uno stato ebraico in cui vi sarebbe stato spazio per “la popolazione araba e la sua progenie e per molti milioni i ebrei”. A quel tempo la popolazione ebraica della Terra d’Israele/Palestina non contava più di 400mila persone (e quella araba circa 900mila). Ma quando la guerra terminò, milioni di ebrei erano stati sterminati ad Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor e nei campi della morte in Russia. Ai leader sionisti apparve chiaro che non solo non v’erano più abbastanza ebrei per creare una solida maggioranza ebraica, condizione indispensabile per costituire uno stato ebraico, su entrambe le sponde del fiume Giordano; ma che l’immigrazione ebraica forse non sarebbe stata sufficiente nemmeno per stabilire una tale maggioranza nell’area a ovest del Giordano.

Fu il mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini che afferrò meglio di tutti la piena potenzialità della distruzione dell’ebraismo europeo per porre fine alle aspirazioni sioniste, e pertanto si alleò con Hitler. Analogamente i leader arabi di Egitto e Iraq trovarono buone ragioni per sperare nella vittoria di Hitler. Invece, dopo la guerra, l’Yishuv (la comunità ebraica nella Terra d’Israele/Palestina pre-stato di Israele) insieme ai superstiti dell’ebraismo europeo che erano riusciti a sormontare il tentativo britannici di bloccare la strada per la Terra d’Israele/Palestina, trovarono abbastanza vitalità e forza da realizzare la creazione dello stato d’Israele su una parte del territorio che originariamente la Società delle Nazioni aveva affidato alla Gran Bretagna col mandato di favorirvi la nascita di una sede nazionale ebraica – uno stato ebraico – su entrambe le sponde del fiume Giordano.

In Israele ogni anno commemoriamo la Shoà nel giorno in cui scoppiò la rivolta del Ghetto di Varsavia. È significativo il fatto che rendiamo omaggio agli ebrei sterminati in Europa nella ricorrenza del giorno in cui gli ebrei sopravvissuti nel Ghetto di Varsavia si sollevarono per combattere i tedeschi e i loro tirapiedi ucraini. Fu, quella, la prima insurrezione popolare contro l’occupante tedesco in Europa.

I combattenti del Ghetto di Varsavia sapevano di non avere alcuna possibilità di sconfiggere le schiaccianti forze tedesche. E non ricevettero aiuto o incoraggiamento né da Washington, né da Londra, né da Mosca. Fu solo un anno più tardi, dopo che i tedeschi avevano raso al suolo il Ghetto e ucciso o deportato tutti gli abitanti che vi erano rimasti, che il mondo iniziò ad apprezzare il pieno significato della rivolta del Ghetto di Varsavia. Oggi essa viene vista come parte integrante della storia della seconda guerra mondiale. Rappresenta una duratura testimonianza di quel pugno di giovani coraggiosi che osarono sfidare l’occupante tedesco. Sebbene sconfitti nel ghetto, la loro vittoria morale resta scritta nelle pagine della storia.

Il 18 aprile 1943, alla vigilia della sollevazione, Leon Rodal, il vice di Pawel Frenkel nella resistenza guidata dal Betar (l’organizzazione militare ebraica), disse a Ryszard Walewski, che si era unito con un gruppo di combattenti all’organizzazione di Frenkel: “Noi cadremo tutti qui. Alcuni in battaglia, armi in mano; altri come vittime vane … Forse un giorno, fra molti anni, quando verrà scritta la storia della lotta contro il l’occupante nazista, verremo ricordati e, chissà, diventeremo come la piccola Giudea che a suo tempo combatté il potente impero romano: un simbolo dello spirito dell’uomo che non può essere soffocato, e la cui essenza è la lotta per la libertà, per il diritto di vivere e il diritto di esistere”.

(Da: Ha’aretz, 2.02.10)

martedì 2 febbraio 2010

Ecco come Hamas impiega i 4 miliardi e mezzo di $ di aiuti umanitari


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli




Cari amici, come sapete forse qualche giorno fa è stato ucciso a Dubai un capo terrorista di Hamas, tal Mahamud al Mabhout. Costui era stato fra i fondatori di Hamas, era un grande amico dell'Italia in particolare della Calabria e della Sardegna, da cui probabilmente aveva importato in Medio Oriente il know how dei sequestri di persona a scopo di estorsione, rapendo per primo negli anni ottanta due soldati israeliani, Ilan Saadon e Avi Saportas, e poi ammazzandoli. E poi si dice che c'è il conflitto di civiltà fra Eurabia e il Mondo Islamico...

Costui "era anche il «cervello» del traffico nella Striscia di Gaza di quantità di armi provenienti dall'Iran, via Yemen, Sudan e deserto del Sinai", come dice De Giovannangeli sull'"Unità": ruolo progressista e importante, che aiuta il commercio internazionale, anche se puzza un po' di capitalismo: ma all'"Unità" non dispiace, date le buone intenzioni con cui è condotto: rimediare all'"ingiustizia" di Israele. Il giornale fondato da Antonio Gramsci, però, come molti altri gongola nella "spy story mediorientale", fra scosse elettriche, iniezioni mortali nel sonno di liquidi destinati a produrre crisi cardiache, torture, microfotografie, passaporti falsi e altre fregnacce, naturalmente attribuite al terribile Mossad, il servizio segreto israeliano, il cui capo appena una settimana fa i giornali egiziani avevano proclamato "Superman".

Colpevolmente poco appassionato di gialli e di "Segretissimo", confesso che non sono particolarmente interessato a chi abbia fatto fuori Mabhout. Può essere il Mossad, posssono essere degli stati arabi cui aveva pestato i piedi, può essere che siano stati i suoi stessi compagni, che amano combattersi, diciamo così, con le maniere forti. Mi interesserebbe di più sapere con chi stava contrattando un carico di armi, proprio a Dubai, di fronte all'Iran, ma anche vicino all'Arabia Saudita; ma questo non lo sapremo mai. Sulla sua sorte non mi commuovo: ogni essere umano è un mondo, dice il Talmud ma il suo era un mondo proprio marcio. Non ho difficoltà etiche a ripetere volentieri il versetto biblico citato dal ministro israeliano Landau, che Hamas ha cercato di coinvolgere nel giallo: "Possano morire così tutti i tuoi nemici, oh Signore!"

Essendo un inguaribile curioso, però, mi interessa un lato marginale della faccenda, cioè il fatto che la "spy story orientale" si sia svolta in quelli che tutti i giornalisti definiscono un "lussuoso" albergo. E lussuoso, negli emirati, vuol dire lussuoso. Bene, ne ho trovato il nome (Al Bustan Rotana), sono andato a cercarmi i prezzi. Sapete quanto può costare in questo periodo una suite al Rotana? Esattamente 691 dollari e 64 centesimi a notte. Non male, vero? Hamas è moralista, non corrotto come Al Fatah. I poveri gazani non hanno di che mangiare, tant'è vero che i turisti dell'occupazione fanno sforzi immensi per portar loro qualche boccone di cibo, almeno così ci raccontano. Ma Mabhout spende 700 dollari a notte per dormire. Quanta gente si nutre per un giorno con 700 dollari in un paese povero come Gaza? Cento persone, duecento? E le armi che doveva comprare, chissà quanto costavano in proporzione: Un milione di dollari? Dieci? Cento? Non lo sapremo mai. Certo abbastanza per nutrire tutta la Striscia. A parte il fatto che se invece di comprare armi e di fare attentati, il loro governo si occupasse di lasciar loro guadagnarsi onestamente il pane, il tenore di vita migliorerebbe subito radicalmente.

Lasciatemi fare un'ipotesi, così, per ottimismo. Magari il plurisequestratore, pluriassassino, capo terrorista, ha avuto un attimo di umanità. E non si è vergognato delle sue vittime, no. Si è fatto schifo per quel che lui con la sua banda di assassini faceva al suo popolo. In un impeto di sincerità con se stesso, ha trovato il modo di non pagare il conto con i soldi di Gaza (o piuttosto con quelli dei contribuenti occidentali che finanziano questi lussi) e si è condannato a morte da sé. Troppo romantico? Troppa fiducia nella natura umana? Troppa simpatia per il suicidio? Può darsi. Ma non bisogna mai disperare. Può essere che un giorno a qualcuno dei suoi amici capiti ancora, chissà. Magari con l'aiuto di un servizio segreto dalla sana moralità e dalla "sovrumana" efficienza, chissà. O magari anche da soli. Per pura coscienza.



Ugo Volli