Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

lunedì 31 maggio 2010

Ecco cosa vogliono i palestinesi...

Cosa vogliono i palestinesi....

Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva

Cari amici, volete capire freddamente che cos'è successo stamattina nella acque davanti a Israele? Ripensate alla famosa frase di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La politica consiste nel cercare di accumulare consenso con gesti simbolici e discorsi, di negoziare alleanze, di imporre così degli obiettivi e di realizzarli sul terreno. La guerra sostituisce ai discorsi le azioni fisiche e punta soprattutto a indebolire il nemico, a metterlo in difficoltà, per acquisire così un vantaggio. Nel caso di Gaza l'obiettivo politico immediato è stabilire la legittimità di Hamas e della sua "lotta"; quello più a lungo termine, naturalmente, la distruzione di quell'entità "estranea" (Sergio Romano) che è Israele. La guerra non sono più i carri armati e non ancora i missili balistici e le atomiche; oggi sono i razzi Kassam, gli attentati e le azioni che indeboliscono la capacità israeliana di autodifesa.
La spedizione delle navi turche e degli attivisti di sinistra verso la Striscia è stato un atto di questa guerra, freddamente calcolato e organizzato in maniera militare. L'obiettivo dei "pacifisti" armati che le popolavano non era affatto assistere la popolazione: in quel caso avrebbero accettate le forme di trasporto indiretto dei materiali proposte da Israele. Quello era solo un pretesto. Il punto era "rompere il blocco", cioè aprire la strada a un futuro comodo rifornimento di armi pesanti per Hamas e alla sua possibilità di proiettarsi all'esterno; oppure obbligare Israele a intervenire, come ha fatto, danneggiando ancora la sua immagine internazionale, isolandolo, indebolendolo. Come si è espresso nei giorni scorsi un capo di Hamas, "noi abbiamo vinto comunque, o riapriamo il porto di Gaza, oppure smascheriamo Israele".
In termini militari questa si chiama guerra asimmetrica, ed è la strategia dei palestinesi da sempre. Di fronte a una forza militare maggiore si compiono azioni che colpiscono la normalità della vita quotidiana (gli attentati alle fattorie degli anni Cinquanta, i dirottamenti degli anni Sessanta, le stragi all'estero, gli attentati suicidi, i rapimenti e i razzi), non pensando che questo modifichi l'equilibrio militare, ma facendo sì che il nemico si trovi nell'"alternativa del diavolo" di non reagire al terrorismo che minaccia la sua popolazione e quindi logorare la sua stessa esistenza o presentarsi come oppressivo, violento e inumano. E' quel che è accaduto negli ultimi anni con la guerra in Libano, con quella di Gaza e oggi con la flottiglia allestita dai turchi. Lo scopo è delegittimare Israele, renderlo incerto sul suo stesso territorio, trasformarlo in una stato paria. Purtroppo in buona parte questo è già successo. In questa guerra asimmetrica hanno una parte importantissima le organizzazioni internazionali (pensate al consiglio dei diritti umani dell'Onu e al giudice Goldstone), le organizzazioni "umanitarie" che agiscono in maniera unilaterale, gli intellettuali e i giornalisti che invece di spiegare quel che accade producono pregiudizi e demonizzazioni. Chi legge Informazione Corretta sa bene come queste forze della guerra asimmetrica dell'informazione siano massicciamente schierate.
Poteva Israele, come hanno suggerito i soliti noti di Haaretz e dintorni, evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva. Se Hamas realizzasse l'obiettivo tattico di avere libero accesso all'esterno senza controlli israeliani – il senso della "rottura del blocco" voluta dai "pacifisti" è questo - in mezzo al Mediterraneo si stabilirebbe un santuario terroristico, una base armata inattaccabile per l'islamismo combattente, l'equivalente della Somalia o delle valli tribali del Pakistan. Anche l'Egitto, che certo non vuol bene a Israele, tiene bloccata Gaza: perché è il solo modo per contenere una minaccia terrorista globale (a parte la riconquista della Striscia, che sarebbe stata opportuna già l'anno scorso, quando Olmert e Barak non ebbero il coraggio di andare fino in fondo – ma oggi dopo Goldstone e con Obama al potere è praticamente impossibile). Fra i due rischi, un'ennesima demonizzazione globale e la liberazione strategia di Hamas, Israele ha scelto giustamente il male minore e ha mandato i suoi ragazzi ad affrontare, col minor uso della forza possibile, "pacifisti" armati e militarmente organizzati.

Ugo Volli

Cartoline da Eurabia,

Testata: Informazione Corretta

Dichiarazioni del Ministero degli Esteri Israeliano

Ministero degli Esteri di Israele

Altro video interessante....


NESSUNO SI AZZARDI A DIRE CHE SONO PACIFISTI!
SONO VOLGARI DELINQUENTI!

Osservate come hanno aspettato che i soldati si calassero sul ponte della nava.
Osservate come li hanno circondati e bastonati.
Osservate come ne hanno buttato uno di sotto.
I MILITARI ISRAELIANI NO AVEVANO APERTO IL FUOCO NE AVEVANO INTENTATO AZIONI VIOLENTE NEI LORO CONFRONTI.
VOLEVANO SOLO PRENDERE IL CONTROLLO DELLA NAVE E PORTARLA A ASHDOD.

E NESSUNO OSI DIRE CHE ERANO INTERESSATI A PORTARE AIUTI UMANITARI!

VIVA ISRAELE!
SEMPRE E COMUNQUE!

Le colpe del gruppo estremista che controllava la Marmara

“Ci rincresce molto per le vittime, ma la responsabilità ricade interamente su chi ha voluto e organizzato questa navigazione”. Lo ha detto lunedì mattina il ministro della difesa israeliano Ehud Barak in conferenza stampa, insieme al capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi e al comandante della marina Eliezer Marom, a proposito del tragico epilogo del tentativo di forzare il blocco anti-regime di Hamas sulla striscia di Gaza.

Barak ha sottolineato che le Forze di Difesa israeliane avevano già assunto il controllo di cinque delle imbarcazioni coinvolte nel tentativo, senza incontrare nessuna violenza e dunque senza che si verificasse alcun incidente. Ma sulla nave principale, la Marmara, controllata dalla Humanitarian Relief Foundation turca, descritta da Barak come “un’organizzazione estremista e violenta che sostiene il terrorismo”, le cose sono andate in modo tragicamente diverso.

“Lo stato d’Israele – ha continuato Barak – aveva fatto appello agli organizzatori sin da prima che le imbarcazioni salpassero, invitandoli ad approdare al porto di Ashdod per trasferire il loro carico di aiuti umanitari, dopo i necessari controlli di sicurezza”, attraverso i normali valichi via terra quotidianamente usati per far arrivare nella striscia di Gaza i generi di prima necessità. “Ma tutti i nostri appelli sono stati respinti – ha detto Barak – e i soldati, una volta arrivati sulla Marmara (con circa 600 persone a bordo), sono stati attaccati con estrema violenza e alcuni sono stati feriti anche in modo grave. Conosco bene questo tipo di operazioni e i loro possibili sviluppi, e conosco le unità che hanno operato in questa occasione e i loro comandanti. E so che sono fra degli uomini migliori che abbiano”, ha spiegato il ministro della difesa. “Trovandosi sotto seria minaccia di morte, i soldati hanno dovuto usare strumenti antisommossa ed anche armi da fuoco”. Barak ha ricordato che alcuni dei soldati sono stati feriti da armi da fuoco.

Secondo Barak, l’organizzazione Humanitarian Relief Foundation, che aveva il controllo dell’unica nave dove sono scoppiate le violenze, “è un gruppo estremista e violento che opera sotto la copertura dell’attività umanitaria. Ma questo è il momento in cui bisogna esercitare tutti la massima responsabilità: faccio appello a tutti perché si agisca col massimo autocontrollo e buon senso, senza lasciare che un’organizzazione filo-terrorista ed elementi estremisti riescano ad approfittare di questo tragico fatto di sangue”.



(Da: YnetNews, 30.5.10)

"Demonstrators Use Violence Against Israeli Navy Soldiers Attempting to Board Ship"

Erano pacifisti...

proprio TANTO pacifisti....

Hanno ignorato VOLUTAMENTE ogni avvertimento!!!

Oltre le righe - Sul tentativo di forzare il blocco navale

1- Tra Hamas e Israele esiste uno stato di guerra. Hamas ha lanciato contro i civili israeliani oltre 10.000 missili e, ancora oggi, sta ammassando numerosi armamenti nel territorio della Striscia di Gaza. Questi armamenti arrivano via mare e via terra;
2- Secondo il diritto internazionale, Israele ha il diritto di proteggere la vita dei propri civili e prendere, conseguentemente, le misure di sicurezza che ritiene atte a questo scopo. Israele ha dichiarato, nel 2007, la Striscia di Gaza "territorio nemico" e imposto un blocco navale. In base al Diritto marittimo internazionale, quando un blocco navale è in atto, nessuna nave civili e militare può entrare e forzare il blocco stesso;
3- In linea con il Diritto internazionale, le navi dei dimostranti che hanno tentato di forzare il blocco, sono state avvisate e sono state invitate a fornire le loro coordinate;
4- Ripetutamente e fino all'ultimo momento, Israele ha offerto alle navi di attraccare nel porto di Ashdod e di trasferire gli aiuti a Gaza dai valichi già esistenti (valichi da cui transitano quotidianamente numerosi camion di aiuti internazionali). L'offerta è stata rifiutata e gli organizzatori hanno dichiarato che "la missione non è destinata a consegnare aiuti umanitari, ma a rompere l'assedio di Israele" (Greta Berlin, AFP, 27 maggio 2010);
5- Mentre gli organizzatori dimostravano una solidarietà con la popolazione palestinese locale, la stessa solidarietà non veniva dimostrata verso Gilad Shalit. Gli organizzatori hanno rifiutato di chiedere pubblicamente ad Hamas di lasciar visitare Shalit dalla Croce Rossa;
6- Le intenzioni non pacifiche della flotta sono state dimostrate dalle numerose interviste rilasciate alle televisioni il 30 maggio dal comandante della Mavi Marmaris, Bulent Yildrim. In una delle interviste Yildrim teneva in mano un bambino da usare come scudo umano contro i militari israeliani;
7- La flotta verrà ora diretta ad Ashdod e qui verranno controllati i dimostranti e il loro equipaggiamento. Il carico umanitario delle navi verrà quindi trasferito a Gaza.

http://rome.mfa.gov.il/mfm/web/main/document.asp?DocumentID=180319&MissionID=41

L’esercito israeliano incontra una reazione violenta prepianificata durante il tentativo di abbordare la flottiglia

Nelle prime ore della mattina, le forze navali dell'esercito israeliano hanno intercettato le sei navi che tentavano di forzare il blocco nella Striscia di Gaza. L'azione israeliana è scattata solamente dopo numerosi avvertimenti.
Israele, infatti, ha chiesto alla flotta di dirigersi verso il porto di Ashdod dove – al fine di favorire una soluzione pacifica della controversia – i dimostranti avrebbero potuto scaricare il loro carico. Israele, da parte sua, ha assicurato che, dopo il necessario controllo di sicurezza, il carico sarebbe stato consegnato alla popolazione di Gaza.
Durante l'azione di intercettazione delle navi, i dimostranti hanno attaccato i militari israeliani con armi da fuoco, coltelli e bastoni. Quanto accaduto dimostra chiaramente che i dimostranti, come già evidenziato, erano preparati a colpire violentemente e volevano mettere in atto una azione meramente politica. Aspetto sottolineato dal rifiuto dei dimostranti di consegnare, nelle ore precedenti, una lettera e un pacco umanitario al padre di Gilad Shalit destinato al figlio.
Secondo le prime notizie quanto accaduto ha provocato dieci morti tra i dimostranti e diversi feriti, mentre almeno quattro militari della Marina israeliana sono rimasti feriti, alcuni per colpi di arma da fuoco, altri da armi di altro genere. Due soldati feriti si trovano in condizioni più critiche. Tutti i feriti, israeliani e stranieri, sono stati evacuati dagli elicotteri e portati in ospedale.
Gli eventi sono ancora in corso e il Comandante della Marina israeliana, il Vice-Ammiraglio Eliezer Marom sta seguendo costantemente l'accaduto.
Nelle prossime ore le navi verranno fatte attraccare al porto di Ashdod al fine di identificare tutte le persone a bordo e l'equipaggiamento in loro possesso.

La Marina Israeliana avverte i pacifinti di non forzare il blocco


http://rome.mfa.gov.il/mfm/web/main/document.asp?DocumentID=180319&MissionID=41

domenica 30 maggio 2010

Ultime dal fronte...


  1. Un razzo sparato da Gaza ha colpito la zona di Ashkelon: non si registrano fortunatamente feriti o danni.

  2. Donna israeliana ferita, poche ore fa, dal lancio di sassi contro la propria vettura ad opera di palestinesi nei pressi di Qalkilya.

  3. Ferite nove guardie di confine israeliane durante una rivolta nel villaggio di Silwan ad est di Gerusalemme.

  4. Arrestato un palestinese armato di coltello nella zona di Ramallah.
Di questo i pacifinti di Flotilla non si curano mai... che strano però!
Come non è mai venuto in mente loro di fare da scudi umani ai missili con i quali i terroristi criminali palestinesi bombardano Israele: sarà perchè sanno benissimo che i palestinesi bombardano senza badare troppo a dove sparano i loro razzi....


venerdì 28 maggio 2010

Israele: La missione navale è una provocazione, ed è inutile

Mentre otto imbarcazioni navigano attraverso il Mediterraneo alla volta della striscia di Gaza nel quadro di una “missione d’aiuto” europea, il colonnello Moshe Levi, comandante dell’Ufficio di coordinamento delle Forze di Difesa israeliane per il distretto di Gaza ha spiegato mercoledì ai giornalisti che nel territorio controllato da Hamas non si registra carenza né di cibo né di attrezzature.

“Questa missione navale – ha detto Levi – è un atto puramente provocatorio, e totalmente inutile alla luce delle cifre che indicano che la situazione umanitaria nella striscia di Gaza è buona e stabile”. Levi ha spiegato che Israele permette il trasferimento all’interno del territorio di numerose merci e prodotti, a parte naturalmente quei materiali che possono essere usati da Hamas per le sue attività terroristiche.

Secondo dati forniti dall’establishment della sicurezza israeliana, a Gaza entrano decine di camion ogni giorno (attraverso i valichi di frontiera controllati).
Nel 2009 sono entrate più di 738.000 tonnellate di prodotti alimentari. Le foto sulla stampa locale mostrano mercati pieni di frutta, verdura, formaggi, spezie, pane e carne.

Nel primo trimestre del 2010, sono entrate 94.500 tonnellate di rifornimenti su 3.676 camion:

  • 48.000 tonnellate di alimentari,
  • 40.000 di grano,
  • 2.760 di riso,
  • 1.987 di vestiti e calzature,
  • 553 di latte in polvere e cibo per neonati.


Ogni settimana le Forze di Difesa israeliane coordinano il trasferimento nella striscia di Gaza di centinaia di camion con 15.000 tonnellate di rifornimenti.
Nei mesi scorsi i camion hanno consegnato, fra l’altro, più di 1.200 tonnellate di medicinali e attrezzature mediche e quasi 17 milioni di litri di gasolio. “Non ci risulta nessuna carenza in alcun settore – ha detto Levi – Autorizziamo l’ingresso nella striscia di Gaza di diversi generi di attrezzature, così come l’esportazione da Gaza di prodotti locali. Naturalmente non viene permessa l’entrata di tutto ciò che può essere utilizzato da Hamas per rafforzare le sue capacità militari”.

Dai dati risulta inoltre che, l’anno scorso, Israele ha autorizzato l’uscita dalla striscia di Gaza di 6.000 palestinesi affinché ricevessero cure mediche in Israele o in Giordania. Nessun limite viene posto da Israele all’ammontare di farmaci e di prodotti alimentari che entrano nella striscia di Gaza. Un responsabile della sicurezza ha aggiunto che in alcuni casi Israele permette anche il trasferimento di materiali che potrebbero potenzialmente essere usati da Hamas, pur di non ostacolare l’opera delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali.

Secondo i dati a disposizione delle Forze di Difesa israeliane, lo scorso anno il tasso di disoccupazione nella striscia di Gaza, pur elevato, è sceso al livello più basso degli ultimi dieci anni (38% contro il 48% di pochi anni fa).
 
(Da: YnetNews, 05.26.10)

martedì 25 maggio 2010

Sanno solo boicottare...

No Tav, No Vat, No Dal Molin, No Ponte, NoNoNoNoNoNoNo....
sanno dire solo no e sanno solo boicottare...
L'ultimo "successo" di questi tristi personaggi è la messa al bando dei prodotti israeliani dalla Coop  (lettera della Coop) e dalla Conad (così come scrive Dimitri Buffa su l'Opinione del 24/05/10, citando la lettera di Gianlugi Covili per la Nordiconad), perchè secondo loro provengono dai "territori occupati".
Certo, se poi gli agricoltori e i lavoratori palestinesi ci rimettono il posto di lavoro cosa importa? L'importante è boicottare senza se e senza ma! E chissenefrega se poi i palestinesi hanno fame...la colpa tanto è di Israele!
Come ha fatto notare qualcuno: "Bloccare gli agrumi è una cretinata.
Bisogna spegnere subito tutti i PC perche' i processori Pentium sono progettati e fabbricati in Israele; spegnere i telefonini, troppi componenti ed il software sono israeliani;
rifiutare TAC e ecografie, il software è tutto made in Israel;
rinunciare alle automobili, la centralina elettronica è programmata in Israele;
sospettare di ogni pillola, il 25% dei generici in Europa sono israeliani, meglio non curarsi;
e poi apriamo le porte ai terroristi: i sistemi di controllo aereoportuali e cittadini sono israeliani;
non paghiamo più bollette telefoniche, gli israeliani hanno il monopolio sul software dei computer che producono le bollette;
buttiamo tutti i disk-on-key, sono un brevetto israeliano, meglio tornare al floppy disk;
e basta con l'irrigazione a goccia brevetto israeliano, meglio sprecare l'acqua con i sistemi antichi;
non mangiamo più pomodori ciliegini, il seme è bianco azzurro;
e non compriamo alcunchè di metallo, Israele fabbrica il 70% delle punte necessarie alla lavorazione... Insomma chiudiamoci in casa e passiamo la vita a boicottare. Prepariamo dei bei cartelli con la scritta Prodotto Ariano.
Ricordatevi che anni fa e' finito tutto con Auschwitz."

La Coop si premura di comunicare tramite lettera, che le cose non stanno così, ma le spiegazioni fornite lasciano molti più dubbi di prima.
La Conad invece fornisce la sua versione dei fatti con un comunicato .
Fatto sta che c'era un tempo in cui potevo trovare gli avocados israeliani della Carmel alla Conad, attualmente invece no... qualcosa evidentemente è cambiato...

Personalmente eserciterò il mio diritto di scelta di dove andare a fare la spesa, effettuando una "sospensione temporanea" dall'acquistare presso la Coop.

...ANDRO' A CERCARE I PRODOTTI ISRAELIANI CON MAGGIORE CURA: VOGLIO ESSERE SICURO DI CONTRIBUIRE AL RILANCIO DELL'ECONOMIA DELLO STATO EBRAICO!

VIVA ISRAELE!

Mondanità a Gaza City

il popolo palestinese "muore di fame"... ma i suoi leader no! Al minuto 1,36 "simpatico" momento tra il capo di hammazz e il capo di Ramallah Abu Mazen!
Sembrano due capi mafia che si ritrovano intorno a un tavolo....
E poi qualcuno mi parla del popolo palestinese che se more de fame.... e mo fanno venì pure le navi turche per daje na mano....
No ma dico... un po di pudore no????

sabato 22 maggio 2010

Individuati e uccisi due terroristi palestinesi

Un membro di una unità dell'esercito israeliano è stato ferito da fuoco nemico palestinese questa mattina vicino al confine con Gaza.
I proiettili sono penetrati nel giubbotto del militare che è stato immediatamente trasportato al Beersheba'a Soroka Medical Center.
Nel corso della giornata due terroristi palestinesi che stavano cercando di infiltrarsi in territorio israeliano sono stati uccisi dai militari.
I terroristi si apprestavano a colpire uno dei kibbutz della zona quando sono stati individuati e attaccati dai militari IDF assistiti da elicotteri.
In seguito i soldati hanno iniziato uno scambio di colpi di mortaio con i terroristi fino al loro annientamento.

venerdì 21 maggio 2010

Missili palestinesi contro Israele e inevitabile risposta dell'aviazione!

Nei giorni scorsi i criminali terroristi palestinesi di hammazz hanno bombardato Israele con due missili e oggi è arrivata la risposta dell'aviazione israeliana: individuati e distrutti ben tre tunnel che stavano per essere  utilizzati per infitrare gruppi terroristici in Israele per compiere attentati contro civili e militari.
Approssimativamente sono 50 i missili che hanno colpito Israele dall'inizio del 2010 e oltre 330 dalla fine dell'operazione Cast Lead.

“Diciamolo, la cosa che li eccita davvero è Israele”

Di Petra Marquardt-Bigman

Lo scorso aprile, il New Republic ha pubblicato un servizio in cui indagava le accuse di manifesto pregiudizio anti-israeliano a carico dell’attività di Human Rights Watch. Un mese prima, il Sunday Times aveva pubblicato un articolo analogo, al quale Human Rights Watch aveva apparentemente risposto chiedendo un certo numero di chiarificazioni e correzioni, a loro volta messe in discussione, nella sezione commenti del giornale, da un ricercatore di NGO Monitor (“Non-governmental Organization Monitor”).
Per quanto riguarda i contenuti, entrambi gli articoli contengono troppi dati interessanti per poter essere qui riassunti in modo adeguato. C’è un punto, però, che può servire ad illustrare il quadro complessivo che emerge dai due servizi, ed è il fatto che entrambi riportano delle dichiarazioni in cui viene apertamente amesso il pregiudizio di Human Rights Watch contro Israele.
L’articolo di New Republic cita un membro del Consiglio di Human Rights Watch che ammette: “Penso che noi tendiamo ad andare là dove c’è azione e dove otteniamo una reazione. […] Noi cerchiamo le luci della ribalta, il che è parte della nostra attività. E così, Israele è un po’ come un frutto facile da cogliere”. L’articolo del Sunday Times cita un anonimo esperto di diritti umani che opera per un’organizzazione di Washington, il quale sostiene che un elemento preso in considerazione nel decidere su quale tema concentrarsi è “come verrà usato politicamente a Washignton”. Secondo questa persona, c’è anche la questione di chi Human Rights Watch consideri “il cattivo che è nel loro interesse mettere in rilievo”; e offre infine la sua valutazione: “Diciamo la verità, la cosa che li eccita davvero è Israele”. Entrambe queste citazioni dimostrano il ruolo enorme che gioca la pubblicità per Human Rights Watch: in altre parole, Human Rights Watch fa affidamento sui mass-media per amplificare il suo messaggio, e sa fin troppo bene che cosa si vende bene ai mass-media.
In questo contesto, è avvincente la lettura di uno studio recentemente pubblicato col titolo “A Media Eclipse: Israel-Palestine and the World's Forgotten Conflicts” (Eclissi dei mass-media: Israele-Palestina e i conflitti dimenticati del mondo). L’autore, Noah Bernstein, non può certo essere tacciato di mostrare alcun preconcetto a favore di Israele. Al contrario, è chiaro che è animato da una appassionata e idealistica preoccupazione per i diritti umani. Il suo ben documentato articolo parte da un crudo confronto fra la copertura mediatica di due conflitti concomitanti:
«In un arco di 48 ore a partire dalla vigilia di Natale del 2008, il Lord's Resistance Army (Esercito della Resistenza del Signore), fondamentalista cristiano, uccise, smembrò e bruciò almeno duecento civili congolesi. I soldati stuprarono donne e ragazzine, torsero la testa ai neonati e mozzarono labbra e orecchi a coloro che non avevano ucciso. Gli altri vennero fatti a pezzi a colpi di ascia e di machete. Bambini soldato aiutarono a rapire altri bambini destinati alla stessa sorte. Negli stessi giorni il governo israeliano e i rappresentati di Hamas si avviavano verso le fasi finali di colloqui senza successo per un cessate il fuoco. La guerra si profilava all’orizzonte, ma non era ancora iniziata. Un razzo di Hamas fuori traiettoria uccideva due sorelle di Gaza: non fosse stato per queste, in quelle 48 ore non si registrarono altre vittime di scambi a fuoco lungo il confine fra Israele e striscia di Gaza. Secondo l’AlertNet's World Press Tracker, i mass-media internazionali si occuparono quaranta volte di quei due giorni di stallo israelo-palestinese. Non ci fu invece neanche un servizio sul massacro del Lord's Resistance Army nella Repubblica Democratica del Congo. Nel corso delle tre settimane che seguirono, la campagna militare anti-Hamas di Israele nella striscia di Gaza lasciava sul terreno 926 palestinesi e 3 civili israeliani morti. I mass-media internazionali si occupavano di questi eventi 2.896 volte. Nelle stesse tre settimane, il Lord's Resistance Army di Joseph Kony uccideva altri 865 civili e rapiva 160 bambini. I mass-media si occupavano di questi fatti venti volte in totale».
Bernstein passa poi a esaminare come si possa spiegare una così vistosa sproporzione nella copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese, e respinge alcune delle “ragioni” che vengono spesso avanzate per sostenere che l’attenzione ossessiva su israeliani e palestinesi sarebbe giustificata. Nel corso della sua analisi, offre una ricchezza di dati che suggeriscono alcuni confronti scioccanti. E argomenta: le sofferenze dei palestinesi “non dovrebbero mettere in ombra le sofferenze degli altri 35 milioni di profughi all’estero e dei 24,5 milioni di sfollati interni in giro per il mondo. Sono oppressi milioni di profughi nell’Africa centrale che vivono nel costante terrore per gli attacchi di ribelli e del governo. Sono oppressi milioni di sfollati birmani con poca o nessuna libertà, compresa quella di lasciare il loro paese. Eppure le loro sofferenze ricevono rarissima attenzione dai mass-media internazionali”.
Nota Bernstein: «Dal 1980, i morti civili nel conflitto dello Sri Lanka sono stati cinquanta volte quelli del conflitto israelo-palestinese, il Kashmir ha visto un numero di civili uccisi cento volte più grande, e il conflitto nella Repubblica del Congo ha mietuto un numero di vite umane cinquemila volte più grande del conflitto israelo-palestinese. Ma il costo in vite umane non è l’unico indicatore di una oppressione. Vi sono altri indici che si possono usare per contestualizzare la sofferenza umana. Ad esempio, l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, che misura salute istruzione e standard di vita, classifica i territori palestinesi al di sopra di tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana, Sudafrica compreso.»
Bernstein conclude dicendo che, in ultima analisi, “non vi è giustificazione per la copertura mediatica preferenziale delle violazioni dei diritti umani nel conflitto israelo-palestinese”; e afferma un concetto importante quando dice che “la conseguenza immediata del pregiudizio su questo conflitto è un’ulteriore polarizzazione di un divario già fragile, e l’esportazione della sua politica incendiaria nel resto del mondo”.
Il punto debole più evidente dell’appassionata requisitoria di Bernstein contro l’ossessiva attenzione dei mass-media sul conflitto israelo-palestinese sta nel fatto che è poco realistico aspettarsi che i mass-media trascurino le considerazioni commerciali e si sentano obbligati a trattare in modo equo di tutte le violazioni di diritti umani. Allo stesso tempo, tuttavia, l’analisi di Bernstein mostra nel modo più netto quanto sia poco etico che organizzazioni come Human Rights Watch perseguano cinicamente “le luci della ribalta”, alimentando la frenesia dei mass-media che si appunta su conflitti che possono essere coperti senza troppi fastidi per i reporter e che si vendono sempre molto bene al pubblico, il quale appare interessato alle violazioni dei diritti umani soprattutto quando si può darne la colpa ad ebrei.
Vale la pena notare, in questo contesto, che l’articolo di New Republic riporta una citazione assai illuminante di Sarah Leah Whitson, che dirige la divisione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) dell’organizzazione. Viene riferito che una volta la Whitson, in uno scambio di e-mail a difesa dell’attivista anti-israeliano Norman Finkelstein, scrisse: “Continuo a provare enorme rispetto e ammirazione per lui perché, come probabilmente sapete, mettere gli abusi di Israele al centro del lavoro di tutta una vita è un compito ingrato, ma coraggioso, che finirebbe col lasciare profondamente amareggiato chiunque di noi”. Stando al website di Human Rights Watch, la divisione MENA comprende Algeria, Bahrain, Egitto, Iran, Iraq, Israele e Territori Occupati [compresa la striscia di Gaza], Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Marocco/Sahara occidentale, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Una cosa è certa: ad eccezione di Israele, la signora Whitson potrebbe riscontrare in tutta questa regione infiniti plausi e apprezzamenti per chiunque metta “gli abusi di Israele al centro del lavoro di tutta una vita”: un compito che è dunque arduo definire “ingrato”. Ed è arduo anche definirlo “coraggioso”, giacché consiste semplicemente nell’assecondare un sentimento che avvelena l’intera regione da molti decenni.

(Da: Jerusalem Post, blog “Warped Mirror”, 9.5.10)

giovedì 20 maggio 2010

Ultime dal fronte...

  • Sparato un razzo dalla Striscia di Gaza contro Israele: ha colpito la Eshkol Regional Council per la seconda volta in 10 giorni.
  • Palestinesi hanno lanciato sassi danneggiando diverse auto israeliane vicino Maccabim e Ofra. I militari stanno svolgendo ricerche nella zona.
  • Arrestato un palestinese trovato in possesso di un coltello lungo 16 cm all'incrocio di Beqa'ot.
  • Per la seconda volta in questa settimana,sono stati trovati ordigni esplosivi e un coltello addosso a un ragazzo palestinese nei pressi di Beqa'ot.

mercoledì 19 maggio 2010

Gaza: banca chiusa per terrorismo

di Dimitri Buffa

Arab Bank era uno dei pochi sportelli ancora aperti nella Striscia di Gaza. In questa filiale le Ong accreditavano gli stipendi per i loro operatori, da ora non sarà più così, a causa dei “prelievi”, o meglio delle rapine, di Hamas.
La scorsa settimana in uno dei pochi sportelli bancari che ancora rimangono aperti a Gaza si erano presentati alcuni uomini armati chiedendo di ritirare ben 400 mila dollari di quelli depositati nel fondo delle tasse pagate sui depositi bancari all’Anp dai cittadini residenti. Da quelle parti funziona così, e non si chiamano rapine ma “prelievi”. Magari un po’ forzosi. Per questo motivo, e per evitare di finire nel mirino delle autorità internazionali che da tempo si sono date dei “global standard” a proposito del denaro di dubbia provenienza e nelle rimesse che sono sospette di nascondere finanziamenti al terrorismo internazionale, da una settimana hanno chiuso nella Striscia i due principali sportelli della Arab Bank e presto chiuderà anche il terzo e ultimo.
La fonte della notizia è il settimanale economico israeliano “Calcalist”, che è il quotidiano economico pubblicato dal gruppo che possiede anche Yedioth Aronoth. La notizia è stata poi ripresa in Italia dal sito della ong secondoprotocollo.org che è una di quelle specializzate in Italia nella diffusione di notizie scomode e poco politically correct.
Notare che a Gaza e nella West Bank, dove per ora la banca continuerà a mantenere i propri sportelli, la Arab Bank ha una tradizione che data dal 1930, cioè dalla sua stessa fondazione quando i paesi che oggi si chiamano Israele, Libano, Siria e Territori Palestinesi, erano tutti contenuti nella provincia dell’impero ottomano che si chiamava Palestina e che era all’epoca gestita sotto il mandato britannico. Insomma una vera e propria istituzione fatta scappare a gambe levate dai terroristi di Hamas e dalle bande armate che dominano la Striscia dopo il ritiro israeliano e dopo la fuga dell’Anp in seguito a una sanguinosa guerra civile tra palestinesi che seguì il putsch degli uomini di Ismail Hanyiha del 2006.
Il colpo per Hamas sarà in prospettiva quasi micidiale. Arab Bank era infatti l’unico istituto di credito che nella Striscia di Gaza rispettava, sia pure solo formalmente, gli standard internazionali e per questo era l’unico canale usato per il trasferimento dei soldi dall’estero all’interno della Striscia. Per lo stesso motivo era anche l’unico canale usato dalle agenzie umanitarie per il trasferimento di fondi per gli stipendi alle persone che operano nella Striscia di Gaza.
Alla base della decisione presa dai vertici della grande banca araba ci sarebbe, come si accennava, proprio il timore di sanzioni per la gestione “allegra” dei trasferimenti di fondi dall’estero ad alcune agenzie umanitarie, denari che poi sarebbero finiti nelle mani del movimento terrorista. Ma non solo, Ynetnews, citando fonti all’interno della Striscia di Gaza, racconta che negli ultimi tempi Hamas avrebbe richiesto alla Arab Bank il pagamento di tutto il denaro raccolto con la tassazione sui movimenti bancari. Soldi che normalmente venivano trasferiti alla Autorità Nazionale Palestinese presso la sede della stessa banca di Ramallah. La scorsa settimana uomini armati di Hamas erano anche entrati nella filiale di Gaza della Arab Bank pretendendo la consegna di 400.000 dollari frutto, secondo loro, della tassazione dei movimenti bancari. Insomma se in Italia Fassino sognava una banca e la Lega tenta ancora oggi di far parte del salotto buono nel board di Intesa San Paolo, a casa loro quelli di Hamas nelle banche ci entrano direttamente con il kalashnikov.
Probabilmente quell’episodio è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che sommata ai diversi rapporti internazionali dell’Fmi, che indicavano la Arab Bank come il terminale di tutta una serie di spericolate operazioni finanziarie a favore di Hamas e mascherate dietro al paravento degli “aiuti umanitari”, deve avere convinto il management centrale di una delle più importanti banche arabe del mondo a farla finita con Gaza e Hamas.
Nella Striscia di Gaza restano ora solo due banche locali, la Bank of Palestine e la Islamic Bank, che però non garantiscono alcuno degli standard internazionali richiesti per poter ricevere bonifici dall’estero. Le banche estere infatti non possono inviare denaro a questi due istituti in quanto gli stessi sono privi di qualsiasi sorveglianza sulla effettiva destinazione dei soldi.
La chiusura delle filiali della Arab Bank pone di fatto fine ad anni di operazioni finanziarie semi delinquenziali, spesso nascoste da finanziamenti ad alcune organizzazioni umanitarie che poi giravano il denaro direttamente nelle mani di Hamas con il paravento di voler sostenere programmi di emergenza e di sussistenza alla popolazione. C’è ora da valutare quale sarà la reazione nel breve periodo dei terroristi che governano Gaza e che tengono in ostaggio il povero caporale Gilad Shalit ormai da quasi quattro anni.
(Fonte: L’Opinione, 12 maggio 2010)

martedì 18 maggio 2010

Elvis "core de latta" Costello annulla i suoi concerti in Israele

Il cantante inglese Elvis Costello ha annullato le date dei suoi concerti in Israele.
Avrebbe dovuto cantare nell'anfiteatro di Cesarea il 30 giugno e il 1 luglio, ma a causa di forti pressioni politiche (leggi lobby e movimenti filo palestinesi) ha deciso di arrendersi e annullare tutto. E pensare che i biglietti della prima data erano già esauriti da un pezzo e anche la seconda si avviava al sold out!
Un altro "artista" che si è fatto spaventare dalle minacce arabe dopo Carlos Santana e Gil Scott-Heron...
Che differenza rispetto a Madonna e ai Depeche Mode che invece non si sono lasciati intimorire e hanno cantato a Tel Aviv per la gioia dei loro fans israeliani in delirio!
Elvis Costello non ha avuto le palle di esibirsi "contro" i diktat di chi non perde occasione di boicottare Israele.

Costello..... Israele continuerà a vivere anche senza l'esibizione di un omuncolo come te!
Spero solo che tua moglie, Diana Krall abbia più fegato di te e che non rinunci alle sue date in Israele!
Torna nel tuo dorato Regno Islamico Unito, lì sei sicuramente più a tuo agio.

...per la cronaca...

Tra il 9 e il 14 maggio 2010 (quindi ieri l'altro praticamente!) Israele ha consentito l'accesso a Gaza a 637 tir con 14.069 tonnelate di aiuti di vario genere tra cui:
  • 810.209 litri di carburante per le centrali elettriche
  • 897 tonnellate di gas da cucina
  • 21 tir con latte in polvere e cibo per bambini
  • 66 tir di frutta e vegetali
  • 51 tir di frumento
  • 27 tir di carne, pollo e pesce
  • 40 tir di prodotti vari
  • 117 tir di cibo per animali
  • 36 tir di prodotti per l'igiene
  • 38 tir di scarpe e vestiti
  • 22 tir di zucchero
  • 4 tir di medicinali

 Oltre a questo, 781 malati con familiari al seguito hanno potuto entrare in Israele per essere curati negli ospedali.

QUALE ALTRO PAESE AL MONDO FA QUALCOSA DI ANCHE SOLO LONTANAMENTE PARAGONABILE A QUESTO PER COLORO CHE HANNO GIURATO DI DISTRUGGERTI???

La fame a Gaza...

Ci dicono che a Gaza fanno la fame i poveri palestinesi, che vivono in una "prigione a cielo aperto" che non hanno vestiti o scarpe. Che non hanno cibo e giochi per i loro bambini...
Eppure nessuno ha mai visto foto di bambini denutriti!
Nessuno ha mai visto foto di adulti denutriti!
Come mai?
Sarà mica perchè i loro mercati rigurgitano di cibo?
Sarà mica perchè in aggiunta Israele provvede a fornire derrate alimentari, gasolio, vestiti e quant'altro possa loro servire?

                                 

                                   

                                    

                                

                                

                                

                               

Come mai è possibile trovare ovunque foto di persone che purtroppo muoiono di fame e di sete in Africa, in Asia, in America Latina,

                               
ma nessuno è mai riuscito a vedere foto degli effetti di una supposta "denutrizione" a Gaza?
Chi ha mai visto adulti  e bambini trascinarsi per le strade di Gaza senza vestiti e ridotti a pelle e ossa per la carenza cronica di cibo?
Il problema della fame nel mondo è una cosa drammatica, con il quale non si può e non si deve scherzare, e per fortuna non è un problema di Gaza e dei suoi abitanti.
                              

 
 

In ricordo di Eli Cohen

Quarantacinque anni fa, in una piazza di Damasco, veniva impiccato, dopo indicibili e selvagge torture e dopo un sommario processo-farsa, l'agente segreto israeliano Eli Cohen, che aveva fornito un vitale contributo a Israele nel prevenire le minacce siriane che portò alla vittoriosa guerra del '67.
Tutti i tentativi fatti da Israele per ottenere una commutazione della pena furono vani: i siriani respinsero gli appelli provenienti da differenti paesi per  concedere la grazia, anche quello del papa rimase inascoltato.
Dieci giorni dopo il processo, i cittadini di Damasco si riversarono nelle strade per assistere alla sua impiccagione. Cohen, che era nato in Egitto, venne reclutato dal Mossad e per tre anni operò in Siria sotto lo pseudonimo di Kamel Amin Tabat. Divenne amico di diversi ufficiali siriani e riusciì a far pervenire informazioni vitali (ottenute con un geniale stratagemma) sulla dislocazione delle postazioni siriane sul Golan.
Aveva preso un appartmanento nel cuore di Damasco nei pressi del Comando Generale dell'esercito ed era riuscito a penetrare nel cuore del govenro siriano.
Venne catturato perchè riconosciuto da un cittadino della capitale siriana che lo aveva conosciuto come ebreo nato al Cairo.
La Siria a tutt'oggi rifiuta di consegnare i resti di Eli Cohen affinchè possano essere seppelliti in Israele, dimostrando il consueto disprezzo arabo nei confronti degli ebrei.

Onore a Eli Cohen, EROE di Israele!

giovedì 13 maggio 2010

Quella muraglia trasparente che protegge Israele (e la pace mondiale)

di Ari Shavit

Secondo i resoconti della stampa estera, il reattore nucleare israeliano di Dimona non avrebbe soltanto scopi civili. Stando ad essi, lì impianto venne costruito agli inizi degli anni ’60 affinché, per la fine di quel decennio, Israele potesse disporre della sua prima bomba atomica: dunque Israele sarebbe di fatto una potenza nucleare, anzi l’unica potenza nucleare al mondo che insiste a comportarsi come se non lo fosse.

Nei termini superficiali della vacua correttezza politica, Dimona è un oltraggio. Dimona non soddisfa le universali richieste di eguaglianza: perché mai a Israele dovrebbe essere permesso ciò che ad altri stati viene proibito? Dimona non è conforme alla domanda di trasparenza oggi di moda: perché mai dovrebbe essere protetta da uno scudo di opacità? Dimona non si adegua ai precetti di chiarezza comunemente accettati: perché mai la comunità internazionale ha accettato che possa mantenersi entro una nuvola di ambiguità?

La risposta a queste domande è questa: perché la comunità internazionale, nella seconda metà del XX secolo, era morale. Non moralista, ma morale. Essa ricordava bene che in Europa, per più di un millennio, il popolo ebraico era stato perseguitato come l’Altro per eccellenza, e che negli anni fra il 1940 e il 1945 un terzo del popolo ebraico era stato sterminato, e che persino Roosevelt e Churchill non avevano mosso un dito per salvare quel milione di ebrei che nel 1944 poteva ancora essere soccorso. Ed era quindi consapevole, la comunità internazionale, d’aver contratto l’obbligo morale di garantire l’esistenza del popolo ebraico (o almeno di permettere che se la garantisse da sé), riconoscendo che il popolo ebraico aveva maturato un diritto esclusivo ad una forma di discriminazione alla rovescia.

Giacché aveva gli occhi aperti, la comunità internazionale vedeva bene che lo stato ebraico era circondato da un mare di odio incontenibile, e che se non fosse stato protetto da un sorta di muraglia trasparente contro la volontà di fagocitarlo, l’esito sarebbe stato un sicuro bagno di sangue (di fatto, un secondo sterminio). Capiva inoltre, la comunità internazionale, che, proprio perché il reattore nel Negev non aveva solo scopi civili, esso avrebbe garantito la pace. È Dimona che ha stabilizzato il Medio Oriente.

La comunità internazionale aveva ragione. Gli ultimi quarant’anni sono stati relativamente tranquilli in Medio Oriente. Dimona non ha impedito la guerra di Yom Kippur, né le guerre in Libano, né le intifade; e non ha posto fine all’occupazione. Ma da quando Dimona ha fatto la sua comparsa sulla scena mondiale, qui non c’è più stata una guerra totale ed anzi sono stati firmati alcuni accordi di pace. Grazie a Dimona non c’è stata una catastrofe. Innumerevoli arabi ed ebrei devono la loro vita a Dimona. E lo stesso vale per gli interessi vitali dell’occidente e degli arabi moderati.

Anche Israele aveva ragione. Nello stesso periodo in cui adottava verso i palestinesi politiche che possono essere considerate insensate, la sua politica riguardo a Dimona è stata estremamente responsabile. A differenza degli Stati Uniti, Israele non ha mai usato armi nucleari. A differenza di Francia e Gran Bretagna, non ha mai imperniato la sua politica di difesa sulle armi nucleari che si riteneva possedesse. A differenza di Cina, India e Pakistan, non ha mai esibito le sue capacità sfoggiando test nucleari. Israele non si è vantato, non ha ostentato, non ha fatto alcun uso improprio della capacità nucleare che gli veniva attribuita. Persino in circostanze estremamente difficili, su questo piano ha sempre agito con considerazione e sangue freddo. Non ha mai sguainato la spada che quei resoconti giornalistici descrivono come potentissima e terribile.

La comunità internazionale del XXI secolo è diversa. Non ha saputo bloccare i programmi nucleari di Mahmoud Ahmadinejad né conseguire in Iran ciò che ha conseguito in Iraq, Libia e Siria. Per questo motivo le appare ora assai conveniente stabilire un collegamento fra l’armamento nucleare invasato e gravido di disastri che si profila all’orizzonte, e l’ambiguità misurata e controllata di Israele, che si è sempre dimostrato responsabile. È un tentativo al contempo stupido e vergognoso. A tre diversi livelli, esso mette in pericolo il futuro degli ebrei, la stabilità del Medio Oriente e la pace mondiale.

La nuova comunità internazionale tende a preferire il moralismo rispetto alla morale, e la presunta correttezza politica rispetto alla giusta responsabilità storica. Ma se cercherà di imporre i precetti alla moda al reattore di Dimona, finirà col procurare a se stessa un disastro incalcolabile. La storia non perdonerà chi riuscirà a far saltare l’ordine basato su Dimona, né chi cercherà di infrangere la muraglia trasparente che protegge lo stato ebraico da tutti coloro che cederebbero volentieri alla tentazione di spazzarlo dalla faccia della terra.
 
(Da: Ha’aretz, 13.5.10)

Addio.

Addio a chi mi ha insultato, addio a chi ha preteso di entrare con la violenza in questo blog, addio a chi mi ha accusato di non dare libertà di parola.
Io avevo offerto un canale di dialogo senza alcuna censura ma troppi individui non hanno saputo accogliere questa opportunità e riconoscerle il giusto valore. Ora mi comunicano che "migreranno" verso altri siti più "accoglienti" perchè dichiaratamente antismiti e antiisraeliani. Se questo è dialogo per loro...
E io che pensavo che dialogo fosse confrontarsi con chi la pensa diversamente senza prevaricare o insultare.
Non sentirò la vostra mancanza..


I nazisti infangano ancora la Shoà!

Nella zona di Bravetta a Roma sul muro di recinzione del grande centro delle poste e telecomunicazioni di via degli Arcelli è apparsa una ignobile scritta ‘Anna non l’ha fatta Frank’ con accanto una svastica.
Ancora una volta i nazisti si premurano di farci sapere che vivono in mezzo a noi.
I consiglieri del XVI municipio di Roma, dove la scritta è stata perpetrata, hanno detto che saranno in prima fila insieme ai cittadini nel rimuovere l'ultima vergogna. 

Questi "individui" non hanno rispetto per nessuno, dissacrano, offendono e negano. Ma d'altronde il loro retroterra culturale è il vuoto pneumatico, di più non si può chiedere loro.


 

lunedì 10 maggio 2010

Arrestati due arabi israeliani, sono sospettati di spionaggio per Hezobollah

Lo Shin Bet (il servizio di spionaggio interno), dopo lunghi accertamenti ha arrestato due cittadini arabi israeliani sospettati di aver spiato per conto di Hezbollah. I due, membri del Balad sono Ameer Makhoul, 42 anni, capo dell'Ittijah (Union of Arab Community-Based Associations)  di Haifa, e Omar Said Abdo, 40 anni di Kfar Kana.
Le indagini proseguono per delieare meglio la situazione.
Al contrario di quanto accade a Gilad Shalit, i due sospetti spioni possono vederte il loro avvocato.
A Gilad non viene neanche permesso di scrivere ai propri genitori.

Israele entra nell’OCSE!

Israele ha ottenuto luce verde per il suo ingresso nell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico; nell’acronimo inglese: OECD) in un incontro dei 31 paesi membri tenuto lunedì a Parigi. Nel corso della riunione, i rappresentanti dei paesi OCSE hanno ricevuto dati dettagliati ed aggiornamenti sullo stato delle candidature, e hanno votato all’unanimità a favore dell’adesione di Israele come trentaduesimo stato membro. L’ingresso ufficiale di Israele avrà luogo in occasione della riunione annuale a livello ministeriale del Consiglio dei paesi OCSE, che si terrà il 26-28 maggio prossimi a Parigi. Con Israele, verranno accolte anche Estonia e Slovenia.
Parlando a radio Galei Tzahal, il ministro israeliano delle finanze Yuval Steninitz ha salutato la decisione dell’OCSE come “estremamente importante”, spiegando che essa riveste un grande valore sia sul piano economico, sia su quello politico.
Gruppi di pressione filo-palestinesi avevano progettato di inscenare proteste davanti alla sede OCSE di Parigi. Secondo il ministro israeliano per industria, lavoro e commercio Binyamin Ben-Eliezer, lo stesso primo ministro dell’Autorità Palestinese, il “moderato” Salam Fayyad, ha cercato di bloccare l’ingresso di Israele nell’OCSE. La settimana scorsa l’Autorità Palestinese ha inviato una lettera a tutti gli stati membri dell’Organizzazione con la quale chiedeva di sospendere l’ingresso di Israele. Stando il testo della lettera pubblicato sul sito web del ministero degli esteri dell’Autorità Palestinese, in essa si sosteneva che accogliere Israele significherebbe “accettare l’occupazione dei territori palestinesi”. La rappresentanza Olp a Parigi aveva fatto anche circolare un opuscolo dedicato a come formare nei vari paesi delle ‘lobby’ che agissero contro la candidatura di Israele, accusandolo tra l’altro di “crimini di guerra, genocidio e sfruttamento”.
Il ministro Ben-Eliezer ha biasimato i tentativi di Fayyad di sbarrare la strada a Israele sottolineando come la lettera ufficiale dell’Autorità Palestinese venisse diffusa proprio nel momento in cui “Israele è pronto ad avviare colloqui (per ora solo indiretti, come richiesto dai palestinese) per arrivare all’accordo e alla pacificazione fra le due nazioni”.
Nel quadro del processo di adesione all’OCSE, Israele ha dovuto adottare una serie di misure per soddisfare le norme e gli standard osservati dai trentun stati membri in materia di mercati finanziari, legislazione anticorruzione, tecnologia/innovazione e investimenti. Nella fase finale, durante i mesi scorsi, l’Organizzazione ha raggiunto accordi con Israele sulle modalità per trattare tre questioni critiche: le politiche anticorruzione con particolare riferimento all’industria della difesa, l’adesione alla legislazione sulla proprietà intellettuale che è comune ai paesi membri dell’OCSE e l’esclusione dalle statistiche dei dati relativi a territori che non sono considerati parte di Israele.
L’adesione all’OCSE, che conta fra i suoi membri i maggiori attori dell’economia globale, aumenterà la possibilità d’Israele di intrattenere un dialogo permanente con i rappresentanti di quelle economie, esigerà un profondo aggiornamento della pubblica amministrazione israeliana, migliorerà il management aziendale nel paese e ridurrà il tasso di rischio d’Israele, favorendo gli investimenti stranieri.

(Da: Jerusalem Post, 10.5.10)

Elenco aggiornato dei 34 paesi membri dell’OCSE:

Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Corea del Sud, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria.

 GRANDE VITORIA DI ISRAELE!

domenica 9 maggio 2010

Razzo colpisce il sud di Israele

Chi è che non vuole i colloqui di pace?
Oggi pomeriggio i terroristi criminali palestinesi, hanno bombardato il sud di Israele con un razzo.
L'ordigno, lanciato dal nord della striscia di Gaza è esplosi in territorio israeliano a sud di Ashkelon senza fortunatamente provocare feriti o danni. L'ultimo bombardamento risale a circa un mese fa.
I cittadini israeliani, che convivono con il terrore da oltre 10 anni, cercano comunque di portare avanti al meglio la loro vita, non si lasciano condizionare dall'odio e dalla violenza.

CON ISRAELE!
SEMPRE!

Firmiamo tutti l'appello a favore di Israele

Con Israele, con la Ragione

L'On. Fiamma Nirenstein ha promosso un appello a favore di Israele e in risposta al documento promosso da 3000 personalità ebraiche europee, riunite sotto la sigla JCall, in cui si definisce l’occupazione israeliana dei territori palestinesi “moralmente e politicamente sbagliata”, accusando il governo Netanyahu di delegittimare con le sue scelte lo stato ebraico a livello internazionale. Le critiche mosse nel documento, intitolato “Un appello alla ragionevolezza”, non sono il frutto delle paranoie di un pericoloso nemico di Israele. Il gruppo è guidato da David Chemla, un ebreo che oggi vive in Francia dopo aver trascorso dieci anni in Israele e aver combattuto nell’esercito di Davide, e può contare sull’appoggio di intellettuali francesi – come Bernard Henry Levi – che in passato hanno difeso lo stato ebraico, durante l’Operazione Piombo Fuso o dopo il Rapporto Goldstone che accusava Tel Aviv di crimini di guerra e contro l’umanità. JCall s’ispira all’americano “JStreet”, un gruppo della sinistra ebraica americana che si dichiara alternativo al più conservatore AIPAC.

Noi siamo con Israele, perchè riteniamo che le ragioni di Israele siano fin troppo giuste: Israele ha ceduto territori e ha messo sul tavolo delle trattative diverse opzioni che sono sempre state respinte da parte palestinese.
Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile di Israele e lo sarà per sempre.

VIVA ISRAELE!

venerdì 7 maggio 2010

Il 2 maggio 2004: il massacro di una madre e delle sue figlie

Tali Hatuel era una giovane assistente sociale. Lei e le sue quattro bambine, Hila di 11 anni, Hadar di 9, Roni di 7 e Merav di 2 furono uccise vicino all’insediamento di Gush Katif, a Gaza. Era il 2 maggio 2004. Un commando palestinese ha aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Tali, che aspettava un altro bambino, è morta sul colpo. Le bambine sono state freddate con calma, una dopo l’altra, da distanza ravvicinata.
Un quotidiano canadese, il Calgary Herald, scrisse in quei giorni: “perché il mondo resta in silenzio di fronte all’uccisione di una donna incinta di otto mesi e delle sue quattro bambine?”
E’ una domanda che ancora attende una risposta. Tali, Hila, Hadar, Roni, Merav e il loro fratellino che non ha mai visto la luce di un giorno sono l’evidenza che in Israele si muore perché si è ebrei, semplicemente. Ed è una realtà incomprensibile e inaccettabile per chi, dalle nostre parti, è abituato a cantare le gesta dei carnefici piuttosto che a versare una lacrima per le loro vittime innocenti.

Per David Hatuel e il suo silenzioso coraggio.

Miserabili cantastorie

Il regista Giacomo Battiato sta girando un film su Abu Nidal, per rendere omaggio “ai diritti calpestati dei palestinesi”. Che miserabili falliti questi nostri cantastorie. Il defunto Abu Nidal sulla coscienza ha la morte di centinaia di persone massacrate nel corso di una novantina di attentati terroristici, di cui tre sanguinosissimi in Italia. Ha fatto strage di passeggeri davanti ai banchi d’imbarco della compagnia israeliana El Al, all’aeroporto di Fiumicino. Alla Sinagoga di Roma ha ucciso un bimbo di due anni, Stefano Taché, e lanciato bombe a mano tra i tavolini del Cafè de Paris di via Veneto. Nato a Jaffa e cresciuto nella Striscia di Gaza, Abu Nidal ha sulla coscienza migliaia di morti e i suoi delitti contro obiettivi ebraici sono rimasti impuniti.

Cosa vuole raccontare il signor Battiato di questo assassino di massa? Anni fa, il noto Roberto Vecchioni dedicò una canzone, “Marika”, a una kamikaze palestinese che ad Haifa sterminò un bel po’ di famiglie israeliane. La sua canzone dice “Canta Marika canta, come sei bella nell’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio al seno. Canta Marika canta, nel buio della storia, lucciola che si accende sul far della sera, canta Marika la nostra memoria”.

Marika non è solo una canzone. Marika ha visitato i treni di Madrid, le torri di Manhattan, gli autobus di Gerusalemme, la discoteca di Bali, una scuola in Ossezia. Entrando in quel ristorante di Haifa, Marika si è premurata di spingere al centro del locale una carrozzina con un neonato prima di farsi esplodere. Perché non cantano questo?

di Giulio Meotti


(30 aprile 2010 – ore 12:20)

mercoledì 5 maggio 2010

I cittadini arabi d’Israele meritano una leadership migliore

di Salman Masalha

La visita in Libia, settimana scorsa, di una delegazione di esponenti arabo-israeliani indica uno smarrimento di direzione sia politica che morale. Il gruppo, che comprendeva rappresentanti di tutti i partiti politici, i settori e le comunità arabe, ha rivelato la profondità della confusione politica che vige fra coloro che sostengono di rappresentare i cittadini arabi d’Israele. La visita non ha in alcun modo contribuito al rispetto né per i membri della delegazione né per i loro elettorato.

Sono personalità che si disprezzano a vicenda non meno di quanto non disprezzino Avigdor Lieberman e i pari suoi nei partiti sionisti, in alcuni casi anche di più. Ma, meraviglia delle meraviglie, tutt’a un tratto si sono riuniti tutti quanti per volare via a godersi l’ospitalità niente meno che di Muammar Gheddafi, l’uomo che più di ogni altro incarna il côté impresentabile dei regini arabi, l’autocrazia tribale.

Questo individuo capriccioso e imprevedibile può affermare senza battere ciglio una cosa e il suo contrario nella stessa frase, senza che nessuno osi chiedergli spiegazioni per paura che la domanda diventi anche la sua ultima domanda.

Dopo il banchetto offerto dal loro anfitrione, è arrivato il momento dei discorsi untuosi, completi della panoplia di tutti gli slogan più frusti e di tutti i superlativi più esagerati che i despota di più basso rango si aspettano di sentire su se stessi. Ha superato se stesso il parlamentare Talab al-Sana, che ha chiesto al tiranno se la Libia avrebbe aperto le porte delle sue università agli studenti arabi da Israele (che già accedono, naturalmente, alle università israeliane). Supplica che ha trovato immediata soddisfazione. Anziché preoccuparsi per le scuole e per l’istruzione nel suo paese – Israele – Talab al-Sana vuole mandare gli studenti in Libia. Esattamente dove stia meditando di mandarli e a imparare cosa, il magniloquente e gagliardo parlamentare arabo-israeliano non l’ha detto. Forse all’eminente istituto libico del nano-uncinetto o all’insigne accademica libica per la scienza del barbecue?

Dopo il rito delle adulazioni, il grande leader, Sua Maestà il Re dei Re e il Capo dei Capi (così Gheddafi si è definito di recente), dicono abbia fatto sedere i suoi ospiti e per due ore tonde tonde abbia propinato loro un’ampia epitome delle sue puerili teorie. Fra l’altro, li ha esortati a prendersi due, tre o quattro mogli ciascuno e a fare figli in quantità. Nessuno dei presenti ha ritenuto di avere una sola parola da obiettare.

Ora, va detto forte e chiaro: questo genere di trasferte da parte di rappresentanti arabi israeliani per andare a baciare la pantofola a questo o quel satrapo arabo, non solo costituisce un insulto all’intelligenza, ma danneggia anche le giuste lotte della minoranza araba di questo paese. Col solo fatto di recarsi in quei luoghi e di farvi le dichiarazioni che fanno, non fanno che approfondire il rigetto verso gli arabi dell’opinione corrente israeliana, quel rigetto contro il quale essi giustamente si battono da anni. Col fatto di non saper resistere alla tentazione di accettare questi inviti da parte di dittatori arabi, quali che siano, queste personalità arabo-israeliane accettano di farsi strumento nelle mani di quei dittatori.

Sorprendentemente fra i partecipanti alla scampagnata c’erano rappresentanti di partiti politici come Balad, che sventola il vessillo dello stato “di tutti i cittadini” (in contrapposizione a “stato ebraico”) e Hadash, che un giorno sì e un giorno no sbandiera il suo essere un partito “arabo-ebraico”. All'improvviso tutti questi parlamentari si sono scordati d’aver prestato alla Knesset un giuramento di lealtà allo stato d’Israele, e si sono dimenticati di chi e di che cosa dovrebbero essere i rappresentanti. Hanno scordato che “tutti i cittadini” significa anche i cittadini ebrei. Hanno scordato che un partito “arabo-ebraico” comprende anche gli ebrei. Hanno scordato tutti i loro slogan purissimi e correttissimi e sono volati a rifugiarsi nella tenda dell’ignoto.

Delegazioni come questa rivelano il grado di immaturità civile, politica e nazionale della leadership araba di questo paese. Esse mettono in evidenza il cronico abbandono emotivo, sociale e politico patito dai cittadini arabi e dalla loro dirigenza. Questo viaggio in Libia ha portato alla luce la miseria intellettuale delle persone che pretendono di rappresentare e di guidare la società araba israeliana. I cittadini arabi d’Israele meritano una leadership migliore, una leadership più seria e matura.

(Da: Ha’aretz, 29.4.10)

Aprile: diminuito il numero degli attachi terroristici

L'ISA ha comunicato i dati del mesi di aprile sugli attacchi terroristici: si è passati dai 125 del mese di marzo ai 53 del mese scorso.
Il dato più confortante è quello dell'area di Gerusalemme (dove si è passati da 27 attacchi a soli 6) e della Giudea e Samaria (da 62 a 25). Da Gaza invece si sono registrati 25 attacchi (contro i 36 precedenti).
Diminuisce anche il numero delle vittime israeliane: a marzo morirono tre persone e ne vennero ferite quattro, in aprile si è registrato solo un ferito.

domenica 2 maggio 2010

Il nano pazzo a NYC

E' partito per NYC il nano pazzo di Teheran, vorrebbe parlare alla Conferenza sul Trattato per la Non Proliferazione Nucleare. Lui, proprio lui, che sta preparandosi a costruire la bomba atomica per distruggere Israele, vuole parlare in un simile contesto!
E' proprio vero, non c'è limite alla faccia tosta.
Non troverà una calorosa accoglienza però: come la volta precedente, quando faticò non poco a trovare una struttura che lo ospitasse, anche in questa occasione avrà contro varie organizzazioni come United Against Nuclear Iran, i Cristiani Evangelici, nonchè diversi senatori repubblicani.

Ricordate in Italia le radici legali d’Israele

In occasione del 90esimo anniversario della Conferenza di Sanremo, durante la quale le potenze alleate della prima guerra mondiale incorporarono nel diritto internazionale la Dichiarazione Balfour del 1917 che si impegnava a riconoscere agli ebrei una “sede nazionale” in Palestina/Terra d’Israele, si sono tenuti diversi eventi nella rinomata località ligure durante lo scorso fine settimana.
Tutti gli eventi sono stati organizzati dall’European Coalition for Israel insieme al Canadian Supporters for Israel’s Rights, che ha redatto la nota introduttiva ai lavori del convegno. “Siamo convinti – vi si legge – che l’opera della diplomazia non possa essere disgiunta dai fondamenti del diritto internazionale. Eppure nessuno dei recenti piani di pace finora presentati fa menzione del diritto legale di Israele sancito dalla legge internazionale. Questo seminario intende offrire uno sguardo ravvicinato alla realtà storica e giuridica in Medio Oriente, basata sugli atti della Conferenza di pace di Sanremo dell’aprile 1920”.
Sotto gli auspici del sindaco di Sanremo Maurizio Zoccarato, si è tenuto sabato scorso una tavola rotonda dedicata al “significato giuridico della Risoluzione di Sanremo per ciò che concerne lo status di Israele e Gerusalemme nel quadro del diritto internazionale”, alla quale hanno partecipato, fra gli altri, il vice presidente della Knesset Danny Danon (Likud), la parlamentare italiana Fiamma Nirenstein e l’esperto in diritto internazionale Jacques Gauthier, di Toronto.
Parlando al Jerusalem Post da Sanremo, Danny Danon ha detto che è sua intenzione cercare di suscitare maggiore consapevolezza circa i dettagli della Risoluzione di Sanremo che, spiega Danon, “è quella che ha incardinato nel diritto internazionale ciò che persino molti israeliani credono sia solo il loro punto di vista. Da Sanremo – continua Danon – il popolo ebraico ha titolo ha precisi diritti giuridici internazionali riguardo a Terra d’Israele e Gerusalemme. Ed è ora che incominciamo a parlare di questi diritti. Oggi in Israele vi sono persone fermamente convinte dei “diritti biblici” del popolo ebraico sulla Terra d’Israele. Personalmente mi considero uno di quei credenti, membri del pubblico laico che non è necessariamente legato a tali diritti biblici, ma è importante che tutti abbiano anche l’opportunità di conoscere quali sono i diritti cui abbiamo pieno titolo in base alla legge internazionale”.
Danon aggiunge che conta di promuovere anche in Israele delle iniziative educative su questo tema, e che intende presentare dei progetti in questo senso appena rientrato in patria. “Purtroppo vi sono molti fra gli stessi israeliani che si sono fatti convincere che noi ebrei ci saremmo impadronito e avremmo invaso un luogo sul quale, in realtà, abbiamo pieno diritto giuridico” dice, e conclude: “Bisogna far parlare i fatti. Quando si esamina tutta la storia, si inizia ad afferrare una realtà che è completamente diversa da quella che viene dipinta dai mass-media, per non dire di quella diffusa dalla propaganda palestinese”.
Danon ha anche preso parte a una cerimonia in ricordo del 90esimo anniversario dell’atto della firma della Risoluzione di Sanremo da parte delle quattro potenze alleate nella prima guerra mondiale – Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone – che si è svolta domenica nel luogo dove la storica firma ebbe luogo.
La Conferenza di Sanremo fu un importante incontro post-bellico che si tenne nella località italiana tra il 19 e il 26 aprile 1920 e che vide la partecipazione delle principali potenze alleate vincitrici della prima guerra mondiale: Gran Bretagna (David Lloyd George), Francia (Alexandre Millerand), Italia (Francesco Nitti) e l’ambasciatore del Giappone K. Matsui. La Risoluzione della Conferenza confermò l’impegno contenuto nella Dichiarazione Balfour del 1917 riguardo alla creazione di una “sede nazionale per il popolo ebraico” in Palestina/Terra d’Israele. La conferenza costituiva la continuazione di un precedente incontro fra gli alleati che si era tenuto a Londra nel febbraio 1920 durante il quale era stato deciso, fra l’altro, di porre l’ex Palestina turco-ottomana sotto un governo mandatario britannico. La rappresentanza britannica a Sanremo era guidata dal primo ministro David Lloyd George e da Lord Curzon, che nel 1919 aveva preso il posto di Lord Balfour come ministro degli esteri. Alla conferenza di Sanremo intervennero anche i rappresentanti sionisti Chaim Weizmann, Nahum Sokolow ed Herbert Samuel che presentarono un memorandum alla delegazione britannica sull’assetto finale della regione del Mediterraneo orientale. Lo stesso Lord Balfour venne convocato per consultazioni. L’articolo della Risoluzione relativo alla Palestina venne dibattuto il 24 aprile e il giorno successivo venne infine deciso di incorporare la Dichiarazione Balfour nel mandato britannico sulla Palestina. In questo modo la Gran Bretagna venne resa responsabile di “porre in essere la dichiarazione resa l’8 novembre 1917 ad opera del governo britannico e adottata dalle altre Potenze Alleate, a favore della costituzione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico, essendo chiaramente inteso che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei in altre nazioni”. La Risoluzione venne accolta con gradi festeggiamenti in tutto il mondo ebraico.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 26.4.10)