Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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sabato 31 luglio 2010

Notizie da nazieurabia

In Austria, nella giornata di ieri, sono stati identificati coloro che hanno devastato il monumento dedicato alle vittime ebree dei nazisti a Villach: si tratta di ragazzi tra i 17 e i 19 anni che appartengono a un gruppo neonazista. La polizia ha rinvenuto nelle loro abitazioni volantini con deliranti frazi neo naziste,svastiche e simboli delle SS.
Il monumento, sul quale sono scritti i nomi delle persone assasssinate durante il nazismo che vivevano in quella zona, è stato ripetutamente danneggiato sin dalla sua inaugurazione nel 1999.

La risposta israeliana al bombardamento dei palestinesi

Durante la notte, le Forze Aeree Israeliane hanno colpito le strutture dei terroristi di hammazz a Gaza:
nel nord della striscia è stata colpito un luogo adibito a attività terroristica, nel centro è stata distrutta una fabbrica di armi e nel sud invece un tunnel utilizzato per il contrabbando delle armi.
Nell'azione aerea è morto un responsabile del gruppo terroristico di hamas, il quarantenne Issa al-Batran, che era già sfuggito a cinque tentativi di  eliminazione da parte israeliana.
L'attacco della notte scorsa è giunto in risposta al criminale e omicida bombardamento con un missile Grad sparato contro la città di Ashkelon il 30 luglio che ha provocato diversi danni alle infrastrutture. Ashkelon è una città di circa 125.000 abitanti, che si trova a 10 km da Gaza e già in passato ha sofferto per il lancio di razzi da parte dei palestinesi.
Oltre 100 razzi e colpi di mortaio sono stati sparati contro il territorio israeliano dall'inizio del 2010 e oltre 400 razzi sono stati sparati dai palestinesi di Gaza contro Israele dalla fine dell'Operazione Cast Lead.
Le Forze di Difesa Israeliane continueranno come sempre a proteggere i cittadini israeliani e continueranno a contrastare il terrorismo. Le IDF ritengono hamas l'unico responsabile per il terrore proveniente dalla Striscia di Gaza.

venerdì 30 luglio 2010

“Solo la jihad può liberare il paese dalla sozzura ebraica”

Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dal sermone del venerdì mandato in onda il 16 luglio scorso dalla tv di Hamas “Al-Aqsa”.
È degno di nota il fatto che l’emittente di Hamas continua a trasmettere sul satellite Atlantic Bird 4A di Eutelsat. Il mese scorso, la tv Al-Aqsa era stata bandita dalla CSA (Conseil supérieur de l’audiovisuel), l’authority francese incaricata di garantire la libertà e la qualità della comunicazione audiovisiva, la quale aveva ha dato disposizione a Eutelsat di rimuovere il segnale della tv di Hamas dal satellite. Dopodiché la tv Al-Aqsa si è spostata su un’altra frequenza, anch’essa su Atlantic Bird 4A, e continua a usare la vecchia frequenza, da cui è stata rimossa, per trasmettere il canale Seraj Al-Aqsa, che manda in onda la stessa programmazione della tv bandita.
Predicatore: «Cari beneamati, la moschea di Al-Aqsa [a Gerusalemme] è sottoposta a una feroce campagna di giudaizzazione e di contaminazione per mano delle più sporche creature che siano state plasmate da Allah: gli ebrei. […] Oggi vediamo i fratelli delle scimmie e dei maiali che distruggono le case con gli abitanti ancora all’interno, che sradicano gli alberi dalla loro terra, che uccidono donne, bambini e anziani. […]
Un tributo di sangue sarà pagato per la moschea di Al-Aqsa. Il nostro popolo non abbandonerà mai la moschea di Al-Aqsa e la Palestina. Noi la redimeremo con le nostre anime, col nostro sangue, coi nostri figli, con ciò che abbiamo di più caro, senza badare ai sacrifici che dovremo sostenere, fino a quando sarà liberata, con la grazia di Allah, e fino a quando questa terra sacra sarà purificata dalla sozzura degli ebrei. […]
Fratelli nella fede, la moschea di Al-Aqsa permane sotto una tirannica occupazione. Gli ebrei continuano a insozzarla con la loro lordura. L’unico modo per liberarla è attraverso la jihad [guerra santa] in nome di Allah. […]
Oggi la jihad è un dovere individuale, che spetta a ciascun musulmano, uomo e donna. Secondo il principio giuridico islamico, quando un nemico invade una terra musulmana, la jihad diventa il dovere individuale di ogni uomo musulmano e di ogni donna musulmana. Il figlio deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del padre, la moglie deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del marito, il servo deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del suo padrone.»

(Da: MEMRI, 27.7.10)

Non ci sono parole per commentare simili mostruiosità: e questa sarebbe la "predica di un uomo dedito alla religione"?
Questi sono gli insegnamenti del Corano?
Chi incita all'odio, alla violenza e all'assassinio di altri esseri umani sta peccando di fronte a Dio.

Grave bombardamento su Ashkelon

Nella giornta di oggi, la città israeliana di Ashkelon è stata bombardata con un missile Grad.
L'esplosione è avvenuta nel centro di un quartiere residenziale. Fortunatamente, ancora una volta, non ci sono state vittime: due persone sono ricoverate per lo shock subito e si segnalano danni alle abitazioni e ai veicoli.
Il portavoce del Ministro degli Esteri, Yossi Levin ha dichiarato che "il lancio di un missile Grad su una città delle dimensioni di Ashkelon, è un esplicito tentativo di uccidere uomini, donne e bambini ed è una chiara violazione delle leggi internazionali; inoltre evidenzia l'omicida, barbarico e violento intento di assassinare civili israeliani".
Il sindaco della città,  Benny Vaknin, ha reso noto che molte scuole e centri medici della città non sono protetti dai missili. "Non vedo come sia possibile per noi iniziare l'anno scolastico con le scuole lasciate senza protezione da una letale pioggia di razzi e missili che possono cadere su di noi". Un comitato di genitori di AShkelon ha dichiarato che non manderanno i figli a scuola finchè gli edifici scolastici non verranno adeguatamente rinforzati e protetti.
Il lancio del missile è stato rivendicato da quella banda di terroristi assassini e tagliagole di Aza Din al-Kassem

Ovviamente i criminali terroristi di hammaz non sono "responsabili" del lancio... ma non avevano il controllo della Striscia di Gaza? Due sono le cose: o non controllano Gaza (cosa difficile a credersi) o Aza Din al-Kassem agisce per conto di hammazz.
Voi che ne dite?

I pensionati israeliani citano i giudizio gli stati arabi che li hanno privati di tutto alla nascita di Israele

Un articolo pubblicato di recente dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, a proposito dell’iniziativa del ministero pensionati israeliano di citare in giudizio gli stati arabi per la restituzione di proprietà e beni abbandonati da ebrei costretti a fuggire da quei paesi verso Israele, sta suscitando vasta eco un po’ in tutto il mondo arabo. L’Algeria, in particolare, ha già reagito affermando che non ha alcuna intenzione di onorare la richiesta di risarcimento.
Sono decine i giornali e siti web arabi che hanno ripreso con evidenza l’articolo.
Il ministero israeliano per gli affari dei pensionati si è rivolto di recente al milione di ebrei israeliani immigrati dai paesi arabi chiedendo loro di compilare domande di indennizzo in vista di una causa legale, una sorta di class action, che il ministero intende approntare con lo scopo di ottenere la restituzione delle proprietà perdute. Il ministero ha anche evocato la possibilità di intavolare negoziati indiretti con i paesi interessati come strumento per fissare degli indennizzi.
Secondo il progetto, che è stato avviato dalla vice ministro Lea Nass, all’interno del ministero verrebbe creato un apposito dipartimento incaricato di gestire le domande di risarcimento.
L’articolo di Yedioth che dava conto di questa iniziativa è stato ampiamente ripreso da un grande numero di testate arabe e citato da molti siti web: ad esempio, è stato rilanciato dal quotidiano egiziano al-Akhbar, dall’agenzia di stampa palestinese, dal sito web Syria News, dal giornale indipendente del Cairo el-Fagr e tanti altri.
“La copertura data dai mass-media in tutto il mondo arabo – ha commentato la vice ministro Nass – dimostra che anche nei paesi arabi la gente è ben consapevole dell’ingiustizia che è stata fatta agli ebrei cacciati dai paesi arabi e islamici”.

(Da: YnetNews, 27.07.10)

Nella foto: ebrei fuggiti dai paei arabi, accolti in un campo di transito in Israele nei primi anni '50

martedì 27 luglio 2010

Incidente aereo in Romania: morti 7 soldati israeliani

Sono sette le vittime israeliane dell'incidente avvenuto in Romania durante le manovre militari congiunte.
Da Israele è parita una missione per il recupero delle vittime e per affiancare le autorità romene nell'inchiesta sull'incidente.
Un elicottero Yasur (CH-53) e caduto durante una esercitazione aerea: a bordo si trovavano sette persone: 4 piloti, due meccanici e un appartenente alle Forze Aeree Romene.
Non ci sono purtroppo superstiti.

domenica 25 luglio 2010

Iron Dome: test superato!!!

Il nuovo sistema di difesa anti missile messo a punto dal Ministero della Difesa, dalla IAF e dalla Rafael Advanced Defence System Ltd denominato Iron Dome, è stato testato in maniera molto severa con un lancio simultaneo di missili che sono stati tutti intercettati.
Questa fase finale di test ha permesso di stabilire che il sistema potrà essere reso operativo già a partire dal prossimo novembre.
Durante il corso dei test, Irno Dome ha disturtto diversi tipi di obiettivi: li ha scoperti, monitorati, seguito e valutato le traiettorie, calcolato le traittorie dei razzi intercettori e infine ha distrutto TUTTE le minacce.
Il sistema Iron Dome è stato progettato per proteggere lo stato di Israele dai missili e dai razzi a corto raggio ed è stato sviluppato sotto la supervisione del Ministero della Difesa per poterlo integrare con il sistema David (cotro i missili a medio raggio) e con il sistema Arrow (contro i missili a lungo raggio).
Il ministro della Difesa israeliano ha definito la cosa come (un importante pietra miliare per il sistema di sicurezza. Ci adopereremo per il dispiegamento di queste batterie antimissile sul campo nel più breve tempo possibile".

Con questo nuovo sistema di difesa forse per Israele, e in particolare per Sderot, Ashdod, Ashkelon e per tutte le cittadine al confine con la striscia di Gaza sta per finire l'incubo dei bombardamenti terroristici dei criminali assassini di hammazz.

VIVA ISRAELE!

Quella curiosa crisi umanitaria

Di Jacob Shrybman

La sera di sabato scorso nella striscia di Gaza si è tenuta l’inaugurazione ufficiale di un nuovo centro commerciale, noto col nome di Gaza Mall.
Sicché, mentre il mondo continua a condannare Israele per il cosiddetto “blocco” o “assedio”, gli abitanti della striscia di Gaza (compresi quei 10.500 e più che sono stati accolti in Israele nel corso del 2009 per ricevere cure mediche) possono godersi il loro nuovo e lussuoso shopping center multipiano e con aria condizionata.
Curiosamente, proprio il giorno successivo all’apertura del centro commerciale l’alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ribadiva la richiesta a Israele di revocare il “blocco” su Gaza. Viene spontaneo domandarsi se la Ashton, durante la sua vista, tra un sopralluogo e l’altro nei terribili luoghi della crisi umanitaria di Gaza, non abbia trovato il tempo di fare una sosta presso il nuovo centro commerciale per informarsi su come vadano le vendite.
Intanto, sempre sabato scorso, proprio mentre erano in corso i festeggiamenti per il Gaza Mall, Sky News riferiva della situazione “tuttora atroce” di Gaza. Il servizio rimarcava: “Il blocco significa che Israele permette l’ingresso a Gaza soltanto dei beni più essenziali come farina, riso e zucchero”. Cosa su cui è impossibile non porsi qualche interrogativo quando si vedono le gaie immagini dell’inaugurazione del raffinato shopping center di Gaza e della varietà di prodotti in offerta.
Analogamente, il giorno stesso in cui veniva inaugurato il Gaza Mall, il presidente dell’agenzia Onu UNRWA, John Ging, affermava che la gente di Gaza “non può nemmeno permettersi di acquistare lattine di Coca Cola da Israele”. Ma com’è che possono permettersi abiti, cosmetici e giocattoli per bambini nel nuovo centro commerciale di Gaza?
In effetti, le immagini del nuovo shopping center pongono seri interrogativi circa la crisi umanitaria verso cui si dirigono tutte queste navi cariche di “aiuti” internazionali. Chissà, forse il dittatore libico Gheddafi, che ha recentemente mandato l’ennesima nave, è proprietario di uno dei negozi dentro all'elegante centro commerciale della striscia di Gaza.

(Da: YnetNews, 20.7.10)


giovedì 22 luglio 2010

Con che faccia i turchi fanno i difensori dei diritti umani a Gaza?

Riporto su questo blog un interessanitssimo articolo di Ugo Volli su Informazione Corretta.
Se tutti si ponessero certe domande forse non saremmo costretti a leggere le solite fesserie contro Israele!!!


Cari amici,
c'è una notiziola sui giornali di ieri che temo vi sia sfuggita e su cui vale invece la pena di riflettere. Eccola qui: il leader degli indipendentisti curdi del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Murat Karayilan ha proposto alla Turchia di abbandonare la lotta armata in un processo negoziale che dovrebbe avvenire sotto il controllo dell'Onu. "Tra le condizioni elencate dal leader del Pkk, c’è la fine degli arresti di civili e di politici curdi, ma anche il riconoscimento di diritti politici, civili e culturali a una minoranza che, secondo stime non ufficiali, rappresenta un quinto della popolazione turca."
 La guerra fra lo Stato Turco e il PKK "va avanti da 26 anni e ha già fatto decine di migliaia di morti," cioè circa dieci volte il costo in vite umane del conflitto fra Israele e Palestinesi a partire dalla Guerra dei Sei Giorni. I curdi avevano già offerto a suo tempo, per bocca del leader storico Ocalan, di abbandonare la lotta armata in cambio di diritti civili e politici per il loro gruppo etnico (che, ricordiamolo, ha un'altra lingua e un'altra origine etnica rispetto ai turchi, anche se è musulmano come loro ed aveva ottenuto dopo il crollo dell'impero Ottomano una promessa di uno stato negli accordi posteriori alla prima guerra mondiale, ritirato poi quando la gran Bretagna trovò più conveniente accordarsi col governo genocida dei Giovani Turchi).
Il PKK sono classificati fra i terroristi dagli stati Uniti e dall'Unione Europea, non voglio certo io difendere la loro lotta condotta con metodi ovviamente inaccettabili (bombe nei mercati, agguati ecc.). Quel che mi interessa è la condizione del popolo curdo, che in Turchia non ha nessun diritto, nessuna autonomia, nessun diritto all'autogoverno, alle istituzioni culturali ecc..
Perché nessuno definisce la Turchia quel che essa è, cioè uno stato dell'apartheid?
Perché nessuno boicotta le sue università?
Perché nessuno contesta il costume delle sue scuole di iniziare la giornata con l'inno nazionale e con il ringraziamento a Dio per essere turchi (obbligatorio anche per armeni, curdi ecc.)?
Perché nessuno protesta per il fatto che è proibito in Turchia anche in termini del tutto culturali, parlare dell'esistenza di un problema nazionale curdo (o del genocidio armeno, se è per quello) – col rischio non solo delle sanzioni giudiziarie del famigerato articolo del codice penale che rende reato la "diffamazione della nazione turca", ma anche degli omicidi sistematicamente eseguiti sui dissidenti da terroristi ultranazionalisti e ultramusulmani come i Lupi Grigi e l'IHH (sì, quelli della flottiglia)?
Perché nessuno contesta ai turchi di occupare da quarant'anni metà del territorio di uno stato sovrano membro dell'Unione Europea (Cipro), di avervi condotto una terribile pulizia etnica?
Perché nessuno parla della colonizzazione turca a Cipro che ha ormai triplicato la minoranza turca dell'isola? Perché nessuno dei raffinati intellettuali che solidarizzano con la palestina ha mai chiesto ai turchi ragione della distruzione del patrimonio culturale cristiano a Cipro, nelle zone armene occupate nell'Anatolia orientale, crimini gravissimi contro il patrimonio culturale dell'umanità?
Come si permette la Turchia di fare la protettrice dei diritti dei poveri gazani continuando ogni giorno nella sua politica razzista, genocida, colonialista?
http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=182046

La prossima volta che trovate un ammiratore degli eroi della flottiglia, fategli queste domande e vedete le risposte che dà.

Ugo Volli

http://www.informazionecorretta.com/

Come si soffre a Gaza... nel nuovo Mall Center!

Ragazzi, la sofferenza dei palestinesi ormai ha raggiunto livelli intollerabili: guardate questo video solo se siete di stomaco forte...

martedì 20 luglio 2010

L'educazione per i bambini palestinesi

"Quando morirermo martiri, andremo in Paradiso. Non pensate che siamo troppo piccoli, senza la Palestina che senso ha l'infanzia?". A vedere il video, sembra una canzoncina normalissima cantata da dei bambini. Invece non è solo questo. Prodotto da una compagnia giordana, proprietaria di un canale televisivo chiamato "Uccelli del paradiso", il video è già una hit nel mondo arabo.
Ma i versi della canzone inneggiano al martirio, al martirio dei bambini. E le reazioni, fuori dal Medio Oriente, sono molto dure. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz sarebbe proprio questo il modo scelto dagli estremisti islamici per indottrinare i bambini, visto che la canzoncina, orecchiabile e allegra, va in onda durante i programmi dedicati proprio ai più piccoli.


DOVE SONO I PACIFINTI DI MERDA DI FRONTE A QUESTE COSE???

lunedì 19 luglio 2010

Sgominata cellula terroristica di hammazz

L'esercito isreliano, in coordinamento con lo Shin Bet, ha sgominato una cellula terroristica di hammazz che era operativa nel West Bank e che si era resa responsabile dell'assassinio dell'agente di polizia  Shuki Sofer nei pressi delle colline di Hebron. Nello stesso attentato vennero feriti altri due poliziotti: era il 14  giugno e la pattuglia si trovava sulla strada 60 nei pressi dell'insediamento di Otniel quando verso le 7 e 15 circa, mentre il veircolo era nei pressi del vilalggio di dir Razah, tre terroristi aprirono il fuoco uccidendo Sofer. Il gruppo quindi abbandonava la scena, dava fuoco alla macchina che aveva utilizzato e nascondeva le armi.
La cellula terroristica di hammazz si era da tempo insediata nella zona, occultando armi nei monti vicini da utilizzare poi negli attacchi.
I terroristi di hammazz stanno cercando da tempo di infiltrarsi nel West Bank ma vengono contrastati sia delle IDF che dall'Autorità Palestinese.
Durante gli interrogatori nei confronti dei terroristi palestinesi arrestati, emergeva un dato significativo dell'odio e del disprezzo arabo nei confronti degli israeliani: solo due settimane prima dell'attacco, uno dei capi della cellula aveva accompagnato la figlia all'Hadassah Ein Kerem Hospital in Jerusalem dove veniva sottoposta alla rimozione di un tumore ad un occhio. Da notare che l'ospedale in questione è stato fondato da una organizzazione Israeliana e come tutti gli ospedali del paese, accoglie e cura tutti i malati (siano essi israeliani che arabi) senza alcuna distinzione.
Questa però è la moneta con la quale i palestinesi ripagano Israele!!!

domenica 18 luglio 2010

GIORNALISA EGIZIANO:” DOVREMMO PREGARE ALLAH DI SUBIRE LO STESSO ASSEDIO DI GAZA”

Ha scritto l’editorialista Muhammad Hamadi sul quotidiano egiziano Rooz Al-Yousuf il 29 giugno scorso: «Dopo che Hamas ha abbandonato la vera resistenza per darsi alla resistenza on-line e sui mass-media, uno dei tanti siti web di Hamas ha pubblicato un importante rapporto in cui vengono messi a confronto i prezzi di beni e prodotti in Egitto e a Gaza. Il rapporto dice che un chilo di anguria a Gaza costa meno di una lira egiziana mentre in Egitto costa più di 2 lire; un kg di pomodori a Gaza costa meno di mezza lira mentre in Egitto costa 1,5 lire; un kg di patate a Gaza costa mezza lira mentre in Egitto costa 2 lire; un kg di cipolle a Gaza vale 1 lira mentre in Egitto un kg di cipolle vale 1,5 lire; un kg di aglio a Gaza vale 10 lire mentre in Egitto vale 15 lire. E ancora: un kg di pollo in Egitto costa 20 lire egiziane e a Gaza viene via per sole 10 lire egiziane. Il prezzo medio di un kg di carne di bovino in Egitto costa 60 lire, mentre nella Gaza assediata viene 5 lire. Per un vassoio di uova in Egitto ti chiedono 19 lire, a Gaza te ne chiedono solo 10. Questo confronto dei prezzi – continua il giornalista egiziano – fra l’Egitto e la striscia di Gaza che è, dicono, sotto assedio da tre anni dimostra che la vita sotto assedio è più economica, più conveniente e più semplice. Dunque, di che razza di assedio stiamo parlando? Un assedio che fa scendere i prezzi? E come fanno le merci ad affluire a Gaza se c’è un assedio? Non solleviamo queste domande nella speranza di avere una risposta da Hamas. Le rivolgiamo piuttosto a tutti i sostenitori che ha Hamas in Egitto e che non trovano nulla di male nell’accusare il loro paese di tradire la causa palestinese e di affamare l’indifeso popolo palestinese con l’ opprimente assedio su Gaza. Se è così che va la vita nella striscia di Gaza sotto assedio, allora il popolo egiziano, consumato dalla fiammata dei prezzi e privato di una parte dei suoi redditi per correre in soccorso degli abitanti di Gaza assediati, dovrebbe pregare Allah di subire lo stesso assedio, visto che l’assedio porta all’abbassamento dei prezzi permettendo ad ogni cittadino di mettere in tavola uova, pollo e carne: come gli abitanti di Gaza».

(Da: MEMRI, 2.7.10)

Il circo umanitario

Di Ben-Dror Yemini

Al momento in cui scriviamo pare che sempre nuove flottiglie “umanitarie” siano in rotta dal Libano, dall’Iran, dalla Libia e da paesi occidentali verso la striscia di Gaza. Eppure, a quanto pare, le tribolazioni dei turchi, degli iraniani e dei palestinesi in Libano sono di gran lunga peggiori. Vediamo i fatti.
La Turchia era il paese più importante nella flottiglia diretta a Gaza alla fine dello scorso maggio. Dalla Turchia era salpata la nave Mavi Marmara con a bordo membri dell’IHH, un’organizzazione affiliata alla jihad globale. Anche il Libano è sembrato poi intenzionato a mandare una nave e persino l’Iran, questo bastione della giustizia umanitaria, si è unito alla comitiva. Dunque vale la pena dare un’occhiata a cosa accade in questi misericordiosi paesi che fanno mostra di tanto apprezzabile generosità nell’inviare aiuti umanitari a una popolazione “oppressa”.
La mortalità infantile è uno dei più importanti indicatori per valutare una situazione umanitaria. Stando ai dati, la Turchia è messa peggio della striscia di Gaza. Se la mortalità infantile a Gaza è del 17,1 per mille, in Turchia è del 24,84 per mille. La striscia di Gaza è in una situazione molto migliore anche rispetto alla media globale, che è di 44 bambini deceduti nel primo anno di vita su mille nati vivi. Ed è anche meglio messa rispetto alla maggior parte dei paesi arabi, a diversi stati sudamericani e certamente rispetto all’Africa.
Un altro importane indicatore è l’aspettativa di vita. E qui, il dato della Turchia è di 72,23 anni, mentre nella striscia di Gaza è 73,68 anni: assai più alta della media globale che è di 66,12. Per un confronto, l’aspettativa di vita nello Yemen è di 63,36 anni, è di 52,52 anni nel Sudan e di 50 anni in Somalia: tutti paesi che invocano maggiore attenzione internazionale o almeno una nave di aiuti umanitari. Che non arriva.
Circa la crescita della popolazione, la striscia di Gaza si posiziona sesta con un tasso di crescita del 3,29 per cento all’anno: che di per sé non è un indicatore di qualità della vita; ma un alto tasso di crescita collegato ad un’elevata aspettativa di vita e a una bassa mortalità infantile una cosa di sicuro la dimostra: che non c’è fame, che non c’è crisi umanitaria e che ci sono mille e uno racconti delle mille e una organizzazioni umanitarie. Anche in base ad altri indicatori, come l’uso di personal computer e il numero di accessi a internet, la situazione nella striscia di Gaza risulta molto migliore di quella di gran parte del resto del mondo.
Per completare il quadro si può ricordare che un paio di anni fa un politico britannico sostenne che l’aspettativa di vita nel distretto di Glasgow Est è assai più bassa che nella striscia di Gaza. L’affermazione suscitò un pandemonio. L’emittente britannica Channel 4 decise di condurre uno scrupoloso controllo e pubblicò il suo “verdetto”: in effetti l’aspettativa di vita a Glasgow è davvero inferiore a quella della striscia di Gaza.
Dunque appare un tantino strano che gli aiuti umanitari giungano da gente la cui situazione è parecchio peggiore degli aiutati. Probabilmente c’è davvero bisogno di altre navi, ma la loro rotta andrebbe invertita: è la Turchia che ha bisogno di aiuti, mentre la striscia di Gaza dovrebbe far parte della delegazione per portare aiuto ai poveri di Turchia.
Fra i beni messi sotto embargo da Israele vi sono i materiali da costruzione. L’esperienza ha infatti dimostrato che i materiali che arrivano nella striscia di Gaza non vengono usati dagli abitanti, bensì da Hamas e per scopi militari. In queste circostanze nessun paese sano di mente, e speriamo che Israele sia tale, garantirebbe a un’organizzazione nemica le forniture di materiali con cui costruire i bunker che gli verranno usati contro. Anche qui può essere utile rinfrescare un po’ la memoria. Vi sono centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nel vicino Libano. Vivono in campi profughi, sottoposti a una tale varietà di restrizioni che potrebbero riempire un intero capitolo della storia dell’apartheid arabo contro i palestinesi. Una delle restrizioni più severe è il divieto di costruire. Tale divieto viene fatto rispettare anche nel campo di Nahr al-Bared, quello che venne lungamente bombardato dall’esercito libanese nel 2007. Gli estesi danni causarono la fuga di 27.000 residenti del campo, sul totale di 30.000, i quali pagarono un pesante prezzo per il fatto che non più di 450 di loro erano affiliati al gruppo eversivo Fatah al-Islam. La battaglia contro l’estremismo islamista (di ispirazione qaedista), che aveva cercato di installarsi dentro il campo, venne usata a giustificazione delle vaste devastazioni inflitte. È interessante notare come in quell’estate il resto del mondo, lungi dal mobilitarsi e scandalizzarsi e condannare, abbia anzi incoraggiato il ricorso al pugno di ferro da parte delle autorità libanesi, laddove a Israele viene sempre chiesto di capitolare. Esistono già donazioni per la ricostruzione di Nahr al-Bared, e vi è anche l’accordo su singoli progetti per tale ricostruzione, ma il governo libanese fa un sacco di difficoltà.
Non dimentichiamoci, poi, dell’Iran. Secondo ogni possibile indicatore, la situazione nel paese dei mullah è ancora peggiore. La mortalità infantile, ad esempio, è del 34,66 per mille. L’aspettativa di vita è di 71,43 anni, meno che nella striscia di Gaza e in Turchia.
Con l’imposizione, nella striscia di Gaza controllata da Hamas, come in Iran, della Shari’a (legge islamica), e quando la lapidazione delle donne sarà diventata la norma, si può presumere che la situazione degli abitanti del posto si deteriorerà fino a livelli iraniani. In Iran c’è una donna di 43 anni, Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata a morte in un vergognoso processo per adulterio, che rischia di subire la lapidazione. Ma nel frattempo è senz’altro preferibile mandare aiuti dall’Iran a Gaza, sperando che l’Egitto li lasci passare per il Canale di Suez.
Dunque la maggior parte degli abitanti di questo pianeta sta peggio degli abitanti della striscia di Gaza. Gli aiuti americani alla striscia di Gaza pro capite sono 7,5 volte più grandi degli aiuti pro capite per Haiti. In base ad ogni possibile indicatore, economico o sanitario, i residenti della striscia di Gaza sono incomparabilmente meglio messi di quelli di Haiti. E stanno anche meglio, in base a qualunque indicatore, rispetto ai palestinesi che vivono nei campi profughi in Libano. Eppure non si vedono manifestazioni di solidarietà per le sofferenze in Libano, né flottiglie di aiuti in rotta verso quel paese.
La verità è che è grazie a Israele se i palestinesi della striscia di Gaza stanno meglio della maggior parte dei loro fratelli nei paesi vicini. A causa della “spietata” occupazione, l’aspettativa di vita nella striscia di Gaza è passata dai 48 anni del 1967 (quando cessò i controllo egiziano e subentrò quello israeliano) ai 66 anni del 1993 (anno dei primi accordi di Oslo fra Israele eOlp). E come si è visto, non ha mai cessato di crescere.
Ma per carità, non si turbino con questi dati di fatto gli “attivisti per i diritti umani” a bordo delle flottiglie umanitarie. Loro non organizzano flottiglie di aiuti per l’Iran, il Libano o la Turchia e certamente non ne mandano nel Darfur, in Sudan. La crisi umanitaria non è ciò che li interessa. Ciò che li interessa è l’ossessione anti-Israele. Il che non vuol dire che non si possa sottoporre loro dei fatti. Quello che loro vogliono è mettere in difficoltà Israele. Il punto è che i fatti basilari rischiano di mettere in difficoltà loro.
Tutto quanto fin qui detto non vuol negare che esistano reali sofferenze a Gaza. Vi sono certamente, anche se, in base ai dati oggettivi, Turchia Iran e Libano sono messi peggio.
Israele è interessato a migliorare la situazione a Gaza. Se si è sganciato, nel 2005, fu proprio perché gli abitanti di Gaza potessero sviluppare la loro vita in modo indipendente. Ma la presa del potere da parte di Hamas (nel giugno 2007) ha creato una situazione in cui, anziché crescita e produzione, l’unico sviluppo che si registra è sul fronte dei razzi Qassam. Il regime di sanzioni è stato imposto alla striscia di Gaza perché il regime di Hamas si rifiuta di riconoscere gli accordi precedentemente firmati fra israeliani e palestinesi, si rifiuta di riconoscere Israele e di impegnarsi sulla strada della pace e della riconciliazione. Il regime a Gaza ha invece optato per l’Iran e la jihad globale.
Eppure, nonostante questo, tutto potrebbe cambiare di un solo giorno: se solo Hamas decidesse di accettare i presupposti indicati dal Quartetto Usa, Ue, Russia e Onu. La chiave della soluzione è nelle loro mani.

(Da: Jerusalem Post, 11.7.10)

Il Generale Ashkenazi in visita in Italia e in Francia

Il Capo di Stato Maggiore Generale Gabi Ashkenazi è partito oggi per una visita di cinque giorni in Italia e in Francia.
Il Generale israeliano è stato invitato dal Capo di Stato Maggiore italiano, Generale Vincenzo Camporini e dall'omonimo francese Ammiraglio Edouard Guillaud; i tre comandanti supremi discuteranno su argomenti relativi alla mutua sicurezza e sui cambiamenti della situazione in Medio Oriente.
Verranno inoltre stretti accordi di cooperazione tra i tre paesi e i loro apparati militari.
La visita in Italia vedrà inoltre incontri con importanti figure del ministero della Difesa italiano, con l'ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir, e con i responsabili delle comunità ebraiche italiane. Il generale israeliano visiterà delle basi militari italiane e incontrerà i responsabili dello stato maggiore italiano. In appendice a questi incontri, il generale Ashkenazi domani 19 luglio, visiterà l'Arco di Tito, tragico simbolo della conquista romana e della sconfitta della resistenza ebraica. 
Accompagnerà il Gen. Ashkenazi sua moglie Ronit,  il Brig. Gen. Avi Benayahu, Capo del Dipartimento della Cooperazione Militare Internazionale Col. Dan Hefez.

mercoledì 14 luglio 2010

Rapporto Eiland: errori di valutazione, non fallimenti nell’esecuzione

Il capo di stato maggiore israeliano Gabi Ashkenazi ha ricevuto le conclusioni del team di esperti guidati dal generale della riserva Giora Eiland incaricati dalle Forze di Difesa israeliane di analizzare gli incidenti occorsi in mare il 31 maggio scorso (in occasione dell’intervento per fermare le navi della flottiglia “umanitaria” diretta a forzare il blocco anti-Hamas sulla striscia di Gaza).
Altre allo stato maggiore, Eiland ha presentato i risultati e le conclusioni della commissione ai comandanti delle varie armi coinvolte nella preparazione e nell’attuazione dell’abbordaggio delle navi. Il nucleo centrale del rapporto è stato inoltrato anche al ministro della difesa.
La commissione era stata nominata dal capo di stato maggiore israeliano perché analizzasse il dispiegamento rispetto alla flottiglia, la linea d’intervento prescelta e le possibili alternative, i preparativi e l’attuazione concreta dell’operazione. La commissione, che comprendeva otto ufficiali, ha focalizzato il proprio esame su: intelligence, comando della Marina, unità di commandos incaricata di attuare l’operazione, forze aeree, rapporti coi mass-media, alternative tecniche, aspetti medici, parere legale e diritto internazionale. L’analisi ha premesso di trarre una serie di insegnamenti a livello generale e sistemico, e non solo riguardo a questa specifica operazione (fermare una flottiglia in mare).
In termini di sforzo di intelligence, gli esperti hanno concluso che non sono stati pienamente impiegati tutti i mezzi di raccolta di informazioni possibili, e che il coordinamento fra l’intelligence della Marina e quello della Difesa è stato insufficiente. Allo stesso tempo, la commissione ha evidenziato che non vi è la certezza che uno sforzo di intelligence ottimale avrebbe generato un quadro informativo completo. Il rapporto sottolinea inoltre che il previsto livello di violenza impiegato contro le forze israeliane è stato sottostimato (le Forze di Difesa israeliane avrebbero tralasciato di raccogliere intelligence sulla Turchia, considerata paese amico, e sul gruppo IHH, considerato non minaccioso. Secondo la commissione Eiland, i vertici militari avrebbero dovuto invece tener conto dei recenti cambiamenti intercorsi nelle posizioni di Ankara e dovrebbero analizzare meglio i rapporti fra IHH e governo turco).
In termini di valutazione della situazione rispetto alla flottiglia, gli esperti mettono in chiaro che l’operazione ha fatto troppo affidamento su un'unica linea d’intervento, sebbene assai plausibile, senza tuttavia approntate linee d’intervento alternative per l’eventualità di scenari più pericolosi.
Circa le alternative tecniche, il team di esperti ha stabilito che, il giorno dell’incidente, ai responsabili delle decisioni non furono presentate linee operative diverse dal completo abbordaggio delle navi. La commissione sottolinea che, allo stato attuale delle conoscenze, nessun paese al mondo è in grado di fermare un’imbarcazione in mare in modo non ostile, e che pertanto molte delle dichiarazioni che sono state fatte su questo argomento subito dopo l’incidente risultano infondate e irresponsabili. Allo stesso tempo, però, il rapporto ha stabilito che linee d’intervento alternativo (pur sempre ostili) sarebbero state possibili se il processo di preparazione fosse iniziato con sufficiente anticipo, e quindi raccomanda di accelerare il processo di studio di metodi alternativi. (I blocchi marittimi sono misure legittime riconosciute dal diritto internazionale, e possono essere implementati nel quadro di una situazione di conflitto come quello fra Israele e la striscia di Gaza controllata da Hamas. Il blocco viene attuato anche in acque internazionali, a patto che venga pubblicamente annunciato e che non impedisca l'accesso ai porti degli stati neutrali. Dovendo far rispettare il blocco, le opzioni tecnicamente possibili non sono molte: aprire il fuoco davanti la prua della nave da fermare è considerato sicuramente un atto più ostile che mandarvi a bordo i soldati per deviarne la rotta. D’altra parte, manovrare in modo da sbarrare la strada è operazione ad altissimo rischio, come si è visto col disastro del canale di Otranto del 1997 quando la nave militare italiana Sibilla speronò la nave Kater I Rades, facendola colare a picco e causando la morte di più di 100 profughi albanesi in fuga dalla guerra civile).
Sul versante dei rapporti coi mass-media, secondo la commissione i preparativi fatti in anticipo erano buoni. Essa rileva tuttavia che la diffusione di comunicati stampa e materiali audio-visivi è stata ritardata da vari fattori come la necessità di garantirne la massima attendibilità, l’obbligo di preavvertire le famiglie dei soldati feriti in modo critico, e il lungo processo di autorizzazione ai livelli superiori a quello dell’ufficio del portavoce delle forze armate. La commissione ha preso atto positivamente del lavoro fatto dal portavoce delle forze armate dopo l’incidente, ma sottolinea la necessità di un migliore coordinamento in questo campo fra Forze di Difesa, ministero degli esteri e altre istituzioni che si occupano di relazioni estere.
Circa il comando dell’operazione, il rapporto ha stabilito che la posizione dei comandanti durante l’incidente e la presenza in mare del comandante della Marina israeliana durante l’operazione erano appropriati e in linea con le vedute dello stato maggiore in merito al ruolo dei comandanti in prima linea durante le attività delle Forze di Difesa israeliane. Tale presenza si è dimostrata efficace sul piano del processo decisionale, traducendosi in un risparmio di vite umane, e non solo. Gli esperti hanno parole di apprezzamento per i protocolli di combattimento della Marina, la preparazione dell’unità di commandos della Marina, il comando della Marina stessa, la Formazione per la guerra elettronica e l’intervento medico con sgombero dei feriti. Gli esperti hanno stabilito che i commandos della Marina hanno operato in modo appropriato (data la situazione di imminente pericolo di morte e/o di sequestro da scongiurare), con professionalità, coraggio e presenza di spirito, e che, date le circostanze, i comandanti hanno mostrato un corretto processo decisionale. Il rapporto stabilisce inoltre che il ricorso a munizioni vere, quando è avvenuto, era giustificato e che l'operazione nel suo complesso è encomiabile. (Secondo l’analisi fatta dalla commissione, i primi a scatenare lo scontro violento sono stati gli attivisti a bordo della Marmara i quali in almeno 4, o più probabilmente 6, occasioni hanno fatto fuoco sui soldati, come dimostrato fra l’altro dal tipo di proiettili estratti da un soldato ferito).
La commissione ha preso atto con soddisfazione delle varie fasi dello sgombero medico dei feriti via aerea e via mare, compresi i feriti che erano passeggeri sulla Mavi Marmara.
Il rapporto non manca di sottolineare l’impegno con cui lo stato maggiore e la Marina israeliana hanno affrontato la questione, come emerge dal lavoro di preparazione.
Il generale Eiland ha sottolineato con soddisfazione il grado di cooperazione e di trasparenza dimostrato da coloro che sono stati coinvolti ad ogni livello nell’analisi della vicenda.
Nelle sommario conclusivo del rapporto, Eiland afferma che la vicenda va considerata in prospettiva, essendo il danno causato a Israele non così irreparabile come poteva sembrare nell’immediatezza dell’incidente. Eiland afferma infine che esiste una tendenza sbagliata a trarre conclusioni generali sulla base di un singolo incidente, e aggiunge: “Il fatto che le Forze di Difesa israeliane analizzano se stesse, mentre altri non lo fanno, si traduce nel fatto che solo gli errori delle Forze di Difesa israeliane vengano ampiamente pubblicizzati”.
(Da: IDF Spokesperson, israele.net, 12.7.10)

Ebbene sì, un altro bluff sulla presunta moderazione palestinese

Da un articolo di Barry Rubin

Imparerà mai, l’occidente?

Primo passo: Al-Hayat riferisce che il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) offre di lasciare a Israele il quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme e il Muro Occidentale del Tempio ebraico, nel quadro di un futuro accordo di pace.
Secondo passo: i mass-media di tutto il mondo riportano con ampio risalto la cosa come fosse una grande concessione, e dunque la prova che l’Autorità Palestinese vuole davvero la pace.
Terzo passo: il portavoce dell’Autorità Palestinese smentisce. E infatti per combinazione so per certo che la storia non era vera. Come tante e tante e tante altre volte.
Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayad dice che i coloni ebrei saranno invitati a restare all’interno del futuro stato palestinese, cosa che contraddice tutte le dichiarazioni fatte dall’Autorità Palestinese e dai suoi leader. Segue grande copertura mediatica. Segue regolare smentita.
Un singolo palestinese pressoché sconosciuto sostiene che Israele ha commesso un massacro a Jenin. I mass-media di tutto il mondo si scatenano, sebbene non vi sia uno straccio di prova. Alla fine la stessa Onu confuta l’accusa (ma c’è ancora chi ci crede).
Il parlamento palestinese mette in scena una montatura, tenendo una seduta in pieno giorno con le tende chiuse e le candele accese, per “dimostrare” che Israele ha tagliato l’elettricità. Il trucco viene smascherato.
E poi, i tanti casi di foto truccate, di falsi resoconti di atrocità varie e via dicendo. (Persino in ambienti relativamente acculturati come l’università Bir Zeit di Ramallah si può facilmente incontrare gente convinta che Israele abbia avvelenato i pozzi d’acqua palestinesi, che abbia regalato caramelle avvelenate ai bambini e altre fesserie del genere.)
Sarebbe di qualche utilità ripetere cento di questi esempi? Molti sono casi deliberatamente costruiti, di solito per sostenere falsamente che Israele ha commesso qualche crimine; più raramente servono per ingigantire la presunta moderazione araba e palestinese.
Non si dimentichi che i giornalisti esigono ogni giorno che il governo israeliano dimostri, prove alla mano, che non ha fatto questo o non ha fatto quello. Dopo di che, da parte israeliana, o non c’è abbastanza tempo per vagliare attentamente ogni accusa, anche le più stravaganti, per cui esse restano senza smentita né confutazione; oppure, al contrario, vengono investiti enormi sforzi per sbugiardare le menzogne, con grande impiego di energie da parte di uno staff già troppo scarso: tanto poi, quando finalmente arriva una risposta autorevole e documentata, i mass-media la ignorano comunque.
Per favore, gente, cerchiamo di imparare dall’esperienza. Naturalmente molti giornalisti non lo faranno perché sono ideologicamente e politicamente determinati a produrre propaganda anti-israeliana (e si sa chi appartiene a questo gruppo); molti altri cercano di fare del loro meglio, ma semplicemente ci cascano troppo spesso (e si sa chi appartiene a questo gruppo). Un grazie a quelli che non ci cascano ogni volta.
Da un punto di vista analitico professionale, non sarebbe difficile evitare questi errori. Ad esempio, circa quello citato in apertura: non ci vuol molto per sapere che la leadership palestinese è o troppo debole (Fayyad, Abu Mazen) o troppo estremista (praticamente tutti gli altri) per fare qualunque concessione, figuriamoci su Gerusalemme. E sono convinti di potersi risparmiare qualunque concessione grazie al sostegno dell’occidente e al fatto che la colpa di tutto viene gettata sempre su Israele.
Il risultato è che o non succede proprio nulla (nel qual caso, colpa e pressioni continuano a crescere contro Israele), oppure potrebbero riuscire a proclamare unilateralmente l’indipendenza senza dover fare nessun compromesso: insomma, per loro una situazione comunque vantaggiosa.
Se si capisce questo concetto di fondo, non si casca più tanto facilmente nelle notizie sulla falsa moderazione. Analogamente, se si capisce che Israele è un paese civile e democratico che può fare, certo, degli errori, ma che non commette di proposito nessuna mega-malvagità, non si casca più tanto facilmente nelle menzogne messe in circolazione su questo fronte.
Non è poi così difficile da capire. O no?

(Da: Global Research in International Affairs, israele.net, 10.7.10)

domenica 11 luglio 2010

Se solo ascoltassimo quello che dicono

Di Barry Rubin

Ecco cosa ha detto il presidente Barack Obama, dopo il suo incontro col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Siamo convinti che c’è un modo per garantire che la popolazione di Gaza possa prosperare economicamente, pur garantendo che Israele possa preservare le sue legittime necessità di sicurezza non permettendo che Hamas si procuri missili e armamenti”.
Ora, si confronti questa dichiarazione con ciò che dice il leader del regime che controlla la striscia di Gaza quando spiega la sua strategia generale. E si consideri se c’è un intersezione possibile fra la realtà delle cose e l’agenda di Obama per far prosperare la striscia di Gaza.
Il leader di Hamas Mahmoud al-Zahhar non vuole che qualcuno lo accusi di nascondere il suo punto di vista e i suoi piani. Forse il suo messaggio è rivolto agli autori di tutti quegli articoli della serie “ormai anche Hamas è moderata”. Macché, quelli non gli danno ascolto, e continuano a scrivere di come Hamas sia già diventata moderata o di come la si possa far diventare tale con maggiori concessioni.
Zahhar spiega altresì, a tutti coloro che lo stanno ad ascoltare, quali sono le conseguenze di quello che l’occidente ha appena fatto: accettare sulla costa orientale del mar Mediterraneo un regime estremista islamista, anti-americano, anti-occidentale, repressivo, scagnozzo dell’Iran, terroristico, che opprime le donne, sfratta i cristiani e abusa dei minorenni trasformandoli in futuri attentatori suicidi. Ovvero, ciò che nel discorso occidentale viene indicato come “risolvere la crisi umanitaria”. Questo è il regime il cui dominio Obama propone di far prosperare. Il che mi fa pensare a un Lupetto dei boy-scout che incontra un serial killer.
Zahhar spiega il pandemonio della flottiglia diretta a Gaza e la conseguente ondata di sentimenti anti-israeliani non come un modo per far arrivare più sedie a rotelle nella striscia di Gaza, bensì come il completamento della “fase uno” del suo piano, destinato in futuro a far finire molte più persone di Gaza sulla sedia a rotelle. “Abbiamo liberato Gaza – ha dichiarato in un’intervista al giornale egiziano Al-Wafd del 23 giugno scorso – Ma forse che per questo abbiamo riconosciuto Israele? Abbiamo forse rinunciato alle terre occupate nel 1948 [quelle su cui sorge Israele]? Noi chiediamo la liberazione della Cisgiordania e la creazione di uno stato in Cisgiordania e striscia di Gaza con Gerusalemme come capitale, ma senza riconoscimento [di Israele]. Questa è la chiave: senza riconoscere il nemico israeliano su un solo centimetro di terra […] Il nostro piano per questa fase è liberare ogni centimetro di terra palestinese e creare su di esso uno stato. Il nostro obiettivo ultimo è la Palestina nella sua interezza. Lo dico forte e chiaro, in modo che nessuno mi accusi di usare tatticismi politici: noi non riconosceremo il nemico israeliano”.
Zahhar rivela anche il suo prossimo obiettivo: “Se potessimo liberare il Negev adesso, andremmo avanti [con la guerra]; ma le nostre possibilità attuali ci dicono che, dopo esserci sbarazzati della presenza israeliana a Gaza, dobbiamo farla finita con gli ultimi residui dell’occupazione e passare poi alla Cisgiordania”.
Per inciso, quanti sono in occidente i leader, i politici, gli accademici, i giornalisti, gli attivisti che caldeggiano la fusione di Autorità Palestinese e Hamas in un unico governo? Non è ciò che anche il presidente Obama ha indicato come suo obiettivo? Certo, vorrebbe l’Autorità Palestinese di Abu Mazen al vertice; ma chi scommettereste che uscirebbe vincitore nella battaglia per la Cisgiordania, se Hamas fosse riaccolta nell’Autorità Palestinese? Non sto dicendo che Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania, sebbene ciò sia impedito più dagli sforzi di Israele che dall’opposizione dell’Autorità Palestinese. Ma cercherebbe di farlo. E, uscendone frustrata, a un certo punto rilancerebbe la guerra contro Israele.
Hamas cercherebbe anche di contribuire a sovvertire l’Egitto, e si adopererebbe per aiutare l’Iran a diffondere la sua influenza e le sue intimidazioni in tutta la regione. E quando l’Iran otterrà armi nucleari, non proclamerà forse che la striscia di Gaza in mano a Hamas è sotto la sua protezione? Il che, se accadrà, sarà probabilmente un bluff; ma un bluff che porterà il Medio Oriente un passo avanti verso la guerra.
Esiste una qualche possibilità che dei leader occidentali leggano davvero e capiscano il discorso di Zahhar, una qualche possibilità che le sue implicazioni vengano insegnate nelle aule in occidente, una qualche possibilità che venga riportato bene in vista e spiegato sul mass-media occidentali?
Giacché, sia chiaro: Zahhar e Hamas parlano sul serio, ma la maggior parte dei governi occidentali non stanno nemmeno a sentire quello che dicono.

(Da: Global Research in International Affairs, 7.7.10)

martedì 6 luglio 2010

Gay iraniani e israeliani sfilano insieme in Germania

Dopo che la comunità israeliana GLBT (gay, lesbiche, bisessuali e transgender) è stata dichiarata “non gradita” alla manifestazione Gay Pride di Madrid, o forse proprio per quella discutibile decisione, domenica scorsa alla parata Gay Pride di Colonia, considerata una delle più grandi d’Europa (un milione e mezzo di partecipanti) si è potuto assistere ad uno spettacolo inedito: i rappresentanti della comunità omosessuale iraniana in esilio hanno voluto marciare fianco a fianco coi partecipanti della comunità omosessuale israeliana (che naturalmente non sono in esilio), abbracciandosi apertamente di fronte alla folla e alle telecamere dei mass-media internazionali accorsi a documentare l’insolito evento.
Come si ricorderà, poco meno di un mese fa gli organizzatori della parata Gay Pride di Madrid avevano comunicato all’ambasciata israeliana la decisione di cancellare l'invito alla delegazione israeliana, adducendo “motivi di sicurezza”: numerose organizzazioni palestinesi e pro-palestinesi, infatti, avevano esercitato pressioni e minacce in questo senso. “Eravamo stati invitati come organizzazione non politica – aveva dichiarato Mike Hamel, della Unione GLBT israeliana, esprimendo vivo disappunto – Si tratta di un’altra occasione di dialogo mancata”. “Una vergogna – era stato il commento di Yossi Levy, del ministero degli esteri israeliano – Israele è l’unico paese in tutto il Medio Oriente dove si tengono parate Gay Pride, dove gli omosessuali sventolano le loro bandiere e godono di diritti e rispetto. Questa primitiva politicizzazione e questa sfacciata capitolazione alla violenza e al terrorismo degli anti-israeliani cozza con i valori e i principi di non discriminazione tipici del Gay Pride”. Pochi giorni dopo, anche la cantante israeliana Dana International (l'unica cantante transessuale ad avere mai vinto un Eurofestival), che avrebbe dovuto esibirsi a Madrid nel quadro del Gay Pride, vedeva i suoi impegni all'estero annullati a causa delle pressioni e delle minacce esercitate dai gruppi palestinesi e filo-palestinesi.
Domenica scorsa, invece, la delegazione israeliana ha partecipato al Gay Pride in Germania su espresso invito della città di Colonia, e mentre sfilava con le bandiere israeliane e le bandiere arcobaleno del movimento gay, i membri della delegazione iraniana l’hanno raggiunta con le loro bandiere iraniane pre-rivoluzione khomenista.
Uno degli iraniani ha raccontato d’essere stato costretto a fuggire dall’Iran solo un mese fa, dopo che era stato identificato dalle autorità come attivista gay e di conseguenza fatto oggetto di angherie.
La delegazione israeliana ha sfilato in testa alla parata, accompagnata dal sindaco di Colonia, Jurgen Rutters.
“Anche i turchi si sono uniti a noi, insieme a rappresentanti dalla Russia, dall’Ucraina e da altri paesi dove la vita degli omosessuali è ancora molto difficile”, ha detto a YnetNwes Adir Steiner, che ha coordinato gli eventi del Gay Pride a Tel Aviv. “Uno di loro – ha raccontato Steiner – mi ha chiesto perché Israele non possa diventare rifugio per gli omosessuali iraniani perseguitati dal loro regime. Gli ho dovuto spiegare che le cose non sono così semplici e che l’Iran è un paese ostile, i cui cittadini non possono liberamente entrare in Israele”.
“La partecipazione di delegati di Tel Aviv – ha dichiarato Yaniv Weizman, rappresentane della municipalità della più grande città israeliana – costituisce un’eccellente opportunità per mostrare a decine di migliaia di partecipanti a questa manifestazione il bel volto di Israele, aperto e tollerante, e Tel Aviv come una delle città più affascinanti del mondo per i turisti gay”.
(Da: YnetNews, Israele.net, 5.7.10)

Hezbollah alle prove di guerra

Strade bloccate, Caschi blu presi a sassate, armi portate via, un capopattuglia picchiato e sequestrato. Dal 28 giugno Hezbollah ha messo in atto la sua prova di forza nel sud del Libano contro le forze internazionali del contingente Unifil, scatenando una trentina di incidenti, soprattutto nel settore sotto il comando italiano. Il Partito di Dio vuole dimostrare che controlla il territorio, che la lotta contro Israele non è mai finita e che i Caschi blu devono sottostare al suo controllo. Tra il 28 e 30 giugno, il contingente Unifil si è mobilitato per l’esercitazione “Maximum strenght” (massimo sforzo), che doveva schierare quanti più uomini e mezzi possibili a sud del fiume Litani. Le Forze armate libanesi, nonostante le ripetute richieste, non hanno partecipato. Il generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas, comandante di Unifil, è sceso in campo lo stesso, ma Hezbollah aveva pianificato la trappola sotto forma di protesta “civile”. “Hanno preparato soprattutto blocchi stradali. Mandavano avanti donne e bambini, secondo uno schema collaudato. Dietro c’erano i fomentatori”, spiega al Foglio il generale Giuseppenicola Tota, comandante del settore ovest e del contingente italiano (1.900 uomini in gran parte della Brigata Garibaldi). “Ci sono stati 27 incidenti, 24 dei quali nel nostro settore, che hanno coinvolto tutte le nazionalità di Unifil, non soltanto i soldati italiani”, sottolinea il comandante. I Caschi blu sono stati accolti da sassaiole, in altri casi sono stati assaltati i mezzi (una bastonata ha spezzato le costole a un soldato francese). Il generale non cita mai il Partito di Dio degli sciiti, ma conferma “che i fomentatori erano ben addestrati e sapevano come muoversi. Per convincere la gente gridavano che i Caschi blu volevano entrare nelle case per perquisirle e controllare le loro famiglie. Pura disinformazione”. I soldati libanesi, intervenuti in alcuni casi a rilento, hanno faticato a riportare l’ordine. Subito dopo gli incidenti Hezbollah ha negato qualsiasi coinvolgimento, ma il numero due del partito armato, Sheikh Naim Qassem, ha accusato Unifil di aver “istigato” la reazione della popolazione. La prova di forza non era ancora finita. Sabato scorso due mezzi francesi sono finiti in un’imboscata, a 500 metri dal villaggio di Qabrika nel settore ovest sotto comando italiano. “Prima si sono trovati di fronte alcuni ragazzini che tiravano pietre – racconta il generale – Hanno cercato di manovrare, ma era tutto organizzato e sono finiti in un cul de sac”. Dalla folla urlavano che i Caschi blu avevano preso un bambino e lo tenevano prigioniero dentro uno dei due blindati. I mezzi dell’Onu sono stati circondati. “Il capopattuglia, che parlava arabo, ha cercato di spiegarsi e calmare gli animi, ma è stato assalito, picchiato e gli hanno portato via l’arma personale”. Gli altri francesi hanno sparato colpi in aria di avvertimento, ma la folla aveva cominciato a forare i pneumatici, tagliare i freni e bloccare le ruote. I Caschi blu non hanno avuto altra scelta che chiudersi dentro, mentre i “civili” portavano via le armi sulla torretta e cercavano di fracassare parabrezza e finestrini con le pietre. “La riserva composta dai bersaglieri dell’8° reggimento è stata subito attivata, ma le Forze armate libanesi ci hanno pregato di non intervenire per evitare che la situazione degenerasse”, spiega il generale Tota. Alla fine i militari di Beirut sono riusciti a recuparere il Casco blu disperso, che era stato portato al sicuro in una casa, da alcuni civili, per evitare il linciaggio, e le armi sequestrate dai manifestanti, che le avevano rese inutilizzabili. Centosessanta villaggi sotto controllo “Le Nazioni Unite e i membri del Consiglio di sicurezza sono molto preoccupati” ha dichiarato Michael Williams, coordinatore speciale dell’Onu per il Libano. Francia, Italia e Spagna stanno discutendo di un possibile ritiro o di una limitazione della missione. Lo scorso mese gli israeliani avevano organizzato una grande esercitazione al confine con il Libano. Hezbollah ha reagito con la simulazione di un attacco a postazioni israeliane a nord del fiume Litani, al di fuori del mandato di Unifil. Ad assistere all’esercitazione c’era il ministro dell’Agricoltura, che fa parte di Hezbollah. Secondo Gerusalemme, il Partito di Dio controlla 160 villaggi nel Libano meridionale, pronti a diventare roccaforti in caso di guerra, come nel 2006.

Il Foglio
06 luglio 2010

venerdì 2 luglio 2010

Sosteniamo la famiglia di Gilad

Noam e Aviva Shalit, i genitori di Gilad rapito oltre quattro anni fa dai criminali terroristi di ammazz, stanno marciando dal Kibbutz Ma'abrot a Shefayyim in direzione di Netanya e nella serata raggiungeranno Cesarea, dove celebreranno lo Shabat nei pressi della residenza privata del Primo Ministro.
Quindicimila persone li accompagnano in questa marcia della speranza.

Tiriamo fuori e indossiamo le magliette bianche con l'immagine di Gilad!

NOI VOGLIAMO GILAD SHALIT LIBERO SUBITO!















Hamas diffonde video animato su Shalit: “Illusione è devastante”

“Quattro anni dopo, abbiamo ancora Shalit”. È questa la frase che apre il video animato realizzato da Hamas e diffuso sul sito di Izzadin al-Kassam. Il filmato, realizzato in 3D, riproduce il momento in cui il caporale israeliano è stato rapito dal movimento islamico il 26 giungo 2006 nella Striscia di Gaza

Gaza, 28 Giugno 2010 – A quattro anni, ormai, da suo rapimento, Hamas diffonde un nuovo video animato sul soldato israeliano Gilad Shalit. Non è la prima volta che le brigate di Al Qassam (le famigerate Brigate Izzadin al Qassam), braccia armato della formazione politico-terrorista che governa la strisca di Gaza, diffondono un video sul soldato di efferata crudeltà e cinismo.
Pochi mesi fa era stato diffuso un filmato in animazione 3d in cui il padre di Shalit – rappresentato come un uomo ormai vecchio e stanco – vagava triste e desolato per le strade di Israele, bussando alle porte dei politici di turno perché lo aiutassero a ritrovere il figlio, per poi vederselo riconsegnato in una bara.
Questa volta, nel video diffuso da Hamas non ci sono riferimenti a ipotetici episodi reali: si vede un carro armato che israeliano che esplode, una mano gigante che trattiene un soldato, mentre in arabo appare la frase “l’illusione è devastante”. Segue la data del raid eseguito da Hamas e che, oltre al rapimento di Shalit, ha provocato la morte di due suoi commilitoni e il ferimento di altri quattro.
Il video, il secondo di questo tipo, è stato diffuso in concomitanza con l’avvio della marcia organizzata dai genitori del soldato, Noam e Aviva Shalit, che insieme a circa 10mila sostenitori sono diretti a Gerusalemme. Il loro obiettivo è quello di fare pressioni sul governo per il rilascio del figlio e di sostare di fronte alla residenza di Benjamin Netanyahu fino a quando Gilad non verrà liberato.

(Fonte: Infoaut.org e L’Occidentale.it, 28 Giugno 2010)