Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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sabato 30 ottobre 2010

Un messaggio ai diretti interessati, e al resto del mondo

Di Ron Ben-Yishai
Bisogna leggere con attenzione il rapporto pubblicato martedì scorso dall’autorevole quotidiano francese Le Figaro circa il traffico di armi a favore di Hezbollah: un rapporto che contiene informazioni credibili, con un grado di dettaglio senza precedenti, riguardanti lo sforzo dell’Iran di armare e rafforzare il gruppo sciita libanese, con l’attiva collaborazione della Siria. (Stando al rapporto, tre unità logistiche di Hezbollah con sede in Siria e Libano supervisionano la consegna di armi a Hezbollah, sponsorizzata dall’Iran: l’Unità 108, il cui quartier generale si trova appena fuori Damasco, dirige il trasferimento di armi da magazzini localizzati al confine siro-libanese fino alle basi Hezbollah; l’Unità 112 gestisce l'effettiva consegna notturna delle armi alle varie roccaforti Hezbollah; il terzo anello della catena di approvvigionamento è l’Unità 100, composta da specialisti Hezbollah e loro colleghi iraniani che si spostano tra le varie basi della milizia in Libano e in Iran, dove i terroristi si addestrano all’uso di razzi e missili.) Tuttavia la ragione principale per cui quel rapporto merita particolare attenzione ha a che fare con il messaggio ad esso intrinseco, e con la tempistica della sua pubblicazione.
Si può presumere con un buon grado di sicurezza che chiunque abbia fornito l’autorevole quotidiano francese queste delicate informazioni di intelligence si riprometteva di conseguire un paio di obiettivi.
Il primo obiettivo è sbattere i fatti in faccia all’opinione pubblica internazionale in modo che le Nazioni Unite, l’occidente, gli stati arabi e i mass-media globali non possano fingere di cadere dalle nuvole se e quando Israele dovesse decidere di sferrare colpi energici e devastanti. Colpi che prenderebbero di mira l’enorme arsenale di razzi e missili accumulato in territorio libanese, ed eventualmente anche gli stati che hanno contribuito a crearlo, vale a dire lo stesso Libano e la Siria.
Quello francese non è il primo rapporto che punta a conseguire questo obiettivo. Nei mesi scorsi, diversi mass-media israeliani e internazionali hanno pubblicato un significativo numero di servizi, accompagnati da dettagliate foto aeree in cui si vedono uomini di Hezbollah che si addestrano in Siria all’uso di vari tipi di missili. Tali rapporti rivelano anche che Hezbollah colloca le sue armi in mezzo alla popolazione civile e abbastanza lontane dal confine israeliano in modo tale da rendere arduo per le Forze di Difesa israeliane colpire tali arsenali senza essere immediatamente accusate di crimini di guerra contro i civili.
Allo scopo di svelare i piani di Hezbollah e dei suoi protettori, circa tre mesi fa il comandante in capo del forze israeliane settentrionali, Gadi Eisenkott, ha mostrato ai giornalisti foto e informazioni dettagliate sul dispiegamento e sui depositi di armi di Hezbollah nella cittadina al-Khiyam, nel Libano meridionale. In effetti lo sforzo di informare l’opinione pubblica in anticipo si è già dimostrato un fattore cruciale durante la seconda intifada e alla vigilia dell’operazione anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009. Si può pertanto presumere che anche Israele, a quanto pare in cooperazione con la Francia, sia dietro al recente rapporto di stampa francese. La Francia ritiene di avere verso il Libano responsabilità e legami speciali, e le informazioni fatte trapelare, secondo Le Figaro, dal ministero della difesa francese costituiscono di per sé un messaggio rivolto a Libano e Siria.
Inoltre, la tempistica della fuga di notizie, a ridosso della recente visita in Libano di Ahmadinejad, serve a dimostrare che la Francia, esattamente come Israele, prende sul serio le minacce del presidente iraniano, e ne è alquanto preoccupata. Utilizzando fatti e cifre, il rapporto vuole dimostrare che – diversamente dall’interpretazione più comune in occidente, che considera l’appassionato fervore di Ahmadinejad come un caso di tracotanza mediorientale priva di reale sostanza – la realtà è che ci troviamo di fronte a un autentico piano d’azione per Hezbollah, dotato degli strumenti per realizzarlo una volta che ricevesse luce verde da Tehran.
Un altro messaggio contenuto nel rapporto è indirizzato a Damasco. Il presidente Bashar Assad, che proclama di continuo il suo desiderio di pace con Israele, avrebbe qualche difficoltà a spiegare come si conciliano tali dichiarazioni con la benzina che getta sul fuoco aiutando Hezbollah (che opera nel cuore di Damasco, a pochi chilometri dal palazzo presidenziale siriano e sotto l’occhio vigile dei servizi di sicurezza di Assad). Il messaggio non intende soltanto mettere in imbarazzo Assad, ma anche fargli sapere che uffici di comando e campi d’addestramento di Hezbollah in Siria sono, dal punto di vista israeliano, bersagli legittimi; e che lui e il suo regime saranno responsabili per ogni eventuale conseguenza subita dalla Siria.
Un altro messaggio diretto alla Siria, oltre che al governo libanese e a Hezbollah, è che i loro maneggi sono del tutto trasparenti e che le agenzie di intelligence israeliane e occidentali ne sono a conoscenza. Il che significa anche che i periodici voli dei jet israeliani sopra il territorio libanese sono necessari, a dispetto delle censure dell’Onu. Si tratta di voli di ricognizione perlopiù necessari per accertare se gli iraniani, attraverso i siriani, stiano o meno trasferendo in Libano ciò che gli israeliani definiscono “armamenti che alterano l’equilibrio di forze”. Tali armamenti comprendono batterie di missili anti-aerei che potrebbero significativamente limitare lo spazio di manovra delle forze aeree israeliane, e missili a lunga gittata tipo Scud. Qualora nondimeno venissero trasferite alle porte di Israele, Gerusalemme potrebbe dover reagire con grande forza.
Tutti questi messaggi non porranno termine agli arsenali di razzi e missili di Hezbollah; tuttavia contribuiscono al potere deterrente di Israele, e dovrebbero conferire legittimità ai suoi atti “sproporzionati” nel caso si rendesse necessario colpire in Libano ed eventualmente anche in Siria.

(Da: YnetNews, 27.10.10)

" Lo scrittore arabo-israeliano confessa: Sì, ho fatto la spia per Hezbollah ".

di Francesco Battistini

GERUSALEMME

Dicevano: è una spia. Ribattevano: è un pacifista. Rincaravano: ha confessato. Obbiettavano: l’hanno torturato. Per un anno e mezzo la strana storia di Ameer Makhoul, lo scrittore arabo israeliano incarcerato per aver passato informazioni agli Hezbollah durante la guerra del Libano 2006, è stata un’infinita questione che ha spaccato le coscienze: un amico del nemico o, semplicemente, un intellettuale scomodo incastrato per dare una lezione a tutti quelli come lui? La prova che «molti arabi d’Israele sono inaffidabili», come sostiene la destra? O l’evidenza che «qui la legge non è uguale per tutti», come dice la sinistra? Mercoledì, nel tribunale di Haifa, ha provveduto Makhoul a togliere qualche dubbio: ammettendo d’avere spiato, riconoscendo di non essere mai stato torturato, chiedendo di patteggiare una pena più lieve. E diventando un caso inevitabilmente politico, in un Paese che dibatte la proposta del governo Netanyahu d’imporre anche agli arabi, il 20% della popolazione, un giuramento di fedeltà alle radici ebraiche dello Stato.
La confessione di Makhoul è uno choc. Perché per questo intellettuale 52enne, animatore dell’associazione Ittijah che raggruppa le 64 Ong arabe d’Israele, consulente dell’Onu, membro del World Social Forum e amico di Noam Chomsky, per Makhoul s’erano mobilitati un po’ tutti: scrittori, universitari, compagnie teatrali, blog, sinistra. Tutti ad accusare i servizi israeliani d’avere oltrepassato il limite, arrestando il pacifista palestinese alle 3 di notte, lasciandolo per 12 giorni senza avvocato e per 21 in isolamento, privandolo di sonno e di cibo, estorcendogli dichiarazioni «sotto tortura» e non registrate, in una stanza dov’era stato per 36 ore legato a una sedia... «È detenuto solo per le sue idee», protestò Amnesty. Di colpo — schiacciato da imputazioni pesantissime come lo spionaggio aggravato, l’attentato alla sicurezza nazionale e la cospirazione col nemico —, mercoledì Makhoul ha ceduto. E davanti al giudice Yosef Elron, che gli chiedeva se fosse stato torturato, non ha fiatato: i suoi avvocati hanno chiesto uno sconto di pena (non farà meno di sette e più di dieci anni), riconoscendo che l’imputato s’incontrò almeno dieci volte con «uomini vicini a Hezbollah» durante i suoi viaggi in Europa e in Medio Oriente, per «fornire informazioni sensibili su strutture militari, sui movimenti d’autorità governative, sui luoghi in cui cadevano i missili», perfino sull’abitazione del capo dello Shin Bet, i servizi israeliani.
Si chiude il processo, non la polemica. Col gruppo «Ameer libero» su Facebook che continua a difendere lo scrittore: «Ma quale confessione! Lui ha ammesso i contatti con le Ong libanesi. Un’ovvietà: tutte le Ong libanesi hanno a che fare con Hezbollah! In Israele però basta pochissimo, per violare la legge sulla sicurezza. E per diventare un traditore». E le torture? «Non se n’è trovata traccia — dice l’editorialista di destra Dan Margalit —. Adesso, qualcuno deve delle scuse alla polizia: gli amici di Makhoul sono uguali agli estremisti ebrei che vanno a provocare gli arabi». «Visto che abbiamo ragione? — gongola David Roten, il parlamentare che ha proposto la legge sul giuramento d’ebraicità —. Ci sono arabi che lavorano per il nemico. Questa gente non ha diritto di cittadinanza: ha solo il dovere d’andarsene via». O di spiegare meglio: «Un giorno scriverò un libro — ha annunciato il condannato, rientrando in cella — e racconterò l’intera verità su ciò che è successo».

Testata: Corriere della Sera
Data: 29 ottobre 2010
Pagina: 19
Autore: Francesco Battistini

venerdì 29 ottobre 2010

Verso un altro disastro unilaterale?

Di Sara Reef

Mentre il futuro dei colloqui di pace israelo-palestinesi resta incerto, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sta pensando di chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere uno Stato indipendente di Palestina qualora i palestinesi abbandonassero le attuali trattative di pace. Ma alla luce di altre iniziative unilaterali prese in passato in questo contesto, Abu Mazen farebbe bene a pensarci due volte.
In effetti, nel conflitto arabo-israeliano non si è ancora vita una riuscita decisione unilaterale che abbia prodotto un risultato di pace. Il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale del 24 maggio 2000 ha portato Hezbollah a riempire il vuoto di potere che ne era derivato. (Non si può non ricordare ciò che diceva il noto scrittore pacifista israeliano Amos Oz intervistato da Ha’aretz il 17 marzo 2000, due mesi prima del ritiro israeliano: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale potremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché l’idea stessa di uno scontro fra Stato di Israele e Hezbollah era una pura follia sin dall’inizio, e sicuramente non avrà più alcuna rilevanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”). Quattro mesi soltanto dopo quel ritiro, il 7 ottobre 2000, Hezbollah sequestrava e uccideva tre soldati israeliani nella zona del Monte Dov. Quell’attacco innescò una spirale degenerativa destinata a culminare nella guerra fra Israele e Hezbollah in Libano dell’estate 2006. Oggi Iran e Siria hanno riarmato Hezbollah fin oltre i livelli precedenti, il che pone una minaccia più grave che mai. E il ritiro unilaterale non ha fruttato nessun accordo di pace né fra Israele e Libano né fra Israele e Siria.
Uno scenario analogo è quello che ha fatto seguito al ritiro unilaterale israeliano dell’agosto 2005 dalla striscia di Gaza. Quel ritiro si è tradotto nel rafforzamento di Hamas a Gaza, culminato nel successo elettorale di Hamas nelle elezioni palestinesi del gennaio 2006 (e nel sanguinoso golpe a Gaza contro Fatah e Autorità Palestinese del giugno 2007). A fine dicembre 2008 Israele doveva lanciare una vasta operazione anti-terrorismo dentro la striscia di Gaza per reagire al fuoco di fila di razzi che per anni Hamas e i suoi alleati avevano lanciato da Gaza su città e kibbutz israeliani. E fino ad oggi quel ritiro unilaterale non ha aumentato né la sicurezza di Israele né il livello di vita dei palestinesi.
Se il presidente Abu Mazen vuole davvero che un futuro stato palestinese possa avere successo e vivere in pace coi suoi vicini, farebbe meglio ad usare come modello il trattato di pace fra Israele ed Egitto del 1979 e quello fra Israele e Giordania del 1994. Come hanno dimostrato questi esempi del passato, il solo modo per arrivare a una pace possibile e duratura è quello di accompagnarla con un accordo politico fra le parti in conflitto. Se vogliono arrivare a una pace possibile, israeliani e palestinesi dovranno restare al tavolo dei negoziati.
Per questo ora è più importante che mai che il presidente Usa Barack Obama usi i suoi poteri diplomatici per persuadere israeliani e palestinesi a insistere con le trattative avviate. Più e più volte la storia del conflitto arabo-israeliano ha dimostrato che i proclami unilaterali non portano a un aumento né della pace né della sicurezza. Sarebbe più saggio che il presidente Abu Mazen concentrasse i propri sforzi nel concepire una proposta di compromesso da presentare al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (cosa che finora non ha mai fatto), anziché agitare vuote minacce. In definitiva, solo un accordo politico potrà portare pace vera e sicurezza sia agli israeliani che ai palestinesi.

(Da: YnetNews, israele.net, 28.10.10)

giovedì 28 ottobre 2010

L’odio dei pacifinti colpisce anche Raiz, l’ex leader degli Almamegretta. La colpa? La solita: difendere Israele!

L’ex leader Almamegretta e idolo della sinistra, accusato dal collettivo Cau per l’adesione all’evento pro Israele


Gli studenti contro Raiz: «Sei sionista». 
E lui: faziosi, basta giocare a buoni e cattivi


di  Alessandro Chetta
«Caro Raiz perché hai aderito alla manifestazione pro Israele?». Se lo sono chiesti, non proprio con questo tono diplomatico, gli studenti napoletani del collettivo autorganizzato universitario (Cau), orbitante soprattutto all’Orientale di Napoli. La domanda l’hanno rivolta via Facebook direttamente a lui, Raiz, ex icona degli Almamegretta, gruppo dal forte messaggio sociale agli inizi dei ’90, ora convertitosi all’ebraismo. Il collettivo – che sostiene la causa palestinese – ha reputato «vergognosa» l’adesione dell’artista all’evento (tenutosi sabato scorso a Roma[in realtà giovedì]), pubblicando anche una serie di strofe tratte dalle più famose canzoni del gruppo dal contenuto antirazzista.
LA REPLICA DEL CANTANTE - Raiz ha risposto online a «Giulia Valle», pseudonimo del Cau su Fb (Valle Giulia fu teatro degli scontri tra studenti e polizia nel ’68, poi messi in versi da Pasolini): «Ti ricordo nel 1938 cosa hanno fatto i fascisti agli ebrei e cosa avrebbero cercato di fare ad Israele se fosse esistito allora -, forse – prosegue il cantante – perchè Raiz è ebreo ed amico di Israele, che non vuol dire essere nemico per forza di qualcun altro, forse perchè non c’è niente di vergognoso nel voler forzare il manicheismo che caratterizza chi ha solo voglia di essere fazioso senza mai, dico mai cercare un minimo di obiettività. D’altronde, cara Giulia, per te sostenere la causa palestinese significa forse sostenere la bieca violenza di Hamas? O negare ogni diritto alle donne, agli omosessuali? Spendere ogni dollaro ricevuto dai progetti umanitari in stupidi missili da lanciare su Sderot invece di pensare alle migliaia di poveri del tuo paese? Non credo. Come ti sentiresti se per il solo fatto di sostenere tale causa qualcuno ti chiamasse fanatica integralista, antifemminista, omofobica, reazionaria? Perchè non provare ad uscire dalla logica del giochiamo ai buoni e cattivi e capire che se un conflitto dura 60 anni e passa evidentemente ci sono torti e ragioni come in ogni conflitto da parte di Tutti? A meno che non si pretenda sempre di avere ragione. E mi sa che dal tono categorico delle due righe che scrivi è proprio così…».
«STORIA DEL SIONISMO E ZYCLON B» – La risposta pare non abbia convinto gli attivisti del collettivo Cau. Che hanno duramente controreplicato: «”Buoni e cattivi?” Ma quanti anni hai, e quanti me ne dai? io da quando ho 15 anni ragiono per cause ed effetti, così si approccia alla storia. La causa di questo lungo e confuso (?) conflitto è la nascita dello stato d’Israele. L’effetto è la disperata resistenza di un popolo schiacciato dall’occupazione». Segue un lungo batti e ribatti sulla storia del sionismo, le cause della nascita di Israele. Il tono si accende verso la fine dello scambio online. Il collettivo rimbalza le argomentazioni dell’ex Almamegretta commentando: «L’appoggio praticamente incondizionato di Usa e Ue ad Israele permette a Tel Aviv di perpetrare i peggiori crimini contro i palestinesi», con ironica chiosa finale: «Solo un’ultima cosa: parlare in terza persona di se stessi è cosa alquanto strana. Ma ti ispiri più a Cesare o ai tronisti di Maria De Filippi?». All’ironia Raiz ribatte col sarcasmo: «…Dai facciamo pace, ho trovato io la soluzione. Zyclon b per qualche mese e ci siamo sbarazzati del problema! Ciao faziosi. Ah… Cesare mi sembra antico, propendo per un bel tronista». Per la cronaca, sul profilo Facebook di Aaron Wolpa-Raiz campeggia l’immagine di due cagnolini marchiati con la stella di David.
RAIZ AL CORRIERE: MAI SVENTOLATO BANDIERE – «Nelle canzoni che ho scritto con gli Almamegretta – commenta Raiz, contattato dal Corriere del Mezzogiorno – non ci sono mai, dico mai, bandiere da sventolare: si parla di convivenza, il messaggio non è mai stato settario. E questo perché sono un convinto assertore della multiculturalità». Poi cita Amos Oz, scrittore israeliano, sempre molto critico con Israele: «Nel pamphlet “Contro il fanatismo” scrive che, in sostanza, spesso quando uno ci attacca pensiamo che non abbia capito ciò che vogliamo dire, ché magari non ci siamo spiegati bene. Applicare, dice Oz, tale ragionamento al conflitto tra Palestina e Israele non ha senso, in quanto ci sono da entrambe le parti ragioni sacrosante e legittime. Mettersi sulle barricate dell’uno e del’altro schieramento non serve a nessuno, non smuove un bel niente. Crea soltanto sofferenza. Perciò – conclude il cantante – personalmente ho tentato di spiegare agli studenti del collettivo che ogni tanto i principi vanno messi in tasca per far sì che le questioni – e questa è storicamente la Questione delle questioni – possano davvero risolversi non in teoria ma concretamente».
E IL CAU: «VIVERE È PARTEGGIARE» – Le ultime dichiarazioni dell’artista partenopeo suscitano un’ulteriore risposta, via mail, da parte del collettivo studentesco: «Ringraziamo ancora Raiz per i suoi illuminanti consigli… ma il problema qui è che stare “nel mezzo”, come ci suggerisce, non significa essere equidistanti. Come insegna Gramsci “vivere significa parteggiare” e noi saremo sempre di parte, essere equidistanti di fronte a un conflitto, come quello israelo-palestinese, che vede una tale sproporzione nei mezzi utilizzati e negli obiettivi, vuol dire “scegliere” e scegliere di stare dalla parte del più forte. Raiz, tu questa scelta l’hai fatta! …hai deciso di stare dalla parte di chi utilizza, per mettere in ginocchio una popolazione, armi di distruzione di massa come il fosforo bianco che, informati, non uccide, brucia. Hai scelto di parteggiare per uno Stato che sperimenta le sue armi fatali su un popolo inerme che alle bombe ‘Dime’ risponde con le pietre raccolte dalle macerie che quelle stesse bombe hanno creato. Hai scelto di stare dalla parte di chi ogni giorno si macchia di crimini terribili, appoggiato dalle più grandi potenze mondiali. Dici che parliamo di principi e ti atteggi parlando di concretezza. Questo è concreto – prosegue il Cau nella missiva – non sono i princìpi che creano sofferenza, ma la solitudine di un popolo abbandonato, quello palestinese, che vive di solidarietà e aiuti umanitari. Questa è “realtà”, di teorico non c’è un bel niente».
(Fonte: Corriere della Sera, 11 Ottobre 2010)

Giordania: vietato essere ebrei!

La Giordania ce la sta mettendo tutta per diventare una "moderna" nazione islamica.
Dopo aver apposto cartelli nei negozi di Petra (di nazista memoria) nei quali si dichiarava che era impedito l'ingresso ai cani e ai cittadini israeliani, dopo aver disposto la consegna alla polizia di frontiera dei tefillin e di tutti gli oggetti di natura religiosa, ora è la volta della confisca delle kippot!
Ebbene si, un ebreo, se vuole entrare in Giordania (e uscirne vivo ...) DEVE consegnare al confine la sua kippà (che gli verrà restituita al rientro in Israele) "per motivi di sicurezza personali".
Per la serie "NOI GLI EBREI QUI NON CE LI VOGLIAMO" la Giordania (70% della popolazione composta da "palestinesi) che di fatto è già uno stato palestinese (quindi non si capisce neanche tanto bene perchè dovrebbe nascere un altro stato palestinese ma lasciamo perdere che è meglio!!!) dimostra quanto sia ospitale un paese arabo per gli Ebrei, quanto sia democratico, quanto sia rispettoso delle religioni e culture e chi più ne ha più ne metta...

Roma: scritte contro Roberto Saviano


Gli odiatori di professione non si potevano certo esimere dal fare la loro comparsa in maniera "eclatante" dopo che Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, colui che per anni è stato il paladino dei soliti sinistri pacifinti, ha parlato delle sue origini ebraiche, fatto un viaggio in Israele e soprattutto espresso la sua dichiarazione di solidarietà a Israele in occasione della meravigliosa manifestazione del 7 ottobre a Roma, promossa da Fiamma Nirenstein.
E così, dopo aver imperversato su blog, siti internet, profili Facebook, trasmissioni televisive e giornali, hanno fatto il "salto di qualità": una ignobile scritta infamante sui muri di Roma, nella quale si paragona (delirio su delirio) Saviano a Israele e alla mafia.
Il cervello bacato di questi idioti è riuscito ad elaborare un pensiero sintetico (non stiamo a vedere se sia logico o meno, non si può chiedere di più a certi soggetti) che è tutto un programma: colui che ha denunciato la mafia, colui che ha visto e documentato con i propri occhi come la mafia corrompe il sistema sociale, civile e politico italiano, colui che a causa delle denunce fatte è costretto a vivere blindato, con la scorta h24, viene paragonato alla mafia che combatte...alla quale, non si sa perchè e in base a quale principio, viene accomunato lo stato di Israele.

Samir Kuntar a Hamas: “Dovete rapire altri soldati israeliani!”

Di Emanuel Baroz

Gaza, 23 Ottobre 2010 
Samir Kuntar, l’infanticida omicida autore della strage di Nahariya del 1979 (tornato in libertà nel 2006 grazie allo scambio con i corpi dei soldati israeliani morti che erano nelle mani di Hezbollah), intervenendo via satellite ad una conferenza organizzata da Hamas, ha esortato i dirigenti della organizzazione terrorista palestinese a rapire altri soldati israeliani:”Chiedo all’organizzazione della resistenza di rapire altri soldati israeliani e non accontentarsi di uno solo, perché sono molti i nostri fratelli detenuti nelle carceri israeliane”.
Kuntar, che, ricordiamo, è considerato un eroe per i terroristi di Hamas e di Hezbollah, ha poi aggiunto: “Non ci sentiremo mai completamente liberi se non otterremo la liberazione di tutti i nostri prigionieri. L’atteggiamento della resistenza palestinese  nella vicenda Gilad Shalit è la migliore prova della responsabilità che sentiamo verso la questione dei prigionieri”

Per chi ne volesse sapere di più su questo immenso bastardo che risponde al nome di Kuntar consigliamo le seguenti letture:


FONTE: 
www.focusonisrael.org

L'Egitto impedisce al convoglio Viva Palestina di entrare a Gaza.

Ieri 27 ottobre, le autorità egiziane hanno rifiutato il permesso di entrare a Gaza al convoglio di 17 membri dell'organizzazione Viva Palestina, compreso il leader della stessa George Galloway, che erano a bordo della nave Mavi Marmara, e a membri della Fratellanza Mussulmana e ad altri che secondo rapporti dei locali servizi di intelligence,  erano state coinvolte in violenti scontri con le forze di sicurezza egiziane.
Il convoglio attualmente si trova in Siria e tra di loro ci sono sei cittadini britannici, nove giordani e due turchi.
E' da notare che l'organizzazione Viva Palestina e le altre organizzazioni che collaborano con essa (prime fra tutte la turca IHH), hanno un passato di provocazioni e violenze contro le autorità egiziane (Lifeline 3 Convoy del dicembre 09-gennaio 10): in conseguenza di ciò, l'Egitto aveva comunicato che non avrebbe più pemesso l'ingresso sul proprio territorio, a simili convogli, dichiarando altresì George Galloway, "persona non gradita".
La partecipazione degli estremisti "pacifisti" (sarebbe meglio dire pacifinti o terroristi) membri di queste organizzazioni radicali, è la reminiscenza delle attività di provocazione poste in atto contro Israele sulla Mavi Marmara per delegittimare lo stato ebraico.
  

mercoledì 27 ottobre 2010

Ministro di Hamas: “Ci prenderemo Haifa e Acco”

Hamas punta a occupare Haifa e Acco (città israeliane) in collaborazione con eserciti stranieri. Lo ha dichiarato lunedì scorso il “ministro degli interni” di Hamas a Gaza, Fathi Hammad.
L’ennesima minaccia del movimento palestinese sostenuto dall’Iran giunge nello stesso momento in cui i massimi esponenti dell’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) intensificano i loro attacchi retorici contro Israele per il suo rifiuto di prorogare la moratoria delle attività edilizie ebraiche in Cisgiordania oltre i dieci mesi a suo tempo stabiliti per favorire il negoziato coi palestinesi (e lasciati trascorrere dai palestinesi senza avviare seri negoziati).
Hammad, che parlava durante una visita all’Università “della scienza e della tecnica” di Khan Yunis, nella parte meridionale della striscia di Gaza, ha sostenuto che Israele si starebbe apprestando a lanciare “un’altra guerra contro la striscia di Gaza nel tentativo di sradicare la resistenza armata palestinese”. Rivolgendosi direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il “ministro” di Hamas ha affermato: “Stiamo per venire a riprenderci Haifa e Acco, insieme con altri eserciti dal resto del mondo”.
Hammad ha riempito di elogi i convogli di “aiuti umanitari” che giungono nella striscia di Gaza via el-Arish (Egitto) sfidando il blocco anti-Hamas imposto sull’area. Questi convogli, ha detto, portano ai palestinesi un chiaro messaggio: “Che dobbiamo continuare ad impegnarci sulla via della jihad (guerra santa) e della lotta armata. Il nemico cerca di imporci un assedio, ma è lui che è assediato dietro le sue barriere”.
Hammad ha proseguito dicendo che Israele sta ancora patendo le conseguenze della “sconfitta” e della “umiliazione” subite nell’operazione anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009. “I capi dell’entità sionista – ha sottolineato compiaciuto – hanno paura a recarsi nei paesi europei per il timore di essere arrestati e processati”. 
Hammad, che è responsabile delle forze di sicurezza di Hamas nella striscia di Gaza ed è considerato uno dei personaggi più potenti del movimento islamista palestinese, si è anche scagliato contro l’Autorità Palestinese per aver accettato di negoziare con Israele. Rivolgendosi al presidente Abu Mazen, ha detto: “Non importa quante concessioni farai, l'occupante e l'America non saranno mai sazi”.

(Da: Jerusalem Post, YnetNews, 25.10.10)

I cristiani criticano Israele ma chiudono gli occhi sulle violenze islamiche

di Fiamma Nirenstein

È facile immaginarsi quante preoccupazioni la Chiesa nutra nei confronti dei suoi cristiani in Medio Oriente, ed è per questo che ha indetto una lunga sessione di lavoro del sinodo dei vescovi sui problemi dell’area. L’islam non ama i cristiani d’oriente: li ha costretti alla fuga se è vero che sono ora solo il 6% della popolazione mediorientale. 
C’è solo un paese dove i cristiani sono cresciuti in numero: in Israele da 34mila che erano nel ’49 sono diventati 163mila, e saranno 187mila nel 2020. 
Invece, nei paesi musulmani i cristiani diminuiscono, ma le 50 Chiese ospitate in Terra Santa non se ne accorgono. Preferiscono dare addosso a Israele, dove godono di piena libertà di culto e di espressione. Non importa andare al tempo della conquista islamica nel settimo secolo quando i cristiani erano il 95 per cento.

Secondo il rapporto del dipartimento di Stato americano sulla libertà religiosa, nel 2007 in Turchia c’erano due milioni di cristiani, oggi sono 85mila; in Libano si è passati dal 55 al 35%; in Egitto la cifra si è dimezzata; in Siria dalla metà della popolazione sono ridotti al 4%; in Giordania dal 18 al 2%; in Arabia Saudita si parla di «cristiani invisibili». In Iran i cristiani quasi non esistono più. A Gaza sono rimasti in 3.000 sottoposti a continue persecuzioni. Tutto questo le gerarchie cristiane lo dicono a mezza bocca, e si può capire; ma non si può ammettere che per non urtare i propri persecutori si dia addosso, in una sede importante come il sinodo, a Israele.

Questo è anche una parte della Chiesa a pensarlo: dopo un primo momento in cui un nome di grande rilievo come quello del Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa era stato utilizzato senza riguardo come firma sotto un documento dai toni di scomunica teologica verso lo Stato d’Israele, adesso con una conferenza stampa Pizzaballa avverte che nessuna chiesa di Terra Santa ha sottoscritto il documento. Fa sapere che non è più della partita. Ma se si va sul sito www.kairospalestine.ps si trovano in bella vista firme molto importanti sotto il documento, redatto sin dal dicembre 2009 e che sarà presentato oggi al Sinodo: ci sono infatti il Patriarca Latino monsignor Fouad Twal, Pizzaballa stesso (un bravo, intelligente francescano e un fine intellettuale), il patriarca greco ortodosso Teofilo III, l’armeno Torkon Manougian e il copto Anba Abraham oltre al luterano Manib Yunan e l’anglicano Suheil Dawani.

Il precedente Patriarca Latino Michel Sabbah, un apostolo senza se e senza ma della causa palestinese, presenterà il documento che parla a nome di «noi cristiani palestinesi». Vi si dice: «L’occupazione militare è un peccato contro Dio e contro l’uomo», scomunica di fatto i cristiani sostenitori di Israele, si butta contro la presenza stessa d’Israele, paragona all’apartheid la barriera di difesa che ha bloccato il terrorismo al 98%, attacca gli insediamenti invocando il nome di Dio, cancella concettualmente lo Stato ebraico immaginandolo misto, islamico, cristiano e forse anche un po’ ebraico. Si legittima persino il terrorismo quando si dice dei «migliaia di prigionieri che languono nelle carceri israeliane» e che «fanno parte della nostra realtà». Difatti «la resistenza al male dell’occupazione è un diritto e un dovere per un cristiano».

Monsignor Twal ha rilasciato svariate dichiarazioni in questi giorni: ha detto che invece di due Stati per due popoli se ne potrebbe immaginare uno solo, ignorando l’idea corrente che profughi e tasso di natalità arabi spazzino via gli ebrei. E in secondo luogo ha detto che «al cento per cento» il motivo di fuga dei palestinesi è l’occupazione israeliana. Probabilmente il suo riferimento è alla libertà di movimento negata dalla barriera e ai controlli di sicurezza, che si moltiplicano o diminuiscono a seconda delle minacce terroristiche, del tutto ignorate da Twal. Ma c’è un errore nel ragionamento del Patriarca: Israele è l’unico Paese del Medio Oriente dove la popolazione cristiana cresce e di parecchio, come abbiamo detto. Dal 97 al 2003, la popolazione cristiana è cresciuta del 14 per cento, mentre in Cisgiordania, sotto l’Autorità palestinese, è declinata del 29%. Betlemme, la città dove è nato Gesù e dove la presenza cristiana è sempre stata il segno distintivo, è stata semisvuotata dai cristiani in fuga. L’occupazione israeliana certo impedisce i movimenti, ma terrorizzano di più rapimenti, delitti, ritorsioni di Tanzim e Hamas contro i cristiani.

Non solo: anche se possono sorgere talora discussioni fra le tre religioni a Gerusalemme (unica città in Israele dove la presenza cristiana è diminuita, forse per il clima di conflitto) esse sono sempre aperte e nell’ambito di una legislazione totalmente liberale. Chiunque vada nella capitale di Israele, la vede percorsa da folle di pellegrini, processioni, fedeli, etnie e fedi. La libertà religiosa, di accesso, di culto, è totale, come non lo era mai stata sin dai tempi della conquista islamica. Le Chiese di ogni genere e grado hanno corpo giuridico, voce in capitolo, proprietà immobili e in denaro in grande abbondanza, e totale libertà di opinione. Nei paesi arabi è vero il contrario. C’è chi al Sinodo, al contrario dei rappresentati di Gerusalemme, ha denunciato la persecuzione islamista, come ha riportato Il Foglio: Gregorius III Laham patriarca di Antiochia, l’arcivescovo dei Siri in Irak Basile Georges Casmoussa e Francois Eid, vescovo egiziano e altri hanno osato parlare della situazione di costrizione in cui vivono i loro fratelli. Ma proprio dal Libano che ha appena assistito a una sorta di invasione sciita da parte di Ahmadinejad dell’Iran, si è levata una voce che invece proclama che Israele è il problema per il Libano, un corpo estraneo in Medio Oriente. E’ quella di Edmond Farhat, nunzio in Libano.

Nella bozza di appello finale che sarà votata venerdì, il Sinodo ripropone la Chiesa come garante della libertà di culto e delle libertà personali di tutte le religioni. Ma se manca una sanzione di quello che i cristiani subiscono nei paesi islamici e si seguita a prendersela con gli ebrei che non c’entrano niente, come pensa di sostenerli moralmente e praticamente?

Il Giornale, 19 ottobre 2010

Uccisi due terroristi responsabili dell'assassinio di 4 cittadini israeliani

La notte dell'8 ottobre scorso, un'operazione congiunta delle IDF, ISA e Polizia di Frontiera Israeliana, ha portato all'arresto di 6 terroristi di hammazz e all'uccisione di altri due criminali responsabili  dell'assassinio, avvenuto il 31 agosto scorso,  di quattro cittadini israeliani: Yizhak e Talia Aimes, Avishai Shindler, e Kochba Even-Chaim.
Durante l'operazione, i sospetti terroristi hanno aperto il fuoco contro i militari israeliani che hanno risposto e colpito uno dei sospetti.
Un altro sospetto si è nascosto in un edificio rifiutandosi di arrendersi: i soldati lo hanno attaccato cercando di stanarlo ma senza successo e alla fine lo hanno ucciso.
Altri sei terroristi sono stati arrestati: erano in possesso di diversi AK47 e munizioni.
Il 31 agosto 2010, quattro cittadini israeliani che si trovavano a bordo di un'auto sulla strada 60 tra Hebron e Qiryat Arba, sono stati assassinati a colpi di mitragliatore e poi sono stati finiti a colpi di pistola da distanza ravvicinata: si chiamavano Yizhak e Talia Aimes, Avishai Shindler e Kochba Even-Chaim. Una delle donne era incinta.

domenica 24 ottobre 2010

" Il sinodo antisionista "

Giulio Meotti

Roma.
In un sinodo vaticano dedicato al medio oriente c’era da aspettarsi riferimenti a Israele. Ma, come registrato ieri in prima pagina sul Foglio, è stata insistente e ben scandita la retorica antisraeliana adottata dai vescovi mediorientali. Attacchi allo stato ebraico, alla sua “pulizia etnica”, all’occupazione israeliana vista come un “peccato contro Dio”, persino inviti a boicottare Israele, sono venuti dai patriarchi Michel Sabbah, Fouad Twal, Elias Chacour, Antonius Naguib e Edmond Farhat. Quindi non solo da vescovi palestinesi. Farhat, già nunzio apostolico e rappresentante della politica vaticana, ha detto che Israele è un “trapianto non assimilabile” in medio oriente, “corpo estraneo, che corrode”, un malanno di cui non si trova “la cura”. Difficile pensare a un peggior trattamento per Israele. David Horowitz, direttore del maggiore quotidiano israeliano in lingua inglese, il Jerusalem Post, che ha denunciato gli attacchi vaticani a Israele, lancia un appello al Vaticano: Comprendiamo che il Vaticano cerchi di salvare le vessate comunità cristiane che si trovano in un milieu islamico intollerante, ma non può avvenire a spese d’Israele. Accusare Israele del disagio quotidiano palestinese, senza citare le atrocità terroristiche che hanno reso quelle restrizioni inevitabili, significa dipingere gli israeliani come tirannici. Questa è demonizzazione. Per il bene della Santa Sede come autorità morale: non si arruoli nel carrozzone antisraeliano”. Durissimo il commento di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: “C’è una contraddizione tra l’azione svolta dalla diplomazia vaticana su Israele e l’azione e il pensiero degli uomini di fede in medio oriente. Non è soltanto atavico odio antisemita e antisionista, queste espressioni contro Israele care alla propaganda islamica e negazionista forse sono un ricatto delle tirannie che tengono i cristiani in ostaggio. Non si erano visti mai tanti attacchi a Israele, in un sinodo che nasce dalla legittima preoccupazione del mondo cattolico rispetto alla propria condizione nei paesi islamici, dove si registrano violenze anticristiane che sfociano, nel migliore dei casi, in stupri e intimidazioni, ma spesso in massacri. Ma c’è anche il silenzio assordante del Vaticano, pronto a stigmatizzare le politiche di sicurezza e di difesa dei suoi cittadini attivate da Israele”. Parla da posizioni di realismo cattolico il fondatore di Sant’Egidio, lo storico Andrea Riccardi: “I cristiani orientali condividono le opinioni del mondo arabo. Non accettano Israele, loro che sono stati i fautori dell’arabismo del Baath. I primi traduttori dei ‘Protocolli dei savi anziani di Sion’ sono stati i cristiani arabi. La domanda per me è un’altra: le minoranze cristiane sono arrivate alla fine o avranno un futuro? Se si estingueranno, il mondo islamico sarà più fondamentalista e totalitario. E’ interesse d’Israele e dell’occidente che i cristiani restino nel mondo arabo”. Molto più diretto è il commentatore e accademico cattolico Vittorio Emanuele Parsi: “Questi vescovi sono duri con i deboli e deboli con i duri, perché sanno che non pagheranno alcun prezzo nelle loro critiche a Israele”. “I vescovi antisraeliani avrebbero la vita più difficile se anziché Israele denunciassero l’oltranzismo islamista che rende impossibile la vita dei cristiani in medio oriente e che è la causa principale della decrescita cristiana, non certo per la presenza d’Israele”, continua Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano ed editorialista della Stampa. “Questi vescovi dovrebbero protestare con i governi dei propri popoli. Dal punto di vista politico attaccare Israele e l’islam radicale significa denunciare i nemici dei propri governanti, da Mubarak ad Assad: non si paga nulla, c’è furbizia politica e poco coraggio. Il Vaticano con il suo appeasement ha quindi sbagliato in medio oriente, è il momento di cambiare politica”. Più sfumato il giudizio del direttore di AsiaNews, Bernardo Cervellera: “Politicamente i palestinesi vedono le loro difficoltà dovute all’occupazione d’Israele, il muro a Betlemme, gli insediamenti di coloni israeliani. I soldati israeliani lì fanno il bello e il cattivo tempo”. Quanto al riconoscimento d’Israele come “stato ebraico”, Cervellera è duro: “Una forzatura”. La commentatrice e parlamentare Fiamma Nirenstein attacca il “palestinismo”, una distorsione della legittima rivendicazione palestinese a uno stato: “Nel sinodo si è infiltrato un negazionismo sempre più mainstream nella politica vaticana. Un terzomondismo cristiano, associato all’odio per l’ebraismo sinonimo di imperialismo, sta dilagando poi nelle chiese mediorientali. La Santa Sede deve smontare quest’ideologia orrenda e falsa. L’impellenza più netta dell’alleanza ebraico-cristiana è la difesa della democrazia e dei diritti umani, da pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l’integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani ed ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace”. Andrea Riccardi conclude così: “L’accettazione dell’ebraismo da parte dei cristiani arabi è un passaggio obbligato. Gli ebrei non sono gli Ixos, i barbari, del medio oriente”.

giovedì 21 ottobre 2010

Perché non si può dire che Israele è lo stato ebraico?

Di Yoaz Hendel

Non è infondato l’argomento di chi sostiene che la tempistica dell’iniziativa politica a favore della definizione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico (intrapresa attraverso una varietà di proposte, dall’emendamento del giuramento di cittadinanza alla richiesta di riconoscimento da parte araba e palestinese) è legata a calcoli e tatticismi politici. Ma, pur ammettendo che sia così, resta la domanda: e allora? Forse che ciò ha il potere di modificare la definizione di questo paese? Dopotutto furono le Nazioni Unite che qualificarono questo stato come “ebraico”, nel loro piano del 1947 per la spartizione del Mandato Britannico, e fu il primo ministro David Ben-Gurion che proclamò la nascita di uno “stato ebraico” con la Dichiarazione di Indipendenza del 1948 (“E pertanto dichiariamo la creazione di uno stato ebraico in Terra d’Israele che si chiamerà stato d'Israele”). Dunque, perché non dovrebbe fare lo stesso il primo ministro del 2010?
Quando è emersa l’iniziativa di emendare la legge sull’acquisizione della cittadinanza (con la proposta di modificare il giuramento di fedeltà allo “stato d’Israele” in un giuramento di fedeltà allo “stato ebraico e democratico di Israele”), ho avuto qualche difficoltà a capire come mai tale iniziativa suscitasse così tanta agitazione. Ingenuamente pensavo che il dibattito, qui, vertesse sulla scelta dei tempi, non certo sulla sostanza della cosa. “È vuota retorica, è solo demagogia”, sentivo che dicevano gli avversari dell’emendamento.
Ebbene, mi sbagliavo. Da quando l’iniziativa politica ha preso corpo, ho scoperto che tutta quell’agitazione – da qui fino in Europa – ha a che fare davvero con la definizione in se stessa.
E così, sono stato preso da un complessivo senso di disagio. Ma non tanto per una proposta di legge piuttosto irrilevante, né per la reazione stizzita di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) alla richiesta di riconoscimento. Ciò che davvero mi disturba sono i toni della contestazione interna, qui in Israele; quella voce uniforme che ci arriva dai “settori illuminati” della società israeliana schierati contro la definizione di questo stato come “ebraico”.
Ognuno ha la propria spiegazione del perché sarebbe tanto pericolosa: politici mutevoli, dotti professori d’università, giornalisti super esperti, anche divi e attori. Tutti che ci illuminano con acute analisi sul concetto di fascismo. Eppure a me, di fronte a questo festival di proteste, restano molti punti interrogativi. Mi pongo delle domande su una campagna di pubbliche proteste nella quale nessuno sente il bisogno, in mezzo a tutti i dubbi e le critiche, di ricordare, almeno tra parentesi, il dato di fatto che Israele è, in effetti, lo stato nazionale del popolo ebraico. “E che bisogno abbiamo di ricordarlo?”, mi ha chiesto un uomo di lettere che vanta tutta una serie di titoli universitari – In fondo, tutti sanno che Israele è lo stato ebraico”.
Beh, la verità è che non tutti lo sanno, o lo accettano: né qui, né attorno a noi, né al di là del mare.

(Da: YnetNews, 19.10.10)

Un ostacolo alla pace dove meno ce lo si aspetterebbe

Di Guy Bechor

Per anni i leader della minoranza araba israeliana si sono fatti un vanto di essere sostenitori di uno stato palestinese e favorevoli alla pace fra Israele e palestinesi. Tuttavia un esame più attento delle loro dichiarazioni mostra che le cose non stanno in questo modo. La dirigenza arabo-israeliana nelle sue varie ramificazioni agisce di fatto contro l’aspirazione palestinese all’indipendenza. Si tratta di un ceto dirigente che non è realmente interessato alla nascita di uno stato palestinese indipendente.
La cosa è apparsa molto chiaramente allo scoppio della seconda intifada, esattamente dieci anni fa, quando la leadership arabo-israeliana – dal Movimento Islamico israeliano sino all’estrema sinistra – mandò i suoi attivisti nelle strade in un tentativo di sovversione dello stato d’Israele, col bel risultato che, da allora, l’opinione pubblica israeliana è diventata molto più diffidente ed esigente nei confronti di un possibile accordo di pace. Gli ebrei israeliani possono anche accettare di ritirarsi da buona parte dei territori, ma se dovesse emergere uno stato arabo all’interno di Israele, dove di grazia potrebbero mai andare a stare?
Da allora le cose non hanno fatto che peggiorare e complicarsi, arrivando al punto in cui Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in uno dei suoi più famosi discorsi, ha redarguito gli arabi israeliani domandando chi avesse mai chiesto il loro aiuto durante l’intifada. Nel frattempo i deputati arabi alla Knesset vanno adottando un atteggiamento più estremista di quello degli stessi palestinesi rispetto a Israele e ai futuri negoziati. Ad esempio, quando alcuni giorni fa il segretario generale dell’Olp Yasser Abed Rabbo ha lasciato intendere che, a certe condizioni, la sua organizzazione avrebbe potuto riconoscere l’identità ebraica di Israele (per la precisione ha detto che potrebbe riconoscere Israele “in qualunque modo esso voglia definirsi”), il parlamentare arabo israeliano Jamal Zahalka (partito Balad) si è affrettato a rimproverarlo spingendosi al punto di chiederne nientemeno che le dimissioni.
Laddove alcuni leader palestinesi sembrano disposti a trattare su quello che viene generalmente definito il “diritto al ritorno”, i parlamentari arabi israeliani alla Knesset non sono disposti nemmeno a sentir parlare di una tale eventualità. Sono più intransigenti dei palestinesi, tanto da frenare qualunque progresso verso uno stato palestinese.
I leader della minoranza arabo israeliana non esitano a tessere gli elogi di Gheddafi a Tripoli e di Assad a Damasco, due personaggi che non sono esattamente dei fan dello stato palestinese indipendente. Il Movimento Islamico israeliano-Ramo Nord è in realtà più vicino a Hamas, nemico della pace, che all’Autorità Palestinese. Il partito Balad, basato sulla scuola di pensiero di Azmi Bishara, disprezza l’Autorità Palestinese per via degli accordi che ha firmato con Israele: non é nemmeno certo che il partito Balad riconosca l’Autorità Palestinese.
Tutto ciò pone la questione: come mai la leadership arabo israeliana è più estremista della leadership dell’Autorità Palestinese? Un interrogativo che ammette due risposte piuttosto sorprendenti.
Innanzitutto le fortissime recriminazioni diffuse nel mondo arabo verso gli arabi israeliani, considerati a lungo come coloro che avevano tradito e si erano arresi agli ebrei (per il solo fatto di essere restati in Israele nel 1948, diventando cittadini israeliani), obbligano gli arabi israeliani ad adottare un approccio sempre più provocatorio verso il paese di cui sono cittadini, cioè Israele: sono continuamente costretti a dimostrare di non essere dei traditori della causa araba e palestinese, e di essere anzi più nazionalisti degli altri. Sicché paradossalmente i cosiddetti “arabi del 48” resteranno sempre imprigionati nelle cocenti accuse arabe contro di loro. Accuse che li etichettano, ed essi anziché scrollarsele di dosso vi restano ancorati sempre più: mentre i palestinesi non devono dimostrare nulla, gli arabi israeliani sono costantemente sotto esame di nazionalismo.
La seconda risposta è la seguente: dove potrebbero essere spostate le decine di migliaia di israeliani che oggi vivono in Cisgiordania il giorno in cui dovessero sgomberare dalla Cisgiordania? Perlopiù in Galilea e nel Negev, vale a dire nelle regioni dove è maggiormente concentrata la popolazione araba d’Israele (per non dire della proposta di Lieberman di spostare il confine in modo da far ricadere i maggiori centri arabi israeliani nel territorio del futuro stato palestinese).
Ora si può capire come mai arabi israeliani e arabi palestinesi hanno in realtà interessi opposti riguardo ad un accordo israelo-palestinese. Il successo dei palestinesi potrebbe rivelarsi disastroso per gli arabi israeliani. Ma è giunta l’ora di svelare – sia ai leader israeliani che all’Autorità Palestinese – il ruolo svolto da coloro che un tempo venivano definiti “un ponte di pace”.

(Da: YnetNews, 14.10.10)

giovedì 14 ottobre 2010

AVVISO

PER UNA SETTIMANA IL BLOG NON VERRA' AGGIORNATO.

CI RIVEDIAMO A PARTIRE DAL 20 OTTOBRE.

UN SALUTO

martedì 12 ottobre 2010

E ricordo pure Riccardo Cristiano... in nomen omen???

Dopo aver ricordato i due riservisti israeliani trucidati e fatti a pezzi dalle belve palestinesi, RICORDO anche la vergognosa figura dell'allora corrispondente RAI in Israele...

L’11 Ottobre del 2000 a Ramallah vennero LINCIATI dei soldati riservisti israeliani da parte di una folla di palestinesi scatenata; le immagini degli autori con le mani insanguinate fecero il giro del mondo in pochi giorni, ma in Italia vennero trasmesse solamente da parte dei telegiornali Mediaset. Dopo pochi giorni l’allora responsabile della RAI in Israele scrisse una lettera al più importante quotidiano palestinese spiegando come la RAI non fosse responsabile della diffusione del filmato che testimoniava quanto accaduto. Per la cronaca il signor Riccardo Cristiano lavora ancora alla RAI!!!
L’appello di Riccardo Cristiano apparso sul quotidiano palestinese di Ramallah “Al Hayat Al Jadida” del 16 ottobre 2000
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.
Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.
Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.
Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.
Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri.
Riccardo Cristiano
Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina


Il vomito mi assale ancora, a distanza di dieci anni, nel rileggere queste parole e nel pensare a cosa fece questo "giornalista" per non scontentare i massacratori palestinesi...
eize hara....

In ricordo dei riservisti israeliani trucidati a Ramallh 10 anni fa

RAMALLAH, 12 OTTOBRE 2000 

Il ventinovenne fotografo britannico Mark Seager stava lavorando ad un reportage fotografico sui profughi palestinesi quando si è ritrovato testimone dell'orribile linciaggio di due riservisti israeliani avvenuto a Ramallah l'11 ottobre. Questa testimonianza, preziosa in quanto Mark è stato l'unico giornalista ad essere testimone del linciaggio, è stata pubblicata dal Jerusalem Post il 27 ottobre 2000, che a sua volta riprende l'intervista originale apparsa sul giornale inglese "Sunday Telegraph". Si avvisano i lettori che l'articolo contiene descrizioni molto forti.
''Ero arrivato a Ramallah alle 10 e 30 circa - racconta Mark - e stavo andando in taxi verso Nablus, dove doveva tenersi un funerale che volevo fotografare, quando all'improvviso vidi una folla di palestinesi urlare e correre verso la stazione di polizia.
Scesi dal taxi per vedere che cosa stava succedendo e vidi che stavano trascinando qualcosa dietro a loro. Nel giro di pochi secondi il gruppo giunse di fronte a me e, con mio orrore, vidi che era un corpo, un uomo trascinato per i piedi. La parte inferiore del corpo era in fiamme e la parte superiore era stata colpita da proiettili ed era stata pestata così furiosamente che era come polpa rossa, come gelatina rossa.
Ho pensato che fosse un soldato perché potevo vedere quel che rimaneva dei calzoni kaki e degli stivali. Mio Dio, ho pensato, hanno ucciso quest'uomo. Era morto, doveva essere morto, ma stavano ancora pestandolo, come ossessi, calciando la sua testa. Erano come bestie.
Tutto si svolgeva a pochi metri da me, potevo vedere tutto. Istintivamente, presi la macchina fotografica e stavo sistemando l'inquadratura quando sono stato colpito in faccia da un palestinese. Un altro palestinese mi puntò minacciosamente un dito verso di me ed urlò "no foto, no foto!" mentre un altro mi colpì di nuovo in faccia dicendomi "dammi il rullino!"
Cercai di tirare fuori il rullino ma più persone mi stavano strattonando ed uno di loro mi strappò la macchina fotografica di mano e la scaraventò per terra. Sapevo che avevo perso l'occasione di fare una foto che mi avrebbe reso famoso, e avevo anche perso il mio obiettivo preferito che avevo usato in tante parti del mondo, ma non mi importava. Iniziavo a temere per la mia vita.
Nello stesso momento, l'uomo che sembrava un soldato continuava ad essere massacrato e la folla diventava sempre più esaltata, gridando "Allah Akhbar” (Dio è grande). Stavano trascinando il corpo dell'uomo sulla strada come un gatto che gioca con un topo. E' stata la cosa più orribile che io abbia mai visto, e io sono stato in posti come Congo, Kosovo.
In Kosovo, ho visto dei serbi picchiare un albanese, ma non era così. C'era così tanto odio, un odio così profondo e tanta rabbia che distorceva le facce dei palestinesi.
Improvvisamente mi resi conto che stavano iniziando a rivolgere verso di me lo stesso odio che avevano verso il soldato prima di trascinarlo fuori dalla stazione di polizia ed ucciderlo. In qualche modo mi liberai dalla loro presa ed iniziai a correre via, senza ben sapere dove stessi andando. Non ho visto l'altro uomo ucciso, quello che hanno filmato mentre veniva buttato fuori dalla finestra.
Pensavo di conoscere ormai bene i palestinesi - continua Mark. Avevo fatto sei viaggi già quest'anno in Cisgiordania ed ero andato a Ramallah ogni giorno negli ultimi 16 giorni. Pensavo fossero persone gentili ed ospitali. So che non sono tutti così, ed io sono una persona che perdona, ma non dimenticherò mai più quello che ho visto. E' stato omicidio nel modo più barbaro concepibile. Quando ci penso, rivedo la testa di quell'uomo, fatta a pezzi, so che avrò incubi per il resto della mia vita.
Quella notte, quando rientrai a Gerusalemme, scoprii che ero stato l'unico fotografo presente, e la gente continuava a chiedermi se avevo le foto, dicendomi che mi avrebbero reso celebre.
Fui così scioccato dall'esperienza che per la prima sera non chiamai la mia ragazza che era a casa a Londra, incinta di 5 mesi con il nostro primo figlio. Naturalmente lei era preoccupata, perché aveva visto quello che era successo in televisione e sapeva che ero a Ramallah e che non avevo chiamato.
Era sconvolta anche lei, e quando le parlai il giorno dopo mi chiese se avevo visto. Le risposi semplicemente "sì", ma non riuscivo a parlarne.
Successivamente, ho sentito dettagli ancora più raccapriccianti, come il fatto che la moglie del soldato lo aveva chiamato al cellulare per sentire se stava bene e le hanno risposto dicendo che lo stavano uccidendo. Da quello che ho visto, posso credere che abbiano fatto una cosa del genere.
Amo questo paese, e la cosa che desidererei sopra ogni altra è vedere israeliani e palestinesi condividere un narghilè, ma dopo l'odio che ho visto negli ultimi giorni, non penso che questo avverrà nel corso della mia vita. Non ho scattato la foto che mi avrebbe reso famoso, ma almeno sono vivo per vedere la nascita di mio figlio.
 (Jerusalem Post, 27.10.00)

Ripreso e tradotto da israele.net


per vedere le foto del linciaggio cliccare qui

domenica 10 ottobre 2010

Ottobre: tristi ricorrenze

Il mese di ottobre riporta alla memoria troppe tristi date da ricordare: 
  • innanzi tutto il 16 ottobre del 1943, quando i nazifascisti rastrellarono il quartiere ebraico di Roma e deportarono ad Aushwitz 1022 ebrei romani. Di questi solo 15 tornarono a casa (e tra essi solo una donna: Settimia Spizzichino)
  • poi il 9 ottobre del 1982 quando dei criminali terroristi palestinesi (su ordine del grandissimo criminale arraffatt) gettarono bombe a mano davanti alla sinagoga di Roma, e poi aprirono il fuoco con fucili mitragliatori: bilancio 1 bambino di 2 anni, Stefano Tachè morto e altri 22 feriti di cui molti in maniera talmente grave che ancora ne portano le schegge nel corpo.
  • il 7 ottobre del 1985 quando dei criminali terroristi (su ordine di arraffatt, noto assassino e criminale) sequestrarono la nave da crociera Achille Lauro e trucidarono un ebreo americano paralitico e lo gettarono a mare con tutta la carrozzella: si chiamava Leon Klinghoffer
  • e infine l'11 ottobre 2000, il bestiale linciaggio di Ramallah, nel quale due riservisti israeliani, finiti nelle mani dei palestinesi vennero letteralmente fatti a pezzi a mani nude dai palestinesi, vennero massacrati, pestati e dati alle fiamme

Ricordiamo tutte queste vittime dell'antisemitismo e dell'odio più feroce che il mondo abbia mai visto.
Vorremmo che queste cose non accadessero più ma forse è troppo difficile sperarlo in questa vita.

Manifestazione in sostegno di Israele: un grande successo!

7 ottobre, ore 17 circa, la gente comincia ad affluire in piazza di pietra a Roma per la manifestazione "Per la verità per Israele" promossa tra gli altri da Fiamma Nirenstein, il Foglio, l'Occidentale.
C'è un'atmosfera serena: è una festa, c'p il piacere di ritrovarsi in piazza per manifestare contro le falsità che vengono sparse sugli organi di (dis)informazione contro Israele.
Ci sono bandiere israeliane, striscioni e cartelli, lentamente cominciano ad arrivare anche i primi oratori che alle 18 prenderanno la parola all'interno della sala della Camera di Commercio di Roma. Sono tanti: italiani, europei, parlamentari di tutti i partiti, giornalisti e ci saranno anche diversi messaggi video.
La sala alle 18 è piena: solo posti in piedi per coloro che continuano ad arrivare; la sicurezza all'esterno controlla tutti, anche questo differenzia la manifestazione da tante altre. Quando si tratta di ebrei e di Israele le misure di sicurezza devono sempre essere molto accurate per evitare il peggio.
Ma stasera non ci sono problemi: solo due ragazzotti, usciti fuori da qualche centro sociale, provano ad entrare per sventolare bandiere palestinesi e gridare i soliti slogan antisemiti tipici dei sinistri pacifinti filoislamici,   vengono prontamente bloccati dai ragazzi della sicurezza: il tentativo di intrusione non passa inosservati ai poliziotti che si avvicinano per controllare meglio e alla fine dovranno "caricarsi" in macchina i due scombinati contestatori che si oppongono alle legittime richieste di identificazione.
La piazza nel frattempo si è riempita: il maxi schermo rimanda le immagini degli interventi che si susseguono in sala: parla l'ex premier spagnolo Josè Maria Aznar, Frattini, si ascoltano le parole dello scrittore Roberto Saviano, di Carlo Panella, di Paolo Mieli, e il bel discorso del ministro Carfagna.
L'Associazione Romana Amici D'Israele distribuisce del cartelli con la bandiera israeliana da una parte e il suo logo dall'altra, che la gente guarda compiaciuta: il Keren Hayesod regala bandiere israeliane che vengono trattae con cura e rispetto.
Qui non si bruciano bandiere di nessun tipo, non ci sono insulti e minacce: siamo in piazza per testimoniare il nostro amore profondo e incondizionato per Israele.
La maratona oratoria prosegue incalzante fino alle parole conclusive di Fiamma l'infaticabile, che sono molto apprezzate dalla sala: interviene anche il giornalista Angelo Pezzana che dirige il sito Informazione Corretta e che ci fa riflettere sulle distorsioni delle notizie operate ai danni di Israele. alle 22 finisce tutto. La gente è soddisfatta e lascia la piazza con il ricordo di una giornata intensa e di gioia.




giovedì 7 ottobre 2010

Ancora razzi...

Nella giornata di ieri, i terroristi palestinesi hanno bombardato Israele con due razzi che si sono abbattuti fortunatamente in una zona desertica nei pressi di Eshkol; in risposta a questo atto di guerra, le Forze Aeree Israeliane (IAF) e l'esercito (IDF) hanno colpito due obiettivi nel nord della Striscia di Gaza.
Sono oltre 160 i razzi e i colpi di mortaio sparati contro il territorio israeliano dall'inizio del 2010, e oltre 440 i razzi sparati dalla Striscia di Gaza contro Israele dalla fine dell'Operazione Cast Lead. 
Le IDF continueranno a svolgere con determinazione il compito di difendere Israele e di proteggere i suoi cittadini dai continui attacchi terroristici; i palestinesi di hammazz sono i soli responsabili delle attività terroristiche provenienti dalla striscia di Gaza.

mercoledì 6 ottobre 2010

Per la verità, per Israele

Il grande giorno è arrivato: domani si svolgerà a Roma, la manifestazione in sostegno di Israele.
BASTA MENZOGNE!
BASTA MISTIFICAZIONI!
ISRAELE, UNICO STATO DEMOCRATICO DEL M.O. E' CONTINUAMENTE ATTACCATO, OSTEGGIATO, BOICOTTATO, INSULTATO E INFAMATO!

FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE CONTRO TUTTO QUESTO!
VIVA ISRAELE!


Roma, 7 ottobre 2010
piazza di Pietra

163 ordigni sparati contro Israele nel 2010

Alla data del 6 ottobre sono 163 gli ordigni sparati contro Israele nel 2010, il più basso numero dal 2005 quando vennero sparati "solo" 479 ordigni.
L'anno con il maggior numero di razzi invece è stato il 2008 con ben 3278 (TREMILADUECENTOSETTANTOTTO!!!) tra razzi qassam e katiusha, missili Grad, colpi di mortaio e altro...
L'operazione Cast Lead del dicembre 2008 venne avviata dalle IDF proprio per contrastare questo continuo bombardamento del territorio israeliano: durante l'azione militare sono stati distrutti depositi di armi e rampe di lancio di razzi dei terroristi di hammazz riducendo notevolmente la capacità operativa dei  criminali assassini terroristi palestinesi, da gennaio a dicembre 2009 i razzi sparati contro Israele sono stati 774 (quasi il 50% in meno). Sono circa 950.000 i cittadini israeliani sotto la minaccia dei razzi, missili e colpi di mortaio: costoro, quando suona l'allarme rosso (zeva adom), a seconda di dove si trovano, hanno dai 15 ai 45 secondi per mettersi al sicuro in un rifugio.

  

lunedì 4 ottobre 2010

Ascoltare (anche) Lieberman

Di Haim Misgav

Tutti coloro che nei giorni scorsi si sono scagliati contro Avigdor Lieberman chiedendone le dimissioni o l’allontanamento dovrebbero ricordare che altri ministri degli esteri israeliani, in passato, si sono comportati in modo non dissimile. Tempo fa, ad esempio, era ministro degli esteri Shimon Peres, che lavorò dietro le spalle del suo primo ministro e in quel modo giunse ad elaborare i criticabilissimi Accordi di Oslo all’insaputa del primo ministro. Non riesco a ricordare con esattezza cosa pensassero, tutti coloro che oggi chiedono la testa di Lieberman, di quella mossa che Peres intraprese con l’aiuto del suo assistente, Yossi Beilin. Ad ogni modo, sono certo che non chiesero a Yitzchak Rabin di cacciare quei due, nonostante la folle avventura diplomatica in cui lo stavano trascinando.
Ho da fare una domanda a tutti coloro che oggi vorrebbero crocifiggere l’attuale ministro degli esteri per aver osato presentare il suo piano (tenendo presente che, allo stato attuale, non si tratta di niente più che di un piano): si sono soffermati almeno un momento ad esaminare questo piano? Per scoprire che, magari, ha anche una sua logica?
Cosa ci ha detto in sostanza Avigdor Lieberman? Che il “popolo palestinese” vuole, di fatto, uno “stato palestinese” privo di qualunque presenza ebraica (in tedesco si diceva Judenrein) in Giudea e Samaria (Cisgiordania), un altro stato analogo nella striscia di Gaza, e un altro stato ancora, simile ai primi due, al di là del fiume Giordano. Allo stesso tempo, i palestinesi (che non sono stati considerati né riconosciuti come popolo dalle altre nazioni del mondo almeno fino al 1967) vogliono che lo stato d’Israele non sia uno stato “ebraico”, bensì uno stato “bi-nazionale” (o “multiculturale”, per usare l’espressione cara agli anarchici della sinistra israeliana anti-sionista) nel quale vi sarebbe ben presto una larga maggioranza di arabi che già oggi avanzano rivendicazioni di “autonomia” culturale e nazionale, insieme a centinaia di migliaia di “profughi” (forse anche di più ) venuti a insediarsi nei villaggi e nelle case abbandonati dai loro nonni nel 1948. Ecco, questo è lo scenario che Avigdor Lieberman vorrebbe scongiurare.
Se nessun’altra soluzione è possibile, dice Lieberman, allora trasformiamo i due stati – lo stato di Israele e la Palestina – in due stati-nazione che ospitino solo le nazioni per cui sono stati istituiti. Questa soluzione è possibile soltanto procedendo ad uno scambio di aree popolate [«Spostando i confini, non la popolazione», come dice Sergio Della Pergola sul Sole 24 Ore, 2.10.10]: ad esempio, la cosiddetta area del Triangolo, nel nord di Israele, con le sue terre, le sue case e i suoi abitanti arabi verrebbe ceduta all’Autorità Palestinese , mentre aree come quelle di Gush Etzion, Ariel e Maale Adumim, con i loro abitanti ebrei, passerebbero a Israele. Avremo così confini chiaramente segnati. Gli ebrei si ritroverebbero su un versante del confine, gli arabi sull’altro versante. Il parlamento israeliano diverrebbe più omogeneo, senza i vari Ahmad Tibi e Taleb al-Sana. Cosa ci sarebbe di male?
Non sto dicendo che questa debba essere la soluzione, o che non esistano altre soluzioni possibili: come ad esempio una federazione dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, con due organi parlamentari, uno ebraico e uno arabo, come avviene in altre parti del mondo. Non so quale sarebbe la soluzione migliore e più sicura per noi ebrei, che abbiamo già conosciuto un bel po’ di pogrom e olocausti, soprattutto per mano di nazioni europee ma anche per mano di musulmani. Ma di una cosa sono sicuro: la “soluzione” che ci viene offerta oggi, basata sull’attuale prospettiva “a due stati”, porterebbe alla scomparsa dello stato ebraico in un arco di tempo assai breve. Nessuna intesa sulla sicurezza potrà mai impedire agli iraniani, ad esempio, di schierare missili ai margini orientali delle principali città del centro d’Israele. L’hanno già fatto nella striscia di Gaza e nel Libano del sud, dopo lo stolto ritiro delle Forze di Difesa israeliane da quelle aree. Ahmad Tibi e Taleb al-Sana ne sarebbero probabilmente contenti. Noi, invece, non dovremmo nemmeno accettare che venissero messe in discussione questioni così cruciali per la nostra stessa esistenza. E dunque non dovremmo neanche accettare che la posizione di Avigdor Lieberman venga squalificata in modo automatico, senza nemmeno prenderla in considerazione.

(Da: YnetNews, 30.9.10)