Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

martedì 30 novembre 2010

Dieci anni al terrorista che voleva rapire militari israeliani

La Corte Distrettuale di Be'er Sheva ha condannato il terrorista palestinese Said Machsan a 10 anni di reclusione per aver pianificato un tentativo di rapimento di soldati israeliani di servizio a un posto di controllo nei pressi della striscia di Gaza.
Machsan avrebbe dovuto portare a compimento il suo piano criminoso insieme ad altri due terroristi per chiedere il rilascio del terrorista Achram Salameh Said,attualmente detenuto in Israele.
Avevano progettato di utilizzare uno spray per stordire il militare e poi di rapirlo. Nel caso si fosse trattato di rapire due militari, Machasan avrebbe stordito il primo con lo spray, legato il secondo e portati entrambi a Gaza. Il tentativo del terrorista è fallito a causa dell'allerta dei militari al confine.
"Gli atti dell'accusato sono estremamente gravi, i suoi intenti malvagi,  le sue intenzioni criminali avrebbero potuto avere gravi conseguenze per la sicurezza del paese, dei militari e dei cittadini" ha detto il giudice Revital Yafeh-Katz. "La gravità dei suoi atti e il pericolo relativo alla loro esecuzione richiede una pena esemplare. Questo suona come un monito per scoraggiare altri a pianificare azioni simili in futuro"



lunedì 29 novembre 2010

Aiuti umanitari per la popolazione palestinese.

Il governo israeliano, unitamente alle IDF, ha coordinato la consegna di aiuti umanitari e strumenti per lo sviluppo e l'assistenza della popolazione palestinese della striscia di Gaza.A causa della festività dell'Eid al-Ad’ha i valichi per Gaza hanno operato a regime ridotto ma comunque sono stati fatti transitare 561 tir trasportanti 15.320 tonnellate di beni commerciali, aiuti umanitari e cibo. In aggiunta sono stati trasportati 918.904 litri di gasolio e 317 tonnellate di gas da cucina.Da rilevare anche che 164 palestinesi accompagnati da un parente ciascuno sono usciti da Gaza per ricevere cure mediche e 73 membri di organizzazioni internazionali sono entrati a Gaza.

Esercitazioni militari congiunte Israele-Italia



Gli squadroni di F-15 "Twin-Tail Knights" e "The Spearhead" della base aerea di  Tel-Nof insieme agli squadroni di F-16 "Defenders Of The South" e "The Golden Eagle"  della base Nevatim hanno partecipato a una intensa serie di esercitazioni nei cieli della Sardegna, unitamente all'Aeronautica Militare Italiana con i suoi Eurofighter Typhoon, AMX, Panavia Tornado ed F-16.
E' stata anche l'occasione per la prima esercitazione oltre mare del nuovissimo velivolo delle IAF Eitam (G550) adibito al controllo del traffico aereo.
Le esercitazioni sono state progettate per mantenere elevata la capacità operativa delle IAF abituando gli aerei e i piloti ad operare in spazi aerei vasti e sconosciuti insieme ad aerei stranieri. Questo ha permesso alle IAF di imparare dalle forze aeree di altri paesi e di familiarizzare con le tattiche militari della NATO collaborando strettamente con le Forze Aeree Italiane come da programma di cooperazione internazionale delle varie specialità delle IDF e delle forze armate di altri paesi.


Bombe al fosforo contro Israele

Il centro di Intelligence e Informazione sul Terrorismo riferisce che lo scorso mese di ottobre, in proiettile di mortaio contenente fosforo è stato sparato verso il Neghev occidentale. Precedentemente a settembre, dei dieci colpi di mortaio da 120 mm. sparati contro Israele, ben due contenevano fosforo.
Di questo evento, come al solito quando a fare qualcosa che "non va" sono i palestinesi, non si trova traccia nei mezzi di informazione: d'altronde è risaputo che i "cattivi" sono sempre e solo gli Israeliani, mentre i palestinesi sono sempre e solo "buoni".
Il silenzio assordante della stampa italiana su questi razzi al fosforo di matrice palestinese è quanto meno ignobile: quando si tratta di accusare Israele e di metterlo sul banco degli imputati (senza prove!) per il presunto uso di fosforo durante l'operazione Cast Lead nessuno ha esitato. Tutti pronti a sparare a zero contro Israele e a chiedere tribunali internazionali per processare militari e politici di Gerusalemme.
Sono curioso di vedere se il Manifesto o l'Unità avranno il coraggio di raccontare che i palestinesi bombardano Israele con il fosforo...

I nuovi ''no'' del Fatah di Abu Mazen

Di Khaled Abu Toameh, Tovah Lazaroff 
Il Consiglio rivoluzionario di Fatah ha concluso nel finesettimana a Ramallah la sua quinta convention proclamando il suo rifiuto di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Il Consiglio ha inoltre esortato la dirigenza dell’Autorità Palestinese ad adoperarsi per sventare la nuova legge israeliana che prevede, in mancanza dell’approvazione di due terzi della Knesset, un referendum per ogni eventuale ritiro di Israele da territori su cui è stata estesa la giurisdizione israeliana (alture del Golan, parte est di Gerusalemme).
“Il Consiglio di Fatah – si legge in un comunicato diffuso dopo la convention – afferma il suo rifiuto del cosiddetto stato ebraico e di qualunque altra formula che possa raggiungere questo obiettivo. Il Consiglio ribadisce anche il rifiuto della creazione di qualunque stato razzista basato sulla religione”.
Il Consiglio di Fatah ha diffuso queste prese di posizione nel momento in cui Israele sta aspettando dagli Stati Uniti un documento scritto in cui venga fissato il pacchetto di incentivi promessi in cambio di un rinnovo di 90 giorni della moratoria sulle attività edilizie ebraiche in Cisgiordania (dopo quella di dieci mesi scaduta lo scorso 26 settembre). I palestinesi insistono che Israele deve bloccare tutte le attività negli insediamenti e a Gerusalemme est prima che possano essere ripresi i negoziati diretti.
Un rappresentate del governo israeliano sabato sera ha rinnovato l’invito ai palestinesi a riprendere i negoziati diretti senza precondizioni: “Incontriamoci e parliamo” ha detto il rappresentante israeliano, aggiungendo di essere particolarmente deluso per le dichiarazioni del Consiglio di Fatah rispetto allo stato ebraico: “Vorrei chiedere ai palestinesi: se ai vostri occhi lo stato ebraico è fondamentalmente illegittimo, che genere di pace intendete offrirci? È chiaro che il rifiuto di riconoscere la legittimità dello stato ebraico è il vero ostacolo alla pace e alla riconciliazione”.
Nel suo comunicato di sabato, il Consiglio di Fatah afferma d’essere categoricamente contrario a qualunque proposta di scambio territoriale fra Israele e palestinesi, sostenendo che “le bande di coloni illegali non possono essere messe sullo stesso piano dei detentori di terre e diritti”. Da tempo Israele presume che qualunque accordo finale dovrà includere degli scambi di terre concordati.
I dirigenti di Fatah dicono di appoggiare la politica del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in particolare riguardo al processo di pace con Israele. “Il Consiglio – afferma il comunicato – plaude al presidente Abu Mazen per il suo aderire ai diritti fondamentali palestinesi, a partire dal diritto al ritorno dei profughi [all’interno di Israele anche dopo la nascita dello stato palestinese]. Il Consiglio inoltre plaude al presidente Abu Mazen per la sua resistenza alle pressioni volte a riesumare i colloqui di pace prima che siano accolte le richieste dei palestinesi”.
Il Consiglio di Fatah respinge anche i piani che prevedono forniture di armi o appoggi diplomatici a Israele in cambio del rinnovo della moratoria e della ripresa dei negoziati, specificando che i palestinesi non accetteranno mai delle intese fra Israele e Stati Uniti che “nuocerebbero ai diritti dei palestinesi”. Il pacchetto di incentivi che sarebbe in discussione fra Usa e Israele non serve alla causa della pace, ammonisce il Consiglio di Fatah, e aggiunge: “Siffatti regali all’occupante non faranno che rendere l’occupante più testardo ed estremista”.
Circa la legge israeliana per l’eventuale referendum su Golan e Gerusalemme est, il Consiglio la definisce una “violazione del diritto internazionale” e sollecita la dirigenza dell’Autorità Palestinese a fare ogni sforzo possibile, attraverso l’Onu e il Consiglio di Sicurezza, per farla fallire.
Durante i tre giorni della convention, Abu Mazen è intervenuto dicendo che i palestinesi vogliono una pace giusta e globale, ma che non accetteranno nessun compromesso sui loro diritti. Abu Mazen ha di nuovo escluso la possibilità di un ritorno al tavolo negoziale senza la totale cessazione delle attività edilizie negli insediamenti e a Gerusalemme est.
Il Consiglio ha ribadito il rifiuto dell’idea di creare uno stato palestinesi con confini provvisori. La presa di posizione fa seguito alle dichiarazioni di diversi politici israeliani che di recente hanno riproposto la creazione di uno stato palestinese con confini temporanei nel tentativo di evitare il vuoto diplomatico e di conferire ai palestinesi le responsabilità che comporta la gestione di uno stato. Circa un anno fa l’esponente di Kadima Shaul Mofaz ha presentato un piano in base al quale Israele si annetterebbe i principali blocchi di insediamenti perlopiù a ridosso dell’ex linea armistiziale, ritirandosi dal 60% della Cisgiordania (attuali Aree A e B) dove vive il 99,2% della popolazione palestinese, e da ulteriori territori allo scopo di creare uno stato palestinese dotato di continuità territoriale. A quel punto avrebbero inizio negoziati intensivi sui confini definitivi. Mofaz dice d’aver incontrato importanti esponenti palestinesi, americani ed europei che in privato si sono detti favorevoli a questo suo piano. Anche il presidente d’Israele Shimon Peres e il ministro della difesa (laburista) Ehud Barak hanno espresso sostegno all’idea di uno stato palestinese con confini provvisori come strumento per superare l’impasse negoziale. La settimana scorsa il giornalista Yair Lapid, probabile candidato alla prossime elezioni per la Knesset, ha scritto su Yediot Aharonot che Israele dovrebbe smetterla di inseguire una pace totale e definitiva e concentrarsi piuttosto sulla creazione di uno stato palestinese il prima possibile. “È giunto il momento di separare la questione della creazione di uno stato palestinese dalla questione della pace definitiva – ha scritto Lapid – Israele deve adoperarsi per la creazione di uno stato palestinese non perché porterebbe alla pace (non la porterebbe), ma perché sarebbe assai più semplice gestire il conflitto nei confronti di un tale stato”. Secondo Lapid, la creazione di uno stato palestinese “ci toglierebbe il mondo di dosso, frenerebbe il processo che ci vede trasformati in uno stato paria, ci metterebbe in condizione di preservare la nostra sicurezza con meno restrizioni, ci libererebbe dall’onere di controllare tre milioni di persone e ci permetterebbe di condurre le trattative sui confini definitivi e sul futuro degli insediamenti”.

(Da: Jerusalem Post, 28.11.10)

domenica 28 novembre 2010

Autorità Palestinese: “Il Muro del Pianto è proprietà islamica”

"Il Muro Occidentale (noto anche come “muro del pianto”), nella Città Vecchia di Gerusalemme, non ha alcun significato religioso per l’ebraismo ed è di fatto proprietà santa islamica".

È quanto afferma un rapporto ufficiale pubblicato dallo scrittore e poeta Al-Mutawakil Taha, attuale vice ministro per l’informazione dell’Autorità Palestinese presieduta da Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Decenni di ricerche e studi archeologici hanno dimostrato che il Muro Occidentale (in ebraico, HaKotel HaMa'aravi), considerato uno dei luoghi più sacri al mondo per l’ebraismo dove convergono a pregare ebrei da tutto il mondo, costituisce parte delle mura di supporto erette a sostegno del complesso monumentale sulla sommità del monte, dove vennero edificati sia il primo che il secondo Tempio ebraico, quest’ultimo distrutto poco meno di duemila anni fa. Il complesso costituito dalla Moschea Al-Aqsa e dal Duomo della Roccia venne costruito più di seicento anni dopo, sopra le rovine del Tempio ebraico.
La presa di posizione dell’Autorità Palestinese circa il Tempio ebraico, che riecheggia analoghe pretese già sostenute in passato da vari leader palestinesi (in particolare da Yasser Arafat, che su questo ebbe un celebre scontro verbale col presidente Usa Bill Clinton), mette nuovamente in luce la distanza fra la posizione palestinese e il minimo necessario per poter arrivare a un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. “Questo non è l'unico caso in cui i palestinesi cercano di distorcere i fatti storici per negare il profondo legame tra il popolo ebraico e la sua terra” ha detto giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ed ha aggiunto: “Quando l’Autorità Palestinese nega il legame fra popolo ebraico e Muro Occidentale, suscita seri interrogativi circa la sua reale volontà di arrivare a un accordo di pace, le cui fondamenta non possono che essere la convivenza e il riconoscimento reciproco”.
Al-Mutawakil Taha ha dichiarato mercoledì alla Associated Press che il suo saggio di cinque pagine, pubblicato su un sito web governativo dell’Autorità Palestinese, riflette la posizione ufficiale palestinese.
Il rapporto contesta che il Muro Occidentale facesse parte dei contrafforti del complesso del Tempio ebraico, liquidando con poche parole secoli di documentazione e di evidenze archeologiche. “L’occupante sionista – vi si legge – pretende falsamente e ingiustamente di essere titolare di questo muro, che chiama Muro Occidentale”. Sostenendo che si tratterebbe invece della parete ovest della Moschea di Al-Aqsa, Taha afferma (contro ogni fonte storica, anche musulmana) che gli ebrei avrebbero iniziato a venerare il Muro Occidentale solo dopo la Dichiarazione Balfour del 1917. E continua: “Quel muro non ha mai fatto parte di ciò che viene chiamato Tempio ebraico. Fu piuttosto la tolleranza islamica che permise agli ebrei di stazionarvi davanti a piangerne la perdita”. La conclusione del rapporto è che, siccome gli ebrei non hanno alcun diritto da rivendicare sul sito, esso è parte del territorio sacro islamico e deve far parte della Gerusalemme palestinese.
La parte est di Gerusalemme, occupata dalla Legione Araba di Giordania nel 1948, è stata riconquistata da Israele durante la guerra dei sei giorni del 1967 e riunificata alla parte occidentale in un’unica municipalità sotto sovranità israeliana. I palestinesi sostengono che tutta Gerusalemme est, compresa la Città Vecchia, debba diventare la capitale del futuro stato palestinese. “È chiaro che si tratta di una posizione politica” ha affermato Taha, spiegando d’aver scritto il suo rapporto dopo che, domenica scorsa, le autorità israeliane avevano approvato un progetto per la ristrutturazione dell’area di accesso e quella di fronte al Muro Occidentale.
Mark Regev, portavoce del governo israeliano, definisce il rapporto dell’Autorità Palestinese una forma di incitamento all’odio costruita sulla negazione dei legami storici fra ebrei e Gerusalemme. Einat Wilf, parlamentare laburista, definisce “stupido” il continuo tentativo dei palestinesi di creare in qualche modo una fittizia realtà alternativa in cui il popolo ebraico risulti straniero in questa terra e a Gerusalemme.
Quando Israele assunse il controllo della parte orientale di Gerusalemme, demolì i tuguri e le baracche che erano state costruite davanti al Muro Occidentale, e trasformò in un ampio piazzale quello che era ridotto a uno stretto vicolo a fondo chiuso. Al contrario, l’amministrazione sulla sommità del complesso, vale a dire sulla spianata delle moschee, venne lasciata al Consiglio Supremo Islamico o Waqf (la Custodia del patrimonio islamico), mentre Israele si riservava unicamente il controllo globale sulla sicurezza.
Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato uno stanziamento di 85 milioni di shekel (ca. 17,4 milioni di euro) per un progetto di restauro dell’area del Muro Occidentale che prevede migliorie dell’accesso al piazzale e del prospiciente quartiere ebraico della Città Vecchia, da realizzare nel periodo 2011-2015 a beneficio dei milioni di turisti e fedeli che vi si recano ogni anno. Il progetto, ha specificato Regev, non interessa aree considerate sacre sia da ebrei che da musulmani. Nondimeno l’Autorità Palestinese ha immediatamente condannato il progetto definendolo “illegale” perché, ha dichiarato all'Afp Ghassan Khatib, portavoce dell'Autorità Palestinese, “gli israeliani non hanno alcun diritto di costruire nei territori occupati e a Gerusalemme”.



(Da: Ha’aretz, israele.net, 24.11.10)

venerdì 26 novembre 2010

Lettera da un “criminale di guerra”

Di Yoav Keren
[19/11/2010: Un sito internet anonimo ha pubblicato un elenco di 200 soldati e ufficiali israeliani (con nome, foto, numero di matricola, date di nascita, indirizzo, luogo di lavoro,) indicati come ''criminali di guerra''. Allo stato non è possibile verificare l’attendibilità dei dati e nemmeno se sia vero che i militari additati dal sito intimidatorio (i cui dati sono stati verosimilmente scaricati dai social network del web) abbiano veramente prestato servizio nelle operazioni anti-Hamas a Gaza nel gennaio 2009.]

Ad essere onesti, mi sono sentito un po’ offeso. Ho cercato il mio nome nella lista dei duecento “criminali di guerra” dell’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio 2009, messa on-line la scorsa settimana, ma non l’ho trovato.
Ho prestato servizio da riservista per quasi un mese durante quell’operazione, eppure non mi hanno dedicato un cenno, nemmeno piccolo piccolo. Persino una soldatessa di bassa forza è entrata nella lista dei “criminali di guerra”, con tanto di fotografia in abiti civili, in posizione yoga, tratta da Facebook. Per non dire di quei piloti (la cui identità è tradizionalmente tenuta segreta in Israele) di cui finalmente vediamo i volti, ed anche gli indirizzi di casa, e i numeri di matricola militare.
A quanto pare l’israeliano autore di questa lista – è praticamente fuor di dubbio che sia stato un israeliano, vista l'intima dimestichezza che dimostra con le Forze di Difesa israeliane – non ha fatto un lavoro particolarmente accurato. In ogni caso, si è dimenticato del sottoscritto.
Ho prestato servizio per ventisei giorni nella centrale operativa della Divisione Gaza, e ho visto tutto in tempo reale.
Ho visto come, ogni volta che dovevamo fermare il fuoco di razzi Qassam proveniente da zone densamente popolate, gli ufficiali ci pensavano sette volte e calcolavano meticolosamente la gittata e l’angolo di tiro, per cercare di non colpire per sbaglio i civili.
E ho visto come, per essere sicuro, l’esercito interpellava il consulente legale e l’Ufficio di Coordinamento e di Collegamento coi Territori, un cui rappresentante era invariabilmente distaccato nella centrale operativa.
Ho visto la grande serietà con cui ci si è occupati di un acquedotto esploso a Rafah, e gli sforzi fatti per far arrivare cibo nella striscia di Gaza durante i combattimenti, e per permettere alle ambulanze di sgomberare i palestinesi feriti dalle zone di guerra.
Ho anche personalmente partecipato a riunioni operative con il comandante di divisione in gran parte dedicate alle questioni umanitarie.
Ho camminato per le vie della città di Sderot, che pareva una città fantasma dopo aver subito decine di attacchi di razzi Qassam, e ho anche visto i missili Grad palestinesi arrivare fino ad Ashkelon senza che nessuno fosse in grado di fermarli. Credetemi, non è una visione confortante.
In breve, io c’ero. E, stando ai distorti standard dei vari estensori di liste, questo fatto dovrebbe bastare per fare anche di me un criminale di guerra.
Un piccola confessione. Dopo l’operazione anti-Hamas a Gaza avevo pensato di postare sulla mia pagina di Facebook qualche fotografia durante il servizio da riservista. Non parlo di foto in compagnia di qualche terrorista arrestato, per carità. Pensavo semplicemente a qualche normale immagine di me seduto con quelli della mensa della divisione. Non lo feci per timore che un giorno, durante qualche viaggio all’estero, quelle foto potessero essere usate per incriminarmi.
Ebbene, ora non ho più quel timore: perché mi sono reso conto che mi trovo in ottima compagnia. Non solo il capo di stato maggiore, il capo del Comando Sud e il capo delle Forze Aeree, ma in pratica chiunque presti sevizio nelle Forze di Difesa israeliane è per definizione, a quanto pare, un criminale di guerra. E siccome qualunque soldato israeliano che si aggiri per la strada in uniforme può ritrovarsi su questa o su quella lista nera, anche se magari presta servizio come cuoco presso un deposito di munizioni, dunque non c’è motivo di nascondersi.
Così, a beneficio dell’autore della suddetta lista, eccomi qua: il mio nome è Yoav Keren, sono maggiore riservista, il mio numero di matricola è 5030397, e potete trovare da soli il mio indirizzo. Così, la prossima volta che aggiornerete la vostra lista di "criminali di guerra", potete aggiungere anche me. Ma se usate una mia foto da Facebook, badate che sia almeno una foto venuta bene.

(Da: Ynetews, 21.11.10)

mercoledì 24 novembre 2010

Iniziata la costruzione di una barriera di sicurezza al confine con l'Egitto.

Lo scorso lunedì è iniziata la costruzione di una barriera di sicurezza lungo il confine tra Israele ed Egitto per prevenire l'infiltrazione di terroristi e l'ingresso di droga.
Il progetto, approvato otto mesi fa dal governo israeliano, ha una copertura finanziaria di 1,35 miliardi di shekels e si svilupperà lungo i 240 chilometri di confine con l'Egitto da Kerem Shalom a Tabah. In parte sarà costituita da una barriera fisica mentre in altri tratti sarà virtuale: ossia composta da sofisticati sistemi di allarme. Attualmente vengono introdotti in Israele oltre una tonnellata di hasish e 130 kg di cocaina ogni anno attraverso questo confine-colabrodo, senza contare gli oltre 5000 immigrati clandestini.
Nella costruzione della barriera, le IDF si avvarranno dell'apporto di molti strumenti di ingegneria per la preparazione del terreno alla costruzione, anche in considerazione delle condizioni climatiche estreme nelle quale dovrà essere operativa, e della consulenza di geologi.
Da notare che Israele non è l'unico paese al mondo che erige una barriera di confine fisica per proteggere i suoi cittadini: da anni Egitto, Yemen e Arabia stanno provvedendo a costruire lungo i loro confini simili barriere difensive di sicurezza.


martedì 23 novembre 2010

Due palestinesi su tre vogliono un unico stato dal Giordano al mare

Quasi due terzi dei palestinesi (il 59% in Cisgiordania, il 63% nella striscia di Gaza) sono a favore di negoziati diretti e della soluzione a due stati (Israele e Palestina), ma vogliono che alla fine tutta la terra fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo finisca col diventare un unico stato palestinese. È quanto emerge da un sondaggio condotto lo scorso ottobre da Stanley Greenberg per conto di Israel Project, un’associazione ebraico-americana. Dai dati emerge inoltre che i palestinesi incolpano per lo più Hamas per la situazione attuale nella striscia di Gaza, e si sentono ostili non solo all’organizzazione islamista palestinese, ma anche al suo principale sponsor straniero, l’Iran.
Stando al sondaggio, il 61% dei palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza appoggia i negoziati diretti con Israele e il 60% di loro accetta la soluzione a due stati. Inoltre una maggioranza del 54% concorda con l’affermazione che la pace con Israele è possibile.
Un esame più attento dei dati, tuttavia, rivela un quadro assai diverso. La maggior parte dei palestinesi intervistati, infatti, rifiuta di accettare il concetto di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Infatti, mentre solo il 23% sottoscrive l’affermazione secondo cui “Israele ha il diritto permanente ad esistere come patria nazionale del popolo ebraico”, quasi due terzi dei palestinesi intervistati sceglie l’affermazione alternativa secondo cui “nel corso del tempo i palestinesi devono adoperarsi per riprendersi tutta la terra per lo stato palestinese”.
Non basta. Secondo il sondaggio, i palestinesi percepiscono la soluzione a due stati come un precursore dello stato interamente palestinese. Di fronte all’affermazione secondo cui “l’obiettivo migliore è una soluzione a due stati che preveda due stati che vivano fianco a fianco”, il 30% si dichiara d’accordo mentre il 60% opta per l’affermazione alternativa secondo cui “il vero obiettivo deve essere quello di iniziare con due stati, ma poi passare all’esistenza di unico stato palestinese”.
Sulla questione del terrorismo, il 58% dei palestinesi intervistati si dice favorevole alla “lotta armata” contro Israele, mentre il 36% ritiene che l’unica opzione siano i colloqui diretti.
I palestinesi intervistati mostrano uno spostamento “tattico” verso l’accettazione di Israele come stato ebraico solo nel caso ciò servisse per arrivare a un accordo su due stati, con la creazione di istituzioni palestinesi per l’indipendenza e uno scambio di territori sulla base delle linee del 1967. Considerando tale scenario, infatti, il 50% degli intervistati si dice “favorevole al fatto che l’Autorità Palestinese riconosca ufficialmente Israele come stato ebraico nel quadro di una soluzione a due stati”. In questo scenario, il 51% dei palestinesi di Cisgiordania, ma solo il 12% di quelli della striscia di Gaza, si dice favorevole al fatto che Israele compaia finalmente nelle carte geografiche del Medio Oriente usate nelle scuole e sui documenti ufficiali arabi e palestinesi.
I dati del sondaggio indicano che i palestinesi si stanno allontanando da Hamas. Il 68% dice che fare pressione su questa organizzazione affinché rinunci al terrorismo sarebbe un passo importante verso la pace, mentre il 62% dice che Hamas dovrebbe smettere si lanciare razzi dalla striscia di Gaza contro Israele. Inoltre, il 56% dei palestinesi della striscia di Gaza esprime un’opinione negativa della leadership di Hamas. Complessivamente, il 53% dei palestinesi afferma di provare “ostilità” verso Hamas.
In ribasso risulta anche la popolarità dell’Iran. A Gaza, il 27% incolpa la Repubblica Islamica di Tehran come uno dei principali fattori che stanno base dei problemi che i palestinesi si trovano ad affrontare.
Come in altri sondaggi precedenti, anche in questo caso la popolarità del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) risulta complessivamente in crescita rispetto ai suoi avversari di Hamas.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 20.11.10)

sabato 20 novembre 2010

Ma non facevano la fame i pals???

Miracolo (lì ci sono abituati): i palestinesi non muoiono di fame. 
Lo dice anche il nostro TG1 Economia attraverso un servizio di Claudio Pagliara in questo video
Dopo la pubblicità o aspettate un paio di minuti, o spostate il cursore a 2:06

Protesta Aeroclub: «Il volo rende liberi»

TREVISO. «Il volo rende liberi». Con questa scritta, che riproduce nei caratteri e nella lingua la ben più tristemente nota all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, l'Aeroclub protesta contro lo sfratto deciso dall'Enac.«Sì, è stata una provocazione - ammette il presidente dell'Aeroclub, Francesco Montagner - perchè vogliamo contrastare questa decisione ingiusta. La nostra è un'associazione tra le più importanti d'Italia, è nata nel 1925 e conta 14 corsi attivati, un centinaio di studenti e più di 150 iscritti. Daremo battaglia con tutte le nostre forze». La scritta «Fliegen macht frei» è stata installata sulla nuova cancellata che separa l'ingresso dell'Aeroclub all'area sterile dello scalo. Finora nessuno l'ha tolta, ma ha già suscitato profonde reazioni: per difendere la legittima battaglia della storica associazione, ricorda l'Olocausto. Scontate, nei prossimi giorni, le reazioni.
18 novembre 2010
Articolo tratto da Tribunatreviso


All'orrore non c'è mai fine: si "deve" utilizzare e banalizzare un simbolo della tragedia della Shoà per attirare l'attenzione su un problema di sfratto.
Ricordo che quella scritta venne messa dai nazisti all'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz per irridere (e illudere sul loro destino prossimo a venire) gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali e i disabili che vi venivano deportati prima del loro massacro.
Viviamo in una società che si nutre di immagini, che fagocita immagini e che le utilizza per comunicare qualsiasi cosa senza che nessuno si scandalizzi più di tanto.
Solo la comunità ebraica di Venezia e l'Associazione Partigiani hanno protestato vivacemente contro questo scempio.
I sinistri pacifinti, i verdi, la CRI, Amnesy International, Emergency e soci... brillano per la loro assenza e per il loro assordante...silenzio!

venerdì 19 novembre 2010

Ultime notizie: bombe al fosforo da Gaza!

Poco fa, l'aviazione israeliana ha colpito tre siti dei terroristi di Gaza in risposta al lancio di quattro bombe al fosforo e ai bombardamenti dei giorni scorsi effettuati a colpi di missili Grad e di razzi qassam dai palestinesi.

Aspetto di sentire i commenti dei pacifinti sull'uso del fosforo... ora che lo usano i palestinesi va bene???

Quale stato tollererebbe queste cose ai danni dei suoi cittadini?
Quale stato non reagirebbe in maniera pesante e decisa se qualcuno bombardasse per anni con razzi e missili la sua popolazione, o devastasse il suo territorio con attentati suicidi?
Israele ha sempre mostrato una pazienza infinita verso i suoi nemici, e questo non è servito a nulla.
Essi sono ancora lì come carogne pronte a squartare la loro preda, senza aver capito che Israele non è mai stata, non è e non sarà mai una vittima destinata al sacrificio.
Israele si difende e continuerà a difendersi e a proteggere la sua popolazione con ogni mezzo, perchè non esiste altra patria per gli Ebrei!

VIVA ISRAELE!
SEMPRE!

Ancora attentati....

Un ordigno esplosivo è stato fatto esplodere da terroristi palestinesi vicino a una pattuglia israeliana impegnata in una operazione di routine nei pressi della barriera difensiva nella parte centrale della striscia di Gaza.
Fortunatamente non si registrano feriti tra i militari israeliani,
Un terzo ordigno esplosivo è stato scoperto e fatto esplodere dagli uomini delle IDF.
Successivamente i militari  in collaborazione con ISA e IAF con l'aiuto di elicotteri da combattimento, hanno individuato un edificio a sud di Gaza dove dei terroristi avevano installato ordigni esplosivi e da dove si apprestavano a sparare contro le forze israeliane.

Si chiama Arafat il motivo per cui non c’è uno stato palestinese

Di Barry Rubin

L’11 novembre 2004 moriva Yasser Arafat e il presidente Usa Bill Clinton spiegava come mai non avrebbe presenziato ai suoi funerali: “Sono rammaricato che nel 2000 Arafat abbia fallito l’occasione di realizzare lo stato palestinese”. Non disse che lo fece Israele, disse che lo fece Arafat.
Oggi le lezioni dell’era Arafat sono state in gran parte spazzate sotto al tappeto: la sua persistente falsità, il suo uso del terrorismo, il suo cinico sfruttamento dell’atteggiamento da “vittima” per guadagnare simpatie e inesauribile devozione al sogno di cancellare Israele dalla carta geografica. L’aver messo questa priorità al di sopra della creazione di uno stato palestinese è il motivo per cui oggi uno stato palestinese non esiste: non per colpa delle politiche israeliane, né degli insediamenti, ma per la predilezione palestinese per una vittoria totale rispetto a una soluzione di compromesso.
Al funerale di Arafat uno dei suoi luogotenenti, Saeb Erekat, proclamò: “Gli venga riconosciuto l’onore che merita”. E dunque sia. Per dirla con le parole di un editoriale del Times di Londra, Arafat fu l’uomo che “buttò via la migliore occasione che si fosse presentata nell’arco di un’intera generazione per una composizione dignitosa del conflitto mediorientale”. Sul New Yorker, David Remnick scrisse giustamente: “Di rado è accaduto che un leader abbia sbagliato così grossolanamente e lasciato così tante rovine dietro di sé”.
Ma è anche vero che forse mai prima nella storia moderna così tanti hanno indefessamente ripulito la carriera di un leader delle sue colpe e dei suoi crimini. Quel che fu più rimarchevole fra tante cronache e tanti dibattiti, fu la virtuale cancellazione di un’intera carriera da terrorista durata quarant’anni: non vennero mostrate le scene delle stragi del passato, non vennero intervistati i sopravvissuti né i famigliari delle vittime. In termini politici la sua dedizione all’eliminazione di uno stato e di un popolo, il suo coerente ricorso al terrorismo e rifiuto della pace vennero gettati nel dimenticatoio della storia. La cronologia della vita di Arafat approntata sia dalla BBC che dalla Associated Press omettono qualunque cenno ad attentati terroristici e saltano del tutto il fatale anno 2000. La cronologia della Associated Press evoca la parola terrorismo solo per sostenere che Arafat vi avrebbe “rinunciato” nel 1988, benché ciò non abbia successivamente impedito all’Olp di commettere decine di attentati, solitamente con la benedizione di Arafat.
Gli arabi, che conoscevano meglio il personaggio e la sua storia, furono assai più critici. Un articolo del giornale del Cairo Al-Ahram sulle delle reazioni arabe concludeva che la reazione privata della maggior parte degli esponenti arabi era di “sollievo”. Dicevano che era stato un ostacolo al raggiungimento della pace “per lo più a vantaggio della sua gloria personale”, e lo definivano un uomo “troppo interessato a se stesso per preoccuparsi davvero delle sfortune della sua gente”. Non uno degli intervistati ritenne di esprimere una parola di dolore.
All’epoca della morte di Arafat, il suo popolo non aveva ancora uno stato, né un’economia funzionante, né la più elementare sicurezza, e questo dopo che aveva seguito la sua leadership per trentacinque anni. Una situazione che è in gran parte la stessa ancora oggi.
Eppure la retorica di Arafat aveva trionfato, certamente nel persuadere coloro che volevano credere che il movimento da lui creato e plasmato fosse nobile e amabile, e che fosse vittima del trattamento di altri anziché delle sue stesse scelte politiche. Arafat venne diffusamente proclamato un eroe della resistenza nazionale per essersi opposto a un’occupazione cui avrebbe potuto porre termine in più di un’occasione se avesse scelto di realizzare una pace negoziata. Venne salutato come la vittima di una guerra che egli stesso aveva iniziato e che aveva proseguito nonostante le molte opportunità di porre fine al combattimenti. Si disse che si era battuto semplicemente per avere uno stato, quando invece aveva per lungo tempo tacciato di tradimento l’idea stessa di uno stato separato che vivesse in pace a fianco di Israele. Si disse che era molto popolare e amato dalla sua gente anche se – nonostante il considerevole grado di sostegno su cui in effetti poteva contare – rubò così tanto alla sua gente da essere da questa ferocemente deriso in privato. In effetti, la performance di Arafat nei sondaggi dell’opinione pubblica palestinese non è mai stata impressionante. Persino una reporter britannica che lo adorava ammise che Arafat non godeva del sostegno del suo popolo. “I giornalisti stranieri – raccontò – sembrano più commossi per il destino di Arafat di quanto non lo sia chiunque abiti a Ramallah”.
Al momento della sua morte, Arafat era più popolare in Francia dove quasi metà della popolazione lo considerava un grande eroe nazionale, che fra la sua stessa gente. In un sondaggio del giugno 2004, solo il 23,6% dei palestinesi lo indicava come il leader in cui riporre più fiducia. In effetti il tasso di popolarità di Arafat fra i palestinesi era più basso di quello del presidente George W. Bush fra gli americani, benché il leader degli Stati Uniti – in netto contrasto con Arafat – venisse ampiamente descritto come abbandonato e vilipeso da gran parte della sua popolazione.
Ma Arafat ha sempre saputo sopravvivere alla sua storia. Aveva davvero creato un movimento nazionale palestinese, organizzando e unificando il suo popolo. Tuttavia, proprio per la grande autorità che ebbe sempre su tale movimento avrebbe dovuto essere ritenuto responsabile dei suoi fallimenti. Era davvero impossibile che le cose andassero diversamente, che almeno la violenza fosse temperata da un po’ di autocontrollo morale o perlomeno pragmatico, che gli obiettivi estremisti venissero moderati molto prima? Davvero la creazione di un nazionalismo palestinese comportava necessariamente che Arafat creasse in pratica la moderna dottrina del terrorismo, che tradisse la Giordania, che contribuisse alla destabilizzazione del Libano, che appoggiasse le non provocate aggressioni dell’Iraq di Saddam? Davvero richiedeva la sistematica uccisione di civili, e la glorificazione dell’uccisione di civili, dal primo fino all’ultimo giorno della carriera di Arafat? Davvero Arafat non aveva modo di esortare il suo popolo ad un compromesso di pace o di governarlo in modo decente quando ne ebbe l’opportunità?
Sin dalla morte di Arafat, la maggior parte della dirigenza di Fatah e dell’Autorità Palestinese ha messo in chiaro che la loro interpretazione della sua eredità consiste nella necessità di combattere fino a una vittoria totale, indipendentemente da quanto tempo possa essere necessario o da quanta sofferenza e da quante vite umane possa costare.
Un leader palestinese ha ricordato quella volta che, nel 1993, rimproverò Arafat per aver firmato gli Accordi di Oslo, e questi replicò che facendo l’accordo stava “piantando il primo chiodo nella bara del sionismo”. In realtà, invece, può darsi che la più grande impresa di Arafat sia stata quella di piantare l’ultimo chiodo nella bara palestinese.


(Da: Jerusalem Post, 14.11.10)

Israele si ritira...ma non va bene lo stesso!!!

Israele ha deciso il ritiro dal villaggio di Ghajar al confine con il Libano: nel 1967 lo aveva conquistato e il Libano ne ha sempre richiesto la restituzione.
Nel 1981, Israele decide di concedere a chi ne faccia richiesta, la cittadinanza israeliana: TUTTI ripeto T-U-T-T-I gli abitanti di Ghajar (arabi di setta alawita) chiedono e OTTENGONO di diventare cittadini israeliani.
La nuova cittadinanza consente loro di accedere a tutti i servizi dello stato: sanità, scuole e università, assistenza previdenziale, possibilità di spostarsi liberamente all'interno del paese e di viaggiare all'estero.
Ora, Israele ha deciso di restituire questo villaggio (che grazie al benessere creatosi per le ottime condizioni di vita israeliane si è considerevolmente sviluppato) al Libano e i suoi abitanti cosa fanno? Invece di essere contenti di tornare nel loro stato, invece di essere contenti di liberarsi dell'"odiato nemico sionista" si ribellano... Affermano di non considerarsi libanesi ma siriani: solo che la  Siria, che manco ci confinava all'epoca con Israele in quel punto, non ha neanche mai richiesto la sua restituzione! 
I terroristi di hezbollah in tutto questo si sono dimosrati stranamente silenziosi: non sono interessati ad acquisire il controllo di questo villaggio e non riescono (almeno al momento) a "sfruttarlo" come una vittoria contro Israele.
Già una volta Israele aveva proposto agli arabi di villaggi e città in prossimità del confine con la Cisgiordania di diventare cittadini palestinesi: anche in quel caso, il referendum indetto rivelò sorprendentemente che gli arabi preferivano restare  israeliani piuttosto che diventare palestinesi di Abu Mazen.

Attacco missilistico contro Israele!

Hanno ricominciato! I bastardi di hammazz hanno ricominciato a bombardare Israele con missili Grad.
Per la prima volta dallo scorso luglio un missile di questa potenza ha colpito il territorio israeliano nella zona del kibbutz Ofakim: sono rimaste ferite tre mucche e si riscontrano danni alle strutture. Oltre a questo sono stai sparati anche due razzi qassam contro Merhavim che fortunatamente non hanno causato feriti o danni e un altro era stato lanciato mercoledì ma era caduto in territorio palestinese.
I bombardamenti di questi giorni potrebbero essere la risposta dei terroristi alla morte di due membri dell'Esercito dell'Islam, un gruppo affilaito ad Al-Qaida.


mercoledì 17 novembre 2010

Come parlano gli arabi degli ebrei

Abdallah Jarbù, ministro di hamazz per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10: 
"Gli ebrei soffrono di disordini mentali, perchè sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perchè ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo:" Troverai che gli uomini più potenti che odieranno i credenti sono Ebrei". Possa Egli annichilire questo popolo immondo che non ha religione nè coscienza. Io condanno quei credenti che normalizzano i rapporti con loro, coloro che accettano di sedersi accanto a loro, e coloro che credono che essi sono esseri umani. Essi non sono esseri umani, non sono un popolo. Non hanno una religione, una coscienza o valori morali".

Salam Abd Al-Qawi , clerico egiziano alla tv Al-Nas (Egitto) l'8 gennaio del 2009:
"Il nostro odio per gli Ebrei è basato sulla nostra fede. Il Corano ci dice di odiarli, non di amarli"

Un esponente religioso mussulmano in una tv araba:
"Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che  essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perchè hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente"

Muhammed Al.Kuraikhi alla tv del Qatar il 09/02/09:
"Noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perchè essi sono infedeli"

Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08:
"In breve questo sono gli Ebrei. Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perchè essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte"

Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09:
"I più grandi nemici dei mussulmani - dopo Satana - sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto

Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05:
"Nel 1883, circa 150 bambini francesi, vennero assasinati in modo orribile nei sobborghi di Parigi prima della Pasqua ebraica. recenti ricerche hanno dimostrato che li uccisero gli Ebrei per prendere il loro sangue. Questo fatto provocò rivolte a Parigi e allora il governo francese si trovò sotto pressione. Un simile incidente avvenne a Londra, dove molti bambini iglesi vennero uccisi dai rabbini"

martedì 16 novembre 2010

I valori dello sporto secondo l'Iran del nano pazzo....

Sembra incredibile, o forse non lo è ma ci stupisce ancora, ma durante la premiazione del World Masters di sollevamento pesi tenutosi in Polonia lo scorso ottobre, l'atleta iraniano Hossein Khodadadi, vincitore della medaglia d'argento, una volta salito sul podio, si è rifiutato di stringere la mano al vincitore della competizione, Sergio Britva, colpevole di... essere israeliano!
Khodadadai, una volta terminata la cerimonia di premiazione, è stato fortemente criticato dal suo governo per aver partecipato alla premiazione, durante la quale è suonato l'inno nazionale israeliano l'Hatikva, ma si è giustificato dicendo che non sapeva che dopo la gara ci sarebbe stata la premiazione (sic....). Al ritorno in Iran, lui e il capo delegazione iraniano di sollevamento pesi sono stati banditi a vita da qualsiasi attività sportiva.
video
Di certo i due non hanno imparato nulla dai loro più "allineati" colleghi della sezione taekwondo che, lo scorso agosto a Singapore, ai Giochi Olimpici Giovanili, hanno fatto "ritirare" Mohammed Soleimani dalla finale per il primo posto. Volete sapere perchè? Il ragazzino iraniano si sarebbe dovuto scontrare con l'israeliano Gili Haimovitz e in caso di sconfitta, avrebbe dovuto partecipare poi alla premiazione e vedere la bandiera israeliana sovrastare quella iraniana mentre suonava l'inno dello stato ebraico. I dirigenti hanno lo "fatto ricoverare" in ospedale per non farlo assistere alla premiazione del "nemico"... alla faccia dei valori dello sport!

Studente israeliano attaccato da studenti palestinesi a Genova

Assaf, ventiseienne studente israeliano presso l'università si Genova, se l'è vista veramente brutta.
L'altro ieri è stato brutalmente aggredito da uno studente palestinese di Gaza di nome Ibrahim Haji.
L'aggressione si è svolta nella mensa dell'università dove entrambi i ragazzi studiano: l'israeliano architettura e l'arabo medicina.
L'unica "colpa" dell'israeliano è stata quella di aver guardato l'arabo: "Perchè mi stai guardando?" ha detto Ibrahim mostrando i pugni ad Assaf e questi di rimando:"Non ti sto guardando, lasciami  mangiare in pace". A questo punto, l'arabo si è diretto verso il ragazzo israeliano con fare minaccioso e brandendo una forchetta (con la quale lo feriva al volto come da referto medico ospedaliero) lo invitava ad uscire fuori per sistemare la questione, il tutto mentre a voce alta malediceva Israele e minacciava di uccidere Assaf.
Questi, rendendosi conto del pericolo, diceva ai suoi amici che sarebbe andato nella sua stanza per non rispondere alle provocazioni e poi, rivolto alla cassiera le chiedeva di "chiamare la polizia perchè quello sta minacciando di uccidermi". La sconcertante risposta della cassiera era:"Non è il mio lavoro separare gli arabi dagli ebrei"
Assaf si rendeva conto che il suo tentativo di prendere le distanze dal confronto era fallito quando notava Ibrahim appostato fuori dal locale e pronto ad attaccarlo. L'israeliano era pronto a difendersi quando alcuni passanti italiani si sono frapposti tra lui e l'aggressore che, nel frattempo riusciva ad agguantare un grosso coltello da cucina: alcuni italiani provavano, senza successo, a fermarlo ma erano costretti a recedere dal tentativo per timore della violenza dell'arabo.
"Ho visto la morte in faccia. Mi sono barricato in cucina e ho capito che nel frattempo erano arrivati altri studenti mussulmani che cominciavano a gridare "Allah Akbar" (Dio è grande) e "Itbach el Yahud" (macelliamo l'ebreo): penso che fossero almeno una quarantina di persone urlanti la fuori e ho visto che i ragazzi italiani erano scappati. Così mi sono calato nell'impianto di smaltimento rifiuti della cucina e, dopo aver scalato un muro alto tre metri mi sono lanciato di sotto: mi sono detto che era meglio rompermi una gamba che rimetterci la vita!"
Assaf a questo punto è andato alla polizia ma non ha ricevuto molta assistenza, così si è rivolto al rabbino di Genova che, insieme ad alcune famiglie ebree lo hanno aiutato. "Abbiamo presentato un reclamo alla polizia" ha affermato Chaim Amar studente di medicina di 28 anni che funge anche da addetto alla sicurezza della sinagoga cittadina. Secondo Amar, il palestinese non è nuovo a simili aggressioni, non era la prima volta che aggrediva uno studente israeliano o che insultava pesantemente le studentesse israeliane. "E' solo questione di tempo prima della sua prossima esplosione di violenza" dice Amar.
Assaf nel frattempo, ancora piuttosto scosso per l'aggressione subita, rileva che solo uno studente italiano si è offerto di testimoniare a suo favore davanti alla polizia, il suo compagno di stanza invece, pur avendo assistito al fatto, non ha preso alcuna posizione. La responsabile del dormitorio universitario addirittura gli ha detto:"Perchè sei andato alla polizia? Così gli rovini la vita"

La sconcertante vicenda non ha avuto finora grande ribalta sui mezzi di informazione italiani... volete scommettere che se un israeliano avesse "pensato" una parolaccia nei confronti di un arabo sarebbe scoppiato un caso interplanetario con tanto di interrogazioni parlamentari e manifestazioni oceaniche nelle piazze?


lunedì 15 novembre 2010

Militari israeliani salvano anziana libanese

I soldati israeliani hanno salvato una donna libanese di 80 anni, rimasta bloccata nella barriera difensiva in territorio libanese.
L'intervento delle IDF si è reso necessario in considerazione del fatto che i militari libanesi non riuscivano a raggiungere la donna e temevano di entrare nel campo minato (loro!)
Per prima cosa i militari israeliani si sono coordinati con l'UNIFIL (non si sa mai... visto quanto successo la scorsa estate quando un cecchino dell'esercito libanese ha deliberatamente assassinato un colonnello israeliano) e solo dopo i militari israeliani sono entrati nel campo minato La donna libanese è stata riportata in Libano accompagnata da un ufficiale delle Nazioni Unite attraverso il valico di Rosh HaNikra, dove un'ambulanza era in attesa di riportarla a casa.
Le IDF operano costantemente lungo il confine libanese per prevenire attacchi terroristici e la costruzione di tunnel per il contrabbando di armi e droga. Il tutto con la cooperazione dell'unità di Confine Libanese e con la Polizia del Distretto di Galilea.

domenica 14 novembre 2010

Hamas: “Gli ebrei saranno espulsi dalla Palestina come dall’Europa”

Lo ha affermato un dirigente di Hamas, Mahmud a-Zahar


GAZA, 7 nov – Gli ebrei saranno espulsi dalla Palestina così come nel corso dei secoli lo furono «dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dalla Russia e dalla Germania»: lo ha affermato uno dei dirigenti di Hamas a Gaza, Mahmud a-Zahar, in un discorso pronunciato a Khan Yunes (Gaza) nella notte fra venerdì e sabato.

Il suo intervento, che ha subito scatenato aspre reazioni sui siti web israeliani, è stato riferito dal Jerusalem Post e dal sito ebraico Walla. La presenza israeliana «sulle rovine dei villaggi palestinesi non durerà a lungo grazie alla determinazione della resistenza armata», ha previsto a-Zahar. «Sionisti, non avete un posto fra di noi e nemmeno fra le Nazioni. State per scomparire dalla faccia della terra». Secondo a-Zahar, in passato gli ebrei furono espulsi da diversi Paesi europei «perchè tradirono, rubarono, perchè li corruppero… perchè avevano intessuto trame ed inganni». Ad accoglierli, ha proseguito il dirigente di Hamas, fu la Nazione islamica «che li protesse e assecondò le loro necessità ».

«Ma adesso essi non hanno più un posto fra di noi – ha concluso il dirigente di Hamas – per via dei loro crimini. Presto saranno espulsi e pregheremo nella Moschea al-Aqsa» di Gerusalemme».



(Fonte: Diretta News.it, 7 novembre 2010)

Gaza e la tortura


dal Sydnay Morning Herald (Australia) del 30/10/10
L'articolo descrive le "gioie" della prigione di massima sicurezza di Gaza diretta da Suleiman Naser che, dopo aver illustrato le bellezze della sua galera dice testualmente: ''We do not practice any torture here,'' he says. ''That takes place at the interrogation centre, before people are convicted.''
Per chi non conosce l'inglese "Noi non pratichiamo nessuna tortura qui, queste avvengono al centro interrogatori, prima che la gente venga incarcerata".
Una simile "perla" di dichiarazione non poteva restare circoscritta ai lettori di Sidney, speriamo che anche Repubblica, Il manifesto e l'Unità vogliano riprendere questa frase e portarla a conoscenza dei loro lettori....

     

In Italia e ritorno, seguendo il proprio fiuto

Da un articolo di Abigail Klein Leichman

Il suo naso era più felice in Italia, ma il cuore di Tamar Cohen-Zedek appartiene a Israele, dove il suo ristorante di Tel Aviv, “Cucina Tamar”, offre un miscuglio armonioso dei due paesi. La cucina italiana è completamente fatta sul posto, dal gelato al pane alla pasta (pappardelle, ravioli, tortellini). E tutto è fatto a mano.
Nata a Tel Aviv nel 1973, Cohen-Zedek partì per l’università di Bologna con l’intenzione di diventare veterinario. "Quello era il mio sogno – dice – Io amo gli animali”. Ma dopo un anno si rese conto che il corso di studi non faceva per lei. "Tuttavia rimasi in Italia perché amavo i suoi profumi e i suoi sapori, e volevo imparare a cucinare”.
Per un anno ha frequentato una scuola di cucina. "Poi incontrai qualcuno che mi disse che, se volevo imparare veramente a cucinare, avrei fatto meglio a lavorare che non ad andare a scuola, e mi suggerì alcuni buoni ristoranti vicino a Bologna. Ho lavorato gratis per un mese e poi ho iniziato ad essere pagata, a fare la pasta e tutto quello che si fa in una cucina italiana”.
Passarono cinque anni prima che Cohen-Zedek tornasse in Israele. Tornò in parte per ragioni pratiche – non aveva i documenti giusti per rimanere – ma soprattutto perché "io sono israeliana e patriota. La mia famiglia e i miei amici sono qui, e mi mancavano”.
Pur essendo tornata in patria, Tamar non vedeva ragioni per lasciarsi alle spalle gli amati profumi e sapori italiani, e così, insieme a un socio, ha gestito un’impresa di catering per due anni; poi nel 2006 aprì un ristorante con cinque tavoli. "Piano piano, come si dice in Italia, i tavoli divennero dieci, poi mettemmo altri tavoli all’esterno e assumemmo un nuovo chef”. Due anni fa ha aperto “Cucina Tamar” dentro una ex farmacia ristrutturata.
Il suo nome compare sulla lista, breve ma in crescita, di bravi chef e ristoratori donna che operano nella città israeliana che non si dorme mai, ma Tamar non vede la sua professione come una questione di genere degli chef. "Quando decisi di aprire un ristorante – dice – non pensai: oh, sto entrando in un mondo di uomini. Lo feci e basta”.
Dice la stessa cosa circa l’apprendimento del lato imprenditoriale della sua carriera. “All’inizio non è stato facile. L’ho fatto e basta. Ho commesso errori, e alla fine si deve imparare da soli”.
Fino alla nascita della sua bambina, Ruth, Cohen-Zedek faceva da sola gran parte dell’attività in cucina, lavorando dalle 10 del mattino fino a mezzanotte. Ancora oggi viene ogni giorno a lavorare con le venti persone dello staff che lavorano in cucina e che servono ai tavoli e al bar.
Il ristorante, in Via HaTsfira, ha gli interni in legno ed è decorato con mobili che Tamar ha acquistato al mercato delle pulci di Giaffa Vecchia. Collocato lontano dalle strade principali, il ristorante da 60 posti si sta guadagnando la reputazione di vera meta gastronomica. "Si lavora molto, ma se ti piace, va bene – dice Tamar – E’ accogliente, è come una casa”. La cucina è aperta, così i clienti possono vedere la preparazione dei piatti.
Il prezzo delle portate va da 17 a 26$. "Il piatto più costoso di solito è la bistecca, a meno che non abbiamo tartufi freschi” dice Tamar, che porta con sé al lavoro la piccola Ruth. Quando la bimba aveva sei mesi, qualcuno portò un tartufo dall’Italia. "Lo misi immediatamente sotto il naso di Ruth: volevo che si abituasse al profumo”.
Cohen-Zedek vende anche salse e condimenti pregiati, come un aceto balsamico italiano di 25 anni che costa più di 300 shekel (60 euro) a bottiglietta. "Vendiamo anche vini italiani e israeliani", aggiunge.
Quasi tutti i suoi ingredienti sono locali. "Mi piace il materiale che abbiamo in Israele: ci si possono fare molte cose. Il clima è un po’ diverso dall’Europa, ma abbiamo buone verdure e formaggi”. Dai suoi frequenti viaggi in Italia riporta funghi esotici, prosciutto e aceti. "Ci vado tre o quattro volte l’anno, per tre o quattro giorni: incontro i miei amici e mangio – racconta – Devo riassaporare tutti i profumi, e poi posso pensare a nuovi piatti”.
L’ultima volta è stata in Italia durante la gravidanza, e intende portarvi presto Ruth per il suo primo viaggio italiano. Cohen-Zedek è una madre single, e il suo mondo ruota attorno alla sua bambina, alla sua attività e ai suoi animali.
"La cosa peggiore dell’avere un ristorante è che non ho una vita mia – confessa – Non c’è tempo. I miei genitori vengono al ristorante. I miei amici vengono al ristorante. Ho molti clienti regolari ed è come una grande famiglia. Si lavora molto ma se ti piace, va bene così”.

(Da: Israel21c, 5.10.10)

8000 Falash potranno fare l'Aliyah

Dopo anni di attesa nei campi di transito in Etiopia, migliaia di Falasha potranno finalmente andare in Israele. Il premier Netanyahu ha detto in proposito: "Abbiamo l'obbligo morale come popolo Israeliano, di mettere fine a questa crisi umanitaria", e così, nei prossimi quattro anni, questi Ebrei che vivono in Etiopia arriveranno in Israele.
Il governo ha anche dichiarato che non ci sarà un'altra aliyah organizzata di Felasha una volta che verrà completato questo progetto.
Il ministro Sofa Landver, preposto all'assorbimento dei nuovi olim, ha dichiarato che questa misura "è una decisione storica che dovrà avere il necessario supporto economico per evitare che diventi un crimine storico".
Il membro della Knesset Shlomo Molla, che è stato a capo di una delegazione in missione in Etipia un anno fa, ha dichiarato: " abbiamo visto il pericolo e l'angoscia nella quale vivono queste persone e le loro famiglie, il fatto che ci vogliano ancora 3 anni perchè possano entrare in Israele è ridicolo, spero che il governo questo periodo di attesa".
I membri di South Wing to Zion, un'associazione che si occupa gli Ebrei Etiopi, ha accolto con favore la decisIone del governo, definendola come "giustizia storica", mentre un membro del Comitato Pubblico per gli Ebrei Etiopi ha dichiarato che"questa e una decisione morale, Ebraica, umana e Sionista del più elevato grado, che arriva per completare l'aliyah dall'Etiopia e rende giustizia ai fratelli Ebrei che aspettano il ritorno dei loro familiari per potersi ricongiungere al popolo Ebraico nel proprio paese.


  

Israele ancora una volta accoglie i suoi figli, non li lascia nei campi profughi per 63 anni come fanno gli arabi con i loro "fratelli" palestinesi!!!
Sebbene sia uno sforzo non indifferente dal punto di vista sociale ed economico l'assorbimento di 8000 persone, eppure Israele è lì, ancora una volta pronto a fare il suo dovere.

sabato 13 novembre 2010

Rapporto mensile degli aiuti umanitari per la striscia di Gaza

Il governo israeliano, unitamente alle I.D.F. , ha coordinato la consegna di aiuti umanitari e assistenza alla popolazione civile di Gaza. Di seguito si può leggere il resoconto relativo all'inoltro di cibo e beni di varia natura effettuato nel mese di ottobre: 4,356 tir trasportanti 93,487 tonnellate di cibo, carburante e altri materiali inclusi materiali per costruzioni. Durante il mese di ottobre, c'è stato un incremento del 21% del numero di tir che sono entrati nella striscia di Gaza attraverso i valichi di Kerem Shalom edi Karni rispetto al mese precedente e un aumento dell'86% del numero di imprenditori che sono potuti uscire da Gaza. A tutto questo si sommano ben  223 tir di cemento, ferro e altri materiali da costruzione che sono stati fatti passare per i bisogni della popolazione e relativamente ai vari progetti di aiuti umanitari (in coordinazione con le organizzazioni internazionali) che vanno dal settore dell'agricoltura a quello della salute e della scuola. 
Dopo la delibera del governo israeliano del giugno scorso, la capacità di transito giornaliera del valico di Kerem Shalom è di circa 250 tir al giorno. 
Questo per far capire che A GAZA NESSUNO MUORE DI FAME! 
Israele continua a inviare aiuti ai suoi nemici, nonostante questi continuino a "mandare" missili, razzi e colpi di mortaio sulle città israeliane!  

La risposta della comunità internauta iraniana alle parole di nasrallah....

Nell'articolo sotto riportato, avete letto le parole del criminale nasrallh nei confronti dell'Iran e della civiltà persiana.
Qui sotto troverete le risposte "piccate" degli iraniani nei confronti del loro protetto... chissà come avrà reagito il "puparo" ahmadinejad all'exploit del suo burattino....
Hanno addirittura creato un profilo su Facebook denominato We Iranians hate Hassan Nasrallah  





Nasrallah scatenato: “Non esiste civiltà persiana, i leader iraniani sono arabi”

“Oggi non esiste una cosa chiamata civiltà persiana, in Iran. Quello che c’è in Iran è la civiltà islamica. Quello che c’è in Iran è la religione di Maometto”.
È quanto afferma Hassan Nasrallah, segretario generale delle milizie sciite libanesi Hezbollah (sostenute, addestrate e armate dall’Iran), in un filmato visibile su YouTube che ha fatto arrabbiare tanti, dentro e fuori la Repubblica Islamica di Tehran.
Il capo del gruppo terrorista islamista si spinge sino al punto di sostenere che il leader della rivoluzione islamica in Iran, l’ayatollah Khomeini, così come l’attuale Guida Suprema Ali Khamenei, sono di origine araba. “Khomeini – dice Nasrallah nel comizio videoregistrato – è un arabo, figlio di un arabo che discende dal Profeta. Khamenei è un discendente della dinastia araba dei discendenti del Profeta, e sono arabi”.
Nel filmato, Nasrallah parla anche delle proteste di cittadini iraniani seguite alla controversa rielezione di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza, il 12 giugno 2009, ed elogia il modo in cui Khamenei ha gestito la crisi: “Qualcuno – dice il capo di Hezbollah – ha cercato e ha sognato di porre fine alla Rivoluzione Islamica e di far crollare la Repubblica Islamica in Iran. Ma io oggi vi confermo che l’Iran esiste; il suo sistema, il suo governo, il suo popolo e i suoi dirigenti hanno avuto la benedizione di avere nell’imam Khamenei un leader saggio, coraggioso e misericordioso, un leader storico e geniale. E grazie alla benedizione e alla presenza di personaggi storici per più di trent’anni, oggi l’Iran è più potente e più solido, dopo che ha sconfitto la crisi e le sue difficoltà, e questo Iran resterà così come è”.
Le dichiarazioni videoregistrate sono tratte da due distinti discorsi tenuti da Nasrallah. Non è chiaro chi le abbia montate e messe su YouTube, ma si ritiene che possa essere opera di soggetti interessati a provocare un’incrinatura fra Iran e Hezbollah, all’indomani della trionfante visita del presidente iraniano in Libano del mese scorso.
Le dichiarazioni di Nasrallah hanno suscitato un’ondata di reazioni negative fra i blogger e gli internauti iraniani all’estero. Un gruppo di iraniani in esilio ha creato un gruppo su Facebook intitolato “Noi iraniani odiamo Nasrallah”, che ha subito collezionato più di seimila adesioni. La “Green Embassy Campaign”, che raccoglie diplomatici iraniani passati all’occidente, ha definito le parole di Nasrallah “infondate” e “inquietanti”, aggiungendo che esse indicato il prezzo che il regime di Tehran è disposto a pagare pur di affermarsi come leader del mondo islamico, anche a spese della storia e della civiltà persiana.

(Da: YnetNews, 10.11.10)

L'Egitto da la caccia a una cellula terroristica nel Sinai

Una fonte dei servizi di sicurezza egiziani intervistata dal giornale palestinese Ma'an, ha comunicato che una cellula di 7 terroristi sta tentando di entrare nella striscia di Gaza per effettuare attentati contro Israele.
Questi terroristi sono direttamente collegati con altri 25 membri di una cellula sgominata nei giorni scorsi in Egitto.
La stessa fonte riferisce che, poichè i terroristi devono ancora essere localizzati, esiste la possibilità che siano riusciti ad entrare nella striscia di Gaza; i sette uomini fino a tre mesi fa erano in carcere in Egitto quando sono stati rilasciati dal Ministro dell'Interno egiziano. Dopo il loro rilascio hanno ripreso le loro attività estremiste mettendo in piedi una cellula terroristica e provando ad entrare a Gaza attraverso i tunnel.

L'ufficio del Primo Ministro ha diramato un avviso ai turisti israeliani invitandoli a lasciare immediatamente il Sinai e a tornare rapidamente in Israele a causa di un reale pericolo di "tentativo di rapimento". Anche le agenzie di sicurezza israeliane hanno ricevuto informazioni riguardanti piani dell'esercito dell'Islam (un gruppo terroristico palestinese affiliato ad Al Qaida e con base a Gaza) di rapire cittadini israeliani attualemente in vacanza nel Sinai.
Questo avviso diramato dal governo è stato subito condannato dal governatore del Sinai che lo definisce infondato e attuato per destabilizzare l'economia egiziana. Attualmente in Egitto le strutture alberghiere sono piene al 90% ei bungalows al 70%: di tutti questi turisti, il 70% sono israeliani e ben si comprende il timore degli egiziani per le possibili catastrofiche ripercussioni sull'economia del paese in caso di disdetta in massa e relativo precipitoso rientro in Israele dei turisti.

Lo scorso 10 novembre, sono morti in un incidente aereo il pilota,maggiore Amihai Itkis (a sinistra nella foto) e il navigatore, maggiore Emanuel Levi (a destra nella foto).
Il loro aereo, un F-16 biposto Soufa, si è schiantato (per cause ancora da appurare) durante un normale volo di ricognizione notturna senza che i due militari potessero effettuare manovre d'emergenza o tentare il lancio con il paracadute.
Il comandante delle Forze Aeree Israeliana, generale di brigata Nimrod Sheffer, ha ordinato l'apertura di una inchiesta per far luce su come si sono svolti i fatti.
Onore ai due pilti caduti.

giovedì 11 novembre 2010

”Pronta eliambulanza kamikaze contro Israele”, minacce da un forum di al Qaeda


Dubai, 10 nov. (Adnkronos/Aki) – Un’eliambulanza con a bordo un terrorista suicida è pronta a partire da un ospedale egiziano per colpire un obiettivo in Israele. E’ quanto si evince da uno scambio di messaggi postato questa mattina su uno dei forum di al-Qaeda più importanti presenti sul web, quello dei ‘Mujahidin’, intercettato da AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL.
A scrivere è un utente del portale che si fa chiamare ‘Soldato di al-Qaeda’ che sostiene di trovarsi nella striscia di Gaza. Nell’inviare una richiesta di aiuto espone il suo piano e lancia una nuova idea, quella di usare le eliambulanze degli ospedali per eseguire attentati suicidi. Il messaggio in questione salta subito all’occhio perché si intitola: “ho la possibilità di sequestrare un elicottero. Chi mi può aiutare?”. Il terrorista di al-Qaeda spiega che “in Egitto c’è un ospedale che si chiama Dar al-Fouad, al Cairo, dove è presente una eliambulanza. Lo so, si tratta di un elicottero non militare che si usa solo per trasportare i malati. Però un mujahid potrebbe sequestrarlo con indosso una cintura esplosiva e lanciarsi contro la vicina Israele. Si tratterebbe di un’azione facile da preparare”. Ad un altro utente del forum, Abu Muslim, che gli fa notare come il velivolo verrebbe facilmente abbattuto dall’aviazione israeliana, risponde “il mio obiettivo è quello di dare un’idea ai mujahidin anche degli altri paesi arabi e stranieri. Non dimenticate che ci sono molti di noi che lavorano negli ospedali, come ad esempio quelli che si trovano in Giordania”.
Non è un caso che idee e richieste di questo tipo giungano proprio dalla Striscia di Gaza, dove da quando Hamas ha attuato il suo colpo di mano prendendo il controllo della Striscia, sono sorti diversi gruppi armati salafiti di ispirazione qaedista. Nonostante il governo di Ismayl Haniye neghi che al-Qaeda sia presente in città, solo giovedì scorso è stato ucciso in circostanze misteriose Muhamad Jamal Nimnim. La sua auto è saltata in aria mentre si trovava al centro di Gaza. Era uno dei leader dell’Esercito dell’Islam e nel 2007 aveva fatto da mediatore con Hamas per il rilascio del giornalista britannico della Bbc, Alan Johnston, rapito dalle sue milizie. Secondo il sito web israeliano Debkafile sarebbe stato colpito da un razzo sparato da una nave da guerra Usa in navigazione nel Mediterraneo che da la caccia ai capi di al-Qaeda.