Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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venerdì 30 dicembre 2011

Economia d’Israele: una sintesi del 2011

L’ECONOMIA ISRAELIANA CONTINUA A CRESCERE

Nel 2011 l’economia israeliana ha continuato a resistere alla crisi economica globale mantenendo il proprio tasso di crescita: la crescita del Pil pro capite dovrebbe assestarsi attorno al 3% alla fine del 2011. Inoltre Israele è riuscito a far diminuire il suo tasso di disoccupazione ad un minimo storico del 5,5% nel secondo trimestre, e al 5,6% nel terzo trimestre del 2011.

L’inflazione negli ultimi dodici mesi (novembre 2011 rispetto al novembre 2010) è pari al 2,6%, cioè all’interno della banda indicata come obiettivo dalla Banca d?Israele (fra 1 e 3%). L’indice medio mensile dei prezzi al consumo (posto il 2010 uguale a 100) è cresciuto dal 101,4 del novembre 2010 al 104,1 dell’ottobre 2011.

Il tasso d’interesse della Banca d’Israele è gradualmente aumentato nel 2011 dal 2% di gennaio al 3,25% di giugno. Tra giugno e settembre il tasso d’interesse dalla Banca d’Israele è rimasto stabile e poi è stato progressivamente abbassato fino al 2,75% di dicembre.

Sia l’import che l’export hanno conosciuto un recupero nella prima metà del 2011, con un successivo calo nel terzo trimestre. La stima è che la crescita dell’esportazione di beni e servizi si attesterà complessivamente, alla fine del 2011, sul 3,8% e quella delle importazioni di beni e servizi sul 9,2%.

Per maggiori informazioni, si veda (in inglese):

Economic Overview of Israel



Economic Highlights

sabato 17 dicembre 2011

Hamas si vanta d’aver ucciso 1.365 “sionisti” in 1.117 attentati terroristici

Sventolando le bandiere verdi del movimento islamista e suonando i clacson delle auto, centinaia di migliaia di palestinesi sostenitori di Hamas hanno celebrato mercoledì il 24esimo anniversario della fondazione del gruppo terrorista che governa a Gaza.
L’adunata oceanica, che si tiene ogni anno, si è andata trasformando in una sempre più elaborata dimostrazione di forza da quando Hamas ha assunto il controllo della striscia di Gaza, nel giugno 2007, a seguito di un golpe e di sanguinosi combattimenti intestini che hanno portato all’espulsione delle forze fedeli all’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen)
La folla si è radunata di fronte a un enorme palco a forma di nave che voleva simboleggiare l’aspirazione di Hamas a prendere il controllo su tutta la terra che si estende dal mar Mediterraneo al fiume Giordano (Israele compreso). In un comunicato diffuso mercoledì, Hamas ha proclamato che “la resistenza continuerà, in tutte le sue forme, finché il movimento riuscirà a liberare la Palestina e assistere al ritorno dei profughi”. “La resistenza e la lotta armata – ha dichiarato nel suo comizio il capo del “governo” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh – sono lo strumento e la scelta strategica per liberare la terra palestinese dal Mediterraneo al Giordano, e cacciare gli invasori israeliani”.
Nell’occasione, i capi di Hamas hanno ribadito le loro critiche a Fatah, senza tuttavia citare per nome il movimento concorrente: “La scommessa dei negoziati con Israele è fallita – hanno dichiarato – E’ importante che la dirigenza palestinese che ha perseguito quei negoziati riconsideri tutta la sua politica”. Hamas ha anche ribadito, tuttavia, che “il movimento è impegnato ad attuare l’accordo per la riconciliazione palestinese”, firmato al Cairo lo scorso 4 maggio da Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese e capo di Fatah, e dal capo del politburo di Hamas, Khaled Meshaal.
Durante la cerimonia di mercoledì le Brigate Izz al-Din al-Qassam, ala militare di Hamas, si sono vantate d’aver ucciso 1.365 “sionisti”, da quando sono state fondate nel 1992, e di averne feriti o mutilati altri 6.411 per mezzo di 1.117 attentati terroristici. Le Brigate Izz al-Din al-Qassam, che dicono d’aver avuto negli stessi anni 1.848 caduti fra le proprie fila, si sono inoltre vantate d’aver lanciato contro le città israeliane più di 11.000 tra razzi e obici di mortaio. I terroristi di Hamas hanno sfoggiato queste loro “statistiche” anche con appositi messaggi su Twitter.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 14.12.11)

mercoledì 14 dicembre 2011

'Palestina' è un termine che i sionisti hanno inventato

Cari amici,

avete letto ieri su IC della dichiarazione di Newt Gingrich per cui "il popolo palestinese è un'invenzione, non c'è mai stato" e il commento della redazione di IC (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42566#.TuTXtf6wwjc.facebook; ma guardate anche qui:http://it.ibtimes.com/articles/25878/20111210/obama-gingrich-iran-palestina.htm). Io non voglio entrare nel merito della figura di Gingrich, almeno per il momento. Alle elezioni americane non voto e spero solo, per il bene dell'America oltre che per il nostro, che qualcuno riesca a sconfiggere Obama, il peggior presidente degli Stati Uniti dell'ultimo secolo alla pari con Carter: il merito principale che bisogna riconoscergli finora è stato di mostrare, anche se involontariamente, la vocazione comica del Premio Nobel per la pace. 

Mi interessa però la reazione che ha suscitato questa dichiarazione di Gingrich. Per la parlamentare palestinese (di un parlamento peraltro che non si riunisce da anni e da anni è scaduto) Hanan Ashrawi, le parole di Gingrich mostrano che ha perduto ogni rapporto con la realtà
(http://blogs.wsj.com/washwire/2011/12/10/gingrichs-palestinian-comments-draw-flak/). Saeb Erekat, consigliere del "presidente" dell'autorità palestinese e "negoziatore" (o meglio non negoziatore, visto che non va alle trattative da tre anni) per suo conto, ha detto che è "il commento più razzista che abbia mai sentito" (si vede che non guarda al televisione palestinese e  che non legge i suoi giornali). Il primo ministro della stessa Autorità, Salam Fayyad, che in mezzo ai suoi compagni probabilmente analfabeti spicca per essersi laureato in una mediocre università americana e quindi per sapere un po' di inglese, ha commentato che "Gingrich non sa nulla di storia", aggiungendo con tono saputo la seguente perla "il popolo palestinese è qui dall'alba della storia e intende restarci fino al suo tramonto" (http://lezgetreal.com/2011/12/palestinian-response-to-gingrich-remarks/). 
I concorrenti di Gingrich alla nomination repubblicana e l'amministrazione Obama hanno fatto capire che lo ritengono un estremista. Eccetera. 

C'è un piccolo problema. Questo: a dire per primi che non esistevano come popolo, prima di sognarsi l'alba della storia e di sostenere che a Gerusalemme non c'era stato mai un tempio ma solo un parcheggio di asini volanti, sono stati proprio loro. Nel febbraio 1919, quando il primo congresso dell' Associazione musulmano-cristiana si riunì a Gerusalemme per scegliere i rappresentanti alla conferenza della pace di Parigi, fu adottata una risoluzione in cui si diceva fra l'altro "Noi consideriamo la Palestina come una parte della Siria, da cui non è mai stata separata. Siamo connessi con essa da vincoli geografici, storici linguistici e naturali". 

"Nel 1937, un leader locale arabo, Auni Bey Abdul-Hadi, disse alla Commissione Peel, che alla fine suggerì la partizione della Palestina: "Non c'è nessun paese come la Palestina! 'Palestina' è un termine che i sionisti hanno inventato! Non c'è Palestina nella Bibbia. Il nostro paese è stato per secoli parte della Siria." Il rappresentante del comitato arabo superiore alle Nazioni Unite ribadì questo concetto in una dichiarazione all'Assemblea Generale nel maggio 1947, sostenendo che la Palestina è parte della provincia di Siria e gli arabi di Palestina non costituiscono un'entità politica separata. Pochi anni dopo, Ahmed Shuqeiri, che in seguito divenne presidente dell'OLP, dichiarò al Consiglio di Sicurezza: "E 'noto che la Palestina non è altro che la Siria del Sud.' " (questa citazione e la precedente vengono da

Nel 1974 il Presidente siriano Assad (papà dell'attuale grande macellaio), anche se appoggiava l'OLP, dichiarò: "la Palestina non è solo una parte della nostra patria araba, ma una parte fondamentale della Siria meridionale". (http://www.eretzyisroel.org/~peters/mythology.html, una pagina interessante sulla mitologia politica della Palestina; sulle origini del nome Palestina per l'antico territorio di Israele potete consultare utilmente


Infine una citazione un po' più lunga, ma molto significativa: " Significativamente, la visione della Palestina come Siria meridionale non era limitato alla Siria, dalla fine del 1918, quasi tutti gli arabi di Palestina accordo su questo punto. Il loro entusiasmo per l'unione con la Siria notevolmente aumentò la legittimità di questo concetto e lo rese duraturo. Le tre principali organizzazioni politiche in Palestina, il Club arabo, il Club Letterario, e l'Associazione musulmano-cristiana  (la mancanza di menzione della Palestina nel loro nome è significativa) - tutte lavorarono per l'unione con la Siria. [...] Amin al-Husayni era presidente del club arabo: 'estremismo che in seguito lo qualificò come leader del separatismo palestinese (e alleato di Hitler) già si era manifestato già nel 1920, quando istigava disordini per l'unione con la Siria. Un membro del club arabo, al-Kamil Budayri, fece uscire dal settembre 1919 il quotidiano al-Suriya Janubiya ("Siria Meridionale") per sostenere l'incorporazione della Palestina nella Grande Siria.  Anche l'Associazione musulmano-cristiana chiese l'incorporazione nella Grande Siria. Il suo presidente dichiarò che "la Palestina o la Siria meridionale, parte integrante di una e indivisibile Siria-non deve in nessun caso e per nessun motivo essere staccato". [...]. Musa Kazim al-Husayni, capo del Consiglio della Città di Gerusalemme (in effetti, il sindaco) ha detto a un interlocutore sionista nel mese di ottobre 1919: "Chiediamo che non ci sia nessuna separazione dalla Siria". Lo slogan sentito in tutto il mondo nel 1918-19 era "Unità, Unità, dal Tauro [Montagne in Turchia] a Rafah [a Gaza], Unità, Unità». [... ]

La rivendicazione siriana della Palestina  riemerse durante la Conferenza di armistizio del 1949, quando la Siria e Israele si accordarono per porre fine alle ostilità. Un delegato siriano dichiarò che "non c'è confine internazionale tra Israele e Siria. [...]  Dobbiamo firmare un accordo di armistizio non sulla base di un confine politico, ma sulla base di una linea di armistizio . "Ancora oggi, infatti, le mappe delle forze armate siriane non mostrano confine internazionale tra Siria e Israele, solo un confine "temporaneo" che separa la Siria da una regione chiamata Palestina [...] Più esplicite e notevoli ancora sono le dichiarazioni di Sabri Khalil al-Banna, noto come Abu Nidal, il leader estremista palestinese che dipende dal supporto siriano. Anche se apparentemente un separatista palestinese, Banna afferma ripetutamente che "La Palestina appartiene alla Siria. Come il Libano, sarà parte integrante di esso.[...]  Io sono un fervente credente nello Stato Maggiore siriano. . . . Noi [palestinesi] sono cittadini siriani. Per noi, la Siria è la nazione madre,  come vuole la storia, la società, la comunità, la geografia. [...] noi siamo veri cittadini siriani. [...] La Grande Siria è composta da Palestina, Iraq, Giordania e Siria.  Dalla frontiera turca a nord di tutta la Palestina, a sud." (citazioni dahttp://www.danielpipes.org/174/palestine-for-the-syrians). 

Scusate la lunghezza di queste citazioni. Ma ne ho omesse molte altre e il tema è importante. Fino almeno alla guerra del '67 la Palestina non esiste, è un termine europeo che gli arabi locali non sanno in genere neanche pronunciare. La loro rivendicazione vera non è la costituzione di uno stato che non si era mai visto nella storia, ma il carattere arabo e quindi siriano del territorio. Non c'è un popolo palestinese indigeno da compensare, ci sono gli ebrei da cacciare dal territorio dell'Islam. "Palestina è un termine che i sionisti hanno inventato" e che fino all'indipendenza designa le loro istituzioni. Simpatico o meno, Gingrich ha ragione. Il popolo palestinese non è mai esistito, è un'invenzione politica inventata per contrastare Israele. L'ideale politico che gli sta dietro non è l'indipendenza di un popolo, ma l'unità dell' Islam – non solo per Hamas, anche per i "moderati" di Fatah. Che questo fatto evidente e dichiarato molte volte dagli stessi leader "palestinesi" oggi sembri strano ai giornali e ai politici occidentali mostra quanto essi siano sottomessi all'egemonia culturale e politica  dell'islamismo.

lunedì 12 dicembre 2011

Campagne per la distruzione di Israele alla faccia del processo di pace

Il direttore di Palestinian Media Watch, Itamar Marcus, il Premio Nobel Elie Wiesel e Robert L. Bernstein, fondatore di Human Rights Watch e di Advancing Human Rights, hanno presentato martedì alla stampa un nuovo studio che documenta l’uso sistematico da parte dell’Autorità Palestinese delle più varie risorse pubblicistiche, culturali, educative e giornalistiche per promuovere un discorso di odio e demonizzazione a danno di Israele, della pace e degli stessi palestinesi.
Il libro di 267 pagine intitolato “Deception: Betraying the Peace Process” (Inganno: tradire il processo di pace) analizza un intero anno di fonti culturali, educative e giornalistiche sotto controllo dell’Autorità Palestinese. Gli autori Itamar Marcus e Nan Jacques Zilberdik hanno condotto il loro approfondito esame dal maggio 2010 all’aprile 2011, con l’obiettivo di stabilire se e quanto l’Autorità Palestinese avesse tenuto fede agli impegni che si era assunta con il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) di ripudiare violenza e terrorismo, di riconoscere lo stato d’Israele e di accettarlo come interlocutore per la pace, mettendo fine a istigazione all’odio e alla violenza.
Il libro conduce il lettore in un viaggio nell’Autorità Palestinese attraverso una quantità di eventi culturali, programmi educativi, dichiarazioni di politici, e illustra le modalità con cui l’Autorità Palestinese indirizza un messaggio alla comunità internazionale attraverso i canali di comunicazione ufficiali, e un messaggio assai diverso al popolo palestinese usando canali di comunicazione in arabo. 
“L’Autorità Palestinese ha intensificato la sua campagna diplomatica sostenendo d’aver ottemperato a tutti i suoi impegni e di operare per l’avanzamento della pace – ha spiegato Marcus – Ma le comunicazioni dei leader dell’Autorità Palestinese al loro popolo nei discorsi, negli eventi, nei mass-media sotto il loro controllo e nelle pubblicazioni per bambini contraddicono tale loro posizione diplomatica”. Dopo aver analizzato un’ampia gamma di pubblicazioni e materiali culturali sull’arco di intero anno, l’inesorabile conclusione è che i messaggi veicolati direttamente o indirettamente dall’Autorità Palestinese riflettono “l’annullamento completo degli impegni presi verso gli altri interlocutori e verso il loro stesso popolo”, ha detto Marcus. 
Il libro documenta meticolosamente centinaia di esempi di pubblicazioni che promuovono messaggi di odio non solo verso Israele, ma anche fra palestinesi; il tutto con l’effetto di minare il processo di pace. Vi si trovano catalogate e contestualizzate le varie linee di condotta che mirano, di volta in volta, a glorificare il terrorismo, a demonizzare Israele e gli ebrei, a respingere il diritto di Israele ad esistere, quando non a negarne tout-court l’esistenza di fatto.
Anche in contesti del tutto ordinari come le pagine sportive, ha osservato Marcus, può capitare di leggere un articolo in cui si parla di Israele non come Israele, ma come “la patria sotto occupazione”. Dove il riferimento – è importante sottolineare – è a Israele nella sua totalità, e non solo alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza. Alla stessa stregua, ha continuato Marcus, capita spesso che tutte le città israeliane vengano indicate come “città palestinesi”, sia verbalmente, che a stampa che in televisione, compresi i programmi educativi destinati ai bambini.
Altrettanto preoccupante della negazione, secondo Marcus, è la ripetuta demonizzazione di Israele, che viene costantemente paragonato al male assoluto (i nazisti) e sistematicamente accusato (senza ombra di prove) di fantasiose nefandezze: diffondere deliberatamente fra i palestinesi Aids, droga, prostituzione; aver avvelenato Yasser Arafat; pianificare la distruzione della moschea di Al-Aqsa ecc. Una forma particolare di demonizzazione è quella che ricorre quando gli attentatori suicidi vengono glorificati e a loro nome vengono intitolati stadi, tornei sportivi, campi estivi per ragazzi, scuole, vie e piazze cittadine.
“Questo ben documentato studio – ha affermato Elie Wiesel – prende di petto una scoperta inquietante: i testi palestinesi contengono pagine scandalosamente antisemite, aizzano i ragazzi ad odiare gli ebrei non solo in Israele, ma dovunque si trovino. È una realtà che deve essere denunciata da tutti gli studiosi”.
“Questa campagna di odio e demonizzazione verso israeliani ed ebrei costituisce una violazione di diritti umani fondamentali – ha osservato Bernstein – e viene usata per mantenere il controllo politico a scapito del negoziato per una pace vera e duratura. Questo libro è importante perché non è un’arringa, bensì un catalogo fattuale di dichiarazioni e attività pubbliche. C’è un’incapacità di vedere questo fenomeno da parte della stampa occidentale – ha continuato Bernstein – per il semplice fatto che la stampa occidentale non conosce l’arabo. Ma un discorso di odio sponsorizzato dalle autorità di governo è incompatibile con la pace. Finché l’Autorità Palestinese non preparerà i suoi figli alla pace e non insegnerà loro a vedere Israele come un legittimo vicino, la pace resterà un’illusione”.
“Se l’Autorità Palestinese – ha notato Zilberdik – non smette di presentare i terroristi come modelli positivi e gli ebrei e gli israeliani come intrinsecamente malvagi, se non smette di educare la propria gente a vagheggiare un mondo senza Israele, se non cambia il suo messaggio secondo cui esiste solo la ‘Palestina’ e non Israele, non c’è alcuna possibilità di arrivare a un’autentica pace”.
Marcus conta di far arrivare il suo libro a tutti i membri del Congresso americano e dei Parlamenti europei, affinché i legislatori sappiano che cosa stanno pagando con i loro aiuti finanziari. “La speranza è che far emergere informazioni adeguate costituisca un primo passo verso il necessario cambiamento”, ha concluso Marcus.

(Da: Jerusalem Post, PMW Bulletins, 6-7.12.11)

sabato 10 dicembre 2011

Ma siete proprio sicuri che il popolo ebraico sia la rovina dell'umanità?

Poco tempo fa, il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha esortato il mondo islamico a boicottare qualsiasi cosa avesse relazione con il popolo ebraico.
In risposta, Meyer M. Treinkman, un farmacista ebreo si offrì di aiutarli nel loro boicottaggio scrivendo al leader :

"Ogni musulmano che ha la sifilide non deve essere curato con il Salvarsan, scoperto da un Ebreo, il dottor Paul Ehrlich. E non dovrebbe nemmeno cercare di scoprire se ha la sifilide, perché il test Wasserman è la scoperta di un ebreo.
Se un musulmano ha Gonorrea, non deve cercare la diagnosi, perché sarà effettuata con il metodo di un Ebreo di nome Albert Neisser.
Un musulmano che ha una malattia di cuore non deve usare farmaci a base di estratto di Digitalis Purpurea, che deve il suo fondamento scientifico al medico ebreo Ludwig Traube. 
Se ha mal di testa, deve rifuggire Pyramidon e Antypyrin, scoperte dagli ebrei Spiro e Ellege.
I Musulmani che soffrono di convulsioni dovranno sopportarle stoicamente, perché è stato un Ebreo, Oscar Leibreich, che ha  proposto l'uso di cloralio idrato.
Gli arabi devono fare altrettanto con i loro disturbi psichici perché Freud, padre della psicoanalisi, era un Ebreo.
Se un bambino musulmano fosse colpito da Difterite, egli deve astenersi dalla reazione "Schick", che è stato inventata dall'ebreo Bela Schick.
"I musulmani dovrebbero essere pronti a morire in gran numero e non devono consentire il trattamento di infezioni delle orecchie e danni cerebrali, opera dell' ebreo Premio Nobel, Robert Baram.
Devono continuare a morire o rimanere paralizzati da paralisi infantile, perché lo scopritore del vaccino antipolio è un Ebreo, Jonas Salk.
"I musulmani devono rifiutare di utilizzare streptomicina e continuare a morire di tubercolosi perché è ancora un Ebreo, Zalman Waxman, che ha inventato il farmaco miracoloso contro questa malattia..
Ah, per inciso, non devono richiedere un medico tramite il telefono cellulare, perché il cellulare è stato inventato da Marty Cooper, un ingegnere ebreo.
Nel frattempo chiedo, quali contributi al mondo hanno dato i musulmani?
La popolazione mondiale islamica è di circa 1,2 miliardi di persone cioè il 20% della popolazione mondiale.
Hanno ricevuto i seguenti premi Nobel:
Letteretura:
1988 - Najib Mahfooz
Pace:
1978 - Mohamed Anwar El-Sadat
1990 - Elias James Corey
1994 - Yaser Arafat:
1999 - Ahmed Zewai
Economia:
(zero)
Fisica:
(zero)
Medicina:
1960 - Peter Brian Medawar
1998 - Ferid Mourad
TOTALE: 7 (sette)

La popolazione ebraica mondiale è di circa 14.000.000 (quattordici milioni) di persone, ossia lo 0,2 della popolazione mondiale.
Hanno ricevuto i seguenti Premi Nobel:
Letteratura:
1910 - Paul Heyse
1927 - Henri Bergson
1958 - Boris Pasternak
1966 - Shmuel Yosef Agnon
1966 - Nelly Sachs
1976 - Saul Bellow
1978 - Isaac Bashevis Singer
1981 - Elias Canetti
1987 - Joseph Brodsky
1991 - Nadine Gordimer World
Pace:
1911 - Alfred Fried
1911 - Tobias Michael Carel Asser
1968 - Rene Cassin
1973 - Henry Kissinger
1978 - Menachem Begin
1986 - Elie Wiesel
1994 - Shimon Peres
1994 - Yitzhak Rabin
Fisica:
1905 - Adolph Von Baeyer
1906 - Henri Moissan
1907 - Albert Abraham Michelson
1908 - Gabriel Lippmann
1910 - Otto Wallach
1915 - Richard Willstaetter
1918 - Fritz Haber
1921 - Albert Einstein
1922 - Niels Bohr
1925 - James Franck
1925 - Gustav Hertz
1943 - Gustav Stern
1943 - George Charles de Hevesy
1944 - Isidor Issac Rabi
1952 - Felix Bloch
1954 - Max Born
1958 - Igor Tamm
1959 - Emilio Segre
1960 - Donald A. Glaser
1961 - Robert Hofstadter
1961 - Melvin Calvin
1962 - Lev Davidovich Landau
1962 - Max Ferdinand Perutz
1965 - Richard Phillips Feynman
1965 - Julian Schwinger
1969 - Murray Gell-Mann
1971 - Dennis Gabor
1972 - William Howard Stein
1973 - Brian David Josephson
1975 - Benjamin Mottleson
1976 - Burton Richter
1977 - Ilya Prigogine
1978 - Arno Allan Penzias
1978 - Peter L Kapitza
1979 - Stephen Weinberg
1979 - Sheldon Glashow
1979 - Herbert Charles Brown
1980 - Paul Berg
1980 - Walter Gilbert
1981 - Roald Hoffmann
1982 - Aaron Klug
1985 - Albert A. Hauptman
1985 - Jerome Karle
1986 - Dudley R. Herschbach
1988 - Robert Huber
1988 - Leon Lederman
1988 - Melvin Schwartz
1988 - Jack Steinberger
1989 - Sidney Altman
1990 - Jerome Friedman
1992 - Rudolph Marcus
1995 - Martin Perl
2000 - Alan J. Heeger
Economia:
1970 - Paul Anthony Samuelson
1971 - Simon Kuznets
1972 - Kenneth Joseph Arrow
1975 - Leonid Kantorovich
1976 - Milton Friedman
1978 - Herbert A. Simon
1980 - Lawrence Robert Klein
1985 - Franco Modigliani
1987 - Robert M. Solow
1990 - Harry Markowitz
1990 - Merton Miller
1992 - Gary Becker
1993 - Robert Fogel
Medicina:
1908 - Elie Metchnikoff
1908 - Paul Erlich
1914 - Robert Barany
1922 - Otto Meyerhof
1930 - Karl Landsteiner
1931 - Otto Warburg
1936 - Otto Loewi
1944 - Joseph Erlanger
1944 - Herbert Spencer Gasser
1945 - Ernst Boris Chain
1946 - Hermann Joseph Muller
1950 - Tadeus Reichstein
1952 - Selman Abraham Waksman
1953 - Hans Krebs
1953 - Fritz Albert Lipmann
1958 - Joshua Lederberg
1959 - Arthur Kornberg
1964 - Konrad Bloch
1965 - Francois Jacob
1965 - Andre Lwoff
1967 - George Wald
1968 - Marshall W. Nirenberg
1969 - Salvador Luria
1970 - Julius Axelrod
1970 - Sir Bernard Katz
1972 - Gerald Maurice Edelman
1975 - Howard Martin Temin
1976 - Baruch S. Blumberg
1977 - Roselyn Sussman Yalow
1978 - Daniel Nathans
1980 - Baruj Benacerraf
1984 - Cesar Milstein
1985 - Michael Stuart Brown
1985 - Joseph L. Goldstein
1986 - Stanley Cohen [& Rita Levi-Montalcini]
1988 - Gertrude Elion
1989 - Harold Varmus
1991 - Erwin Neher
1991 - Bert Sakmann
1993 - Richard J. Roberts
1993 - Phillip Sharp
1994 - Alfred Gilman
1995 - Edward B. Lewis
1996- Lu RoseIacovino
TOTALE: 129
Inoltre gli ebrei non effettuano il lavaggio del cervello dei bambini nei campi di addestramento militare, insegnando loro il modo di farsi esplodere e causare morti del maggior numero di ebrei o di altri non musulmani.
Gli ebrei non dirottano gli aerei, non uccidono atleti alle Olimpiadi, o si fanno esplodere nei ristoranti, negli autobus o scuolabus.
Non c'è un singolo Ebreo che abbia distrutto una chiesa.
Non c'è un singolo Ebreo che protesta uccidendo persone.
Gli ebrei non effettuano il traffico di schiavi, né i loro leader chiedono la Jihad e la morte per tutti gli infedeli.
Forse i musulmani del mondo dovrebbero prendere in considerazione di investire di più nell'istruzione e nella democrazia ed incolpare meno gli ebrei per tutti i loro problemi.
I musulmani dovrebbero chiedere 'cosa possono fare per l'umanità' prima di pretendere che l'umanità li rispetti.
Forse Israele ha commesso degli errori e non è esente da colpe, ma riflettete su queste due frasi che sintetizzano la situazione :
'Se gli arabi deponessero le armi oggi, non ci sarebbe più violenza.
Se gli ebrei deponessero le armi oggi, non ci sarebbe più Israele.

Esther Rosenfeld

martedì 6 dicembre 2011

Questi maledetti numeri sionisti

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Cari amici,

devo farvi una domanda. Sapete qual è il più grave ostacolo alla pace in Medio Oriente e di conseguenza nel mondo intero? Vi sento rispondere come un sol uomo: Israele. Bravi, avete ragione, è Israele che per pura cattiveria non vuol fare la pace con la Palestina e per questo induce la rivolte arabe e il giusto riarmo difensivo atomico dell'Iran e a guardar bene anche gli tsunami, il buco nell'ozono e gli incidenti stradali che devastano la nostra gioventù. La risposta esatta, se non per il fatto che è proibito nominare Israele e potete dire o "l'entità sionista" oppure semplicemente "gli ebrei".

Ma se la colpa è dell'entità sionista, qual è il mezzo con cui questa colpa si esprime? Anche qui, la vostra risposta è unanime e corretta: L'occupazione, la terribile occupazione che schiavizza e sfrutta i poveri palestinesi, in particolare i bambini. Giusto. Ma come si concretizza l'occupazione? Finalmente ci arrivate: Con le colonie. Già con le colonie, le cattivissime colonie. Era qui che volevo portarvi. E cosa fanno di male le colonie? A parte schiavizzare e sfruttare, voglio dire. Ecco, l'avete capito, le colonie "si espandono", "mangiano la terra palestinese", tanto che fra un po' "non ce ne sarà più". Giusto, giustissimo.

Ma ditemi, quanta terra palestinese hanno mangiato finora le colonie, lasciando i poveri palestinesi senza neanche lo spazio dove mettere i piedi? Questa è la domanda più difficile. Be', provate a indovinare: il 60%? Il 40%? Il 25% In fondo se se la mangiano e si espandono, almeno un quarto dei "territori palestinesi" l'avranno pappato, no? Be', no. Proprio no. Le terribile colonie coprono circa il 2% del territorio "occupato". Anzi del West Bank, senza contare Gaza, dunque diciamo l'1,5%. L'uno e mezzo per cento, capite com'è grave! Parola di Barak, che facendo il ministro della difesa se ne intende. (http://www.commentarymagazine.com/2011/11/17/settlements-obstacle-to-peace/). Eh no, dite voi Barak è israeliano, anzi entitario sionista e quindi per definizione non è affidabile.

Va bene, allora facciamo ricorso al negoziatore palestinese Erkat, il braccio destro di politica internazionale del presidente palestinese Mahamud Abbas, il quale ha avuto i dati grazie alla gentile consulenza dei paesi europei che non negano mai un favore all'Autorità Palestinese. In questa intervista (http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/erekat-olmert-offered-palestinians-territorial-equivalent-of-west-bank-1.393484) pubblicata da una fonte attendibilissima come Haaretz, Erkat dice che la percentuale del West Bank (quello che i sionisti chiamano Giudea e Samaria) occupata dalle colonie è dell'1,1 per cento. Non è terribile? L'un per cento in 44 anni è un vero divorare. A questo ritmo, basterà che passino altri 4456 anni e non ci sarà più   terra palestinese. Non vedete com'è terribile?

Vabbé, dite voi, forse non è questo gran pasto. Ma i coloni sono cattivissimi, dei veri assassini, che stanno sterminando i poveri palestinesi, oltre ad asservirli e schiavizzarli. Anche qui, questa vostra impressione è  più che confermata dalle statistiche. Grazie ai dati di B'Tselem, la Ong che il cattivissimo governo Netanyahu vuole privare dei suoi ricchi contributi europei, viene fuori che negli ultimi 11 anni negli scontri nel solito West Bank sono morti ammazzati da coloni 50 arabi, di cui 27 erano evidenti casi di autodifesa contro assalti. Dunque 23 omicidi in 11 anni. I terribili coloni (o se volete i civili, inclusi i neonati) ammazzati dai palestinesi nello stesso periodo e nello stesso territorio sono stati invece 251. Cinque volte tanto se contiamo tutte le vittime, dieci se escludiamo la legittima difesa (http://www.camera.org/index.asp?x_context=2&x_outlet=35&x_article=2132). Certo, i palestinesi hanno ragione ragionissima e dunque i loro non sono omicidi, ma atti di giustizia rivoluzionaria, ma comunque il dato è imbarazzante. Non andatelo a dire in giro. Io ho il sospetto che i numeri e le statistiche siano un po' islamofobi o almeno sionisti.

www.informazionecorretta.com

lunedì 5 dicembre 2011

Alla ricerca di nuovi amici

Di Herb Keinon
Israele sta attivamente cercando amici e alleati più lontani, per controbilanciare gli eccezionali successi degli islamisti nei paesi a lui più immediatamente vicini. È quanto ha affermato la scorsa settimana un alto funzionario governativo israeliano, alla luce della schiacciante vittoria che gli islamisti sembrano destinati a raccogliere nelle elezioni parlamentari in corso in Egitto.
Secondo il funzionario sentito dal Jerusalem Post, il collasso di così tanti regimi arabi nella regione, unito alla posizione di Iran e Turchia che da bordo campo aspettano solo di approfittare della situazione per i loro disegni, Israele punta su tre gruppi di paesi come alleati e possibili contrappesi.
Il primo gruppo è quello del Mediterraneo orientale, composto da paesi come Grecia, Cipro, Romania e Bulgaria: paesi storicamente rivali della Turchia e assai preoccupati per l’ampliarsi dell’intervento e delle ambizioni di Ankara, cosa che li ha portati a stringere con Israele rapporti molto più stretti di quanto non avessero in passato.
Il secondo gruppo è costituito da paesi dell’Africa sub-sahariana come Kenya, Uganda, Etiopia, Tanzania, Nigeria e Sudan del Sud, la cui preoccupazione per il terrorismo islamista al loro stesso interno li ha condotti ad una crescente cooperazione politica e di sicurezza con Israele. Tale cooperazione è apparsa evidente nell’apertura di rapporti diplomatici con Israele da parte del Sudan del Sud subito dopo aver ottenuto l’indipendenza all’inizio di quest’anno, e nelle visite ufficiali in Israele, il mese scorso, dei leader del Kenya e dell’Uganda.
Il terzo gruppo comprende paesi mediorientali che, sebbene non nominati ufficialmente, secondo fonti governative israeliane si mantengono in contatto con Israele su questioni come l’Iran e i travolgenti cambiamenti in corso nella regione. Di recente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto un paio di vaghe allusioni a legami con questi paesi, che si ritiene siano soprattutto stati del Golfo Persico. Secondo la fonte governativa, Netanyahu intendeva far sapere all’opinione pubblica israeliana che, nonostante le turbolenze che attraversano il Medio Oriente, vi sono ancora “zone di luce”.
Tuttavia – ha voluto chiarire una delle fonti governative – anche se punta gli occhi alla ricerca di amici in altre aree, Israele non chiude affatto la porta ai legami con l’Egitto. “Non abbiamo rinunciato all’Egitto” ha detto la fonte, aggiungendo che i risultati preliminari del voto egiziano, secondo i quali la Fratellanza Musulmana e gli ancor più estremisti salafiti starebbero per conquistare circa il 65% dei seggi, “in realtà non sono una sorpresa per nessuno”. “E’ senz’altro possibile che andremo incontro a un periodo in cui le nostre relazioni con il governo egiziano non saranno più così cordiali – ha detto la fonte – ma si può sperare che prevarranno gli interessi di base comuni ad entrambe le parti. Israele ed Egitto si sono combattuti nelle guerre del 1948, del 1956, del 1967 e del 1973. Migliaia di persone sono morte. È questo ciò a cui vogliono tornare? È questo quello che propongono?”, si è chiesto il funzionario israeliano facendo rifermento all’ondata islamista in Egitto.
Ufficialmente Gerusalemme finora non ha commentato le elezioni in Egitto. Come spiega una fonte diplomatica, qualunque cosa dica Israele “potrebbe e verrebbe usata contro di noi dai mass-media egiziani”. La fonte afferma, tuttavia, che l’obiettivo di Israele a breve termine è mantenere aperti i canali di comunicazione con gli egiziani dovunque possibile, e assicurarsi di non intervenire, né che gli egiziani abbiano la sensazione di un’interferenza di Israele nel processo in corso nel loro paese. Israele, dice la fonte diplomatica, sta cercando di ridurre al minimo eventuali danni nei legami col Cairo, e certamente non ha alcuna intenzione di “dare per perso” l’Egitto, soprattutto alla luce dei così numerosi elementi di incertezza circa gli sbocchi verso cui andrà a sfociare il processo. “Siamo solo all'inizio” sottolinea il diplomatico, ricordando che, dopo le elezioni parlamentari, gli egiziani dovranno ancora redigere la nuova costituzione ed eleggere il presidente. “Ci vorranno mesi prima che il quadro divenga chiaro”, conclude.

(Da: Jerusalem Post, 2.12.11)

Islam = Nazi

domenica 4 dicembre 2011

PIÙ DI UN MILIONE DI ALBERI DISTRUTTI DAI MISSILI HEZBOLLAH

Volentieri vi propongo questo articolo del 2006 che barbara ha gentilmente segnalato dal suo blog:

13 novembre 2006

Durante la guerra della scorsa estate, i missili degli hezbollah, non hanno colpito solo uomini, donne, bambini, case ma anche le foreste del KKL, che erano dei punti di ristoro per tutti i cittadini del nord d'Israele. Questi incendi non hanno distrutto solo gli alberi, ma anche l'ecosistema che si era formato nel corso di decenni di duro e faticoso lavoro.

arrivano i primi missili



l'incendio divampa nelle Foreste




le squadre antincendi di terra


il guidatore ferito viene evacuato




una tartaruga bruciata nella Foresta


si tolgono i residuati bellici dalla Foresta 


Credo che questo sia il post giusto per qualche annotazione personale. All’inizio della prima intifada, nell’autunno del 1987, non mi occupavo più di tanto di queste questioni, e mi abbeveravo unicamente ai mass media nostrani. Quindi ero, inevitabilmente, filopalestinese al 100%. Non antiisraeliana, però, questo non lo sono stata mai, ed è per questo che quando mi sono trovata di fronte a notizie autentiche sono stata in grado di riconoscerle come tali. Filopalestinese, dicevo, nonostante i volenterosi tentativi di qualcuno di aprirmi gli occhi, e quindi in quel momento, ignorante della storia e dei fatti, ero propensa a riconoscere ai palestinesi ogni sorta di diritti e di ragioni, ed ero incondizionatamente dalla loro parte. Il primo blocco è arrivato nel momento in cui hanno incominciato ad incendiare deliberatamente i boschi israeliani: perché qualunque diritto si possa essere disposti a riconoscere loro, sui boschi israeliani no, su quelli non ne hanno alcuno, e questo, pur nella mia immensa ignoranza, lo sapevo anch’io, anche allora. In quelle terre i pionieri ebrei hanno acquistato per lo più deserti e paludi e pietraie. Acquistato, non rubato, come è documentato e verificabile negli accuratissimi archivi ottomani. Acquistato, oltretutto, per circa il 60% da latifondisti ottomani che risiedevano all’estero, per circa il 30% da possidenti locali e per meno del 10% da piccoli e piccolissimi proprietari che ci vivevano. Acquistato anche in quel 78% di Palestina che la Gran Bretagna mandataria ha poi rubato agli ebrei e regalato alla dinastia Hashemita detronizzata dall’Arabia per farne il regno di Transgiordania (attuale Giordania), dove tutti gli ebrei sono stati immediatamente cacciati dalle terre che avevano acquistato, coltivato e rese fertili. Acquistato anche a Gaza e in Cisgiordania che secondo qualcuno devono essere, per diritto divino, judenrein. Rese fertili, dicevo: questo è il punto. Deserti e paludi e pietraie trasformati in terre fertili, campi, prati, orti, giardini. Piantandovi alberi. Milioni e milioni di alberi che hanno trasformato un deserto in un giardino. ALBERI DEGLI EBREI. ALBERI DEGLI ISRAELIANI. Alberi che rappresentano l’essenza stessa di Israele. Alberi sui quali nessuno ha il diritto di mettere le mani. Ecco: il crimine immane della deliberata distruzione degli alberi nella prima intifada è stato ciò che ha cominciato ad aprirmi gli occhi. È stato un processo lungo. Ed è stato doloroso, dopo quasi due decenni di intensa e attiva militanza comunista prendere atto che per due decenni mi si era mentito, che per due decenni ero stata ingannata, che per due decenni coloro che avevo sempre creduto i puri, gli unici degni di essere chiamati puri, mi avevano indotta a stare dalla parte del terrore, dalla parte delle dittature, dalla parte di un autentico programma di sterminio. Processo lungo e doloroso, sì, ma sono riuscita a percorrerlo fino in fondo, sono riuscita a liberarmi di tutte le scorie che mi abbrutivano, e ora finalmente posso vedere chiaro. E in nome di quella meravigliosa realtà che è Israele, incarnata nei suoi alberi, vi invito tutti a contribuire alla ricostruzione di ciò che è stato vigliaccamente distrutto 
(foto e didascalie a cura di liberali per israele).
(E buon compleanno)

barbara 

sabato 3 dicembre 2011

Ambasciatore d’Israele all’Onu: “Israele accolse i suoi profughi, gli arabi no”

“La differenza fra le due popolazioni fu, ed è ancora oggi, che Israele assorbì e integrò nel proprio tessuto sociale i profughi ebrei cacciati dai paesi arabi, mentre i nostri vicini si rifiutarono di fare altrettanto”. Lo ha rimarcato martedì l’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, intervenendo alle Nazioni Unite in occasione del 64esimo anniversario del Piano di spartizione (approvato dall’Assemblea Generale il 29 novembre 1947).
“I campi profughi allestiti in Israele – ha ricordato Prosor – diedero vita successivamente a fiorenti villaggi e città. I campi profughi allestiti dai paesi arabi, invece, hanno dato vita a sempre più profughi palestinesi. Noi abbiamo liberato l’enorme potenziale dei nostri nuovi immigrati. Il mondo arabo, invece, ha intenzionalmente e consapevolmente mantenuto la popolazione palestinese nella condizione di seconda classe di profughi eterni”. Prosor ha sottolineato come nella stragrande maggioranza dei paesi arabi, ai palestinesi siano tuttora negati i più elementari diritti di cittadinanza. “Non è per caso – ha aggiunto – se le responsabilità del mondo arabo verso gli ‘inalienabili diritti’ dei palestinesi non compaiono mai nelle risoluzioni che vengono proposte a questa Assemblea”.
A proposito del piano di spartizione del 1947, che prevedeva la creazione di uno stato ebraico accanto a uno stato arabo nel territorio dell'allora Mandato Britannico sulla Palestina, l’ambasciatore israeliano ha ricordato che “la popolazione ebraica accettò il piano e proclamò un nuovo stato nell’antica terra patria, giacché quel piano corrispondeva alla convinzione sionista che fosse al contempo necessario e possibile vivere in pace coi nostri vicini nella terra dei nostri padri. Gli abitanti arabi, invece, respinsero il piano e scatenarono una guerra d’annientamento contro il neonato stato ebraico, presto raggiunti dagli eserciti di cinque stati arabi, membri delle Nazioni Unite. L’uno per cento dell’intera popolazione israeliana di allora cadde nei combattimenti contro quell’aggressione da parte di cinque eserciti. Si rifletta sul prezzo pagato in vite umane: sarebbe come se oggi morissero 600.000 soldati francesi [o italiani], o tre milioni di soldati americani, o 13 milioni di soldati cinesi. A causa di quella guerra, degli arabi divennero profughi e un numero analogo di ebrei che vivevano nei paesi arabi vennero costretti ad abbandonare le loro case: anch’essi divennero profughi”.
Prosor ha affermato che in questi 64 anni la questione fondamentale che sta alla base del conflitto arabo-israeliano non è sostanzialmente cambiata: “Forse che gli arabi, e in particolare i palestinesi, hanno assimilato il concetto che Israele è destinato a durare e a rimanere lo stato nazionale del popolo ebraico? Ancora non si capisce se sono ispirati dalla prospettiva di edificare un nuovo stato, o piuttosto dall’obiettivo di distruggere uno stato che esiste. Due mesi fa il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando da questo stesso podio, ha cercato di cancellare il legame inscindibile e ininterrotto fra il popolo ebraico e la Terra d’Israele. Ha detto: ‘Oggi vengo davanti a voi dalla Terra Santa, la terra di Palestina, la terra dei messaggi divini, dell’ascensione del Profeta Maometto, della nascita di nascita di Gesù Cristo’. Punto. Badate bene, non è stata una dimenticanza, non si è trattato di un lapsus. È stato l’ennesimo deliberato tentativo di negare e cancellare più di tremila anni di storia ebraica”.
“La risoluzione 181 del 1947 che dà significato al 29 novembre – ha ripreso l’ambasciatore israeliano – menziona almeno 25 volte la creazione di uno ‘stato ebraico’. Ma noi ancora oggi non sentiamo nessun leader palestinese pronunciare questa espressione. La leadership palestinese si rifiuta di riconoscere il carattere di Israele come stato ebraico”. Alcuni di loro parlano della soluzione “a due stati”, ma non li sentirete mai dire “due stati per due popoli”. “Se sentite un leader palestinese dire ‘due stati per due popoli’ – ha esclamato Prosor – per favore telefonatemi immediatamente”. E ha proseguito: “I leader palestinesi chiedono uno stato indipendente palestinese, ma insistono che il popolo palestinese torni dentro lo stato ebraico. È una proposta che nessuno che creda veramente nel diritto di Israele ad esistere potrebbe mai accettare. L’idea che Israele venga invaso da milioni di palestinesi è irricevibile. La comunità internazionale lo sa. Lo sa la leadership palestinese. Ma il popolo palestinese non se lo sente dire. In questo momento, il divario fra la sua percezione e la realtà rimane il più grande ostacolo alla pace. Lasciatemelo ripetere: il cosiddetto diritto al ritorno è e rimane il maggiore ostacolo alla pace”.
Il rappresentante israeliano ha concluso il suo intervento con un appello alle Nazioni Unite a “raccogliere finalmente la verità di questa giornata storica, per coltivare i semi della pace nella nostra regione che possono sbocciare in un futuro più luminoso”.

(Da: YnetNews, MFA, 30.11.11)

mercoledì 30 novembre 2011

Costruire ponti

Durante l’inverno 2004 la pioggia, la neve, un’inondazione e un leggero terremoto fecero crollare la vecchia Salita Mughrabi. quella rampa di terra, che collegava il piazzale del Muro Occidentale (impropriamente noto come Muro del pianto) e la Porta Mughrabi, era l’unico punto d’accesso per i non-musulmani alla spianata delle moschee, sulla sommità del Monte del Tempio di Gerusalemme che è sotto il controllo del Waqf giordano (l’ente per la custodia dei luoghi santi musulmani), anche se Israele mantiene il diritto di ingresso.
I turisti utilizzavano regolarmente la Salita Mughrabi, e lo stesso facevano alcuni ebrei religiosi spinti dal desiderio spirituale di avvicinarsi il più possibile al luogo più santo dell’ebraismo e nella convinzione che fosse importante affermarvi una presenza ebraica, perlomeno nelle aree dove la legge ebraica, secondo la loro interpretazione, permette ad un ebreo di spingersi. In ogni caso, in base a un’intesa fra Israele e Waqf, agli ebrei non è permesso pregare sulla spianata per rispetto verso la sensibilità dei musulmani. La salita era anche l’unica via attraverso cui ingenti forze di sicurezza israeliane potevano accedere rapidamente al Monte del Tempio in caso di emergenza o disordini.
Sette anni fa venne eretta una rampa di legno “provvisoria”, che ostruisce circa un terzo dello spazio riservato alla preghiera delle donne davanti al Kotel (il Muro Occidentale). Parallelamente una commissione interministeriale iniziava a progettare una nuova passerella-ponte. L’architetto Ada Carmi propose un ponte di vetro e acciaio lungo 200 metri (la Salita Mughrabi originaria era lunga 80 metri), esteso dalla Porta dell’Immondizia fino alla Porta Mughrabi. Il progetto veniva accompagnato da scavi archeologici preliminari, obbligatori secondo la legge israeliana per tutelare eventuali reperti di valore archeologico. Israele si prese meticolosamente cura del recupero e della conservazione delle antichità, sia ebraiche che arabe. Videocamere attive 24 ore su 24 vennero posizionate sul luogo degli scavi per mostrare che il Monte del Tempio e le moschee che sorgono sulla sua sommità non erano in alcun modo danneggiate né minacciate. Vennero invitati a ispezionare il luogo degli scavi i rappresentanti del governo giordano, una delegazione turca e una delegazione per conto dell’Unesco.
Tutto inutile. Gli estremisti islamici utilizzarono ugualmente gli scavi e i progetti di costruzione del ponte come pretesto per inscenare violente manifestazioni e aizzare l’odio contro Israele. Nel febbraio 2007 lo sceicco Raed Salah, capo del ramo settentrionale, quello più estremista, del Movimento Islamico israeliano, affermava che Israele sta progettato la costruzione di un “terzo Tempio”. “Vogliono costruire il loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti, sugli stipiti delle loro porte, nel loro cibo e nella loro acqua”, proclamava ai suoi seguaci. Intanto, la Jihad Islamica nella striscia di Gaza lanciava razzi su Sderot e il leader religioso dell’Autorità Palestinese, Taysir al-Tamimi, faceva appello ai palestinesi perché si recassero subito in massa al Monte del Tempio “per proteggere la moschea di Al-Aqsa dai bulldozer dell’occupazione israeliana che stanno lavorando per distruggerla”.
Israele cedette alle pressioni. I progetti della Carmi vennero cestinati. Al loro posto si decise di ripristinare l’originaria rampa di terra. Ma anche questo modestissimo intervento, che ovviamente comporta la demolizione della passerella di legno provvisoria, ha scatenato la rabbia del mondo musulmano. Nel giugno scorso i rappresentanti di Giordania, Egitto, Iraq e Bahrain hanno indotto la Commissione dell’Unesco per il Patrimonio dell’Umanità a censurare Israele per aver osato pensare di restaurare la rampa.
Ora il tempo stringe. L’ingegnere-capo di Gerusalemme per le strutture pericolose e il servizio antincendio hanno stabilito che la rampa di legno è pericolosa e a rischio di incendio, e che deve essere smantellata al più presto. Pensata come soluzione provvisoria, la rampa (usata, si badi bene, anche da migliaia di fedeli musulmani) è rimasta in piedi per sette anni e ormai rappresenta un disgrazia annunciata.
[Meno di due mesi fa, ricorda Akiva Eldar su Ha’aretz, funzionari israeliani si sono recati in Giordania dove hanno elaborato un dettagliato accordo per lavori che non avrebbero recato alcun pregiudizio a un solo granello delle competenze del Waqf. Il tutto è stato fatto in cordiale consultazione con i funzionari dell’Unesco, che dovrebbero supervisionare i lavori. In un documento dell’Unesco datato 4 ottobre ottenuto da Ha’aretz, il Comitato esecutivo dell’agenzia confermava che non sarebbe stato fatto nulla che possa recare disturbo all’unicità e autenticità del sito. Il Comitato affermava d’aver apprezzato il fatto che Israele avesse consentito a tre delegazioni del Waqf giordano di visitare l’anno scorso la rampa Mughrabi, e aggiungeva d’aver ricevuto i verbali degli incontri in cui Israele e Giordania concordavano le procedure di coordinamento per il restauro del sito.]
Sembrava che fosse giunta l’ora di sostituire finalmente la pericolosa rampa. Nell’arco di 72 ore a partire dalla sera di sabato scorso, le squadre hanno iniziato a demolire la rampa. Ma già lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, temendo le minacciate reazioni arabe, doveva ordinare ancora una volta il rinvio dei lavori di demolizione. A quanto pare, infatti, il ponte-passerella è diventata una questione all’interno delle elezioni egiziane. Il leader di Fratelli Musulmani, lo sceicco Yusuf Qaradawi, sostiene che il ponte servirebbe alle forze di sicurezza israeliane per invadere la moschea di Al-Aqsa, e all’Università Al-Azhar del Cairo sono comparsi poster che chiamano i musulmani a proteggere la moschea. Lo stesso re Abdullah di Giordania, pressato da gruppi islamici giordani ed egiziani, ha chiesto il rinvio dei lavori.
Questa follia deve cessare. Si è creata una situazione assurda in cui alcuni leader musulmani irrazionali, intossicati dalle loro stesse menzogne – compresa la falsa convinzione che il Primo e il Secondo Tempio degli ebrei non siano mai stati sul Monte del Tempio – intimano con le minacce a Israele di non agire. Israele non deve piegarsi alla paranoia dell’estremismo islamico. Il ponte Mughrabi deve essere sostituito, punto e basta. E prima si fa, meglio è.

(Da: Jerusalem Post, Ha’aretz, 29.11.11)

domenica 27 novembre 2011

Roma, Monteverde Vecchio: neonazi contro il locale kosher «Barrilli 66»

Escrementi e svastiche al ristorante ebraico. Il proprietario: colpito sette volte in cinque mesi
Roma, 24 Novembre 2011 – Il locale «Barrilli 66» finisce nel mirino di un gruppo ignoto di estremisti. L’ultimo episodio sabato scorso. Quando Simone Efrati, proprietario del ristorante, è andato nel tardo pomeriggio ad aprire i lucchetti, ha trovato sulle sue vetrine una pioggia di cachi. E per l’ennesima volta ha dovuto prendere straccio e sapone per ripulire il locale dall’atto vandalico.
È almeno la settima volta che succede dall’estate scorsa. «Da cinque mesi – racconta Efrati – mi hanno preso di mira. Ho chiesto aiuto al commissariato di polizia di Monteverde, dove ho fatto denuncia e ci sono delle indagini in corso. La prima volta che ho subito il primo torto, ho trovato una secchiata di escrementi sulla porta d’entrata. Non avrei mai pensato che potessero ancora succedere cose del genere». Pochi giorni dopo il primo atto vandalico, la storia si è ripetuta. Il ristoratore ha trovato dei pomodori schiacchiati sulla vetrina.
Efrati ha iniziato, parallelamente al lavoro delle forze dell’ordine, a ragionare per capire quale potesse essere l’origine di quei gesti. Ha inizialmente pensato alla possibilità di aver dato fastidio alla concorrenza: «Ma con la pasticceria Dolci Desideri qui accanto ho ottimo rapporti e a volte sono stati loro a chiamarmi per dare l’allarme». Poi ha ragionato sui condomini del palazzo. Ma ancora nulla. Finché una mattina, assieme alla frutta spremuta sulla porta, ha trovato uno sticker. Un adesivo con disegnata sopra una svastica e la scritta «White Power!», potere bianco.
A quel punto per Efrati era chiaro: «Quelli che subisco da alcuni mesi sono dei veri e propri atti di antisemitismo, anche se non so dire se provengono da una singola persona o da un gruppo». Del resto che il ristorante è gestito da un ebreo è chiaramente visibile. Nell’insegna del locale troneggia la parola «kosher» (che richiama le regole alimentari ebraiche), all’interno ci sono scritte a caratteri ebraici e lo stesso Efrati serve ai tavoli con in testa la sua kippà, il copricapo ebraico.
Se serviva un’ulteriore conferma, ecco che il mese scorso l’autore – o gli autori – dei gesti razzisti si sono concentrati su un simbolo ebraico. Hanno spalmato i cachi sulla «mezuzà», un oggetto che contiene delle preghiere in ebraico ed è posto all’interno dello stipide della porta d’entrata. Non solo. Sono stati anche strappati tutti i cartelli del menù in esposizione che contengono la parola «kosher». «Ogni volta – spiega Efrati – sono costretto a mandare giù un boccone amaro e ripulire. Spero che le forze dell’ordine riescano a fare luce su questa storia che sta colpendo il mio ristorante e tutti quelli che hanno cuore il rispetto del prossimo».

Il Tempo

Belgio: picchiata dalle compagne di scuola musulmane perchè ebrea

Aggredita e malmenata bambina di 13 anni da compagni di scuola al grido di “sporca ebrea”
Bruxelles, 22 Novembre 2011 – Grande sconcerto in Belgio per l’aggressione antisemita subita venerdì scorso intorno alle ore 16:00 da una bambina di religione ebraica da parte di alcune sue compagne di scuola. Océane Sluijzer, 13 anni, aveva appena finito il suo allenamento presso il centro sportivo di Neder-Over-Heembeek, a nord di Bruxelles,quando è stata aggredita da cinque ragazze di origine marocchina più grandi di lei che l’hanno insultata al grido di “sporca ebrea” colpendola poi con almeno due schiaffi. Océane ha tentato invano di fuggire. Afferrata dalla banda di ragazze, è stata picchiata dopo aver sentito ripetere: “Sta’ zitta, sporca ebrea e torna al tuo paese.” La notizia è stata riportata dal giornale «La Dernière Heure».
“Le sono andate addosso in cinque, l’hanno afferrata per i capelli e le hanno fatto battere la testa sulle ginocchia. È stata picchiata da tutte le parti “, ha detto suo padre, che ha spiegato che era da qualche tempo che sua figlia aveva problemi con altri studenti della sua scuola. “Mia figlia è stata chiamata sporca ebrea almeno una dozzina di volte l’anno scorso e, già alcune volte a partire dall’inizio dell’anno scolastico. C’è un antisemitismo latente in questa scuola, e del resto ne avevo già avvertito il Provveditore”, ha dichiarato.
Océane soffre di una commozione cerebrale e di una infiammazione delle vertebre cervicali. Ha presentato denuncia alla polizia e ha identificato tre dei suoi aggressori, che frequentano la sua stessa scuola.
Il Comitato di Coordinamento delle Organizzazioni ebraiche del Belgio (CCOJB) si è detto “scioccato” dall’aggressione antisemita subita da Océane. Il CCOJB ha chiesto alle autorità giudiziarie di fare in modo che l’inchiesta sia accelerata senza indugio e si riserva il diritto di intentare una causa civile a questo riguardo. Ribadisce inoltre la sua richiesta al Ministro dell’istruzione, Marie-Dominique Simonet, di “mettere in atto nelle scuole della comunità francofona un appropriato programma educativo per prevenire ingiustificabili tensioni tra le comunità”.
Da parte della classe politica, Viviane Teitelbaum, deputata MR (Mouvement Réformateur, centro-destra francofono) al Parlamento di Bruxelles, lunedì ha lanciato la polemica su Facebook, dice “Le Soir”. “Ho voluto denunciare questo atto a voce alta e forte perché i media non ne hanno fatto menzione questo fine settimana. Si parla spesso persone aggredite negli autobus – va bene – ma si tace sulle aggressioni antisemite. E ‘spaventoso. Non bisogna meravigliarsi se l’antisemitismo colpisce nelle scuole “, ha scritto sul social network.

Notizie dal fronte

Tra venerdì e sabato i criminali palestinesi hanno ripreso a bombardare con razzi le città israeliane vicine a Gaza: in risposta a questi vili attacchi contro la sua popolazione civile, l'aviazione dello stato ebraico ha  colpito obiettivi terroristici nel sud e nel centro della striscia di Gaza.

Io, Israele e la Fiera del Libro

Sono passati oltre tre anni da quando Israele venne dichiarato ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino suscitando un clamore e uno "sdegno" dei soliti pacifinti che raggiunse livelli di puro odio.
Voglio riproporre un articolo scritto da una persona che descrive bene chi era e come la pensava sulla questione Israele e Palestina.

"Quando avevo venti anni ero filopalestinese. Ed antisraeliano. Le due cose camminavano insieme. Lo schierarsi non era il frutto di conoscenze, riflessioni, studio. Era puro pregiudizio suffragato dalle immagini. Mi ricordo di un video della fine degli anni ’80: due soldati israeliani che spezzavano le braccia a un giovane palestinese. Nella civiltà dell’immagine è l’immagine che decide le ragioni e i torti. La rivolta delle pietre, la prima intifada non poteva quindi che essere il luogo di tutte le ragioni. Perchè una popolazione che risponde ai carri armati con i sassi incarna di per sè tutti gli archetipi del politicamente corretto.
La militanza politica rendeva ancora più acuto questo manicheismo insensato: si era degli strani comunisti e socialisti senza rendere omaggio alla kefiah, all’Olp, ad Arafat. La sensibilità alla questione palestinese era un passaporto politico, una garanzia d’internazionalismo, la medicina salvifica capace di regalare un filo di ragione ad una ideologia in declino. Di Israele e delle sue ragioni non ci importava nulla. Detestavamo Shamir non tanto per le sue scelte concrete ma perchè convinti che fosse la naturale sintesi politica di uno Stato abusivo.
Ufficialmente dicevamo “due popoli, due stati” ma in cuor nostro tifavamo per la guerra perchè la pace avrebbe chiuso il tempo degli alibi internazionalisti e delle giuste cause da sposare. Poi in parallelo leggevamo Primo Levi, esprimevamo tutto l’orrore possibile per la Shoah, sapevamo insorgere d’istinto al primo segno di una parola o di un gesto antisemita. Una schizofrenia, una finzione vissuta senza il patema della ragionevolezza e del buonsenso. L’ebreo perseguitato incarnava tutto il bene, l’ebreo che si difende, che costruisce il suo stato, il suo spazio di sopravvivenza era tutto il male.
Detestavamo il punto di raccordo tra persecuzione e sopravvivenza e cioè il sionismo, questa idea pacifica e difensiva di un popolo che sogno di mettersi al riparo, di vivere senza la replica di orrori e persecuzioni. Ci piaceva l’ebreo perseguitato, quello che non si difende, che si lascia sopraffare come un agnello sacrificale. L’ebreo che si difende, che crea una comunità solidale, che si arma, che si fa Stato non ci garbava. Gli anni mi hanno guarito da questa malattia. Oggi so che Israele è un segno di speranza per l’intera umanità, la rappresentazione migliore di come l’uomo sia capace di reagire alle ingiustizie dando forza e sostanza al proprio spirito comunitario e solidale.
Il boicottaggio della Fiera del Libro è solo l’ennesima manifestazione di una malattia profonda della sinistra. Una malattia da cui si esce da soli, uno per uno, in fila indiana. Non c’è congresso, mozione o dichiarazione pubblica che possa condurre collettivamente fuori dalla notte. Io ci sono riuscito e spero ci riescano anche i filopalestinesi – inconsci antisemiti – dei nostri giorni."
(4 Febbraio 2008)