Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

lunedì 31 gennaio 2011

Le tensioni in Egitto e i missili palestinesi

Missili Grad, sparati dal territorio controllato da hamas questa sera sono esplosi nei pressi delle città israeliane di Ofakim e Netivot.
Durante l'attacco missilistico su Netivot, il primo attacco a Israele dall'inizio delle proteste di massa contro il regime del presidente egiziano Hosni Mubarak una settimana fa, quattro persone sono state ricoverate in stato di shock, e si sono registrati danni a una strada e a un'auto parcheggiata.
Il missile caduto nei pressi di Ofakim pochi minuti dopo non ha fortunatamente registrato feridi o danni.

Gli avvenimenti che stanno riguardando l'Egitto in questi giorni, sono seguiti con la massima attenzione dal governo israeliano: la pace con l'Egitto è fondamentale per Israele, se dovesse saltare con il cambio di regime, per lo stato ebraico si aprirebbe una stagione molto complessa e preoccupante. Non avrebbe più un confine affidabile (o quanto meno tale) su cui contare, nè uno stato che garantisca un minimo di controllo antiterrorismo nel Sinai.
Per questo il primo ministro Nethanyahu ha chiesto a USA ed Europa di non "scaricare" Mubarak: il cambiamento può essere fatto senza che la pace e la stabilità vengano compromesse.



domenica 30 gennaio 2011

Giacimenti di gas e confini internazionali

Di Robbie Sabel
Sotto il mar Mediterraneo orientale si trovano quelli che potrebbero essere alcuni dei più grandi giacimenti di gas naturale del mondo. Due di essi, Tamar e Leviathan, sono già stati dati in concessione da Israele a investitori israeliani e stranieri. La potenziale fortuna economica legata a questi giacimenti pone la questione di quali paesi abbiano diritto a condividere una quota della manna, e come essa andrà ripartita fra loro.
Il diritto internazionale stabilisce che ogni stato ha diritto di sfruttare le risorse naturali dei fondali marini, compresi petrolio e gas, fino a 200 miglia nautiche dalla costa. Dove la distanza fra due stati vicini è minore di 400 miglia nautiche, i due devono concordare una linea intermedia.
La distanza fra Cipro e Israele è di circa 260 miglia nautiche, per cui fra i due paesi è stato firmato un accordo (non ancora pubblicato) per determinare una linea intermedia. Questa linea permette a ciascuno stato di sfruttare le risorse naturali dei fondali marini fino a una distanza di circa 130 miglia dalla costa. I giacimenti Tamar e Leviathan sono decisamente all’interno della parte israeliana di questa fascia di 260 miglia.
La Turchia ha chiassosamente contestato l’accordo Cipro-Israele, sulla base dell’interesse che Ankara ha di garantire che anche la Repubblica Turca di Cipro del Nord si avvantaggi dei redditi da gas naturale, anche se la zona interessata è adiacente in realtà alle coste della più meridionale Repubblica di Cipro (membro UE).
L’altra questione giuridica è quella di fissare la linea fra Israele e Libano. Secondo la norma, la linea marittima comincia dove il confine di terra fra due paesi incontra il mare – in questo caso, a Rosh Hanikra – e da lì si prolunga sul mare lungo una linea tracciata collegando punti equidistanti dalle due coste. Per garantire che la linea sia tracciata in modo equo, devono essere prese in considerazione le caratteristiche geografiche delle coste, come baie e promotori. Poiché non esistono due linee costiere identiche fra loro, la definizione di tale confine marittimo richiede un accordo fra i due stati.
Mentre i giacimenti di gas Tamar e Leviathan si trovano nettamente sul versante israeliano di qualunque possibile linea di confine marittimo fra Israele e Libano, non si può escludere che nuovi giacimenti che verranno scoperti in futuro possano trovarsi a cavallo di tale linea. Per questa ragione è indispensabile che Libano e Israele stabiliscano un confine. Ma finora il Libano non ha mostrato nessuna volontà di avviare negoziati.
Il Libano ha un interesse vitale nell'esplorazione di giacimenti di gas e petrolio al largo delle sue coste, e pertanto è lecito supporre che vorrà arrivare a un accordo, tacito o esplicito, su un confine marittimo. Investimenti e sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio sono ovviamente condizionati dalla capacità di offrire agli investitori un ambiente stabile e sicuro.
Anche l’Egitto ha raggiunto un accordo con Cipro per la definizione di un confine marittimo comune. Inoltre l’Egitto ha tracciato unilateralmente il suo confine marittimo con la striscia di Gaza, analogamente a quanto fatto da Israele.
Per quanto riguarda il Golfo di Eilat, Israele ha firmato un accordo che delimita il confine marittimo con la Giordania, e ha un intesa non scritta con l’Egitto per quanto riguarda il confine comune. In ogni caso, tuttavia, è improbabile che nel Golfo di Eilat si trovino risorse sfruttabili di gas o petrolio.
Nonostante le recenti dichiarazioni bellicose da parte del Libano, c’è da sperare che quel paese – noto da sempre per la sua pragmatica propensione agli affari – non desideri compromettere il suo potenziale sviluppo economico, e che dunque un confine marittimo reciprocamente concordato si profili presto all'orizzonte.

(Da: Jerusalem Post, 19.1.11)

Grande senso di umanità e giustizia nelle carceri palestinesi

Cari amici,
anche in tempi di sommosse egiziane non bisogna perdere di vista la Palestina, faro di Eurabia. Senza dubbio vi ricordate la flottiglia che provò il maggio scorso a sfondare il blocco israeliano di Gaza.  (Fra l'altro, avete letto che la commissione d'inchiesta Turkel ha appurato che l'azione israeliana ha rispettato la legalità internazionale - http://www.mosaico-cem.it/articoli/freedom-flotilla-non-ci-fu-nessuna-violazione-del-diritto-internazionale-lo-stabilisce-il-rapporto-turkel ? Il rapporto è molto interessante e si può leggere qui: http://www.turkel-committee.gov.il/files/wordocs/8808report-eng.pdf ). Bene, ma forse non avete presente che fra le navi della flottiglia ce n'era una che aveva un nome buffo, "Sfendoni 8000". E sapete il perché di questo strano nome e in particolare del numero? Perché i "pacifisti" della flottiglia sostengono che Israele tratterrebbe in carcere proprio 8000 palestinesi: è un argomento contro la liberazione di Gilad Shalit, che non tiene conto che si tratta di terroristi, in parte condannati per reati sanguinosi e terribili stragi, e comunque sempre regolarmente processati dalla giustizia israeliana (che non è affatto filogovernativa, come tutti sanno) e richiusi in carceri regolari con tutti i diritti, visite, assistenza legale, istruzione, attività fisica ecc.
E' un numero interessante, 8000. Perché sapete quanti sono i palestinesi detenuti politici dell'Autorità Palestinese? Lo dice un rapporto dell'Arab Organization for Human Rights in Britain: in media fra il 2007 e il 2010 sono stati 8640, al ritmo di otto arresti al giorno. Notate che il 77% dei detenuti dell'AP era già stato arrestato e rilasciato dagli israeliani: forse la loro pericolosità è chiara anche ai palestinesi. Il turnover nei 35 centri carcerari dell'AP è alto, per la semplice ragione che in buona parte dei casi non si trattava di trattenere dei soggetti pericolosi e di impedir loro di fare danni o di punirli, ma di terrorizzarli e torturarli: secondo il rapporto il 95 per cento di questi detenuti è stato torturato durante il loro passaggio in carcere. Non solo sono di più, ma sono trattati senza nessuna garanzia, in maniera completamente inumana. Fra il 2008 e il 2009 sei detenuti politici sono morti per le torture nelle prigioni palestinesi, le quali naturalmente beneficiano del sostegno più o meno indiretto dei fondi europei. (Per altri dati, potete leggere questo articolo: http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=204763) . Non vi sembra il caso che la prossima flottiglia, che già si annuncia per la primavera, promuova una sua imbarcazione da 8000 a 8640? Così, per amore delle vittime palestinesi...

Ugo Volli

PS: A proposito di giustizia palestinese. Di recente un palestinese esaltato o squilibrato di nome Khaldoun Najib Samoud ha cercato di ripetere le gesta dei terroristi suicidi, lanciandosi con due bombe a mano contro un  posto di blocco israeliano, e nella sparatoria successiva ha perso la vita. Che cosa ha fatto l'Autorità Palestinese? L'ha dichiarato shahid, martire, e ha assegnato un premio in denaro alla famiglia. (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=4554) Non è un segno di grande sensibilità umanitaria e di senso della giustizia?

www.informazionecorretta.com

giovedì 27 gennaio 2011

SHALOM ALEICHEM (Yom Kippur War 35 years ago )

Andrea Bocelli And Liel - "Ray of Hope"

Così nascono i martiri palestinesi

Gerusalemme, 22 Gennaio 2011 – L’indagine delle Forze di Difesa israeliane ha concluso che la palestinese Jawaher Abu Rahmah (36 anni) non è morta, alla fine di dicembre, per la minima quantità di gas lacrimogeni (non letali) che aveva inalato (come immediatamente asserito dalle fonti palestinesi e anti-israeliane), bensì a causa di una overdose di atropina somministratale nell’ospedale palestinese di Ramallah a causa di una diagnosi errata (di avvelenamento da gas nervino).
La donna risulta che non sia stata nemmeno coinvolta negli scontri a Bilin con i militari israeliani (Ricordiamo inoltre che già quando uscì la notizia ci furono alcuni dettagli che non tornavano, a partire proprio dal fatto che con molta probabilità la donna non avesse neanche partecipato alla manifestazione che si è tenuta a 500 metri da casa sua, e che il referto medico fosse in evidente contraddizione con la tesi della famiglia, che subito aveva accusato i militari israeliani di avere ucciso la donna)
(Fonte: Israele.net, 23 Gennaio 2011)

Subliminal - God Almighty When Will it End? (High Quality)

Oggi ci difendiamo

di Deborah Fait

" Sulla Plaza Mayor gia' di buon'ora si era radunata una folla molto piu'numerosa di quelle che assistevano agli spettacoli con i tori ..... meta' mattina fece la sua comparsa un prete, la piazza era ormai stracolma di curiosi. Jonahstava in mezzo a loro. Poco dopo   sicreo' sulla piazza un po' di confusione mentre gli uomini di Isidoro Alvarez spingevano indietro quelli piu' accosti alle pire per aprire la strada all'arrivo dei condannati. 

I prigionieri furono condotti dalla prigione su tre barrocci a due ruote trainati da asini. Furono fatti sfilare per le strade tra le grida di scherno degli astanti. 
Tutti e undici i presunti ebrei avevano in testa il cappello a punta della vergogna. 
Sulla Plaza Mayor i condannati vennero tirati giu' dai carretti e vennero strappati loro di dosso gli abiti. La folla reagi alla loro nudita' rumoreggiando e ondeggiando come una marea montante..... 
Ciascun prigioniero fu condotto su una pira, le braccia vennero fatte passare dietro un palo e legate. 
Il corpo irsuto di Isaac de Marspera non presentava segno alcuno; il macellaio aveva evitato la tortura poiche' il suo insolente e costante uso di preghiere ebraiche ne aveva resa ovvia la colpevolezza, ma ora, per il suo atteggiamento di sfida, egli era stato prescelto per il quemadero. L'apertura nella parete del forno era piccola e ci vollero tre uomini per spingere dentro a forza il suo grosso corpo mentre la folla, tutta contenta, gli lanciava insulti e lui rispondeva ruggendo lo Shema Israel. 
Le sue labbra non si arrestarono un attimo mentre i muratori si davano da fare per chiudere l'entrata il piu' in fretta possibile. 
Padre Espina pregava in latino. 
Molte mani accatastarono mucchi di fascine e di legna . La pira sali' in altezza  avvolgendo il quemadero finche' non fu piu' possibile vedere i mattoni del forno..... 
Il fuoco crepitava intorno al quemadero. 
Isaac il macellaio cuoceva nel forno come un pollo, con la differenza, si disse Jonah  sentendosi venir meno, che il pollo non si arrostisce vivo." 

Da Il Medico di Saragozza, di Noah Gordon, giornalista e scrittore.
Questo accadeva alla fine del XV secolo quando l' Inquisizione era in piena attivita' guidata dal frate domenicano Torquemada che seminava il terrore in Spagna.

Prima di allora gli ebrei erano stati perseguitati, assassinati, costretti a convertirsi, era loro impedito di lavorare se non per un paio di mestieri vietati ai cristiani tra cui il prestito di denaro.
La giudeofobia si diffuse tra tutti i popoli quasi come forma di demonofobia , cioe'paura del demonio.
Ebreo = demonio. Ammazziamolo.

Si doveva arrivare a Voltaire perche' la giudeofobia si trasformasse in antisemitismo, cioe' all'odio degli ebrei in quanto razza inferiore.
Una tremenda aberrazione psichica ereditaria e incurabile perche' ormai incancrenita nell'animo delle persone, talmente incancrenita che il nazismo riuscì ad ammazzare nell'indifferenza dell'Europa e di tutto il resto del mondo  6 milioni di ebrei ai quali vanno aggiunti dai 200 ai 500.000 zingari, disabili, matti, oppositori politici, preti.
Giovedi si commemorera' La Giornata in Memoria della Shoa', i Giusti piangeranno, le autorita' sbadiglieranno,  gli Ebrei rimarranno in silenzio senza piu' lacrime, ognuno ricordando sei milioni, sei milioni, sei milioni, sei milioni. Un numero talmente incredibile da far scatenare i negazionisti.
Sei milioni, capite ? Una nazione intera.
Sei milioni di corpi, sei milioni di anime, 12 milioni di occhi terrorizzati, un milione e mezzo di bambini che non capivano perche' il loro mondo si era improvvisamente trasformato in un luogo senza mamma e papa' . Un luogo dove nessuno li proteggeva piu' , dove un signore vestito di bianco li prendeva e li portava in una stanza dove gli tagliava le corde vocali e poi li torturava con i suoi maledetti esperimenti, senza dover essere infastidito dalle loro grida.
Un luogo dove vedevano altri bambini dati in pasto ai cani, resi nazisti anche quelli.
Al di la' della comprensione umana, al di la' di quello che potrebbe essere l'inferno, al di la' Dio!
Dio e' morto, disse un ragazzo vicino a  Elie Wiesel mentre dovevano assistere all'impiccagione di un bambino che aveva tentato di scappare.
Dio e' morto.
Sei milioni. Dio. Sei milioni.
Shema ' Israel, ruggiva Isaac, il macellaio che veniva spinto nel fornetto di mattoni 500 anni prima.
Shema ' Israel urlavano quelli che venivano bruciati vivi nelle sinagoghe dai seguaci fanatici di Lutero.
Shema ' Israel sospiravano senza piu' forze quelli che venivano  fatti entrare nelle docce da cui sarebbe uscito il gas.
Shema ' Israel ha gridato il soldato Ro'y mentre, per salvare la vita ai suoi compagni,  saltava su una mina messa da hezbollah durante la guerra in Libano.
26 gennaio, che sollievo se Israele non esistesse, dicono gli antisemiti.
27 gennaio, Memoria della Shoa'.
28 gennaio, ebrei nazisti , dicono sempre gli antisemiti, osano difendersi invece di scomparire per sempre. A morte Israele.
E continuano imperterriti per altri 364 giorni.
Memoria della Shoa', i Giusti piangono, gli antisemiti odiano, mai stanchi, mai esausti, mai annoiati dalla monotonia del loro odio millenario.
A morte Israele. Urlano.
Shema ' Israel, rispondono gli ebrei.
Non ci ammazzerete piu' , nessun Isaac verra' spinto in un fornetto di mattoni a bruciare vivo, nessun bambino sara' terrorizzato in un luogo buio e freddo senza mamma.
La Memoria  di quei sei milioni deve servire anche a questo, a stare a testa alta e dire Basta, non ci ammazzerete piu' .
Basta a chi brucia le bandiere, Basta a chi tace di fronte alle minacce di sterminio di Ahmadinejad , Basta a chi calunnia e demonizza Israele, unica nazione al mondo minacciata nella sua esistenza!
Non lo vogliamo piu' .
Hanno divorato 6 milioni, non sono ancora sazi ma noi abbiamo raggiunto il limite, oggi abbiamo un esercito che ci difende, benedetto sia.
Niente piu' Inquisizione, niente piu' Auschwitz, niente piu' Babi Yar , fosse comuni, Bergen Belsen Treblinka .
Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei.
Oggi ci difendiamo.
Shema ' Israel.
Deborah Fait

mercoledì 26 gennaio 2011

Come leggere tra le righe lo scoop di Al Jazeera

Di Herb Keinon

Vi sono diversi punti chiave da tenere a mente quando si leggono i documenti palestinesi “riservati”, pubblicati dalla tv Al Jazeera e passati al quotidiano britannico The Guardian.

Primo. Non si tratta di WikiLeaks. Mentre molti dei dispacci diplomatici pubblicati dal sito WikiLeaks sono documenti redatti da osservatori americani relativamente obiettivi in servizio nelle varie capitali del mondo, i documenti di Al Jazeera sono stati scritti da una parte direttamente coinvolta e interessata ai negoziati, che presenta la prospettiva e la percezione palestinese degli eventi che si succedono.

Due. Non è chiaro se e come questi documenti siano stati rivisti ed eventualmente modificati. Nel caso dei dispacci di WikiLeaks, si leggono documenti americani integrali con tanto di intestazioni e destinatari e persino le abbreviazioni in uso nel gergo diplomatico americano (ad esempio, GOI per “Government of Israel”). Qui, invece, al lettore non è dato di sapere esattamente che genere di documenti sta leggendo, se si tratta di documenti integrali oppure no, e cosa sia stato eventualmente tralasciato. Pertanto, così come tutti i fruitori non sprovveduti di mass-media sanno di non poter prendere per oro colato i servizi di Al Jazeera ma di doverli sottoporre al vaglio di un buon filtro di scetticismo per fare la tara degli obiettivi più o meno reconditi dell’emittente (e lo stesso vale, sebbene in minor misura, per i servizi del Guardian dal Medio Oriente), lo stesso meccanismo deve entrare in funzione quando si analizzano questi documenti. Perché Al Jazeera ha deciso di diffonderli? E quali documenti ha deciso di diffondere? Quali sono gli interessi del Qatar? Non si dimentichi che Al Jazeera è finanziata dal Qatar, un paese che è in lite con l’Arabia Saudita perché cerca di nascondere i propri intrighi con l’Iran, e che è noto per le sue simpatie verso Hamas. Il Qatar, e di conseguenza Al Jazeera, non è necessariamente animato dal desiderio di vedere il successo dei negoziati fra Israele e Autorità Palestinese.

Tre. L’opinione pubblica israeliana non presta adeguata attenzione a quanto dicono i palestinesi. Uno degli elementi che spiccano da questi documenti ha a che fare con la posizione palestinese su Ma’aleh Adumim (la cittadina israeliana che sorge poco a est di Gerusalemme). Dal momento che una sfilata di politici israeliani – da Yossi Sarid e Yossi Beilin sulla sinistra, a Ehud Olmert e Ariel Sharon al centro – hanno affermato in passato che Ma’aleh Adumim resterà parte di Israele nel quadro di qualunque accordo futuro, vi è la tendenza nell’opinione pubblica israeliana a pensare che questo sia ciò che davvero finirà per accadere. Ma leggendo questi documenti risulta chiaramente che questo fatto dato per scontato – tanto da comparire anche nel famoso Accordo di Ginevra – scontato non lo è per niente. I palestinesi appaiono fermamente contrari all’annessione ad Israele di Ma’aleh Adumim, così come di Ariel, e non danno alcun segno di voler ammorbidire tale posizione. Il che ricorda un po’ l’amaro risveglio che molti israeliani ebbero nel 1993, dopo gli Accordi di Oslo. Gran parte dell’opinione pubblica si era convinta che non vi fosse alcuna possibilità al mondo che i palestinesi credessero davvero che il futuro accordo di pace finale avrebbe permesso a milioni di profughi palestinesi (e loro discendenti) di stabilirsi all’interno di Israele; ma poi hanno dovuto aprire gli occhi e scoprire che, per la verità, la popolazione palestinese ci credeva eccome. E non solo ci credeva, ma voleva anche far la guerra per questo.

Quattro. In realtà c’è qualcosa di nuovo, in questi documenti, ma non poi molto. Quando il polverone si sarà posato, apparirà chiaro che non vi sono veri terremoti. Che i negoziatori palestinesi fossero disposti a lasciare a Israele i quartieri ebraici di Gerusalemme al di là della Linea Verde (la ex linea armistiziale fra Israele e Giordania del periodo 1949-1967), con l’eccezione di Har Homa, non è una novità, né costituisce un segnale di chissà quale flessibilità, checché vogliano far credere Al Jazeera e il Guardian. Si tratta di un tema già discusso a Camp David (luglio 2000) e sancito nella formula dei parametri di Bill Clinton (dicembre 2000), secondo i quali a Gerusalemme i quartieri ebraici sarebbero rimasti sotto sovranità israeliana e i quartieri arabi sotto sovranità palestinese. Lo stesso principio compare anche negli Accordi “informali” di Ginevra del 2003, ed è anche uno dei principi alla base della bozza di accordo elaborato nel 2002 da Ami Ayalon e Sari Nusseibeh. Semmai, è la rivendicazione palestinese su Har Homa, presente nei documenti di Al Jazeera, che rappresenta un passo indietro rispetto a questo punto di riferimento. Anche il fatto che si parlasse di una “soluzione creativa per la questione del Bacino Santo” (l’area di Gerusalemme Vecchia ad alta concentrazione Luoghi Santi) non può essere considerato come un segnale di grande elasticità da parte palestinese, giacché tutti sanno che idee in questo senso erano già state discusse da Yasser Arafat e Ehud Barak ai negoziati del 2000 a Camp David (e forse anche prima).
Un elemento di novità che emerge, o perlomeno un elemento di cui l’opinione pubblica non era probabilmente a conoscenza, sarebbe la disponibilità dei negoziatori palestinesi a lasciare che restino alcuni insediamenti nel futuro stato palestinese a patto che gli ebrei che vi abitano accettino di vivere sotto sovranità palestinese. Lo schema dato per scontato, fra gli israeliani e non solo, quando si parla dell’accordo di pace, è che tutti gli insediamenti al di là del futuro confine definitivo dovranno essere sgomberati, e che tutti gli ebrei dovranno andarsene come avvenne nel Sinai (1982) e nella striscia di Gaza (2005). Ma leggendo i documenti di Al Jazeera si scopre Ahmed Qorei (Abu Ala) che dice che gli ebrei potranno restare. Il che suona ai più come una novità. Ma sarebbero al sicuro? Beh, questa è tutt’altra questione e – sempre stando ai documenti di Al Jazeera – la risposta di Tzipi Livni fu un chiaro no. Resta il fatto che, stando perlomeno a questi documenti, i negoziatori dell’Autorità Palestinese non pretenderebbero più uno stato totalmente sgombro da ebrei.

Cinque. La reazione dell’Autorità Palestinese mostra che stiamo andando indietro. Anziché brandire questi documenti e dichiarare ad alta voce e con fierezza che essi dimostrano la disponibilità dei palestinesi a fare grandi concessioni sulle loro rivendicazioni massimaliste pur di fare la pace, la reazione dei dirigenti dell’Autorità Palestinese è stata l’esatto contrario: si sono precipitati a negare e smentire tutto, proclamando che l’Autorità Palestinese non ha ceduto e non cederà mai un centimetro. E questo è un bel problema. I documenti di Al Jazeera, come avevano già fatto quelli di WikiLeaks, mostrano ancora una volta l’enorme divario fra ciò che i leader arabi dicono in pubblico (e al loro pubblico) e ciò che dicono in privato. Dai documenti di WikiLeaks era emerso nel modo in cui i capi arabi parlavano dell’Iran a porte chiuse in confronto a quello che dicono davanti a microfoni e riflettori. Ora lo stesso si vede qui: in pubblico “nemmeno un centimetro”; poi, in privato, i toni sono un tantino differenti.
Lunedì la leadership dell’Autorità Palestinese aveva l’opportunità di dire finalmente in pubblico (e al suo pubblico) ciò che a quanto pare già dice in privato: che non intende restare attaccata ad ogni granello di sabbia. Ma non l’ha fatto, e questo non promette bene per il futuro.

(Da: Jerusalem Post, 24.1.11)

lunedì 24 gennaio 2011

I quattro membri e i due osservatori internazionali che compongono la commissione Turkel, incaricata di indagare gli incidenti del 31 maggio scorso sulla flottiglia filo-Hamas bloccata dalla Forze di Difesa israeliane mentre faceva rotta su Gaza, hanno determinato all'unanimità che il blocco navale israeliano sulla striscia di Gaza e le restrizioni alle sue importazioni via terra, nonché l’intervento militare per intercettare la nave Mavi Marmara, erano conformi al diritto internazionale.
Stando alle osservazioni conclusive dei membri della Commissione e dei due osservatori internazionali, “il blocco navale imposto alla striscia di Gaza, in considerazione delle circostanze di sicurezza in cui versa Israele e degli sforzi da parte di Israele per ottemperare ai suoi obblighi umanitari, è legale in base alle norme del diritto internazionale. Le azioni condotte da Israele il 31 maggio 2010 per far rispettare il blocco navale hanno malauguratamente comportato feriti e perdite di vite umane. Tuttavia nel loro complesso le azioni messe in atto risultano legali in base alle norme del diritto internazionale”.
La Commissione Turkel, la cui denominazione ufficiale è “Commissione pubblica per l’analisi dell’incidente navale del 31 maggio 2010”, ha diffuso domenica il primo di due rapporti. Il portavoce della Commissione, Ofer Lefler, ha spiegato che ciascun rapporto affronta questioni distinte che il governo ha chiesto di indagare, e ciascuno di essi sarà conclusivo. Il primo rapporto, di quasi 300 pagine, affronta la questione se il blocco navale imposto da Israele alla striscia di Gaza sia o meno conforme alle norme del diritto internazionale, e comprende la valutazione delle azioni intraprese dalle Forze di Difesa israeliane per far rispettare il blocco navale, nonché delle azioni intraprese dagli organizzatori della flottiglia e la loro identità.
Circa la legalità dell’operazione, la Commissione ha raggiunto la conclusione che l’intercettazione e la cattura da parte delle forze armate israeliane dei battelli della flottiglia, compresa la salita a bordo dei commando navali Shayetet 13 dal motoscafo Morena e la discesa via fune da un elicottero sul tetto delle navi, era conforme alla consolidata prassi navale.
La Commissione ha concluso che a bordo della Mavi Marmara e di altre navi della flottiglia vi era un gruppo di attivisti e affiliati dell’organizzazione turca IHH che si sono opposti con la violenza alla salita a bordo degli israeliani. Gli attivisti IHH che hanno partecipato alle violenze erano civili che hanno direttamente preso parte alle ostilità. “La forza impiegata contro civili a bordo della flottiglia – dice il rapporto – era disciplinata dai principi della ‘necessità’ e del ricorso alla ‘forza proporzionata’ collegati alle norme sull'applicazione della legge in base ai diritti umani. Tuttavia gli attivisti IHH hanno perduto la protezione del loro status di civili dal momento in cui hanno preso parte attiva alle ostilità. L’uso della forza nei confronti di questi diretti partecipanti alle ostilità è governato dalle regole pertinenti del diritto umanitario internazionale”.
La Commissione spiega che gli attivisti hanno compiuto violenze a bordo della Mavi Marmara dopo essersi muniti di un’ampia gamma di armi come spranghe di ferro, asce, manganelli, fionde, pugnali e oggetti metallici. “Armi in grado di uccidere, mutilare e ferire gravemente – si legge nel rapporto – La violenza degli scontri risulta evidente dal modo in cui gli attivisti IHH hanno organizzato l’aggressione coordinata contro i soldati. Durante l’incidente, gli attivisti IHH hanno anche fatto uso di armi da fuoco contro i soldati”.
La Commissione scagiona i soldati dalle accuse di uso non necessario della forza affermando che hanno aperto il fuoco solo per autodifesa. “Complessivamente – si legge – i soldati hanno agito in modo professionale e con grande presenza di spirito, alla luce dell’estrema e inaspettata violenza che si sono trovati a fronteggiare: professionalità che si evidenzia nel fatto che hanno di volta in volta e più volte fatto ricorso o rinunciato all'uso di armi più e meno letali, allo scopo di rispondere in modo commisurato alla violenza diretta contro di loro”.
La Commissione rileva che il conflitto fra Israele e striscia di Gaza ha la natura di un conflitto armato intenzionale, sottolineando come l’“effettivo controllo” da parte di Israele sulla striscia di Gaza sia terminato con il completamento del disimpegno (2005). Il blocco navale imposto da Israele alla striscia di Gaza ha principalmente uno scopo di sicurezza militare. La Commissione rileva inoltre che il blocco navale è stato legalmente imposto alla striscia di Gaza, con Israele che soddisfa le condizioni necessarie per la sua imposizione. Nelle conclusioni viene altresì rilevato che Israele rispetta gli obblighi umanitari che ricadono sulla parte che esercita il blocco, compresa la proibizione di affamare la popolazione civile o di impedire il rifornimento di mediche e beni essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile. La Commissione, dopo aver esaminato il materiale sottopostole anche da gruppi per i diritti umani, afferma di non aver trovato alcuna prova che Israele stia deliberatamente tentando di impedire agli abitanti di Gaza di ricevere cibo, né che stia cercando di “distruggere o indebolire la popolazione di Gaza riducendola alla fame”. È vero invece che le restrizioni vengono messe in atto allo scopo di limitare la capacità, anche economica, di Hamas di compiere attacchi contro Israele. Il rapporto sottolinea che, nelle loro deposizioni davanti alla Commissione, anche gruppi umanitari come “Medici per i diritti umani” e altri, hanno confermato che, per tutto il periodo in questione, nella striscia di Gaza controllata da Hamas c’è sempre stata una quantità sufficiente di cibo e che il problema è piuttosto di natura economica. Israele garantisce che il danno alla popolazione civile non sia eccessivo in rapporto all'utile militare concreto e diretto che persegue con il blocco. La Commissione chiede tuttavia che Israele “esamini ulteriormente le necessità mediche della popolazione di Gaza per cercare il modo di migliorare la situazione attuale”, ed esorta il governo a studiare i modi per “concentrare le sue sanzioni contro Hamas, evitando il più possibile danni alla popolazione civile”.
Il rapporto afferma infine che l’imposizione e applicazione di un blocco navale in conformità a quanto previsto dal diritto internazionale, e dunque anche quello imposto alla striscia di Gaza, non costituisce di per sé una “punizione collettiva” contro la popolazione della striscia di Gaza.
“Il diritto internazionale – conclude il rapporto – non conferisce a singoli individui o gruppi la facoltà di ignorare l’imposizione di un blocco navale che risponde alle condizioni richieste e che viene applicato di conseguenza, specialmente se il blocco soddisfa tutti gli obblighi verso le parti neutrali, per il solo fatto che a giudizio di quei singoli individui o gruppi il blocco violerebbe i doveri della parte che lo impone rispetto all’entità che lo subisce”.
La Commissione, presieduta dall’ex giudice della Corte Suprema israeliana Jacob Turkel, è composta da cinque membri (dei quali tuttavia uno, l’ambasciatore Shabtai Rosenne, è mancato durante i lavori) e da due osservatori internazionali, il generale Ken Watkin, dal Canada, e Lord David Trimble, dall’Irlanda del Nord.

(Da: Jerusalem Post, YnetNews, Ha’aretz, 23.1.11)

venerdì 21 gennaio 2011

Attacco terroristico a militari israeliani

Un palestinese, lo scorso 20 gennaio, ha aperto il fuoco contro militari israeliani della Kfir Brigade nei pressi di Mevo Dotan nel nord della Samaria. Il terrorista, in groppa a un asino, si è avvicinato a una postazione dell'esercito imbracciando un fucile e gridando "Allah Akbar". I soldati, come da regolamento, hanno sparato un colpo in aria ingiungendogli di fermarsi immediatamente. A questo punto l'uomo ha iniziato a sparare contro di loro e i soldati hanno risposto al fuoco uccidendolo.

La Spagna boicotta i prodotti d’Israele

di Dimitri Buffa
La tv palestinese da giorni sta mandando in onda una specie di “pubblicità regresso” sponsorizzata anche dal governo e dal ministero degli affari esteri di Madrid che invita a boicottare le merci israeliane. L’ha scoperta e messa in rete l’organizzazione benemerita di Itamar Marcus, “Palestinian Media Watch“.
Noi italiani che abbiamo l’anno scorso vissuto il caso di Forum Palestina e deltentativo di far fare la stessa cosa, poi abortito, a Coop e Conad, possiamo consolarci: c’è qualcuno in Europa che è peggio di noi in materia di antisemitismo e dintorni. Tra coloro che hanno promosso l’iniziativa c’è anche l’Aecid, l’organizzazione governativa spagnola che si occupa di aiuti ai paesi in via di sviluppo e tematiche umanitarie.
Che cosa c’è nello spot che dura esattamente 58 secondi e si può vedere in un link . Si vede un bambino palestinese che si reca al supermercato e chiede in arabo sottotitolato in inglese delle patatine israeliane. Un altro cliente fa presente che stanno mettendo nelle città cartelli che invitano al boicottaggio delle merci israeliane.
Quello che sta alla cassa dice che lui “non può fare a meno di distribuirli al pubblico perché la gente gli chiede e perché in certi casi sono meglio dei beni palestinesi”. Il bambino insiste, si reca nello scomparto delle “chip” e ne prende in mano un pacco dicendo: “voglio le patatine di Israele”. Poi si sente il crepitare di una mitragliatrice che, per la paura, fa cadere di mano al bambino il pacco appena comprato di patatine israeliane mentre se ne sta ormai uscendo dal negozio. A quel punto il bambino si convince e dice: “non voglio prodotti di Israele, voglio prodotti palestinesi”.
Della serie: lo sfruttamento intensivo dell’infanzia per fini ignobili. Lo spot volge al termine e si vedono passare in rapida sequenza i promotori di questa campagna degna di Goebbels. Poi nel fotogramma finale si specifica che lo sport sarebbe stato trasmesso d’accordo con il governo spagnolo, con il ministero degli affari esteri, con l’Aecid e con la ong pagnola Acsur oltre che con il progetto Caanan “per lo sviluppo di una Gerusalemme palestinese”.
Una cosa che fa accapponare la pelle e da cui si spera che il governo Zapatero si affretti a prendere le distanze o a smentirne la sponsorizzazione. Neanche le Università inglesi dal boicottaggio accademico facile si erano mai spinte fino a questo punto. Uno spot che passa sulla tv palestinese, tra un cartone animato antisemita e una serie sui Protocolli dei savi di Sion è veramente troppo.
(Fonte: L’Opinione, 13 gennaio 2011)
www.focusonisrael.org

Leggende insegnate come storia agli scolari palestinesi

Solo a partire dal 2001 i libri di testo palestinesi, “con l’aiuto di centri arabi e islamici”, hanno iniziato a parlare della Tomba di Rachele, a Betlemme, come della “Moschea Bilal Ibn Rabah”. È quanto si legge in un nuovo rapporto pubblicato dall’Istituto per il monitoraggio di pace e tolleranza nell’educazione scolastica (Institute for Monitoring Peace and Cultural Tolerance in School Education - IMPACT-SE).
Il rapporto, diffuso martedì scorso, afferma che i libri di testo dell’Autorità Palestinese attribuiscono nuovi nomi a vari siti storici ebraici, e non solo alla Tomba di Rachele. Il rapporto è stato elaborato da IMPACT-SE dopo la recente decisione dell’Unesco di riconoscere la Tomba di Rachele unicamente come “moschea”.
Nel rapporto si legge che in un libro di testo palestinese del 1995 destinato al sesto anno di scuola la Tomba di Rachele veniva definita come “la Tomba di Rachele, madre di Giuseppe nostro ‘said’ (signore) e moglie di Giacobbe”. Nel 2001, invece, in un libro di testo palestinese per il settimo anno di scuola i curatori segnalavano agli studenti che avevano deciso, “con l’aiuto di centri arabi e islamici”, di cambiare il nome del sito in quello di “Moschea Bilal Ibn Rabah”. Secondo la tradizione, Bilal era uno schiavo che venne affrancato per poi convertirsi all’islam dopo aver incontrato Muhammad della tribù dei Quraish. Successivamente, stando alla leggenda, Bilal sarebbe stato sepolto a Bader, vicino ad Amman (Giordania), oppure a Damasco (in Siria).
Secondo l’amministratore delegato dell’Istituto, Shelley Elkayam, autrice del rapporto, il fenomeno è caratterizzato da diversi livelli di significato, fra i quali merita sottolineare il simbolismo di genere (la decisione di rinominare la moschea ha trasformato il femminile “Rachele” nel maschile “Bilal”), unitamente alla insidiosa logica sovvertitrice e allo slittamento dalla storiografia moderna verso un approccio mitico-leggendario.
Dice Elkayam che lo stesso testo palestinese spiega il processo di modificazione come una consapevole manipolazione messa in atto da “centri palestinesi, islamici e arabi con l’aiuto di enti di beneficenza che si adoperano per rivitalizzare il patrimonio arabo-palestinese al fine di preservare il carattere della Palestina e il suo patrimonio, come il Muro Al-Burke (Muro Occidentale) [a Gerusalemme] e la Moschea Bilal Ibn Rabah (Tomba di Rachele)”.
Nel libro di testo del 2001 compare un esercizio intitolato “tentativi di cancellare il patrimonio palestinese” in cui la Moschea Bilal (Tomba di Rachele) e la Grotta dei Patriarchi (a Hebron) vengono presentati agli scolari come parte del “patrimonio filosofico” palestinese e come esempi “del tentativo di ebraicizzare luoghi religiosi musulmani come la Moschea di Abramo [Grotta dei Patriarchi] e la Moschea Bilal Ibn Rabah [Tomba di Rachele]”.
Secondo Elkayam, quest’opera di manipolazione genera confusione negli scolari provocando fatalmente una distorta comprensione della sequenza storico-cronologica, cosa fra l’altro contraria alle raccomandazioni dell’Unesco in fatto di scienza e istruzione.

(Da: Jerusalem Post, 18.1.11)

lunedì 17 gennaio 2011

ISRAELE: L’INSTABILITÀ IN MEDIO ORIENTE NON DIPENDE DAL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE ED ANZI CONFERMA LA NECESSITÀ DI DARE SOLIDE GARANZIE DI SICUREZZA AL FUTURO TRATTATO DI PACE

Intervenendo all’apertura della riunione del governo israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che Israele segue “da vicino” gli avvenimenti relativi sia ai moti in Tunisia che alla crisi politica in Libano. Entrambe le crisi, ha rilevato Netnayahu, dimostrano quanto “la nostra regione sia instabile”. E ha aggiunto: “Chiunque può vedere che vi è un certo numero di centri di instabilità nella regione in cui viviamo, ma speriamo che calma e sicurezza possano essere restaurate”.
Netanyahu ha collegato la rivolta civile all’impasse negoziale con i palestinesi dicendo: “La lezione è chiara: qualunque accordo che dovessimo raggiungere deve essere solidamente fondato sulla sicurezza. Non è che possiamo firmare un accordo di pace, chiudere gli occhi e amen. Abbiamo bisogno di solide misure di sicurezza, perché la pace può anche disfarsi. Vi possono essere cambi di regime e pertanto la politica del governo israeliano è quella di garantire accordi di pace e sicurezza che assicurino la stabilità nel caso la pace venisse ribaltata”.
“Per molti anni la gente ha continuato a dire che il conflitto israelo-palestinese è la fonte dell’instabilità in Medio Oriente – ha detto il vice primo ministro Silvan Shalom, che è nato in Tunisia – Ma ora si vede che vi sono almeno tre centri di instabilità che non sono connessi con Israele: Tunisia, Libano e Sudan. L’affermazione che il conflitto israelo-palestinese sarebbe la causa di ogni bistabilità in Medio Oriente non è altro che una leggenda”.
Anche il vice primo ministro Shalom ha espresso la speranza che in Tunisia venga ripristinata la calma. “Si tratta davvero di uno sviluppo di portata storica – ha detto – La Tunisia è un paese moderato che ha legami con l’occidente. Seguiamo gli sviluppi, anche per via delle nostre relazioni con Tunisi, e speriamo che la comunità internazionale impedisca ad elementi estremisti islamisti di prendere il controllo del paese”.
(Da: YnetNews, 16.1.11)

domenica 16 gennaio 2011

Porre fine al monopolio del petrolio: il ruolo di Israele

Di Emmanuel Navon

L’emergere della Cina come importante importatore di petrolio sta causando tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti sul problema di assicurarsi le riserve di petrolio. Anche le risorse petrolifere della Russia – che spiegano significativamente la politica estera sempre più aggressiva di quel paese – costituiscono una preoccupazione per gli Stati Uniti, così come l’attesa diminuzione delle riserve di petrolio mondiali nei prossimi decenni. La soluzione di questo problema sta nel porre fine allo status monopolistico del petrolio promuovendo l’uso di biocombustibili e di elettricità per i trasporti: un campo in cui Israele può aiutare grazie alla sua avanzata posizione nella produzione delle auto elettriche e dei biocarburanti di seconda generazione.

Più di qualunque altra fonte di energia, il petrolio è al centro delle tensioni geopolitiche mondiali a causa del suo monopolio come fonte di energia per i trasporti (terra, mare ed aria). La dipendenza degli USA dal petrolio non è legata alla produzione di energia. Solo l’1-2% dell’elettricità usata negli USA è prodotta dal petrolio. Allo stesso modo, solo il 4% dell’elettricità dell’Unione Europea è prodotto dal petrolio. Poiché l’economia industrializzata non genera più elettricità a partire dal petrolio, promuovere l’energia nucleare o l’energia rinnovabile non avrebbe alcun effetto sulla riduzione della dipendenza da petrolio. Costruire più impianti nucleari, pannelli solari e pale eoliche ridurrebbe solo l’uso del carbone e del gas nella produzione di energia. Il che avrebbe un impatto positivo sull'ambiente, ma praticamente nessun impatto sul consumo di petrolio.
Gli USA sono quasi autosufficienti per la produzione di energia, ma completamente dipendenti dal petrolio importato per i trasporti. Anzi, l’America dipende dalle importazioni di petrolio più oggi di 40 anni fa, a causa del declino nella produzione nazionale. Nel 1973, gli USA importavano il 35% del consumo di petrolio; nel 2007, il 60%.
Il solo modo per ridurre davvero la dipendenza da petrolio in un paese come gli USA è cambiare la fonte di energia usata dai motori.
Ci sono due alternative realistiche: elettricità e biocarburanti. Mentre l’idrogeno appare sulla carta come una terza alternativa, è ancora poco pratico e troppo costoso. L’idrogeno non è disponibile in natura in forma utilizzabile e deve quindi essere separato dai materiali (come acqua, gas naturale o carbone) di cui solo una parte viene usata come carburante.
A tal proposito, la tecnologia israeliana sta rivoluzionando l’uso dei trasporti elettrici e dei biocarburanti. Lo scienziato Yitzhak Barzin ha fondato nel 2002 Green Fuel, una compagnia che produce carburante biologico dalle alghe. Nel 2007 l’imprenditore Shai Agassi ha fondato Better Place, con l’obiettivo di promuovere le auto elettriche in tutto il mondo. Nel gennaio 2008 Better Place ha firmato un accordo di partnership con Renault-Nissan per lanciare un nuovo progetto di auto elettrica. Renault-Nissan sta costruendo i veicoli mentre Better Place fabbrica la griglia elettrica di ricarica, che permetterà ai suoi clienti di ricaricare ovunque parcheggino. Ancora più interessante, le stazioni di cambio batteria permetteranno ai conducenti di cambiare semplicemente la loro batteria scarica con una a piena carica in meno tempo di quanto ci vorrebbe per riempire un serbatoio di benzina. Queste stazioni saranno frequenti come i distributori di benzina, e il cambio di batteria non richiederà alcun costo supplementare, in quanto il cliente paga solo il chilometraggio.
Sebbene Israele sia tra i primi e principali “paesi test” di Better Place (la compagnia sta anche implementando il modello in Danimarca e alle Hawaii), il governo ha fatto troppo poco per promuovere i biocarburanti. Per contro, l’UE e gli USA hanno adottato politiche che rendono obbligatorio l’uso dei biocarburanti. La direttiva della Commissione Europea sull'energia rinnovabile richiede che il 10% dei carburanti nella UE sia composto di biocarburanti entro il 2020. Molti degli aerei leggeri fabbricati in Europa utilizzano ora bio-diesel, per ragioni sia di costo che di qualità dell’aria. La U.S. Air Force sta introducendo l’uso di carburanti sintetici fatti da gas derivato da carbone o biomassa. Lo scopo è quello di utilizzare una miscela 50:50 di carburante sintetico e tradizionale da jet per metà delle necessità dell’aviazione entro il 2016. E la Marina americana sta testando biocarburanti nelle turbine delle navi. Recentemente ha anche lanciato una nave d’assalto anfibia che funziona con un motore elettrico a bassa velocità. L’ambizione della Marina USA è di costruire navi completamente elettriche.
Israele è certamente consapevole della necessità di detronizzare il petrolio, e ha recentemente preso iniziative in questa direzione (come il lancio della conferenza annuale internazionale sull'energia rinnovabile nel 2007, la fondazione dell’Institute for Renewable Energy Policy all'I.D.C. nel 2008 e la costituzione di una commissione nazionale per la sostituzione dei carburanti fossili nel 2009). Lo scorso settembre il governo israeliano ha deciso di investire quasi 200 milioni di shekel (45 milioni di euro) nei prossimi 10 anni in Ricerca e Sviluppo allo scopo di creare alternative al petrolio (il piano prevede che i fondi del governo siano integrati da donazioni del settore privato per circa 180 milioni di shekel - 38 milioni di euro - l’anno).
Per evitare i rischi di una dipendenza esclusiva dalle auto elettriche (un blackout causato da disastri naturali potrebbe bloccare i trasporti in intere regioni), i veicoli elettrici ibridi plug-in, che vanno a elettricità ma continuano a funzionare automaticamente con carburante liquido (compreso il biocarburante) quando la carica elettrica si è esaurita, diventeranno probabilmente i più diffusi veicoli del futuro. E poi, sostituire le auto a benzina con quelle elettriche riduce solo parzialmente la dipendenza mondiale dal petrolio, a causa del massiccio uso di petrolio da parte di navi e aerei (sia civili che militari). Di qui, l’importanza dei biocarburanti. La controversia sui biocarburanti è troppo ampia e complessa per essere discussa qui. Un’osservazione importante, però, è che essi non hanno bisogno di essere prodotti dalle coltivazioni alimentari. I biocarburanti di seconda generazione sono prodotti da scorie, alghe e vegetazione non commestibile. Un esempio è l’etanolo cellulosico. Un altro esempio sono le alghe, che raddoppiano la loro massa ogni poche ore e producono 30 volte la produzione di olio dei girasoli per acro. Inoltre, le alghe divorano il diossido di carbonio, il principale colpevole del riscaldamento globale. Coltivare le alghe permette la produzione di biocarburante. Rimane tuttavia curioso il fatto che i biocarburanti sono praticamente inesistenti sulla scena dei trasporti israeliani. Il governo dovrebbe essere più attivo al riguardo.
Contribuendo a spezzare il monopolio del petrolio nei trasporti, Israele non solo rafforzerà il proprio valore strategico di fronte a USA ed Europa, ma potrebbe anche fornire ai suoi vicini produttori di petrolio una buona ragione per essere più pragmatici.


(Da: Jerusalem Post, 11.10.10)

giovedì 13 gennaio 2011

Anno nuovo.... ma niente cambia per i terroristi di hamas!

Dall'inizio del 2011 sono più di 20 i razzi, imissili e i colpi di mortaio che sono stati sparati dai palestinesi della Striscia di Gaza contro le comunità del sud di Israele.
Sabato notte 3 qassam hanno colpito Sdot Negev e Eshkol (abitate rispettivamente da 8.000 e 13.000 persone.
Lunedì 10 3 qassam sparati da Gaza hanno colito Hof Ashekelon abitata da 13 persone.
Sempre lunedì è stata nuovamente colpita Eshkol.
Martedì 11 invece un razzo qassam lanciato da Gaza ha colpito Ashkelon  dove risiedono 14.000 persone.
In risposta a questi vili attacchi terroristici. le IDF hanno colpito diversi siti, mentre le IAF hanno individuato e poi colpito due strutture dei terroristi a nord e a sud di Gaza.
In aggiunta a ciò, durante un'operazione congiunta IDF e ISA, un aereo da caccia ha individuato e ucciso un terrorista della Jihad Islamica, Mohammed Najar, nato nel 1987 e implicato nella pianificazione e realizzazione di attentati nel cuore di Israele.
Durante il 2010 sono stati sparati oltre 230 missili Grad, razzi qassam e colpi di mortaio dalla striscia di Gaza contro Israele.
   

lunedì 10 gennaio 2011

Il Mossad e il pregiudizio anti-israeliano

Le cinque più assurde teorie cospirazioniste sul Mossad

Il servizio segreto israeliano si è reso protagonista di operazioni spregiudicate, ma alcune non sono vere

Il Mossad, il servizio segreto israeliano, è noto da sempre per la sua efficienza e la spietatezza. Questo mito si deve al fatto che nel corso della sua storia il Mossad ha effettivamente condotto operazioni elaborate e spregiudicate, spesso fuori dalla legalità. La più famosa è quella con cui l’intelligence israeliana ha eliminato quasi tutti i dodici responsabili degli attentati di Monaco. Durante le Olimpiadi del 1972 alcuni esponenti del movimento terrorista palestinese Settembre Nerofecero irruzione negli alloggi olimpici degli atleti israeliani uccidendone due e prendendone in ostaggio altri nove. L’operazione del Mossad è iniziata nel 1973 e si è conclusa nel 1988: a parte un terrorista ucciso da un rivale e un altro deceduto per morte naturale, tutti gli altri sono stati rintracciati e uccisi dagli agenti del Mossad.

Un’altra operazione entrata nella leggenda è l’operazione Entebbe. Il 27 giugno del 1976 un volo proveniente da Tel Aviv venne dirottato da quattro terroristi. I dirottatori, due palestinesi e due tedeschi, fecero atterrare l’aereo a Bengasi, in Libia: lì restarono per sette ore e liberarono una donna. Poi decollarono nuovamente, stavolta diretti in Uganda, dove speravano di ottenere appoggio dal dittatore ugandese Idi Amin. Amin in effetti li aiutò e fece atterrare l’aereo. I dirottatori chiedevano la liberazione di 40 palestinesi detenuti in Israele. Rilasciarono gli ostaggi, eccetto gli israeliani, gli ebrei e l’equipaggio dell’aereo, che decise di restare. Il Mossad nel frattempo rintracciò l’azienda che aveva costruito il terminal in Uganda, che era israeliana. Prelevò alcuni dei suoi tecnici, li portò in una località segreta e fece costruire loro una replica esatta dell’aeroporto. Gli ostaggi rilasciati collaborarono e fornirono informazioni e dettagli sull’organizzazione dei dirottatori. Poi partì il raid. Quattro aerei militari atterrarono in Uganda, di notte e senza l’aiuto della torre di controllo. Una Mercedes nera si avviò verso l’aeroporto, simulando la visita del presidente Amin allo scopo di distrarre ugandesi e militari. Il finto corteo presidenziale arrivò al terminal dove erano rinchiusi i passeggeri. Lì si aprirono gli sportelli delle auto: gli israliani uscirono dai loro mezzi, fecero irruzione nel terminal e urlarono – in ebraico – di stare giù. Gli ostaggi si gettarono a terra, i terroristi restarono in piedi. Alla fine del raid, sei dirottatori vennero uccisi. Dei 103 ostaggi, soltanto tre morirono: uno ucciso per errore dagli israeliani, gli altri due colpiti dagli ugandesi. Gli israeliani persero un solo uomo (il fratello dell’attuale premier Netanyahu, tra l’altro).
Questa fama però ha portato al Mossad anche il millantato coinvolgimento in decine di teorie complottiste: di fatto non esiste teoria cospirazionista che non veda, al centro o come comprimario, un ruolo del Mossad. Per stare alla più recente: secondo vari quotidiani pakistani e mediorientali il Mossad sarebbe dietro Wikileaks. Ma ce ne sono molte altre. Alcune tra le più fantasiose e improbabili sono riportate in un articolo pubblicato da Joshua E. Keating su Foreing Policy. Eccole.
Gli avvoltoi di Sion

Questa settimana in Arabia Saudita le forze dell’ordine hanno preso in custodia un avvoltoio. Una sua zampa era legata a un braccialetto con su scritto “Università di Tel Aviv”. Gli scienziati israeliani hanno spiegato che il volatile faceva parte di uno studio sulle migrazioni, ma la popolazione locale ha dichiarato alla stampa che l’avvoltoio era in realtà parte di un complotto sionista. La teoria è stata ripresa da blog e siti internet egiziani che hanno sostenuto che Israele stava addestrando degli uccelli per spiare i paesi arabi. Gli scienziati israeliani hanno ribadito che molti altri uccelli impiegati nella ricerca avevano raggiunto l’Arabia Saudita; la maggior parte sembra essere morta, ma un avvoltoio starebbe ancora svolazzando vivo e vegeto – senza dubbio trasportando informazioni d’importanza vitale per lo stato di Israele.

Gli squali di Israele

Lo spunto per questo complotto israeliano ai danni dell’Egitto sarebbe stato fornito dal film “Lo squalo”, prodotto nel 1975 dal noto regista – ovviamente ebreo – Steven Spielberg. La trama del film è diventata realtà lo scorso inverno al largo delle coste egiziane del Mar Rosso, quando uno squalo ha attaccato cinque turisti uccidendone uno. Secondo parte della stampa egiziana, sarebbero stati proprio gli israeliani a introdurre uno squalo in quella zona, per danneggiare il turismo del paese. Un sub di Sharm el Sheik infatti ha affermato durante un programma televisivo che non solo gli squali non nuotano abitualmente in quelle acque, ma che un suo amico sub aveva recentemente trovato un piccolo squalo con un GPS attaccato sulla schiena: l’apparecchio indicava che l’animale stava per essere introdotto in mare egiziano. I biologi marini egizianihanno respinto la teoria cospirazionista, mentre il governatore della regione del Sinai meridionale si era detto possibilista. Foreign Policy riporta anche una notizia – forse non molto attendibile – sulla fine dello squalo: sarebbe stato ucciso da un turista serbo ubriaco che l’avrebbe travolto gettandosi a bomba da un trampolino.

I metallari maccabei

Secondo la stampa turca il Mossad avrebbe messo in scena l’esibizione di un gruppo rock tedesco pur di offendere la Turchia. Lo scorso giugno la Turchia ha ospitato una tappa del Sonisphere Festival, un grosso evento di musica metal. Negli stessi giorni in cui si svolgeva il raduno musicale, la Freedom Flotilla tentava di forzare il blocco di Gaza e nove attivisti (ATTIVISTI????) turchi venivano uccisi dai soldati israeliani. Il festival si è trovato improvvisamente al centro di polemiche di carattere politico. Il concerto era stato organizzato dalla società Purple Concerts, con sede in Germania ma gestione israeliana. Questo semplice fatto ha portato il quotidiano turco Vakit asostenere che dietro al festival c’era lo zampino del Mossad: il concerto “era una presa in giro dei cittadini che avevano perso la vita per mano del governo israeliano”. L’articolo criticava anche la presenza di alcol durante il concerto e l’esibizione dei Rammstein che, secondo il giornale, “incoraggiano la violenza, il masochismo, l’omosessualità e altre perversità”. Come fa notare Foreign Policy, non c’è niente che richiami una cospirazione sionista come un gruppo di tedeschi che urla davanti a una massa di persone.

Il social network è una spia

Non pensate di non far parte anche voi di un complotto planetario ingegnato dal Mossad. A cosa pensate che serva Facebook se non a localizzare le persone per poi ingaggiarle in operazioni speciali gestite dai servizi segreti occidentali? Non per niente Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, è ebreo. L’idea è sostenuta da una tv iraniana in un video messo online lo scorso novembre (in realtà anche in Siria c’è chi la pensa così). Viene anche citato un articolo modificato con Photoshop, in realtà mai pubblicato, del britannico Indipendentnewspaper, in cui si spiega che l’obiettivo di Facebook è attrarre spie che lavorino per Israele e per gli Stati Uniti.

Capitan Mutanda, agente di Israele

Umar Farouk Abdulmutallab è il giovane nigeriano che aveva cercato di far saltare in aria un aereo decollato da Amsterdam e diretto a Detroit: era il giorno di Natale del 2009 e il terrorista aveva nascosto gli esplosivi nelle mutande, fatto che gli valse il soprannome di ‘underwear bomber’. Secondo un rapporto della tv di Stato iraniana l’attentato sarebbe stato in realtà organizzato dal Mossad in collaborazione con l’intelligence indiana. È infatti risaputo che India e Israele sono ottimi partner commerciali e sono legati da un trattato militare. La tv iraniana sostiene che una compagnia israeliana addetta alla sicurezza, aiutata da un cittadino indiano, avrebbe permesso ad Abdulmutallab di imbarcarsi sul volo privo di passaporto. Un’ulteriore prova fornita dalla tv iraniana sarebbe la presenza di un altro passeggero sull’aereo che avrebbe continuato a filmare il terrorista anche dopo che questi aveva tentato di far saltare gli esplosivi. Sempre secondo il servizio televisivo, la Nigeria — paese natale di Abdulmutallab — sarebbe controllata di nascosto dall’esercito israeliano e dal Mossad. La tv iraniana ha anche riportato un parere dell’analista militare Gordon Duff (secondo cui anche Wikileaks sarebbe frutto di un complotto israeliano): nello Yemen, dove il terrorista era stato addestrato, nonc ‘è alcuna presenza di Al Qaida, eccezion fatta per alcune cellule fasulle impiantate da Guantanamo per volere dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush.

(Fonte: Il Post, 6 Gennaio 2011)

Razzi palestinesi e risposta israeliana

Nelle ultime 72 ore, i terroristi di Gaza hanno ripreso a bombardare Israele: i criminali di hamas hanno sparato tre razzi qassam e cinque colpi di mortaio contro le comunità del sud di Israele provocando il ferimento di tre civili.
In risposta q questa ennesima e schifosa aggressione le IAF hanno colpito delle strutture di hamas nella striscia di Gaza.
L'esercito israeliano ritiene l'organizzazione terroristica che ha preso il potere con la forza a Gaza, l'unico responsabile di questa situazione: gli attacchi contro Israele verranno sempre respinti con fermezza e duramente dall'esercito di difesa Israeliano.

domenica 9 gennaio 2011

Raccontare la vera storia del risorgimento d’Israele

Di Benny Levy

Quasi ogni giorno ci viene detto che si va deteriorando la posizione d’Israele nell'opinione pubblica mondiale. La cosa ha gravi implicazioni concrete, al punto di arrivare al rigetto del diritto d’esistere d’Israele. E Israele non sembra in grado di frenare il fenomeno. Molti tendono ad attribuire la colpa allo scarso inglese di alcuni rappresentanti diplomatici o al fatto che il portavoce delle Forze di Difesa israeliane non riesca a fornire in tempo “filmati positivi”. Ma sono sciocchezze. Se Israele sta perdendo questa battaglia è perché punta a spiegare le proprie ragioni con argomenti sul piano operativo, mentre la domanda che il mondo pone è: “cosa diavolo ci fanno gli ebrei laggiù”?
Un importante esperto israeliano di pubbliche relazioni tornato di recente da una campagna promozionale all'estero ha lamentato che “semplicemente non ci capiscono”. Bene, e perché dovrebbero? La maggior parte dei cittadini del mondo in quest’epoca non ha alcuna dimestichezza con il legame storico fra il popolo ebraico e la Terra d’Israele. Molti ci considerano dei rifugiati senza alcuna relazione con questo territorio, fuggiti dalle sofferenze in Europea per trovare rifugio, in modo del tutto casuale, in Palestina. Quando il presidente americano Obama ha affermato, nel suo famoso discorso al Cairo (luglio 2009), che l’aspirazione a una patria ebraica nasce dalla storia innegabilmente tragica degli ebrei, molti qui in Israele si sono sentiti offesi. “Perché dice così? Noi non siamo qui per via della Shoà”. Ma Obama non ha colpa. Dopo tutto la Shoà è diventata la narrativa con cui Israele presenta se stesso a tutti i suoi ospiti (e anche ai suoi stessi figli). Non è forse vero che Obama venne portato direttamente al Museo della Shoà di Yad VaShem appena atterrato qui? Non è forse vero che è lì che portiamo i milioni di nostri ospiti per spiegare loro “chi siamo, da dove veniamo e cosa ci facciamo qui”? L’usanza di portare gli ospiti d’Israele innanzitutto a Yad VaShem comporta un messaggio chiaro e forte: crea l’impressione che la Shoà sia la ragione e la giustificazione per l’esistenza dello stato; pone Israele sul podio della vittima, del profugo alla ricerca di un rifugio.
È vero invece che i pilastri d’Israele vennero piantati decine di anni prima della Shoà. Le sue fondamenta affondano nell’idea sionista. Israele è prima di tutto un’epopea di risorgimento nazionale. La storica Barbara Tuchman scrisse una volta che Israele è la sola nazione al mondo “che oggi governa se stessa nello stesso territorio, sotto lo stesso nome e con la stessa lingua e religione con cui si governava tremila anni fa”.
Tutta la storia di Israele – il risveglio nazionale e il ritorno a quell’antica terra patria che è il solo luogo dove l’idea dell’indipendenza ebraica si sia mai materializzata e si possa mai materializzare – è affascinante ed emozionante. C’è chi la ascolta, e ammorbidisce le avversioni. “Avete argomenti che non conoscevo per niente” è una frase che ho sentito decine di volte da persone a cui era stata raccontata questa storia per la prima volta. Il nostro diritto a vivere qui è insito in questa storia.
Il popolo ebraico è tornato nella sua mai abbandonata patria storica in modo consapevole e a buon diritto, non per pura combinazione. Israele, pur con tutti i suoi difetti, è la stupefacente realizzazione di una visione di 3.800 anni di nazionalismo ebraico. Essere una nazione che persegue giustizia e filantropia è l’essenza dell’ebraismo e la ragione dell’antico patto: “Camminerò fra voi e sarò il vostro Dio, e voi sarete il mio popolo”.
L’ebraismo è una ricetta per la conduzione di una nazione e degli individui che la compongono. La sua attuazione richiede l’esistenza di una struttura nazionale ebraica, e non vi è luogo più naturale e giusto della Terra d’Israele per la conduzione di questo stato ebraico.
Lo stato d’Israele non è ebraico al 100% né democratico al 100% (non esiste nulla del genere nella realtà). E tuttavia è lo stato più ebraico-e-democratico del mondo. Solo in Israele i due aspetti dell’ebraismo – quello religioso e quello nazionale – si possono realizzare, e l’impegno verso l’ebraismo assume il suo pieno significato.
Questa è la nostra vera storia, e senza di essa Israele non ha scopo, non ha giustificazione e non ha speranza. Far conoscere questa storia al resto del mondo è compito arduo; eppure, senza questo, sarà impossibile riscattare la posizione e l’immagine d’Israele, qui come all’estero.

(Da: YnetNews, 27.12.10)

sabato 8 gennaio 2011

L'esercito sventa un attentato al Bekaot Crossing

Un palestinese è giunto all'incrocio di Beakot e, correndo fuori dalla sua auto gridando "Allah Akbar" e brandendo un oggetto sospetto, si è diretto contro i soldati del posto di blocco.  
L'uomo era giunto a bordo di un taxi insieme ad altri individui che hanno abbandonato la scena.
I militari nel frattempo intimavano all'uomo di fermarsi e, visto che  non desisteva dai suoi intenti sparavano verso di lui ferendolo: in seguito, gli artificieri intervenuti sul posto trovavano addosso al terrorista ulteriori ordigni e un coltello. Il terrorista decedeva in seguito alle ferite.

Morto un soldato israeliano

Un soldato israeliano di 20 anni, il sergente Nadav Rotenberg di Ramot Hashavim, è stato ucciso oggi durante uno scontro a fuoco sul confine tra Israele e Gaza. Nella sparatoria è rimasto ferito anche un ufficiale e tre soldati. In base alle prime indagini è stato appurato che il soldato è morto in seguito allo scoppio di un colpo di mortaio sparato da una unità militare israeliana che tentava di colpire dei terroristi che stavano piazzando degli ordigni esplosivi lungo la barriera difensiva: il proiettile, per cause ancora da accertare ha deviato dalla sua traiettoria andando a colpire l'unità di fanteria del sergente Rotenberg.
Il Generale Tal Russo, responsabile del Comando Sud ha ordinato l'apertura di un'inchiesta.



Le tasche di Hamas

Gaza. Si conosce già quasi tutto dei beni e del denaro in entrata a Gaza. Un flusso ininterrotto che scorre attraverso più di 800 tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto, per un valore compreso tra i 600 e gli 850 milioni di dollari ogni anno, secondo i dati di un rapporto uscito ieri per il Washington Institute for Near East Policy. Ma a Gaza non ci sono soltanto il cemento, il carburante e i borsoni di denaro in entrata. Il lato meno raccontato della storia è quello che va in senso contrario: il flusso impetuoso di denaro in uscita verso il mondo esterno per circa 750 milioni di dollari ogni anno. Grazie ai tunnel e ai trasferimenti bancari il denaro arriva a depositi sicuri nei paesi del Golfo persico e in Europa. La nuova classe benestante di Gaza, in maggioranza legata ad Hamas che esercita un controllo ferreo sulla distribuzione interna degli aiuti e della ricchezza, non vuole tenere i propri soldi dentro Gaza e preferisce spostarli subito all’estero. E a dispetto di questa somma enorme di denaro in uscita, quello che rimane è ancora troppo rispetto alle occasioni di investimenti disponibili dentro Gaza: nel febbraio 2009, per esempio, le banche palestinesi si sono rivolte alla Banca centrale di Israele con una strana richiesta: depositare il loro denaro in eccesso in Israele. Da dove arriva tutto questo denaro? Non tutto dal commercio attraverso i tunnel. Anzi, il flusso maggiore è quello che scorre attraverso i trasferimenti bancari. Secondo funzionari del sistema bancario palestinese, almeno 2 miliardi di dollari sono stati trasferiti alle banche di Gaza ogni anno da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia. Secondo il primo ministro palestinese Salam Fayyad, la cifra è anche superiore: il 54 per cento del budget dell’Autorità nazionale palestinese per il 2010, 13,7 miliardi di dollari, è andato a Gaza. A questa somma si aggiungono i 450 milioni di dollari dell’Onu e i soldi di 160 organizzazioni non governative di aiuto straniere. E, ovviamente, i finanziamenti politico-militari dall’Iran, per almeno 100 milioni ogni anno. Grazie a questi conti, Hamas può pagare più salari di quanto non riesca l’Anp.

Il Foglio
08 gennaio 2011