Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

lunedì 28 febbraio 2011

Quel (piccolo) fiore nel deserto

Da un articolo di Hagai Segal
Con il mondo così in subbuglio, non si può sfuggire alla necessità di dare un’occhiata all’atlante. Questo è il momento di rinfrescare le nostre conoscenze e di procurarsi informazioni aggiornate circa la regione mediorientale. Se si vuole capire appieno la situazione in Libia, bisogna innanzitutto sapere che la distanza che corre fra Tripoli e Bengasi non è quella che c’è fra Gerusalemme e Tel Aviv, e nemmeno quella fra Haifa e BeerSheva. La distanza fra le due città libiche è circa il doppio dell’intera lunghezza di Israele, dal che si capisce che la sfida di imporre l’ordine, laggiù, risulta particolarmente ardua.
La Libia è un paese enorme. Se non risulterà divisa fra sostenitori ed oppositori di Gheddafi, continuerà ad occupare una superficie di un milione e 760mila chilometri quadrati (l’Italia ne occupa 300mila): vale a dire che la Libia ha una superficie 63 volte più grande di quella della Terra d’Israele (comprese le regioni di Giudea e Samaria o Cisgiordania, il Golan e Gerusalemme est).
Una rapida ricerca su internet permette di scoprire che in questo enorme territorio libico vivono 6,5 milioni di persone, cioè decisamente meno della popolazione che vive sulla Terra d’Israele (più di 7 milioni e mezzo nello stato d’Israele; più di 10 milioni contando anche i Territori). Tale scoperta dovrebbe ispirare alcune considerazioni filosofiche in qualunque persona che persegue la giustizia: come può essere che l’attenzione di tutto il mondo sia tanto focalizzata su questa nostra terra, minuscola e sovraffollata, mentre una manciata di libici si sono presi una fetta così grande delle terre emerse? Com'è che noi israeliani veniamo dipinti dai mass-media internazionali come avidi di territorio, mentre nessuno pare avere alcuno scrupolo anticolonialista nei confronti del colonnello Gheddafi?
A proposito di confini, quelli della Libia sono per la maggior parte linee perfettamente rettilinee: cosa che suscita il sospetto che siano stati tracciati sulla carta geografica in modo del tutto arbitrario. I generosi periti che delinearono tali confini nel secolo scorso evidentemente non perseguivano nessun tipo di giustizia storica: ciò a cui miravano era solo convenienza geometrica e, naturalmente, il petrolio.
Quei periti furono molto generosi anche coi paesi vicini. L’Egitto occupa circa un milione di chilometri quadrati (35 volte le dimensioni della Terra d’Israele), l’Algeria due milioni e 400mila chilometri quadrati (esattamente dieci volte di più della Gran Bretagna). Noi, dal canto nostro, abbiamo a disposizione meno di 28.000 chilometri quadrati fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. A quanto pare la “Grande Israele” è un territorio davvero minuto. In Medio Oriente, solo il Libano e alcuni emirati del Golfo riescono a essere più piccoli di Israele.
Se ogni stato arabo potesse vantare una sua unicità culturale (strettamente legata al suo specifico territorio e ai suoi confini), potremmo comprendere la necessità di territori così estesi: in fondo, si sa, una popolazione ha bisogno di spazio per realizzare appieno la propria cultura… Tuttavia, come in questi giorni si può vedere tutte le sere in televisione, le nazioni arabe sono incredibilmente simili fra loro. I dimostranti nel Bahrain intonano lo slogan “O Manama, noi ti libereremo con il nostro spirito e il nostro sangue”, mentre i dimostranti in Libia intonano lo slogan “O Bengasi, noi ti libereremo con il nostro spirito e il nostro sangue”. Persino i gesti tirannici dei governanti sono molto simili, per non dire di una certa affinità delle masse per il linciaggio.
Qui in Israele abbiamo uno stile totalmente diverso, e una cultura nazionale che è chiaramente distinta. Eppure, fra tutti popoli, il mondo pare ansioso di ammassare e comprimere proprio il nostro, nella minuscola area a ovest di Qalqiliya. In realtà il mondo sta iniziando a capire che il piccolo Israele è il suo unico alleato affidabile, nel cuore di questa regione disastrata; ma continua ancora a maltrattarci per via di un’antica consuetudine storica.
Evidentemente, dire addio a Gheddafi è più difficile di quanto non sembri.

(Da: YnetNews, 25.2.11)

Deputati arabi come mercenari politici di Gheddafi

Di Salman Masalha*
Non mi soffermerò più di tanto sull’ipocrisia dell’occidente riguardo agli eventi in Libia, giacché è fin troppo evidente anche ad occhio nudo. Voglio parlare, invece, della ipocrisia araba, qui vicino a casa nostra: l’ipocrisia dei parlamentari arabo-israeliani e delle personalità arabo-israeliane che solo pochi mesi fa si sono recate a strisciare davanti al megalomane despota libico.
Sono tornati in Israele a vantarsi e a pubblicare, in arabo, i loro resoconti e le loro fotografie dell’elettrizzante incontro con il “re dei re”, e altre iperboli di questo tipo alla maniera del deputato Ahmed Tibi (Lista Araba Unita-Ta’al).
Tutti i partiti, le organizzazioni e le comunità etnico-religiose arabo-israeliane erano rappresentante in quella delegazione: il parlamentare Mohammad Barakeh di Hadash, Hanin Zuabi e Jamal Zahalka di Balad, Talab al-Sana della Lista Araba Unita-Ta’al, più un gruppo eterogeneo di persone di status elevato e di spirito servile. Sono andati tutti al cospetto di Gheddafi, si sono inchinati e gli hanno stretto la mano. Lui li ha esaminati da dietro gli occhiali scuri, prima di farli sedere al bordo della sua tenda e propinar loro una lezione di demografia.
Anche l’ex parlamentare arabo-israeliano Azmi Bishara, che dopo la fuga da Israele è diventato commentatore sulla televisione di un altro piccolo tiranno, ha cercato riparo sotto la tenda di Gheddafi. Ma poiché anche lui è un piccolo megalomane, non ha accettato di unirsi alla delegazione dei parlamentari arabo-israeliani: voleva un pubblico tutto per sé, aspirava a parlare con Gheddafi da megalomane a megalomane. Bishara non è diverso dai tanti altri intellettuali arabi ipocriti, nient’altro che fedeli servitori di despoti finché il regime dei despoti è forte. Poi tutto a un tratto, quando il regime di Gheddafi ha iniziato a cedere, Bishara si è ricordato del popolo libico. Naturalmente non ha mai detto una parola sulle ingiustizie del dispotico regime siriano, che per decenni ha represso i cittadini desiderosi di libertà. Cosa pensano i siriani dell’ipocrisia di Bishara? “Forse che il popolo siriano non ha diritto alla libertà e ai diritti di cui godono in Palestina, grazie al nemico sionista?”, si è domandato Subhi Hadidi, un intellettuale siriano che vive in esilio a Parigi. La verità è che gli intellettuali arabi dello stampo di Bishara sono come un branco di iene che stanno in disparte ad aspettare di vedere da che parte soffia il vento nella giungla politica araba: assistono alla caduta di un tiranno e poi si gettano ad arraffare una fetta di “gloria” dai resti del cadavere.
Tutte le personalità pubbliche arabo-israeliane che sono andate in Libia si sono comportate come mercenari politici al servizio del tiranno Gheddafi. Oggi dovrebbero esprimere pubblico pentimento e chiedere scusa innanzitutto al popolo libico, e poi ai cittadini arabi israeliani che pretendono di rappresentare. Una pubblica assunzione di responsabilità non è solo necessaria: essa mostrerebbe anche che hanno appreso la lezione e che intendono cambiare strada. In caso contrario, i cittadini arabo-israeliani dovrebbero voltar loro le spalle e gettarli nella spazzatura, esattamente come le nazioni arabe insorgono contro i loro leader corrotti. E prima succede, meglio è.

(Da: Ha’aretz, 27.02.11)

*il poeta, scrittore e saggista arabo israeliano della comunità drusa, Salman Masalha, autore di questo articolo. Masalha, fra l’altro, insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università di Gerusalemme

domenica 27 febbraio 2011

Alcuni esempi di cosa intendono per pace i palestinesi....

Di seguito, riporto alcuni eventi che hanno visto "protagonisti" i "prodi miliziani" di hammazz nel 2009

  • 13.04.09 – Nelle prime ore del mattino, una barca da pesca senza persone a bordo, veniva fatta esplodere vicino a una nave della Marina Israeliana impegnata in attività di pattugliamento della costa. Nessun ferito tra i marinai e nessun danno all'unità militare.
  • 08.06.09 – Una pattuglia israeliana scopriva e sventava un tentativo di attacco alla barriera difensiva portato con il favore della nebbia. Dieci terroristi a cavallo e un camion trappola carico di esplosivo si erano avvicinati al recinto. I militari li impegnavano in uno scontro a fuoco: in seguito rinvenivano oltre 40 ordigni esplosivi nascosti nel terreno. 
  • 01.02.10 – Civili israeliani sulla spiaggia di Ashkelon scoprivano un oggetto sospetto che in seguito veniva individuato come ordigno esplosivo. Nello stesso giorno, barili imbottiti di esplosivo venivano rinvenuti sulla spiaggia di Ashdod e disinnescati dagli artificieri.  
  • 25.05.10 – Un carro agricolo imbottito di esplosivo veniva inviato verso il territorio israeliano guidato da un bambino palestinese. Il carro esplodeva nei pressi della barriera difensiva nel nord della striscia di Gaza.  
  • 28.06.10 – Durante una apparente protesta non violenta, un ordigno esplosivo veniva piazzato nei pressi della barriera difensiva da due "manifestanti".
  • 19.01.11 – Spari contro militari israeliani partivano da un carro agricolo nei pressi della barriera.  

Questo dimostra in modo inoppugnabile, che la BARRIERA DIFENSIVA è di vitale importanza per la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini.
Senza quel baluardo e senza i militari a guardia, i palestinesi truciderebbero a loro piacimento donne e bambini israeliani.
L'ipocrisia di chi dice "non muri ma ponti" si scontra definitivamente con questi dati di fatto.
Andassero a dire ai palestinesi che si deve fare la pace, che non si devono trucidare i civili e che solo il dialogo SINCERO può portare speranza di un futuro diverso.

sabato 26 febbraio 2011

Ancora razzi...

La scorsa notte diversi razzi sono stati sparati dai terroristi palestinesi contro Israele: la zona colpita è quella di Netivot e dei suoi dintorni. Non si segnalano feriti o danni alle abitazioni e infrastrutture, ma lo spavento è stato tanto.
La risposta israeliana non si è fatta attendere molto questa volta: nella mattinata di oggi, aerei con la stella di David, hanno bombardato obiettivi di hamas e della Jihad islamica a Khan Younis e a Nuseirat, dove è morto un terrorsita a bordo di un'auto.

Quale stato può permettere che il suo popolo e il suo territorio venga costantemente sottoposto a un criminale bombardamento senza reagire?
Quale stato può tollerare che la sua gente venga terrorizzata da chi non ha mai mostrato interesse per la pace?
Israele reagirà sempre a chi minaccia la sua sicurezza, i terroristi non comprendono che gli israeliani non sono disposti a trattare sulla sicurezza: chi vuole la pace DEVE riconoscere il diritto all'esistenza in sicurezza dello stato Ebraico, senza se e senza ma!

I palestinesi e le pietre

Anche questo venerdì gli abitanti del villaggio palestinese di Bil'in hanno a manifestato in maniera violenta contro la costruzione della barriera difensiva: hanno lanciato pietre e bombe incendiarie contro poliziotti e militari e ne hanno feriti ormai diverse decine.
Disordini si sono registrati anche a Hebron dove sono stati feriti 4 poliziotti e una donna poliziotto, attaccata da una palestinese poi arrestata.
Queste manifestazioni violente si susseguono ormai da diversi venerdì, nonostante l'Alta Corte di Israele abbia stabilito importanti modifiche al tracciato della barriera e i lavori siano ormai iniziati: non appena verranno completati, la vecchia barriera verrà rimossa. Ma questo non basta ai palestinesi che continuano a prendere a sassate i poliziotti.
Vogliono sempre tutto e subito, non tollerano di aspettare: si appellano alla giustizia israeliana per ottenere (giustamente) il riconoscimento dei loro diritti, ma poi usano la violenza per arrivare comunque al loro scopo.
Questo testimonia ancora una volta la considerazione che hanno per Israele e per gli Ebrei: sono rimasti fermi al vecchio motto "ributtiamo a mare gli ebrei" e da lì non schiodano. 
Solo che gli Ebrei non "schioderanno" mai da Israele e da Gerusalemme!
VIVA ISRAELE!

venerdì 25 febbraio 2011

TERRORISTI AVVISATI...

All’indomani del lancio di razzi Grad dalla striscia di Gaza su Israele, giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia Hamas dicendo: ''Non tollereremo che si tiri sui nostri civili e agiremo di conseguenza: non consiglio a nessuno di mettere alla prova la determinazione di Israele”.

giovedì 24 febbraio 2011

Missili su Be'er Sheva.

Le sirene hanno suonato nella città israeliana di Be'er Sheva ieri a causa del bombardamento palestinese con due missili Grad: è stata la prima volta dalla fine dell'operazione Piombo Fuso che dei missili colpiscono la cittadina. Fortunatamente non si registrano feriti: due donne e due bambini sono stati ricoverati al Soroka Medical Center in seguito allo shock riportato.

I sinistri pacifinti nostrani ed europei in genere tendono a minimizzare queste cose, quando non addirittura a ignorarle: in fondo "sono dei razzi "artigianali" che non provocano vittime" affermano quasi dispiaciuti, mentre gli israeliani si che sono cattivi che si difendono!
Io vorrei che costoro trascorressero qualche mese a Sderot o al ridosso del confine con Gaza per capire come si vive sotto la continua minaccia dei missili e dei colpi di mortaio, ma sono sicuro che finirebbero per invocare l'intervento dell'esercito.
In risposta a questo ennesimo bombardamento, le Forze Aeree Israeliane, in collaborazione con lo Shin Bet, hanno colpito un'auto sulla quale viaggiavano dei terroristi nel sud di Gaza, uccidendone uno e ferendone altri tre.
Inoltre hanno colpito basi e strutture di hamas e del gruppo Jihad Islamica un po ovunque nella striscia.

mercoledì 23 febbraio 2011

Continuano le attività terroristiche palestinesi

Nella giornata di oggi, un ordigno è stato fatto esplodere dai criminali terroristi di hamazz mentre una pattuglia israeliana perlustrava il confine nei pressi della barriera difensiva a nord della striscia di Gaza. Subito dopo, un colpo di mortaio è stato sparato dai terroristi seguito in rapida successione da altri cinque contro il territorio israeliano, nei pressi di Sdot Negev. I militari hanno individuato i terroristi e hanno sparato contro di loro colpendone almeno uno.
Nella giornata di ieri invece due ordigni sono stati scoperti dall'esercito e fatti esplodere.

Navi iraniane in Siria

Alla fine sono arrivate nel porto siriano di Lattakia le due navi militari iraniane che hanno attraversato stamani il canale di Suez. E' la prima volta dal 1979, anno della rivoluzione islamica che portò al potere i fanatici religiosi in Iran, che navi da guerra di Teheran entrano nel Mediterraneo.
La portata dell'evento è ben più seria di quella che vogliono credere i commentatori politici della sinistra italiana: il nano pazzo di Teheran ha stabilito un pericolosissimo precedente, una testa di ponte dalle imprevedibili conseguenze future. Ora le navi di un paese nemico e determinato a distruggere Israele possono tranquillamente navigare al largo delle coste dello stato ebraico e portare aiuto alla Siria, altro acerrimo nemico di Israele; tutto questo in preparazione della seconda flottilla di "aiuti" umanitari che i terroristi turchi dell'IHH stanno allestendo per i prossimi mesi. Il nano iraniano sta cercando in tutti i modi di distrarre l'attenzione della sua opinione pubblica interna dai disordini che sono seguiti alle sommosse che hanno colpito i paesi arabi e mussulmani in queste settimane; e sta altresì cercando di sviare l'opinione pubblica internazionale dallo stesso argomento e dal  programma nucleare che si trova ormai in una fase avanzata.
Si possono ipotizzare scenari di vario tipo nei prossimi giorni, ma una cosa è certa: i danni provocati dalla scellerata politica estera di Obama stanno mettendo in pericolo Israele. Si spera ora che l'America rinsavisca e si renda conto che Israele è e sempre sarà il solo vero alleato sul quale potrà contare in quella regione e nella lotta al terrorismo.

VIVA ISRAELE!

Il valore della vita per i nazicomunisti....

Che valore danno alla vita i nazi-comunisti lo stiamo vedendo in questi giorni e in queste ore: la gente trucidata in Tunisia e in Egitto non ha la stessa importanza dei palestinesi.
Le migliaia di morti (dati ancora da accertare) di cui si parla in Libia, provocati dalla scomposta reazione del folle dittatore assassino Gheddafi, non destano le "sacrosante" reazioni dei centri sociali, dei partiti comunisti, della sinistra fascista che governa e ammorba questo paese da troppo tempo. E sapete perché? Semplice, non sono morti palestinesi e soprattutto chi uccide non sono gli Israeliani!
Sono lì a parare di Berlusconi, a cercare di farlo cadere in tutti i modi, ma non si degnano di scendere in piazza per portare solidarietà ai popoli arabi in rivolta contro i loro tiranni.
Strano concetto di democrazia e libertà che hanno i sinistri pacifinti.
Chissà il buon Arrigoni cosa sta facendo nella "prigione a cielo aperto" di Gaza (dalla quale esce regolarmente ogni volta che vuole andare a trovare mamma e papà" sta progettando una flottilla per portare aiuto ai suoi "fratelli". Chissà se sta meditando di proporsi come scudo umano per evitare che il criminale Gheddafi  bombardi il suo stesso popolo...ma penso di no, sa benissimo che di fronte non ha quei "fessi" di israeliani che prima avvisano la popolazione con volantini in arabo e con telefonate e sms e poi mandano gli aerei a bombardare ma solo se sono arcisicuri di colpire obiettivi terroristici perchè altrimenti tornano indietro o deviano i loro razzi in zone deserte.
Sarebbe interessante ascoltare Oliver ibn Dilibert, il Mullah Dalemmah e compagnia cantante per conoscere il verbo della sinistra in proposito....
Intanto Israele permette a duecento palestinesi che si trovavano in Libia di entrare nel suo territorio per mettersi in salvo...ma non erano feroci assassini questi israeliani? così scombinano tutte le teorie dei compagni trinariciuti!!!!

VIVA ISRAELE!
UNICA DEMOCRAZIA DEL VICINO E MEDIO ORIENTE!

martedì 22 febbraio 2011

Se Israele diventa l’unica cosa su cui gli egiziani si trovano d’accordo

Di Dan Eldar
È stata una pace distorta fin dai tempi in cui venne fatta, più di trent’anni fa. La strategia “di pace” dell’Egitto, che mirava soltanto a recuperare il Sinai e ottenere un generoso sostegno americano, fu sin dall’inizio carica di ostilità e diffidenza verso Israele. A parte la non belligeranza, gli egiziani non hanno permeato il trattato di nessun elemento di pace piena e sincera con il loro ex nemico. I sentimenti popolari di ostilità verso Israele, il sionismo e il popolo ebraico sono tuttora molto diffusi fra la popolazione egiziana. Opinion maker che godono di grande popolarità, compresi intellettuali liberali, e i mass-media che finora erano strettamente controllati dalle autorità, per anni non si sono fatti il minimo scrupolo di demonizzare Israele e i suoi leader, di demonizzare il popolo ebraico con modalità antisemite, di fomentare odio per Israele in completo spregio dello spirito del trattato di pace.
L’Egitto diede alla pace con Israele il significato più limitato possibile. I suoi leader e responsabili politici, da Anwar Sadat in avanti, vedevano il processo di pace con Israele principalmente come un mezzo per ridurlo alle sue “dimensioni naturali”, vale a dire alle linee pre-’67, privandolo di asset strategici.
L’Egitto sotto il governo di Hosni Mubarak ha preferito rallentare il più possibile il processo di pace e la normalizzazione fra Israele e il resto del mondo arabo allo scopo di preservare la legittimità inter-araba per la sua attività diplomatica in quanto unico mediatore nella regione. Mubarak giocò un ruolo significativo del far fallire i colloqui israele-palestinesi a Camp David nel luglio 2000. Con il sostegno sia dei mass-media che del clero egiziano, avvertì Yasser Arafat che sarebbe stato considerato un traditore se avesse accettato le proposte avanzate ai colloqui, e gli negò la legittimazione di cui avrebbe avuto bisogno per prendere decisioni su Gerusalemme. In questo modo l’Egitto contribuì allo scoppio della seconda intifada, che gli garantì una sorta di guerra d’attrito contro Israele attraverso i palestinesi. Questo fu il paradigma egiziano della pace con Israele: controllo indiretto di uno scontro a bassa intensità. 
La combinazione della bieca realtà quotidiana interna in Egitto e della sua politica nel corso degli anni di “pace minima” con Israele rende conto di una prognosi amara circa il futuro dei rapporti fra i due paesi. Nei negoziati con l’opposizione interna sul futuro del regime, l’esercito egiziano potrebbe diventare assai più tollerante verso le tendenze islamiste, se non altro per preservare il proprio status di arbitro e di fattore stabilizzante. L’ostilità verso Israele, profondamente radicata nella coscienza egiziana e supportata da una crescente identificazione con l’islam politico, potrebbe diventare il legante fra i vari elementi dell’opposizione e l’esercito. Se la Fratellanza Musulmana sarà parte del prossimo governo, ciò potrebbe accelerare il deterioramento delle relazioni con Israele sino al punto di abrogare il trattato di pace, a dispetto delle recenti dichiarazioni dei capi delle forze armate. L’esercito egiziano, che a differenza di quello turco non è necessariamente fedele ad un ethos laico, potrebbe cambiare il suo orientamento verso il trattato di pace con Israele. I suoi programmi di addestramento considerano tuttora Israele come la principale minaccia. Lo slittamento verso un clima muscolare potrebbe procedere gradualmente, da un’energica retorica anti-israeliana ad opera dei partiti dell’opposizione legale, a pretese di cambiamento degli accordi di smilitarizzazione del Sinai presso i forum delle Nazioni Unite, fino a richieste di ispezioni delle armi nucleari che secondo l’Egitto Israele possiede. 
La politica di Israele verso l’Egitto, della sinistra come della destra, si è adattata nel corso degli anni ai parametri da pace fredda e distorta dettati dal regime di Mubarak, conservando anche una valutazione esagerata dell’importanza regionale dell’Egitto. Ora, con la rimozione di Mubarak, sembra arrivato il momento di aggiornare questa politica e di preparare ogni strumento diplomatico e di sicurezza a disposizione di Israele alla possibilità di sviluppi negativi sul versante meridionale.

(Da: Ha’aretz, 20.02.11)

lunedì 21 febbraio 2011

Miserabili cantastorie

di Giulio Meotti
Il regista Giacomo Battiato sta girando un film su Abu Nidal, per rendere omaggio “ai diritti calpestati dei palestinesi”. Che miserabili falliti questi nostri cantastorie.Il defunto Abu Nidal sulla coscienza ha la morte di centinaia di persone massacrate nel corso di una novantina di attentati terroristici, di cui tre sanguinosissimi in Italia. Ha fatto strage di passeggeri davanti ai banchi d’imbarco della compagnia israeliana El Al, all’aeroporto di FiumicinoAlla Sinagoga di Roma ha ucciso un bimbo di due anni, Stefano Taché, e lanciato bombe a mano tra i tavolini del Cafè de Paris di via Veneto. Nato a Jaffa e cresciuto nella Striscia di Gaza, Abu Nidal ha sulla coscienza migliaia di morti e i suoi delitti contro obiettivi ebraici sono rimasti impuniti.
Cosa vuole raccontare il signor Battiato di questo assassino di massa? Anni fa, il noto Roberto Vecchioni dedicò una canzone, “Marika”, a una kamikaze palestinese che ad Haifa sterminò un bel po’ di famiglie israeliane. La sua canzone dice “Canta Marika canta, come sei bella nell’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio al seno. Canta Marika canta, nel buio della storia, lucciola che si accende sul far della sera, canta Marika la nostra memoria”.
Marika non è solo una canzone. Marika ha visitato i treni di Madrid, le torri di Manhattan, gli autobus di Gerusalemme, la discoteca di Bali, una scuola in Ossezia. Entrando in quel ristorante di Haifa, Marika si è premurata di spingere al centro del locale una carrozzina con un neonato prima di farsi esplodere. Perché non cantano questo? (30 aprile 2010 – ore 12:20)

domenica 20 febbraio 2011

Ebrea Ebrea!!!! (Quando un termine diventa aggettivo dispregiativo)!

di Annalena Benini
L’incubo di Lara Logan, inviata della Cbs News per “60 Minutes” è cominciato durante i festeggiamenti per le dimissioni di Mubarak a piazza Tahrir, al Cairo. Piazza libertaria, euforica, democratica, ma in duecento hanno separato dal gruppo la bella, bionda, bianca e …famosa giornalista americana (nata in Sudafrica) che stava facendo il suo lavoro, due bambini piccoli a casa ad aspettarla, e l’hanno picchiata e violentata (non si è ancora parlato di stupro, ma di un “violento e sostenuto attacco sessuale”) per venti minuti, forse mezz’ora, gridandole: “Ebrea! Ebrea!”.
(Fonte: Il Foglio, 17 Febbraio 2011)

sabato 19 febbraio 2011

Sventato attacco palestinese.

La notte tra il 16 e il 17 febbraio scorso, le IDF hanno individuato un certo numero di terroristi palestinesi che si stavano avvicinando alla barriera di sicurezza nel nord della striscia di Gaza, nel tentativo di piazzare delle cariche esplosive. Al fine di contrasstare il loro tentativo criminoso, i militari israeliani hanno sparato contro i terroristi, colpendone tre.
Nel corso del 2010, sono stati ben 100 gli incidenti che si sono verificati nei pressi della barriera difensiva che protegge Israele da Gaza, una media di uno ogni tre giorni.
I civili palestinesi che si trovano nei pressi della barriera di sicurezza venogno usati dai terroristi come copertura per le loro attività che riguardano il piazzamento di esplosivi e la pianificazione di attacchi nel tentativo di rapire soldati israeliani.
Per questi motivi le IDF non consentono a nessuno di stazionare nei pressi della barriera.
Ma lo capiranno mai che Israele ha il diritto e il dovere di proteggere i suoi cittadini???

Ci risiamo...

Il nano pazzo di Teheran ha deciso di dare una bella scossa al mondo e soprattutto di distogliere l'attenzione mondiale dalle rivolte del popolo iraniano contro il suo folle regime dittatoriale. E che ha tirato fuori dal cilindro il noto pagliaccio? Semplice, andiamo a rompere le scatole a Israele! Mettiamogli sotto il naso un paio di navi da guerra (cosa che non era mai accaduta da quando in Iran governano i "religiosi") e vediamo che succede, intanto io do una bella "spazzolata" a questi giovani "provocatori al soldo delle potenze demoplutocratiche giudaico-massoniche", ne faccio fuori un po, ne ingabbio un altro po e vediamo se avranno ancora la voglia di contestarmi.....
Nasrallah dal Libano cerca di uscire dalla fogna nella quale vive da anni per paura di essere centrato da un bel missile israeliano e prova a fare la voce grossa visto che sta arrivando il suo padrone a dargli l'osso... il fedele cagnolino non vuole farsi trovare impreparato! Che diamine! Solo che da Israele gli hanno risposto "chi vive in un bunker continui a viverci"....
Tutto questo mentre anche il buffone libico comincia a vacillare sotto le contestazioni e le rivolte del popolo (alla faccia di chi credeva che controllasse tutto in modo totale) ... e pensare che pochi mesi fa faceva la comparsa con il suo circo per venirci a spiegare i piaceri dell'islam e la sua "democrazia" e per "educare" qualche centinaio di ragazze con poco cervello e minigonne vertiginose alla "vera" religione (singolare il fatto che non abbia voluto uomini nel suo auditorio... sarà mica sessista o peggio omofobo l'omuncolo?).

Ultima annotazione: i palestinesi. Potevano starsene tranquilli in un contesto così in fermento? Ovviamente no! E così ecco che si dichiarano determinati a rimettere in discussione tutto il piano di pace. Vogliono cancellare anni di lavoro perchè pensano che sia prossima una svolta e non vogliono farsi trovare impreparati dal "nuovo" che avanza. Gli USA restano i soli a opporre il veto all'ennesima risoluzione ONU contro Israele (sembra quasi che questo organismo internazionale lavori solo ed esclusivamente per condannare lo stato Ebraico!)

Israele: navi iraniane verso Suez dirette in Siria

GERUSALEMME (Reuters), 16 Febbraio 2011  – Due navi da guerra iraniane hanno preso la rotta del canale di Suez dirette in Siria. Lo ha detto il ministro degli Esteri israeliano, che ha definito questo episodio l’ultima “provocazione” di Teheran e ha lasciato intendere che Israele potrebbe rispondere. Il contingente navale iraniano descritto dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman non costituirebbe una minaccia militare significativa per Israele ma potrebbe rappresentare il più ravvicinato incontro tra le forze delle due antiche rivali, geograficamente distanti.
La Siria è uno dei nemici di Israele, tra i paesi limitrofi, e la sua alleanza con l’Iran è cresciuta in parallelo con la censura internazionale del programma nucleare iraniano. “Questa sera due navi da guerra iraniane dovrebbero passare il canale di Suez per entrare nel Mediterraneo e raggiungere la Siria, il che non accadeva da anni”, ha detto Lieberman in un discorso a Gerusalemme. “Con mio dispiacere, la comunità internazionale non sta mostrando la dovuta fermezza nel contrastare le ricorrenti provocazioni iraniane. La comunità internazionale deve capire che Israele non potrà ignorare per sempre queste provocazioni”.
L’agenzia stampa semi-ufficiale Fars aveva fatto sapere il 26 gennaio che i cadetti della marina iraniana erano stati inviati per una missione di addestramento di un anno attraverso il golfo di Aden verso il mar Rosso e attraverso il canale di Suez diretti nel mar Mediterraneo. “Durante la missione i cadetti della marina iraniana saranno addestrati per essere pronti a difendere le petroliere e le navi cargo del paese dalle continue minacce di attacco da parte dei pirati somali”, scriveva Fars.
Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha descritto le navi iraniane come una fregata Mk-5 e una nave d’appoggio. Stando al quotidiano, nessuna nave iraniana è passata attraverso il canale di Suez dal 1979, provocando una rottura nei rapporti tra Teheran e il Cairo. Israele è preoccupata dall’intenzione dell’Iran di dispiegare navi da guerra nel mar Mediterraneo, nel mar Rosso e nel golfo di Aden, hanno detto funzionari al quotidiano. Le navi dovrebbero “fermarsi in un porto siriano per un anno”, ha detto un alto funzionario israeliano, che ha aggiunto che non c’è alcun motivo per cui l’Iran dovrebbe schierare delle navi da guerra nel mar Mediterraneo.
Il canale di Suez è un idrovia commerciale e strategico vitale tra l’Europa, il Medio Oriente e la Siria.
“Il Canale di Suez non nega ad alcuna nave commerciale il passaggio finchè non siamo in guerra”, ha detto Ahmed El Manakhly, responsabile del traffico dell’operatore del canale. “Per quanto riguarda il passaggio delle navi da guerra, è richiesta l’approvazione del ministero della Difesa e di quello degli Affari Esteri e questo vale per qualsiasi nave da guerra di qualsiasi paese”. Manakhly ha detto di non aver ricevuto, fino ad ora, alcuna richiesta di passaggio dai ministeri iraniani ma che le richieste spesso arrivano solo poche ore prima del passaggio stesso.

venerdì 18 febbraio 2011

Fine dell’era alla Erekat?

Di Jonathan Schanzer

Il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese Saeb Erekat ha aspramente criticato, il mese scorso, la tv AL-Jazeera per aver pubblicato documenti “riservati” relativi ai suoi negoziati di pace con Israele, sostenendo che quel reportage aveva messo in pericolo la sua vita. Tre settimane più tardi, quella che sembra essere finita è la sua vita politica.
Sabato scorso Erekat ha rassegnato le dimissioni. Dalla cascata di documenti in stile WikiLeaks conosciuta come “Palestine Papers” è emersa di lui l’immagine di un uomo che era perfettamente a proprio agio, e persino in scherzosa confidenza, con i suoi interlocutori americani e israeliani, pronto a insistere per ottenere concessioni ma anche a farne a sua volta quando necessario. Nel documento a cui la maggior parte degli osservatori attribuisce la sua fine politica, Erekat fa riferimento ai profughi palestinesi come “materia di trattativa”, contraddicendo la sua posizione pubblica secondo cui i diritti dei profughi sarebbero assolutamente inalienabili.
La fine dell’era Erekat mette in rilievo un infelice postulato della diplomazia in Medio Oriente: i leader palestinesi non si prenderanno alcun rischio per la pace, non diranno alla loro gente che sono necessari compromessi per porre fine al conflitto e avviare il duro lavoro di edificazione di uno stato. Al contrario, alimentano la loro popolazione con una dieta costante a base di teorie cospiratorie anti-sioniste, incolpano Israele di tutti i loro mali e imbottiscono il loro pubblico di odio contro i loro alleati, come l’America. Questa è la narrativa ultranazionalista che va avanti da decenni.
Ben pochi leader palestinesi hanno il coraggio di contestare questa dottrina popolare. Erekat certamente non l’ha mai fatto. Certo, è un diplomatico esperto. Ha partecipato alla Conferenza di Madrid del 1991 e, due anni dopo, alla firma degli Accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca (con Rabin e Arafat). Era a Camp David nel luglio del 2000 e a Taba nel 2001. Praticamente dopo ogni negoziato, però, usciva con la fronte accigliata a un linguaggio tagliente. Ogni volta attribuiva il mancato raggiungimento di un accordo all'intransigenza israeliana o alla collusione degli americani con Israele, sempre al di là del minimo accettabile per i palestinesi.
Ma dopo aver letto i Palestinian Papers è lecito domandarsi: quanto di tutto questo era solo una messinscena?
Nel 1995 Erekat proclamava: “Il processo di pace ci sta sfuggendo di mano per colpa della titubanza di Rabin”. Rabin, che quello stesso anno sarebbe stato assassinato, era probabilmente il miglior interlocutore di pace che i palestinesi avessero mai avuto. L’anno seguente Erekat puntava il dito contro l’inviato Usa Dennis Ross, un professionista dei negoziati di pace, dileggiandolo per il suo ottimismo sulla pace: “Forse il signor Ross vede progressi a modo suo, ma noi non vediamo alcun progresso”. Nel 1997 dava la colpa a Washington per le battute d’arresto diplomatiche, nonostante fosse sotto gli occhi di tutti che i continui attentati terroristici di Hamas rendevano quasi impossibile negoziare. “Il fatto che gli Stati Uniti non si sono mostrati fermi con Netanyahu – diceva – ha fatto perdere credibilità al processo di pace”.
Quando nel 1999 il presidente Bill Clinton lanciò uno sforzo finale per la pace, Erekat sostenne che gli israeliani cercavano di garantirsi che il processo di pace fosse “distrutto ancor prima di iniziare”. Durante il vertice di Camp David del 2000 – l’occasione in cui le due parti furono più vicine che mai a firmare la pace – Erekat se ne uscì con una delle sue più madornali dichiarazioni, mortificando l’allora predominante tono di cauto ottimismo: sostenne che Israele non poteva avanzare alcuna rivendicazione storica su Gerusalemme. “Non credo – disse – che ci sia mai stato un Tempio (ebraico) sull’Haram (Monte del Tempio). Non lo credo proprio”. Quando Fatah, la fazione di Erekat, nel settembre 2000 lanciò l’intifada al-Aqsa, egli diede a Israele la colpa “di tutti gli attuali sviluppi”, pur ammettendo apertamente di avere, lui, abbandonato il tavolo delle trattative. Successivamente attaccò gli Stati Uniti per “aver accusato e bastonato i palestinesi” (per il fallimento delle trattative).
Quando il presidente George W. Bush bandì dalla Casa Bianca l’allora leader dell’Autorità Palestinese, Yasser Arafat, per il suo ruolo nel fomentare le violenze, Erekat si presentò come l’uomo chiave della diplomazia. Disse: “Parlare con me, arrivare a un accordo con me, creare uno stato palestinese accanto allo stato di Israele, questo è ciò che garantirà pace e opportunità”. Corse persino voce, dopo la morte di Arafat nel 2004, che Erekat aspirasse a diventare presidente. Ma nel 2005 il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo escluse dal suo governo. E solo quando il presidente Barack Obama resuscitò il processo diplomatico, Erekat ricomparve come figura chiave.
Diplomatici navigati parevano convinti che la presenza di Erekat costituisse un vantaggio netto per il processo di pace. Ma la verità è che Erekat non si è mai assunto la responsabilità di un solo insuccesso palestinese, e non ha mai fatto il minimo sforzo di per preparare la sua gente ai compromessi che avrebbe dovuto fare. La sua uscita di scena sarebbe dovuta avvenire molto prima.

(Da: Jerusalem Post, 13.2.11)

domenica 13 febbraio 2011

Egitto: i militari onoreranno il trattato di pace con Israele

Alla fine i militari hanno preso il potere in Egitto.
Dopo giorni di incertezza, di presunte dimissioni di Mubarak ritirate, confermate, smentite e alla fine esecutive, i militari hanno deciso di prendere in mano la situazione e di mettere ordine nel paese sconvolto da settimane di proteste, disordini, saccheggi e morti.
Oggi hanno annunciato di aver sciolto il parlamento  sospeso la costituzione per ristabilire l'ordine e la legalità: e uno dei primi passi fatti ministro della Difesa il generale Muhammad Tantawi, è stato quello di chiamare al telefono il ministro della difesa israeliano Ehud Barak per confermare che il trattato di pace con Israele verrà onorato dall'Egitto.
L'ambasciata israeliana al Cairo resta ancora chiusa per motivi di sicurezza ma il personale è sul posto e lavora a pieno regime.

Macy Gray dona una moto-ambulanza al termine del suo concerto a Tel Aviv


La vincitrice del Grammy Awward, la cantante Macy Gray, ha concluso il suo concerto a Tel Aviv sabato notte con uno speciale gesto di buona volontà per i suoi fans israeliani, donando una moto per il pronto soccorso del valore di 25.000 $ alla organizzazione "United Hatzalah".
La moto include un apparecchio per la rianimazione e l'equipaggiamento per il pronto soccorso, ed è stata presentata dalla cantante a tre volontari dell'organizzazione che si sono uniti a lei sul palco alla fine del suo concerto.
Presentando la moto, Macy Gray ha sottolineato il fatto che "salverà la vita di Ebrei, Cristiani e Mussulmani" in Israele, senza differenza si religione.
Gray ha deciso di pagarsi la sua terza visita in Israele dopo che è stata messa sotto pressione da parte di artisti che aderiscono al boicottaggio del paese.

Che dire: ci sono ancora persone come Macy Gray che ragionano con la propria testa e non si fanno intimidire o peggio condizionare dal berciare isterico degli odiatori di Israele manovrati come pupazzi dalla propaganda dei nipotini di arraffatt!

Lettera aperta a un intellettuale egiziano

Di Yair Lapid
Ho cercato il tuo viso fra le masse, in tv, per più di due settimane. Per un attimo mi è sembrato di vederti in piazza al-Tahrir, circondato da estranei, mentre fotografavi i soldati con il tuo cellulare, ma forse è stata solo la mia immaginazione.
Come molti israeliani, la vostra rivoluzione mi riempie sia di speranza che di preoccupazione. Spero che funzioni, perché ve la meritate, esattamente come ogni persona al mondo si merita di vivere da libero cittadino, in un regime democratico, con la possibilità di determinare il proprio destino. Tuttavia sono anche preoccupato, e lo sono proprio a causa tua e dei tuoi colleghi, gli intellettuali egiziani, che per anni sono stati alla testa delle campagne di odio e di paura contro Israele. E non posso fare a meno di domandarmi: è in questa direzione che intendete portare il vostro nuovo Egitto?
Annullerete il nostro trattato di pace? Intendete continuare a dare agli israeliani la colpa di tutti gli insuccessi del vostro paese? Andrete a unire le vostre forze a quelle dei Fratelli Musulmani per dare vita a un altro bellicoso stato mediorientale, fondato sull'odio contro le donne, contro la democrazia, contro gli ebrei? O forse dovrei innanzitutto farti un’altra domanda: qual è la tua definizione di intellettuale?
Non mi aspetto neanche per un momento che tu condivida la nostra politica verso i palestinesi. Spesso non la condivido neppure io. Ma gli intellettuali sono persone che dovrebbero essere in grado di rispondere alla domanda “chi sono io?” non soltanto rispondendo alla domanda “contro chi sono io?”. Gli intellettuali dovrebbero saper rispondere alla domanda “in che Dio credo?” non solo dicendo “quale Dio detesto”. Gli intellettuali dovrebbero poter rispondere alla domanda “quale bandiera impugno?” senza dover dire “quale bandiera do alle fiamme”.
L’Egitto esiste da più di cinquemila anni, avete inventato la geometria, l’astronomia e la carta; siete un popolo antico e fiero, responsabile del proprio destino. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile di ciò che vi è accaduto. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile per ciò che deve ancora avvenire.
Leggo pubblicazioni cariche di odio sui vostri giornali, appelli al boicottaggio, proclami apertamente antisemiti, e invece di arrabbiarmi mi domando: come può essere che la pretesa di dare agli israeliani la colpa di tutti i vostri guai non risulti insultante innanzitutto a te stesso? Sei una persona istruita, amico mio, hai letto tutte le grandi opere dal “Contratto sociale” di Rousseau alla “Trilogia del Cairo” di Naguib Mahfouz, e sai bene quanto me – forse anche più di me – che l’odio è la consolazione patetica e pericolosa di coloro che non stimano se stessi. Guardati dentro per un momento, dai un lungo sguardo in profondità e dimmi: è davvero Israele la causa di tutti le pene dell’Egitto? Non hai consapevolezza, in fondo al cuore, che si tratta di una pretesa ridicola? È forse Israele che impedisce ai giovani egiziani di trovare un onesto lavoro che dia loro uno stipendio decoroso? Siamo forse noi israeliani che spingiamo i vostri funzionari pubblici a saccheggiare le casse dello stato? Siamo forse noi che abbiamo contraffatto i risultati delle vostre elezioni? Siamo stati forse noi ad impedirvi di realizzare un sistema sanitario pubblico? E che dire di un sistema educativo? Di una agricoltura moderna? Di un’industria sviluppata? E se anche avessimo voluto fare tutto questo, pensi davvero che ne avremmo avuto modo? Credimi, amico mio, non siamo poi così capaci. Anche noi abbiamo i nostri problemi, i nostri poveri, e persino le pallottole che uccidono leader che hanno osato inseguire un sogno.
Voi oggi avete l’opportunità di ricostruire il vostro paese. Ma volete fondarlo sulla verità, o su una menzogna perversa e patetica che vi condannerebbe ad altri cento anni di inutile rabbia? Il nostro comune antenato Abramo disse: “Non ci sia discordia tra me e te, né tra i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo fratelli”. Non c’è nessun conflitto fra noi, amico mio. E non abbiamo alcuna pretesa di decidere al vostro posto come debba essere il vostro paese, o chi debba governarlo. Vi offriamo la nostra amicizia, la continuazione della pace fra eguali che predomina fra noi, e il nostro riconoscimento del fatto che nessuno, tranne voi, può gestire la vostra vita da uomini liberi.
La risposta che ci offrirete sarà decisiva per molto più che non semplicemente le future relazioni con un piccolo stato separato da voi da un deserto; giacché, dopo che avrete completato la vostra battaglia contro il regime, avrà inizio una battaglia molto più grande: in che genere di paese tipo volete vivere? Su quali principi sarà fondato? Quale sarà il suo carattere? Sceglierete la facile soluzione di addossare ad altri tutta la colpa dei vostri problemi? O sceglierete la soluzione difficile e coraggiosa di guardare in faccia la vostra gente e dire: dipende soltanto da noi.

(Da: YnetNews, 12.2.11)

venerdì 11 febbraio 2011

Gaza: nuovo lancio di razzi contro Israele. L’aviazione risponde bombardando i tunnel del contrabbando: forte esplosione

Gaza – Cinque obici di mortaio e due razzi Qassam: è questo il bilancio della giornata di martedì scorso, durante la quale i terroristi palestinesi hanno continuato imperterriti nella loro opera di distruzione di qualsiasi tentativo di instaurazione di un normale coesistenza tra israeliani e palestinesi.
Nella mattinata due razzi Qassam e tre obici di mortaio palestinesi sparati dalla striscia di Gaza verso Israele si sono abbattuti nell’area del kibbutz Shaar HaNegev, colpendo anche un garage di auto, ma non causando fortunatamente feriti. In serata poi la Jihad Islamica palestinese ha rivendicato il lancio di due obici di mortaio lanciati nel omeriggio dalla Striscia di Gaza contro il territorio israeliano
Nella notte tra martedì e mercoledì, in risposta ai lanci,  l’aviazione israeliana ha bombardato obiettivi terroristici nel centro e nel nord della striscia di Gaza, tra cui un tunnel utilizzato per il traffico di armi e terroristi. Le esplosioni secondarie hanno confermando la presenza di grandi quantità di munizioni immagazzinate. Vi sarebbero alcuni feriti non gravi.
(Fonte: Israele.net, 9-10 Febbraio 2011)

mercoledì 9 febbraio 2011

Reazione israeliana agli attacchi terroristici

Durante la notte, le Forze Aeree Israeliane hanno individuato e colpito degli obiettivi terroristici nella striscia di Gaza e tra essi un tunnel che stava per essere utilizzato dai criminali di hamas per infiltrarsi in Israele per compiere attentati. Colpi diretti sono stati confermati ed altri secondari in due dei tre obiettivi. L'attacco è giunto in risposta ai continui lanci di razzi e missili contro Israele.

lunedì 7 febbraio 2011

Infermiere militare israeliano aiuta una palestinese a partorire.

Questa mattina, soldati israeliani, hanno aiutato una donna palestinese a partorire in un'ambulanza delle IDF.
La donna. che vive nella valle del Giordano, aveva telefonato questa mattina verso le due per richiedere assistenza medica e subito l'esercito ha messo a disposizione un team composto da medici e infermieri per portarla in ospedale.
La zona dove vive la donna non era raggiungibile dall'ambulanza e i militari l'hanno trasportata in barella fino al mezzo dove la donna ha iniziato il parto vero e proprio, aiutata dal sergente Gilad Nesher che doveva far fronte al fatto che l'ambulanza non era attrezzata per il parto.  La situazione si era inoltre complicata a causa della iniziale difficoltà respiratoria del bambino che però, dopo un'ora di cure intensive iniziava a respirare autonomamente.
La mamma e il bambino venivano poi portati in elicottero all'ospedale Hadassah di Ein Kerem dove si trovano tuttora.

Una domanda sorge spontanea.... ma a parti invertite, i "miliziani" palestinesi si sarebbero presi cura della partoriente ebrea? O avrebbero fatto quello che i loro "colleghi" fecero a Tali Hatuel (incinta di otto mesi) e alle sue quattro bimbe di 11, 9, 7 e 2 anni quando le trucidarono selvaggiamente con un colpo alla nuca il 2 maggio del 2004?

Si attendono risposte....

VIVA ISRAELE!
ONORE ALLE I.D.F.!

In ricordo di Tali e delle sue bimbe Hila, Hadar, Roni e Merav:
+


sabato 5 febbraio 2011

La precipitosa marcia indietro di Erekat

Di Matthew RJ Brodsky
La pubblicazione dei cosiddetti "Palestine Papers" ha mandato l’Autorità Palestinese in fibrillazione, in un frenetico tentativo di correggere il tiro. A quanto pare, la scoperta più sconvolgente che sarebbe emersa dai documenti palestinesi sulle trattative riservate con israeliani e americani diffusi dalla tv Al-Jazeera alla fine di gennaio, è che i dirigenti dell’Autorità Palestinese sono perfettamente consapevoli dei compromessi necessari per arrivare alla nascita di uno stato palestinese, e che sarebbero quasi in grado di onorare le promesse. Ma tutto questo è molto diverso dalle posizioni massimaliste che quegli stessi dirigenti adottano davanti alla loro popolazione. E la loro popolazione è divisa fra Hamas, nella striscia di Gaza, e l’Autorità Palestinese in Cisgiordania. E non si capisce chi rappresenti politicamente l’Autorità Palestinese, fra i palestinesi.
Ad ogni buon conto, stando ai “Palestine Papers” di Al-Jazeera il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese, Saeb Erekat, in un incontro del 15 gennaio 2010 a Gerico, avrebbe detto al consigliere del presidente americano David Hale: “Gli israeliani vogliono la soluzione a due stati, ma non si fidano. La vogliono più di quanto si pensi, talvolta più di quanto la vogliano i palestinesi. Quelle carte dicono che avranno la Yerushalaim più grande della storia ebraica, un ritorno di profughi simbolico, uno stato demilitarizzato… che altro dovrei dare?”.
I titoli di Al-Jazeera traboccano della citazione di Erekat. Non c’è solo il fatto che Erekat mostra d’avere precisa consapevolezza di una realtà diplomatica ben nota in occidente, vale a dire che i palestinesi non avranno il 100% della Cisgiordania, né tutta Gerusalemme, né un ingresso illimitato di profughi dentro Israele. C’è che egli osa persino usare il nome ebraico di Gerusalemme, Yerushalaim. Con tutta evidenza deve essere segretamente sionista, è il commento che ricorre. Probabilmente Saeb Erekat finirà nei guai per aver esposto posizioni negoziali che sono moneta corrente in occidente da almeno due decenni, ma che sono del tutto sconosciute alla piazza araba.
La marcia indietro di Erekat è puntualmente arrivato il 24 gennaio con un pezzo da lui pubblicato sull’agenzia di stampa palestinese Ma’an: “La nostra posizione – vi si legge – è rimasta la stessa in diciannove anni di negoziati: vogliamo creare uno stato palestinese indipendente e sovrano sui confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale e una giusta soluzione della questione dei profughi sulla base dei loro diritti internazionali, compresi quelli stabiliti dalla risoluzione 194 dell’Assemblea generale dell’Onu”. E tanti saluti alla flessibilità, con un bel ritorno alle posizioni massimaliste che i leader palestinesi hanno continuato mendacemente a promettere nel timore che per le strade di Ramallah diventasse troppo popolare la piattaforma della “resistenza” di Hamas che invoca la distruzione di Israele.
Forse che Erekat ha sinceramente mutato posizione? Parrebbe di no. All’epoca in cui il presidente americano Bill Clinton stava decidendo se convocare o meno quello che sarebbe poi diventato il famoso, e fallito, summit di Camp David del luglio 2000, l’inviato Usa per il Medio Oriente Dennis Ross ospitò a cena, un mese prima, i negoziati israeliano e palestinese, Oded Eran e Saeb Erekat. Come racconta nel suo illuminante libro del 2004 “The Missing Peace”, Ross spiegò che non vi sarebbe stato nessun summit a meno che non si intravedesse la fattibilità di un accordo. Sollecitato a spiegare come vedeva l’accordo, ricorda Ross nel suo dettagliato resoconto, “Erekat fu nuovamente molto puntuale: circa il territorio, il 92% della Cisgiordania allo stato palestinese mentre gli israeliani cedono in cambio un equivalente ammontare di territorio vicino a Gaza, più che raddoppiando la superficie della striscia; circa i profughi, che mettano sul tavolo il numero che possono accogliere in Israele e ci diano il riconoscimento del principio della 194 o del diritto al ritorno; circa Gerusalemme, agli israeliani andranno otto grandi quartieri ebraici di Gerusalemme est, fra cui Ma’ale Adumim, Givat Ze’ev, Pisgat Ze’ev e Gilo, che diventeranno parte di Israele, mentre i quartieri arabi diventeranno parte della Palestina, e una sola municipalità si occuperà di trasporti, acqua, elettricità e fognature”.
Il prevedibile marcia indietro di Erekat rientra tuttavia in un problema più ampio. I leader autocratici arabi hanno preso l’abitudine di distogliere l’attenzione delle loro popolazioni agitando costantemente la questione dell’esistenza di Israele. Quei leader sanno benissimo che Israele continuerà ad esistere, e molti dispacci americani diffusi da WikiLeaks dimostrano che sono anche pronti a fare causa comune con lo stato ebraico quando si tratta della sicurezza regionale rispetto a un Iran Iran animato da ambizioni nucleari. Il problema è che i leader arabi, compresi quelli dell’Autorità Palestinese, non hanno ancora raccontato la verità alla loro gente. Ciò che viene dato per scontato nel mondo occidentale, è ancora problematico e imbarazzante nel mondo arabo.
In verità, finché il popolo palestinese e i suoi leader non faranno pace con la nozione che non avranno mai tutta Gerusalemme né il 100% della Cisgiordania né un ingresso illimitato di profughi dentro Israele, la pace resterà una pia illusione.

(Da: YnetNews, 26.1.11)

Risposta israeliana ai razzi palestinesi del 31 gennaio

Si è fatta aspettare, ma alla fine è arrivata l'immancabile risposta israeliana al bombardamento del 31 gennaio che aveva rischiato di fare una strage a un banchetto di matrimonio a Netivot. Il 2 febbraio alcuni jet dell'aviazione israeliana hanno colpito un tunnel nella striscia di Gaza provocando una vittima.
Lo capiranno mai i terroristi che Israele e il suo esercito non permetteranno impunemente loro di colpire e terrorizzare la popolazione israeliana???

Come sempre...

Resoconto degli attacchi contro Israele a gennaio

Dopo alcune settimane di calma, le comunità nel sud di Isarele sono state nuovamente bombardate da missili Grad e colpi di mortaio. Gli ultimi due sono stati sparati la notte del 31 gennaio: uno ha colpito un parcheggio di un locale dove si stava celebrando una festa di matrimonio a Netivot danneggiando un veicolo e causando forte shock a quattro persone che sono state ricoverate in ospedale, un altro missile invece è caduto in un campo nei pressi di Eshkol.
In totale, nel mese di gennaio si è registrato un considerevole aumento di attacchi 
ben 83 contro i 74 di dicembre.
L'incremento è stato particolarmente evidente in Giudea e Samaria, ma un piccolo incremento si è registrato anche a Gerusalemme: qui gli attacchi sono stati effettuati con molotov. Nel resto del paese sono stati utilizzati esplosivi, granate e colpi di arma da fuoco, mentre sono stati 17 i missili e 26 i colpi di mortaio.

Chi continua a dire che "i razzi artigianiali palestinesi non sono letali" vuole sottintendere che Israele e il suo popolo "possono e devono" convivere senza troppe storie con questo continuo stillicidio di violenza feroce.
Chissà se queste stesse persone "tollererebbero" di essere bombardate TUTTI I GIORNI dai propri "vicini"....

VIVA ISRAELE

giovedì 3 febbraio 2011

Leaders mussulmani in vista ad Auschwitz

Il 2 febbraio nell'ex campo di sterminio di Auschwitz, si è svolto un incontro sensazionale tra Ebrei, Mussulmani e Cristiani.
I rappresentanti delle tre religioni si sono ritrovati nel gelo della Polonia grazie a un viaggio organizzato dall'Aladin Project, l'UNESCO e il comune di Parigi che hanno voluto realizzare questo incontro per comprendere e far comprendere la terribile lezione della Shoah per permettere di avvicinarsi all'altro.
Belle le parole dell'imam britannico Abdul-Jalil Saeed: "Sento dolore vero ",  ha detto camminando tra le baracche di Birkenau. "Credo che i musulmani devono stare con i loro amici ebrei, perché l'antisemitismo in Europa è in aumento e dove c'è l'antisemitismo l'islamofobia non è da meno. Si tratta di educare le generazioni future", ha affermato.
Al suo ritorno in Gran Bretagna si è impegnato a organizzare dei seminari e a scrivere dei documenti sulla sua esperienza nei campi di sterminio per far arrivare il messaggio a tutti i suoi fedeli.
Un giornalista gli ha chiesto se crede che la gente della sua moschea sia preparata ad ascoltare simili testimonianze e lui ha risposto dicendo "La gente capirà. Non posso dire che ognuno capirà, ci saranno sempre delle persone malvagie e pronte a incendiare gli animi, ma noi dovremo ignorarli e se tenteranno di fare qualcosa di illegale li bloccheremo. Ci dobbiamo concentrare sulla maggioranza silenziosa che marcerà dicendo: Mai più"
Anne Marie Revcolevschi, presidente di Aladin Project ha detto che la sua organizzazione ha lavorato due anni per arrivare a questo viaggio. Ci sono molti viaggi ad Auschwitz, ma quello che rende questo speciale è il fatto che per la prima volta, ha visto 200 persone provenienti da 40 paesi dei cinque continenti e tra loro molti mussulmani (intellettuali, chierici, politici, imam e sindaci).
"Questo è un progetto educativo e non ha lo scopo di suscitare le lacrime" ha proseguito.
Nella delegazione erano presenti cittadini del Marocco, della Giordania, della Turchia e dell'Irak oltra a rabbini, preti



Il sopravvissuto allo sterminio nazista, il Rabbino Lau: "Voi ora siete tutti testimoni"

I tunnels utilizzati per contrabbandare cibo in Egitto

Il paradosso dei paradossi si è compiuto, anzi si sta compiendo in queste ore nella "prigione a cielo aperto e senza beni di prima necessità" che va sotto il nome di Gaza.
Mi chiederete di cosa parlo: semplice, dall'inizio della rivolta in Egitto, i tunnel della zona nota come Corridoio Filadelfia al confine tra Gaza ed Egitto che prima venivano utilizzati per contrabbandare armi ed esplosivi per i terroristi di hamas, ora vengono invece utilizzati per portare cibo e generi di prima necessità alle popolazioni del Sinai. Qualcuno potrebbe dire che i "generosi" palestinesi portano aiuto ai loro "fratelli" egiziani... Bene dico io, ma allora viene a crollare il MITO che a Gaza si muore di fame. NON E' VERO che a Gaza scarseggia il cibo e donne vecchi e bambini sono denutriti (per la cronaca, mai vista una foto di bambino DENUTRITO in tutta la Striscia... chissà come mai...). Si conferma quindi quello che Israele va dicendo (INASCOLTATO) da mesi e mesi: Gaza non ha mai sperimentato scarsità di generi alimentari o di beni di prima necessità.
Questi beni che da Gaza vanno in Egitto, NON INTACCANO MINIMAMENTE le riserve alimentari destinate ai palestinesi e, come hanno detto fonti israeliane, non è la prima volta che prodotti israeliani (specialmente frutta e verdura) finiscono sui mercati egiziani contrabbandati da Gaza.

martedì 1 febbraio 2011

Crollo d’un vecchio cliché

Di Herb Keinon

Dal punto di vista israeliano, uno degli elementi più lampanti della sollevazione in corso in Egitto, Tunisia e altre parti del mondo arabo è quanto tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele. Per le decine di migliaia di manifestanti che sono scesi per le strade in Egitto nello scorso fine settimana sfidando il coprifuoco pur di invocare l’allontanamento del presidente Hosni Mubarak, Israele e palestinesi semplicemente non erano all’ordine del giorno. Idem nel caso della “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, all’inizio di gennaio, e delle dimostrazioni che hanno luogo a intermittenza in Giordania, Yemen, Algeria e Marocco: nessuno che gridasse “morte a Israele”, nessun cartello contro “l’assedio di Gaza”, nessuno slogan contro i progetti edilizi ebraici ad Ariel.
A coloro che potrebbero chiedersi che razza di popolo egocentrico è quello che pensa che tutto debba ruotare attorno a lui e di essere sempre al centro di ogni sviluppo della regione, va ricordato cosa sono andati ossessivamente ripetendo per anni tutti quanti, dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, al capo di stato maggiore congiunto Usa Mike Mullen, al rappresentante della politica estera dell’Unione Europea Catherine Ashton, al presidente francese Nicolas Sarkozy: che la questione israelo-palestinese è la prima e principale fonte di agitazione e sedizione in tutto il Medio Oriente. Si rimuova quel motivo di contrasto – così dicevano tutti – Israele se ne vada dalla Cisgiordania e cessi di costruire nuovi appartamenti a Gilo, e sarà tanto più facile portare stabilità nella regione.
Veramente? È proprio così? Proviamo a immaginare per un momento che due anni fa il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avesse accettato a braccia aperte l’offerta dell’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert di uno stato palestinese su circa il 95% del territorio con uno scambio di terre a coprire la percentuale mancante, più mezza Gerusalemme e il “Bacino Sacro” dei Luoghi Santi sotto controllo di un consorzio internazionale: forse che allora il tunisino Mohamed Bouazizi non si sarebbe dato fuoco, e non vi sarebbero oggi fiumi di persone che marciano nelle strade d’Egitto contro il regime autocratico di Mubarak? È chiaro che la marea della rabbia popolare contro i regimi “moderati” del mondo arabo si starebbe comunque rovesciando su quei regimi, indipendentemente dall’esistenza o meno di un accordo di pace israelo-palestinese. Come mai? Perché l’instabilità mediorientale non ha che fare con Israele, ha che a fare proprio con quei regimi: ha a che fare con la disoccupazione araba, con la povertà araba, con la mancanza di speranza araba in un futuro migliore.
Uno degli assiomi ripetuti fino alla nausea nel corso degli anni dagli esperti di tutto il mondo è che la frustrazione araba alimenta l’estremismo, che a sua volta alimenta il terrorismo; e che la fonte di quella frustrazione è la questione palestinese: si tolga di mezzo la questione palestinese e vi sarà molta meno frustrazione, e dunque molto meno terrorismo. Sciocchezze.
È vero, c’è disperazione nel mondo arabo: ma la ragione non sta nella angoscia delle masse arabe per la condizione dei palestinesi; la ragione sta nell’angoscia delle masse arabe per la loro propria vita, la loro propria disoccupazione, la loro propria mancanza di libertà: si ponga mano a tutto questo e si otterrà stabilità; si continui a ignorare tutto questo, e si avranno sommosse.
Ma tutti, a cominciare dagli Stati Uniti sotto Obama e dalla UE, hanno preferito ignorare tutto questo, fissandosi invece sulla costruzione di un nuova casa a Ramat Shlomo o di un nuovo appartamento a Efrat. Quante volte i leader internazionali hanno enfaticamente deplorato la situazione umanitaria a Gerusalemme est e a Gaza? Quante dichiarazioni sono state fatte per esprimere turbamento e virtuosa indignazione? E, al contrario, quanta attenzione questi stessi leader hanno prestato alla situazione umanitaria in Egitto, in Tunisia, nello Yemen, in Marocco, in Giordania, in Algeria, vale a dire negli stati arabi “moderati”? E quale di queste situazioni umanitarie mette realmente a repentaglio la stabilità del Medio Oriente?
Il Medio Oriente è a un bivio. C’è una fase democratica che si avvicina a grandi passi, ma la si guarda con timore e tremore. Gli eventi in Tunisia e ora in Egitto potrebbero davvero rappresentare le prime rivoluzioni popolari del mondo arabo, ma non sono certo le prime rivoluzioni al mondo. La paura è che ciò che accadde in Francia nel 1789, in Russia nel 1917 e in Iran nel 1979 possa ripetersi in Egitto e nel mondo arabo nel 2011. In quei paesi, dopo che il vecchio era stato cacciato dal nuovo, ci fu una breve fase in cui emersero le forze democratiche – l’Assemblea Costituente e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino in Francia, Alexander Kerensky in Russia, Shapour Bakhtiar in Iran – solo per essere spazzate via dagli estremisti: Robespierre a Parigi, i bolscevichi a Mosca, l’ayatollah Khomeini a Teheran. Anche in Egitto sono in marcia forze democratiche, ma gli estremisti fanatici sono in agguato nell’ombra, pronti a scattare.
Nulla di tutto ciò, naturalmente, toglie Israele dai guai. Il conflitto coi palestinesi è reale, è grave e bisogna fare enormi sforzi per cercare di gestirlo con giustizia, se non proprio risolverlo. Ma questo conflitto deve anche essere riportato nella sua giusta prospettiva, non deve essere ingigantito ben oltre le sue vere dimensioni.
Quando WikiLeaks lo scorso novembre ha iniziato a pubblicare i dispacci diplomatici americani, il mondo ha potuto vedere coi propri occhi fino a che punto gli stessi leader arabi non considerassero affatto Israele, ma piuttosto l’Iran, come il loro peggiore problema e la principale fonte di instabilità regionale. Ora, per le strade del Cairo, di Tunisi e di Saana il mondo può vedere coi propri occhi cosa considerino come loro peggiore problema le popolazioni arabe: i loro stessi governi. Né la popolazione né i capi considerano Israele e i palestinesi il loro maggiore problema. Se ne accorgerà l’occidente?

(Da: Jerusalem Post, 30.1.11

Per l'ennesimo ano.nimo....

Ti sei preso la briga di leggere tutto il mio blog, sei partito dal primo articolo del novembre del 2007 "Le origini di Israele" e tutto quello che sei riuscito a dire è la solita sequela di insulti????
Dai potresti fare di meglio, lo so che puoi.... ti definisci antisemita (problemi tuoi e della tua anima marcia) e ne sembri fiero. Ma tu ci hai capito qualcosa di quello che hai letto o ti sei semplicemente limitato a sbattere le dita a caso sulla tastiera?
Ovviamente non pubblicherò il tuo delirio, qui non c'è posto per la spazzatura...
Eize hara!