Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

giovedì 28 aprile 2011

L'ennesima provocazione dei comunisti

So che è tardi per parlarne, ma il 25 aprile a Milano si è assistito all'ennesimo squallido teatrino dei sinistri dei centri sociali che insultano le persone che "osano" portare al corteo della Liberazione lo striscione che ricorda la Brigata Ebraica.
I sinistri, quelli che ancora pensano a fare la rivoluzione per capirci, come al solito ignorano la Storia e quando non la ignorano preferiscono mistificarla. Così ormai è "tradizione" che il 25 aprile, sia a Roma che a Milano, si insultino le Associazioni che testimoniano il sacrificio dei giovani ebrei arruolati nell'esercito inglese sotto la bandiera della Brigata Ebraica e combatterono e morirono in Italia per contribuire alla liberazione del nostro paese dai nazifascisti. Vanno letteralemte fuori di capoccia anche solo a vedere una bandiera israeliana sventolare in piazza.
Preferiscono, i sinistri di cui sopra, sventolare le bandiere palestinesi, senza sapere o fingendo di non sapere, che gli arabi all'epoca, erano schierati con i nazisti, fingendo di non sapere che c'era un battaglione di SS formato da mussulmani bosniaci arruolati dal Gran Muftì di Gerusalemme in persona (zio del criminale arraffatt), che si vantava di essere amico personale dell'imbiachino pazzo austriaco passato alla storia con il nome di Hitler.
Se questo è commemorare i caduti per la Liberazione e ricordare cosa è stata la Resistenza, vuol dire che questo paese è lontano dall'aver compreso i tragici eventi del passato.  

Triste lezione di storia dal Medio Oriente

Di Guy Bechor
Ecco una delle famose favole di Esopo. Un giorno i lupi mandarono una delegazione dalle pecore proponendo di far pace per sempre. “I cani sono i colpevoli del conflitto fra di noi – dissero i lupi alle pecore – Sono loro la fonte della controversia: ci abbaiano contro, ci minacciano, ci provocano. Cacciate via i cani e non vi sarà più nulla che impedisca amicizia e pace eterna fra di noi”. Le pecore, stolte, credettero ai lupi e cacciarono i cani. Dopodiché, senza più la protezione che i cani-pastore garantivano, le pecore caddero facile preda dei lupi.
Oggi che il mondo inorridisce alla vista dell’efferatezza del regime del terrore siriano che senza alcuna pietà massacra i suoi stessi cittadini, si può vedere con chiarezza cosa sarebbe accaduto agli ebrei in Medio Oriente se non avessero avuto la loro forza di protezione, le Forze di Difesa israeliane.
Purtroppo menzogne, ipocrisie e illusioni hanno libero corso. Molti, qui in Israele e nel mondo in generale, credono alla meravigliosa favola mediorientale della definitiva pace, democrazia e amicizia fra le nazioni, e credono alla reiterata propaganda secondo cui Israele sarebbe il Golia e gli arabi il piccolo Davide. Ma la realtà si è incaricata di dimostrare quanto si sbagliano. Si ricorderà come Tom Friedman, dalle colonne del New York Times, avesse sgridato Israele per non aver colto al volto la nuova “era di libertà” in Medio Oriente; analoghi sentimenti sono stati espressi da altri ebrei naif, una categoria che non fece mostra di spiccato istinto di sopravvivenza nel corso della storia dell’ebraismo in Europa.
Quando si guarda alla sorte dei cristiani in Medio Oriente, ci si rende conto di cosa sarebbe successo agli ebrei se fossero stati sconfitti, o se fossero rimasti senza difese. Cristiani vengono oggi trucidati in paesi che hanno sperimentando il “cambiamento democratico”, come l’Iraq, l’Egitto e la Tunisia; le loro chiese vengono date alle fiamme, e loro vengono spinti a fuggire mentre le loro proprietà vengono saccheggiate. Per loro disgrazia i cristiani, nel Medio Oriente dei fanatismi e delle tribù, a differenza degli ebrei non sono stati abbastanza fortunati da riuscire a creare uno stato dall’identità chiaramente cristiana. Ingenuamente hanno creduto nella collaborazione con altre etnie, ed ora ne stanno pagando il prezzo: in Libano, dove si stano estinguendo, nell’Autorità Palestinese e ben presto anche in Siria.
Questa è la ragione del tutto evidente per cui i nemici di Israele puntano a minarne l’identità nazionale ebraica. Il desiderio di istituire, come dicono, “uno stato per tutti i cittadini”, cioè uno stato bi-nazionale o multi-nazionale, mira a cancellare ogni identità ebraica del paese, eliminando a poco a poco la stessa presenza ebraica da questi paraggi. E qui appare in tutta chiarezza il grande significato del nazionalismo ebraico, vale a dire del sionismo, dopo che tanti gli hanno dato addosso o l’hanno dato per superato.
Questa è anche la ragione per cui vi sono elementi esterni, e purtroppo anche alcuni all’interno di Israele, che cercano di sfibrare le Forze di Difesa israeliane attraverso un martellamento di ridondanti commissioni d’inchiesta, istigamenti e critiche preconcette, propaganda ostile e sforzi volti ad infangare il prestigio morale dell’esercito d’Israele. Questa è la ragione per cui vengono emessi mandati d’arresto internazionale ai danni di ufficiali delle Forze di Difesa israeliane: l’obiettivo principale è quello di debilitare e demolire la sola forza di difesa che protegge gli ebrei in Medio Oriente.
Ma quando si vede il vero Medio Oriente che insorge a massacrare la sua stessa gente in Siria, tutti noi ci troviamo di fronte a una tragica lezione di storia “dal vivo”. La verità non si lascia intimidire e mostra chi è che in questa regione minaccia di sterminio e chi è minacciato, chi sono gli assassini e chi le vittime. Tutt’a un tratto la propaganda araba, che il mondo ha ascoltato per decenni, si va dissolvendo: non può nulla di fronte alla verità e alla storia. Di fronte al massacro dei giorni scorsi nella città siriana di Deraa, degna continuazione della gloriosa tradizione della famiglia Assad, si tenga sempre a mente la fiaba delle pecore che divennero facile preda dei lupi a causa della loro fatale ingenuità. In realtà non c’è nulla di nuovo nella brutalità e nella stoltezza delle nazioni: Esopo ne scriveva già duemilacinquecento anni fa. Siamo noi ebrei che dobbiamo specialmente ricordarcelo.

(Da: YnetNews, 26.04.11)

Hamas e Autorità Palestinese: No a qualunque piano di pace se non c’è “diritto al ritorno”

Hamas e Autorità Palestinese hanno entrambe respinto separatamente, sabato scorso, un piano di pace attribuito al presidente americano Barack Obama giacché esso prevedrebbe, fra l’altro, che i palestinesi abbandonino la rivendicazione del cosiddetto “diritto al ritorno” (vale a dire il “diritto” dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di stabilirsi all’interno di Israele anche dopo la nascita del futuro stato palestinese accanto a Israele).
Secondo un articolo pubblicato sul New York Times la scorsa settimana, l’amministrazione Usa starebbe lavorando a una nuova iniziativa di pace che ruota attorno ad alcuni principi chiave: creazione di uno stato palestinese senza “diritto al ritorno”, Gerusalemme come capitale di entrambi gli stati, sottolineatura delle vitali esigenze di sicurezza di Israele (rispetto al Medio Oriente in generale).
“L’Autorità Palestinese ha già detto che rifiuterà qualunque iniziativa di pace che chieda ai palestinesi di rinunciare al diritto al ritorno”, ha dichiarato Nabil Sha’ath, esponente di rilievo della squadra negoziale palestinese che fa capo a Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Ribadendo che il cosiddetto “diritto al ritorno” costituisce un “diritto fondamentale” a cui i palestinesi non possono rinunciare, Sha’ath ha specificato: “Noi respingeremo qualunque piano di pace americano che ci chieda di cedere su uno dei nostri diritti basilari, il diritto al ritorno dei profughi”.
Sha’ath ha sottolineato che gli Accordi di Oslo, firmati da Israele e Olp nel 1993-95, prevedono negoziati su tutte le questioni centrali: dunque anche sui profughi, oltre a Gerusalemme, confini e sicurezza. (Israele, infatti, ricorda sempre che, stando a Oslo, anche i confini sono oggetto di negoziato, per cui le linee pre-’67 non possono essere considerate come il futuro confine fra i due stati). “Come può Washington pianificare una tale soluzione – si è chiesto Sha’ath a proposito dell’iniziativa attribuita a Obama – mentre non ci sono contatti fra Washington e Autorità Palestinese su questo tema?”.
Dal canto suo, il “governo” di Hamas che controlla la striscia di Gaza ha definito l’iniziativa attribuita a Obama un “campanello d’allarme che mette a repentaglio il diritto al ritorno”. Facendo appello a tutti i popoli arabi e islamici affinché sostengano il “diritto al ritorno” dei palestinesi, Hamas si è dichiarata totalmente contraria alla nuova iniziativa. “Il diritto al ritorno è un diritto legittimo e sacro che nessuno può cedere”, ha ribadito Hamas.

(Da: Jerusalem Post, 23.4.11)

martedì 26 aprile 2011

La Better Place inizierà la vendita di auto elettriche ad agosto

Battery switching station

Ad agosto finalmente inizierà la commercializzazione della rivoluzionaria auto elettrica ideata dall'imprenditore israeliano Shai Agassi: la vettura, realizzata in collaborazione con la Renault, non si deve fermare per delle ore per effettuare la ricarica delle batterie. Basterà uno stop di circa tre minuti (tempo medio per il pieno dei tradizionali carburanti fossili) per sostituire direttamente la batteria scarica grazie a un ingegnoso sistema messo a punto dalla ditta israeliana. Le batterie scariche vengono poi messe in carica e installate sulle auto successive.
Il centro vendite della Better Place si trova nei pressi dello svincolo di Glilot dove un tempo si trovava un deposito di stoccaggio carburanti. Il centro dispone anche di una pista per permettere ai clienti di provare il veicolo elettrico.
Il prezzo della Renault Fluence ZE non è ancora stato comunicato, ma godrà di un notevole incentivo statale in quanto subirà solo una tassazione del 10%. Shai Agassi ha fatto sapere che il costo per l'acquisto, la manutenzione e il carburante della Fluence sarà più basso delle tradizionali auto a combustibile fossile.

Israele al 7° posto tra i paesi più floridi

Un sondaggio della Gallup effettuato su un campione di 1000 adulti residenti di 124 paesi, rivela che Israele è al 7° posto della classifica dei paesi più floridi. La Danimarca è in cima alla lista.
Il premier Netanyahu entra nella lista dei leader mondiali più influenti.
La maggioranza degli intervistati, residenti di 19 paesi ha valutato come buone le condizioni di vita, i primi otto posti sono occupati da: Danimarca, Canada, Svezia, Australia, Venezuela, Finlandia, Israele e Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti sono al 12° posto.
In fondo alla classifica ci sono la Repubblica Centrafricana, Haiti e il Ciad.
Il 63% del campione di intervistati in Israele ritiene di vivere in un paese fiorente: i primi tra i paesi arabi sono gli Emirati Arabi Uniti (55%) e Qatar (53%).

lunedì 25 aprile 2011

25 aprile: il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione


Celebrare la liberazione dell'Italia dalla dittatura nazifascista significa anche ricordare il contributo dato dal sionismo, un movimento che non solo ha emancipato il popolo ebraico dalla condizione di sottomissione e persecuzione in cui si trovava in Europa, restituendogli una patria in cui vivere nel diritto e nella libertà, lo Stato d’Israele, ma che ha inviato i propri figli a combattere contro le armate tedesche sul suolo italiano.
Più di 9.000 ebrei hanno combattuto in Italia contro il nazi-fascismo. Oltre 5000 facevano parte della “Brigata Ebraica”, formata per lo più da volontari ebrei palestinesi, alcuni dei quali già operavano nel “Palestine Regiment”, presente fin dal 1941 nei territori allora sotto mandato britannico. Solo nel settembre 1944, in seguito alle pressione del movimento sionista, il governo inglese autorizzò, nell'ambito dell'ottava armata, la nascita della "Jewish Brigade", che combatté sotto il segno distintivo del Maghen David, la stella celeste a sei punte su fondo bianco che costituirà la bandiera del futuro Stato d’Israele. La Brigata partì da Alessandria d'Egitto, sbarcò a Taranto e risalì la penisola lungo il versante adriatico, fino al Tarvisio, per poi continuare ad operare oltre frontiera fino al 1946. Il contribuito di quei volontari sionisti fu determinante: dapprima si resero protagonisti dello sfondamento, nel marzo del 1945, della linea gotica nella vallata del Senio, e poi della liberazione della Romagna fino a Bologna. Il legame che quei generosi combattenti stabilivano con le popolazioni liberate e con gli ebrei di quei territori è ancora vivo, e annualmente viene ricordato con forte partecipazione popolare presso il cimitero di Piangipane a Ravenna, dove sono tumulati i caduti della Brigata.
In un periodo che pur vedeva il governo inglese contrastare l’emigrazione ebraica in Palestina, la scelta del movimento sionista di schierarsi senza indugio dalla parte della libertà e della democrazia costituì il fondamento ideale e concreto che permise, dopo pochi anni, la nascita dello Stato d’Israele con l’approvazione delle Nazioni Unite. Al contrario, la scelta delle leadership arabe e, in particolare del gran muftì di Gerusalemme, di allearsi con i nazisti, fu una mossa tragica, che non solo ha compromesso finora la possibilità di creare lo stato arabo di Palestina, così com’era previsto dal piano di spartizione dell’Onu, ma ha anche contribuito a mantenere la regione mediorientale sotto il giogo di terribili dittature e di regimi sprezzanti del diritto.
La memoria della Brigata Ebraica nell'ambito della commemorazione del 25 aprile, è per noi l’occasione per esprimere sostegno alle donne e agli uomini che, nel mondo, lottano per far prevalere i principi di libertà e democrazia, e per rinnovare la nostra solidarietà allo Stato d’Israele, unica società democratica del Medioriente, la cui esistenza continua a essere messa in discussione dagli stessi disegni totalitari che opprimono i popoli dell’intera regione.

domenica 24 aprile 2011

La Croce Rossa Internazionale: non c'è nessuna crisi umanitaria a Gaza

Quello che Israele dice da tempo viene finalmente confermato anche da un organismo internazionale indipendente: a Gaza non c'è nessuna crisi umanitaria.
Mathilde Rdmatn, responsabile della Croce Rossa Internazionale a Gaza dopo aver lavorato in Colombia e in Congo, parla di una "sorprendente normalità" che ha riscontrato a Gaza: "ci sono ristoranti, una bella spiaggia, supermercati pieni di prodotti di tutti i tipi. Il problema principale è il mantenimento delle infrastrutture e l'accesso ai beni. Israele ha il diritto di proteggere i suoi cittadini dal lancio di razzi e questo diritto deve essere controbilanciato dai diritti di 1,5 milioni di persone che vivono a Gaza"
La Croce Rossa cerca di portare avanti dei contatti tra le due parti per quanto riguarda l'accesso alle cure mediche in Israele di pazienti palestinesi (spesso accolte) e coadiuva l'esercito israeliano nel trasferimento di generi alimentari e di prima necessità attraverso i valichi di confine. Non riesce però ad ottenere da hamas notizie del soldato Gilad Shalit, rapito da 5 anni dai terroristi palestinesi, penetrati in territorio israeliano.

sabato 23 aprile 2011

Al cuore del conflitto c'è sempre il mancato riconoscimento dello stato ebraico

Gerusalemme non cederà sulla richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico, un punto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu definisce “il cuore stesso del conflitto”.
Intervistato da AFP alla viglia della pasqua ebraica, Netanyahu conferma che sta lavorando a una iniziativa che intende presentare il mese prossimo davanti a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli.
“Il cuore del conflitto – spiega Netanyahu – è sempre stato il persistente rifiuto della dirigenza palestinese di riconoscere lo stato ebraico all’interno di qualunque confine. Questo è il motivo per cui questo conflitto ha imperversato per quasi cinquant’anni prima del 1967, prima cioè che vi fosse un solo insediamento in Cisgiordania”.
Mettendo in dubbio l’impegno palestinese per una soluzione basata sul principio due stati per due popoli, Netanyahu si domanda: “Perché i palestinesi non fanno una cosa così semplice come riconoscere lo stato ebraico? Dopo tutto, noi siamo pronti a riconoscere uno stato palestinese. Come mai non possono ricambiare, se veramente vogliono la pace?”. Questo rifiuto, dice Netanyahu, chiarisce qual è la causa che sta alla radice dell’assenza di pace.
A proposito delle preoccupazioni di Israele per la sicurezza, Netanyahu conferma la richiesta da tempo sostenuta da Israele di mantenere una presenza delle sue Forze di Difesa nella Valle del Giordano e smonta l’idea che una forza internazionale possa garantire sufficiente protezione sul confine orientale del futuro stato palestinese. “Abbiamo assoluta necessità – dice – di una protezione fisica che impedisca la penetrazione dell’Iran e dei suoi fiduciari”. Secondo il primo ministro israeliano, una forza internazionale lungo la Valle del Giordano non resterebbe al suo posto abbastanza a lungo da garantire gli interessi vitali della sicurezza dello stato ebraico, e fa l’esempio della situazione che si è creata dopo il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza del 2005, quando venne schierata una forza di sicurezza europea per monitorare il confine fra la striscia di Gaza e l’Egitto allo scopo di impedire il traffico di armi ed esplosivi e il passaggio di terroristi. Dopo il ritiro israeliano, ricorda Netanyahu, la forza europea levò le tende non appena la striscia di Gaza cadde sotto il controllo violento di Hamas, e la partenza della forza europea permise all’Iran di introdursi facilmente attraverso il confine meridionale del territorio palestinese, riempiendolo di armi.
Netanyahu affronta anche il tema degli insediamenti, che agli occhi dei palestinesi e di buona parte della comunità internazionale sembrano essere diventati la questione centrale di tutto il conflitto, tanto da giustificare il blocco di quei negoziati diretti che per anni erano stati invece condotti senza porre precondizioni su questo aspetto. “Ma gli insediamenti – dice Netanyahu – sono una conseguenza, non la causa che sta al cuore del conflitto”. E proprio i negoziati, aggiunge, sono il solo strumento valido per risolvere questo come altri nodi, e permettere così ai palestinesi di conseguire la loro indipendenza statale.
Netanyahu accusa l’Autorità Palestinese d’aver abbandonato la strada del negoziato a favore della ricerca di dichiarazioni unilaterali da parte della comunità internazionale e delle Nazioni Unite. E spiega: “I palestinesi pensano: perché mai dovremmo negoziare, quando possiamo ottenere un placet gratuito dalla comunità internazionale? Possiamo benissimo evitare i negoziati (dove bisogna anche concedere), e dare tutta la colpa a Israele”. Secondo Netanyahu, è vero che rivolgendosi all’assemblea generale dell’Onu, come intendono fare a settembre, i palestinesi potrebbero rovesciare su Israele ulteriori pressioni politiche, ma questo non li aiuterà affatto a porre fine al conflitto.
“Io sono pronto a negoziare da subito – conclude Netanyahu – La dirigenza palestinese è disposta a fare altrettanto? No. Perché? Perché vogliono evitare il negoziato: vogliono una soluzione imposta dall’esterno”.
Ciò che, appunto, Israele non accetterà mai.

(Da: Jerusalem Post, 19.4.11)

venerdì 22 aprile 2011

Come Hamas 'vendica' Arrigoni

di Dimitri Buffa

Sfruttare la morte di Arrigoni per giustificare la ripresa del tiro a bersaglio con razzi Qassam e Grad contro Israele. Hamas è stata capace anche di questo e proprio ieri sono arrivati i primi  ordigni su Ashkelon e Ashdod, due città israeliane al confine con Gaza, da sempre bersagliate negli anni passati da parte dei terroristi della Striscia. La cosa cinica è che adesso Hamas invoca la morte del povero e ingenuo attivista italiano per violare quello stesso “cessate il fuoco” unilateralmente dichiarato, ma solo a parole, da Haniyeh e soci lo scorso 6 aprile. Secondo un rapporto di Debka.com. il sito internet dato per vicino all’intelligence israeliana, Hamas sarebbe stata mossa da quattro tipi di motivazioni.
La prima: la freddezza con cui il governo Nethanyahu aveva giudicato l’iniziativa di Hamas, ha fatto capire agli uomini di Haniyeh che comunque l’omicidio del ragazzo dello scuolabus, e i numerosi attacchi delle scorse settimane a colpi di Grad e Qassam, non sarebbero rimasti impuniti. Inoltre fa paura il nuovo sistema di protezione anti missile recentemente adottato, la cosiddetta “cupola di ferro” (Iron Dome), che di fatto potrebbe vanificare le azioni di guerriglia che vanno avanti da anni. Così i capi militari di Hamas, constatato che le due Iron Dome installate ad Ashkelon e Beersheba comunque non avrebbero potuto proteggere almeno un milione di altri cittadini israeliani che vivono a portata di razzo da Gaza, hanno deciso di mettersi alle spalle il cessate il fuoco.
La seconda ragione: Hamas ha capito che il resto del mondo arabo ha accolto con freddezza la trovata del “cessate il fuoco” e che, a parte Amr Moussa e la Lega Araba che parlano di “No fly zone” su Gaza, una vera e propria follia oltre che una provocazione, gli altri paesi del Golfo sono preoccupati della vicinanza e della consonanza tra il movimento di Haniyeh e i desiderata dell’Iran di Ahmadinejad. Hamas quindi ricorre a una nuova escalation di violenza per rompere il proprio isolamento nel mondo arabo.
Terza ragione: con la prospettiva dell’arrivo della seconda Flottilla per Gaza a maggio, Hamas ha bisogno di tenere sulla corda i nervi dell’esercito e della popolazione di Israele per sfruttare l’impatto che i “pacifinti” e gli “utili idioti” potranno avere sull’opinione pubblica mondiale. Quarta e ultima ragione: l’uccisione di Arrigoni è coinciso con il primo accordo di cessate il fuoco e di deposizione delle armi da parte dei trafficanti di armi e droga del Sinai, che sono in genere uomini di clan di popolazioni beduine, i quali per la prima volta nella loro storia sembrano finalmente volersi assoggettare all’Egitto. Per ottenere questo risultato, ça va sans dire, il governo provvisorio del Cairo, cioè l’esercito, ha dovuto chiedere aiuto proprio a Israele.

L'Opinione

Repetita juvant...

Ci sono persone che si ostinano pervicacemente a stravolgere la storia e a raccontare inesattezze.
Per aiutarli, mi permetto di riprendere quanto ho scritto nel novembre del 2007: era il secondo articolo postato su questo blog. Penso che possa essere di aiuto per coloro che ne vogliono sapere di più e per coloro che non ne sanno molto di Storia. Della vera Storia.
La terra di Israele, dopo la fine del Regno, fu sempre in mani straniere:
  • nel 70 d.C. venne conquistata Gerusalemme da Tito
  • nel 135 d.C. vennero soffocate nel sangue le ultime rivolte ebraiche
  • dal IV secolo al 636 fu nelle mani di Bisanzio
  • dal 636 al 1099 nelle mani degli arabi
  • dal 1099 al 1291 dei crociati
  • dal 1291 al 1517 dei mamelucchi
  • dal 1517 al 1917 dei turchi ottomani
  • dal 1917 al 1948 sotto mandato britannico.
Non fu mai in nessun momento della sua storia uno stato arabo vero e proprio, separato e distinto.

Allo stesso tempo nessuno può negare una costante presenza ebraica nei secoli ad Askelon, Haifa, Cesarea e Gerusalemme

Nel XIX sec. gli ebrei che vivevano in quei territori erano 25 mila su 450 mila abitanti

In Europa per lo più vivono in realtà distinte e separate nei paesi che li ospitano

La rivoluzione francese porta due idee: uguaglianza dei cittadini e libertà delle nazioni.
Gli ebrei in Europa si chiedono “perché come gli altri popoli non abbiamo una terra?
Non abbiamo una nazione completa?”
Da qui derivarono due tendenze: assimilazione al mondo circostante e nazionalismo ebraico.

Barnet Livtvinoff (“La lunga strada per Gerusalemme” – Il Saggiatore, Milano 1968 p. 13) scrive “Il sionismo come idea politica data dalla presa della Bastiglia”.
Nel 1862, un rabbino ortodosso di Posen Zevi Hirsh Kalisher (“Derishat Zion” - La ricerca di Sion) diceva “erano maturi i tempi per insediarsi in Palestina, poiché gli ebrei dell’europa orientale avevano bisogno di un rifugio e quelli dell’Europa occidentale sufficienti ricchezze per attuare un progetto”
Solomon Grayzel (“Storia degli ebrei” – Fondazione della Gioventù ebraica. Roma 1864) scrive che Kalisher trovò appoggio al suo progetto in Cremieux - ebreo francese, prima ministro e poi oppositore di Napoleone III - nel filantropo Rotschild e in Sir Moses Montefiori –influente uomo politico ebreo inglese- e così venne fondata nel 1869 in Palestina con i fondi della “Alliance Israelite Universelle” la prima colonia agricola presionista: Mikveh Israel (Speranza di Israele)L’Alliance Israelite Universelle era stata fondata (per iniziativa della comunità israelita di Francia) come espressione di solidarietà ebraica internazionale a seguito della sommossa antiebraica di Damasco del 1844.
Negli stessi anni Moses Hesse, un filosofo ebreo tedesco seguace di Hegel, nel suo libro "Roma e Gerusalemme" (1862) sostenne la necessità della fondazione di uno stato ebraico per eliminare la discriminazione sociale che colpiva gli ebrei in Europa.

Un medico ebreo russo Leo Pinsker dopo i sanguinosi pogrom russi del 1881-1882 nel saggio "Autoemancipazione ebraica" sostiene che gli ebrei devono guadagnarsi la libertà con i loro sforzi scegliendo non l’assimilazione ma l’emancipazione come popolo e come nazione.
Lord Byron scriveva:
“the wild dove has its nest
the fox its cove
man kind their country
Israel but the grave”
(La colomba selvatica ha il suo nido/ la volpe la sua tana/ gli uomini hanno il loro paese/ ma Israele non ha che il sepolcro)
Tutte queste idee e sogni si sarebbero esaurite nel nulla se un giornalista ebreo ungherese Theodor Herzl non fosse rimasto scosso dalle manifestazioni di piazza antisemitiche avvenute a Parigi durante i giorni del processo Dreyfus e, sebbene fosse del tutto “assimilato” riscoprì l’ebraismo in “modo improvviso e incontenibile”.

Il sionismo nasce con una pubblicazione di Herzl del 1896 “Lo stato ebraico” e, come scrive Luciano Tas in Shalom nel 1975 “furono gli ebrei dell’Europa orientale ad accogliere lo scritto di Herzl come la voce dell’ultimo profeta di Israele” in quanto erano coloro che più soffrivano la loro “condizione di ebrei” : pogrom e leggi inique rendevano la vita per questi poveri ebrei un vero inferno.
Nel 1897la Palestina era senza identità politica, amministrata dal corrotto impero turco, con un’agricoltura arretrata, scarsi commerci e nessuna industria, priva di strade di comunicazione: eppure è proprio verso questa terra che si dirigeranno i primi pionieri sionisti.
Chaim Weizmann diceva “per essere sionisti non occorre essere pazzi, ma giova…”

I pogrom del 1881 avevano spinto migliaia e migliaia di ebrei verso gli Stati Uniti e solo poche centinaia si diressero verso la Palestina. Herzl non pensò mai esclusivamente alla Palestina per dare rifugio e una nazione agli ebrei di tutta Europa: si pensò all’Argentina nelle proprietà di un barone francese, si pensò ad un territorio in Uganda offerto dalla Gran Bretagna, o al Mozambico… perfino a una parte di Africa italiana…
Ma ormai si è cominciata a formare una coscienza di popolo e di nazione che spinge a “tornare” in Palestina.
Nel 1902 nasce il Fondo Nazionale Ebraico (KKL Keren Kajameth Leisrael) che acquista acri di terreno incolto sia dai grandi proprietari (effendi) che vivevano al Cairo a Damasco e a Beirut, sia dai piccoli proprietari (fellahim): questi terreni acquistati a prezzi esorbitanti saranno la base dice Lea Sestieri ne “Gli Ebrei nella storia di tre millenni – Crucci , Roma 1980 p. 282) “per la ricostruzione della sede nazionale”.

Nel 1945 lo jishw (entità ebraica della terra d’Israele) possiede 1.750.000 dunam (10 dunam= 1 ettaro).
Le terre comprate dagli ebrei scrivono Derogy e Gurgand in “La morte in faccia” (Rizzoli, Milano 1975 p. 375) “erano soltanto dune e paludi; non è un caso se le terre fertili di Samaria non sono state loro vendute. Ma “gli effendi - dice il Koestler – hanno venduto ad alti prezzi terre grame (nel 1944 gli ebrei pagarono 1000/1100 dollari per acro terreni aridi e semi aridi quando nello stesso periodo i ricchi terreni dello Iowa per esempio venivano pagati 110 dollari per acro…. Fonti del Ministero dell’Agricoltura U.S.A.) eppure più tardi se ne pentono perché l’esempio delle coltivazioni ebraiche ha attirato contadini arabi, che si dedicano a nuove culture più redditizie e, cosa peggiore per gli effendi, acquistano una nuova coscienza di uomini. Saranno spesso i vecchi proprietari ad aizzarli contro le colonie ebraiche.
Nathan Weinstock (critico del sionismo) riconosce che i “pionieri ebrei hanno prosciugato paludi, dissodato terre ingrate, rinverdito colline” (Storia del sionismo” 2 voll. Samonà e Savelli, Roma 1970)
Nel 1914 i coltivatori erano 11 mila, nel 1941 diventeranno oltre 100 mila.
Sull’esempio di Degania, nacquero nel paese un gran numero di Kibbutzim che plasmarono ebrei di nuovo stampo che volevano lavorare la terra con le loro mani, consideravano una bestemmia sfruttare il lavoro altrui. “Vivevano di un pane ebraico – scrive B. Litvinoff – cresciuto su terra ebraica protetto da fucili ebraici. Ad essi va il merito di aver impedito al sionismo di degenerare in un movimento di colonizzazione in senso convenzionale”

1917: Dichiarazione Balfour.
Essa diceva che la Gran Bretagna “vedeva con favore la fondazione in Palestina di un Focolare nazionale per il popolo ebraico…”
Incorporata nel trattato di pace alla Conferenza di San Remo del 25 aprile 1920, riceverà una prima interpretazione limitativa nel memorandum Churchill del 1922 che intendeva quella espressione solo come un impegno ad uno sviluppo crescente dell’insediamento ebraico. Si riconosce dunque lo jishw ma si respingeva, implicitamente, una ipoteca su un futuro stato
La dirigenza sionista in quel momento accettò l’interpretazione limitativa accantonando ma non rinunciando al progetto, vicino o lontano, di un vero e proprio stato o entità riconosciuta.

La politica inglese di parziale equilibrio fra popolazione ebraica e popolazione araba fino alla vigilia della seconda guerra mondiale rende sempre più difficili i rapporti fra movimento sionistico e Inghilterra tanto che nel 1939 in un “Libro Bianco”, ricordato come un evento funesto, la Gran Bretagna limita drasticamente l’immigrazione ebraica e l’acquisto delle terre. Il Libro Bianco che di fatto contraddiceva la lettera e lo spirito della dichiarazione Balfour ha impedito a migliaia di ebrei di sfuggire alla Shoà.
Il 1° settembre 1939 hitler invade la Polonia e questo frenò l’ostilità ebraica ma non l’intransigenza inglese nei loro confronti.
Il “Patria” un mercantile con 1800 persone a bordo che nel novembre 1940 gli inglesi stavano per dirottare verso le Mauritius dopo il divieto di sbarco ad Haifa, viene sabotato dall’Haganà (esercito di civili ebrei.. non esistevano formazioni militari) per impedirne la partenza.
Il piroscafo rumeno Struma carico di profughi arrivato sulle coste della Turchia dopo essere stato respinto dagli inglesi, venne respinto anche dai Turchi e colato a picco nel Mar Morto … 775 passeggeri morti.
Ben Gurion dichiarò comunque “combatteremo la guerra come se non vi fosse il libro bianco e combatteremo il libro bianco come se non vi fosse la guerra."C’era infatti un nemico molto più pericoloso per ebrei e inglesi: hitler.

Churchill accettò che si formasse una brigata di 26.000 ebrei dalla Palestina (La “Jewish Brigade Group”) che avrebbe combattuto con onore e grandi sacrifici di giovani vite anche in Italia negli effettivi dell’VIII armata del generale Alexander .

La rigidità britannica nell’applicazione del libro bianco non si attenuò neppure quando cominciarono a filtrare le prime notizie sugli orrori nazisti: mentre a Londra il parlamento inglese decretava un minuto di silenzio in segno di lutto per gli ebrei d’Europa, in Palestina continuavano a respingerli…
A guerra conclusa, la totale insensibilità inglese per il dramma dei campi di sterminio esasperò gli ebrei, che non tolleravano più l’arroganza di molti ufficiali inglesi.
Golda Meir (“La mia vita” Mondadori Milano 1976, p. 187) scrive "erano assai spietati e non erano solo le misure punitive a volte assai crudeli a rendere la situazione intollerabile; a esse si aggiungeva la consapevolezza che in ogni occasione essi aiutavano e favorivano gli arabi quando addirittura non li sobillavano contro di noi…”

giovedì 21 aprile 2011

Ospedali israeliani: dove umanità e spirito di servizio prevalgono su tutto il resto

Ci sono molte ragioni per essere pessimisti, e a volte disperarsi, per il conflitto israelo-palestinese. Eppure, anche quando tutto sembra senza speranza, la speranza trova il modo di apparire regalandoci una visione di quello che potrebbe essere al posto di quello che è. Recentemente ho intravisto un barlume di questa speranza in un contesto inverosimile: il sistema sanitario israeliano.
In dicembre mi sono sottoposto con il mio medico di famiglia a Gerusalemme est a un check-up di routine e ho ricevuto la notizia che tutti temono: avevo il cancro. Quello che era sembrato un piccolo bozzo nel collo era invece un cancro della tiroide, una notizia sconvolgente per una persona di meno di 30 anni. Rapidamente si decise per un intervento che venne fissato per il 17 maggio.
Chiamai immediatamente un mio caro amico, il dottor Adel Misk, un neurologo palestinese di Gerusalemme est. Misk lavora sia in ospedali israeliani che palestinesi, e cura nello stesso modo palestinesi e israeliani. Fu lui ad indirizzarmi alla sua collega, la dottoressa Shila Nagar, un’endocrinologa ebrea israeliana. Quando Misk mi mandò da Nagar non pensava in termini di palestinesi o israeliani, quanto piuttosto in termini di quale specialista potesse curarmi meglio. Non badava alle sue pratiche religiose o alle sue opinioni politiche, ma solo ai suoi risultati come medico.
Nella sala d’attesa fuori dell’ufficio di Nagar non potei fare a meno di notare quanti palestinesi c’erano. Non li disturbava il fatto che la dottoressa fosse ebrea, così come ai pazienti ebrei di Misk non dà alcun fastidio che egli sia un palestinese. Tutti gli stereotipi e le barriere del fervore nazionalista erano soppiantati da essenziali istinti di sopravvivenza.
Condivisi questi i miei pensieri sulla cooperazione medica israelo-palestinese con Nagar, la quale mi raccontò la storia di un suo amico ebreo che aveva problemi di prostata. Una notte, in preda a un blocco doloroso, si recò al pronto soccorso. Il medico di guardia era una donna araba e la cosa non gli fece piacere: doppia guaio, pensava, un medico arabo e donna. Dapprima si rifiutò di lasciarsi curare da lei; poi però, col dolore aumentava, cambiò idea e la richiamò. Ora, a diversi anni di distanza, quella donna araba è il suo medico di fiducia oltre che una cara amica. Questa esperienza personale fu l’esempio portato da Nagar di come l’umanità, e la necessità fisica, possono superare il nazionalismo.
Facciamo un salto in avanti e arriviamo al giorno della mia operazione. Per una specie di scherzo del destino, eccomi lì: un giornalista palestinese, avvolto in una camice d’ospedale coperto di stelle di David. Ero stressato e impaurito. Eppure nessuna di queste emozioni aveva a che fare con la nazionalità dei miei medici o i ricami sul camice. Avevo paura dell’operazione, e della possibilità di non risvegliarmi. Ad ogni modo, quando venni portato in sala operatoria, ricevetti un’altra dose di speranza. Avevo due chirurghi, uno arabo palestinese, l’altro ebreo israeliano. L’anestesista era un russo estremamente esperto e competente che scherzò con me finché non mi addormentai. La mia vita era nelle mani della équipe ideale.
Nel frattempo, la mia famiglia aspettava fuori. Mia moglie e mia madre erano entrambe in lacrime, e in seguito mi dissero d’essere state confortate da una donna ebrea che era in attesa del risultato dell’operazione di un suo parente.
Nel mezzo dell’odio, della rabbia e dei lutti del conflitto, si possono tuttavia vedere squarci di bontà. Purtroppo sono luci che spesso passano inosservate. Eppure esse offrono un esempio pratico del sogno che tutti noi condividiamo di un futuro in cui si possa vivere una vita piena e sicura senza la paura d’essere colpiti.
Il mio intervento andò benissimo, e sono rapidamente guarito. Inoltre, attraverso quest’esperienza dolorosa, ho potuto intravedere un barlume di speranza in quello che sembra un contesto senza speranza. Ho molte critiche da muovere alla politica d’Israele, ma il funzionamento del sistema sanitario israeliano e la sua capacità di separare nettamente la politica dalla medicina si sono guadagnati tutta la mia ammirazione.
Questo non vuol dire che il sistema sia perfetto. Come in ogni cosa che Israele e la Palestina si trovino a condividere, c’è sempre il rischio di essere depistati da intoppi assicurativi o burocratici. Ma al momento del dunque, medici israeliani e palestinesi condividono un impegno verso la vita umana che ignora le differenze etniche, religiose e nazionali. E quando viene il momento di scegliere un medico, basiamo la nostra scelta solo sul principio di quale di essi sarà più probabile che promuova la vita umana. Se solo votassimo in base allo stesso principio…
Sfortunatamente ho dovuto sperimentare di persona il sistema sanitario per poter apprezzare questo esempio di ciò che israeliani e palestinesi possono realizzare insieme. Nonostante i dolori e la sofferenza, sono grato di aver scoperto un tale tesoro nascosto dove l’umanità dà il meglio di sé.

(Da: Jerusalem Post, 23.08.10)

mercoledì 20 aprile 2011

Lettera dall’Iraq: “Ci hanno indottrinato contro Israele”

Il sito web in lingua araba del ministero degli esteri israeliano ha ricevuto sabato scorso una lettera da un iracheno che si dice costernato per il fatto che lui e i suoi concittadini hanno subito “un lavaggio del cervello contro Israele”. L’autore del messaggio aggiunge che i recenti attentati di Hamas contro civili israeliani hanno suscitato in lui un sentimento di “vergogna” per essere arabo e musulmano.
“Per tanto tempo – dice la lettera – abbiamo creduto che gli israeliani fossero pericolosi barbari, a causa del lavaggio del cervello che abbiamo subito durante il regime di Saddam Hussein; ma ora vedo come gli arabi vengono massacrati in modo ignobile e vergognoso da governanti sunniti e sciiti”.
Il messaggio è stato pubblicato dal ministero degli esteri israeliano sul suo sito web in lingua araba, visitato da utilizzatori di internet in tutto il mondo.
L’autore della lettera prosegue dicendo d’aver aperto gli occhi dopo aver visto medici israeliani che si prodigavano per curare una ragazzina palestinese. “Ciò che ha catturato la mia attenzione – scrive – è stato l’ospedale israeliano che ha curato la ragazzina palestinese malata di cancro. E ho visto il film sul pianista ebreo che ha tanto sofferto al tempo di Hitler” aggiunge, riferendosi con ogni probabilità a “Il Pianista” diretto nel 2002 da Roman Polanski.
L’iracheno dice che ha iniziato a studiare la storia degli ebrei e che spera di poter visitare un giorno Israele “per sconfiggere la paura inculcata in me dal lavaggio del cervello secondo cui gli israeliani sarebbero barbari e il loro paese uno stato terrorista”. E conclude: “Dopo aver visto il terrorismo all'opera in Iraq e il terrorismo che Hamas e palestinesi fanno contro di voi, ho incominciato a vergognarmi d’essere arabo e musulmano”.

(Da: YnetNews, 18.4.11)

martedì 19 aprile 2011

Cerchiamo la verità sulla morte di Vittorio Arrigoni

Milano, 17 aprile 2011. 
Vittorio Arrigoni è stato ucciso da militanti di Hamas. Fonti locali affermano che i due guerriglieri arrestati fanno parte dell'organizzazione armata palestinese. In un primo momento, il Movimento di resistenza islamico ha cercato di attribuire il crimine a una propria "cellula impazzita", arrestando due salafiti palestinesi, ma senza comunicare i loro nomi. Li ha condannati a morte. Ieri abbiamo chiesto intervento urgente ad autorità italiane, Commissione Ue e Nazioni Unite, per evitare che una frettolosa esecuzione ponesse fine alla questione. Purtroppo, al di là della propaganda, a Gaza City circolano armi, droghe pesanti e tanto denaro, proveniente anche dai traffici di esseri umani. Abu Khaled, il trafficante che detiene i prigionieri eritrei a Rafah, è un militante di Hamas ed è un notabile nei Territori, tanto che controlla una rete di tunnel e rilascia interviste sui quotidiani britannici, a nome del Movimento di resistenza islamico. Vittorio Arrigoni viveva da tre anni a contatto con questi individui e sapeva tante cose; sicuramente rappresentava un pericolo per qualcuno ed era testimone scomodo di affari loschi, rapimenti, omicidi, torture, stupri, estorsioni. Noi vogliamo la verità e ci stiamo opponendo all'impiccagione subitanea dei presunti assassini, dei quali deve essere dimostrata la colpevolezza e devono essere chiariti i moventi. Oggi Hamas cerca di coinvolgere Israele: una nuova tattica per confondere l'opinione pubblica, visto che a Gaza il Mossad non è nemmeno riuscito a rintracciare il caporale Shalit. E' importante che le autorità internazionali incontrino e ascoltino i guerriglieri arrestati e che si risalga ai veri esecutori dell'attivista. Le ideologie estremiste non aiutano, anche in considerazione del fatto che il crimine si è consumato in una zona al centro di altri gravi reati nonché di una vera e propria rete criminale. Oggi più che mai, serve obiettività.

Piccolo raduno degli odiatori di Israele a Tel Aviv. Ci sono andato anch'io, ecco com'è andata

di Giovanni Quer

Sabato sera a Giaffa si è tenuta una commemorazione per Vittorio Arrigoni, sotto la torre dell’orologio che Napoleone aveva voluto all’entrata nord della città. Gli organizzatori sono conosciuti come anarchistim neged hagader, anarchici contro la barriera, che appartengono a diverse organizzazioni e ONG e si ritrovano ogni venerdì a manifestare contro l’occupazione in diversi luoghi di tensione, tra cui Shekh el-Jarakh e Hebron.  Gli anarchistim neged hagader sono israeliani che manifestano in supporto ai palestinesi e anche se non si condividono le loro idee politiche sono il frutto di una cultura, quella israeliana, che premia la libertà e l’espressione di tutte le posizioni politiche, di tutte le tendenze culturali, di tutte le idee. Il loro impegno politico e culturale è accompagnato da un grande senso civile, che si esprime in diversi settori, tra cui l’acquisto solidale di prodotti palestinesi, come la birra Taybeh, e le espressioni linguistiche che preferiscono la declinazione femminile al maschile. La mail che chiamava tutti a commemorare la tragedia di Vittorio Arrigoni è circolata per tutti gli ambienti pacifisti e in molti sono arrivati alle otto sotto l’orologio di Giaffa, in particolare italiani, spagnoli e francesi.

Sul muretto che porta verso la torre brillavano quattro piccole candele, davanti alla foto di Vittorio Arrigoni, mentre alcune persone brandivano delle torce. Gli organizzatori a un certo punto hanno formato un cerchio, rispettando dei minuti di silenzio. L’atmosfera era triste, gli israeliani ammirano il coraggio di qualcuno che mette a rischio la propria vita tentando di contribuire alla risoluzione dei problemi in questa terra; gli internazionali che l’avevano conosciuto erano visibilmente commossi; i passanti commentavano il caso come un’altra tragedia ma anche con un sospiro di sollievo, perché Israele non è responsabile. Quest’atmosfera di “sacra tristezza” si è presto rotta al suono del megafono, brandito da qualche internazionale, che ha urlato a Israele tutto l’odio e tutto il rancore per lo Stato ebraico e per gli ebrei. Dopo la lettura di testi scontati e politicamente insipidi, ci si è spostati verso un bar: tutti seduti attorno ad un banchetto a celebrare una festa antisemita.
Una ragazza israeliana anarchica introduce la commemorazione dicendo per sommi capi quanto accaduto. È ora il turno di una ragazza italiana che legge un testo che dipinge Vittorio Arrigoni come devoto alla causa palestinese e alla causa della libertà. Questo amore per la libertà lo ha portato alla morte. Qui incominciano i problemi: l’amore per la libertà lo ha portato alla morte da chi la libertà non la vuole, non la conosce, la combatte. Ma tanto non è stato detto, quanto piuttosto il motivo per cui Vittorio Arrigoni era a Gaza, ossia per combattere l’inumano nemico israeliano. La morte di Arrigoni è stata associata direttamente alla violenza israeliana, quasi fosse morto per mano di un soldato delle forze di difesa israeliane. La lettura termina con una petizione: “non confondiamo i cittadini con i fanatici, le milizie con gli individui di fede islamica!” La petizione ha dell’oltraggioso! Non fare di tutti i palestinesi dei terroristi è certo fondamentale, non fare di tutti gli islamici dei fanatici è naturale, ma considerare tutti gli israeliani dei militari assassini o degli antipatici violenti coloni è invece accettato, automatico, ovvio, scontato e logico.
Dopo la commemorazione ci muoviamo verso un bar di Giaffa, dall’arredo simpatico ma dal cibo non proprio gustoso. Incomincio a parlare con uno degli anarchici israeliani e ne esce che abbiamo un’amica italiana in comune, parliamo di varie cose, anche di politica. Con gli italiani capisco che è più difficile parlare. Cerco di conversare, ma mi chiedono subito se sono israeliano, cosa faccio qui e perché parlo la “loro lingua”. Il mio aspetto semitrasandato mi fa apparire di sinistra ma evidentemente non abbastanza. Non si deve parlare ebraico e non si deve fare amicizia col nemico.
I camerieri fanno di tutto per sistemare i tavoli, prendono le ordinazioni e sono curiosi di sapere di questo strano gruppo con tanti italiani, qualche israeliano e qualche spagnolo. Allora gli attivisti si fanno diffidenti; credo sia per la tristezza, in fondo non è semplice dire che il ritrovo è una commemorazione di un amico assassinato da fondamentalisti islamici. La vera ragione si capisce invece dai commenti: “ma che vuole questo?” “ci stanno controllando” “non dir niente che va a chiamar la polizia” “strano che non ci abbiano ancora messo dentro”.
 Le cose degenerano quando arrivano i piatti. Qualcuno si lamenta della poca carne contenuta nei piatti—il che di per sé è strano visto che chiunque sia stato in Israele solitamente commenta delle porzioni pantagrueliche che servono in qualsiasi luogo di ristoro—e le battute cadono goccia goccia sul gruppo che si faceva più allegro. Un uomo di mezza età che fumava in continuazione commentava “certo che son proprio avari” a cui una ragazza, presente con il figlio, risponde “eh, da queste parti son così, la storia non si sbaglia mai”. Credevo d’aver sentito male, invece la conversazione ha fugato ogni dubbio. C’è chi ordina del vino e non lo vuole più bere perché è stato prodotto con uve del Golan. C’è un bambino del gruppo che gioca con delle pistole ad acqua bagnando tutti, comprese tre donne sedute al tavolo a fianco che chiedono se i genitori possono farlo smettere. Anche questa normale richiesta è fonte di duro commento sull’intera società israeliana: sono violenti, strano che non lo abbiano picchiato, guarda con che occhi lo guardano.
Una ragazza tedesca all’altra parte del tavolo si guarda in giro sorpresa. “Volevo vedere com’era Israele”, dopo anni che vive nei Territori, “ma mi dava fastidio l’idea di passare dalla parte dell’oppressore”. Mi chiede perché ho imparato l’ebraico, la lingua dell’oppressore, e tutto ciò che mi viene in mente è che lei parla tedesco, una lingua in cui sono stati progettati ordinati e messi in atto altri tipi di progetti! Per gli israeliani, anche se le cose sono cambiate, è sempre stato il tedesco la lingua che ricorda l’oppressione.
Guardo e ascolto queste gioiose ragazze e questi simpatici ragazzi impegnati a comperare solo prodotti palestinesi, a fare gli indecisi se sedersi o meno ad un tavolo in Israele, a parlare di Ramallah come di un posto molto più bello che Tel Aviv, a inveire contro chiunque fosse seduto al bar perché “come fanno a vivere così con tutto quello che fanno ai palestinesi?”
Le analisi politiche sono interessanti: chi avanza ipotesi di coinvolgimento israeliano perché Vittorio era un personaggio “scomodo”, chi sostiene che la sua morte sarà un pretesto per bombardare di nuovo Gaza. Non si capisce ora come Vittorio Arrigoni potesse ostacolare i progetti israeliani né si capisce come la sua morte potrebb’esser collegata a una decisione di intervento armato a Gaza.
Alcune pacifiste sono legate da relazioni amorose con gli anarchici israeliani, altri preferiscono non parlare nemmeno con gli israeliani, sognando di tornare in Palestina. La mia presenza non è benaccetta: non sono un anarchico e parlo ebraico. Sto con gli oppressori.
La rabbia e l’odio si spargono verso tutti, mentre ascolto con un orecchio gli italiani e parlo di tutto e di più con gli israeliani. L’Unione Europea ha accettato di avere una sede in Israele, un atto da collaborazionisiti, benché i soldi siano cari alle ONG. Gli israeliani stanno fra loro, in pochi parlano al nemico: anche questi israeliani postsionisti di estrema sinistra sono il nemico. Perché? Perché sono israeliani.
Cerco di parlare con qualcuno, nessuno parla arabo, mentre l’ebraico è una lingua che nessuno vuole imparare. Mi chiedo allora tutta questa fascinazione per il mondo arabo non li porta a voler comunicare con la gente comune?
Infine arriva il momento del conto. Con venti persone e più c’è sempre qualche problema. Chi si dimentica qualcosa, chi invece vorrebbe far finta di essersi dimenticato. Il cameriere chiede di sistemare i conti. Lo stesso cameriere che si era interessato al gruppo, che è stato in Italia dopo il servizio militare. “Proprio in Italia doveva veni’ sporco de sangue?” Sempre col sorriso chiede di nuovo di sistemare i conti perché altrimenti la differenza deve metterla di tasca propria. Il cliché antisemita riemerge, l’attaccamento ai soldi di “questi qui” è incredibile. Continuano a sentirsi commenti che ridicolizzano la celebrazione del sabato, ridicolizzano la celebrazione della Pasqua. Si descrivono Ramallah e Betlemme come delle isole di pace e meraviglia.
Come si può amare la Palestina e dirsi attivisti per i diritti dei palestinesi quando non si vuole riconoscere gran parte dei problemi e delle sofferenze dei palestinesi cristiani, delle donne palestinesi, delle donne e degli uomini palestinesi omosessuali?
Non voglio certo ripetere ciò che tutti si chiedono, ossia perché l’assassinio di Vittorio Arrigoni è un’altra occasione di spostare la colpa su Israele quando Israele nulla ha a che fare con tutto questo. Solo mi chiedo una domanda, tutto l’impegno politico, la passione per la libertà e la giustizia, come possono andare d’accordo con un odio viscerale contro Israele? Si chiede di non confondere tra individui e fondamentalisti, perché allora confondere tra individui e soldati? Perché nessuno si chiede come mai le donne palestinesi siano così poche alle manifestazioni degli anarchici? Perché si guarda con fascino il velo mentre il cappello di una donna ebrea religiosa è considerato un simbolo di oppressione? Come si può dire di esser contro il razzismo quando l’antisemitismo pervade l’animo e la mente di molti pacifisti? Come si può dire di esser per la convivenza quando si odiano gli israeliani?
Chiedere di distinguere i cittadini dai fanatici è legittimo per quanto attiene i palestinesi, ma applicare distinzioni in Israele è improprio. Si sapeva che i pacifisti non sono poi così pacifisti. Che sono animati da un grande odio. Che sono affascinati dalla violenza. Eppure vedere e ascoltare dal vivo è un’esperienza che colpisce e sconvolge. I sorrisi degli attivisti che temono di infettarsi al contatto con gli ebrei sono una delle cose più violente e spaventose. Gli occhi che odiano gli israeliani con cui spesso intrecciano relazioni amorose sono tra i più truci sguardi dell’umanità. Che differenza c’è tra un aguzzino e uno che fomenta gli aguzzini? Nessuna. Che differenza c’è tra un aguzzino e uno che lo celebra? Nessuna. Che differenza c’è tra chi odia gli ebrei, entra nelle loro case e sgozza donne uomini e bambini, e chi odia gli ebrei, non vuole sedersi ai loro tavoli, dimentica di condannare chi li trucida, e loda chi li assassina? Nessuna.
Qualche anno fa un arabo aveva ucciso un attivista italiano a Gerusalemme est perché pensava fosse ebreo, e il commento in Italia è stato “capiamo il gesto”. Oggi una cellula fondamentalista trucida un attivista italiano, e il commento in Italia è “non vogliamo che la salma passi per Israele”, nemmeno tutto il dolore del mondo, che forse solo gli israeliani possono capire e condividere, è apparentemente più forte dell’odio per gli ebrei, dell’odio per Israele.

lunedì 18 aprile 2011

Dieci anni fa si abbatteva su Sderot il primo razzo Qassam palestinese

Di Michael Omer-Man

Il 16 aprile 2001 venne lanciato da Gaza il primo di una interminabile serie di migliaia di razzi palestinesi tirati contro le comunità israeliane del Negev occidentale che sorgono attorno al confine della striscia di Gaza. Quel mattino di primavera gli abitanti di Sderot ebbero il primo assaggio di una forma di terrorismo che per i dieci anni successivi avrebbe contrassegnato la loro vita in quella che fino ad allora era stata una tranquilla cittadina del sud di Israele.
I razzi palestinesi si sono dimostrati un’autentica fonte di terrore per gli abitanti di Sderot e delle altre comunità dell’area. Diversi anni fa, la prima vittima di un attacco di Qassam spiegò al Jerusalem Post cosa significa vivere in un rifugio antiaereo, talvolta per settimane o mesi di seguito, spesso troppo atterriti per riuscire a portare i bambini a scuola. Purtroppo la sua storia è tutt’altro che eccezionale.
I razzi Qassam prendono il nome dallo sceicco Izz ad-Din al-Kassam, un “eroe palestinese” che venne ucciso dalla polizia del Mandato Britannico nel 1935. Nato in Siria (e non nella Palestina Mandataria, come peraltro molti dei “guerriglieri” arabi che si opponevano al sionismo e all’immigrazione ebraica), al-Kassam si trasferì a Haifa da dove guidò, fino al giorno della sua morte, attacchi terroristici sia contro gli abitanti ebrei della Palestina Mandataria, sia contro soldati britannici. Da allora è diventato un simbolo imperituro per i terroristi palestinesi e il suo nome è stato usato per indicare l’ala armata terrorista di Hamas, le Brigate Izzadin Kassam.
I terroristi palestinesi hanno iniziato a lanciare razzi Qassam sul Negev occidentale israeliano nel 2001, ma fu solo a partire dal ritiro unilaterale di civili e militari israeliani dalla striscia di Gaza del 2005 che i razzi iniziarono ad abbattersi sulle comunità israeliane con le terrorizzanti raffiche di centinaia o migliaia di ordigni all’anno che oggi ci sono famigliari. Prima del disimpegno, infatti, le comunità civili e le basi militari israeliane all’interno della striscia di Gaza costituivano bersagli assai più facili da raggiungere per i terroristi palestinesi. Dopo il disimpegno, invece, per Hamas e le altre organizzazioni terroristiche della striscia divenne assai più complicato attaccare israeliani: con una barriera di confine costantemente sorvegliata e pattugliata, e distanze relativamente più considerevoli fra loro e i loro bersagli, i razzi Qassam divennero l’arma di prima scelta.
I razzi Qassam sono a buon mercato e relativamente semplici da produrre usando materiali facilmente disponibili, e sono abbastanza piccoli da poter essere trasportati inosservati per la maggior parte del tempo. Di più. Essi si sono rivelati praticamente impossibili da bloccare con i normali sistemi anti-missile.
In un certo senso, peraltro, la scelta e lo sviluppo dei Qassam e di altri tipi di razzi e obici sono la testimonianza del successo delle tattiche anti-terrorismo degli israeliani; ma purtroppo rivelano anche i limiti di tali capacità: i servizi di sicurezza israeliani sono riusciti in generale ad eliminare gli attentati più tradizionali provenienti da Gaza; ma per controbilanciare questi vincoli operativi, Hamas e gli altri gruppi terroristici palestinesi hanno adottato i razzi Qassam come principale strumento terroristico.
I razzi Qassam hanno conosciuto un forte sviluppo dai tempi del loro primo utilizzo nel 2001. I Qassam della prima generazione avevano una gittata limitata a 3 km e potevano portare una carica di mezzo chilo di esplosivo. La terza generazione in uso oggi ha un raggio d’azione di 10 km e porta fino a 10 kg di esplosivo. Non basta. Dopo il ritiro israeliano e la conseguente presa del potere da parte di Hamas, il movimento ha importato nella striscia di Gaza anche razzi Grad di modello standard che hanno una gittata molto più lunga, potendo raggiungere obiettivi come le città israeliane di Ashdod, Ashkelon e Beersheba.
Caratteristicamente privi di sistema di guida e lanciati indiscriminatamente contro la popolazione civile israeliana, i razzi palestinesi costituiscono un chiaro crimine di guerra ad opera dei gruppi terroristici che ne fanno uso. Dal 2001 più di 20 israeliani, quasi tutti civili, e un lavorante thailandese sono stati uccisi dai razzi palestinesi sparati arbitrariamente dalla striscia di Gaza. I razzi hanno generato un costate stato di terrore nelle comunità civili israeliane in tutta la regione attorno alla striscia di Gaza, arrivando ormai a comprendere centinaia di migliaia abitanti. Anche l’introduzione del sistema di pre-allarme detto “codice rosso” non cambiò molto le cose giacché agli abitanti restano comunque solo una quindicina di secondi di tempo per precipitarsi a cercare rifugio in qualche luogo coperto.
Oggi Hamas - che, dopo le perdite subite nell’operazione israeliana del gennaio 2009, sta praticando un relativo contenimento dei lanci rispetto alle dimensioni dell’arsenale che si stima sia riuscita ad accumulare - sarebbe già potenzialmente in grado di raggiungere coi propri ordigni l’area metropolitana di Tel Aviv e altri importanti centri urbani israeliani che sorgono nel cuore economico e demografico del paese. Tale contenimento, tuttavia, non fa che sottolineare l’efficace minaccia rappresentata da questi ordigni poco costosi e di modeste dimensioni.
In questi giorni ricorrono i dieci anni dall’inizio dei lanci di razzi palestinesi volti a terrorizzare i civili israeliani del Negev occidentale. Da dieci anni gli israeliani di questa parte del paese, vecchi giovani e bambini, a causa degli ordigni fabbricati nelle cantine e nelle officine di Gaza vivono in uno stato di paura costante, soffrono di sindrome post-traumatica, rimangono feriti o mutilati, e più di due decine di loro hanno perso la vita (l’ultimo, domenica scorsa, Daniel Wipliech, lo studente israeliano di 16 anni rimasto gravemente ferito nel recente attacco palestinese con un missile anti-carro contro uno scuolabus, e che non è sopravvissuto alle ferite riportate).

(Da: Jerusalem Post, 15.04.11)

Abbiamo ucciso cinque ebrei israeliani

Servizi di sicurezza e Forze di Difesa israeliane hanno arrestato due palestinesi del villaggio di Awarta (Cisgiordania) con l’accusa d’aver perpetrato il massacro della famiglia Fogel a Itamar, lo scorso 11 marzo.
Il primo si chiama Hakim Mazen Awad ed è uno studente di scuola superiore di 18 anni, figlio di un attivista dell’organizzazione terroristica Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Lo zio, morto in uno scontro a fuoco con soldati israeliani nel 2003, era implicato nell’attentato terrorista a Itamar del giugno 2002 che aveva causato la morte di cinque israeliani.
L’altro arrestato è Amjad Mahmad Awad, anch’esso studente 19enne affiliato al Fronte Popolare, ma non imparentato col complice nonostante lo stesso cognome.
I due hanno confessato la loro responsabilità nei cinque omicidi, dicendo che loro intenzione era quella di compiere un attacco allo scopo di uccidere ebrei israeliani. Non hanno espresso nessun rimorso né rammarico per la strage perpetrata.
I servizi israeliani sono arrivati all’arresto dei due dopo intense indagini che hanno comportato l’interrogatorio di una grande quantità di persone potenzialmente informate sui fatti. Amjad è stato arrestato il 5 aprile, Hakim cinque giorni dopo.
Le indagini hanno rivelato che i due giovani avevano preso la decisione di realizzare un attentato terroristico solo tre giorni prima di compierlo, e che a tale scopo avevano cercato di procurarsi delle armi rivolgendosi a un militante del Fronte Popolare nel loro villaggio, peraltro senza successo. La notte dell’11 marzo decisero comunque di entrare a Itamar armati di coltelli per realizzare il loro proposito.
Intorno alle 21.00 i due tagliarono la rete di recinzione del villaggio israeliano e vi si infiltrarono coi volti coperti. Percorse poche centinaia di metri, dapprima entrarono in una casa vicina a quella dei Fogel, ma la trovarono vuota. Trovarono, tuttavia, e rubarono un mitra M-16, caricatori e un giubbotto antiproiettile in kevlar. Da lì passarono in casa Fogel. Pur essendosi resi conto già dall’esterno che nell’abitazione si trovavano dei bambini, per nulla turbati decisero di procedere. I primi due bambini, Yoav di 11 anni ed Elad di 4, vennero uccisi appena fatta irruzione nell’appartamento. Fu poi la volta dei due genitori, Ehud e Ruth, che – secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori – lottarono con i loro aggressori prima di soccombere per le numerose ferite riportate. Prima di andarsene, i due terroristi rubarono dalla casa un'altra arma. Appena fuori, tuttavia, intravidero un’auto di pattuglia e, temendo d’essere scoperti, rientrarono alla ricerca di altre armi. Malauguratamente fu a quel punto che la piccola Hadas, di tre mesi, si mise a piangere, rivelando la propria presenza ai due che la uccisero senza indugi. Circa gli altri due figli Fogel sopravvissuti, i due arrestati hanno detto di non essersi semplicemente accorti di loro, altrimenti non avrebbero esitato ad assassinarli come il resto della famiglia.
Compiuta la carneficina, i due terroristi fecero ritorno a piedi al loro villaggio dove si rivolsero ad uno zio di Hakim, Salah Awad, anch’egli membro del Fronte Popolare, raccontandogli in dettaglio cosa avevano fatto e chiedendo il suo aiuto. Salah Awad li aiutò a nascondere le armi e i vestiti macchiati di sangue. Più tardi fece trasferire le armi rubate a un abitate di Ramallah perché le nascondesse. Questi, quando è stato arrestato, era ancora in possesso delle armi sottratte a Itamar. Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato anche altre cinque persone, fra i parenti e gli amici delle due famiglie, a vario titolo implicate nel caso.
Secondo i servizi israeliani, benché i due terroristi fossero affiliati al Fronte Popolare l’attentato sembrerebbe frutto di una loro personale iniziativa, senza un vero coinvolgimento dell’organizzazione: una caratteristica, questa, che rende ancora più difficile per l’intelligence ottenere informazioni in anticipo che permettano di prevenire l’attentato. La questione è tuttavia ancora oggetto di indagine.
Fonti vicine agli investigatori riferiscono che i due arrestati hanno offerto un resoconto totalmente distaccato dell’attentato, con una “agghiacciante” ricostruzione dei fatti sul luogo della strage. Ufficiali dei servizi l’hanno descritta come una delle “descrizioni più scioccanti, gelide, impietose e dettagliate” in cui si fossero mai imbattuti. Amjad ha detto, fra l’altro, di essere arrivato a Itamat deciso a “morire da martire”, cosa che poi non ha fatto ma che avrebbe rafforzato la sua determinazione nel realizzare l’atto di terrorismo. Durante tutto l’interrogatorio, i due non hanno mai fatto nessuna distinzione fra l’uccisione dei due genitori adulti e quella dei bambini, descrivendo il tutto semplicemente come un atto compiuto contro “cinque ebrei israeliani”.

(Da: YnetNews, 17.4.11)

domenica 17 aprile 2011

Questo era Arrigoni


In questa foto è a braccetto con il capo mafia di hamas Hanye che come il suo sodale di hezbollah Nasrallah, vive nei bunker e nelle fogne per paura di un missile israeliano....
Amico dei terroristi di hamas, odiatore di Israele e degli Ebrei, ecco chi era Arrigoni.
Mo lo vogliono pure insignire del Nobel per la pace!!!
ORRORE!!!

ERA UN VIOLENTO ALTRO CHE PACIFISTA!!!

Nazisti e comunisti: una faccia una razza...

(ASI) L'ufficio stampa della federazione prov.le di Forza Nuova Palermo ha diffuso la seguente nota sulla tragica morte di Vittorio Arrigoni. "Anni luce ci separano dalla visione del mondo che aveva Vittorio Arrigoni, ma la nostra storica e autentica vicinanza alla causa palestinese - di cui anche chi più affine a lui ideologicamente ha dovuto prendere atto - e l'attenzione che di conseguenza prestavamo al suo prezioso lavoro, unite alla cristiana pietà per la vittima di un barbaro assassinio, ci impongono di manifestare il sentito cordoglio del nostro movimento alla famiglia e a chi si batteva con lui.            
Sul movente e sulle reali responsabilità delll'orrendo crimine di cui Arrigoni è stato vittima - indegno anche del più feroce dei gruppi terroristici che, da sempre, quando impone un ultimatum ha interesse a rispettarlo - facciamo nostre le parole del presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun, che ha dichiarato: "Siamo convinti che dietro il rapimento di Vittorio Arrigoni ci sia Israele e il suo tentativo di fermare la Freedom Flotilla per Gaza"


questo comunicato è la summa teologica di tutti gli orrori possibili.
Da queste parole si evince quanto nazisti e comunisti siano vicini e perseguano gli stessi fini ...

Lasciatelo là

di Maurizio Belpietro

Credo che la perdita di un figlio sia un dolore così lancinante da giustificare qualsiasi reazione, anche la più assurda. Ciò detto, posso affermare che le frasi della madre di Vittorio Arrigoni mi mettono a disagio? Un genitore di fronte alla morte può reagire piangendo, strappandosi i capelli, inveendo contro gli assassini oppure chiudendosi in un silenzio totale per isolarsi dal mondo. Ma che c’entra prendersela con chi non ha nulla a che fare con la fine di tuo figlio? Quale senso può avere chiedere che il cadavere non transiti nemmeno per Israele, ma sia riportato in Italia passando dal Cairo? Non è stato un soldato dell’eser - cito di David a strangolare Vittorio Arrigoni e neppure un militante di qualche gruppo terrorista dell’estrema destra di Tel Aviv. A soffocarlo con un sacchetto di plastica sono stati alcuni fanatici appartenenti ai sanguinari gruppi salafiti operanti a Gaza, i quali si oppongono ad altri integralisti che fanno parte di Hamas. Il pacifista italiano, morto in una baracca araba e non in una prigione israeliana, è rimasto vittima di una faida tra palestinesi e fondamentalisti, non di una sparatoria con i coloni. Eppure i genitori di Vittorio Arrigoni paiono avercela più con Israele che con chi l’ha ammazzato. La mamma, che le cronache descrivono come una donna gentile e generosa, sempre pronta ad aiutare gli altri e a impegnarsi a favore dei più deboli, ha espresso un solo desiderio, e cioè che il corpo del figlio ritorni in patria senza nemmeno sfiorare il suolo di Israele. La signora Egidia Beretta, sindaco di centrosinistra in un paesino del lecchese, lo ha detto ai giornali appena appresa la notizia dell’assassinio e lo ha fatto ribadire dall’avvocato che intrattiene i rapporti con la Farnesina, ponendola come condizione irrinunciabile. Anche a costo di ritardare l’arrivo in Italia della bara, giacché il confine con l’Egitto è chiuso da anni, Vittorio deve rientrare passando per il valico di Rafah, quasi che il solo transito per l’aero - porto di Tel Aviv rischi di corromperlo e di contaminarne gli ideali. Che il giovane volontario lombardo odiasse tutto ciò che gli ricordava la stella di David è noto. Sul suo blog si possono leggere le parole con cui accusava il premio Nobel per la pace Simon Peres di sterminare i bambini con le bombe al fosforo bianco, o il disgusto con cui rifuggiva dai libri di scrittori israeliani favorevoli al dialogo con i palestinesi come Amos Oz e Abraham Yehoshua, definendole pagine sporche di sangue. E dunque comprendo che la madre - la quale ha dichiarato di condividere le opinioni del figlio e di essere orgogliosa di lui - voglia idealmente proseguirne la battaglia, a nome di coloro i quali Vittorio riteneva essere gli unici e i soli oppressi. Ma almeno nel momento della morte, almeno di fronte al cadavere di un giovane uomo di 36 anni, il quale è stato assassinato da troppo odio, non sarebbe auspicabile un gesto di pace? Non dico di rinunciare alle proprie idee e nemmeno di assumere atteggiamenti ipocriti che annullino differenze che ci sono state e ci sono. Penso solo che di nessun corpo, tantomeno quello di un figlio, si dovrebbe fare un uso simbolico, meno che mai politico, come quello di farlo passare per un confine bloccato da anni per impedire che da lì vi transitassero le armi. Nonostante sul suo sito Arrigoni esortasse a sguinzagliare le bestie contro i coloni e sebbene egli definisse Israele uno stato criminale e razzista, spiegando che disgustoso era sinonimo di sionista, i suoi articoli e le corrispondenze su Internet si concludevano sempre con l’invito a restare umani. Ecco, appunto: almeno adesso che una banda di tagliagole islamici lo ha ferocemente ucciso, non sarebbe ora di ritornare a essere umani? Se al contrario la madre volesse davvero fare di suo figlio un simbolo, allora abbia il coraggio di lasciarlo là dove l’hanno ucciso: a futura memoria per i suoi assassini. I quali, val la pena di ricordarlo, non sono israeliani.

Libero

Odio imbarazzante e assoluto

di Deborah Fait

Ormai, niente piu' e' incredibile a questo mondo.
La salma di Vittorio Arrigoni ancora non e' arrivata in Italia avvolta nelle bandiere palestinese e italiana , che si e' gia' scatenata una campagna di odio  contro Israele, odio che ci aspettavamo ma non in forma cosi' virulenta. 
Appena accaduto il fatto, l'assassinio di Arrigoni da parte di una cellula di hamas, molti di noi avranno pensato "adesso i pacifinti filopalestinesi apriranno gli occhi, capiranno con chi hanno a che fare", poi ecco apparire i primi titoli su internet "hamas accusa Israele...Israele il mandante....cui prodest?"....con evidenti insinuazioni a Israele.
A Hanyie' non pareva vero di avere tra le mani una cosi' grande occasione e l'ha sfruttata  con maestria ben sapendo che ogni menzogna contro Israele viene sempre creduta, senza prove, mica servono prove per demonizzare Israele, lo si fa e basta, c'e' sempre  chi accoglie le accuse con gioia e soddisfazione. 
In ogni forum "progressista " si legge odio  furibondo, il mio blog e' stato letteralmente assalito da pazzi furiosi che mi descrivono come una vergogna umana, una nazista, fascista, per non parlare delle parole irripetibili che mi rivolgono. Sembra una catena di montaggio, 10, 20 messaggi tutti in un colpo, non faccio in tempo a cancellare che ne arrivano altri 30. 
Un bombardamento di odio.
Davanti alla morte si china la testa e nessuno ha espresso soddisfazione per cio' che e' successo a un cosi' veemente nemico di Israele ma , a mio modo di vedere, la morte non rende santi e non posso accettare che vengano chiamati pacifisti personaggi come Arrigoni o la Corrie. Un pacifista deve amare tutti non odiare un popolo e amarne un altro. 
Questo non e' pacifismo ma partigianeria e contro Israele la partigianeria e' di una perfidia degna della propaganda nazi-fascista.
Vittorio Arrigoni, come Rachel Corrie, era un esaltato, piu' che amore per i palestinesi era pieno di odio per gli ebrei e Israele, un megalomane, una specie di frappe' tra l'odio per Israele della sinistra e l'odio per gli ebrei del cristianesimo, il tutto espresso con tale convinzione  e violenza da impressionare i sordi, i ciechi e i muti. 
Raccontano che a Gaza, durante il Piombo Fuso, si mettesse in piedi, a poche centinaia di metri dalle postazioni di Zahal, a mo' di scudo umano, per farsi colpire. Un vero macho. 
Cosi' aveva fatto la Corrie, mentre i suoi compagni si allontanavano dalla zona di guerra vietata ai civili, lei e' rimasta la' seduta per terra, a difendere il nulla perche' c'erano solo case diroccate, finche' il bulldozer non la investi'. L'autista, dall'alto del bulldozer,  non l'aveva vista ed era convinto che tutti i fanatici di ISM se ne fossero andati.
Rachel Corrie e' diventata l'eroina uccisa dai perfidi israeliani.
Vick  Arrigoni, e' diventato un eroe perche', anche se lo hanno ammazzato i palestinesi, per i suoi simpatizzanti il colpevole e' Israele. 
Potevamo avere dei dubbi?
La storia si ripete sempre, questa volta proprio da manuale: i palestinesi uccidono e Israele viene incolpato.
A proposito di palestinesi, amici, e' stata coniata una nuova parola: i palestinesi buoni, quelli di hamas per intenderci, sono palestinesi. Quelli cattivi che hanno impiccato Arrigoni non sono palestinesi ma salafiti. Pochi sanno chi siano i salafiti, la solita casalinga di Voghera potrebbe pensare che siano una nuova popolazione tanto cattiva che ammazza i bravi pacifisti. 
Salafiti...mica arabi.
Non ci crederete ma oggi ho letto sul web questa frase:
"Missili salafiti sono caduti nel Neghev" .
Capito? ma avete capito davvero? io non sapevo se ridere o piangere o mettermi a urlare.
I salafiti, marziani, gente non meglio identificata che fa tutte le cose che i buoni palestinesi rifiutano perche', se ancora non lo sapete, i palestinesi sono ...... non-violenti.
Il nostro Vick, anzi il loro Vick, ha ottenuto in morte quello che non aveva ottenuto in vita nonostante i suoi sforzi, una tremenda e rinnovata campagna di odio contro Israele.
Missili salafiti!
Evviva i santi palestinesi!
Missili salafiti, missili salafiti. 
Un missile salafita ha mandato in coma giorni fa un ragazzo israeliano. 
Salafiti, mica palestinesi, i palestinesi sono gandhiani, sono la' a gambe incrociate e a torso nudo, colla kefiah a coprire le vergogne, che accarezzano con amore i loro missili Grad, poi arriva un cattivo salafita e li spara contro Israele tra i loro lamenti gandhiani.
Lasciamo da parte le comiche perche' si parla di tragedie quindi torniamo a Vittorio Arrigoni.
Arrigoni e' stato per tre anni a Gaza,  ha vissuto per tre anni a stretto contatto con i nenonazi di hamas e non ha mai detto una sola parola, neanche a, niente, il restiamo umani lo teneva per salutare gli amici dopo aver scritto cose spaventose e tremende su Israele 
Ve le ricordate le due Simone?Questi giorni parecchi le nominano.  Ve le ricordate come sono tornate, dopo la prigionia in Iraq, praticamente innamorate dei loro carcerieri musulmani? Una di loro, se non ricordo male , pare sia diventata figlia di Allah.
Devono avere un grande potere gli arabi, fanno innamorare donne e uomini, li conquistano, che poi siano sgozzatori o kamikaze  e' solo un particolare....salafita e comunque e' tutta colpa di Israele e dell'Occidente, maledetti, responsabili di tutti i mali che affliggono i poveri arabi. 
.
Ma lo sapete quale e' la notiziona di oggi, fresca fresca? Non ci crederete.
La sua famiglia ha chiesto di portare la salma in Italia attraverso l'Egitto perche' non sia contaminata dal suolo dell'odiato Israele, chissa' magari qualche ratto ebreo uscito dalle fogne potrebbe toccarla.
Mi e' venuto in mente, chissa' perche',  il detto "la mela non cade lontana dall'albero".
Vittorio Arrigoni era figlio di questa famiglia.
Restiamo umani, diceva Vick, mentre dava a Shimon Peres del criminale di guerra e dell'assassino, mentre rimproverava Saviano per aver osato parlar bene del nazista Israele durante una festa organizzata a Roma dai "coloni". 
Giuro che li chiama cosi', coloni! ascoltate questo YT per credere: http://www.youtube.com/watch?v=NBgI_QWgXaI
 
Ebrei italiani voi siete coloni,  siete stranieri in Italia, colonizzate Roma, Milano, Trieste, Torino. Fuori brutti ebreacci, fuori dall'Italia, fuori da Israele, fuori dall'Eurabia.
Dove volete andare? Da nessuna parte, ebrei, scomparite! 
Non bisogna parlar male dei morti, mi dicono insultandomi. Va bene ma se un morto, da vivo, ha incitato all'odio razziale raccontando menzogne, facendo passare Israele per uno stato criminale e nazista, gli israeliani come dei violenti criminali, gli ebrei coloni da scacciare, i -palestinesi santi da adorare, cosa devo dirgli dopo che e' morto? Birichino?
Quando uno afferma che la navi da guerra iraniane passate da Suez erano solo pescherecci palestinesi, cosa devo dirgli? Bugiardone?
Aveva 36 anni, e' stato ammazzato dai tagliagole pales....pardon , salafiti, vittima di quel terrorismo che difendeva chiamandolo lotta armata dei suoi amati contro l'occupazione fascista di Israele. 
Arrigoni era un estremista in forte odore di razzismo antiebraico, non un pacifista ma, siccome sono una persona pietosa,  non posso che esprimere contentezza che la bara in cui riposa non sia contaminata passando da Israele, paese odiato di un odio addirittura imbarazzante.
Vittorio Arrigoni, non posso dirti riposa in pace perche' non lo accetteresti da uno di "noi" ma forse potro' stare in santa pace io, dimenticandoti.
 
ps. gli assassini palest....pardon salafiti, hanno confessato. Cosa dite, i suoi fan si rassegneranno o continueranno ad accusare Israele? Ai posteri......

Informazionecorretta