Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

lunedì 30 maggio 2011

Riconsiderando l'opzione giordana

Da un articolo di Asaf Romirowsky

Lo scorso febbraio Human Rights Watch, che si definisce il difensore mondiale dei diritti delle minoranze, ha diffuso un rapporto di 60 pagine intitolato “Di nuovo senza stato: giordani di origine palestinese deprivati della loro nazionalità”, nel quale veniva documento come la Giordania privi i suoi cittadini palestinesi originari della Cisgiordania di diritti fondamentali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. A suo tempo il rapporto ricevette poca attenzione, ma oggi, fra le crescenti tensioni che agitano il regno hashemita, la questione dei giordano-palestinesi torna di bruciante attualità.
Gli analisti israeliani avvertono che, qualora il governo giordano dovesse diventare più rappresentativo, il 72% di popolazione palestinese del paese potrebbe assumerne il controllo effettivo e la Giordania (che sorge su una parte della Palestina storica e di quello che era inizialmente il Mandato Britannico sulla Palestina) diventerebbe in pratica la “Palestina” (vale a dire, lo stato palestinese).
Il concetto di un controllo politico palestinese sulla Giordania non è nuovo. Negli anni tra la guerra d’indipendenza israeliana del 1948 e la guerra dei sei giorni del 1967, v’erano politici israeliani sia di sinistra che di destra che si facevano promotori dell’approccio politico noto con lo slogan: “la Giordania è la Palestina”. Mentre difendevano Israele dall’aggressione congiunta dei paesi arabi, proponevano che la Giordania (che allora si estendeva su entrambe le sponde del Giordano, avendo unilateralmente annesso la Cisgiordania occupata nel 1948) diventasse la patria palestinese. Vari esponenti israeliani proposero diversi scenari per una confederazione giordano-palestinese che raggruppasse la sponda est (Transgiordania) e la sponda ovest (Cisgiordania) del Giordano sotto un’unica amministrazione.
Ma la cosa non è così semplice. Come giustamente sottolineò nel 1986 Dan Schueftan, autore di “Opzione giordana”, una tale sistemazione dipenderebbe innanzitutto dalla qualità delle relazioni israelo-giordane, e da come le due parti considerano le potenziali minacce da parte della popolazione palestinese in mezzo a loro. In effetti negli anni che seguirono la guerra dei sei giorni la monarchia giordana fu assai diffidente nei confronti dei palestinesi. Nel 1970 il capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, tentò l’assalto alla sovranità del paese (e fu severamente sconfitto). Dopodiché Amman decise di bloccare il flusso di palestinesi dalla Cisgiordania verso la Transgiordania allo scopo di preservare la struttura politica hashemita del regno.
Successivamente, nel 1988, i giordani rinunciarono – entro certi limiti – alle loro rivendicazioni sulla Cisgiordania; nei primi anni ’90 sostennero la creazione dell’Autorità Palestinese, e nel 1994 fecero la pace con Israele: il tutto tentando di dissociarsi completamente dalle sorti dei palestinesi e di impedire un ulteriore afflusso di palestinesi nel loro paese.
Dal canto suo Gerusalemme per lungo tempo ha fatto affidamento – entro certi limiti – sulla monarchia hashemita per il mantenimento della stabilità e della sicurezza su entrambe le sponde del Giordano. Sia Amman che Gerusalemme, in effetti, si rendono conto che le rispettive esigenze di sicurezza sono strettamente connesse fra loro. La Giordania si avvantaggiava dei periodi di relativa quiete e prosperità al di là del confine. Di conseguenza le forze di sicurezza giordane venivano coinvolte sempre più in Cisgiordania, fino al punto di condurre sessioni di addestramento congiunto con le forze dell’Autorità Palestinese. Si trattava della classica situazione che conviene a tutti: Giordania, Israele e palestinesi di Cisgiordania.
Il problema, oggi, è che i tradizionali centri di potere in Giordania non sono affatto contenti dell’aumento di influenza dei palestinesi nel loro paese. I capi tribali sono risentiti con la regina Rania, nata in Kuwait da una famiglia con radici in Cisgiordania, per il suo aperto sostegno alla causa palestinese. Tant’è che di recente 36 capi tribali hanno reso di pubblico dominio le loro contestazioni alla posizione di Rania nel timore che possa accelerare la lenta presa di controllo del regno da parte palestinese.
Tuttavia, mentre le speranze in una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese sembrano farsi sempre più tenui, questo approccio apparentemente paradossale potrebbe rivelarsi l’ultima opzione possibile. Il problema è che potrebbe ulteriormente infiammare i gruppi estremisti palestinesi e la Fratellanza Musulmana che traggono gran parte della loro forza dalla disillusione dei palestinesi di Cisgiordania e Transgiordania. Con la crescita di questi gruppi in Giordania, lo stesso accordo di pace fra Gerusalemme e Amman potrebbe essere a rischio.
Ciò nondimeno, per quanto sgradevole possa essere ammetterlo per palestinesi, israeliani e giordani, l’opzione giordana potrebbe rivelarsi la carta migliore che hanno in mano.

(Da: YnetNews, 23.4.11)

giovedì 26 maggio 2011

Netanyahu agli USA

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto martedì il suo atteso discorso di fronte al Congresso americano (qui è visibile il video integrale dell’intervento) , che lo ha accolto con calorosi applausi ed ovazioni. Nel suo discorso, Netanyahu fra l’altro ha sollecitato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a strappare il patto con Hamas e fare la pace con lo stato ebraico, sottolineando che Israele è pronto a ritirarsi da parte degli insediamenti in Cisgiordania.

“Sono profondamente commosso da questo vostro caloroso benvenuto – ha esordito il primo ministro israeliano – e sono profondamente onorato dell’opportunità che mi date di rivolgermi a questo Congresso per la seconda volta [dopo quella del 1996]. Vedo qui molti vecchi amici ed anche un bel po’ di amici nuovi, sia democratici che repubblicani. Israele non ha un amico migliore dell’America, e l’America non ha un amico migliore di Israele”.

“Come mai finora la pace ci è sfuggita? – si è poi domandato Netanyahu, passando ad analizzare il conflitto arabo-israeliano – Perché finora i palestinesi non sono stati disposti ad accettare uno stato palestinese se questo significa accettare uno stato ebraico al suo fianco. Noi desideriamo che i palestinesi vivano liberamente nel loro stato. Perché i palestinesi non sono disposti a riconoscere lo stato ebraico di Israele, e continuano a inculcare nei loro figli l’odio verso Israele? Abu Mazen deve fare quello che ho fatto io quando ho detto ai miei concittadini che avrei accettato uno stato palestinese: deve dire alla sua gente di accettare Israele come stato nazionale del popolo ebraico”.

Netanyahu ha rimarcato che Israele non è una potenza coloniale. “Il popolo ebraico – ha detto – non è un occupante straniero. Noi non siamo gli inglesi in India, o i belgi in Congo. Questa è la terra dei nostri padri: nessuna distorsione della storia potrà mai smentire il legame di quattromila anni tra il popolo ebraico e la terra ebraica”.

“La storia ci ha insegnato a prendere sul serio le minacce – ha continuato il primo ministro – Israele si riserverà sempre il diritto di difendersi. La pace con Giordania ed Egitto non è sufficiente: dobbiamo trovare un modo per fare pace con i palestinesi”. Riconoscendo che lo stato palestinese dovrà essere “abbastanza grande da essere vitale”, Netanyahu ha affermato: “Sono pronto a fare dolorose concessioni pur di arrivare alla pace. In quanto leader, è mia responsabilità guidare il mio popolo alla pace. Non è facile, perché mi rendo conto che per un’autentica pace ci verrà chiesto di cedere parti dell’ancestrale patria ebraica. Saremo generosi – ha continuato il primo ministro – circa le dimensioni dello stato palestinese, ma saremo molto determinati su dove porre i confini. Come ha detto il presidente Barack Obama, il confine definitivo sarà diverso da quello del 1948. Israele non tornerà alle linee del 1967”. Gerusalemme, in ogni caso, “deve rimanere la capitale unita d’Israele”. Solo lo stato democratico d’Israele, ha sottolineato Netanyahu, “ha protetto la libertà di tutte le religioni” nella città santa.
Netanyahu ha dichiarato che lo status degli insediamenti (in Cisgiordania) verrà concordato nel quadro dei negoziati di pace, e ha aggiunto: “In qualsiasi vero accordo di pace che ponga fine al conflitto, una parte degli insediamenti finirà col trovarsi al di là delle frontiere di Israele”, e in ogni caso “l’esatto confine verrà stabilito nel negoziato”. Anche il problema dei profughi e dei loro discendenti, ha aggiunto, dovrà trovare soluzione al di fuori delle frontiere di Israele.
Citando il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dal Libano meridionale, “da dove Israele ha poi ricevuto solo missili”, il primo ministro ha messo in guardia rispetto al pericolo di un massiccio afflusso di armi nel futuro stato palestinese, che potrebbero essere usate contro Israele dopo che si fosse ritirato dai territori. Per questo, lo stato palestinese dovrà essere smilitarizzato e dovrà permanere una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano, lungo il confine con la Giordania.

All’inizio del discorso Netanyahu si è congratulato con gli Stati Uniti per l’eliminazione del capo di al-Qaeda, Osama bin Laden: “Che sollievo!”, ha esclamato. Ed ha ringraziato il presidente Obama per il suo forte impegno verso la sicurezza di Israele. “Israele – ha poi aggiunto – non negozierà con un governo palestinese sostenuto dall’equivalente palestinese di al-Qaeda. Hamas non è un interlocutore per la pace, giacché rimane votata al terrorismo e alla distruzione di Israele. Hanno una Carta che non invoca soltanto l’annichilimento di Israele. Essa dice: uccidete gli ebrei”. Netanyahu ha anche ricordato che il capo di Hamas ha condannato l’uccisione del “martire” bin Laden. È vero che la pace va negoziata coi nemici, ha osservato Netanyahu, “ma solo coi nemici che vogliono fare la pace”.

A un certo punto il discorso è stato interrotto da una manifestante, alla quale il primo ministro israeliano ha reagito dicendo: “Sapete, io prendo come un onore, e sono certo che lo fate anche voi, il fatto che nella nostra società libera si può manifestare. Nei ridicoli parlamenti di Tripoli e di Teheran questo non potrebbe accadere: ecco la vera democrazia”. Netanyahu ha ricordato di nuovo al Congresso che Israele è la sola democrazia in un turbolento Medio Oriente. “In un Medio Oriente instabile, Israele è l’unica àncora di stabilità” ha affermato, ribadendo che Israele sarà sempre amico dell’America.

Infine Netanyahu si è rivolto direttamente al presidente Abu Mazen sollecitandolo a cancellare l’accordo di riconciliazione con Hamas. “Straccia quel patto con Hamas – ha detto – siediti a negoziare per fare la pace con lo stato ebraico, e Israele sarà fra i primi a dare il benvenuto a uno stato palestinese”.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post, 24.5.11)



VIDEO Boicot a Israel Entrevistamos a boicoteador selectivo.

mercoledì 18 maggio 2011

Nakba day: attentato a Tel Aviv ma nessuno ne parla. Ora si teme il peggio

di Sharon Levi
Ieri i giornali di tutto il mondo hanno dato ampio risalto alla reazione dell’esercito israeliano al tentativo di centinaia di palestinesi di infiltrarsi in Israele, reazione che ha provocato una ventina di vittime e diversi feriti. Ma nessuno ha dato la notizia dell’attentato terroristico avvenuto ieri a Tel Aviv dove ha perso la vita un giovane israeliano e nel quale si sono registrati 17 feriti di cui alcuni gravi.
La vittima si chiamava Aviv Morag, 29 anni, ed è stato falciato insieme ad altre decine di persone da un arabo israeliano che con il suo mezzo si è gettato contro un gruppo di pedoni al grido di “Allah Akhbar” con la chiara intenzione di provocare una strage. L’uomo, arrestato dalla polizia, ha prima fornito una versione basata sul fatto accidentale, poi schiacciato dalle testimonianze le quali hanno riferito che l’uomo a bordo del suo camion aveva bruciato volontariamente diversi semafori, tamponato diverse macchine e poi si era gettato volontariamente sul gruppo di pedoni, ha dovuto cedere all’evidenza ammettendo la sua intenzione stragista e permettendo alla polizia di arrestare un suo complice che era già pronto a compiere un atto simile. I due volevano commemorare il giorno della cosiddetta Nakba provocando una strage di israeliani.
Questo episodio deve far riflettere sulla situazione che si sta vivendo in questi giorni in Israele, una situazione che vede lo Stato Ebraico contrastare i ripetuti tentativi da parte araba di infiltrarsi in territorio israeliano al fine di commettere atti di terrorismo. Non solo ci si deve guardare dalle minacce esterne ma anche da quelle interne portate avanti da alcuni arabi con cittadinanza israeliana. Di questo fatto però nessuno ne parla.
Intanto l’esercito israeliano ha innalzato ai massimi livelli l’allerta attentati per i prossimi giorni. Oggi sono previste manifestazioni arabe lungo il confine con la Siria, la Giordania, il Libano e la Striscia di Gaza, manifestazioni dove si prevede una affluenza di migliaia di persone. I confini con la Cisgiordania sono chiusi fino a nuovo ordine. In settimana, secondo fonti di intelligence, è prevista una manifestazione organizzata da Hamas che cercherà di raggiungere il Negev. Dall’Iran e dalla Siria arrivano inviti alla terza intifada e si teme che i più esagitati seguiranno il consiglio, magari con il prezioso aiuto di qualche infiltrato. La polizia ha reso noto questa mattina di aver arrestato un pericoloso siriano che ieri era riuscito a infiltrarsi in Israele. L’uomo era a Gerusalemme Est in compagnia di un palestinese e aveva addosso una importante somma di denaro che si teme potesse servire per finanziare atti di terrorismo in Israele.
Inutile negare che la preoccupazione per eventuali atti di terrorismo in Israele è molto elevata. Ad aggravare la situazione ci sono elementi esterni che soffiano sul fuoco e usano i palestinesi come carne da macello allo scopo di avere le basi per attaccare strumentalmente Israele, cosa già successa ieri quando l’IDF ha reagito agli attacchi e ai ripetuti tentativi di violare la sovranità israeliana.

sabato 14 maggio 2011

Nakba: la responsabilità che gli arabi non vogliono ammettere

Di Shlomo Avineri
I tentativi di vari esponenti dell’estrema destra israeliana di impedire ai cittadini arabi del paese di commemorare la “Nakba” sono meschini, sciocchi e destinati a fallire. Ma le iniziative dell’estrema sinistra volte a trasformare il “giorno della Nakba” in una giornata commemorativa condivisa da tutti i cittadini d’Israele sono altrettanto sbagliati e condannati all’insuccesso. Israele non è uno stato binazionale, e con tutto il rispetto per liberalismo e umanesimo è arduo trattare allo stesso modo la vittoria degli aggrediti e la sconfitta degli aggressori.
Quel che si può chiedere alla maggioranza ebraica d’Israele è di portare rispetto per il lutto dei palestinesi. Il che, però, è reso difficile dal modo in cui la narrazione palestinese ha finora presentato la Nakba, e i liberal israeliani dovrebbero essere abbastanza intellettualmente onesti da fare i conti con questo fatto.
Innanzitutto, il concetto stesso di Nakba, parola araba per “catastrofe” o “disastro” – come se gli eventi del 1948 fossero una calamità naturale, anziché il risultato di azioni umane – offusca il contesto storico degli eventi. La cosiddetta Nakba non fu un disastro naturale. Fu la conseguenza di una sconfitta politica e militare, frutto a sua volta di decisioni politiche la cui responsabilità ricade su specifiche persone. 
In secondo luogo, nel mondo arabo in generale e fra i palestinesi in particolare c’è grande riluttanza a confrontarsi con la Shoà. Nondimeno spesso si sente condurre un parallelo fra Shoà e Nakba: un parallelo che è in se stesso moralmente ottuso. Ciò che accadde ai palestinesi fra il 1947 e il 1948 fu il risultato di una guerra in cui arabi e palestinesi vennero sconfitti, laddove la Shoà fu lo sterminio metodico e pianificato di una massa di civili: i sei milioni di ebrei d’Europa assassinati nella Shoà non erano scesi in guerra contro la Germania. Anzi, gli ebrei di Germania erano in realtà buoni patrioti tedeschi, e molti ebrei dell’Europa orientale vedevano nella cultura tedesca l’apice della civiltà europea.
In terzo luogo, ed è forse il punto più importante, il discorso palestinese non affronta mai il fatto che ciò che fece precipitare sui palestinesi il terribile disastro furono le decisioni politiche arabe. Esistono centinaia, se non migliaia, di libri e articoli in arabo sulla guerra del 1948 e analisi di esperti sulle ragioni della sconfitta militare degli arabi. Ma ancora oggi non esiste alcuna volontà di fare i conti con un fatto molto semplice: la decisione di scendere in guerra contro la risoluzione dell’Onu per la spartizione della Palestina Mandataria fu un tragico errore morale e politico da parte del mondo arabo. Se palestinesi e paesi arabi avessero accettato il piano di spartizione, lo stato arabo di Falastin sarebbe nato nel 1948 e non vi sarebbe stato nessun problema di profughi. Non è stata la creazione dello stato d’Israele a generare il problema dei profughi, bensì il fatto che gli arabi scatenarono la guerra contro la nascita di uno stato ebraico in una parte della Palestina/Terra d’Israele.
Gli israeliani che desiderano la riconciliazione hanno diritto di reclamare che la parte araba faccia i conti con questi fatti. Così come è impossibile separare l’espulsione di dodici milioni di tedeschi dall’Europa orientale dopo il 1945 dall’aggressione della Germania alla Polonia nel 1939, allo stesso modo non è possibile ignorare la dimensione morale della decisione araba di entrare in guerra contro l’idea stessa di spartizione. Quando di scatena la guerra e si perde, si subiscono delle conseguenze, sebbene anche i vincitori restino responsabili delle loro azioni.
Se vogliamo davvero muovere verso una soluzione a due stati, bisogna aspettarsi un minimo di autocritica da parte araba, qualcosa che si avvicini a ciò che ha fatto tanta nuova storiografia israeliana per la parte ebraica. Questo renderebbe molto più facile, per gli israeliani, condividere il dolore dei palestinesi. I venti di democrazia che iniziano a spirare sul mondo arabo ispirano la speranza che il prossimo passo, dopo Piazza Tahrir, possa essere lo sviluppo di un discorso critico: l’inizio della liberazione non solo da regimi autocratici, ma anche dall’incapacità di darsi una sincera occhiata nello specchio.


(Da: Ha’aretz, 11.5.11)

Hamas promette guerra per generazioni ...

L’ORGANIZZAZIONE ISLAMISTA PALESTINESE HAMAS sarebbe anche disposta ad accettare uno stato palestinese nelle linee del 1967, ma non accetterà mai di riconoscere lo stato di Israele perché questo significherebbe contraddire l’obiettivo del movimento di “liberare tutta la Palestina” e privare le future generazioni palestinesi della possibilità di “liberare tutte le loro terre”. Lo ha detto mercoledì all’agenzia di stampa palestinese Ma'a Mahmoud al-Zahar, uno dei più alti esponenti di Hamas nella striscia di Gaza.
Alludendo alla possibile linea politica del costituendo governo di unità nazionale palestinese Fatah-Hamas, al-Zahar ha detto che riconoscere il diritto ad esistere di Israele significa “precludere il diritto delle future generazioni di liberare le terre”, e si è domandato (con un riferimento quasi esplicito al principio palestinese di riservarsi il “diritto di “invadere” Israele con i discendenti dei profughi palestinesi): “Quale sarebbe in quel caso il destino di cinque milioni di palestinesi in esilio?”
Al-Zahar ha spiegato che, nel frattempo, Hamas è disposta ad accettare uno stato palestinese “su qualunque parte di Palestina”, senza con questo contraddire il suo obiettivo proclamato di arrivare a uno stato palestinese “dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”.
Al-Zahar ha anche parlato della tregua militare con Israele, confermando che il movimento islamista palestinese è disposto ad andare avanti col cessate il fuoco, purché sia chiaro che “la tregua fa parte della lotta armata, non di un suo ripudio”, e che “in ogni caso tregua non significa pace”.
Al-Zahar ha poi affermato che, pur avendo riposto molte speranze nell’unità della fazioni palestinesi e nel suo impatto sull’imminente creazione di uno stato palestinese, egli tuttavia dubita che tale progetto possa essere portato a termine il prossimo settembre, una scadenza che l’Autorità Palestinese ha posto prima di siglare l’accordo con Hamas. “Tutto questo parlare di uno stato palestinese – ha detto al-Zahar – è un tentativo di pacificarci”, per poi domandarsi quale sarebbe la natura di tale stato palestinese, se venisse proclamato fra pochi mesi: “Quale sarebbe il suo territorio? Quelli che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza sarebbero i suoi cittadini? E che ne sarebbe dei cinque milioni di palestinesi in esilio? Intendiamo forse rinunciare al loro diritto al ritorno?”

(Da: Ha’aretz, YnetNews, 11.5.11)

Israele propone la pace...

IL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO EHUD BARAK ha parlato martedì di un possibile piano per un accordo di pace coi palestinesi, accennando quelli che potrebbero essere i punti principali che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu illustrerà questo mese nel suo prossimo discorso davanti al Congresso americano e al presidente Barack Obama. Parlando al ricevimento tradizionalmente organizzato per i soldati in servizio nel quartier generale delle Forze di Difesa israeliane a Tel Aviv, Barak ha detto che Israele è pronto a compiere “passi coraggiosi” pur di arrivare alla pace. “Alla vigilia di questa 63esima Giornata dell’Indipendenza – ha detto – Israele si presenta come il paese più forte e più stabile nel raggio di 1.500 chilometri attorno a Gerusalemme. Questa posizione di forza e di fiducia in se stessi richiede che Israele formuli un piano ampio e coraggioso per bloccare quella sorta di tsunami politico che sta per arrivare il prossimo settembre”. Il riferimento è al proposito dell’Autorità Palestinese di dichiarare alle Nazioni Unite l’indipendenza dello stato palestinese unilateralmente, cioè senza negoziato né accordo con Israele. Barak ha detto che Israele è pronto a prendere “decisioni difficili” fintanto che rimangono integre la sua sicurezza e i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Dopodiché ha presentato i punti salienti del suo piano:
– Un confine permanente, definito sulla base dei vitali interessi di sicurezza e demografici, tale che i grandi blocchi di insediamenti a ridosso della ex linea armistiziale e i quartieri a maggioranza ebraica di Gerusalemme rimangano sotto sovranità israeliana, accompagnato da scambi di terre tali da lasciare nelle mani dei palestinesi una quantità di territorio analoga a quella che stava al di là della linea armistiziale prima del 1967.
– Misure di sicurezza che prevedano una presenza militare israeliana permanente lungo il fiume Giordano, a protezione del confine orientale, e garanzie che lo stato smilitarizzato palestinese non possa diventare un’altra striscia di Gaza o un altro Libano.
– Insediamento dei profughi palestinesi (e loro discendenti) nello stato palestinese.
– Intese concordate per l’area santa di Gerusalemme.
– Infine, ma più importante, una esplicita dichiarazione che, con l’accordo di pace, il conflitto è terminato e con esso cessa ogni ulteriore rivendicazione fra le parti, unita a un riconoscimento formale di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e dello stato palestinese come stato nazionale degli arabi palestinesi.
Barak ha spiegato che questi principi corrispondo in pratica alle richieste che Israele avanza sin dall’anno 2000. Ha chiesto inoltre alla comunità internazionale di adoperarsi per lo “smantellamento delle strutture terroristiche nella striscia di Gaza” e di fare propri i principi stabiliti dal Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Russia,Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, riconoscimento degli accordi precedenti sottoscritti da israeliani e palestinesi, ripudio della violenza e del terrorismo. “Ai quali aggiungerei – ha concluso Barak – la richiesta perfettamente comprensibile per qualunque persona civile che, prima di ogni altra cosa, venga permesso alla Croce Rossa di vedere Gilad Shalit”, l’ostaggio israeliano trattenuto da Hama nella striscia di Gaza sin dal giugno 2006.

venerdì 13 maggio 2011

False illusioni

Di Yoel Meltzer
Uno dei vantaggi dati per scontati della soluzione “due popoli-due stati” è che la creazione di uno stato palestinese dovrebbe rendere finalmente i palestinesi pienamente responsabili delle loro azioni. Dopodiché – vien detto – ogni atto di aggressione originato dalla nuova entità statale contro Israele verrà considerato un attacco a Israele da parte di un paese sovrano, e non più di qualche organizzazione terroristica. È proprio questo mutamento – così si dice – ciò che permetterà a Israele non solo di reagire con forza ad ogni eventuale atto di aggressione da parte palestinese, ma anche di farlo con il pieno appoggio e la comprensione della comunità internazionale.
Sebbene questa linea di ragionamento appaia assai invitante tanto da convincere anche diversi scettici, non la si deve prendere per buona tanto facilmente. In realtà, una rapida rassegna degli ultimi vent’anni sembra piuttosto indicare il contrario.
Al culmine della guerra nel Golfo del 1991, l’Iraq lanciò una quarantina di missili Scud su Israele nel tentativo di trascinarlo nel conflitto. Si trattò del caso classico di un paese arabo sovrano che aggredisce Israele con missili ad alta capacità distruttiva, lanciati contro alcune delle regioni più densamente popolate del paese. Eppure, per via di varie considerazioni di carattere geopolitico e di pressioni esercitate dietro le quinte, Israele decise di non reagire.
Una decina di anni dopo, Israele procedette alla rapida rimozione di tutte le sue truppe dalla “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale. All’epoca ci venne promesso che le posizioni abbandonate da Israele sarebbero state prese in consegna dall’Esercito del Libano Meridionale allo scopo di impedire che i terroristi Hezbollah (filo-iraniani) si installassero a un tiro di schioppo dal confine settentrionale di Israele. Di più. Ci venne garantito dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak che, se Hezbollah avesse commesso un qualunque atto di aggressione contro Israele, la nostra risposta sarebbe stata determinatissima. Come al solito Israele si attenne alla sua parte dell’intesa, mentre gli arabi non lo fecero. Risultato: ci ritrovammo con Hezbollah schierato a ridosso del nostro confine. Tale sviluppo offrì a Hezbollah l’opportunità di osservare da vicino i movimenti dei soldati israeliani, cosa di cui approfittarono immediatamente. Dopo pochi mesi di sorveglianza ravvicinata, terroristi Hezbollah attraversarono il confine e sequestrarono tre soldati israeliani. Eppure, nonostante il diritto, acquistato a caro prezzo, di replicare a un atto di aggressione totalmente non provocato, e nonostante la promessa del primo ministro che avremmo reagito con forza a una situazione del genere, alla fine si fece ben poco. Le promesse restarono vane e disgraziatamente i tre soldati vennero uccisi.
Cinque anni più dopo il tragico rapimento in Libano, Israele rimuoveva ogni presenza ebraica, civile e militare, dalla striscia di Gaza. All’epoca venne detto che lo sgombero delle truppe da Gaza avrebbe spostato l’onere della responsabilità sull’Autorità Palestinese, costringendola in questo modo a tenere a freno le varie organizzazioni terroristiche. Ma anche questo, come tutti gli altri vantaggi promessi, si rivelò infondato e gli attacchi contro Israele non fecero che aumentare. È vero che Israele alla fine rientrò nella striscia di Gaza, nel gennaio 2009, nel quadro dell’operazione “piombo fuso” contro Hamas, ma ciò avvenne soltanto dopo che migliaia di razzi erano stati lanciati dalla striscia di Gaza sulle comunità civili ebraiche nella regione attigua al confine. E tutta la comprensione del mondo, che ci era stato promesso che avremmo acquisito col nostro ritiro unilaterale, si sciolse come neve al sole in mezzo a una pioggia di accuse e di ipocrite condanne della comunità internazionale per l’intervento di Israele a Gaza.
Vi sono state occasioni in cui Israele ha risposto con forza a sequele di attacchi da oltre confine, come nella seconda guerra in Libano dell’estate 2006; tuttavia la tendenza crescente nel corso degli anni è stata quella di ricorrere a risposte limitate, o di non reagire del tutto. Non basta. Anziché guadagnarsi il sostegno del mondo grazie a questo comportamento contenuto e rispettoso, il trend è stato accompagnato da un’atmosfera internazionale di crescente ostile verso Israele.
Stando così le cose, perché dovremmo credere che la prossima volta andrà diversamente? È assai più plausibile supporre che gli atti di aggressione da uno stato palestinese in Cisgiordania incontreranno la solita risposta israeliana basata sull’autocontrollo. E in quelle occasioni in cui Israele, esasperato, reagirà con maggior determinazione, si può tranquillamente presumere che il mondo si precipiterà a condannare lo stato ebraico senza alcuna considerazione per le circostanze reali.
Alla luce di tutto questo, come è mai possibile fondare su un presupposto smentito dai fatti un indebolimento della sicurezza nazionale di Israele, cosa che certamente accadrà se verrà creato uno stato palestinese in Cisgiordania?

(Da: YnetNews, 28.4.11)

DOCUMENTAZIONE
Diceva il noto scrittore pacifista israeliano Amos Oz, intervistato da Ha’aretz il 17 marzo 2000, due mesi prima del ritiro israeliano dal Libano: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale potremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché l’idea stessa di uno scontro fra stato di Israele e Hezbollah era una pura follia sin dall’inizio, e sicuramente non avrà più alcuna rilevanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”.

Vendola, l’amico dei sionisti

di Andrea Mollica

Roma, 12 Maggio 2011 – “Boicotta Israele, boicotta Nichi Vendola”. Sabato prossimo a Roma si leggeranno questi striscioni, portati dai Forum per la Palestina, dai Campi antiimperialisti e dalla seconda Flottilla di Gaza. Nichi Vendola paga questa improvvisa botta di impopolarità in una frangia della sinistra radicale per aver ricevuto ufficialmente l’ambasciatore di Israele, un gesto che gli è costato pure l’accusa più terribile per questi settori, l’essere un sionista.
Vendola però non ha fatto altro che il suo dovere istituzionale, perchè se si fosse rifiutato di ricevere l’ambasciatore israeliano avrebbe compiuto un atto grave, così come ha fatto bene ad ospitare in Puglia un festival sulla cultura ebraica. Le sue parole di elogio ad Israele erano per lo più formali, condivisibili e per nulla denigratorie nei confronti delle sofferenze del popolo palestinese. La lettera minacciosa di Luisa Morgantini, ex europarlamentare di Rifondazione, che gli intima una smentita perdita la stima sua e di molti compagni, appare invece la consueta visione a senso unica di un problema complesso e drammatico.
Il riconoscimento di Israele e del suo diritto all’esistenza è una precondizione per una politica estera di uno Stato democratico, membro dell’Onu, della Nato e dell’Unione Europea. Criticare il governo di Gerusalemme è più che legittimo, così come sarebbe benvenuta una presa di coscienza degli aspetti più controversi della causa palestinese. I tifosi, in questo caso, non aiutano nessuno delle due parti in causa.


martedì 10 maggio 2011

Ho fatto un sogno. Già, noi ebrei non li interpretiamo solo, i sogni, a volte li facciamo, anche

Ho sognato che stanchi di essere accusati di essere la causa dell’instabilità mediorientale, di essere una minaccia per la pace mondiale e dell’origine di tutto il male che c’è nel mondo, gli ebrei abbiano deciso di togliere il disturbo. Ho sognato il governo di unità nazionale alla Knesset votare a favore dell’abbandono dello stato d’Israele.
Ho sognato religiosi piangere e aggrapparsi alle pietre di Gerusalemme, comunità di braccianti lasciare villaggi agricoli, colletti bianchi abbandonare i loro uffici moderni. Ho sognato carovane di gente incamminarsi come per un nuovo esodo, con un seguito chiassoso di bambini, vecchi e animali.
Ho sognato una giovane nazione intelligente, l’Australia, mettere a disposizione una vasta area di terra vuota per uno stato nuovo di zecca, dove poter ricominciare tutto da capo. Ho sognato le associazioni dell’ebraismo mondiale mettere fondi a disposizione per l’emigrazione. Le università israeliane raccogliere risorse e cervelli per la ricerca, e filantropi americani ed europei tassarsi per la ricostruzione.
Ho sognato i nostri nemici festeggiare nelle piazze, distribuire dolci, e intonare canti per la vittoria. Ho sognato i luoghi santi violati, i campi abbandonati, sinagoghe distrutte. Ho sognato il nemico contendersi la terra rimasta, innescare faide per rivendicare i meriti della “cacciata” e il diritto allo sfruttamento.
E ho sognato lo sguardo di nuovi pionieri accendersi come per la Palestina di 100 anni fa, ho sognato giovani desiderosi di mettere a disposizione anima e corpo per lavorare e difendere il suolo vergine, ho sognato giovani fantasticare su un nuovo socialismo 2.0, e intellettuali teorizzare sull’opportunità data agli israeliti di risorgere ancore una volta.
Ho sognato le associazioni per la pace zittirsi per un attimo. Ho sognato le Nazioni Unite incredule di fronte a questa sorprendente decisione unilaterale. Ho sognato nazioni sospese nell’emissione di un giudizio, di fronte ad una cosa tanto nuova.
Ho sognato l’enorme costo umano sostenuto da tutti gli ebrei del mondo. Ho sognato il popolo sfiancato voltarsi e guardare gli altri come per dire: “Cos’altro volete da noi? Di più non possiamo fare. Non ci avete voluto e ce ne siamo andati, lontano”.
Ma il sogno è durato poco. Perché le immagini di indigeni armati di kalashnikov, di slogan del “ Fronte di liberazione del Queensland dall’internazionale sionista”, le accuse di corruzione al governo australiano, le formazioni militari aborigene “pronte anche alla morte pur di respingere l’oppressore” mi hanno svegliato per l’agitazione.
Accendo la luce. Guardo il calendario. Buon Compleanno Israele. Tu sei già la realizzazione di un sogno. Un sogno lungo quattromila anni.

Di Alex

Yom HaAzmaut! Happy birthday Israel!!!

domenica 8 maggio 2011

Servizio di Claudio Pagliara

In questo video di Claudio Pagliara, un interessante spaccato della vita di Gerusalemme.
Buona visione

lunedì 2 maggio 2011

Sulla Siria mi ero sbagliato, e lo ammetto

Di Sever Plocker
Sulla Siria mi ero sbagliato, e lo ammetto. Per tre volte, negli scorsi tre anni, ho scritto degli articoli a favore di un trattato di pace tra Israele e Siria. Avevo scritto, sulla base di numerose conversazioni con alti funzionari della sicurezza, che Israele poteva arrivare alla pace con il regime di Assad in cambio della disponibilità a ritirarsi dalle Alture del Golan, il cui valore per la sicurezza era ormai discutibile, se non del tutto inesistente. Nel sostenere questa tesi, non tenevo conto del carattere tirannico del regime di Damasco.
Mi sono ingannato. Anche quando Assad ottenne il 98% del voti nelle ultime elezioni, non ho aperto gli occhi e non ho detto: non dobbiamo fare la pace con quest'uomo. Ho creduto così tanto nella pace da essere cieco davanti alla realtà. E invece avrei dovuto vederla, la realtà. Essendo uno che ha studiato e scritto sulla caduta di regimi tirannici, avrei dovuto capire che gli esperti di regimi arabi sbagliano, esattamente come prima di loro sbagliavano gli esperti di Unione Sovietica. Gli abitanti di Aleppo non sono diversi dagli abitanti di Danzica. Gli uni e gli altri vogliono vivere da uomini liberi, e la sete di libertà è come la sete di acqua: non ammette surrogati. Prima o poi straripa e abbatte qualunque diga. Nikita Khrushchev sembrava un politico rispettabile, fino a quando non mandò i carri armati a reprimere la democrazia in Ungheria. Leonid Brezhnev sembrava un interlocutore equilibrato e razionale, fino a quando anche lui non mandò i carri armati a reprimere la democrazia in Cecoslovacchia, e più tardi in Afghanistan. Quelli che trattavano coi tiranni sbagliavano, e invece aveva ragione l'allora presidente americano Ronald Reagan: non si deve trattare la pace con l'impero del male.
Anche Benjamin Netanyahu aveva ragione, nel suo primo discorso davanti al Congresso a Washington, il 10 luglio 1996, quando disse che una pace concreta fra Israele e i suoi vicini non sarebbe stata possibile in mancanza di un mondo arabo democratico. È tempo di mettere la democratizzazione e i diritti umani in cima all'agenda del Medio Oriente, disse Netanyhau in quell'occasione. E aggiunse che, quantunque Israele possa fare la pace con stati arabi non democratici, quella pace non sarà mai una pace a tutti gli effetti, sarà una pace fondata solo su severe misure di sicurezza. Una vera pace per le generazioni a venire può essere fatta solo con regimi democratici che rispettano i diritti umani.
In ogni caso, la mancanza di democrazia e il carattere tirannico dei governi nel mondo arabo non legittima il continuo controllo da parte di Israele su un altro popolo e su una terra che non ci appartiene interamente. La fine dell'occupazione è un interesse strategico e nazionale, per Israele, non un concetto astratto. È un concetto molto pratico, e dipende dalla domanda su chi è il nostro interlocutore per la pace. Mi ero dimenticato di questa lezione storica, quando espressi un sostegno senza riserve per un accordo con l'assassino Assad.
Sarebbe peggiore, l'attuale situazione di Israele, se vi fosse un'ambasciata israeliana a Damasco e le Alture del Golan fossero per lo più sotto sovranità siriana? Credo proprio di sì. In quel caso, la ribellione in Siria avrebbe assunto una forma radicalmente anti-israeliana. La repressione e il massacro da parte delle truppe di Assad contro i suoi stessi cittadini sarebbe stata percepita come uno mezzo per imporre l'accordo di pace con Israele. Un nuovo regime - e dopo tutto a Damasco si instaurerà un nuovo regime - avrebbe annullato d'un colpo quel trattato. A questo proposito si dovrebbe guardare a quanto accade in Egitto. Anche se Mubarak non è stato rovesciato a causa del suo attenersi (per altro debolmente) al trattato di pace con Israele, e benché la pace con Israele non abbia giocato un ruolo chiave nel discorso dei rivoltosi, l'atteggiamento bellicoso da parte di diversi mass-media ora liberi non ha fatto che rafforzarsi da quando si è instaurata un pò di democrazia. E il risultato è che solo una metà scarsa degli egiziani sostiene il trattato di pace nei sondaggi d'opinione. E non mancano le prime crepe anche a livello governativo. Un trattato di pace con Assad sarebbe crollato completamente il giorno dopo la caduta di Assad.
Non scrivo a nome della sinistra israeliana. Non ho alcun titolo per farlo. Scrivo a nome di me stesso: sento la necessità di avviare una riflessione. Sento la necessità di ricordare a me stesso e non dimenticare più, come invece avevo fatto, il seguente principio: un dittatore è pur sempre un dittatore, e resta un dittatore. E la pace con un dittatore sarà sempre una pace handicappata, viziata in partenza, instabile. La pace con questo genere di tiranni è immorale, non auspicabile e pericolosa per Israele.


(Da: YnetNews, 29.4.11)

"Fra pace con Israele e Hamas, scegliamo Hamas"

“L’Autorità Palestinese deve scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas”. Lo ha ribadito mercoledì sera il primo ministro israeliano BENJAMIN NETANYAHU, dopo la notizia dell’accordo di riconciliazione raggiunto al Cairo fra Fatah e Hamas. “La pace sia con Israele che con Hamas è impossibile – ha detto Netanyahu – giacché Hamas aspira alla distruzione dello stato d’Israele, e lo dice apertamente. Hamas non ha mai smesso di sparare razzi sulle nostre città e missili anti-carro contro i nostri scuolabus. Ritengo – ha continuato Netanyahu – che l’idea stessa di questa riconciliazione mostri la debolezza dell’Autorità Palestinese, e c’è da domandarsi se Hamas non finirà col prendere il potere in Giudea e Samaria [Cisgiordania] come ha già fatto nella striscia di Gaza. Mi auguro – ha concluso il primo ministro israeliano – che l’Autorità Palestinese sappia fare la scelta corretta, e cioè che scelga la pace con Israele. La decisione è nelle sue mani”.
(Da: MFA, 27.4.11)
E così i palestinesi hanno dato un chiaro segnale di quello che per loro è più importante: alla pace con Israele (che non riconoscono come stato ebraico e che non sono intenzionati a farlo) preferiscono la pace con i criminali di hammazz che hanno preso il potere con la violenza a Gaza.
Non ci sono le premesse per andare avanti con una dirigenza palestinese miope e terroristica....