Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 30 giugno 2011

komunisti= BUGIARDI!!!!

Le BUGIE dei comunisti non conoscono vergogna! Dal manifesto della Festa Rossa di Primavalle 2011 a Roma: "vogliamo dedicare questa nuova festa rossa a VIK Vittorio Arrigoni, assassinato in Palestina dai cecchini israeliani, mentre con lo scudo del suo corpo permetteva ai contadini palestinesi di coltivare la loro terra" Questi ci vogliono far credere che Cristo è morto di freddo! Arrigoni è stato ASSASSINATO DAI PALESTINESI E NON DAGLI ISRAELIANI! Ma come si può essere così in malafede, come si può arrivare a stravolgere la realtà per odio nei confronti di Israele????

Capite gente, dedicano la loro squallida festa a Arrigono ASSASSINATO DAI CECCHINI ISRAELIANI!!!!
Gli stessi terroristi di hamas hanno fatto il blitz per ptentare di liberare quel poveraccio dalla prigionia di altri terroristi PALESTINESI ma non ci sono riusciti. E ora i rifondaroli romani STRAVOLGONO TUTTO! INVENTANO LA STORIA RECENTE E LA MODIFICANO A LORO USO E CONSUMO!
Ma che credibilità possono avere?
Ma come si fa a votare per certa gente????
FUORI I komunisti DALL'ITALIA!!!

lunedì 27 giugno 2011

Profughi palestinesi, vittime degli stati arabi

di Indro Montanelli

"Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso."

Corriere della Sera, 16 settembre 1972

La Palestina non è stata rubata, è stata acquistata da Israele

di Daniel Pipes

"I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi". È questo il mantra che l'Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media. Quest'asserzione riveste un'enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: "Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un'ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell'Ap del diritto d'Israele ad esistere". L'accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un'immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina. Ma quest'accusa è fondata? No, non lo è. Paradossalmente, la costruzione di Israele è l'esempio della più tranquilla ondata di immigrazione e della più pacifica creazione dello Stato della storia. Per comprenderne il motivo, occorre vedere il sionismo nel suo contesto. In poche parole, la conquista è la norma storica. Ovunque, il potere è stabilito con l'invasione e quasi tutti gli Stati sono stati fondati a spese di un altro. Nessuno comanda a tempo indeterminato, le radici di tutti riconducono altrove. Le tribù germaniche, le orde dell'Asia Centrale, gli zar russi e i conquistadores spagnoli e portoghesi hanno ridisegnato le carte geografiche. I greci moderni hanno un debole collegamento con i greci dell'antichità. Chi può contare il numero di volte in cui il Belgio è stato invaso? Gli Stati Uniti sono nati sconfiggendo i Nativi americani. I re hanno razziato l'Africa, gli Ariani hanno invaso l'India. In Giappone, coloro che parlavano Yamato hanno eliminato tutti i piccoli gruppi come gli Ainu. Il Medio Oriente, grazie alla sua centralità e alla geografia, ha subito un eccessivo numero d'invasioni, tra cui quella greca, romana, araba, dei Crociati, selgiuchide, timuride, mongola e degli europei moderni. In seno alla regione, le lotte dinastiche hanno costretto lo stesso territorio a essere conquistato e riconquistato, come nel caso dell'Egitto, ad esempio. Gerusalemme ha conosciuto numerose guerre: nel 70 d.C., l'imperatore Tito celebrò la sua vittoria sugli ebrei con la costruzione di un arco di trionfo sul quale sono rappresentati dei soldati romani che trasportano una menorah sottratta dal Monte del Tempio. La terra su cui ora sorge Israele non ha fatto eccezione. In Jerusalem Besieged: From Ancient Canaan to Modern Israel, Eric H. Cline scrive così di Gerusalemme: "Nessun'altra città è stata più ferocemente contesa nel corso della sua storia". E avvalora quest'affermazione contando "almeno 118 differenti conflitti per e dentro Gerusalemme negli ultimi quattro millenni". Cline calcola che Gerusalemme è stata completamente distrutta almeno due volte, 23 volte assediata, 44 conquistata e 52 attaccata. L'Ap fantastica che i palestinesi di oggi discendono da un'antica tribù cananea, i Gebusiti; però, di fatto, sono nella stragrande maggioranza una progenie di invasori e di immigrati in cerca di opportunità economiche. Ma in questo quadro di conquiste incessanti, di violenze e di sconfitte, gli sforzi sionisti di stabilire una presenza in Terra Santa fino al 1948 appaiono come sorprendentemente miti, essendo stati i sionisti più mercanti che militari. Due grandi imperi, quello ottomano e britannico, hanno governato Eretz Israel. Al contrario, i sionisti non avevano una forza militare. Non è stato loro possibile diventare uno stato a tutti gli effetti attraverso la conquista. Piuttosto, hanno acquistato i terreni. L'obiettivo dell'impresa sionista fino al 1948 era di acquisire proprietà dunam dopo dunam, e così per le aziende agricole e le case. Il Fondo nazionale ebraico, istituito nel 1901 per acquistare terreni in Palestina onde "contribuire alla creazione di una nuova comunità di ebrei liberi impegnati in un progetto attivo e tranquillo" era l'istituzione chiave – e non l'Haganà, l'organizzazione clandestina di difesa ebraica fondata nel 1920. I sionisti hanno focalizzato altresì l'attenzione sul risanamento di ciò che era arido e considerato inutilizzabile. Non solo hanno fatto fiorire il deserto, ma hanno bonificato le paludi e le terre incolte, depurato i canali d'acqua, imboschito le colline spoglie, rimosso le rocce e il sale dal suolo. La bonifica ebraica e le misure igieniche hanno all'improvviso ridotto il numero di decessi per malattie. Fu solo quando la potenza mandataria britannica rinunciò alla Palestina nel 1948, cui fece subito seguito un ostinato tentativo da parte dei Paesi arabi di annientare ed espellere i sionisti, che questi ultimi impugnarono le armi per difendersi e andarono a procurarsi la terra con la conquista militare. E anche allora, come dimostra lo storico Efraim Karsh in Palestine Betrayed , la maggior parte degli arabi abbandonò le loro terre e solo pochissimi furono costretti ad andarsene. Questa storia contraddice il racconto palestinese che "le bande sioniste rubarono la Palestina ed espulsero il suo popolo" che ha portato a una catastrofe "senza precedenti nella storia" (secondo un libro di testo dell'Ap per gli alunni di 17-18 anni) o che i sionisti "depredarono la terra palestinese e gli interessi nazionali, fondando il loro stato sulle rovine del popolo arabo palestinese" (scrive un editorialista nel foglio dell'Ap). Le organizzazioni internazionali, gli editoriali dei quotidiani e le petizioni che circolano negli atenei reiterano questa menzogna in tutto il mondo. Gli israeliani dovrebbero tenere la testa alta e far rilevare che la costruzione del loro Paese fu basata sul movimento più civilizzato e meno violento che abbia mai avuto qualunque popolo nella storia. Le bande non hanno rubato la Palestina: i mercanti hanno acquistato Israele.


sabato 25 giugno 2011

Gilad: prigioniero da 5 anni.

Il caporale israeliano Gilad Shalit, è ormai da 5 anni nelle mani dei terroristi palestinesi.
In questi 5 anni non ha mai avuto la possibilità di ricevere la visita di un emissario della CRI, che non è che si sia mai impegnata a fondo sulla cosa. Come non si sono impegnate Emergency o Amnesy (ho scritto Amnesy volutamente). I palestinesi per il suo rilascio (ammesso che il ragazzo sia ancora vivo) chiedono la liberazione di bel 1000 terroristi detenuti in Israele, alcuni dei quali si sono macchiati le mani di sangue con gravissimi attentati. Israele ha detto che per 250 di questi non ci potrà essere speranza di liberazione proprio per la gravità dei crimini commessi..
I terroristi di hammazz continuano a negare a Gilad anche il conforto di ricevere e inviare lettere alla propria famiglia: il premier Benyamin Netanyahu ha deciso di annullare alcune facilitazioni di cui finora hanno beneficiato nelle carceri israeliane i detenuti di hamazz. Le facce da culo che comandano a Gaza, ha replicato accusando Israele di violare precisi trattati internazionali!
Capite gente???
Quei grandissimi bastardi si appellano alle leggi internazionali!!!!
Roba da non crederci! Loro che compiono attentati suicidi e che bombardano le popolazioni civili di Israele da 10 anni fanno riferiemento alle leggi internazinali! 
I detenuti palestinesi in carcere in Israele sono colpevoli di attentati o di aver favorito e aiutato gli attentatori eppure ricevono (come è giusto che sia in un paese democratico), la visita di avvocati e familiari. hanno la possibilità di vedere la televisoine e leggere i giornali. Giald da 5 anni è completamente isolato dal mondo. Non sa di quello che sta facendo la sua famiglia per tentare di farlo liberare, nè di quello che stanno facendo gli amici di Israele per lui: si sentirà abbandonato (perchè sicuramente è quello che gli diranno i bastardi che lo tengono in chissà quale buio scantinato di Gaza.


                                              

venerdì 24 giugno 2011

1826 palloncini per Gilad

video

Oggi a Roma si è svolta una breve ma intensa manifestazione in sostegno di Gilad Shalit, cittadino onorario della capitale: alla presenza del Sindaco Gianni Alemanno e del Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, sono stati liberati 1826 palloncini gialli nel cielo della città: il numero simboleggia i giorni di prigionia del caporale dell'esercito israeliano.
Il 25 giugno del 2006, alle 5.40 del mattino, alcuni terroristi palestinesi si sono introdotti in Israele attraverso un tunnel scavato nei pressi di Kerem Shalom. Il gruppo, che contava otto palestinesi armati, si è spinto attraverso il tunnel in territorio israeliano per un centinaio di metri, suddividendosi poi in tre squadre. Una delle tre squadre ha attaccato, sparando, un veicolo blindato dell’esercito, che fortunatamente era vuoto, non provocando così vittime.
Una seconda squadra ha invece attaccato una postazione di truppe di pattugliamento del deserto. Nell’assalto sono stati usati esplosivi e armi leggere, che hanno portato al ferimento di tre soldati.
Contemporaneamente, è stato sparato almeno un missile e sono state lanciate delle bombe a mano contro un carro armato situato nelle vicinanze. Sul carro armato si trovavano quattro soldati, tra cui Ghilad Shalit. Il missile ha colpito la parte posteriore del carro armato, provocando il ferimento dei quattro soldati che si trovavano al suo interno: il comandante e un altro soldato sono morti. Un terzo soldato è rimasto ferito.
Ghilad Shalit, il quarto soldato che si trovava nel carro armato, è stato ferito a una spalla e a un braccio, è stato prelevato dall’interno del carro dai terroristi e trasportato nei territori della Striscia di Gaza.
I sequestratori di Shalit fanno parte delle Brigate Izzedin al-Qassam, del Comitato di Resistenza del Fronte Popolare e della Jihad Islamica.

mercoledì 22 giugno 2011

Notizie dal fronte

Per la cronoca e tanto per ricordare alla gente chi sono i palestinesi, la scorsa notte da Gaza hanno bombardato Israele con due missili: la risposta israeliana è arrivata a stretto giro di posta in giornata. Un raid delle IAF ha individuato e ditrutto un tunnel che i terroristi potevano usare per infiltrarsi in Israele e compiere attentati o rapimenti.
Almeno uno dei terroristi che si trovavano nel tunnel è stato ucciso.

Cinque anni 2

di Ugo Volli

Cari amici,
vi ricordate dov'eravate cinque anni fa in questi giorni? Cosa facevate nella calda fine di giugno del 2006? Io lo so bene, mi stavo rimettendo da una caduta disastrosa, un femore fratturato, due operazioni e gustavo la libertà condizionale delle stampelle dopo tanta reclusione a letto. Vi ricordate qualcosa della vostra vita d'allora? Forse non nel dettaglio, ma certamente sapete quel che vi è accaduto in questi anni, vittorie e sconfitte, amicizie e solitudini, lavoro e vacanza, gioie e dolori, crescite e perdite. Cinque anni possono passare in fretta nella vita di un adulto, ma per un ragazzo sono lunghissimi. Possono trascorrere anche nella ripetizione della stessa routine, ma contengono comunque infiniti dettagli, una grande ricchezza di vita.
Be', pensate ora a Gilad Shalit. Cinque anni fa, esattamente il 25 giugno 2006, era un ragazzo, stava a fare il suo dovere di soldato di leva in un posto di guardia in territorio israeliano al confine con Gaza per impedire atti di terrorismo, difendeva la vita dei suoi concittadini che affidano al'esercito la loro sicurezza minacciata ogni giorno dai terroristi. Una brutta notte si aprì accanto al suo avamposto un tunnel scavato segretamente oltre il confine dai terroristi che presero di sorpresa la piccola guarnigione. I suoi compagni furono uccisi, lui sopravvisse e fu rapito, portato chissà in che buco sotterraneo nella Striscia. Da allora sono passati cinque anni, un tempo lunghissimo per un ventenne: della sua vita non è stato più nulla. Ma possiamo immaginarla. Niente vittorie e niente sconfitte, niente amicizie, niente lavoro e niente vacanze, niente gioie, crescite e perdite. Niente vita. Unicamente solitudine, sopravvivenza sempre uguale in un buco nascosto a tutti per evitare che i suoi compagni possano provare a salvarlo.
Ecco l'anniversario che dobbiamo ricordare questa settimana: cinque anni di niente, che si compiranno sabato prossimo. Non possiamo fare nulla per Shalit, purtroppo, se non disprezzare i suoi vigliacchi rapitori, ricordarlo, fare dei gesti per mostrare a tutti che non lo dimentichiamo, che lo vogliamo vivo fra noi. Facciamoli, questi gesti e seppelliamo di schifo non solo i banditi che lo tengono prigioniero, ma anche quelli che li aiutano e li sostengono, quelli che organizzano flottiglie dell'odio in sostegno ad Hamas e quelli che solidarizzano con loro. I turchi e gli italiani, i gruppettari, gli anarchici e gli esimi parlamentari come il presidente di un partito che di nome fa democratico, i guitti che fanno commercio del loro ebraismo condendolo con odio piccante per Israele, quei sindacati non paghi del tentativo di distruggere l'industria italiana per fanatismo ideologico, che solidarizzano con i tagliagola e i banditi, i virtuosi gli antisemiti di ogni sorta e qualità.
Ugo Volli

PS: Ho letto da qualche parte
 (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=225512) che la moglie di Barghouti, il capo terrorista condannato a cinque ergastoli per aver organizzato e inviato attentatori suicidi ad ammazzare civili israeliani (troppo vigliacco per andarci lui, ma sempre assassino), ha protestato perché nessuno l'aiuta a liberare suo marito "rapito" da Israele. La signora mima evidentemente i tentativi disperati della famiglia Shalit di liberare il figlio. Ma sbaglia, perché Barghouti è stato condannato da un regolare pubblico tribunale dove ha avuto tutte le possibilità di difendersi, mentre Shalit non ha avuto nessun tribunale; a suo marito sono state imputate personalmente diverse decine di omicidi, mentre Shalit non è stato catturato perché gli sia stata attribuita alcuna responsabilità personale, ma solo in quanto israeliano ebreo; perché Barghouti vive in un carcere regolamentare, dove ha la possibilità di vedere parenti e avvocati, ha avuto la possibilità di studiare (e un'università palestinese gli ha dato un dottorato, immagino in scienze patibolari) e perfino quella di rilasciare interviste e fare dichiarazioni politiche, che i detenuti italiani normali hanno qualche difficoltà a ottenere. Perché infine Barghouti è un terrorista e Shalit un soldato di un esercito regolare che dovrebbe essere difeso dalla convenzione di Ginevra ed è stato invece privato di tutta le garanzie previste. Insomma suo marito è un bandito condannato e detenuto, Gilad Shalit invece un innocente rapito.

Cinque anni

 Il 25 giugno saranno cinque anni che Gilad Shalit è prigioniero di Hamas.

Non si sa dove sia recluso, i terroristi della Striscia impediscono alla Croce Rossa Internazionale di visitarlo e rifiutano di liberarlo.

Invitiamo i lettori di IC a contattare la comunità ebraica della loro città o la associazione Italia Israele più vicina per mobilitarsi e fare informazione su Gilad Shalit nella propria città.

Ecco il link della Federazione delle Associazioni Italia Israele


Chiediamo alla comunità internazionale di fare ciò che non ha fatto finora, mobilitarsi per richiedere la liberazione di Gilad Shalit, ragazzo israeliano rapito 5 anni fa da Hamas sul suolo israeliano
 

lunedì 20 giugno 2011

Unexpected Israel

Sono stato ieri e oggi a Milano per vedere da vicino "l'orribile occupazione sionista" della città che va sotto il nome di Unexpected Israel.
Pensavo di trovarmi di fronte uno squadrone di Merkavà, batterie lancia missili David, un "muro", la Brigata Golani al completo, 4 squadriglie di caccia e poliziotti israeliani a controllare tutto, invece sono stato deluso.
Con mio profondo rammarico e contrariamente a quanto FALSAMENTE affermato dai soliti pacifinti sinistri e sinistrati di cervello, piazza Duomo è libera da simili meraviglie: c'è un piccolo spazio con delle strutture che ricordano dei grattacieli con schermi e fotografie e uno stand che distribuisce materiale "propagandistico sionista" ma null'altro.
O meglio, anzi peggio... hanno dovuto erigere un muro circondato da Polizia e Carabinieri: ho contato 6 blindati sulla piazza, più diverse volanti e poliziotti e carabinieri in tenuta anti sommossa con i caschi attaccati alla cintura che chiedono gentilmente alle persone di aprire le borse prima di entrare a visitare la mostra. Ci sono funzionari di Polizia in borghese che si aggirano all'interno del perimetro per controllare attentamente che tutto vada bene e questo perché Israele ha "osato" portarsi in piazza, ha voluto avvicinarsi alla gente, che troppo spesso ha idee sbagliate sul suo conto, per far capire cosa fa e cosa può offrire al mondo il piccolo Davide delle nazioni. Sembrava di essere in gabbia...
Era previsto un corteo della sinistra dei centri sociali ieri pomeriggio: fortunatamente quei tangheri non si sono visti. A un certo punto c'è stata una donna che provocatoriamente ha sfilato intorno al perimetro con la sua brava bandiera palestinese, mentre più tardi, un gruppo di ragazze con dei cartelli (i soliti cartelli imbecilli e pieni di falsità) che paragonavano Israele al nazismo, si sono avvicinati ma un funzionario di Polizia, dopo averci parlato, le ha convinte ad andarsene. Una coppia di anziani orfani di Stalin e arraffatt (che il demonio se lo tenga stretto) con lei che indossava una maglietta che inneggiava "Free Palestine" e altre menate simili e lui che guardava in cagnesco le "bestie in gabbia") ha tentato di entrare nel perimetro ma  quando hanno loro spiegato che sarebbe stato giusto coprire quella maglietta per non alimentare polemiche, ha preferito desistere e questo è la sintesi del pensiero di sinistra su Israele: per questa gente lo stato ebraico semplicemente non deve esistere, e di conseguenza tutto ciò che riguarda Israele non deve esistere e se anche questi "sionisti " si ostinano a proporre eventi come quello di Milano loro (i sinistri) hanno l'obbligo di contrastare, hanno l'obbligo di minacciare di mettere a ferro e fuoco la città, hanno l'obbligo morale di provocare e infamare l'unico stato democratico del Medio Oriente. Non hanno alcun desiderio di provare a conoscere Israele. I due anziani sopravvissuti al crollo del Politburo di Kossighin, Breznev e Andropov, si sono girati sui tacchi e sono andati via: meglio restare nell'ignoranza piuttosto che cercare di capire le ragioni dell'altro se l'altro è l'odiato Israele.
Proseguendo su via Dante, ci sono dei pannelli fotografici che illustrano luoghi e momenti di vita di Israele: unica pecca tecnica la mancanza di didascalie a spiegare di quali luoghi si tratti (e questo per chi non è mai stato lì risulta difficile da capire). Ebbene anche qui sono passati i contestatori: hanno imbrattato i pannelli con adesivi contro Israele nonostante una discreta sorveglianza della Polizia.
Mentre camminavo con un conoscente ammirando le fotografie (alcune veramente belle) ho sentito una persona inveire contro Israele dicendo/gridando "metteteci le foto dei bambini palestinesi"! Gli ho chiesto che cosa c'entrasse quell'affermazione e lui ha cominciato a inveire sempre più agitato enunciando il solito corollario di luoghi comuni e frasi fatte che ogni bravo sinistrato pacifinta ha nel suo bagaglio culturale: "l'occupazione, la terra rubata, i bombardamenti, il muro..." ecc. ecc. Ecco fatto, il mantra ossessivo e ripetitivo fino alla nausea era partito... e mo come se fermava???
Ho provato a parlare con lui: ho provato a chiedergli di quali terre rubate stesse parlando, ho provato a spiegargli che gli ebrei avevano comprato quelle terre alla fine dell'800 ma lui si è imbestialito, ha preso a gridare, sordo a qualsiasi mia obiezione asserendo di conoscere molto bene la storia lui e che miseria! Certo, il fatto che ignorasse completamente dettagli come l'arrivo degli ebrei alla fine dell'800 e l'acquisto delle terre erano dettagli di scarsa importanza anzi erano solo invenzioni sioniste.
L'uomo, anche questo di una certa età (ma cosa hanno contro Israele e gli Ebrei le persone anziane?) ha continuato nel suo sproloquio accusando Israele e coloro che lo difendono di essere assassini: il mio conoscente osservava la scena allibito cercando di portare la calma ma senza successo. L'antisemita fascista finalmente se ne andava e a quel punto ho potuto continuare a vedere le foto pur se con un certo disagio per aver dovuto constatare per l'ennesima volta che l'antisemitismo e l'ignoranza regnano sovrani in troppe persone ancora.
Per fortuna poi la sera sono andato al concerto di Idan Raichel che mi ha rimesso in pace con il mondo: il pubblico cantava e ballava al ritmo delle canzoni del gruppo, trascinato da Idan e dai suoi amici che si alternavano sul palco in veste di cantanti e ballerini. Emozionante come sempre, Idan passava leggero e quasi di soppiatto sulla scena: la sua caratteristica in fondo è proprio quella di far parte del "Progetto" e di non esserne il cantante-leader.







lunedì 13 giugno 2011

La France va-t-elle déclarer la guerre à Israël ?

Communiqué: La France va-t-elle déclarer la guerre à Israël ?
Un navire armé et financé par des apports français (dont le comité d’entreprise de la SNCF de la région PACA), se prépare à quitter le port de Marseille le 18 juin 2011 avec à son bord de nombreux Français qui vont se joindre à des opérations de guerre contre l’Etat d’Israël. Les Français impliqués dans cette action manifestent ainsi leur soutien à un mouvement terroriste, le Hamas, reconnu comme tel par toutes les organisations internationales.
Leur but : briser le blocus militaire de Gaza qui empêche l’importation d’armes de destruction aveugle (kassams et grads) envoyées par les autorités de Gaza sur les populations civiles d’Israël et le trafic d’armes à travers le terminal de Rafah. Or « il n’y a aucune crise humanitaire à Gaza », selon Mathilde Redmatn, Directrice adjointe de la Croix Rouge française, qui considère que « Israël a le droit légitime de protéger sa population civile ». Notons aussi que l’Egypte a ouvert ses points de passage vers Gaza.
La France n’étant pas en état de belligérance avec un quelconque Etat du Proche et Moyen Orient, cette opération relève d’un acte de piraterie auquel le président de la République Nicolas Sarkozy en tant que chef des Armées, le premier Ministre François Fillon, le Ministre de la Défense Nationale et des forces armées Gérard Longuet, le ministre des affaires étrangères, Alain Juppé ont le devoir de s’opposer.
Un courrier en date du 3 juin 2011 a été adressé au Président de la République en sa qualité, par Maître Charles Baccouche, afin qu’il se prononce sur la position de la France dans cette affaire, soit pour confirmer que la France est en état de Guerre soit pour interdire que ce bâteau pirate n’appareille.
Les organisations signataires du présent communiqué ont décidé à l’unanimité d’appeler tous les Français épris de paix à s’opposer à ce casus belli en se rendant à Marseille. En outre, elles mettent en garde contre les tensions intercommunautaires qui risquent d’en découler.

Associations signataires :
ABSI Keren Or - Association France Israël-Alliance Général Koening - Avocats sans frontières – Bnai Brith – BNVCA – Citoyens laïques et républicains – Confédération des Juifs de France et Amis d’Israël – Connec’Sion – Europe-Israël – FOSF – Fraternité judéo-noire de France – KKL – La Droite Libre - LIBI – MIDGAL - Nouveaux Républicains - Résistance républicaine - SASSOUN (association arménienne) – Secours français pour Israël – SIONA – Union des CCJ d’IDF – UPJF.

sabato 11 giugno 2011

Lettera aperta al MANIFESTO

DA ANGELICA CALO' KIBBUTZ SASA, AL CONFINE CON IL LIBANO
Ai redattori dell'appello contro l'evento organizzato in Piazza Duomo.E se capovolgessimo e stravolgessimo per una volta le carte in tavola? Se invece di combattere e accusare cercaste il modo di collaborare? Non pensate che gioverebbe molto piu' al popolo palestinese? Pensate un attimo: potreste convincere i capi dei consigli regionali palestinesi ad accettare l'aiuto di ingegneri israeliani per cambiare le tubature dell'acqua che sono in uno stato degradante e fanno disperdere tutta l'acqua che dovrebbe servire al fabbisogno giornaliero. Potreste aiutarli a condividere tutte le scoperte e le tecnologie elaborate in questi ultimi 63 anni di geniale lavoro nelle universita' e nei laboratori israeliani. Ad usufruire dei progressi nel campo medico e scientifico. Sicuramente ci sono belle teste tra i palestinesi che sarebbero piu' che felici di far parte di un team di scienziati , di fisici o di medici per dare un supporto alla propria comunita'. Una volta rimanevo molto colpita e offesa dal livore che si leggeva tra le righe di molti vosti articoli sulla situazione in Medio Oriente, oggi, mentre leggevo il vostro appello, ho sentito un senso di pieta'. Molto di cio che scrivete ha un'aria patetica, come di chi non sa piu' a cosa attingere per risvegliare l'attenzione di chi lo circonda e comincia ad inventare storie. Vivendo in Israele incontro tutti i giorni la realta' di questo Paese che tanto aborrite e per giunta, vivendo in Galilea, circondata da villaggi arabi, mi trovo sovente a condividere il divano in sala d'attesa di un dentista, di un parrucchiere, di un'estetista o in piedi, in turno alle casse del supermercato con persone di ogni cultura, anzi il nostro dentista e' un ottimo medico arabo musulmano del villaggio Jish e la parrucchiera viene dal villaggio arabo cristiano Fassuta...e ora che ci penso anche l'estetista! Non ho mai visto fenomeni di questo genere, che voi descrivete nel vostro giornale: " il 20% della popolazione di esso, sono disprezzati e discriminati in tutti i modi: non solo privati dei più importanti diritti politici e civili, ma anche dei diritti umani fondamentali". Ma via ragazzi! un giornale serio non puo' pubblicare simili menzogne!....ed un appello colmo di inesattezze. Un giornale di sinistra! Per me la sinistra era il simbolo del rispetto e dell'aiuto reciproco, era il compendio di tutti gli ideali di solidarieta', amore per l'uomo in quanto uomo. Io che vivo in un kibbuz, ancora completamente comunitario, ne so qualcosa di socialismo!Vi siete trovati di fronte a un sindaco coraggioso, che ha capito che non puo' vietare ai suoi cittadini di esporsi alle novita' che il mondo offre, che va a passo con il tempo.Avete usato frasi nel vostro appello non ponderate, non provate..: "la pulizia etnica continua oggi, ininterrotta". Ma cosa intendevate? Di chi stavate parlando? Questo evento vuole dimostrare che tutte le nostre energie sono protese verso l'educazione, la costruzione, la difesa, l'assorbimento di nuovi immigranti ebrei e non ebrei dalla Russia, dall'Etiopia, dal Sudan. Anche immigranti (mussulmani) che nessuno desidera!Avete scritto: “I Palestinesi hanno diritto ad un loro Stato, con la struttura e confini che essi concorderanno con la Comunità Internazionale”. Ma questo che legame ha con l'evento a Piazza Duomo? Anzi, se ci sara' collaborazione, Inshallah, Beezrat HaShem, fra qualche anno, questo evento si fara' insieme: Israele e Palestina, gioielli del Medio Oriente, nonostante la volonta' dei Paesi arabi circostanti che hanno segregato questa povera gente i campi senza speranza, nonstante quelli come voi, che invece di aiutare eccitate il rancore, la frustrazione,l'angoscia.Pensateci. Pensate a loro, ai palestinesi, non a voi stessi. Voi nei vostri salotti state tranquilli con un bel calice di vino a fare politica. I palestinesi non hanno bisogno della vostra politica. Hanno bisogno di aiuto. E il vostro appello era tutto tranne questo!
Angelica Calo Livne, educatrice al dialogo

giovedì 9 giugno 2011

I rifugiati dimenticati



In questo video si parla dei "rifugiati di serie B, di coloro che non sono mai stati considerati dei profughi dall'ONU benchè siano stati cacciati dai loro paesi di origine (arabi) l'indomani della nascita di Israele.
900.000 persone nell'arco di due anni dovettero precipitosamente abbandonare case, negozi, terreni, beni e fuggire lontano. Moltissimi di loro arrivarono in Israele e vennero accolti come fratelli. Vissero in tende finchè non furono pronte le loro abitazioni in muratura costruite dallo stato a tempo di record.

Unexpected Israel: il programma

Ecco il programma della manifestazione di Milano "Unexpected Israel"
12 GIUGNO 2011

Opening installazione multimediale in Piazza Duomo

13-23 GIUGNO 2011

Installazione Multimediale In Piazza Duomo

13 GIUGNO - 13 LUGLIO 2011

Mostra fotografica “Unexpected Israel” a cura del Ministero del Turismo Israeliano

Via Dante

13-23 GIUGNO

Mostra “Kibbutz: l’architettura della collettività” a cura di Galia Bar-Or e Yuval Yasky

Urban Centre – Galleria Vittorio Emanuele

14 GIUGNO 2011

First Italian – Israeli Business Forum

Palazzo Mezzanotte

15 GIUGNO

ore 21.00: "Noa & David Grossman: words & melodies"

Teatro Nuovo, Piazza San Babila

18 GIUGNO

ore 21.00: “The Idan Raichel Project” / Ilana Yahav

Teatro Nuovo, Piazza San Babila

19-23 GIUGNO

“Nuovo Cinema Israeliano” 4° Edizione Selezione dal Pitigliani Kolno’a Festival Fondazione CDEC e Fondazione Cineteca Italiana

Spazio Oberdan

FINO AL 25 GIUGNO

Mostra Talia Keinan - “Leave the little light on when I’m coming back home at night” a cura di Gabi Scardi

Galleria Riccardo Crespi, Via Mellerio 1

http://www.unexpectedisrael.it/

martedì 7 giugno 2011

Golan in prima pagina finché Assad sarà impegnato a difendere il suo regime

Le alture del Golan hanno cessato di essere il fronte tranquillo dello stato d’Israele. La valutazione è che, finché il presidente siriano Assad sarà impegnato a difendere con la violenza il suo potere, e forse la sua stessa vita, le alture del Golan resteranno sulle prime pagine dei giornali. I siriani spingeranno i palestinesi nei punti di attrito con le Forze di Difesa israeliane, lungo il confine, nel tentativo di creare continui scontri che contribuiscano a distogliere l’attenzione locale e globale dalla profonda crisi interna siriana. L’organizzazione di queste nutrite dimostrazioni popolari non viene fatta coi social network di internet. Facebook giocherà forse un ruolo importante in Egitto, in Libia e in Tunisia, ma sul fronte palestinese non c’è nulla di nuovo: i palestinesi continuano ad essere docili strumenti nelle mani dei regimi di Siria, Libano, Giordania, Egitto e della stessa Autorità Palestinese, che li manovrano a piacere. Non è un caso se domenica i confini d’Israele con Giordania e Libano sono rimasti tranquilli, giacché le autorità di quei paesi hanno preferito, per il momento, mantenere la quiete. Ma se lo stallo diplomatico continuerà, questo potrebbe non essere più vero per l’Autorità Palestinese. (Da: Yediot Aharonot, 6.6.11)

La rispota israeliana ad Assad e alle sue provocazioni

La ben preparata risposta delle Forze di Difesa israeliane al nuovo tentativo di far irrompere rivoltosi civili attraverso la frontiera settentrionale del paese ha fatto arrivare ai vicini ostili il fermo messaggio che Israele prende molto sul serio la difesa della propria sovranità. La confusione che si era registrata il 15 maggio, quando gruppi di attivisti erano riusciti ad attraversare il confine, ha spinto i comandi a fortificare la linea di frontiera e a posizionare un numero adeguato di soldati, con alti ufficiali presenti sul terreno pronti a reagire rapidamente agli sviluppi con nuovi ordini. Anche questa volta c’era il rischio che la situazione andasse fuori controllo, con un numero di vittime ben superiore, se le forze israeliane non avessero fatto tesoro dell’esperienza del mese scorso. I comandi hanno concentrato le truppe nelle aree giuste, presso Majdal Shams e Quneitra, e nessun militare si è lasciato cogliere di sorpresa quando dalla Siria è giunta la notizia, poi rivelatasi falsa, che la marcia verso il confine era stata cancellata. Le Forze di Difesa israeliane sono perfettamente consapevoli che devono combattere una guerra per i mass-media, oltre a quella per la difesa dei confini. Per questo ai soldati era stata data istruzione di aprire il fuoco soltanto dopo aver dato ripetuti avvertimenti contro il tentativo di forzare il confine. (Da: Jerusalem Post, 6.6.11)

Assad ha organizzato le manifestazioni anti israeliane

L’indagine delle Forze di Difesa israeliane sui fatti di domenica al confine con la Siria rivela che i dimostranti siriani e le loro molotov hanno innescato l’esplosione di alcune mine causando la morte di otto o dieci di loro. Le forze israeliane hanno invocato per tre volte una “tregua” per consentire alla Croce Rossa di raccogliere i feriti, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di guadagnare terreno.
Secondo le forze israeliane, molti dei dimostranti siriani che domenica hanno preso d’assalto la recinzione di confine e il valico di frontiera di Quneitra (in occasione dell’anniversario della guerra dei sei giorni del 1967, ribattezzato Giornata della Naksa o “arretramento”) si sono procurati le ferite, talvolta mortali, causando la detonazione di mine anticarro notoriamente posizionate da tempo su entrambi i versanti della frontiera. Secondo l’esame dei fatti condotto dalle forze armate israeliane, i dimostranti che hanno innescato le esplosioni delle mine non hanno usato alcuna precauzione, né si erano muniti di semplici strumenti come degli estintori: un comportamento irresponsabile che ha messo in gravissimo pericolo loro stessi e gli altri presenti. Alcuni di loro, specie all’altezza del valico di Quneitra, hanno anche gettato ordigni incendiari sui campi minati, con lo stesso risultato.
Secondo la valutazione riferita da fonti militari israeliane, diversi dimostranti hanno riportato gravi conseguenze o hanno perso la vita a causa dell’impossibilità della Croce Rossa di raggiungerli, dovuta al rifiuto dei dimostranti di cessare le violenze per consentire lo sgombero dei feriti. I comandanti delle Forze di Difesa israeliane hanno proclamato ben tre “tregue”, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di avanzare.
Fonti dell’opposizione siriana, da tre mesi sotto il fuoco della repressione del regime di Bashar Assad in molte località del paese, sostengono che i dimostranti erano per lo più contadini siriani poveri, pagati 1.000 dollari ciascuno per partecipare all’assalto al confine israeliano e a tale scopo trasportati al confine in modo organizzato, con autobus messi a disposizione dalle autorità di Damasco. Secondo tali fonti, le autorità siriane avrebbero anche promesso fino a 10.000 dollari alle famiglie di chi fosse eventualmente rimasto ucciso negli scontri. (Da: YnetNews, 6.6.11)

Unexpected Israel a Milano, - Un appello in difesa della manifestazione culturale

appello promosso da Ugo Volli, Alessandro Schwed e Andrée Ruth Shammah in difesa della manifestazione della cultura israeliana a Milano, minacciata dai terroristi palestinesi e dai loro amici. Si sono raccolte finora 250 adesioni, fra cui molte personalità della cultura e delle comunità ebraiche. Per aderire, preghiamo di scrivere a appello.israele.milano@gmail.com






Al Presidente della Repubblica


Al Presidente del Consiglio dei Ministri

Al Ministro degli Interni

Al Presidente della Regione Lombardia

Al Sindaco di Milano.



Gentili autorità, come certamente sapete, il prossimo 12 giugno è prevista l'inaugurazione a Milano in Piazza Duomo di un padiglione dedicato a illustrare le realizzazioni economiche e le bellezze turistiche di Israele. Vi si svolgerà un ricco programma culturale e scientifico, con conferenze di scrittori e scienziati, concerti di cantanti, mostre d'arte. La manifestazione, a suo tempo concordata con le autorità competenti, ha ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie. Non si tratta affatto di un'"occupazione di Milano", come pretendono insensatamente i suoi boicottatori, ma di un momento di scambio e di amicizia fra i popoli che arricchisce la vita culturale della città di Milano.

Apprendiamo dalla stampa che la manifestazione è minacciata da estremisti che intendono impedirla per motivi politici, a costo di "mettere a fuoco la città", cioè di usare la violenza fisica. Queste minacce sono largamente diffuse in Internet, su volantini e manifesti, diffusi in Italia e all'estero. C'è da temere che intorno al padiglione si vogliano innescare incidenti anche gravi per impedire ogni forma di espressione della realtà israeliana in Italia: uno scopo da respingere come i mezzi violenti che si sono minacciati.

Comunque si giudichino le vicende del Medio Oriente, è inaccettabile che gruppi di estremisti impediscano la libera manifestazione del pensiero, sfidino l'ospitalità dell'Italia, siano decisi a impedire ogni contatto con Israele secondo logiche di apartheid che ricordano i boicottaggi agli ebrei organizzati dai regimi nazifascisti.

Noi sottoscritti, appartenenti a diversi schieramenti politici e culturali, con opinioni diverse sul conflitto mediorientale, facciamo appello alle autorità centrali e locali della nostra Repubblica perché non sia consentito impedire nel nostro Paese una libera manifestazione del pensiero e di scambio con un altro paese democratico e perché il tentativo razzista di boicottaggio della cultura di Israele sia scongiurato. Vi chiediamo di intervenire personalmente per assicurare il regolare corso della rassegna israeliana a Milano.

Ringraziandovi per l'attenzione







I fascisti dei centri sociali

Qualche giorno fa si è svolto a Torino il "festival della cultura alternativa" che ha visto "protagonista" un osceno "gioco" consistente in un tiro al bersaglio contro un pupazzo raffigurante il Presidente di Israele Shimon Peres.
Il nuovo sindaco della città Piero Fassino, che in passato si era dichiarato amico di Israele (con i soliti distinguo tipici della sinistra) ha reagito alla cosa con fermezza: la Digos è intervenuta per rimuovere l'assurdo pupazzo ma il tutto è sintomatico di un clima davvero pesante nei confronti di Israele.
I centri sociali ormai hanno connotazioni di covi fascisti della peggior specie. Si proclamano difensori della libertà e della democrazia, paladini dei diritti civili e umani e poi organizzano simili indegne manifestazioni: sempre pronti a schierarsi in difesa dei deboli e degli oppressi (non importa se questi deboli e oppressi tirano razzi da oltre 10 anni contro case e abitanti di Israele... in fondo si tratta di case e abitanti ebrei...), non esitano a schierarsi contro le ingiustizie.
Ora che succede invece a Milano?
Una cosa strana, oserei dire assurda per loro: Israele mette in mostra il meglio di se in un padiglione di 900 mq per dare modo alle persone di conoscerlo meglio attraverso le sue innovazoni tecnologiche, la sua arte, e le persone. Orbene, i fascisti dei centri sociali stanno minacciando di mettere a fero e fuoco la città se questa manifestazione dovesse avere luogo. Basterebbe leggere la lettera che ha scritto il manifesto per capire che livello di assurdità e di falsità sono in grado di diffondere nei confronti dell'odiato Israele, reo di essere la patria degli ebrei.
La questura e il comune dopo un iniziale tentennamento sembrano decisi a non sottostare al ricatto dei fascsti dei centri sociali e a confermare piazza del Duomo come sede della manifestazione.
Ora non resta da fare altro che aspettare e vedere fino a che grado di bestialità sapranno arrivare di fascsti dei centri sociali.

lunedì 6 giugno 2011

Hamas: “Lotta armata fino alla cacciata di tutti gli israeliani''

BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA A OSAMA HAMDAN, CAPO COLLEGAMENTI ESTERI DI HAMAS, TRASMESSA IL 4 MAGGIO 2011 DALLA TV AL-JADID (LIBANO):

OSAMA HAMDAN: «Anziché avere un partito che negozia [Fatah] e un altro che conduce la resistenza armata [Hamas], entrambi i partiti, o meglio tutte le forze palestinesi opereranno all’interno del quadro unico del confronto con l’entità sionista, e non sarà una battaglia facile.»
Intervistatrice: «Sarà un confronto armato?»
OSAMA HAMDAN: «Sì, sarà un confronto armato, oltre a tutte le altre forme di lotta compresa l’intifada civile contro l’occupazione, contro il muro e contro la giudaizzazione di Gerusalemme. Ma non c’è dubbio che lo scontro armato continuerà ad essere lo sforzo principale e la spina dorsale della resistenza fino alla liberazione della Palestina […] Ritengo che politicamente la soluzione a due stati sia finita. Lo dicono quelli stessi che proponevano questo concetto. Pertanto, cercare di parlare ancora di una soluzione a due stati e come parlare di una cosa che è superata e che non c’è più. Penso che stiamo entrando nella fase della liberazione della Palestina. Quando parliamo di liberazione della Palestina, parliamo del concetto di “ritorno”: il ritorno dei profughi alla loro terra e il ritorno degli israeliani nei paesi da dove sono venuti.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista a Osama Hamdan (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2949.htm 

BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PALESTINESE MAHMOUD ABBAS (ABU MAZEN), TRASMESSA IL 2 GIUGNO 2011 DALLA TV DELL’AUTORITÀ PALESTINESE:

ABU MAZEN: «Per quanto riguarda lo stato ebraico, o quello che è, questa non è mai stata una questione. Durante tutti i negoziati fra gli israeliani e noi, dal 1993 fino a un anno fa, non abbiamo mai udito le parole “stato ebraico”. Ora hanno iniziato a parlarne, e la nostra risposta è stata: “Andate all’Onu e chiamatevi come vi pare. Non è a noi che dovete rivolgervi. Di più: noi ci rifiutiamo di riconoscere uno stato ebraico. Cercate di strapparlo all’Onu o a qualcun altro [Nota: già nella risoluzione 181 del 1947, l’Onu parlava di “Jewish State”, cioè “stato ebraico”]. Perché Israele insiste a chiederlo a noi e solo a noi? Non l’ha chiesto agli arabi, all’Egitto, alla Giordania o a qualunque altro paese arabo con cui abbia negoziato. Solo a noi. Noi sappiamo il motivo e diciamo: “No, ci rifiutiamo”.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista ad Abu Mazen (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2959.htm


Si veda anche:

“[…] Si tocca, qui, il famoso “diritto al ritorno”, nel cui culto sono state allevate intere generazioni di irredentisti arabi e palestinesi. Strano “diritto”, però, quello al “ritorno” dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti (molti dei quali non hanno mai messo piede in terra di Palestina in tutta la loro vita) a stabilirsi non nel loro futuro stato indipendente (come sancisce, ad esempio, per gli ebrei la Legge del Ritorno israeliana), bensì all’interno dello stato ebraico. Strano “diritto al ritorno”, mai riconosciuto né in linea di principio né di fatto ai milioni di musulmani e indù profughi da India e Pakistan, ai vietnamiti profughi dal Vietnam del Sud, agli italiani profughi da Istria e Dalmazia. E nemmeno, naturalmente, ai milioni di ebrei, e loro discendenti, trasferiti in Israele dai paesi d’Europa, del Medio Oriente e del resto del mondo. […]”

“[…] Vengono spesso sollevate due obiezioni. La prima è: che bisogno ha Israele che la sua identità venga definita da un soggetto esterno? La risposta a questa domanda da “finto tonto” è che, naturalmente, non si tratta di questo: non è che l’identità di Israele debba essere determinata dai palestinesi, è che ai palestinesi viene chiesto di accettare la definizione che Israele dà di se stesso. In altri termini, si tratta di mettere in chiaro che i palestinesi, nel momento in cui intraprendono dei negoziati, accettano il principio che “due stati per due popoli” significa Israele per gli ebrei e stato palestinese per i palestinesi. Come si è detto, si tratta di un presupposto cruciale per l’elaborazione stessa delle clausole del contratto, che si ripercuote anche sulle questioni relative ai profughi (arabi ed ebrei), e che offre la speranza che l’accordo, una volta raggiunto, possa davvero porre fine al conflitto. Anche la seconda obiezione – perché tale riconoscimento non venne chiesto in passato a Egitto e Giordania? – è un po’ da “finto tonto”. All’epoca della firma dei rispettivi trattati di pace con Israele, giordani ed egiziani non rivendicavano l’intero territorio d’Israele, e non indottrinavano intere generazioni di figli all’ethos del “ritorno nelle case di Jaffa e di Haifa”. La mancanza di un esplicito riconoscimento da parte di Giordania ed Egitto di Israele come stato ebraico non ne costituiva un implicito rifiuto, che è invece esplicito nelle posizioni palestinesi. Inoltre Egitto e Giordania non condussero negoziati tutti fatti di vaghezza, doppiezza e insincerità.[…]”

“Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non può chiamarsi Israele perché popolo d’Israele è sinonimo di popolo ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora la sua Dichiarazione di Indipendenza deve essere annullata, perché parla della fondazione di uno stato per il popolo ebraico chiamato Israele. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere revocata la risoluzione Onu del 29 novembre 1947 che prevedeva la spartizione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e l’altro ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere abrogata non solo la Legge del Ritorno, ma anche la Legge Fondamentale su “Libertà e Dignità Umana” secondo la quale i valori di Israele si fondano sul fatto di essere uno stato “ebraico e democratico”. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora bisogna trovare un altro inno nazionale al posto della Hatikva. Se Israele non è uno stato ebraico, non sarà né uno stato cattolico né uno stato buddista: diventerà uno stato arabo-islamico, anche se questo risultato verrà conseguito attraverso la formula dello stato bi-nazionale. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non vi saranno mai due stati per due popoli. Se Israele diventerà uno stato arabo-islamico, molto probabilmente non sarà uno stato democratico. Se Israele diventerà tutto questo, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti anti-sionisti e post-sionisti saranno i primi a scappare. Quelli che resteranno indietro saranno gli ebrei originari dei paesi del Medio Oriente. Tempo fa fuggirono da un regime arabo per andare a vivere in uno stato ebraico, ma quello stesso regime che li aveva umiliati e oppressi ora li avrà agguantati di nuovo, questa volta senza via di scampo. […]”

CON CHI DOVREBBE FARE LA PACE ISRAELE???? CON QUESTI ASSASSINI???

L'assassino Assad colpisce ancora...

Il criminale siriano Assad, stanco di prendersela con il suo popolo e di massacrarlo a colpi di cannone e con i carri armati, ha deciso di dare una svolta alla sua carriera di dittatore: per distogliere l'attenzione del mondo dagli eccidi che sta commettendo da due mesi (sono oltre MILLE le persone uccise nell'indifferenza totale della sinistra, dei centri sociali, dei comunisti, dei pacifinti, dei verdi, dell'idv e di tutta la combriccola di odiatori professionisti dello stato ebraico) si è riciclato come paladino della causa palestinese e ha mandato allo sbaraglio qualche centinaio di imbecilli con il preciso compito di farsi sparare dai soldati israeliani.
Si è ripetuto oggi quanto accaduto il 15 maggio scorso quando, cogliendo alla sprovvista lo stato ebraico, alcune centinaia di palestinesi e di siriani tentarono di invadere Israele che rispose uccidendo una ventina di loro. Oggi ci hanno riprovato e, nonostante gli avvertimenti lanciati in arabo dai militari di Gerusalemme, si sono nuovamente diretti contro le recinzioni poste sul Golan a difesa di Israele per oltrepassarle. I militari israeliani hanno dapprima tentato di disperderli con i gas lacrimongeni e poi sono stati costretti ad aprire il fuoco: bilancio 12 vittime (alcune delle quali in realtà sono saltate in aria sui campi minati siriani).
Gli arabi sembra si stiano preparando a qualcosa di grosso per settembre quando tenteranno di proclamare la nascita unilaterale di un loro stato: queste provocazioni siriane (un chiaro depistaggio di attenzione mediatica dai problemi interni) e la prossima spedizione delle navi che tenteranno di forzare il legittimo blocco israeliano alla striscia di Gaza sono chiari segnali che la calma apparente degli ultimi mesi nasconde un progetto più vasto.
La cosa sconvolgente è l'impegno che mettono nel provocare disordini, nel fomentare la violenza in rapporto all'assoluta mancanza di volontà di parlare di pace con Israele.
Ma d'altronde lo hanno sempre detto: a loro non interessa la pace, loro unico scopo è la distruzione di Israele. E se le cose stanno così, non vedo come lo stato ebraico possa pensare di trovare degli interlocutori validi per parlare di pace.

Tel Aviv, the first Hebrew metropolis

sabato 4 giugno 2011

Una bislacca idea propagandistica a cui tanti credono volentieri

Di Eugene Kontorovich e Paula Kweskin
Questo mese è in preparazione un’altra flottiglia con l'intenzione di violare il legittimo blocco marittimo israeliano sulla striscia di Gaza. Gli organizzatori sostengono di volersi dirigere verso la striscia di Gaza “occupata” per consegnare “rifornimenti umanitari di assoluta necessità”: ma entrambi questi presupposti sono falsi.
Già all’inizio di quest’anno il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che non vi è alcuna crisi umanitaria nella striscia di Gaza. Inoltre, l’affermazione che la striscia di Gaza sarebbe ancora sotto occupazione da parte di Israele è stata recentemente smentita da una fonte insospettabile: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Un’accusa ricorrente dei filo-palestinesi anti-israeliani è che l’occupazione israeliana di Gaza non sarebbe terminata con il ritiro militare del 2005 accompagnato dallo sradicamento dei quasi undicimila civili ebrei che vi risiedevano. Anche il Rapporto Goldstone si è basato su questo argomento ed ha avuto larga eco nella stampa e fra gli “esperti” internazionali. Ma è un’opinione che non ha mai avuto molto su cui appoggiarsi.
L’articolo 42 della “Convenzione internazionale dell' Aja su leggi e usi della guerra terrestre” del 1907 stabilisce che “un territorio è da considerarsi occupato quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito nemico”. Analogamente la Convenzione di Ginevra, anche nella più ampia interpretazione sostenuta dalla Croce Rossa Internazionale, prevede che delle forze di terra esercitino un “controllo all’interno” di un territorio per poter parlare di occupazione. Di più. Per essere tale, una potenza occupante deve essere in condizione di gestire tutte le funzioni di governo: governare le cose all’interno del territorio occupato, e non semplicemente pattugliarne i confini. Ed è il “governo” di fatto di Hamas che gestisce la striscia di Gaza, senza interventi israeliani.
L’argomento a sostegno della tesi della ininterrotta occupazione è che, siccome Israele mantiene “autorità assoluta sullo spazio aereo di Gaza e sulle sue acque territoriali, esso esercita manifestamente un’autorità di governo su queste aree”, per dirla con le parole del prof. Iain Scobbie. Altri sostengono che il controllo sui confini equivale ad un “controllo effettivo” dell’interno. Ma precedenti blocchi navali, come quello decretato su Cuba dal presidente Usa John F. Kennedy, non sono mai stati considerati forme di “occupazione”. Per non dire del controllo dei confini, che è del tutto normale lungo qualunque frontiera internazionale anche fra paesi molto amichevoli.
E non è nemmeno vero che Israele controlli tutti i confini della striscia di Gaza. Se l’Egitto ha scelto di tenere in gran parte chiuso il suo confine con la striscia di Gaza, lo ha fatto di propria iniziativa senza che ciò avesse nulla a che fare con l’autorità di Israele. Ed oggi, in seguito ai cambiamenti politici in Egitto, il confine di Rafah è completamente aperto, vanificando ulteriormente l’argomento secondo cui il controllo sugli ingressi alla striscia di Gaza sarebbe esercitato esclusivamente da Israele.
Non basta. La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizza il ricorso alla forza contro il regime libico offre un ulteriore eccellente test per verificare se gli argomenti giuridici largamente usati contro Israele vengono applicati anche in altri casi. Lo scorso marzo, infatti, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione numero 1973 in risposta alla violenta repressione scatenata da Muammar Gheddafi contro i ribelli anti-governativi. La risoluzione autorizzava l’intervento militare, tracciava una zona di interdizione al volo (no-fly zone) su tutta la Libia, congelava beni libici e autorizzava un ampio uso della forza contro le truppe libiche. Cionondimeno la risoluzione 1973 escludeva espressamente qualunque “occupazione” del territorio libico. Non si tratta di parole usate a caso. La proibizione di un’occupazione è ciò che ha contribuito a garantire il voto favorevole alla risoluzione di diverse nazioni che erano su posizioni scettiche. Alla riunione del Consiglio di Sicurezza, il rappresentante del Libano ha sottolineato che la risoluzione non doveva comportare l’occupazione di “neanche un centimetro” di territorio libico.
Abbiamo dunque la conferma da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che un ampio embargo, una no-fly zone e mesi di costanti bombardamenti dall’aria non costituiscono comunque una “occupazione”. Certo, queste azioni hanno considerevoli effetti sulla Libia e determinano un “controllo” su molto di ciò che avviene al suo interno. È dunque del tutto evidente che, in base a questo standard, le misure israeliane assai meno complete e invasive nei confronti della striscia di Gaza non costituiscono in alcun modo un’occupazione.
Naturalmente la risoluzione sulla Libia non dimostra nulla di nuovo (come si è già ricordato, citando le convenzioni internazionali): è l’argomento secondo cui Gaza sarebbe rimasta sotto occupazione israeliana anche dopo il 2005 che è sempre stato a dir poco bizzarro.
L’evidenza dei principi di cui sopra quando vengono applicati dappertutto meno che a Israele dovrebbe dar molto da pensare a coloro che sono convinti che un completo ritiro israeliano sulle linee pre-1967 conferirebbe automaticamente a Israele la legittimità internazionale e impedirebbe la fabbricazione di altre rivendicazioni pretestuose.

(Da: Jerusalem Post, 1.6.11)

giovedì 2 giugno 2011

Pace a Gerusalemme

Editoriale del Jerusalem Post
«Questa mattina le Forze di Difesa israeliane hanno liberato Gerusalemme. Abbiamo riunificato Gerusalemme, la capitale divisa d’Israele. Siamo tornati al più santo dei nostri luoghi santi, per non separarcene mai più. Ai nostri vicini arabi anche in quest'ora – e a maggior ragione in quest'ora – tendiamo una mano di pace. Ai nostri concittadini cristiani e musulmani promettiamo solennemente pieni diritti e libertà religiosa.» Firmato: Moshè Dayan, ministro della difesa d’Israele, pomeriggio del 7 giugno 1967, al Muro Occidentale.

Nei 44 anni trascorsi da quando Dayan fece questa dichiarazione, diversi successivi governi israeliani hanno messo in pratica i suoi punti principali. Rispecchiando un ampio consenso fra gli ebrei israeliani, nel 1980 la Knesset ha approvato la Legge su Gerusalemme in base alla quale “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale d’Israele”. Per la prima volta nella storia, la piena libertà di culto, mai rispettata sotto dominio musulmano, venne riconosciuta a tutte e tre le religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo e islam allo stesso modo – nel rispetto dei legami storici unici che ciascuna di queste fedi ha con il particolarissimo scenario di Gerusalemme (quantunque i legami dell’ebraismo siano di gran lunga più profondi e centrali, nella sua pratica e nella sua fede).
L’enorme gioia degli ebrei israeliani per aver ottenuto la sovranità su Gerusalemme per la prima volta dopo la sua perdita nell’anno 70 e.v., riflessa chiaramente nei sondaggi che mostrano costantemente una netta maggioranza contraria alla sua ridivisone, non ha impedito ai vari successivi governi, nel corso degli anni, di porgere la mano in pace ed offrire ampie concessioni territoriali a Gerusalemme in cambio della fine del conflitto.
Nel 2000 il primo ministro israeliano Ehud Barak offrì al presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat compromessi di vasta portata, ivi compresa la partizione di Gerusalemme, che sarebbe stata condivisa da palestinesi e israeliani. Ma quell’offerta senza precedenti venne seccamente rifiutata da Arafat, che procedette con il lancio della seconda intifada.
Nel 2008 il primo ministro israeliano Ehud Olmert fece al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) un’offerta ancora più generosa. Oltre a proporre la partizione di Gerusalemme, quell’offerta avrebbe posto sotto controllo internazionale il cosiddetto “bacino sacro”, l’area geografica che comprende i più importanti luoghi santi delle tre religioni monoteiste. Ma Abu Mazen non ha mai nemmeno dato ad Olmert una riposta definita.
Nell’aprile dello scorso anno, in un’intervista a Channel 2, l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu tracciò una distinzione fra i quartieri ebraici della Gerusalemme post-1967 e i suoi quartieri arabi, specificando che la sorte definitiva dei quartieri arabi sarà effettivamente oggetto di discussione per l’accordo sullo status definitivo coi palestinesi: una posizione già abbracciata da Kadima (Olmert) e dai laburisti (Barak), ma che normalmente non veniva fatta propria dal Likud. Pur respingendo l’idea di cedere quartieri ebraici unanimemente considerati israeliani come Ramat Shlomo e French Hill, sebbene sorgano al di là della ex linea armistiziale che divideva la città nel periodo 1949-67, Netanyahu ha definito “legittima” l’idea di cedere quartieri arabi come Abu Dis e Shuafat a un futuro stato palestinese. “Nessuno – ha spiegato, riferendosi agli ebrei israeliani – desidera aggiungere alla Gerusalemme israeliana una più numerosa popolazione araba”. Tuttavia, ha continuato, vi è chi è preoccupato del fatto che, “se ce ne andiamo da là”, l’Iran islamista in un modo o nell’altro può venire a riempire il vuoto, come ha fatto nel Libano meridionale con Hezbollah e nella striscia di Gaza con Hamas. “Se ce ne andiamo dai quartieri arabi della parte est di Gerusalemme – ha concluso Netanyahu – l’Iran potrebbe fare il suo ingresso, e questa è una preoccupazione legittima”. Già diversi quartieri arabi, che tecnicamente appartengono alla municipalità di Gerusalemme, sono di fatto “divisi” dalla barriera di sicurezza.
Sia a parole che coi fatti gli israeliani hanno dimostrato la disponibilità al compromesso, in una città così unica e di risonanza così centrale nella storia e nella tradizione ebraica, verso la quale così tanti ebrei si sentono profondamente legati. Ma tutte le aperture di pace dal versante israeliano – anche quelle di così vasta portata che tanta parte, forse la maggior parte, degli ebrei israeliani sarebbe riluttante a sostenerle – sono state respinte dai palestinesi.
Al cuore dell’intransigenza palestinese sembra esservi un rifiuto di fondo ad accettare il legame unico del popolo ebraico con Gerusalemme e con altri luoghi storici di Giudea e Samaria (Cisgiordania), anch’essi sotto gestione ebraica dopo la guerra dei sei giorni. Come Dayan 44 anni fa, che all’apice dell’ gioia degli ebrei per la riunificazione di Gerusalemme non perse di vista una chance di pace, il popolo ebraico non ha mai perso la speranza di poter vivere un giorno fianco a fianco coi palestinesi in pace: in ebraico “shalom”, uno dei significati del nome Yerushalaim (Gerusalemme). Ma quel giorno potrà giungere solo dopo che i palestinesi avranno abbandonato la loro intransigenza – accuratamente ignorata da una parte troppo grande della comunità internazionale – che li vede dar prova costantemente del loro rifiuto di accettare la legittimità di una sovranità ebraica su qualunque parte di questa terra, indipendentemente da quanto ampie siano le offerte di compromesso da parte di Israele.
(Da: Jerusalem Post, 31.5.11)

mercoledì 1 giugno 2011

Nuovi Argomenti numero 6, aprile-giugno 1967

Pier Paolo Pasolini
Giuro sul Corano che io amo gli arabi quasi come mia madre. Sono in trattative per comprare una casa in Marocco e andarmene là. Nessuno dei miei amici comunisti lo farebbe, per un vecchio, ormai tradizionale e mai ammesso odio contro i sottoproletariati e le popolazioni povere. Inoltre forse tutti i letterati italiani possono essere accusati di scarso interesse intellettuale per il Terzo Mondo: non io. Infine, in questi versi, scritti nel ‘63, come è fin troppo facile vedere, sono concentrati tutti i motivi di critica a Israele di cui è ora piena la stampa comunista.
Ho vissuto dunque, nel ‘63, la situazione ebraica e quella giordana di qua e di là del confine. Nel Lago di Tiberiade e sulle rive del Mar Morto ho passato ore simili soltanto a quelle del ‘43, ‘44: ho capito, per mimesi, cos’è il terrore dell’essere massacrati in massa. Così da dover ricacciare le lacrime in fondo al mio cuore troppo tenero alla vista di tanta gioventù, il cui destino appariva essere appunto solo il genocidio. Ma ho capito anche, dopo qualche giorno ch’ero là, che gli israeliani non si erano affatto arresi a tale destino. (E così, oltre ai miei vecchi versi, chiamo ora a testimone anche Carlo Levi, a cui la notte seguente l’inizio delle ostilità, ho detto che non c’era da temere per Israele, e che gli israeliani entro quindici-venti giorni sarebbero stati al Cairo). È dunque da un misto di pietà e di disapprovazione, di identificazione e di dubbio, che sono nati quei versi del mio diario israeliano. Ora, in questi giorni, leggendo l’Unità ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta? Non era questa finalmente, l’occasione giusta per loro di «scegliere con dubbio» che è la sola umana di tutte le scelte? Il lettore dell’Unità non ne sarebbe cresciuto? Non avrebbe finalmente pensato – ed è il minimo che potesse fare che nulla al mondo si può dividere in due? E che egli stesso è chiamato a decidere sulla propria opinione? E perché invece l’Unità ha condotto una vera e propria campagna per «creare» un’opinione? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato, ora libero e sovrano, non è nato male? E chi di noi, inoltre, potrebbe garantire agli ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler o che in America non ci saranno nuovi campi di concentramento per drogati, omosessuali e ebrei? O che gli ebrei potranno continuare a vivere in pace nei paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità, o Antonello Trombadori o qualsiasi altro intellettuale comunista? E non è logico che, chi non può garantire questo, accetti, almeno in cuor suo, l’esperimento dello Stato d’Israele, riconoscendone la sovranità e la libertà? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei paesi in via di sviluppo – compresa in patte l’Italia – ha classi dirigenti, polizie, magistrature, indegne? E non sanno tutti che, come bisogna distinguere la nazione israeliana dalla stupidità del sionismo, così bisogna distinguere i popoli arabi dall’irresponsabilità del loro fanatico nazionalismo? L’unico modo per essere veramente amici dei popoli arabi in questo momento, non è forse aiutarli a capire la politica folle di Nasser, che non dico la storia, ma il più elementare senso comune, ha già giudicato e condannato? O quella dei comunisti è una sete insaziabile di autolesionismo? Un bisogno invincibile di perdersi, imboccando sempre la strada più ovvia e più disperata? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?».


Questo articolo di Pier PAolo Pasolini è emblematico e drammaticamente vero e attuale.
Chissà se i sinistri pacifinti capiranno a cosa alludeva il poeta....