Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

martedì 26 luglio 2011

La causa curda (e quella palestinese)

Pochi devono essersene accorti, ma di recente (lo scorso 14 luglio) 850 delegati dal Kurdistan settentrionale hanno dichiarato una “autonomia democratica” ad Amed (Diarbakir), proclamata capitale del Nord Kudistan, e hanno invitato tutti i curdi a considerarsi cittadini curdistani. L’area rivendicata dall’autonomia rappresenta una porzione sostanziale della Turchia sud-orientale. Ankara è diventata furibonda. Il resto del mondo non avrebbe potuto ignorare la cosa più di quanto ha fatto.
I curdi sono una popolazione autoctona arbitrariamente trascurata dalle superpotenze quando lottizzarono artificialmente il Medio Oriente alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale. Non solo ai curdi vennero negatati riconoscimento e indipendenza, ma essi vennero anche frazionati fra Turchia (dove si stima che contino per il 20% della popolazione totale del paese), Iran (7% della popolazione iraniana), Iraq (20% della popolazione irachena) e Siria (9% della popolazione siriana). In questi ultimi due casi, sono andati a far parte di due assembramenti politici artificiosi congegnati rispettivamente da Gran Bretagna e Francia. La mancanza di elementare coesione interna in Siria e Iraq si è manifestata in decenni di conflitti intestini, fino ai nostri giorni.
Secondo la mitologia corrente, la comunità internazionale considera l’autodeterminazione un diritto naturale e inalienabile di ogni nazionalità. Questa, almeno, è la giustificazione ufficiale del clamore mondiale a sostegno di uno stato palestinese: spazzata via senza tentennamenti ogni perplessità circa l’origine piuttosto recente della rivendicazione di identità separata palestinese, insieme al fatto che i palestinesi sono di fatto indistinguibili dalla maggior parte dei loro vicini arabi per lingua, religione, cultura e per ogni altro immaginabile indizio di particolarità etnica. Il titolo di identità nazionale – vien detto – è soggettivo: se una collettività considera se stessa degna di autodeterminazione, allora l’autodeterminazione le è dovuta.
Tuttavia questo nobile principio non viene certo applicato in modo equamente universale. Le prove di parzialità abbondano, anche senza citare la generale ostilità verso l'idea stessa che il paziente popolo ebraico abbia titolo ad una sua sovranità esattamente come altri gruppi etnici assai più giovani e meno caratterizzati.
Il caso dei curdi mostra con tutta evidenza questo doppio standard. Di gran lunga assai più numerosi dei palestinesi – si stima che contino fra i 30 e i 35 milioni di persone – costituiscono una lampante nazionalità separata, non-araba, con la propria cultura e una lingua ben identificabile (una sottocategoria del ramo iraniano del gruppo indo-iraniano delle lingue indo-europee). Presenti nella regione da molto prima che qualunque arabo avesse mai sentito nominare il popolo palestinese, i curdi si battevano per l’indipendenza già in pieno XIX secolo, prima dell’avvento del nazionalismo arabo. Nel 1927 crearono la fugace Repubblica di Ararat, destinata ad essere ben presto sconfitta. Sia la Turchia che l’Iran hanno crudelmente repressero numerose rivolte curde, ed oggi i curdi stanno ancora combattendo per la loro libertà.
Il contrasto fra il modo in cui il mondo tratta i palestinesi e i curdi non potrebbe essere più vistoso. I palestinesi vengono viziati dal soccorso internazionale e coccolati finanziariamente. Venne loro offerto uno stato indipendente già nel 1947, ma lo rifiutarono preferendo piuttosto dedicarsi al tentativo di distruggere il gemello stato ebraico. Praticamente il mondo intero è tornato a sostenere uno stato palestinese e ora aspetta con ansia febbrile la petizione unilaterale per il riconoscimento dell’indipendenza palestinese all’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre. La dichiarazione unilaterale di autonomia curda in Turchia, invece, è stata accolta da un silenzio di morte. Al mondo non potrebbe importare di meno. Il mondo non celebra la causa nazionalista curda, non le offre assistenza diplomatica, non la inonda sui mass-media di editoriali condiscendenti e plaudenti, non sovvenziona i separatisti curdi ed anzi denuncia quello che viene visto come terrorismo curdo, portando il massimo rispetto per la spietata repressione dei curdi esercitata da decenni in quattro paesi diversi. In breve, una nazione che presenta molti più requisiti per l’autodeterminazione di quanti ne abbiano i palestinesi – e altre costruzioni mediorientali del passato imperialismo occidentali – continua a subire un trattamento assolutamente iniquo. I curdi non riescono a suscitare nemmeno una minima frazione della simpatia così generosamente accordata ai palestinesi.
E tuttavia, oggi si presentano ai curdi nuove potenzialità. Godono di una semi-autonomia sotto gli americani in Iraq (sebbene vi sia incertezza circa il futuro post-americano); la Siria è scossa da instabilità e la relativa attenuazione della repressione di Damasco incoraggia i curdi iraniani e turchi. Forse questo è il momento per una politica estera israeliana più coraggiosa, specie alla luce dell’attuale antagonismo da parte di Ankara verso Israele (indipendentemente dalla pia illusione di un ripensamento di Reccep Tayyip Erdogan). Gerusalemme ha poco da perdere, certo non l’amicizia della Turchia. Non c’è motivo perché Israele non debba esprimere un netto sostegno all’autodeterminazione curda, come ha fatto con il Sudan meridionale. Non solo perché è la cosa giusta da fare come contropartita per l’atteggiamento della Turchia: ma soprattutto perché i curdi lo meritano e ne hanno diritto.

(Da: Jerusalem Post, 23.7.11)

lunedì 25 luglio 2011

Armi e munizioni scoperte su un gommone nel Mar Morto

Nella giornata odierna, l'IDF e la Polizia Israeliana hanno intercettato sulle acque del Mar Morto un gommone con a bordo due palestinesi che tentavano di introdurre 10 AK-47 e proiettili, giubbotti in Cisgiordania.






Come si evince chiaramente da questi fatti i palestinesi vogliono la pace, anzi la bramano....
E a settembre pretendono di ottenere il riconoscimento unilaterale di uno stato palestinese che non riconosce il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza come stato ebraico.
Ci auguriamo che il consesso delle Nazioni Unite non consenta questo scempio che non porterà a nulla di buono e soprattutto non sarà foriero di pace nella regione.

domenica 24 luglio 2011

Israele per i palestinesi

Il governo israeliano, in collaborazione con l'esercito, ha coordinato la consegna di aiuti umanitari e assistenza allo sviluppo della popolazione civile di Gaza.
A giugno 2011 sono entrati a Gaza 4795 tir contenenti 118.651 tonnellate di cibo, carburante e altro inclusi materiali per costruzioni.
Di seguito l'elenco dettagliato degli aiuti entrati a Gaza:
1475 tir di cibo,
1038 di materiali per costruzioni
155 di prodotti elettrici
85 di strumenti agricoli
8 di materiali tessili
2782 tonnellate di gas per cucina
184 veicoli.
Inoltre sono stati concessi 3984 permessi per attraversare il valico di Erez, 1634 permessi di viaggio per ottenere trattamenti medici ospedalieri in Israele.
Inoltre sono stati approvati 33 nuovi progetti di organizzazioni internazionali comprendenti la costruzione di nuove scuole, la ristrutturazione di quelle esistenti, la costruzione di nuove unità abitative, progetti di strade e assistenza agricola.
Sempre a giugno sono entrati a Gaza 866  tir di materiali per la realizzazione di 39 progetti internazionali in fase di realizzazione.

venerdì 22 luglio 2011

Capire Israele in 60 giorni

Cari amici, su indicazione di un lettore (Roberto) mi permetto di segnalarvi questo link su una interessante opera editoriale a fumetti che riguarda Israele.
Buona lettura.

Perdonate se nei prossimi giorni questo blog non verrà aggiornato con la solita frequenaz: mi trovo in vacanza e non sempre mi  è possibile collegarmi a internet.

Un saluto a tutti

VIVA ISRAELE!

L’amaro destino della signora Zoabi

Di Hanoch Daum

Lunedì scorso la Commissione Etica della Knesset ha deciso di sospendere la parlamentare arabo-israeliana Hanin Zoabi (lista Balad), che ha partecipato un anno fa alla flottiglia filo-Hamas per Gaza, dove era stata anche fotografata e filmata vicino a membri armati dell’organizzazione turca filo-Hmas IHH. Fino al termine della sessione corrente, fra due settimane, la Zoabi sarà sospesa da ogni attività parlamentare e potrà solo prendere parte alle votazioni in seduta plenaria. “La partecipazione stessa alla flottiglia – ha spiegato la Commissione – il cui obiettivo era quello di violare il blocco navale imposto alla striscia di Gaza nel quadro del conflitto armato contro Hamas, costituisce un atto di tradimento contro la sicurezza dello stato, a maggior ragione se si tratta di un deputato eletto al parlamento israeliano”. Secondo la Commissione, “un parlamentare non può unirsi a un gruppo dichiarato illegale dal ministero della difesa”.

LA FEROCE REPRESSIONE D'ISRAELE: "SOSPESA PER DUE SETTIMANE"

Scrive HANOCH DAUM: «Che il cielo abbia pietà della onorevole signora Hanin Zoabi, che si ritrova a vivere in uno stato così crudele come Israele. Uno stato che osa fermare le irruzioni illegali dal mare; uno stato che, a differenza dei suoi adorabili vicini, non permette nessuna libertà di espressione; uno stato dove le minoranze vivono ogni giorno nel terrore per la propria stessa vita, soprattutto la stessa signora Zoabi: ogni volta che la vedo pranzare in un caffè del prestigioso quartiere German Colony, a Gerusalemme, posso scorgere sul suo volto i segni della tensione.
Ah, se solo la signora Zoabi potesse aggirarsi in pace per Israele proprio come gli israeliani possono fare per le vie di Gaza; se solo potesse essere un membro in vista dell’opposizione in Siria o in Libia; se solo potesse essere una donna colta e istruita di Gaza, impegnata a rivendicare eguaglianza di diritti per tutte le donne: oh, come sarebbe meravigliosa la sua vita.
E invece la povera Zoabi si ritrova in Israele dove, santo cielo, le cose per lei sono davvero orribili. Il suo stipendio come parlamentare alla Knesset è di soli 30.000 shekel al mese (quasi 6.200 euro), gode di condizioni inferiori a quelle di un ministro e adesso è stata addirittura sospesa dalla Knesset per due settimane. Due settimane!
E tutto questo accade solo per aver detto che non c’era alcuna violenza a bordo della “flottiglia” filo-Hamas diretta a Gaza nel maggio 2010, mentre in realtà ce n’era eccome; solo per aver detto che non ha visto nessuno pestare i soldati, mentre foto e filmati dimostrano che si trovava proprio vicino a dove si consumavano quelle violenze. Sospenderla solo per questo? Per aver partecipato a un tentativo violento di violare le frontiere di Israele? Per aver partecipato a un incidente durante il quale soldati del Commando Navale israeliano, saliti a bordo della nave senza armi da guerra, sono stati a un passo dall’essere presi in ostaggio da filo-terroristi?
Ma chi ha mai detto che un parlamentare della Knesset debba essere solidale coi commando della marina, anziché stare dalla parte di attivisti turchi filo-terroristi e filo-Hamas? Dov’è la democrazia? Dov’è la libertà d’espressione? Com’è possibile che a un cittadino israeliano non sia permesso combattere contro Israele e adoperarsi contro la sua stessa esistenza? Com’è possibile che una persona, che pensa semplicemente che Israele sia uno stato illegittimo e da cancellare, subisca una punizione così dura dalla Commissione Etica della Knesset? Ma dove arriveremo? Magari al punto di approvare una legge che proibisce ai terroristi di candidarsi alla Knesset e ai criminali di essere designati alla Corte Suprema?
È davvero deplorevole e doloroso considerare la triste sorte della signora Zoabi. Fa davvero venir voglia di piantare un’altra tenda di protesta davanti alla caffetteria della Knesset. Invece di essere una moderna donna single, in uno degli illuminati paesi vicini a Israele – Siria, Egitto, Giordania, Iran – com’è stato possibile che questa deliziosa signora si sia ritrovata proprio nel violento e spietato stato di Israele? Speriamo almeno che la tremenda punizione inflittale passi presto. Siamo tutti con lei, signora Zoabi, siamo veramente tutti con lei.»

(Da: YnetNews, 20.7.11)

lunedì 11 luglio 2011

Bambini indottrinati all’odio

Ogni anno, a novembre, la TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, controllata dal Fatah del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), commemora l’anniversario della morte, nel 2004 presso Parigi, di Yasser Arafat.
Il 10 novembre del 2009 e 2010 lo ha fatto mandando in onda delle “interviste” a ragazzini palestinesi che rispecchiano fedelmente gli insegnamenti loro impartiti, e rilanciati dalla tv ufficiale, che si fondano – come si può constatare dai brani qui riportati – su glorificazione della forza, della guerra e del rifiuto della pace, apologia dei concetti di “martirio” e di vendetta, acritiche teorie del complotto, totale sovrapposizione fra ebrei e israeliani e calunnie antisemite.
Questa che segue è la traduzione di alcuni stralci di quelle interviste.
Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):

Presentatore: Sia benedetto Yasser Arafat. Ed ecco ora alcuni messaggi da bambini di Palestina.

Primo ragazzino: «Fui molto, molto triste quando Arafat morì da “shahid (martire), perché era un brav’uomo e un combattente. Fece cose per mezzo della lotta, prese parte alla lotta, non fece la pace e così via. Voleva combattere.»

Secondo ragazzino: «Yasser Arafat fu un presidente molto, molto importante. Resistette a tutti i nemici e non aveva paura di nessuno. Tutti gli ebrei e gli israeliani e i popoli che sono contro di noi avevano paura di lui. Quando morì, morì per avvelenamento.»

Prima ragazzina: «Dico che è morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Questo dico.»

Terzo ragazzino: «Arafat diceva: “Mi vogliono morto, mi vogliono prigioniero. Ma io dico loro: martirio, martirio, martirio”.»

Seconda ragazzina: «E’ stato il nostro primo presidente. Era assediato a Ramallah, e quando era assediato noi eravamo molto sconvolti. Gli ebrei lo avvelenarono e io li odio molto. Allah li ripagherà come meritano.»

Quarto ragazzino: «E’ morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Beh, non so di cosa è morto, ma so che è stata opera degli ebrei.»

Quinto ragazzino: «Distrussero tutta la sua casa e lui rimase in una sola stanza, e alla fine gli ebrei lo avvelenarono e diedero la colpa a qualcun altro.»

(Da: PalestinianWatch)

Ma se continuano a insegnare menzogne ai loro figli, se continuano a instillare loro l'odio per Israele e per gli Ebrei, se continuano a nutrirli di violenza, questi bambini potranno mai desiderare la pace?
I palestinesi vogliono veramente la pace???
NO!
Sono rimasti al vecchio concetto "ributtiamo a mare gli ebrei" espresso nel 1948 da tutti gli arabi, l'indomani della nascita di Israele.

Le notizie che non leggerete mai...

Lo scorso mese, un gruppo di bambini palestinesi della West Bank, accompagnato dai genitori, ha visitato lo Zoo di Gerusalemme.
Il viaggio è stato organizzato dall'Amministrazione Civile e dall'Ospedale Hadassh di Gerusalemme. Molti dei bambini in precedenza, erano stati sottoposti a interventi chirurgici a cuore aperto proprio all'Hadassah, tutto a spese dell'ospedale e dell'organizzazione "Un cuore per la pace". Questa escursione è stato ideato come momento di relax, apprendimento, divertimento ed esperienza positiva per i bambini che soffrono di patologie cardiache.
La signora Dalia Bassa, Responsabile del Dipartimento della Salute per l'Amministrazione Civile, ha svolto un ruolo molto importante sia durante il periodo di degenza dei bambini in ospedale che durante la gita nella capitale.
L'Amministrazione Civile è responsabile per il coordinamento delle necessità dei civili in Cisgiordania e lavora in stretto contatto con l'Autorità Palestinese, la popolazione civile palestinese, l'I.D.F. e le autorità israeliane e con alcune organizzazionei non governative.

Vorrei conoscere quali e quanti altri paesi si danno così da fare per un popolo che ambisce solamente a distruggere Israele. Così come vorrei sapere quale altro popolo si preoccuperebbe tanto di curare i figli dei propri più acerrimi nemici....
Onore a Israele, al suo popolo meraviglioso, al suo esercito.

domenica 10 luglio 2011

Ospiti sgraditi (e non invitati)

Editoriale del Jerusalem Post
Stando alle attuali previsioni, diverse centinaia di passeggeri dovrebbero atterrare all’aeroporto Ben-Gurion per inscenare una sorta di "inondazione" provocatoria buona per i titoli di prima pagina. Questa specie di “flottiglia aerea” arriva chiaramente in sostituzione della flottiglia marittima, che sta fallendo. Ma con tutta evidenza questa messinscena ha più a che fare con un’operazione di propaganda che con la rottura dell’assedio di Gaza, ormai comunque fittizio. Il confine della striscia di Gaza con l’Egitto è aperto e, attraverso i valichi di confine con Israele, Gaza riceve un’ampia gamma di rifornimenti, per non dire di acqua ed elettricità.
Ma Gaza è solamente un pretesto. La motivazione implicita è quella di infangare ulteriormente l’immagine di Israele, dipingendone i poliziotti come violenti teppisti che aggrediscono arbitrariamente i passeggeri in arrivo. Nella realtà odierna dei mass-media fatta di frasi ad effetto e notiziari lampo di cinque secondi, l'idea può risultare estremamente appetitosa.
I nemici di Israele non si sono mai tirati indietro quando si è trattato di agganciarsi alle forze di qualunque ideologia che sembrasse utile ai loro scopi. In alcune fasi del conflitto contro il sionismo, sono stati volonterosi reggicoda e collaboratori dei nazisti. Pochi anni dopo, con una giravolta di 180 gradi, divennero pupilli del comunismo internazionale. Le più recenti buffonate indicano un bizzarro assortimento di alleati che può essere descritto come un incoerente aggregato di anarcoidi sottoforma di attivisti dei diritti umani (a prescindere dagli abusi dei diritti umani nel mondo arabo-islamico, naturalmente). “Anarcoidi” non è comunque una definizione esatta per via dell’ampio dispiegamento di tipi e ideologie. Basti dire che alcuni di questi “anarchici” ostentano posizioni molto pronunciate di estrema sinistra, spesso impudentemente schierati dalla parte della giustizia sociale mentre non si oppongono praticamente mai all’aggressione, anche terroristica, e all'indottrinamento, anche se affermano il contrario. Per loro, saltare sul carro della strombazzata causa palestinese è l’ideale, soprattutto perché Israele si presenta come il bersaglio perfetto: appare già delegittimato, e attaccarlo serve a delegittimarlo ancora di più.
È illuminate un dettaglio apparentemente secondario: gli organizzatori dell’“irruzione via aeroporto” si rifiutano di indicare la loro destinazione col suo nome di “Aeroporto Ben-Gurion”. Preferiscono indicarlo come “Aeroporto di Lydda”, usando il nome del minuscolo e rudimentale aerodromo che vi esisteva ai tempi del Mandato Britannico. Questo lessico implica una esplicita negazione della sovranità e dell’esistenza di Israele, e non solo una critica alla politica dei suoi governi. Nessuno stato può tollerare un simile attacco, men che meno lo stato d’Israele piccolo e accerchiato. Gli altri paesi non possono aspettarsi che Israele si comporti in modo diverso da come essi stessi si comporterebbero in circostanze analoghe.
A causa del doppio standard con cui Israele viene comunemente giudicato, la sfida che attende il personale di sicurezza dell’aeroporto è tutt’altro che semplice. I visitatori ostili saranno disarmati (giacché avranno passato i controlli prima del decollo), ma dovranno essere fermati. I promotori dell’evento hanno reclutato molti residenti di paesi arabi, con una varietà di passaporti diversi. Per costoro, la violenza e addirittura lo spargimento di sangue sarebbe chiaramente il risultato desiderato. Prendono parte a una formidabile strategia volta a diffamare Israele come un “impianto colonialista e da apertheid” sostenuto da "crimini di guerra". La sua stessa esistenza viene descritta come un male a cui porre rimedio. L’obiettivo è ostracizzare Israele e avvilire gli israeliani. Di conseguenza, il dilemma è come impedire tale provocazione senza regalare ai suoi organizzatori un trionfo propagandistico. Speriamo che in qualche modo si trovi la maniera di negare l’ingresso ai provocatori e allo stesso tempo evitare di farsi trascinare nella trappola propagandistica da essi congegnata. Trovare il giusto equilibrio è più facile a dirsi che a farsi. Il migliore dei piani può saltare a causa del minimo intoppo.
Quello che è all’opera, qui, è l’ennesimo di una serie incessante di tentativi di violare le frontiere di questo paese. In questo senso, le “flottiglie” sono identiche alle irruzioni sui confini d’Israele della Nakba e della Naksa. E lo show all’aeroporto è dello stesso stampo. Quando le frontiere di uno stato vengono proclamate illegittime e violabili, lo è anche la sovranità stessa di quello stato. Il comun denominatore di tutto questo è il tentativo di cancellare le linee post-’67, per poi cancellare quelle armistiziali del 1949 e infine la risoluzione di spartizione dell’Onu del 1947 a favore del cosiddetto “diritto al ritorno”, vale a dire del “diritto di inondare Israele con milioni di nemici”. Ecco perché il “fronte” dell’aeroporto non è meno vitale e cruciale dei confini di terra e di mare.

(Da: Jerusalem Post, 7.7.11)

Un gesto senza senso

Di Yoaz Hendel
La controversa decisione di consegnare salme di terroristi all’Autorità Palestinese deve essere vagliata in relazione ai presunti benefici di tale mossa.
Nonostante la sanguinosa storia e il dolore che hanno lasciato inciso nella nostra memoria, l’identità dei singoli terroristi in questione non è la cosa più importante. Le salme sono salme, e quando non c’è niente che si debba fare con esse, in quanto Stato dotato di senso morale dovremmo permettere che vadano a marcire nel cortile di casa della gente che ce li ha mandati contro. Anche l’ipotesi che le sepolture dei terroristi possano essere trasformate in luoghi di pellegrinaggio non è in sé rilevante: l’Autorità Palestinese produce in continuazione propaganda di odio e istigazione contro Israele e gli ebrei indipendentemente dalla presenza o meno delle tombe dei “martiri”. L’unica vera ragione per cui non dovremmo trasferire ai palestinesi le salme dei terroristi è che la cosa è priva di senso, e lo è principalmente per il fatto che i gesti di buona volontà verso palestinesi non sortiscono alcun beneficio di sorta.
Si è soliti affermare che, nei rapporti fra popoli, non c’è spazio per i sentimenti, ma solo per gli interessi. Può essere sgradevole, ma è la realtà. Gli Stati si detestano e si piacciono in base alle esigenze del momento. Nessuno lo sa meglio di noi. Pertanto, quando lo Stato d’Israele fa un gesto, dobbiamo domandarci qual è il nostro interesse. Alcuni diranno subito, come per una sorta di riflesso pavloviano, che per l’ennesima volta dobbiamo “rafforzare l’Autorità Palestinese” e “dare una possibilità alla pace”. Ma la verità è assai diversa. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è forte ed è esattamente per questo motivo che ha deciso di imboccare una strada diversa.
Sarà utile un brevissimo riepilogo: negli ultimi anni abbiamo scarcerato detenuti palestinesi, consegnato armi ai palestinesi, garantito concessioni ai leader dell’Autorità Palestinese. Perché l’abbiamo fatto? Perché era nell’interesse di Israele: Abu Mazen manteneva tranquilla l’area (non per ragioni sioniste, naturalmente, ma per il suo desiderio di sopravvivere) e lo Stato d’Israele traeva vantaggio dal rafforzarsi della sua posizione. Ma come ogni processo in Medio Oriente, anche questo sviluppo ottimistico è rapidamente giunto al termine. Ehud Olmert ha avanzato offerte che erano troppo generose, i palestinesi come al solito le hanno rifiutate ed è stata ufficialmente lanciata una guerra contro la legittimità di Israele. Dal progetto di dichiarare a settembre l’indipendenza unilaterale (cioè, senza accordo con Israele), al sostegno per le “flottiglie del ritorno”, i dirigenti dell’Autorità Palestinese continuano ad adoperarsi affinché lo scontro con Israele sia sempre vivo e vegeto. Chi vuole fare i conti concretamente con questa realtà di fatto farebbe bene ad astenersi da inutili “gesti di buona volontà”, anche se si tratta soltanto di salme di terroristi.

(Da: YnetNwes, 5.7.11)

Editoriale giordano: “La lotta contro Israele è esistenziale, non territoriale”

Il 5 giugno scorso un editoriale del quotidiano giordano semi-indipendente filo-governativo Al-Dustour, nel commemorare il 44esimo anniversario dello scoppio della guerra dei sei giorni chiamato Giorno della Naksa (“arretramento”), ribadiva che la battaglia contro Israele non attiene ad una disputa territoriale, bensì alla questione stessa dell’esistenza dello stato ebraico, e invocava l’unione di tutte le forze della ummah (“comunità”) dei popoli arabi per debellare quella che definisce la “genocida impresa sionista” che "minaccia" tutti i popoli arabi, e per liberare "tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano”.

Nota: dal 26 ottobre 1994 la Giordania è legata a Israele da un Trattato di pace.

Qui di seguito, i brani più significativi dell’articolo:
«Nel 44esimo anniversario della vessatoria aggressione sionista del 5 giugno 1967 contro la ummah araba, le ripercussioni di quella tragedia sono ancora chiaramente evidenti nel mondo arabo sottoforma di occupazione di tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, del Golan e delle Fattorie Shab'a, e nel fatto che il Sinai rimane una zona smilitarizzata in base agli Accordi di Camp David. Considerando le ragioni che portarono alla tragedia del giugno 1967 si vede che quelle ragioni sussistono tuttora. Gli stati arabi dall’Oceano [Atlantico] al Golfo [Persico] non hanno imparato la lezione della Naksa, e non hanno intrapreso le misure né adottato gli strumenti con cui poter passare dalla casella della sconfitta a quella della vittoria. In effetti, le occulte controversie fra alcuni paesi arabi rimangono come erano allora. Anzi, si sono moltiplicate e la politica di ostilità e alienazione è peggiore oggi di quanto fosse in passato. Lo conferma il grado di impotenza toccato dai paesi arabi negli ultimi quarant’anni. [...]

In tutta la sua lunga e gloriosa storia, la ummah araba ha dimostrato la sua capacità di ottenere la vittoria e di espellere gli invasori e gli occupanti dalle terre arabe. Ha dimostrato che le sua capacità, le sue grandi risorse, la sua collocazione geografica e la sua storia gloriosa possono, tutte insieme, riportarla sulla prima linea degli eventi, strappandola a una posizione di mera reazione a favore di una posizione attiva e risoluta. […] Gli eventi della storia, sia antica che recente, hanno dimostrato che la ummah araba non ha altra via per garantire la propria sopravvivenza, per ricacciare l’aggressione sionista e per liberare la terra, Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa, se non quella dell’unità, dell’unificazione dei fronti, dell’utilizzo di tutte le risorse della ummah […]. La Giordania araba, sotto l’insigne guida hascemita, si è adoperata per edificare la solidarietà araba e risolvere le dispute fra arabi quale unica via per unificare i fronti in una posizione unita ed efficace, che sappia fronteggiare l’impresa sionista genocida che minaccia l’intera ummah. La Giordania ha investito tutte le sue capacità diplomatiche e materiali nel sostenere il fratello popolo palestinese e la sua giusta lotta per realizzare i suoi diritti storici e nazionali, il suo diritto ad istituire uno stato indipendente sulla sua terra nazionale, con Gerusalemme come capitale e il ritorno dei profughi. Nel 44esinmo anniversario dell’aggressione sionista contro la ummah del 5 giugno 1967, i fatti eterni risultano confermati: la lotta contro questo nemico è una lotta esistenziale più che una lotta territoriale, ed esige che la ummah adotti tutti i mezzi e le misure capaci di portare alla vittoria e alla cacciata degli invasori sionisti. […] A distanza di quattro decenni è dimostrato che l’intera ummah non ha altro nemico che il nemico sionista che continua a bandire il popolo palestinese dalla sua patria, a depredare i luoghi santi e a giudaizzare Gerusalemme.»

(Da: Memri, 21.6.11)

martedì 5 luglio 2011

Notizie dal fronte

Poco fa, un gruppo di terroristi che si apprestava a sparare dei razzi contro il territorio israeliano dal centro della striscia di Gaza, è stato identificato da un aero delle IAF: il pilota ha colpito almeno uno dei terroristi.
In un altro incidente invece, alcuni terroristi hanno ferito lievemente l'autista di un mezzo dell'esercito mentre svolgeva attività di routine nei pressi della barriera difensiva.
Questa settimana, i terroristi palestinesi hanno tentato di colpire civili israeliano sparando ben tre razzi qassam.
Come si evince da queste notizie, i palestinesi perseguono tenacemente il loro unico scopo: spazzare via gli ebrei da Israele.

AAA cercasi soldi per crocieristi ...in vacanza forzata...

Ho cercato di dare pochissimo risalto all'ennesima pagliacciata dei sinistri pacifinti.
Mi riferisco alla carnevalata meglio nota come Fredoom Flotilla 2 (la vendetta) che doveva salpare, o meglio salperà no anzi è salpata poche ore fa con un "poderoso" 13 metri francese con nove persone a bordo che, con mossa paracula, si è imboscato in un canale greco e, fischiettando e facendo finta di niente, è riuscito a partire diretto alla volta di Gaza per "liberarla dal giogo dell'oppressione sionista".
Ma non ho potuto esimermi da riportare una notizia scovata sul sito dei crocieristi per caso: siccome quei cattivoni di greci (sobillati dai soliti sionisti) hanno prolungato la sosta sul suolo ellenico dei suddetti, costoro ora si trovano a corto di soldini e di pappa e ... chiedono aiuto a tutti i fessi che sono disposti a sborsare soldi.
Ovviamente gli strali contro Israele, la Grecia (colpevole di essere "manovrata" dai sionisti) e pure qualcosa contro la Turchia (che non ha concesso alle sue navi di partecipare alla spedizione) si sprecano.
I greci, in particolare, sono "colpevoli" agli occhi dei prodi naviganti, di aver impedito fisicamente alle navi di partire: i motivi sono vari, dalla mancanza di documenti assicurativi a ragioni di sicurezza, ma per fortuna a parte la bagnarola francese, le altre navi non si sono mosse.
Ricordo brevemente a beneficio di coloro che si fossero messi in ascolto da poco, che a Gaza NESSUNO MUORE DI FAME!!! Gli ospedali funzionano (non saranno meravigliosi ma neanche in Italia lo sono) e che Israele lascia transitare QUOTIDIANAMENTE verso la striscia, centinaia di tir carichi di cibo, medicine, capi di vestiario e materiali da costruzione.
Per fortuna, non vedrete mai foto di bimbi palestinesi malnutriti , perchè a Gaza i bambini mangiano regolarmente come gli adulti, giocano e vanno a scuola.
Chissà quanto tempo potranno resistere ancora i nostri intrepidi marinai: avranno un lavoro, dovranno tornare alla loro vita prima o poi invece di andare in giro per il  mondo a occuparsi di falsi problemi. La cosa strana è che a nessuno di questi campioni di pacifismo estremo, a queste cinture nere quarto dan di attivismo propalestina, sia venuto in mente di portare aiuto ai siriani che vengono MASSACRATI  da mesi da Assad. Certo lì bisogna avere fegato: si sa che quello mica scherza, prima ti fa radere al suolo e poi ti chiede che cavolo vuoi a casa sua.
Sono curioso di vedere cosa faranno adesso i francesi: porteranno il loro "fondamentale" aiuto mangereccio (caviale e champagnae?) alla popolazione palestinese "stremata dalla fame" o verranno bloccati da Israele perchè stanno per commettere un reato secondo il diritto della navigazione?
Non ci resta che attendere gli sviluppi di questa ennesima farsa...

Flottiglia 2 bloccata dalla Grecia

Roma. E’ ormai certo, la Freedom Flotilla non partirà. A fermare la missione è un nuovo fronte formato da Grecia e Turchia. Da Atene il primo segnale è giunto venerdì scorso, quando l’“Audacity of Hope” è stata fermata, sotto il tiro delle armi, a pochi chilometri dal porto greco di Perama.

La nave “non è adatta alla navigazione” è stata la secca sentenza di Atene. Al blocco dell’“Audacity of Hope” di domenica è seguito il fermo dell’intera missione (in tutto contava dieci navi, inclusa l’italiana “Stefano Chiarini”). Ieri, la nave canadese “Tahrir”, ha tentato di salpare per Gaza nonostante i moniti di Atene ma è stata bloccata dalla polizia portuale in poco tempo. La decisione greca è una vittoria per il governo israeliano, che dopo la rottura dei rapporti diplomatici con la Turchia l’anno scorso ha allacciato intensi rapporti con Atene (rivale storico di Ankara) a cui sono seguite cospicue vendite di armi all’esercito greco e un boom del turismo israeliano sulla penisola. Atene non si è limitata a fermare la Flotilla: con il consenso di Gerusalemme e l’appoggio del premier palestinese, Abu Mazen, si è offerta di consegnare gli aiuti umanitari degli attivisti con navi greche e personale diplomatico a bordo, sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite. La proposta è un ulteriore schiaffo alla Flotilla pro palestinese, che si trova così privata della principale giustificazione ideologica della missione. Ethan Bronner scrive sul New York Times che i generi alimentari e il cemento, i beni principali trasportati dalla Flotilla, a Gaza “non sono più necessari da tempo”. Nella decisione di Atene di dire no alla missione ha avuto un ruolo determinante la consapevolezza, rinvigorita da un monito della diplomazia israeliana, che “se la Flotilla partirà passerà alla storia come la missione greca”. L’anno scorso una spedizione simile causò nove morti tra gli attivisti turchi vicini all’Ihh, l’Ong turca di matrice islamica e promotrice della prima Flotilla. E’ improbabile che le violenze si sarebbero ripetute (sia gli attivisti sia l’esercito israeliano hanno seguito rigidi addestramenti per evitare scontri) ma con una mossa preventiva, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dopo la vittoria elettorale di Erdogan, si è personalmente congratulato con il nuovo premier e ha lanciato un appello affinché “possa essere rinnovata la cooperazione e l’amicizia tra i due popoli”. I risultati non si sono fatti attendere: alla Grecia Netanyahu ha aggiunto un nuovo alleato nella lotta alla Flotilla. Poco dopo le elezioni turche (a metà giugno) l’Ihh, su pressioni di Erdogan, ha annunciato il ritiro della Mavi Marmara dalla spedizione per violare il blocco di Gaza. Su Asia Times, Victor Kotsev evidenzia tre ulteriori ragioni che hanno influenzato il governo turco. Primo. Le crescenti tensioni fra Siria e Turchia: Ankara è preoccupata che Damasco utilizzi la Flotilla per distogliere l’attenzione dalle violenze del regime sui manifestanti. Secondo. La Turchia vuole evitare che l’inchiesta delle Nazioni Unite trovi Ankara responsabile, condanna che danneggerebbe l’immagine del paese in un momento di forte crescita economica. Terzo. I pettegolezzi diplomatici che raccontano di una possibile offerta di Washington, in cui la Turchia potrebbe ottenere un ruolo da protagonista negli accordi di pace tra Israele e l’Autorità palestinese; ruolo che permetterebbe ad Ankara (Erdogan ha già alzato la voce e minacciato di togliere i fondi all’Anp) di consolidare il suo ruolo e la sua influenza sulle politiche mediorientali.
 
da Il Foglio

venerdì 1 luglio 2011

Gaza riceve migliaia di tonnellate di beni da Israele, che bisogno c'è della ridicola flotilla???

komunisti= BUGIARDI!!!! e CAMPIONI MONDIALI DI ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI!

Cari amici, aver sollevato casino per l'ignobile volantino dei rifondorali ha avuto dei risultati: il sito Informazione Corretta ne ha parlato e i rifondaroli hanno fatto la seguente rivoltante "rettifica urgente"

INOLTRIAMO LA RETTIFICA DEL CIRCOLO PULETTI DI ROMA
GIA’ TRASMESSA A TUTTI GLI ORGANI DI INFORMAZIONE
RETTIFICA URGENTE
Roma, 29 giugno 2011. Con la presente si rettifica quanto erroneamente riportato nella guida di presentazione della "Festa Rossa" che si svolgerà nel Parco di via Sant'Igino Papa dal 6 al 10 luglio. A pagina 3 nelle ultime righe, per mero errore materiale di battitura nella trascrizione, viene asserito erroneamente che Vittorio Arrigoni è stato "assassinato in Palestina da cecchini israeliani...". Mentre la frase esatta è la seguente: "Vittorio Arrigoni assassinato in Palestina da estremisti salafiti, mentre con lo scudo del suo corpo permetteva ai contadini palestinesi di coltivare la loro terra per non farli colpire da cecchini israeliani".

Pensate anche voi quello che penso io?
La rettifica è, se possibile, ancora più rivoltante dello schifoso volantino in questione: Arrigoni è morto in Palestina (ma non stava a Gaza???) per mano di "estremisti salafiti" (ma non potevano scrivere terroristi palestinesi???). 
E comunque quando è morto, proprio in quel preciso istante, "con lo scudo del suo corpo permetteva ai contadini palestinesi di coltivare la loro terra per non farli colpire da cecchini israeliani" (ma non è stato rapito a Gaza City mentre usciva dalla palestra???) .
Ah dimenticavo... il tutto è stato "un mero errore materiale di battitura nella trascrizione" ....
A me sembra una pessima... battuta e basta! 
Ma a questi chi gli scrive i testi... Paperoga o quelli di Zelig???
Se non fosse che sono incazzato nero ci sarebbe da ridere...