Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 31 agosto 2011

Quell’antisemitismo dei cristiani d’oriente


Di Aymenn Jawad

Mi diceva di recente mia zia, che sta a Baghdad, che fra gli iracheni è diffusa la convinzione che dietro alle proteste e alle rivolte che attraversano un po’ tutto il Medio Oriente vi siano delle forze esterne. Quale cospirazione esterna, mi chiedevo, potrebbe mai essere responsabile della “primavera araba”? Nessun problema: ci ha pensato George Saliba, vescovo in Libano della Chiesa Ortodossa Siriaca, a darci una risposta semplice semplice. Intervistato dalla tv Al-Dunya lo scorso 24 luglio, Saliba ha dichiarato che “la fonte … dietro a tutti questi movimenti, a tutte queste guerre civili, a tutti questi mali” nel mondo arabo non è altro che il sionismo, “profondamente radicato nel giudaismo”. Gli ebrei, spiega il vescovo, sono responsabili del finanziamento e dell’istigazione delle agitazioni, in conformità ai Protocolli dei Savi di Sion”.
Queste dichiarazioni non costituiscono un caso isolato fra i cristiani del Medio Oriente. 
La tendenza antisemita è diventata particolarmente evidente all’indomani dell’attacco iracheno lo scorso ottobre alla Chiesa siriaco-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, che provocò 58 morti e 67 feriti in quella che è stata la peggiore aggressione alla comunità cristiana irachena dal 2003. 
Due mesi dopo quella barbarie, ad esempio, il patriarca greco-melchita Gregorio III Laham ha definito gli attacchi terroristici contro i cristiani iracheni come parte “di un complotto sionista contro l’islam”. E ha spiegato: “Tutto questo comportamento non ha nulla a che fare con l’islam … si tratta piuttosto di una cospirazione pianificata dal sionismo … che punta a minare l’islam e metterlo in cattiva luce”. 
Ha poi aggiunto che la strage “è anche una cospirazione contro gli arabi e il mondo arabo a maggioranza islamica che punta a dipingere arabi e musulmani dei paesi arabi come assassini terroristi e fondamentalisti allo scopo di negare i loro diritti, in particolare i diritti dei palestinesi”. Pur mettendo in guardia dal rischio di un esodo dei cristiani e del formarsi di “una società esclusivamente musulmana”, il patriarca attribuiva il rischio di “estinzione demografica” unicamente al conflitto israelo-palestinese. Analogamente, in un’intervista alla NBN TV del 9 novembre 2010, padre Suheil Qasha, sacerdote iracheno, sosteneva che gli ebrei considerano tutti i non ebrei delle bestie, e affermava che “il vero pericolo” per i cristiani del Medio Oriente viene dal sionismo. Continuava poi affermando che coloro che avevano perpetrato l’attacco alla chiesa di Baghdad certamente non erano musulmani, bensì probabilmente gente addestrata e guidata “dal sionismo globale”.
L’antisemitismo si propaga anche alla Chiesa copta ortodossa che, interessando circa il 10% della popolazione egiziana, costituisce la maggiore denominazione cristiana in Medio Oriente e Nord Africa. Il blogger liberal egiziano Samuel Tadros ha segnalato un certo padre Marcos Aziz Khalil che ha scritto sul quotidiano Nahdet Masr: “Gli ebrei videro che la Chiesa era il loro nemico numero uno e che senza i sacerdoti la Chiesa perde la sua componente più importante. Così il movimento massonico è stato il braccio segreto sionista con cui creare rivoluzioni contro il clero”. A questo punto molti senza dubbio tenderanno a spiegare questo antisemitismo con i sentimenti anti-ebraici che vanno per la maggiore fra le popolazioni musulmane della regione. 
Vivendo in un ambiente del genere, si dirà, è naturale che i cristiani stiano attenti a non denunciare convinzioni profondamente radicate tra i loro vicini musulmani nel timore di provocare persecuzioni. Purtroppo, invece, il cancro dell’odio verso gli ebrei fra i cristiani del Medio Oriente è qualcosa di assai più profondo. In effetti, è molto indicativo il fatto che altre minoranze non-islamiche che hanno patito discriminazioni e violenze per mano degli islamisti – come gli Yazidi, i Mandeani e i Bahai – non hanno mai incolpato gli ebrei o il sionismo delle persecuzioni subite: i loro credo religiosi non sono caratterizzati da dottrine antisemite. Il caso della comunità Bahai è particolarmente significativo perché, avendo il suo centro mondiale a Haifa (in Israele), potrebbe essere facilmente esposta ad accuse di collaborazionismo con Israele. Eppure la Casa Universale della Giustizia (la suprema istituzione di governo della religione Bahai) non si è mai lamentata di una cospirazione ebraico/sionista contro le comunità Bahai in Iran e nel resto del Medio Oriente. Al contrario, ha sempre correttamente individuato il nodo del problema nell’applicazione della legge tradizionale islamica sul trattamento dei non musulmani e degli “apostati”, unita agli atteggiamenti suprematisti (razzisti oltranzisti) alimentati dalla promozione della shari’a (legge islamica).
In definitiva la malattia dell’antisemitismo fra i cristiani del Medio Oriente imperniato sull’accusa di “deicidio” (cioè di aver ucciso Gesù) addossata al popolo ebraico nel suo complesso. Per dirla con le parole del vescovo Saliba, i complotti ebraici “sono del tutto naturali” giacché gli ebrei ripagarono Cristo per i suoi miracoli crocifiggendolo. In particolare, in un’intervista mandata in onda l’8 aprile 2007 papa Shenouda III della Chiesa copta ortodossa biasimò le Chiese occidentali per aver scagionato gli ebrei dalla morte di Cristo. Shenouda III sosteneva che gli ebrei sono “assassini di Cristo” perché “lo dice il Nuovo Testamento”. È chiaro che, in generale, le Chiese orientali non hanno ancora superato i funesti temi antisemiti ripudiati dal Vaticano con la Dichiarazione Nostra Aetate promulgata nel 1965, al termine del Concilio Vaticano Secondo. Se si vuole estirpare l’antisemitismo dal Medio Oriente e dal Nord Africa, con tutta evidenza l’onere della riforma teologica non sarà un’incombenza soltanto per i musulmani.
(Da: Jerusalem Post, 1.8.11)

Una spada e una menorah

Una spada appartenuta a un soldato romano, col suo fodero, e l’incisione di una menorah del Tempio su un oggetto di pietra: questi gli ultimi reperti che sono stati trovati durante i lavori che la Israel Antiquities Authority sta compiendo nel canale di drenaggio risalente a duemila anni fa, tra la città di David e il parco archeologico di Gerusalemme.
Il canale venne usato dagli abitanti Gerusalemme come nascondiglio e rifugio dai romani durante la distruzione del Secondo Tempio (I sec e.v.).
Nel corso dei lavori che la Israel Antiquities Authority sta effettuando nell’antico canale di drenaggio di Gerusalemme, che inizia alla vasca di Siloam e corre dalla città di David al parco archeologico vicino al Muro Occidentale, sono stati recentemente trovati notevoli reperti che gettano nuova luce sulla storia della distruzione del Secondo Tempio. Gli scavi vengono condotti per la Israel Antiquities Authority in collaborazione con la Nature and Parks Authority e sono finanziati dalla City of David Foundation. Recentemente è stata rinvenuta una spada di ferro vecchia di duemila anni, ancora nel suo fodero di pelle. Sono state trovate anche parti della cintola che reggeva la spada. Secondo i direttori degli scavi Eli Shukron, della Israel Antiquities Authority, e Ronny Reich, dell’Università di Haifa, “sembra che la spada appartenesse a un fante della guarnigione romana di stanza in terra d’Israele allo scoppio della Grande Rivolta contro i romani nel 66 e.v. 
E’ sorprendente il buono stato di conservazione della spada: non solo la sua lunghezza (ca. 60 cm), ma anche la conservazione del fodero in pelle (un materiale che generalmente si disintegra rapidamente) e di parte della sua decorazione”.
Nel terreno sottostante la strada, sul lato del canale di drenaggio, è stato poi trovato un oggetto di pietra decorato con una rara incisione di una menorah. Secondo Shukron e Reich, “è interessante il fatto che, sebbene si tratti di una rappresentazione del candelabro a sette braccia, qui ne compaiano solo cinque. Anche il disegno della base della menorah è estremamente interessante perché mostra qual era l’aspetto della enorah originale, che sembra fosse a forma di tripode”.


Importante anche il fatto che l’oggetto di pietra sia stato rinvenuto nel punto finora più vicino al Monte del Tempio. I ricercatori suppongono che un passante, vedendo la menorah e colpito dalla sua bellezza, abbia inciso le sue impressioni su una pietra e in seguito abbia buttato il suo “schizzo” sul bordo della strada, senza immaginare che la sua creazione sarebbe stata ritrovata duemila anni dopo.
(Da: MFA, 08.08.11)

Molotov contro ambulanza israeliana

All'inizio di questa settimana una bomba molotov è stata lanciata contro un'ambulanza dell'esercito che stava accorrendo per soccorrere una famiglia palestinese che era rimasta coinvolta in un incidente automobilistico nella zona della Giudea e Samaria.
L'equipaggio dell'ambulanza non si è impressionato per l'attentato ma ha continuato la sua corsa verso il luogo dell'incidente.
Il personale paramedico dell'esercito partecipa a un corso di formazione di 14 mesi durante i quali apprende le tecniche di intervento in aree pericolose e prende sempre tutte le precauzioni possibili per assicurarsi che i potenziali pazienti non siano in realtà dei terroristi.
Inoltre collabora con i servizi sanitari di emergenza israeliani e palestinesi per assistere al meglio le popolazioni che vivono nell'area indipendentemente dalla cittadinanza.
Israele come sempre, da un esempio di chi voglia veramente la pace: mette a rischio la vita dei suoi ragazzi per salvare i palestinesi che ringraziano lanciando molotov contro le ambulanze...

Aiuti israeliani alla popolazione di Gaza

Durante la settimana dal 14 al 20 agosto, le IDF hanno consentito l'ingresso a Gaza di 1315 tir trasportanti beni di consumo e cibo per un totale di 34657 tonnellate.
Inoltre 283 malati con i loro accompagnatori sono entrati in Israele per ricevere cure mediche.
Questo per ribadire un concetto: a Gaza nessuno muore di fame e le varie flotille non servono a niente.
Servirebbe invece un impegno dei sinistri pacifinti affinchè i palestinesi riconoscano il diritto di Israele ad esistere come stato ebraico e si decidano una volta per tutte a chiedere conil terrorismo e a parlare seriamente di pace.

martedì 30 agosto 2011

L’odio più duraturo


Editoriale del Jerusalem Post

Il Dipartimento di Stato americano ha accordato un finanziamento di 200.000 dollari a MEMRI (Middle East Media Research Institute) per condurre un progetto di ricerca che documenti la presenza in Medio Oriente di antisemitismo, negazione della Shoà e/o la sua esaltazione.

È una buona notizia, che offre l’occasione di trattare ancora una volta il fenomeno dell’importazione di propaganda anti-ebraica all’interno della società araba: praticamente l’unico luogo al mondo, oggi, dove l’antisemitismo viene pubblicamente sostenuto, e dove ancora oggi prospera senza freni. Troppi segmenti delle società arabe continuano ad essere nutrite dai più frusti stereotipi antisemiti, oggi disseminati ancora più rapidamente attraverso internet.Nella forma e nella sostanza gran parte di questo veleno, fino a poco tempo fa assente dal mondo islamico, è di importazione: uno dei pochi “prodotti” dell’Occidente che i fondamentalisti islamici sembrano accettare ben volentieri. L’antisemitismo arabo si basa sui miti dell’ebreo depravato che un tempo ossessionavano l’immaginario europeo. Per averne conferma, basta chiederlo a uno qualunque degli oltre 800.000 ebrei nati in Medio Oriente che fuggirono dal mondo arabo e islamico nel XX secolo e che furono espulsi per il fatto di essere ebrei. Meglio ancora, basta chiederlo a uno dei milioni di telespettatori egiziani di un serial in 41 puntate basato sui Protocolli dei Savi di Sion andato in onda sulla tv di stato. O chiedere al segretario generale di Hezbollah, il libanese Hassan Nasrallah, quello che ha dichiarato: “Se cercassimo nel mondo intero una persona più vile, spregevole, debole e debilitata per psicologia, mentalità, ideologia e religione, non troveremmo nessuno come l’ebreo”.La negazione della Shoà, per fare un altro esempio, vale a dire una specialità un tempo esclusivamente europea, è arrivata a permeare il mondo islamico: dalla conferenza di Tehran del 2006 che proclamava la falsità della Shoà, alla tesi di dottorato dell’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) intitolata: “L’altro lato: le relazioni segrete fra nazismo e movimento sionista”. All’inizio di quest’anno un progetto di insegnamento della Shoà proposto dalle Nazioni Unite per le scuole della striscia di Gaza si è tirato addosso la furibonda condanna di insegnanti e funzionari di Hamas, compreso il “ministro” dell’istruzione.L’antisemitismo classico ha avuto più che successo nell’innestarsi sulla vita araba, fino a delineare ciò che il professor Robert Wistrich, dell’Università di Gerusalemme, definisce “una contemporanea cultura dell’odio … come non si era più vista dai tempi della Germania nazista”. In un recente libro, “Propaganda nazista per il mondo arabo”, lo storico Jeffrey Herf mostra come i propagandisti nazisti abbiano trasmesso all’opinione pubblica araba il lessico dell’antisemitismo. In effetti – e gli israeliani sono nella posizione migliore per rendersene conto – per certi versi il caso dell’epidemia di antisemitismo arabo è persino peggio di quella dei suoi predecessori. Come ha osservato lo storico e attuale ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Michael Oren, “nonostante tutti i plausi discretamente riconosciuti dal regime ai criminali delle SS, la Germania nazista non li ha mai pubblicamente idolatrati, non tappezzava le strade con le loro foto e non incoraggiava apertamente i bambini ad emularli”. Questo tipo di adorazione per gli assassini di massa si può trovare soltanto, e abbondantemente, fra i palestinesi.Alcuni credono che l’antisemitismo scomparirà solo con la scomparsa dello stato ebraico: che l’ostilità verso Israele sia la causa dell’ostilità verso gli ebrei. In realtà, è più vero il contrario. L’antisemitismo non è altro che una fantasia politica incomparabilmente conveniente, e l’antisionismo è solo la forma più conveniente di antisemitismo contemporaneo.Come ha sottolineato Natan Sharansky, ex refusenik sovietico e presidente dell’Agenzia ebraica, “lo stato ebraico non è la causa dell’antisemitismo di oggi più di quanto la mancanza di uno stato ebraico fosse la causa di quello di cento anni”.Alla fin fine non si possono capire le spinte di fondo del conflitto arabo-israeliano – e perché abbia così a lungo eluso la presa dei negoziatori – senza fare i conti con l’ostilità araba verso il popolo ebraico e la sua terra, con le modalità con cui tale l’ostilità plasma sia la cultura politica araba che il fondamentalismo islamico, e con la diffusione di tale intransigente ostilità attraverso i mass-media, e le moschee, e le scuole, e i libri di testo.Essenzialmente il conflitto non è territoriale. Finché i regimi autocratici della regione che circonda Israele non cesseranno di vedere gli ebrei – e la società liberal-democratica che essi hanno edificato – come un affronto, finché l’ostilità araba non cederà il passo al riconoscimento e all’accettazione, il conflitto e le sue tragedie continueranno.Per questo motivo – come MEMRI e altri ci ricordano con scioccante regolarità – l’insidiosa ideologia che Wistrich ha definito “l’odio più duraturo”, se viene ignorata è solo a nostro rischio e pericolo.
(Da: Jerusalem Post, 17.8.11)

Ancora un attentato in Israele

Dopo il sanguinoso attacco di 10 giorni fa nel sud del paese e la letale pioggia di missili Grad e razzi qassam, Israele ha subito l'ennesimo attentato nell'indifferenza e nell'assordante silenzio degli organi di "informazione" mondiali.
Ieri notte, un palestinese della Cisgiordania, entato illegalmente in Israele, ha ferito 8 persone a Tel Aviv.
Dopo aver rubato un taxi e averne ferito il conducente in via Salameh, il terrorista, un ventenne di Nablus, ha guidato per circa un km e poi si è diretto verso il night club Haoman 17 che in quel momento era affollato di ragazzi delle scuole superiori che festeggiavano la fine dell'estate.
Dopo aver fracassato l'auto contro le barriere protettive poste nei pressi del locale, è uscito dall'auto gridando "Allah è grande" ed ha iniziato ad accoltellare i poliziotti e il personale della sicurezza del night club, prima di essere bloccato e arrestato.
Si è trattato quindi di un attacco da parte di un terrorista solitario, difficile da prevedere e da prevenire, ma il comandante del distretto di Polizia di Tel Aviv si è detto comunque molto soddisfatto dell'operato dei suoi uomini che, con il loro sacrificio, hanno evitato che il folle compisse una strage di ragazzi.

Annotazione a margine: l'ANP, tramite portavoce, ha condannato tutti gli attacchi contro i civili. Ma nella stessa dichiarazione ha condannato Israle per le azioni di rappresaglia a Gaza dopo la carneficina di Eilat. Come sempre i palestinesi si distinguono per la loro ambiguità: l'azione di difesa portata avanti da Israele contro coloro che avevano progettato l'attacco viene equiparata alle azioni dei terroristi stessi.
I palestinesi non vogliono la pace, così come gli arabi e i mussulmani odiano sempre più Israele.



giovedì 25 agosto 2011

100 anni dopo Israele

di Stewart Weiss


L'inizio - I paesi arabi, ormai tutti governati dall'estremismo musulmano, invadono Israele con milioni di soldati,malgrado la forte resistenza di Tzahal,  colpiscono il territorio con decine di migliaia di missili, che provocano centinaia di migliaia di morti. L'aeroporto Ben Gurion è chiuso dopo che è stato bombardato, per fuggire c'è solo il mare. Gli arabi respingono gli appelli internazionali per un cessate il fuoco. Il governo israeliano pensa di usare l'arma nucleare, ma l'opposizione boccia la proposta. Israele, così come l'abbiamo conosciuta, non esiste più.
Tre mesi dopo Israele - la resistenza israeliana viene spazzata via brutalmente, chi porta delle armi viene ammazzato in pubblico. Vengono anche uccisi tutti i rappresentanti della Knesset, arabi compresi, con l'accusa di essere dei criminali di guerra. I primi ad essere eliminati sono stati i deputati di sinistra che avevano sempre perorato la causa palestinese. Gli ortodossi, malgrado sostenessero di essere apolitici, fanno la fine degli altri. Solo quel piccolo gruppo di Naturei Karta, da sempre contro la stessa esistenza di Israele, viene risparmiato.
Sei mesi dopo Israele - Migliaia di israeliani non sanno dove fuggire, anche perchè la Lega Araba ha minacciato l'embargo petrolifero a quei paesi che avessero accolto i sopravvissuti. L'Unione Europea ha bloccato ogni tipo di immigazione, nell'attesa di "studiare la situazione con attenzione, per non aggravare altro odio". Anche gli Usa, richiamandosi alla propria "sicurezza nazionale" non accettano nemmeno chi aveva un passaporto americano. Tutte le case degli ebrei vengono assegnate ai palestinesi, chi vi abitava viene rinchiuso nei cosidetti "campi di raccolta per lavoratori stranieri", ma fame e malattie sono così forti che l'Onu  decide di non occuparsene più.

Un anno dopo Israele - Nella nuova Palestina l'ebraismo viene cancellato anche come religione, si può praticarlo privatamente, anche se con gravi rischi. Le sinagoghe rimaste, definite " centri di terrorismo e razzismo", vengono trasformate in moschee, secondo la nuova legge che proibisce  le pratiche religiose non musulmane sul "sacro territorio". Le chiese vengono trasformate in musei, anche per non perdere il turismo cristiano. Il Kotel, il muro occidentale, viene smantellato pietra dopo pietra, rimarrà solo la Grande Moschea Al-Buraq. 
Nessuna critica dal mondo occidentale.

10 anni dopo Israele - Gli ebrei della diaspora, dopo la perdita di Israele, subiscono un rapido declino. Vi sono molti contrasti su a chi siano da attribuire le responsabilità. Gli Usa, preoccupati di mantenere buoni rapporti con i vincitori islamici, classificano il sionismo come "dannoso degli interessi americani", proibendone quasi tutte le attività. Le scuole ebraiche vengono spesso monitorate quali "centri di attività sovversive"
50 anni dopo Israele - Le economia mondiali sono in stato di emergenza. La causa viene attribuita agli ebrei, che subiscono ovunque pogrom e discriminazioni, accusati di parassitismo e slealtà. Tutti i giovani dai 18-25 anni devono fare il servizio militare obbligatorio. Per proteggersi, gli ebrei vengono confinati in speciali quartieri "chiusi", in pratica sono esposti ad ogni tipo di abuso.

100 anni dopo Israele - I matrimoni misti raggiungono l'80%, scompare ogni tipo di educazione ebraica. Nel Medio Oriente, a causa delle guerre fratricide fra gli stati arabi, nella regione è tornato ad avanzare il deserto, la Palestina, senza risorse naturali nè finanziamenti è ormai una terra di desolazione. L'agricoltura un tempo fiorente non è nemmeno più un ricordo, i campo fertili sono desertificati.
In alcuni luoghi in varie parti del mondo, piccoli gruppi di ebrei si ritrovano per discutere  l'idea di un ritorno a Sion e ricostruire il loro stato, un luogo dove poter di nuovo ritrovarsi con il proprio Dio. Viene deciso di indire un congresso speciale, che avrà il nome di " Congresso Herzl"

Questo è ciò che ha immaginato il rabbino Stewart Weiss che a Ra'ana in Israele dirige un centro per l'assorbimento di nuovi olim (immigrati) e che l'8 agosto ha scritto questo articolo nel quale immagina un mondo che assiste impotente alla distruzione di Israele.

Quell’insostenibile silenzio sull’assassinio a freddo di civili israeliani 2

Scrive Avi Yesawich: «Mentre i razzi palestinesi cadevano a decine sulle città israeliane spargendo il sangue di ebrei innocenti, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite andava in scena un dibattito bizzarro: se promulgare o no una condanna dei recenti attentati terroristici perpetrati vicino a Eilat contro innocenti civili israeliani, bambini compresi. Abbastanza sorprendentemente, uno degli attuali membri del Consiglio di Sicurezza, il Libano, impediva che si arrivasse alla condanna. I libanesi pretendevano infatti una denuncia mitigata e soprattutto “bilanciata”, cioè che comprendesse anche una condanna dei raid di risposta israeliani sulla striscia di Gaza. Poco importa che le Forze di Difesa israeliane abbiano reagito all’aggressione attaccando obiettivi legittimi: capi del gruppo terroristico che aveva realizzato gli attentati, depositi di armi, tunnel per il traffico di esplosivi, cellule che lanciano razzi e mortai per uccidere ebrei in modo indiscriminato. Alla fine non è stata pronunciata nessuna condanna, e nessuno ha battuto ciglio.
La Lega Araba, dal canto suo, ha annunciato una riunione d’emergenza dedicata alla “rappresaglia” israeliana: evidentemente la morte di alcuni assassini a Gaza è una questione più pressante di migliaia di vittime civili in Siria, degli scontri in corso nello Yemen, della guerra civile in Libia. L’Autorità Palestinese, come al solito, ha emesso un apatico rimprovero per la perdita di vite innocenti, concentrandosi piuttosto sulla censura punitiva contro Israele. Questa è la dirigenza che, a settembre, dovrebbe guidare i palestinesi alla dichiarazione di indipendenza, nonostante l’assenza di qualunque parvenza di unità nazionale e di un adeguato controllo sui gruppi terroristici, nonostante i confini indefiniti, la massiccia corruzione e la pessima gestione economica. Ma il resto del mondo non sembra preoccuparsene più di tanto.Gli egiziani, senza uno straccio di prova, si sono precipitati a incolpare le Forze di Difesa israeliane per la morte di alcuni agenti egiziani, senza nemmeno pensare che potrebbero essere stati i pazzi fanatici islamisti (che nel Sinai già di recente avevano attaccato forze di polizie egiziane. Centinaia di manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata d’Israele al Cairo invocando l’abrogazione del trattato di pace del 1979. Sembra abbastanza evidente che molti egiziani erano alla ricerca di una ragione per dare addosso a Israele, quand’anche la colpa fosse fasulla. Ma anche questo dettaglio sembra caduto nel vuoto.Nel frattempo, poche ore dopo il “cessate il fuoco” mediato dall’Egitto e teoricamente accettato da Hamas e dalle altre fazioni palestinesi di Gaza, Israele è stato nuovamente bersagliato da lanci di razzi. Di nuovo, le condanne della comunità internazionale sono state evasive. E dove sono le ONG, i commentatori dei mass-media, i politici e i capi di stato, gli attivisti, i cooperanti e i campioni dei diritti umani? Domanda inutilmente retorica. […]»(Da: YnetNews, 25.08.11) 

Quell’insostenibile silenzio sull’assassinio a freddo di civili israeliani 1

Scrive il Jerusalem Post: «L’organizzazione “NGO Monitor”, dedita a monitorare il comportamento delle ONG (organizzazioni non governative), ha duramente criticato la reazione di Amnesty International agli attentati contro civili e militari israeliani della scorsa settimana presso Eilat che hanno causato otto morti e decine di feriti. Gerald Steinberg, presidente di “NGO Monitor”, afferma che il comunicato diffuso da Amnesty International “anziché contenere una forte condanna degli attentati terroristici del 18 agosto scorso, traccia una falsa equivalenza fra l’assassinio a sangue freddo di civili indifesi e atti di auto-difesa mirati contro i responsabili di quegli omicidi”. “Dal comunicato di Amnesty International – continua Steinberg – è impossibile capire che un commando di terroristi ha raggiunto un auto privata e ha brutalmente ammazzato le quattro persone che erano a bordo. In modo del tutto immorale, Amnesty considera egualmente “indiscriminati e sproporzionati” sia gli atti di assassinio a sangue freddo, sia le reazioni di auto-difesa degli aggrediti. Celando i fatti sul terreno, ancora una volta Amnesty si fa beffe del diritto internazionale e dei valori fondamentali dei diritti umani”.
Facendo riferimento alle notizie di stampa secondo cui i terroristi erano travestiti con uniformi egiziane e sono penetrati illegalmente in Egitto e poi in Israele, “NGO Monitor” afferma che quegli attacchi rappresentano “una violazione del diritto umanitario internazionale: se davvero i terroristi sono partiti dalla striscia di Gaza, essi hanno violato la sovranità sia dell’Egitto che di Israele; anche questo un particolare del tutto ignorato da Amnesty International”.“NGO Monitor” critica inoltre Amnesty International per non aver condannato gli oltre cento razzi lanciati dalla striscia di Gaza contro Israele durante lo scorso weekend, che hanno causato la morte di una persona e il fermento di decine di altre, e per non aver preso atto che “dieci dei tredici morti palestinesi [della reazione israeliana] erano terroristi, mentre gli altri tre si trovavano insieme ai terroristi quando sono stati colpiti”.Il comunicato di Amnesty International si intitola “Civili a rischio in mezzo a nuovi attacchi su Gaza e Israele”, e non contiene alcun riferimento al diritto di Israele di difendere i propri confini rispetto ad attacchi terroristici. “Senza nessuna prova – conclude Steinberg – i funzionari di Amnesty International danno per scontato che Israele abbia violato il divieto di ‘colpire civili’. In realtà, l’evidenza dimostra che le risposte israeliane sono state estremamente mirate e precise, andando a colpire i terroristi responsabili dei sanguinosi attentati e le loro strutture militari. Nella fretta di condannare Israele, Amnesty International distorce i fatti fino a renderli irriconoscibili”. […]»(Da: Jerusalem Post, 23.8.11)

Colpita una cellula terroristica

Una cellula terroristica che aveva appena bombardato il valico di Eretz con colpi di mortaio, è stata individuata e colpita dall'aviazione israeliana: uno dei criminali è stato ucciso.
I terroristi palestinesi di Gaza hanno sparato oltre 15 razzi e colpi di mortaio nella sola giornata di oggi danneggiando gravemente proprio il valico di Eretz dal quale continuano comunque a transitare gli aiuti proprio per coloro che bombardano. L'assurdo di questo stato di cose è proprio questo: Israele nonstante sia aggredito e venga bombardato e colpito da sanguinosi attentati, continua a fare di tutto per far arrivare ai palestinesi aiuti, cibo, medicine e materiali da costruzione. Nella giornata di oggi bel 150 tir sono stati fatti transitare verso Gaza, mentre il 21 agosto  60 malati palestinesi accompagnati dai loro familiari, sono stati trasferiti in Israele per ricevere cure mediche specialistiche.
Quale altro paese al mondo ha mai fatto una cosa del genere per i suoi nemici, per coloro che mirano a distruggere quello stesso paese dal quale pretendono cure mediche per i propri cittadini?
E in tutto questo le nazioni del mondo "brillano" per il loro assordante silenzio.
E in tutto questo gli "utili idioti" sparsi per il mondo che odiano Israele più di ogni cosa, hanno raggiunto uno dei loro obiettivi: sono riusciti a far fallire una grande azienda agricola israeliana, la Agrexco, boicottoandola perchè lo 0,4% dei suoi prodotti proverrebbe da terreni coltivati al di la della linea verde.

Esclusivo - Reportage dal fronte del deserto: qualcosa di nuovo sotto il sole

dr. Letizia Cerqueglini, Università di Beer Sheva

PERUGIA - Il deserto non è più deserto. Almeno dal 2008 da quando Beer Sheva è nel mirino, insieme ad Ashdod, Ashqelon e i villaggi più vicini a Gaza. In realtà nessun deserto lo è mai stato, non come a noi piace romanticamente immaginarlo. Per gli arabi il deserto è come il mare: lo spazio sconfinato che nessuno abita ma che tutti attraversano. La linea porosa del fronte del Negev si è rivelata negli ultimi giorni per le forze israeliane una frontiera difficile da difendere, e il deserto si è rivelato all'improvviso un non-luogo segnato dai solchi impercettibili della storia, dalle correnti incessanti della globalizzazione: armi, schiavi, prostitute, droga, metalli. La notte nel deserto è buia e umida, si avanza alla cieca, appesantiti dall'attrito della sabbia. Lo spettacolo delle stelle lascia senza fiato.
La gente, chi può, scappa da Beer Sheva presso amici e parenti, esasperata dalla pioggia di qassam e grad che in questa settimana è piovuta sulla città, in alcuni casi ferendo e uccidendo. Il vicino di casa, un professore di origini statunitensi, è appena venuto a farmi visita e a tranquillizzarmi: se senti un boato è il rumore degli aerei, se senti colpi a ripetizione, sono i soldati che si esercitano nella base vicina. Della guerra non ha fatto menzione. A pensarci bene, la guerra non è stata dichiarata, eppure Hamas ha dichiarato infranta la tregua. E in queste ore si tratta per il cessate il fuoco, tra Israele e Hamas. Quindi una guerra c'è stata, fra Israele e Hamas, che ormai rappresenta il governo palestinese. E, a quanto hanno dichiarato oggi i suoi affiliati, anche quello egiziano.
I caccia israeliani vanno e vengono, notte e giorno, dalla scorsa settimana, da quando i grad hanno iniziato a colpire Beer Sheva e sono stati messi a segno gli attentati sulla strada per Eilat. Sono più frequenti negli ultimi due giorni. A volte superano la barriera del suono e il boato che producono fa rimbalzare le imposte socchiuse per il caldo e mi spaventa. All'inizio pensavo che andassero a Gaza, a compiere la rappresaglia. Ma erano troppi. Adesso mi rendo conto che stanno trasferendo le truppe verso il confine con l'Egitto. Da qui sono circa trenta km, non più. Sono a trenta km dal nemico: Israele è grande in tutto come la Toscana, non ce lo dimentichiamo. Dei nemici si sente anche l'odore. Se l'Egitto decide di entrare in guerra dobbiamo evacuare verso nord.
"L'Egitto? O Hamas? "L'Egitto è nostro, l'Egitto è di Hamas!" gridavano ieri i militanti, mentre hanno cercato di buttare fuori a calci l'ambasciatore israeliano al Cairo.
Ma contro Hamas Israele non è già in guerra? Punti di vista, forse. (Un tempo la guerra si apriva con rulli di tamburi e con altrettante fanfarre finiva: quando abbiamo dismesso questa buona abitudine?).
La frontiera del deserto è la linea più lunga, la più difficile da difendere, quella che può tenere impiegati il maggior numero di soldati. Non dimentichiamo mai che Israele è pressappoco grande come la Toscana. E demograficamente è un paese occidentale.
Da questo pomeriggio sento elicotteri in continuazione: la notte del deserto, piena di grilli, insetti, fruscii, latrati di cani si è fatta silenziosa. Gli animali sono nervosi.
Sono una linguista, studio dialettologia araba, da un anno circa faccio il dottorato sulle varianti dialettali dell'arabo dei beduini all'Università Ben Gurion di Beer Sheva, nel Negev, il deserto che proprio David Ben Gurion, da cui la mia Università prende il nome, voleva far fiorire raccogliendo qui gli ingegni ebraici perseguitati nella diaspora europea: "Chi non crede nei sogni non è realista", diceva. Avrebbe dato loro una patria, lavoro, studio, famiglia, una nuova vita, una nuova dignità, una sovranità politica. Anche io, come i vecchi pionieri delle foto sbiadite, dall'Italia sono approdata qui per fare ricerca, in questo deserto che adesso non ha confini né pace. Le spoglie di Ben Gurion, la sua tomba, sono qui a poche centinaia di metri, custodite dal questa terra riarsa. In molti vengono a visitare qui nel Negev la tomba del padre della moderna patria ebraica. Anche i beduini hanno qui intorno le tombe dei loro patriarchi e matriarche, circoli di pietre in cima alle alture che segnano insieme lo spazio e il tempo trascorsi nei loro viaggi dall'inizio del tempo. Sin dalla preistoria, con blocchi di pietra sulle cime dei crinali, gli abitatori antichi di questi luoghi crearono altari, o eressero tombe o forse calendari astrologici: se ne trovano a decine qui intorno e si discute sul loro significato. Quando i beduini si imbattono in questi sacrari, si fermano, fanno un'offerta, aggiustano le pietre del recinto, ripartono. Come faceva Abramo, probabilmente, quando, racconta la Bibbia, passò di qui e patì la fame con le sue greggi, tanto da voler andare in Egitto. Negev e Sinai sono un unico grande micidiale deserto, la propaggine settentrionale del deserto arabico: lo spazio che sin dai testi Assiri del secondo millennio a.C. è popolato da bellicosi pastori nomadi, selvaggi, avventurieri, criminali, outsider, spiriti e profeti: la strana, divina, ambivalenza tra l'estrema purezza e la crudeltà estrema che caratterizza gli ecosistemi inospitali. Solo terra e sassi, luce e vento. Poca materia e tanta energia.
Ho chiesto al mio vicino che cosa stia succedendo. Non sono israeliana, non sono ebrea, ma sono qui e se la guerra ci sarà venderò cara la pelle. Ha detto: "E' solo politica. Da quando sono qui è così. Trent'anni. Non succederà niente nemmeno questa volta". "Come andrà?", "Andrà tutto bene". La gente è morta, però, e non era per scherzo. Ero seduta in un ristorante chic di Beer Sheva riempiendomi di antipasti, pesce alla griglia e vino bianco. Gli attentati c'erano già stati, i qassam cadevano ancora e sul maxi schermo scorrevano le immagini delle barelle che entravano a Soroca, l'ospedale cittadino. Non sono mai stato tanto attaccato alla vita. E' la prima volta che mi capita di essere sotto tiro. Ma non è il caso di ricordarlo ad uno che qui ha deciso di far crescere i propri figli. Chi non crede nei sogni non è realista, mi ripeto mentalmente.
Eppure le cose in trent'anni sono cambiate, avrei voluto dirgli, eccome se sono cambiate.
Probabilmente è vero che oggi come ieri l'Egitto non ha la forza militare per competere con Israele, ma l'Egitto al momento non ha un'identità politica. Come entrano le armi a Gaza. Dalla caduta di Mubarak comodamente via terra, su camion, dai porti del Sudan. E Hamas, nel frattempo, ha messo a tacere Fatah e persino il presidente dell'ANP Abu Mazen: esasperato dalle promesse non mantenute da Europa e America circa la mediazione per il proseguimento delle trattative per la pace e l'indipendenza, Abu Mazen annunciava in marzo che la Palestina avrebbe fatto da sola, dichiarandosi entro settembre indipendente e sovrana. Un progetto suicida, se preso alla lettera, che esce dal solco giuridico dei trattati di Oslo del 1993, i quali prevedono una dichiarazione di indipendenza concordata tre le due parti. Forse le suggestioni libertarie della primavera magrebina hanno mosso l'animo del presidente dell'ANP, nelle cui parole, però, si sentiva vibrare forte soltanto lo sconcertato risentimento di chi è rimasto isolato in patria e dimenticato all'estero.
E infatti, Israele non si prepara ad una guerra contro la Palestina. In questo preciso istante, nel deserto che sembra lontano da tutto ma si lascia ben osservare e ascoltare, Israele rafforza i pattugliamenti dell'area sinaitica e delle frontiera egiziana, proseguono regolarmente le esercitazioni militari, si spostano le truppe e i materiali, si rafforzano le barriere difensive. Ci si prepara a combattere le infiltrazioni terroristiche dall'Egitto attraverso il deserto.
Un muro anche nel deserto? Se ce ne sarà bisogno, sì.
Ma allora, l'indipendenza della Palestina non ha un rapporto con la primavera araba?
La primavera araba è un movimento di rivendicazioni sociali ed economiche interne ai paesi protagonisti, che non ha toccato la Palestina. Interessa piuttosto la Siria e il Libano, dove si consumano terribili e inumane repressioni sui dissidenti. Probabilmente l'Iran cerca di spostare l'attenzione da una strage ad un'altra, per proteggere i suoi regimi vassalli. Tra cui c'è sicuramente anche l'attuale Hamas. Hamas, infatti, non ha l'autorità di ingerirsi nelle questioni egiziane, né la struttura per pilotare a suo favore il vuoto di potere creatosi a seguito delle rivoluzioni arabe di quest'anno: Hamas agisce localmente, non è il fine, è solo il mezzo.
Lo stile, ovvero la strategia, delle ultime azioni terroristiche (molti attentatori, ben organizzati, assalto all'autobus e alla macchina lungo la strada) lascia intendere, secondo gli esperti, l'entrata a Gaza, attraverso l'Egitto, di istruttori iraniani per addestrare gruppi scelti locali.
Una vera e propria rete del terrore attraversa il deserto, sulla cui superficie, apparentemente, come diceva il mio disilluso/ottimista vicino, non si muove niente di nuovo. Il deserto dà l'illusione di essere uno spazio scoperto, dove non ci possono essere sorprese, un luogo dove aspettare annoiati il nemico, sfiniti dallo spazio e tediati dal tempo, come faceva il tenente Giovanni Drogo, protagonista del celebre romanzo di Dino Buzzati, "Il deserto dei tartari". Era il 1940 quando uscì questo romanzo incentrato sul tedio di un orizzonte che non prometteva più adrenalina. Di lì a poco non ci sarebbe più stato il tempo di annoiarsi. 
Nella lingua dei beduini del deserto del Negev c'è una preposizione, min khard, che indica l'apparire di qualcosa da un non luogo, dal nulla. Può succedere. E il deserto non è più deserto. 

lunedì 22 agosto 2011

Perchè il mondo li difende sempre


di Deborah Fait

Da ieri stiamo vivendo in Israele le prove generali del futuro stato palestinese.
Hanno dato il via al terrore a mezzogiorno di ieri, 18 agosto, con tre terroristi che hanno incominciato a sparare a un autobus di linea partito da Beer Sheva per Eilat. 10 passeggeri feriti.Hanno continuato ammazzando l'autista di un autobus vuoto che seguiva. Due altri terroristi hanno poi sparato contro un'auto che passava, al suo interno una famiglia che andava in vacanza sul Mar Rosso. Quattro morti, nessun sopravvissuto.In un'altra macchina hanno sparato, ucciso il guidatore la cui moglie si e' salvata fingendosi morta per non ricevere il colpo di grazia. Un altro terrorista ha ammazzato un soldato ventiduenne che guidava una jeep.Otto morti israeliani in un caldo giorno di agosto. Gli attacchi sono continuati fino a sera e alle 9 p.m. il nostro Iron Dome ha intercettato e distrutto un missile diretto a Askelon. Oggi invece? cosa e' successo oggi? Dieci missili su Ashdod, altri 7 feriti di cui uno molto grave. Gli attacchi stanno continuando, un missile Grad a Beer Sheva e altri missili sono arrivati fino a Gad Yavne. Da casa mia ho sentito le sirene delle ambulanze, chi era per la strada come mio figlio ha sentito il Zeva Adom. Questo e' il risultato dell'amore del mondo per i palestinesi, questo e' il risultato dell'inverno arabo, altro che primavera, inverno buio e cupo riscaldato dalle fiamme delle bombe e dei massacri. Il Sinai, dove un tempo si andava in vacanza, e' diventato, con la caduta di Mubarak, terra di nessuno dove scorazzano gruppi di terroristi palestinesi , chi legato a hamas, chi a Al Queda, chi alla jihad islamica. Terroristi che con qualche valigia di soldi o di droga si assicurano l'aiuto dei beduini. Il Sinai e' diventato la base del terrore di criminali armati fino ai denti, pronti a colpire Israele e in questa atmosfera di terrore e guerra non si capisce come il mondo occidentale possa appoggiare la creazione di uno stato terrorista come sara' quello palestinese che vuole nascere, unilateralmente, in settembre. Sono anni che chiedo per quale motivo gli stati occidentali riempiono di soldi i palestinesi sapendo che con tutti i miliardi di donazioni non fanno che costruire ville per i boss del terrore, grandi alberghi per riccastri arabi e comprare armi per il terrorismo. Lo chiedo ma nessuno risponde e siccome nessuno risponde e continuano a finanziarli io mi permetto di ritenere tutto il mondo occidentale responsabile dei nostri morti. Sissignori, sono colpevoli tutti, i governi e i media europei e americani, colpevoli e traditori, odiatori di Israele, desiderosi di vederlo nella polvere a chiedere pieta'. No non accadra', potete starne certi, nessuno fara' cadere Israele e come siamo stati capaci di affrontare e vincere contro eserciti arabi armati e assetati del nostro sangue cosi' saremo capaci di vincere il terrorismo di quei maledetti che vorrebbero sistemarsi al posto nostro per ridurre il MO a una regione di banditi e criminali pieni di soldi.Oggi , giornata di dolore dopo i morti di ieri, abbiamo assistito ai funerali, abbiamo visto le lacrime e la disperazione, abbiamo onorato le bare avvolte nella bandiera di Israele e abbiamo asciugato gli occhi dei familiari e amici sopravvissuti. Un vecchio Papa' che diceva a bassa voce a suo figlio di amarlo tanto, di aver voluto essere al suo posto. Mogli, figli, madri, fratelli che davano l'ultimo saluto ai loro cari. Non una parola di odio, non una manifestazione contro i palestinesi, non un gesto. Dolore e basta.Il popolo delle tende si e' fermato e si e' messo in lutto, ultima grande dimostrazione della civilta' israeliana.Violenza e odio invece dall'altra parte, a Gaza, dove stanno i mandanti e che la reazione di Israele, nella  notte, ha a sua volta bombardato. Odio e violenza, cadaveri, otto, ballonzolanti e sporchi sulle barelle dei loro funerali  in mezzo a gente urlante e a giovani che sparavano per aria e chiedevano vendetta.Loro ci colpiscono e poi chiedono vendetta se Israele reagisce.Benjamin Netaniahu e' arrivato ieri al briefing per i giornalisti, ha detto poche parole , poche e decise "Chi ci ha colpito puo' gia' considerarsi morto, Il prezzo sara' pesante" e se ne e' andato. Purtroppo sappiamo  che, pesante o leggero, niente fermera' le belve, la guerra che ci fanno e' perenne, dura da 63 anni e da prima ancora, prima della fondazione dello Stato Ebraico e chissa' ancora per quanto tempo andra' avanti. Ogni popolo ha momenti di stanca, persino i tedeschi, in qualche  istante di distrazione hanno dato al mondo geni come Beethoven, gli austriaci, oltre a Hitler, ci hanno regalato Mozart.Gli arabi non sono mai stanchi di uccidere, che lo facciano tra loro (e lo vediamo in questi mesi in cui si massacrano a vicenda) o che lo facciano contro gli infedeli , e' la morte la loro unica distrazione. Sono razzista? Noo, io non li odio, dico la verita' senza filtri politicamente corretti. Io sarei la prima a voler vivere in pace con loro, io sono la prima a desiderare che i miei nipoti non debbano mai andare in guerra.Purtroppo per noi tutti, la verita' e' che gli arabi non danno nessun significato alla parola pace. Perche' hanno colpito? Non c'era nessun motivo di farlo. Perche' allora? E perche' il mondo li difende sempre? Perche' il mondo li paga? Perche' li coccolano, li viziano, li aiutano, li difendono dalle critiche di chi sa chi sono? Perche'? Come sempre nessuno mi rispondera' e noi ebrei continueremo a morire.
Shabat Shalom

www.informazionecorretta.com

domenica 21 agosto 2011

Autorità Palestinese, Egitto e Hamas latitanti di fronte all’escalation terroristica

Un attimo prima che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) vada alle Nazioni Unite con una richiesta di indipendenza, ci si aspetterebbe che la dirigenza palestinese faccia una dichiarazione riguardo al sanguinoso attacco terrorista perpetrato giovedì scorso contro inermi cittadini israeliani sulla strada per Eilat. Una cosa del tipo: “Daremo la caccia a esecutori e mandanti dei criminali attentati e li trascineremo davanti alla giustizia”. Dopotutto nella nostra regione le parole non costano nulla. Invece, il silenzio del presidente palestinese e del suo primo ministro Salam Fayyad dovrebbe preoccupare il mondo intero, compresa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Come ha fatto il duo Abu Mazen-Fayyad a rifilare a tutto il mondo il concetto di riconciliazione con Hamas? Una pseudo-riconciliazione che ci sta esplodendo in faccia. Stiamo assistendo alla realtà di fatto di un terzo stato terrorista fra Israele ed Egitto, di fronte al quale l’indifferenza dell’Autorità Palestinese non è altro che un sottrarsi alla responsabilità. Se Abu Mazen si considera il leader di uno stato, il mondo deve chiedergli qualche spiegazione circa l’offensiva terroristica scatenata giovedì.
L’Egitto, che è stato il sensale e padrino dell’accordo di unità nazionale Fatah-Hamas, brilla per il suo fallimento nell’impedire un ignobile atto di terrorismo lanciato dal suo territorio contro cittadini israeliani e territorio israeliano. Il traffico di armi da Gaza attraverso il Sinai egiziano si è trasformato, dopo la rivoluzione in Egitto, in un regolare trasferimento di armi e munizioni, compresi i missili anti-carro che sono stati usati contro auto civili israeliane durante gli attacchi terroristici di giovedì. La penisola del Sinai è stata trasformata nell’autostrada dei gruppi terroristi. Capi della jihad parlano di “tour nel Sinai”, ma sono tour utilizzati per trasportare i razzi da lanciare dalla striscia di Gaza contro Israele, esattamente come quelli sparati su Ashkelon la notte scorsa costringendo nei rifugi il sottoscritto e altri 120mila abitanti della zona. Il genere di terrorismo che abbiamo visto all’opera nel sud di Israele giovedì scorso indica innanzitutto un'evoluzione “alla Hezbollah” dei gruppi terroristi di Gaza, con noi israeliani nella parte delle principali vittime. Un micidiale attentato perpetrato da più di dieci terroristi in diversi punti indica che lo “spirito” di Hezbollah è arrivato nel sud. Israele deve esigere risposte operative dall’Egitto prima che quest’ultimo si trasformi in uno stato “alla libanese” non più in grado di contrastare nessuna organizzazione terroristica anti-israeliana. Il Sinai si è trasformato in una terra di nessuno mentre l’Egitto chiude un occhio. Il Cairo deve dunque essere richiamato all’ordine da Israele e dal resto del mondo. Non bisogna prendere alla leggera l’Egitto circa le responsabilità che ha sul confine con Israele. L’Egitto ha firmato un trattato di pace che prevede un confine pacifico con Israele ed è tenuto ad attenersi pienamente alla sua parte di quell’accordo.Infine, ma non meno importante: Hamas, che quattro anni fa prese il controllo della striscia di Gaza con un golpe armato, trasformandosi in questo modo nel destinatario dei messaggi di Israele dopo ogni attacco e attentato. Il “postino” deve fare gli straordinari, dopo la sanguinosa offensiva terroristica a Eilat, facendo ricorso ai raid chirurgici per ribadire con forza a Hamas le “regole del gioco”. È vitale che Hamas si renda conto che detenere quel potere che ha strappato con la violenza all’Autorità Palestinese comporta precisi obblighi nei confronti di Israele. L’idea che sia più facile colpirci dal Sinai deve essere sradicata e neutralizzata immediatamente, vuoi con operazioni militari, vuoi con la prevista barriera difensiva lungo il confine.
(Da: YnetNews, 19.8.11)

sabato 20 agosto 2011

Missili e razzi contro Israele

I terroristi palestinesi che governano Gaza, hanno deciso di sferrare un attacco micidiale contro Israele. Nella sola giornata di oggi sono stati oltre 30 i missili Grad e i razzi Qassam sparati contro il sud dello stato  ebraico. Uno di questi missili ha trucidato una persona a Be'er Sheva ferendone altre dieci tre delle quali sono in gravi condizioni.
Contro questo vile e ignobile attacco di guerra a uno stato sovrano, l'aviazione israeliana ha sferrato un duro attacco a Gaza colpendo una cellula terroristica che aveva appena sparato dei colpi di mortaio: almeno uno dei criminali terroristi palestinesi è stato ucciso.
Israele si difenderà!
Non cederà a nessun compromesso sulla sua sicurezza e integrità territoriale.

venerdì 19 agosto 2011

Cronaca di una giornata di sangue per Israele


14:00 - Dichiarazione di un portavoce IDF: prime notizie di intensi scontri a fuoco tra le foze di sicurezza israeliane e terroristi  sono avvenuti in territorio israeliano  
14:20 – Sparati colpi di mortaio contro Israele.
14:30 – Comunicato del portavoce delle IDF:t: nel suddi Israele è stato condottoun attacco pianificato,
14:57 – Tutti i 14 feriti israeliani sono stati ricoverati inun ospedale di Eilat.
14:58 – gli attentati multipli di ieri sono stati organizzati nella striscia di Gaza.
15:05 - Portavoce dell'esercito: gli attacchi contro Israele avevano come obiettivo i civili.
15:27 – Nel corso di una serie di attacchi terroristici è stato colpito un veicolo da una bomba posta sulla strada  

15:41 – Sette terroritsti sono stati uccididalle IDF dopo che avevano messo a segno attacchi terroristici contro civili Israeliani.
17:45 – Oggi una serie di attentati contro obiettivi civili nei pressi di Eilat, la città più a sud di Israele ha provocato 40 feriti.  
18:50 – il portavoce IDF: 7 israeliani sono stati trucidati in una serie di attentati terrorristici.
20:00 – Il Capo di Stato Maggiore delle IDF: questo è un grave atto terroristico. L'esercito israeliano ha ingaggiato e colpito alcuni terroristi. Le IDF continuano a operare nella zona.   
20:04 – Aggiornamento: la Polizia Israeliana ha chiuso le strade nel sud di Israele in seguito al grave attacco terroristico palestinese.
20:45 – Iron Dome, il sistema difensivo antimissile israeliano, ha intercettato un razzo sparato da Gaza contro Israele.
 21:20 - Un soldato israeliano è stato assassinato nel corso degli attentai di oggi.
 24:00 - Sono otto gli israeliani trucidati durante gli attenati di giovedì

giovedì 18 agosto 2011

PALESTINESI=ASSASSINI!


Un massacro! Ecco cosa sono stati capaci di fare oggi i palestinesi!
Hanno organizzato una serie di micidiali attentati nel sud di Israele, lungo il confine con la Giordania e l'Egitto e nei pressi di Eilat.
Ecco la cronaca di quanto accaduto attraversogli articoli dei quotidiani israeliani

Attentato terrorista multiplo, giovedì, contro il sud di Israele: almeno sette persone uccise, trenta i feriti, alcuni in condizioni critiche.
Nel primo attacco un commando di almeno tre terroristi, a quanto pare con addosso divise militari blu (egiziane), ha teso un’imboscata a raffiche di mitra contro un autobus della linea 392 in viaggio da Beersheva (capoluogo del Negev israeliano) a Eilat (nell’estremo sud del paese, sulla costa del Mar Rosso). L’attacco, che ha avuto luogo sulla Strada 12, una ventina di km a nord di Eilat, presso l’incrocio di Ein Netafim, ha causato almeno una dozzina di feriti, di cui diversi in gravi condizioni. I feriti sono stati trasportati d’urgenza con ambulanze ed elicotteri agli ospedali Yoseftal di Eilat e Soroka di Beersheva. Pochi minuti dopo, giungeva notizia di un secondo attacco nella stessa regione, con armi da fuoco e lancia-granate contro un autobus e un’auto privata: sette le persone ferite, alcune mortalmente. Secondo il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, fra le vittime vi sarebbero anche dei soldati.Un terzo attentato verso l’una del pomeriggio vedeva all’opera diversi ordigni esplosivi e lanci di razzi contro unità delle Forze di Difesa israeliane in servizio di pattuglia lungo il confine fra Israele ed Egitto.Poco dopo, militari israeliani ingaggiavano uno scontro a fuoco con un gruppo di terroristi, uccidendone tre o quattro.Tutte le strade verso Eilat sono state temporaneamente chiuse al traffico. Chiuso anche l’aeroporto di Ovda, mentre le forze di sicurezza si sono lanciate alla ricerca dei responsabili in tutta la zona.Secondo fonti della difesa, almeno parte degli attacchi sarebbero stati portati dal versante egiziano della frontiera. Un funzionario della sicurezza egiziana ha sostenuto invece che tutti gli attacchi si sarebbero svolti all’interno dei confini d’Israele. Nei giorni scorsi le autorità israeliane avevano espresso la preoccupazione che gruppi di terroristi nel Sinai potessero sfruttare il vuoto seguito dalla destituzione del presidente egiziano Hosni Mubarak nel febbraio scorso."Agiremo contro l'origine degli attentati con tutta la forza e la determinazione", ha affermato il ministro della difesa, Ehud Barak.Secondo la testimonianza di diversi passeggeri, Benny Belevsky, 60 anni, l’autista dell’autobus Egged n. 392 attaccato dai terroristi, ha evitato un esito ancora più grave agendo immediatamente con molto sangue freddo. Belevsky ha continuato a guidare sotto la pioggia di proiettili ed ha accelerato cercando di portare in salvo il mezzo, pieno di passeggeri, mentre alcuni soldati a bordo cercavano di rispondere al fuoco e del personale sanitario iniziava subito a prendersi cura dei feriti.Parlando ai giornalisti giovedì pomeriggio, il comandante della zona sud delle Forze di Difesa israeliane, gen. Tal Russo, ha riepilogato la dinamica degli attentati, costati la vita a sei civili e un militare israeliano. Tre terroristi armati di cariche esplosive, armi automatiche e granate sono penetrati in Israele dal Sinai, si sono sparpagliati su un raggio di 300 metri e hanno iniziato a sparare sul primo autobus. Poi hanno sparato su un’auto privata e su un secondo autobus. Più tardi un attentatore suicida si è fatto esplodere e un altro terrorista apriva il fuoco sui militari sopraggiunti sul luogo degli attentati. Due terroristi sono stati eliminati dalle forze israeliane, e sembra che altri due siano stati intercettati e uccisi da forze egiziane sull’altro versante della frontiera. Successivamente i militari israeliani hanno rinvenuto cariche esplosive disseminate sul terreno. Uno degli attacchi ha avuto luogo nei pressi di un posto di controllo egiziano.Paskal Avrahami, 49 anni, ufficiale di un'unità anti-terrorismo della polizia israeliana, è rimasto ucciso giovedì pomeriggio quando dei terroristi da oltre confine hanno aperto il fuoco su agenti e militari impegnati nelle operazioni di pattugliamento nella zona degli attentati avvenuti poche ore prima, nel sud del paese. La sua morte porta a otto il bilancio degli israeliani morti nella serie di attacchi terroristici di giovedì.
(Da:YnetNews, Jerusalem Post, Ha'aretz; 18.8.11)

mercoledì 17 agosto 2011

Missile palestinese contro Israele

Nella giornata di ieri, un missile Grad, sparato da Gaza, è esploso nei pressi di Be'er Sheva senza fortunatamente causare vittime o danni.
I palestinesi di Gaza ce la mettono tutta per ricordare al mondo che loro la pace non la vogliono. Che loro gli Israeliani li vogliono proprio ammazzare e soprattutto che per loro Israele non deve esistere.
Nella notte, in risposta a questo bombardamento palestinese, un aereo militare israeliano ha colpito 4 obiettivi terroristici nella striscia di Gaza e una squadra di terrorsiti che si apprestava a sparare un razzo contro Israele.

martedì 16 agosto 2011

Due lezioni al prezzo di una

Scrive l’editoriale di Ma’ariv: “Se i mass-media britannici mostrassero immagini della polizia israeliana impegnata ad utilizzare le stesse tecniche adottate nei giorni scorsi dalle autorità di sicurezza britanniche, si registrerebbe un’esplosione di indignazione e di proteste contro Israele, a prescindere dalle circostanze specifiche del caso”. Tuttavia Ma’ariv, facendo riferimento al comandante della polizia britannica, tranquillizza il pubblico inglese dicendo che “gli israeliani non inoltreranno denunce contro di lui di fronte alla Corte Internazionale dell’Aja, né alcun tribunale israeliano emetterà mandati di arresto nei suoi confronti”.
Rivolgendosi poi agli studenti britannici, l’editoriale di Ma’ariv continua: “Il mondo intero ha visto come il vostro governo ha usato la mano pesante contro dei civili. Non è facile guardare la nazione che ha dato al mondo i principi della democrazia e dell’etica occidentale scatenarsi in questo modo contro altri cittadini britannici. Ma non preoccupatevi, vi promettiamo di non fare ricorso a nessuna forma di ritorsione collettiva a causa dei comportamenti del vostro governo: non impediremo agli accademici britannici di tenere lezioni nell’università di Tel Aviv e non boicotteremo il cioccolato Cadbury alla caffetteria dell’Università di Gerusalemme. E voi, studenti britannici, continuerete ad essere i benvenuti, se vorrete venire a studiare qui in Israele, a prescindere dagli esiti della recente ondata di violenze che ha investito il vostro paese. Anzi, venendo qui potrete apprendere due lezioni al prezzo di una: potrete studiare con gli eccellenti accademici israeliani, e potrete imparare dai vostri coetanei israeliani due o tre cose circa le forme di protesta non violenta. Non dovreste perdervi una tale opportunità”.

(Da. Ma’ariv, 10.8.11)

lunedì 15 agosto 2011

Il ritorno dei Protocolli

In questi ultimi anni, i Protocolli dei Savi di Sion, il famigerato FALSO libro preparato dalla polizia zarista per "giustificare" i pogrom di ebrei hanno, conosciuto un enorme diffusione in tutti i paesi islamici e arabi.
Sono stati tradotti in tutte le lingue, anche in persiano, seguendo un perverso disegno di delegittimazione del popolo ebraico e di conseguenza dello stato di Israele e l'Iran è stato il capofila, con il nano pazzo di Teheran, nella virulenta diffusione di questo ignobile libercolo.
Ora però anche in Eurabia e addirittura in Cina e in Giappone, i Protocolli stanno conoscendo una nuova e inattesa "foruna": addiruttra attraverso diversi vescovi cristiani ortodossi come il libanese George Sabila, che in una intervista alla tv Al-Dunja fatta il 24 luglio scorso, ha dichiarato espressamente che "La fonte che finanzia e incita tutte queste organizzazioni internazionali, in Oriente e Occidente, e soprattutto nel mondo arabo, è guidata da un'unica, malvagia organizzazione, conosciuta come il sionismo ". Esso "E 'dietro a tutti questi movimenti, tutte queste guerre civili, e tutti questi mali, con la gente dell'Occidente- se negli Stati Uniti, in Europa". O come il patriarca della chiesa di Antiochia Gregorio III Laham che lo scorso dicembre ha dichiarato che c'è una "cospirazione Sionista dietro l'attacco di Al-Qaeda alla chiesa cattolica di Baghdad dove vennero trucidati 58 fedeli", mentre Richard Williamson, uno dei quettro vescovi ordinati dal cardinal Marcel Lefebre e in seguito riabilitati da papa Benedetto XVI ha dichiarato che "i Protoclli sono autentici a che gli Ebrei stanno combattendo perdominare il mondo e preparate il trono dell'anti Cristo a Gerusalemme.
E non potevano certo mancare i campioni nostrani della "riabilitazione" dei Protocolli:  il "filosofo" Gianni Vattimo, ben conosciuto per le sue posizioni anti israeliane e anti ebraiche nei scuoi scritti e nei suoi discorsi, ha dichiarato di "aver rivalutato i Protocolli e ora ritiene che essi riflettano larrgamente la verità sugli Ebrei". Il vescovo emerito di Grosseto Giacomo Bubini, ha detto di credere che "c'è un attacco Sionista dietro la questione degli abusi sessuali allinterno della Chiesa. Gli Ebrei non vogliono la Chiesa, essi sono i suoi naturali nemici, non a casao, storicamente parlando, essi sono gli assassini di Dio" (per la cronaca, in seguito, durante la Conferenza dei Vescovi italiani, il Bubini ha ritrattato tutto, negando di aver mai detto quelle frasi ignobili).
Fatto sta che di nuovo gli Ebrei sono visti come capo espriatorio dei mali del mondo, di nuovo c'è un concentrarsi contro di loro dell'odio e della violenza come non accadeva dai tempi del nazismo.
Occorre vigilare e essere pronti a contrastare questi fenomeni: una cosa comunque è certa, non ci sarà mai più Aushwitz!

Linee del ’67, scambi di territorio, riconoscimento di Israele come stato ebraico

Di Herb Keinon

Israele ha dichiarato martedì d’essere disposto ad accettare le linee del 1967 come quadro negoziale nell’ambito di un pacchetto che preveda il riconoscimento da parte palestinese dello stato di Israele come stato ebraico.
Funzionari israeliani spiegano che tale quadro consisterebbe in un pacchetto d’accordo in base al quale Israele accetterebbe di avviare negoziati usando come punto di partenza dei colloqui le linee del 1967 con scambi di territorio reciprocamente concordati, mentre i palestinesi accetterebbero che l’obiettivo finale dei negoziati sia di arrivare a due stati, uno palestinese e uno ebraico.
Israele ha avanzato la formula in un momento che vede i rappresentanti delle due parti, degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e della Russia impegnati a lavorare su un documento che offra un quadro per il ritorno ai negoziati tale da rendere superfluo il piano palestinese di ottenere all'Onu a settembre il riconoscimento unilaterale (cioè senza accordo con Israele) di uno stato palestinese sulle linee del 1967 senza modifiche concordate.
Secondo la formula proposta, ha spiegato un funzionario israeliano, ognuna delle due parti porterebbe a casa qualcosa: i palestinesi otterrebbero le linee del 1967 come punto di partenza, cosa che reclamano da tempo, mentre Israele, sempre secondo il funzionario, otterrebbe il riconoscimento palestinese di Israele come stato ebraico.
Israele, secondo il funzionario, ha chiarito che accetterebbe un testo per il pacchetto-quadro che rispecchiasse i concetti contenuti nei due discorsi sul Medio Oriente tenuti da Barak Obama nel maggio scorso, nei quali per la prima volta il presidente Usa ha indicato le linee del 1967, con scambi di territori, come punto di partenza per un ritorno ai negoziati.
Gerusalemme, pur non approvando le linee del 1967 (cioè le linee armistiziali del periodo 1949-67 lungo le quali si scatenò l’escalation aggressiva araba del ’67), tuttavia accetterebbe un testo in cui si dicesse che Israele riconosce che questa è la posizione della comunità internazionale. La disponibilità a mostrare questo grado di flessibilità, spiega il funzionario, sarebbe condizionata al fatto che i palestinesi diano mostra, a loro volta, di flessibilità approvando un testo che acconsenta al riconoscimento di Israele come stato ebraico, un concetto che finora i palestinesi si sono rifiutati di accettare.
Un’ulteriore questione è se il discorso di Obama che dovrà servire da base per i colloqui sia quello tenuto il 19 maggio al Dipartimento di Stato, caratterizzato da un linguaggio più gradito ai palestinesi, oppure quello tenuto pochi giorni dopo, il 22 maggio, al congresso di AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), che conteneva precisazioni supplementari richieste da Israele. Dal punto di vista americano, i due discorsi devono essere considerati come indissolubilmente legati fra loro. “Il presidente Obama – dice un portavoce del Dipartimento di Stato – nei suoi due storici discorsi ha delineato principi e obiettivi per questi negoziati. Noi stiamo lavorando con le parti e con il Quartetto per promuovere negoziati diretti su quelle basi, cioè su entrambi quei discorsi: non si può prenderne uno e non l’altro. Sono la stessa cosa e lo stesso messaggio. È importante il concetto che quei due discorsi vanno assieme”.
Gli europei, invece, sembra che spingano per un linguaggio più vicino al discorso del Dipartimento di Stato, dal momento che vogliono essere sicuri dell’approvazione palestinese prima di sostenere il documento. Tony Blair, l’inviato del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), si sta occupando del coordinamento nel tentativo di trovare un testo che funzioni. I punti più spinosi vengono considerati le dimensioni dei previsti scambi di territorio, la questione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e quanto energico debba essere il testo nel rifiutare un ruolo di Hamas nel governo di unità nazionale palestinese. A metà luglio, a Washington, il Quartetto non riuscì a trovare l’accordo su un’ipotesi di pacchetto-quadro a causa a quanto pare della Russia, restia ad includere nel testo il concetto di stato ebraico.
“Dopo la riunione del Quartetto del mese scorso – osserva David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy – c’era ancora parecchia distanza fra le parti in relazione a una possibile base comune per la ripresa dei negoziati. Ritengo che quella distanza si sia accorciata, ma non è stata ancora colmata. Se il comportamento in passato serve da indicazione, è probabile che gli europei vogliano ottenere l’approvazione dei palestinesi prima di accettare di colmare quella distanza. Siamo ad un momento chiave – continua Makovsky – perché arrivare a dei termini di riferimento per i colloqui di pace potrebbe essere il modo migliore per evitare uno scontro a settembre, uno dei motivi che può aver spinto Israele a cercare una formula comune”. Secondo Makovsky, gli israeliani “si sono spinti parecchio avanti” in direzione dei principi delineati da Obama come punto di partenza per i colloqui.

(Da: Jerusalem Post, 3.8.11)