Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 29 settembre 2011

Stato palestinese, niente cittadinanza per i profughi. Parola di Abdullah Abdullah, ambasciatore palestinese in Libano

di Costantino Pistilli

Se la Palestina otterrà un seggio all’Assemblea generale dell’Onu (o presso il Consiglio di Sicurezza, così da poter minacciare -oltre a Israele- anche qualche membro di Hamas alla Corte internazionale) che fine faranno i milioni di profughi palestinesi?
Come ci segnalava Ugo Volli con una cartolina euroaraba, per l’"ambasciatore palestinese " in Libano Abdullah Abdullah, i profughi palestinesi non diventeranno cittadini del futuro Stato. In un’intervista rilasciata al quotidiano libanese The Daily Star Abdullah è stato molto chiaro: “I profughi potranno godere di un’identità palestinese ma non della cittadinanza”. E lo stesso destino toccherà anche a quelli che vivono nei “territori”. Infatti, neanche a loro, sempre secondo il diplomatico palestinese, verrà concessa la cittadinanza della tanto desiderata patria.
Allora, chi si dovrebbe occupare dei profughi palestinesi, all’incirca il 45% del popolo della Nakba?
“Dovranno continuare a pensarci l’Organizzazione per la Liberazione palestinese, come responsabile per i rifugiati, e l'UNRWA”. Infatti, continua Abdullah, “la futura Palestina non fornirà nessun aiuto o servizio agli esuli ma dovrà pensarci l’UNRWA a continuare a provvedere all’istruzione, all’assistenza sanitaria e agli assegni sociali”, ergo, i contribuenti americani ed europei che forniscono il grosso dei finanziamenti a questa organizzazione.
Quindi, a cosa è servito chiedere all’Onu un riconoscimento ufficiale?
Abdullah spiega che la richiesta di riconoscimento presentata da Ramallah alle Nazioni Unite non servirà a porre un freno al conflitto mediorientale ma sarà “solo un cambio delle regole del gioco" per riuscire con altri mezzi a distruggere lo Stato ebraico. Ecco dunque cosa interessa alla leadership palestinese: tenere premuto il grilletto diplomatico contro Israele, come succede da sessant’anni. D’altronde, lo stesso Abdullah ne aveva già parlato. Secondo il Palestinian Media Watch, infatti, l’ambasciatore palestinese in Libano in un’intervista di un anno fa dichiarò al quotidiano Al-Hayat Al-Jadida che i colloqui di pace tra Gerusalemme e Ramallah “non sono un obiettivo, ma solo un altro tentativo palestinese di minare la legittimità di Israele”(9 settembre 2010). Tanto è vero che i proximity talks sarebbero serviti alla comunità palestinese a “isolare Israele, così da stringere un cappio al collo allo Stato sionista, minacciandone la sua legittimità” per poi presentarlo come uno stato razzista simile al Sud Africa dell’apartheid. Lo scopo della moderata Autorità nazionale palestinese “è quello aumentare l’isolamento internazionale di Israele per fare in modo che molti israeliani in posizioni di rilievo abbiano paura di viaggiare in Paesi europei per non essere processati per i loro crimini”.
Intanto, mentre nelle stanze onusiane si raduneranno per decidere come disegnare la (perenne) futura Palestina, martedì scorso sono stati lanciati altri due missili contro il sud d’Israele, per la settima volta è stato fatto esplodere un’arteria del gasdotto che dal Sinai fornisce lo Stato ebraico, mentre a sud di Nablus alcuni palestinesi hanno cercato di rapire un bambino israeliano. Fatti, cifre e numeri che sicuramente non verranno presi in considerazione dalla comunità internazionale quando calcoleranno il PIL del futuro Stato con la kefya.

http://www.informazionecorretta.com/

mercoledì 28 settembre 2011

Shanà tovà Israel!

E' il capodanno ebraico e voglio augurare a Israele e a tutti gli amici di religione ebraica il mio più sincero Shanà tovà: possa questo essere un anno di gioia e di serenità per tutti.
Con Israele e con il popolo ebraico!
Sempre!

Da vedere assolutamente

http://rubensalvadori.wordpress.com/


Non voglio commentare: voglio che il video sia visto con calma e obiettività

martedì 27 settembre 2011

Senza condizioni, senza tabù: sediamoci e trattiamo

Yigal Palmor, portavoce del ministero degli esteri israeliano

«Mettiamo subito in chiaro una cosa sin dall’inizio: Israele non si oppone a uno stato palestinese. Israele desidera convivere pacificamente, fianco a fianco, con un futuro stato palestinese. Ma la pace si può raggiungere soltanto attraverso colloqui diretti. Semplicemente, non c’è altro modo. Un accordo di pace implica chiaramente il coinvolgimento di due parti che, beh, concordino fra loro i termini della pace. Va da sé, ma è meglio dirlo esplicitamente perché qualcuno sembra dimenticare ciò che è ovvio. Il precedente governo israeliano aveva accettato di intavolare trattative con la Lega Araba sulla cosiddetta “Iniziativa di pace araba”, ma venne snobbato. Aveva proposto ai palestinesi un piano di pace complessivo ed esauriente, ma venne ignorato. Il governo israeliano attuale ha accettato di fare un passo importante verso i palestinesi, allo scopo di riavviare i negoziati, quando ha decretato dieci mesi di moratoria sulle attività edilizie negli insediamenti. I palestinesi si sono rifiutati di fare altrettanto, e non hanno mai smesso di lagnarsi: prima, perché la moratoria non era sufficiente; poi, perché non era stata prolungata. Il mio messaggio ai miei vicini palestinesi è questo: non potete eludere l’inevitabile; non arriverete alla pace e all’indipendenza senza Israele; non potete far finta che noi non esistiamo o di poter fare senza di noi. Dobbiamo dialogare. I negoziati non saranno facili, ci aspetta un lavoro arduo, faticoso, tortuoso. Ma semplicemente non c’è altra strada, se mirate veramente alla pace. Senza condizioni, senza tabù: sediamoci e trattiamo.»

(Da: MFA, 21.9.11)

Le omissioni e le bugie dei palestinesi.

Scrive Dan Margalit su Yisrael Hayom: «In Israele, i tre network televisivi hanno correttamente mandato in onda tutto il discorso di Abu Mazen. Viceversa, a Ramallah, gli schermi si sono oscurati ben prima che Benjamin Netanyahu facesse la sua comparsa (sul podio delle Nazioni Unite). Un piccolo dettaglio, ma che fa una grande differenza. Netanyahu ha parlato di due stati per due popoli. Invece Abu Mazen ha parlato di due stati senza mai parlare di “due popoli”. È il suo modo di segnalare che non esiste alcun popolo ebraico. Il discorso di Abu Mazen – continua l’editoriale – è un'impostura storica. Chi ha causato la Nakba [il “disastro” dei palestinesi provocato dalla guerra del 1947-49]? Chi attaccò lo stato ebraico nel 1947, ancor prima che fosse nato? Chi si rifiutò di riconoscere come confini le linee del 1967 quando erano in vigore? Chi attaccò lo stato ebraico che cercava di difendersi proprio dietro a quelle linee, procurando a se stessi il disastro della guerra dei sei giorni del 1967?». Secondo l’editoriale, Abu Mazen «ha raccontato bugie bell’e buone» e ha sparso «istigazione alla luce del sole.» E conclude: «Abu Mazen non vuole un accordo di pace che proclami la fine del conflitto e riconosca gli ebrei come popolo
(Da: Yisrael Hayom, 25.9.11)

Un’istantanea dal futuro stato palestinese


Di Shoula Romano Horing


Nel tentativo di capire l’infatuazione e l’ossessione del mondo per lo stato palestinese, si deve concludere che esso evidentemente coltiva l’illusione che tale stato contribuirebbe grandemente al benessere e alla pace del mondo intero. Ma un esame un po’ più attento dei fatti rivela che tale aspettativa costituisce una pia illusione senza fondamento nella realtà. Per rendersene conto basta guardare alla natura dell’entità autonoma palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, creata con l’applicazione degli accordi di Oslo del 1993 grazie ai quali l’Autorità Palestinese detiene da anni il controllo degli affari interni quotidiani della grande maggioranza del popolo palestinese.
Sulla base di tale esperienza, si può ragionevolmente dedurre che lo stato palestinese avrà le seguenti caratteristiche: 

Terrorismo ed estremismo. Dopo che nel 1999 le Forze di Difesa israeliane se ne andarono dalle città e dai villaggi palestinesi e l’Autorità Palestinese assunse il controllo della vita civile del 98% della popolazione palestinese residente, i palestinesi lanciarono una guerra terroristica di un’intensità senza precedenti, mandando attentatori suicidi all’interno di Israele su base praticamente quotidiana, assassinando più di mille civili israeliani e ferendone o mutilandone più di cinquemila. 
Da quando, poi, nel 2005 tutti i militari e civili israeliani venero ritirati unilateralmente dall’intera striscia di Gaza, questa è stata trasformata in un santuario sicuro per i terroristi che hanno lanciato più di seimila ordigni, tra razzi e obici di mortaio, su città e cittadine israeliane.

Nessuna democrazia. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il consiglio legislativo (parlamento) palestinese sono al potere da due anni a mandato scaduto, senza che si siano tenute nuove elezioni. 
Nel frattempo, in tutti questi anni non è stato ancora istituito alcun sistema giudizio indipendente degno di questo nome.

Stato assistito. Quella palestinese è un’economia artificiale tenuta in vita dai generosi sussidi dei donatori esteri. Gli studi economici mostrano che il 60% del Pil palestinese proviene da donazioni di Stati Uniti, Europa, Onu e altri soggetti. Il popolo palestinese riceve l’ammontare di gran lunga più alto al mondo di donazioni pro capite, pari a una media di 560 dollari al mese per ogni nucleo famigliare.

Corruzione. La maggior parte delle donazioni finiscono nelle tasche di burocrati del partito di governo e di alti funzionari governativi palestinesi, anziché essere destinate alla creazione di una struttura economica indipendente o perlomeno all’assistenza dei bisognosi.

Manipolazione della storia. L’Autorità Palestinese continua costantemente a travisare la storia sostenendo e comportandosi come se uno stato arabo palestinese esistesse prima della nascita di Israele, nel 1948, con Gerusalemme come capitale. L’Autorità Palestinese inoltre si ostina a negare qualunque legame storico fra Terra d’Israele ed ebraismo. La realtà, invece, è che non è mai esistito uno stato arabo o musulmano chiamato “Palestina” nelle terre a ovest del fiume Giordano, dove anzi non è mai esistito nessuno stato indipendente che non fosse uno stato ebraico. Non basta. Gerusalemme non è mai stata la capitale di un’entità sovrana che non fosse ebraica.

Glorificazione della morte e del “martirio”. In Cisgiordania e striscia di Gaza strade, scuole, squadre di calcio, campi estivi per scolari e persino raccolte di figurine vengono intitolati e dedicati alla memoria di attentatori suicidi. Spettacoli televisivi per bambini e libri di testo scolastici esaltano l’odio verso gli ebrei e celebrano le stragi suicide.

Apartheid e razzismo. Come ha dichiarato lo scorso 14 settembre il rappresentante palestinese a Washington Maen Areikat parlando con alcuni giornalisti americani, la futura “Palestina” bandirà dal proprio territorio ebrei e omosessuali: si tratterebbe del primo stato a proibire ufficialmente la presenza di ebrei dai tempi della Germania nazista.

Intransigenza massimalista. Abu Mazen si rifiuta di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, e Hamas si rifiuta di riconoscere l’esistenza tout-court dello stato di Israele. Sia Yasser Arafat che Abu Mazen hanno respinto almeno due offerte di compromesso israeliane, nel 2000 e nel 2008, che miravano a porre fine al conflitto con la nascita di uno stato palestinese sulla quasi totalità dei territori contesi e con capitale a Gerusalemme. Ora Abu Mazen si rifiuta di riprendere i negoziati diretti.

Spaccature violente. Hamas ha buttato fuori l’Autorità Palestinese dalla striscia di Gaza nel 2007 con un violento golpe sanguinoso e da allora ogni tentativo di riunificazione è fallito, mentre entrambe le fazioni continuano a imprigionare e torturare i sostenitori della parte avversa.
In effetti,a ben vedere, il mondo dovrebbe fare molta attenzione prima di appoggiare uno stato palestinese, giacché la speranza che si realizzi l’idilliaco sogno dello stato palestinese è destinata molto probabilmente a schiantarsi contro la realtà, proprio come la cosiddetta “primavera araba”.

(YnetNews, 23.9.11)

Linee del '67: a un tiro di schioppo

Si presenta come una carrellata di splendide foto panoramiche della parte centrale di Israele, quella piana costiera che ospita un’altissima concentrazione di popolazione e di attività socio-economiche e dove sorgono Tel Aviv e altri importanti centri abitati del paese.
Ben presto ci si avvede, tuttavia, che le foto (montate in un’unica spettacolare        immagine panoramica su un apposito sito web denominato My Israel)
sono state scattate dalle alture della Cisgiordania, e precisamente da alcuni punti in prossimità di quella “linea verde” che dal 1949 al 1967 fu la linea armistiziale di separazione fra Israele e la Cisgiordania, allora sotto occupazione giordana: insomma, in prossimità della linea che tanti chiamano erroneamente “frontiera del ‘67” (benché frontiera non lo sia mai stata) e che dovrebbe diventare il confine dello stato palestinese che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si appresta a proclamare all’Onu in modo unilaterale (cioè senza un accordo negoziato con Israele).
L’effetto è inquietante: dai luoghi dove un domani – se quello diventasse davvero un confine – potrebbero essere schierate rampe di lancio di razzi e missili come quelle usate da Hamas nella striscia di Gaza o da Hezbollah nel Libano meridionale, si possono agevolmente rimirare (ed eventualmente “mirare”) edifici pubblici e privati, auto in transito sull’autostrada numero 6, treni di pendolari, aerei in decollo dall’aeroporto internazionale Ben-Gurion, navi in rada, centrali termo-elettriche ecc.
Per averne un’idea basta fare ciò che i curatori del sito ironicamente raccomandano di non fare: cliccare il bottone verde. Compare così un mirino, accompagnato da informazioni sul bersaglio inquadrato e su tipo, gittata e paese di produzione delle armi che possono raggiungerlo.
La navigazione nel sito è semplice ed efficace: si possono scorrere le varie immagini orizzontalmente (da sud a nord e viceversa), si può zoomare avanti e indietro, mentre una piccola mappa indica luogo e direzione in cui sono state scattate le fotografie, mostrando in modo grafico quella che prima del ’67 veniva definita “la vita stretta” di Israele. Non mancano pagine interne con tutte le spiegazioni tecniche relative alla realizzazione delle immagini.
Nel complesso, uno strumento indispensabile per chi voglia farsi un’idea precisa della situazione sul terreno, e del perché Israele non può accettare l’imposizione come frontiera di quella linea che già in passato alimentò tragicamente l’aggressività dell’anti-israelismo più intransigente, ed perché esige che il tema “confini definitivi” sia oggetto di negoziato fra le parti, e non di proclami unilaterali.(israele.net, 21.9.11)

Per visitare il sito My Israel (in ebraico e inglese):http://www.myisrael.ypp.co.il 

sabato 24 settembre 2011

Uno tsunami in un bicchier d’acqua

Scrive Emanuel Navon, su Yisrael Hayom: “Il previsto voto all’Onu sul riconoscimento di uno stato palestinese unilaterale (cioè, senza accordo negoziato con Israele) non sarà – come qualcuno ha detto – uno tsunami diplomatico, quanto piuttosto una tempesta in un bicchier d’acqua. Secondo la Carta delle Nazioni Unite, un Paese che vuole essere ammesso nell’Organizzazione deve rivolgersi al Segretario Generale, che inoltra la richiesta al Consiglio di Sicurezza. Ma innanzitutto deve esserci un Paese. Ora, non solo Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non ha dichiarato la creazione di uno Stato (come al contrario fece Israele, nel 1948, in base a una decisione dell’Onu, prima di inoltrare la propria domanda di ingresso alle Nazioni Unite nel 1949); ma l’Autorità Palestinese non soddisfa i criteri di base che il diritto internazionale richiede per essere considerati uno Stato: popolazione permanente, territorio definito, un governo in grado di condurre gli affari esteri. In base al diritto internazionale, l’Autorità Palestinese non ha un territorio con confini definiti, quanto piuttosto un territorio oggetto di contesa e di negoziato: non è mai esistito uno stato sovrano arabo-palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza; e non è mai esistito un confine fra Israele e Cisgiordania, bensì soltanto una temporanea linea di cessate il fuoco definita come tale (su pressione proprio delle controparti arabe) negli armistizi firmati a Rodi nel 1949. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 242 (del 1967) non chiede a Israele di ritirarsi sulle linee di cessate il fuoco del 1949 (che infatti il testo della 242 non menziona nemmeno). E l’Autorità Palestinese non ha un governo: ne ha almeno due, quello dominato dall’Olp a Ramallah (in Cisgiordania) e quello controllato da Hamas a Gaza (dove Abu Mazen non può nemmeno mettere piede). E non si dimentichi che sono falliti tutti i tentativi fatti da Abu Mazen di arrivare a un governo unico palestinese (la stessa idea di rivolgersi all’Onu per il riconoscimento unilaterale è contestata dal “governo” di Hamas come illegittima e sbagliata). Pertanto, il previsto voto all’Assemblea Generale sarà solo l’ennesimo proclama senza contenuto, per il quale i palestinesi rischiano di pagare inutilmente un prezzo molto alto”.
(Da: Yisrael Hayom, 19.9.11)

Israele onora il suo cittadino Hussein Hamadi morto nel terremoto di L'Aquila

Ieri, con una sobria cerimonia, si è svolta a Pile l'inaugurazione del Centro  Universitario Polifunzionale dell'Università de L'Aquila.
Perchè vi parlo di questa notizia?
Per farvi conoscere una cosa che nessuno vi dirà mai (come al solito): 
nel terribile terremoto che distrusse L'Aquila il 6 aprile del 2009, morirono anche 55 studenti universitari nel crollo della loro casa. Uno di questi studenti si chiamava Hussein Hamadi e subito i giornali scrissero che "un povero studente palestinese costretto ad emigrare per cercare un futuro migliore aveva tragicamente trovato la morte lontano da casa..." Poco dopo però si scoprì che quello sudente non era palestinese ma un israeliano di religione araba: da allora nessuno più parlò di lui! 
Lo Stato di Israele però non abbandona i suoi cittadini, a prescindere dalla loro fede religiosa, e immediatamente si attivò per portare in salvo gli altri studenti israeliani che si trovavano nel capoluogo abbruzzese. 
Poi si dedicò all'assistenza della famiglia di Hamadi: la fece accompagnare in Italia per il riconoscimento della salma e per il successivo trasporto in Israele. 
Ma non si fermò qui. 
Stabilì di offrire il suo contributo, come sempre ha fatto di fronte alle calamità avvenute in tutto il mondo (tsunami, terremoto in Turchia, terremoto ad Haiti, terremoto in Giappone per ricordare i più recenti eventi catastrofici) per aiutare l'Italia, un paese amico in un momento così drammatico. E stabilì di farlo in un modo significativo: partecipare alla ricostruzione del Centro Universitario Polifunzionale per dedicare una sala alla perenne memoria del giovane Hussein.
La mamma di Hussein ieri, in ebraico, ha ringraziato lo stato di Israele, l'ambasciatore, e lo stato italiano per quanto fatto per ricordare suo figlio: con una compostezza dolorosa si è soffermata nella sala computer dove è stata scoperta la targa che ricorda suo figlio, un cittadino di Israele.
     
                                         

La famiglia Hamadi con l'ambasciatore di Israele 





La moglie dell'ambasciatore Prof.ssa Amira con la mamma di Hussein



Don Ottavio Posta: Giusto fra le nazioni

Il 15 settembre, sul lago Trasimeno si sono svolte due intense e commoventi cerimonie per commemorare Don Ottavio Posta, il parroco dell'Isola maggiore che, con coraggio e umiltà organizzò la fuga di 30 ebrei prima che venissero catturati dalle truppe naziste.
La storia di questo parroco è rimasta sconosciuta ai più per troppo tempo, poi, grazie al ritrovamento avvenuto nel 2005 di una lettera di ringraziamento inviata il 23 agosto 1944 all'arcivescovo di Perugia mons. Mario Vianello, la vicenda è riemersa e lo Yad Vashem e l'Alta Corte dello Stato di Israele hanno raccolto tutta la documentazione per la concessione della più alta onorificenza dello stato ebraico, quella di "Giusto fra le nazioni". Nella lettera si racconta che "don Ottavio Posta, parroco dell'Isola Maggiore sul Trasimeno, durante il periodo della nostra prigionia sull'isola per le leggi razziali, fu per noi di grande aiuto e conforto. Quando il pericolo maggiormente incalzava per le minacce dei tedeschi contro di noi, egli con atto veramente paterno e generoso, non solo indusse gli isolani a trasportarci nella riva ove erano di già gli inglesi; ma lui stesso affrontò con noi il pericolo della travesata sul lago, sotto il tiro del cannone e delle mitragliatrici; dando un fulgido esempio ai suoi parrocchiani e meritando la nostra più profonda ricoonscenza. Saremmo grati a Vostra Eccellenza se volesse rendersi interprete con la sua alta parola verso il benemerito Don Ottavio Posta della nostra gratitudine per il suo atto altruistico e di buon Pastore verso degli infelici oppressi da leggi inumane" La lettera è firmata da Bice Todros Ottolenghi, Coen Giuliano, Albertina Coen e Livia Coen 
La lettera è firmata da Bice Todros Ottolenghi, Coen Giuliano, Albertina Coen e Livia Coen.  
I fatti in breve sono questi:
il capo della Provincia Armando Rocchi, per sottrarre gli ebrei della zona ai rastrellamenti tedeschi, li confinò sull'Isola Maggiore. Quando gli inglesi si avvicinarono al lago, i nazisti cercarono di deportare i 30 ebrei ma un agente della Questura li nascose nei boschi dell'isola fino a che don Ottavio Posta, con l'aiuto di 15 pescatori su 5 barche, riuscirono a portarli in salvo affidandoli agli alleati.



venerdì 23 settembre 2011

Debunking the Palestine Lie

http://youtu.be/O7ByJb7QQ9U

  

Sarebbe più seria la proclamazione a stato sovrano di Disneyland

di Deborah Fait

Molti anni fa, a Trento, organizzai una conferenza per dare un aiuto al popolo Curdo, nella triste occasione di un ennesimo attacco ai loro villaggi da parte dell'esercito turco. Migliaia di profughi e fuggiaschi sulle montagne, senza cibo, acqua, abbandonati nel freddo e nella neve di quei luoghi. Alla conferenza presero parte le numerose associazioni per la pace di cui pullula, credo ancora oggi, la cattolicissima Trento, membri della politica locale quasi tutti di sinistra o ex democristiani che poi è la stessa cosa.
Avevo invitato a parlare del suo Popolo un ragazzo curdo in esilio, studente a Venezia. Non ricordo purtroppo il suo nome ma ho ben impresso nella memoria il suo viso, i suoi occhi neri e tristi, il suo camminare un po' curvo in avanti quasi a volersi nascondere.
Presentai il ragazzo all'assemblea raccontando brevemente la sua storia e poi gli diedi la parola.
Incominciò a parlare timidamente, raccontando degli attacchi turchi alla sua gente, dei villaggi distrutti, della proibizione di parlare la lingua curda, di avere scuole curde, di esprimere l'anima curda, raccontò della situazione disperata del suo popolo, popolo antico e disperso in tre paesi che si erano divisi il Kurdistan: Iraq, Iran e Turchia.
Chi ascoltava non la smetteva di fare ohhh, ahhhh, io guardavo in giro e aspettavo quello che temevo sarebbe accaduto...conoscendo i polli, non miei, presenti in sala. Dopo tutti quegli ohhhh e ahhhh e " poveretti", prese la parola il presidente dell'assemblea esordendo "dobbiamo fare una raccolta di coperte, di cibo e vestiti, chi se ne incarica?". Che grande cuore, vero?
Bene, dopo l'alzata di mano di un paio di volontari cosa è successo?
Io scommetto che lo avete già indovinato! Ci scommetto quello che volete.
Cosa è successo? Hanno incominciato a parlare dei palestinesi, anzi dei poveri palestinesi, del cattivo Israele, di ‘sti ebrei del cavolo cui la Shoà non aveva insegnato niente e che stavano genocidiando il popolo palestinese. A quel punto sono scattata in piedi urlando"Questa è una conferenza sul Popolo curdo e l'avete liquidata in un quarto d'ora? Cosa c'entrano i palestinesi? Avete là al vostro tavolo un ragazzo in esilio che verrebbe ucciso se tornasse in patria, che tra l'altro non ha più perchè se la sono mangiata, la cui famiglia è stata sterminata e voi lo liquidate con due coperte e un pacco di riso? Non vi vergognate?" La risposta del moderatore è stata "Se non ti va bene puoi andartene".
Seguii il consiglio e, accompagnata da occhiate di ironico compatimento da parte del pubblico, me ne andai fuori dove, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal nervoso avrei fumato venti sigarette in una volta sola.
Dopo qualche minuto fui raggiunta dal ragazzo curdo che aveva le lacrime agli occhi. "Hai capito cosa succede in questo mondaccio cane? Di voi non frega niente a nessuno, mica sono gli ebrei che vi ammazzano, mica e' Israele che vi toglie ogni diritto civile. A questa gente interessa solo dei palestinesi ma solo per un motivo, perché la loro controparte sono gli ebrei e Israele."
"La vostra sfiga, continuai , è che a voi vi maltrattano i turchi, gli iracheni, gli iraniani, quindi gli islamici, quindi è una sfiga che vi meritate perché l'islam non si tocca e voi potete crepare nell'indifferenza di tutti.
Vi danno due coperte e un pacco di riso o spaghetti, che magari non vi piacciono? Dite grazie e non rompete le scatole! Questo è il messaggio di questa assemblea, capito?"
Aveva capito molto bene e se ne andò ancora più curvo di quando era arrivato.
Oggi, dopo più di vent'anni , le cose non sono cambiate, tutti a dimostrare per la creazione di uno stato palestinese, anche i sinistri cretini di Israele. Uno stato palestinese rappresentato da un tizio che non ne ha il diritto da almeno tre anni perché finito il suo mandato, le cui credenziali sono state presentate all'ONU da una tizia madre di 7 figli di cui cinque sono in galera in Israele condannati a ergastoli che vanno dai duecento ai settecento anni per terrorismo.
Uno stato palestinese terrorista, rappresentato da un presidente decaduto, negazionista, complice di quel sordido uomo che era Arafat e dalla madre orgogliosa di cinque assassini.
Ma che bella cosa!
Quale Nazione al mondo, oltre ad essere circondata da stati arabi che la vogliono distruggere, potrebbe accettare di avere a tre, cinque chilometri un confine con uno stato i cui cittadini saltellano di gioia per le strade ad ogni ebreo morto ammazzato dai loro pargoli?
Quale Nazione al mondo potrebbe accettare un fatto del genere, cedendo a un sedicente popolo territori conquistati dopo guerre di difesa e regalando a questo sedicente popolo che si bea davanti a un neonato ebreo sgozzato, metà della propria Capitale?
Quale nazione?
Nessuna perché ogni paese del mondo vuole pace e sicurezza per poter vivere e prosperare.
Gli israeliani sono stati tanto bravi e coraggiosi da aver prosperato nonostante un guerra infinita iniziata ancora prima della fondazione dello Stato Ebraico, un guerra divisa in tante battaglie per la nostra distruzione ma vinte tutte dal nostro esercito.
Una lunga guerra per farci mangiare sabbia e poi gettarci in mare e hanno perso sempre, sempre, urlavano "a morte Israele" e scappavano come conigli. Nasser diceva ai soldati egiziani "lasciate vive solo le belle donne, gli altri ammazzateli tutti" e poi, dopo aver perso due guerre con la speranza di riempire il suo harem di belle ebree da seviziare, gli e' venuto il coccolone per la gran rabbia e ha donato la sua sordida anima a Allah.
Lo stesso vale per Arafat e per tutti i capi e capetti arabi sbavanti odio. Hanno perso sempre e tutti contro Israele e adesso sto tizio negazionista e ex terrorista di Abu Mazen, che non rappresenta nemmeno se stesso, va all'ONU per dichiarare l'esistenza dello Stato Palestinese?
Lo so che il mondo è con lui, lo so che c'è chi si scompiscia dalla voglia di vedere finalmente questa Palestina infilata come un pugno di ferro arrugginito nel fianco di Israele.
Lo so ma sarebbe più seria la proclamazione a stato sovrano di Disneyland.


mercoledì 21 settembre 2011

Israele per i bambini palestinesi

Migliaia di palestinesi ricevono cure mediche in Israele ogni anno.
Funzionari israeliani come Dalia Bassa, coordinatore sanitario per l'Amministrazione Civile, lavorano per assicurare che i pazienti con gravi problemi medici ricevano ogni possibile cura e trattamento.
Inoltre, per migliorare il benessere emotivo di questi pazienti, c'è un grande impegno: i bambini sottoposti a terapia oncologica, accompagnati dalle loro famiglie, vengono portati in gite di un giorno fuori dall'ospedale dove sono in cura.
Attualmente nell'ospedale Hadassah, ci sono 180 pazienti pediatrici oncologici palestinesi provenienti dalla Giudea e Samaria, e 50 di questi hanno ricevuto un trapianto di midollo osseo a spese del sistema sanitario israeliano.
Questa settimana, un gruppo di bambini palestinesi in cura presso l'Hadassah, ha visitato, in compagnia dei genitori, il Ramat Gan Safari, la spiaggia di Jaffa e il bowling di Holon.
Questa gita è stata resa possibile grazie all'impegno coordinato dell'Amministrazione Civile di Israele, dell'Associazione Oncologica di Israele e dei volontari dell'Associazione "Encouragment from Ido" di Gerusalemme.


Un sorridente bimbo palestinese al Safari di Ramat Gan

Bambini palestinesi allo zoo dei cuccioli di Ramat Gan

Gaza riceve migliaia di tonnellate di beni e materiali!!!!

I beni di consumo che arrivano a Gaza QUOTIDIANAMENTE da Israele

sabato 17 settembre 2011

Dov’è la primavera di Abu Mazen?

Di Jonathan Schanzer

Il mese scorso l’uomo forte della Libia, Muammar Gheddafi, ha perso il potere a Tripoli. Il dittatore siriano Bashar Assad sembra sull’orlo di un destino analogo a Damasco. Con il mondo arabo in pieno subbuglio, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) potrebbe presto sentire il fiato sul collo.
Finora Abu Mazen si è mostrato seraficamente indifferente agli sconvolgimenti che gli scoppiano tutt’attorno. Il leader della Cisgiordania se n’è stato tranquillo ad architettare il suo gran momento, il prossimo 21 settembre, quando intende proclamare alla Nazioni Unite l’indipendenza dello stato palestinese unilateralmente (cioè, senza un accordo negoziato con Israele). Tuttavia, mentre libici, egiziani e tunisini hanno modo oggi di assaporare un po’ di quella libertà che è stata loro tanto a lungo negata, e la sensazione di prendere nelle proprie mani il proprio destino, per i palestinesi Abu Mazen non sta preparando nessun cambiamento. Dopo che avrà proclamato l’indipendenza all’Assemblea Generale dell’Onu, folle di palestinesi in estasi in piazza Manara a Ramallah spareranno in aria con i loro kalashnikov, distribuiranno dolcetti per le strade di Cisgiordania e si faranno fotografare con le dita a V in segno di “vittoria” suonando centinaia di clacson. Ma presto constateranno che l’impatto politico di questa mossa, sulla loro vita di tutti i giorni, è di ben scarso significato. All’indomani della dichiarazione, i palestinesi si renderanno conto che il voto all’Assemblea Generale non ha valore vincolante. E così, pur con il sostegno di due terzi della comunità internazionale all’idea di uno stato palestinese – un’idea che Stati Uniti e Israele hanno già sottoscritto – tutto quello che potranno esibire è appunto questo: un’idea.
Non basta. Quando i palestinesi guarderanno fuori dalla finestra e si renderanno conto che i militari israeliani non saranno scomparsi e che i confini della “Palestina” saranno ancora da stabilire, allora sì che la loro frustrazione verrà a galla. I palestinesi constateranno che, nonostante la campagna lunga e melodrammatica per la loro dichiarazione unilaterale, l’indipendenza non può essere conseguita finché non accettano di negoziare dei veri compromessi sui nodi relativi allo status definitivo che Abu Mazen ha fin qui cercato così diligentemente di evitare.
Se i palestinesi vorranno tradurre la loro rabbia in azione, ecco due possibili sbocchi.
Il primo è un’ennesima intifada (lotta armata) contro Israele. A quanto pare, un milione di palestinesi si appresta a scendere in strada alla vigilia della dichiarazione all’Onu. Abu Mazen e altri leader insistono per manifestazioni non violente, ma cosa accadrà quando quella stessa gente scenderà in piazza frustrata il giorno successivo, e poi il giorno dopo ancora? Come ha avvertito di recente l’editorialista palestinese Daoud Kuttab, “nessuno può dire che strada imboccheranno i palestinesi”. E i precedenti non promettono nulla di buono.
L’altra possibilità è quella di una “intra-fada”, una rivolta interna contro Abu Mazen e la dirigenza palestinese. Sulla falsariga della “primavera araba”, i palestinesi potrebbero arrivare alla conclusione che l’origine delle loro frustrazioni è innanzitutto il loro proprio governo.
L’Autorità Palestinese è appena meno peggio degli altri regimi della regione. Le sue élite hanno intercettato centinaia di milioni, se non miliardi, di dollari di aiuti internazionali per arricchire le loro famiglie, i loro clan e le loro clientele. Fatah, la fazione che domina il governo dell’Autorità Palestinese, è fossilizzata, corrotta e accomodante con quasi tutti gli altri imbarazzanti regimi della zona: che è poi uno dei principali motivi della scioccante vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinese del gennaio 2006. Hamas, va sottolineato, non si giocò la campagna elettorale sugli attentati suicidi e sul lancio di razzi contro Israele. Se la giocò sul buon governo, un tema che trovava orecchie molto sensibili fra i palestinesi. Se si votasse domani, Hamas potrebbe vincere di nuovo per la stessa ragione. Fatah, e con essa automaticamente l’Autorità Palestinese, non si è affatto riformata.
Oggi Abu Mazen gode dell’appoggio della comunità internazionale, ma solo perché appare chissaché in confronto a Hamas. In verità, non è molto meglio di Hosni Mubarak o di Gheddafi. Entrambi quei leader rimasero al potere molto tempo dopo che la loro legittimazione era svanita. Anche Abu Mazen continua ad essere presidente benché il suo mandato sia scaduto già dal 2009. Mubarak cercava di usare il suo potere per costruire un impero al figlio Gamal. Gheddafi faceva lo stesso per suo figlio, Saif al-Islam. I due figli di Abu Mazen, Yasser e Tarek, hanno fatto man bassa di contratti negli Stati Uniti e gestiscono la Cisgiordania come una famiglia mafiosa. Su questo punto, un ex consigliere dell’Autorità Palestinese ha osservato che l’oligarchia di Abu Mazen sta crescendo a velocità vertiginosa, mentre la popolazione perde la pazienza più o meno con la stessa rapidità. Ad eccezione dell’Arabia Saudita e di pochi altri paesi, i corrotti regimi arabi stanno crollando sotto il loro peso. Abu Mazen e l’Autorità Palestinese saranno i prossimi della lista?

(Da: Jerusalem Post, 6.9.11)

giovedì 15 settembre 2011

Il vero ostacolo alla pace? 80 anni di rifiuto arabo-palestinese

Il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso martedì su YouTube un filmato di sei minuti intitolato “La verità sul processo di pace”, nel quale spiega in parole semplici, con l’aiuto di una grafica accattivante, che “il motivo per cui il processo di pace non ha successo non è la presenza israeliana in Cisgiordania, bensì i decenni di intransigenza da parte araba e palestinese”. 
Il video è stato pubblicato in coincidenza con il 18esimo anniversario degli accordi di Oslo, firmati il 13 settembre 1993 alla Casa Bianca fra Israele e Olp, e nell’imminenza del voto chiesto dall’Autorità Palestinese alle Nazioni Unite per il riconoscimento unilaterale (cioè, senza accordo negoziato con Israele) di uno stato palestinese.“Il pretesto palestinese per rivolgersi direttamente all’Assemblea Generale dell’Onu – dice Ayalon – è la cosiddetta occupazione, ma i fatti smentiscono questa versione. 
E’ importante spiegare la verità, mostrando come ai palestinesi venne offerto uno stato già molte volte nel corso dei decenni, ma loro l’hanno rifiutato ogni volta perché accettarlo avrebbe significato riconoscere anche la sovranità ebraica. Purtroppo – continua il vice ministro israeliano – questo desta il sospetto che la dirigenza palestinese sia molto più interessata a porre fine allo stato ebraico che ad ottenere uno stato palestinese. Il che è dimostrato dalla lunga storia della inflessibilità palestinese”. Ayalon spiega d’aver deciso di pubblicare il filmato dopo aver constatato il “vasto successo” di un primo video, diffuso su YouTube un paio di mesi fa, intitolato “Conflitto israelo-palestinese: la verità sulla Cisgiordania”, nel quale spiegava “come stanno le cose circa i diritti di Israele sulla Cisgiordania” chiarendo in soli sei minuti il significalo di termini diversi fra loro come “territori occupati” e “territori contesi”, oppure “confini del 67” e “linee del 49”. “Il riscontro positivo che abbiamo ricevuto da tutto il mondo – dice Ayalon – mi ha spinto a pensare che avessimo iniziato a farci strada nella coscienza dell’opinione pubblica e che la gente in realtà è aperta ed anche ansiosa di conoscere la verità dei fatti circa il conflitto israelo-palestinese”.Entrambi i filmati sono stati prodotti dal filmmaker Shlomo Blass, della Rogatka Ltd, e dal regista Ashley Lazarus, in cooperazione con la ong studentesca StandWithUs. Il video è stato realizzato in inglese, ma include sottotitoli altre lingue.
Danny Ayalon ha già in programma di preparare prossimamente altri due filmati che si occuperanno di profughi e di Gerusalemme. “E’ fondamentale che la gente possa sapere come stanno realmente le cose – conclude il vice ministro degli esteri israeliano – senza cadere vittima dei facili slogan della propaganda circa la cosiddetta occupazione, creati da parte araba e palestinese per fuorviare dalla verità”.

(Da: Jerusalem Post, YnetNews, 14.9.11)



Israel Palestinian Conflict: The Truth About the Peace Process

Lo scivolone della Turchia

Da un editoriale del Jerusalem Post
Molti israeliani restano di nuovo scioccati ad ogni premeditato attacco della persistente escalation del premier turco Recep Tayyip Erdogan contro quelli che un tempo erano gli stretti rapporti fra Israele e Turchia. Le conseguenze sono severe non solo sul fronte diplomatico, ma anche sul piano economico, come ha sottolineato il governatore della Banca d’Israele Stanley Fischer. Colpiti in modo particolarmente duro sono i legami militari che una volta cementavano la “relazione speciale”.
Eppure, per quanto inquietante, nulla di tutto questo è inedito. In realtà gran parte di ciò a cui oggi assistiamo suona come un déjà vu: una replica di ciò che accadde nel 1979 quando gli ayatollah presero il potere in Iran. Fino ad allora, con l’Iran dello scià era fiorita una relazione persino più calorosa e più vantaggiosa. 
Ma crollò da un giorno all’altro, provocando molteplici danni altrettanto gravi di quelli causati in modo incrementale dalla serie di costanti colpi inferti dalla Turchia ai rapporti bilaterali. Gli israeliani che lamentano la lenta fine della luna di miele con la Turchia dovrebbero ricordare che è da quasi un decennio che i rapporti non sono rose e fiori: esattamente da quando il partito islamista di Erdogan vinse le elezioni nel 2002. Quella vittoria segnò un mutamento strategico nell’agenda della Turchia e Israele poteva farci ben poco, a parte piegarsi ad ogni capriccio di Erdogan. Per quanto potessimo desiderare che la Turchia non si trasformasse in una causa persa come fu per Tehran, il precedente dell’Iran rimane istruttivo.L’amicizia di Israele con Tehran si era rinsaldata per vent’anni. Gran parte della cooperazione militare passava sotto silenzio, ma era significativa. L’Iran era diventato il maggiore fornitore di petrolio di Israele in un’epoca in cui altre fonti non erano disponibili. Tutto questo evaporò nel giro di ventiquattro ore, ma Israele non venne messo in ginocchio. Per quanto importanti possano essere, le relazioni con un paese specifico non sono quasi mai indispensabili: un concetto che dovremmo tenere a mente oggi. Sarebbe stato senza dubbio molto meglio non perdere la connessione con la Turchia. Ma non è certo la fine del mondo, soprattutto in considerazione del fatto che nessuna iniziativa da parte israeliana avrebbe potuto fermare il deterioramento. È una cosa che sfugge al nostro controllo.Erdogan è ambizioso e determinato, non meno di Mahmoud Ahmadinejad, indipendentemente dalla differenza di stile fra i due. Non cerca nemmeno di mascherare la sua aspirazione di riportare il suo paese ai giorni gloriosi del sultanato ottomano facendone la potenza chiave del Medio Oriente e del mondo islamico. Per promuovere questi obiettivi, Erdogan deve fare sfoggio di leadership dando addosso alla bestia nera del mondo arabo-islamico: Israele. Qualcosa che ricorsa da vicino lo slogan zarista con cui venivano istigati i pogrom: “Dagli all’ebreo, salva la Russia”.Erdogan ha deciso di irritare Israele e più Israele ingoia le offese, più grandi si fanno le sue provocazioni. La sua mossa più recente è quella di creare agitazione con una provocatoria presenza navale turca non solo nel Mediterraneo, ma anche nel lontano Mar Rosso. Ironia della sorte, l’ha chiamata Operazione Barbarossa: lo stesso appellativo dato dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, all’invasione dell’Unione Sovietica.In questo quadro, non si sfugge alla conclusione che Erdogan è diventato l’ennesimo bullo del Medio Oriente. La sua aggressività non è diretta soltanto contro Israele. Sotto la sua egida, la Turchia è riuscita a litigare praticamente con tutti i propri vicini, compreso l’Iran. Cipro è minacciata militarmente. Grecia, Bulgaria e Armenia stanno sul chi vive, e l’elenco potrebbe continuare. I più grandi fan di Erdogan sono i signorotti della guerra di Hamas a Gaza. Più Erdogan appare bellicoso verso Israele, più si assicura le credenziali di “intrepido musulmano”. Ma il congelamento degli scambi commerciali con Israele nel campo della difesa e il declassamento dei rapporti diplomatici influenzeranno sicuramente commerci e scambi in ambito civile. La Turchia ci rimetterà altrettanto, e forse anche più di Israele. Con tutta evidenza Ankara si sta tirando la zappa sui piedi. Ha già perso il turismo israeliano. Ora le umiliazioni gratuitamente inflitte all’aeroporto a viaggiatori israeliani (patetico il tentativo di giustificarle con controlli di sicurezza quando nessun cittadino israeliano ha mai costituito una minaccia per la Turchia) non mancheranno di fermare anche gli uomini d’affari e di cancellare la Turchia dalle tappe di transito favorite. Ma la Turchia scoprirà presto che si possono trovare alternative. Come Israele trovò il modo di sostituire il petrolio iraniano, così potrà trovare mercati sostitutivi a quelli persi in Turchia. Può darsi che dovremo sborsare un po’ di più per le auto giapponesi fabbricate in India rispetto alle auto giapponesi fabbricate nella vicina Turchia, ma sarà un prezzo assai minore che quello di correre rischi per la nostra esistenza e di trasformarci in uno stato vassallo di Erdogan.
(Da: Jerusalem Post, 7.9.11)

domenica 11 settembre 2011

Un giorno di vergogna per l'Egitto

Il commento di Zvi Mazel
ex ambasciatore israeliano in Romania, Egitto e Svezia)

Quell'alto palazzo al n° 6 di via Ibn Malek, sulla riva occidentale del Nilo, è ben conosciuto da chi vive al Cairo. La bandiera israeliana ha sventolato da quel 19° piaino sin da quando vi era stata issata trenta anni fa durante un cerimonia commovente. Si era sperato in quel cambiamento, che avrebbe dovuto portare una nuova era di pace con l'Egitto e con altri nostri vicini. Invece non è andata così.Una pace fredda e la continua ostilità dei media hanno sostituito quella bandiera con un drappo funebre.Sebbene siano stati portati in salvo i diplomatici israeliani, malgrado egiziani e palestinesi sbrigassero gli affari correnti come i visti sui passaporti, malgrado ambascitori di altri paesi venissero per scambiare le rispettive opinioni, era evidente che "qualcosa stava per succedere". Quel qualcosa è successo nei giorni scorsi. La bandiera è stata strappata con violenza da un egiziano subito proclamato "eroe", data alle fiamme mentre la folla esultava. Il giorno dopo l' "eroe" era sulle prime pagine di tutti i giornali, ricevendo persino una onorificenza dal governatore di Giza.
Questa grande nazione, così orgogliosa del proprio magnifico passato, ha trovato adesso il suo eroe moderno.Non un filosofo, non uno scienziato, non un fondatore di una azienda di grande successo, non un giocatore di scacchi e nemmeno uno sportivo. Solo un teppista, che si è arrampicato in cima a un edificio per strappare la bandiera di un paese confinante, in mezzo alle grida di una folla eccitata. L'attacco alla stessa ambasciata alcuni giorni dopo prova che la folla sapeva di poter contare sulla complicità benevola dei media e delle autorità.
Il mondo ha così potuto vedere come l'Egitto non può garantire la sicurezza e l'integrità di una ambasciata straniera, non può rispettare le regole più elementari della legalità internazionale e il rispetto dei trattati che pure ha firmato. La lezione non sarà dimenticata, nè le immagini di quella folla all'assalto del palazzo, entrare nell'ambasciata dopo avere abbattuto il muro di protezione e devastato l'interno. Di certo nulla che susciti fiducia e che stimoli il turismo, in un momento nel quale l'Egitto ha bisogno più che mai di solidarietà e aiuti da parte della comunità internazionale a causa della sua economia fallimentare.
L'Egitto si trova a un bivio. Le dimostrazioni di massa e la caduta di Mubarak non hanno aperto una via alla soluzione dei problemi sociali ed economici del paese. Il Consiglio MilitareSupremo, che regge il paese, ha rivelato tutta la sua debolezza: non è stato capace di indicare al popolo i contenuti di una nuova costituzione, l'elezione di nuove istutuzioni parlamentari, e le riforme sociali ed economiche delle quali ha enormemente bisogno. Al contrario, la situazione da pessima sta diventando grave. Non ci sono partiti liberali in grado di guidare la rivoluzione,e preparare le premesse di un regime democratico in grado rafforzare il rispetto dei diritti umani e quelli delle donne, così come quelli della minoranza copta. I Fratelli Musulmani, invece, e i movimenti ultra nazionalisti,a lungo repressi sotto il regime precedente, ora controllano la piazza e dettano la loro volontà ai militari, mentre è in corso una lotta per impadronirsi del potere. I giovani, ingenui e coraggiosi, che scesero nelle strade il 25 gennaio per chiedere cambiamento e migliori condizioni di vita, hanno perso. L'odio verso Israele è l'unico comun denominatore di queste forze, profondamente divise, che cercano di controllare l'Egitto.
Mentre il paese ha urgenza di pensare alla propria economia e dare lavoro e speranza alle masse affamate. Per poterlo fare occorre stabilità, quella che il trattato di pace con Israele garantiva. I due paesi confinanti devono cooperare per combattere i gruppi terroristi che minacciano il lungo confine. Il dialogo ai livelli più alti non si è mai fermato, e gli Usa fanno del loro meglio per garantirne la continuità. Ci vogliono nervi saldi da entrambe le parti del confine per allentare la situazione. Può non essere facile, ma non c'è altra via.

www.informazione corretta.com

Turchia ed Egitto contro Israele

Sembra un incubo della peggiore specie: i due più grandi paesi mussulmani, islamici, arabi, chiamateli come vi pare, hanno deciso di mettersi alla testa di un movimento che si è prefisso l'"incarico" di distruggere Israele.
A cominciato la Turchia che pretende le scuse di Israele e la consegna dei militari israeliani che parteciparono all'azione sulla Mavi Marmara che portò alla morte di 9 cittadini di Ankara: per farlo ha deciso di allontanare tutto il personale di alto livello dell'ambasciata israeliana nella capitale turca portando così i contatti diplomatici al livello più basso mai registrato. Inoltre ha minacciato di inviare delle navi da guerra come scorta della prossima Flottilla che deve portare aiuti non richiesti e assolutamente non necessari a Gaza.
L'Egitto invece ha dimostrato come anni e anni di campagne diffamatorie nei confronti di Israele, abbiano alla fine sortito il loro effetto: pochi giorni fa l'ambasciata israeliana al Cairo ha subito due violenti attacchi da parte di manifestanti che si sono conclusi con il furto e l'incendio della bandiera delle delegazione diplomatica prima e con la devastazione dell'edificio che la ospita poi. Nota a margine: il cariota che si è arrampicato sul muro di cinta per rubare la bandiera con la stella di David è stato premiato dal governatore di Giza con un appartamento e con un lavoro...
Tutti questi purtroppo sono chiari segnali  che sia i governi e sia i popoli arabi non vogliono avere contatti con Israele, non ne riconoscono il diritto all'esistenza e aspirino a distruggere l'unico stato ebraico del mondo per l'odio viscerale che nutrono nei suoi confronti.
L'Egitto ha anche dimostrato che il "nuovo" governo, nato dalla rivoluzione della scorsa primavera, è colluso con questi movimenti popolari e non è intenzionato a rispettare il trattato di pace siglato da Sadat oltre 30 anni fa. 
Tutto questo in vista poi di due appuntamenti crucuali: la conferenza sul razzismo denominata Durban III che come al solito sarà il palcoscenico prediletto degli odiatori di Israele (il nano pazzo di Teheran in testa) e la pantomima messa in atto dal burattinaio Abu Mazen che il 20 settembre chiederà all'ONU che la PAlestina venga elevata al rango di paese.
Si prospetta un periodo sempre più complesso per il piccolo David israeliano, circondato e minacciato da ogni parte dal Golia islamico pronto a dilaniArne le carni. Solo che David (anche questa volta) è pronto a difendersi fino alla fine, non cederà senza lottare per il suo diritto a vivere.

VIVA ISRAELE!


venerdì 9 settembre 2011

La presenza ebraica a Gerusalemme sarà cancellata dalle pagine della storia

La tv ufficiale dell’Autorità Palestinese ha trasmesso il mese scorso un documentario in cui si afferma che l’Autorità Palestinese progetta di costruire un quartiere residenziale arabo sulla piazza antistante il Muro Occidentale (o “muro del pianto”), a Gerusalemme, “quando [gli israeliani] saranno scomparsi dalla scena come un capitolo dimenticato delle pagine della storia della nostra città”.

Il documentario rigetta qualunque legame ebraico con Gerusalemme riferendosi alla storia ebraica come alla “loro storia falsa”, e definisce “peccato e sporcizia” lo spettacolo dei fedeli ebrei che pregano al Muro Occidentale.
Potete vedere il video in questione qui

martedì 6 settembre 2011

Ultim'ora dal fronte

Terroristi palestinesi lanciano colpi di mortaio contro l'esercito israeliano che risponde al fuoco uccidendo uno dei criminali.

Prodi smascherato da Wikileaks

di Piera Prister


Eccolo là Romano Prodi, bello che smascherato da WikiLeaks.
Come anche eccoli là i governi europei, tutti pronti a giustificarsi e a distanziarsi da Romano Prodi, com' è uscita la notizia delle telefonate che lo stesso scambiava con Hamas. Quello che i documenti di WikiLeaks rivelano di Prodi e delle sue discutibili propensioni, non e’ una sorpresa: non è una sorpresa per gli Italiani, e non lo dovrebbe essere tantomeno, nemmeno per gli Europei. E’ la riprova piuttosto che l’Europa diventa sempre più Eurabia.
Ora i governi europei si dicono “scioccati” dalle telefonate tra Prodi e Hamas che è , con Hezbollah, il lungo braccio armato dell’Iran. Ipocriti! Quando Prodi è stato eletto presidente della Commissone Europea, i suoi “grandi” elettori non potevano non saperlo. Eppure lo hanno eletto. Non sapevano forse, neanche del viaggio di Prodi a Teheran per caldeggiare l’entrata dell’Iran -che sempre minaccia Israele di distruzione- nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, progetto fortunatamente fallito!? Come anche non conoscevano il suo background politico in Italia?
Romano Prodi aveva avuto una strepitosa ascesa politica in Italia, subito dopo l’assassinio di Moro: da presidente dell’IRI, a ministro dell’Industria nel governo Andreotti, fino a Primo Ministro. Un cursus honorum impensabile, malgrado il suo ambiguo coinvolgimento nell’assassinio Moro da parte delle Brigate Rosse e malgrado fosse ovviamente non credibile, amante com’era delle sedute spiritiche e del gioco dei piattini miracolosamente mobili che, dotati di “motu proprio”, gli avrebbero suggerito il nome di Gradoli, come luogo di detenzione di Moro. Quando invece doveva essere subito indiziato ed inquisito da un tribunale sulla sua reticenza su Gradoli, che non era un borgo medievale di Viterbo, ma la via Gradoli di Roma dove le Brigate Rosse tenevano prigioniero il primo ministro Moro. Come Prodi facesse a sapere di Gradoli, poi, non era un mistero, era solo il segreto di Pulcinella. Forse qualche brigatista rosso, qualche compagno assassino doveva averglielo soffiato nell’orecchio quel nome, uno dei tanti, di cui pullulava Bologna in quegli anni, magari a tavola tra una piadina e un bicchiere di Lambrusco, o di fronte alla libreria Feltrinelli, all’ombra delle due torri, Asinelli e Garisenda. Altro che sedute spiritiche!
Della duplice intesa - nella storia d’Europa e d’Italia , “intesa” e’ un termine ricorrente- tra i governi cattocomunisti e le canaglie palestinesi assassine, gia’ si sapeva negli anni settanta ed ottanta, ai tempi della Prima Repubblica, insanguinata dalle tante stragi coperte dal segreto di stato, e la stessa intesa e’ poi continuata con il governo Prodi-D’Alema anche nella Seconda Repubblica. E’ ormai documentato, nessuno puo’ negarlo. Eppoi non era lo “statista” D’Alema, ministro degli Esteri del governo Prodi, teorico dell’equidistanza, ritratto invece con al collo la kefiah accanto al monsignore bombarolo filopalestinese di nome Hilarion Capucci; o in allegra brigata a Beirut, sottobraccio a quel necrofilo barattiere e antisemita di Nasrallah!?
Ma non è finita, rieccolo Romano Prodi, da settimane di nuovo sulla scena politica, a sponsorizzare l’autoproclamazione unilaterale di uno stato palestinese, antisemita e terrorista, di cui Hamas sarà parte integrante e che L’ONU si accinge a votare a maggioranza, prossimamente il 20 settembre al Palazzo di Vetro a New York.