Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

lunedì 24 ottobre 2011

AVVISO

Cari amici e lettori,
come avrete notato da alcuni giorni non scrivo più nulla. Purtroppo, il 18 ottobre, proprio quando veniva liberato Gilad Shalit, è morto il mio adorato babbo: una mia cara amica di Tel Aviv mi ha detto che il Signore ha preso con se un angelo e ne ha lasciato andare un altro. Mai parole furono più vere.
Babbo aveva chiesto notizie fino all'ultimo del giovane caporale israeliano e sperava di poter vedere la sua liberazione.
Non appena mi sentirò in grado di farlo, tornerò ad aggiornare il blog.
Un saluto

giovedì 13 ottobre 2011

Si vis pacem…

Di Moshe Arens

Il processo di pace in Medio Oriente è iniziato il 24 ottobre 1973, diciotto giorno dopo che Israele era stato preso di sorpresa dagli attacchi egiziano e siriano a sud e a nord: attacchi che avevano permesso ad egiziani e siriani di realizzare sostanziali avanzate durante le prime 48 ore di combattimento. Ma il 24 ottobre, quando i combattimenti cessarono, le Forze di Difesa israeliane si erano spinte fino a 101 chilometri dal Cairo e a 40 chilometri da Damasco, mentre l’intera Terza Armata egiziana era completamente accerchiata nel Sinai, a est del Canale di Suez. Fu una guerra terribile, per Israele. Ma fu anche una grande vittoria. Quello che le vittorie delle forze israeliane nel 1949, nel 1956 e di nuovo nel 1967 non erano riuscite a conseguire, venne raggiunto nella guerra dello Yom Kippur. Solo allora l’Egitto divenne impaziente di negoziare un trattato di pace con Israele. 

Al di là della retorica, la leadership egiziana aveva capito che gli eserciti arabi non avevano alcuna possibilità di sconfiggere Israele sui campi di battaglia e che era giunta l’ora di trattare la pace. Il processo di pace era iniziato, anche se ci vollero altri quattro anni perché iniziassero i negoziati, e altri due anni per arrivare alla firma del trattato di pace fra Israele ed Egitto: il processo di pace in Medio Oriente si muove con una lentezza esasperante.E non fu certo una pace calorosa. La popolazione egiziana non era pronta a tanto, e non lo è nemmeno adesso. Ma era ormai pronta a rassegnarsi alla presenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Anche oggi, dopo l’ambasciata israeliana al Cairo è stata aggredita da folle scatenate e l’ambasciatore israeliano ha dovuto temporaneamente lasciare l’Egitto, il ricordo della vittoria israeliana del 1973, a dispetto della retorica ufficiale, è ancora ben vivo nella memoria collettiva egiziana, e il trattato di pace firmato da Menachem Begin e Anwar Sadat nel 1979 resta in vigore.Circa cinquant’anni prima della guerra del Kippur, e più di vent’anni prima della nascita dello stato d’Israele, Ze'ev Jabotinsky aveva pubblicato un articolo, oggi famoso, dal titolo: “Il muro di ferro”. In esso spiegava che non v’era ragione d’aspettarsi che gli arabi accogliessero a braccia aperte l’impresa sionista, e che non c’era alcuna chance di modificare il loro rifiuto della nascita di uno stato ebraico in Terra d’Israele/Palestina convincendoli dei vantaggi economici che quell’impresa portava anche a loro. La loro ostilità, spiegava Jabotinsky, era la cosa più naturale, mentre al contrario una loro accettazione pacifica dell’impresa sionista sarebbe stata in contrasto con tutti I precedenti storici. La condizione fondamentale per la creazione e la sicurezza di uno stato ebraico, concludeva, era la costruzione di un “muro di ferro” inespugnabile che proteggesse l’impresa sionista e, col tempo, convincesse gli arabi che non avevano alcuna possibilità di violare tale barriera e di sbarazzarsi della presenza degli ebrei. E concludeva, con parole che a tanti anni di distanza suonano quasi profetiche: “Finché gli arabi avranno la sensazione di avere anche la minima possibilità di sbarazzarsi di noi, si rifiuteranno di abbandonare tale speranza in cambio di belle parole o di pane e burro, perché essi non sono plebaglia ma un popolo vivo. E un popolo vivo cederà su materie di natura così essenziale solo quando non vedrà più nessuna possibilità di spazzarci via, perché vedrà che non c’è alcuna possibilità di fare breccia nel muro di ferro. Fino ad allora non si libereranno dei loro capi estremisti, la cui parola d’ordine è “mai!”. Fino ad allora la leadership araba non passerà a gruppi più moderati capaci di rivolgersi a noi con la proposta di accettare reciproche concessioni”.Tante cose sono cambiate da quando vennero scritte queste parole. Un “muro di ferro” è stato eretto e rafforzato, nel corso dei decenni. Trattati di pace sono stati firmati con Egitto e Giordania. Intanto sono apparsi sulla scena terrorismo, razzi e minaccia nucleare iraniana, e nel cuore di tanti arabi ancora alligna la speranza di poter gettare a mare gli ebrei.Coloro che oggi chiedono concessioni unilaterali e tagli al bilancio della difesa dovrebbero rileggere l’articolo di Jabotinsky. È il “muro di ferro” che apre la strada alla pace in Medio Oriente.

(Da: Ha’aretz, 11.10.11)

Israele non è solo

Di Guy Bechor

Proprio degli israeliani sono stati i fra i primi a sollevare l’argomento della delegittimazione: Israele, dicevano, verrà trasformato in un nuovo Sudafrica a causa del suo isolamento nel mondo occidentale. Quest’affermazione è stata gonfiata fin quasi a farla diventare una previsione che si auto-avvera. In realtà di tratta di una tesi che non ha mai avuto molta consistenza, e se anche l’avesse avuta, ha subìto una battuta d’arresto nel corso dell’ultimo anno.
La punta di lancia della delegittimazione, il giudice Richard Goldstone, ha praticamente ritrattato il suo pessimo rapporto (sull’operazione militare israeliana anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio 2009): ha capito d’essere stato imbrogliato.
La sua ritrattazione ha fortemente influenzato le istituzioni internazionali. Poi Israele ha vinto la battaglia davanti alla Commissione Palmer circa la legalità del blocco (anti-Hamas) sulla striscia di Gaza. Solo un anno fa, la flottiglia turca diretta a Gaza era stata percepita nel mondo come una questione di diritti umani. Quest’anno, in occidente, è considerata un intervento illegale e una violenta provocazione (filo-Hamas). Anche l’approccio palestinese al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale dell’Onu risulta per il momento arginato. Non solo è garantito il veto americano, ma allo stato attuale i palestinesi non sembrano avere nemmeno la maggioranza necessaria, nel Consiglio di Sicurezza, per la loro richiesta di indipendenza unilaterale (cioè, senza accordo negoziato con Israele). Soltanto pochi mesi fa una tale prospettiva sembrava impossibile. 
Cosa è successo? E' successo che qui non si tratta della creazione di uno stato palestinese: questo Israele l’ha già accettato. Si tratta piuttosto delle condizioni in cui si vuole creare tale stato, e qui i palestinesi si sono ricalati nella loro parte di intransigenti. Un mondo che vuole fondarsi sul dialogo e le trattative non è tanto disposto ad accettare un diktat unilaterale palestinese senza né pace, né riconoscimento, né sicurezza. Non basta. Di recente in Gran Bretagna è stata annullata una legge che permetteva di incriminare qualunque rappresentante politico e militare israeliano, dopo che una legge analoga (sulla giurisdizione internazionale) era già stata annullata in Belgio: con tutta evidenza, era stato fatto un abuso di quelle leggi per dare addosso Israele. Il mese scorso, le Nazioni Unite hanno celebrato il decimo anniversario della conferenza di Durban vergognosamente antisemita. Tutti i paesi progrediti hanno boicottato l’evento, condannandolo severamente. Coloro che volevano presentare Israele come razzista si sono ritrovati, loro, nella parte dei razzisti antisemiti. Lo stesso vale per quei leader che si compiacciono della propria retorica anti-israeliana, come Adhmainejad ed Erodgan. Con ammirevole talento, Erdogan è riuscito ad abbassare la Turchia al livello di un paese da terzo mondo su cui non si può fare affidamento. Quelli che volevano isolare Israele hanno finito per isolare se stessi. L’Australia oggi è alla testa di un gruppo di stati che hanno deciso di porre fine alle kermesse del razzismo anti-israeliano. Dopo un appassionante dibattito in parlamento, ha deciso di considerare reato le proteste e i boicottaggi contro le aziende israeliane in quanto tali. Ha dichiarato il ministro per i consumatori, Michael O’Brien: “Che si pensi di influire sulla politica del governo d’Israele attaccando le aziende che fanno affari con quel paese è semplicemente agghiacciante”. Altrove, a Londra, circa un mese fa, dei manifestanti arabi che avevano inscenato una gazzarra per interrompere un concerto della Israeli Philharmonic Orchestra sono stati portati via dalla sala mentre il pubblico gridava: “Fuori, fuori!”. I palestinesi, in effetti, non hanno mai reso il genere di prestazioni che da tanti anni offre lo stato di Israele democratico, occidentale e amante della cultura. L’opinione pubblica occidentale inizia ad averne abbastanza di loro. Ecco una nuova idea da mettere in rilievo: Israele è cultura, mentre i suoi nemici sono anti-cultura. Il cambiamento si inizia ad avvertire persino nei campus universitari, dove nascono decine di gruppi che spiegano le ragioni di Israele con un certo successo. Gli universitari non sono più sprezzanti come un tempo, sebbene alcuni di loro siano ancora dominati da un confuso discorso pacifista-terzomondista. Un esempio? La Columbia University di New York, che l’anno scorso aveva ospitato con tutti gli onori l’antisemita e negazionista Ahmadinejad, quest’anno gli ha chiuso la porta in faccia. È un precedente che influirà su altre istituzioni accademiche di livello mondiale.Davvero, la sensazione fino a pochi anni fa così diffusa che agli odiatori di Israele fosse permesso praticamente tutto, non è più predominante.

(Da: YnetNews, 10.10.11)

mercoledì 12 ottobre 2011

Gilad Shalit

Raggiunto l'accordo per la liberazione di Gilad Shalit

Al termine di una drammatica riunione di Gabinetto, i vertici israeliani hanno deciso di siglare l'accordo che prevede il rilascio di 1000 terroristi per la liberazione di Gilad Shalit.
Il caporale israeliano, segregato da oltre 5 anni a Gaza potrebbe essere liberato a giorni in quello che passerà alla storia come il più incredibile scambio di prigionieri mai effettuato: 1000 in cambio di 1
Che la vita per gli arabi non valesse molto era risaputo, che loro stessi si ritenessero di così poco "valore" in confronto a un israeliano pure, ma una cosa del genere lascia a bocca aperta.
La liberazione di Gilad farà felici tutti in Israele, tranne forse i parenti delle vittime di attentati perpetrati dai macellai che Israele si appresta a liberare. So che è facile parlare così dal di fuori e so che è dovere di ogni capo in Israele di riportare indietro i suoi uomini, ma questo scambio di prigionieri suona come una sconfitta per Israele, e sarà amplificata come non mai da torme di islamici farneticanti: ora penseranno che basterà rapire un solo israeliano per ottenere da Israele quello che si vuole.
Sono solo contento per Noam e Aviva Shalit, i genitori del ragazzo, ma sono anche triste per Israele: spero non sia una sconfitta.

domenica 9 ottobre 2011

9 ottobre 1982: la strage di Roma ad "opera" dei palestinesi

Oggi ricorre il 29° anniversario della strage di Roma durante la quale perse la vita un bambino di due anni Stefano Gay Tachè.
Per chi non sa, o peggio non ricorda, ecco cosa accadde quel triste giorno:  la comunità ebraica romana si era ritrovata nella sinagoga per la cerimonia di "Shemini’ Atzeret, che poneva fine alla festa di Succoth. C'erano tanti bambini come sempre e all'uscita dalla funzione religiosa un commando di terroristi palestinesi lanciò diverse bombe a frammentazione e sparò con i mitra contro quelle persone. Stefano di soli due anni morì a causa della bomba e suo fratello Gadiel di quattro anni subì innumerevoli ferite e ancora oggi ha il corpo pieno di schegge. Oltre a loro altre 37 persone rimasero gravemente ferite.
L'attentato avveniva al termine di una ripugnante campagna di odio antisemita promossa dalla sinistra che pochi giorni prima aveva fatto si che le massime cariche dello stato e lo stesso pontefice accogliessero come un eroe quel macellaio assassino di Arafat.
Solo in seguito si scoprirà che lo stato italiano aveva letteralemente venduto la comunità ebraica romana ai terroristi palestinesi in cambio di una sorta di immunità territoriale: la vita degli ebrei poteva essere sacrificata senza problemi in nome dei "patti" con i terroristi!
La vigilanza del quartiere ebraico era stata tolta: le camionette di polizia e carabinieri che solitamente presidiavano gli accessi erano state rimosse: i terroristi avevano la strada libera proprio grazie allo stato italiano. Non solo: quattro dei terroristi che avevano perpetrato la strage vennero fermati e poi rilasciati, un quarto invece venne arrestato in Grecia ma estradato in Libia. Nessuno di loro ha mai pagato per quell'eccidio!
Nessuno di loro ha mai chiesto perdono per la morte di un bimbo di due anni!
Con Stefanino nel cuore!
Con Israele!
SEMPRE!

sabato 8 ottobre 2011

Ridiscutere il “progetto palestinese”

Di Hagai Segal
Oggi si fa persino fatica a crederlo, ma fino a non molti anni fa la maggior parte dei cittadini ebrei israeliani era contraria alla creazione di uno stato palestinese, che veniva considerato la cosa peggiore che potesse capitare a Israele tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Esponenti di tutto l’arco politico sionista parlavano con orrore della possibilità che artiglierie arabe venissero schierate a un tiro di schioppo da Afula e che missili anti-aerei a spalla potessero essere manovrati praticamente ai margini dell’aeroporto internazionale israeliano Ben-Gurion (presso Tel Aviv). Ecco perché l’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, quando intraprese l’avventura degli accordi di Oslo, si sforzò di chiarire bene agli israeliani che non aveva intenzione di accordare ai palestinesi uno stato vero e proprio, bensì una qualche forma di autogoverno. “Non ci sarà uno stato palestinese”, promise Rabin in un’intervista a Yedioth Ahronoth il 29 agosto 1993, subito dopo la divulgazione dell’accordo che sarebbe stato firmato di lì a un paio di settimane. A mio parere, era convinto di quello che diceva.
Ma da allora un po’ di cose sono cambiate, quaggiù. 
Siamo stanchi, arrugginiti, e la nostra memoria non è più quella di una volta. Anche se la distanza da Afula e dall’aeroporto alla “linea verde” (l’ex linea armistiziale ’49-’67) è rimasta esattamente la stessa, la maggior parte della popolazione israeliana non respinge più il concetto di uno stato palestinese.Il “progetto palestinese” ha subito una radicale evoluzione in senso romantico. Un gruppo di sedicenti pacifisti dotati di immense capacità di appeal sul pubblico è riuscito a dipingere questo tremendo pericolo in toni rosei. È lecito sospettare che siano stati alcuni di loro a sussurrare all’orecchio di Abu Mazen l’idea della richiesta di indipendenza unilaterale alle Nazioni Unite a settembre. Paradossalmente questa dichiarazione palestinese unilaterale (cioè, senza un accordo negoziato con Israele) potrebbe tornare utile allo scopo di rilanciare un dibattito nazionale sul concetto di uno stato palestinese. Siamo davvero così pazzi da volere uno stato palestinese qui alle porte di casa? Insomma, per l’amor del cielo, dovremmo pur imparare qualcosa dall’esperienza. Nel momento in cui le bandiere israeliane vengono bruciate al Cairo e il nostro ambasciatore viene espulso da Ankara, non dovremmo rischiare tutto quello che abbiamo per un trattato di pace con Abu Mazen (neo alleato di Hamas). I palestinesi hanno già uno stato, nella striscia di Gaza, e guarda cosa ci ha procurato: razzi Katyusha che si abbattono su Ashdod, flottiglie turche che corrono in aiuto di Hamas, l’infinito supplizio dell’ostaggio Gilad Shalit. Non c’è alcuna ragione per credere che un altro stato palestinese a ridosso della regione centrale d’Israele sarebbe meno pericoloso. Se anche riuscissimo a far firmare ad Abu Mazen l’impegno a creare uno stato sul modello della Svizzera, alla fin fine sarà certamente molto più simile al modello dell’Iran.
(Da: YnetNews, 2.10.11)
DOCUMENTAZIONE 
“Il test ultimo di questo accordo – dichiarò, il 26 novembre 1993 a Ma’ariv, Yossi Beilin, uno degli architetti del processo di Oslo – sarà un test di sangue. Se diventerà chiaro che i palestinesi non sono in grado di far cessare il terrorismo, allora questo resterà un accordo provvisorio e a noi non resterà altra scelta che abrogarlo. Se non ci sarà altra scelta, le Forze di Difesa israeliane torneranno nei luoghi che stanno per sgomberare in base a questo accordo”.
DOCUMENTAZIONE
Il 9 giugno 1974, il Consiglio Nazionale dell’Olp, riunito al Cairo, deliberò un Programma Politico noto come “il piano a fasi" per la conquista della Palestina, che al punto 8 recita: “Una volta instaurata, l’Autorità Nazionale Palestinese si batterà per realizzare l’unione dei paesi di prima linea, con l’obiettivo di completare la liberazione di tutto il territorio palestinese come un passo lungo la strada verso l’unità araba globale”.

venerdì 7 ottobre 2011

Anniversario della guerra di Yom Kippur del 1973

Trentotto anni fa, il Kippur del 6 ottobre 1973, Egitto e Siria lanciarono un attacco coordinato a sorpresa contro Israele. La guerra dello Yom Kippur è stata scatenata nel giorno più santo del calendario ebraico: il Giorno dell'Espiazione.
Nonostante la supremazia finale militare di Israele, la guerra provocò danni enormi e molte vittime. 2.297 soldati israeliani sono stati uccisi e oltre 7.200 feriti.

Il paese, completamente fermo per la solenne festività venne vigliaccamente attaccato da due eserciti e per poco non si arrivò alla disfatta totale: solo la determinazione e il sacrificio di tanti giovani dette modo a Israele di resistere e vincere l'ennesima guerra voluta dai suoi nemici arabi.
Onore al merito ai ragazzi che difesero la patria.

mercoledì 5 ottobre 2011

Nobel per la chimica a uno studioso israeliano

E' andato al professor Daniel Shetchman il premio Nobel per la chimica 2011. L'illustre studioso, che lavora al Technion di Haifa, è lo scopritore dei quasi-cristalli, strutture ordinate non periodiche, la cui esistenza era ritenuta impossibile dalla comunità scientifica internazionale, che hanno "fondamentalmente modificato la concezione di cosa sia un solido in chimica". Grazie alla sua tenacia e al lavoro di quasi 30 anni (iniziò infatti i suoi studi in merito nel lontano 1982), il prof. Shetchmanè riuscito a dimostrare l'esistenza di queste particelle.
La loro caratteristica è di avere una struttura ordinata, come accade nei cristalli, ma molto più complessa e che non si ripete in modo periodico. Studiare la struttura dei quasi-cristalli potrebbe essere la chiave per mettere a punto materiali di nuova generazione. Per esempio, la struttura tipica dei quasi-cristalli è stata scoperta in uno dei tipi di acciaio più resistenti finora noti. Un'altra caratteristica è che, nonostante siano molto robusti, possono andare in frantumi come il vetro. La loro struttura atomica così particolare li rende molto efficienti nel condurre il calore e suggerisce che materiali di questo tipo potrebbero essere utilizzati con successo anche per convertire il calore in elettricità.
Con lui sono 10 i cittadini israeliani che hanno ricevuto il presitgioso premio Nobel in 63 anni (cioè dalla nascita dello stato di Israele):
Shmuel Yosef Agnon nel 1966 (per la letteratura)
Menachem Begin nel 1978, Shimon Peres e Yitzhak Rabin nel 1994 (per la pace)
Daniel Kahneman nel 2002 (per l’economia)
Avram Hershko e Aaron Ciechanover nel 2004 (per la chimica)
Robert Aumann nel 2005 (per l'economia)
Ada Yonath nel 2009, (per la chimica per le sue ricerche sui ribosomi, un lavoro che comporta importanti implicazioni per gli antibiotici)
Come si può vedere, il contributo dato al mondo da un paese così piccolo e continuamente sotto minaccia di distruzione da parte degli stati confinanti è straordinario.
GRAZIE ISRAELE!
SEMPRE CON TE!
        

L'antisemitismo arabo

In questo video video potrete vedere alcuni estratti della follia araba contro gli ebrei: il loro odio e il loro antisemitismo sono diffusi tra religiosi, bambini, politici, commentatori televisivi, attori... insomma un vero orrore.

martedì 4 ottobre 2011

Chi conosce veramente Israele e la sua storia?

Mi ripeto spesso questa domanda quando ascolto la gente che parla a sproposito degli Ebrei e di Israele.
La storia di come sia nato lo stato di Israele non la conosce nessuno, ma tutti "sanno" che Israele "ha rubato la terra ai poveri palestinesi" e che "si gli ebrei hanno sofferto le persecuzioni naziste ma mica sono morti in 6 milioni... e poi quello che hanno subito lo hanno rifatto peggio ai poveri palestinesi"e amenità simili.
Se la gente provasse a informarsi e a capire come sia nato veramente lo stato ebraico, cosa sia stata la Shoah (distruzione) e cosa siano state le persecuzioni millenarie subite dal popolo ebraico in tutta europa, forse le cose potrebbero cambiare. Eppure ancora oggi in troppi si lasciano abbindolare dal mito del palestinese povero e senza casa che è sotto il tallone del "perfido" Israele e si sprecano iniziative a sostegno della sua causa, si versano fiumi di denaro che quando non spariscono nelle tasche dei potenti capi mafia di Ramallh vanno in armi ed esplosivi.
A Gaza e in Cisgiordania nessuno muore di fame: gli ospedali funzionano e tutti hanno televisore e lavatrice in casa; certo, invece di costruire fogne e depuratori preferiscono comprare razzi e missili dal nano pazzo di Teheran, ma come diceva un mio professore "ognuno ha il diritto di essere fesso figliolo: ma tu esageri!".
La "disinformatia" è stata ed è un'arma micidiale dei palestinesi e in questo bisogna riconoscere la grande abilità di quel criminale di arraffatt: ladro, sfruttatore, assassino, terrorista osannato in tutto il mondo che ha saputo deviare l'attenzione dalla realtà creando un muro di bugie e di odio intorno a Israele con il solo vero scopo di arrivare a distruggere lo stato ebraico. In questo ebbe come maestro Ho Chi Min che grazie alla manipolazione dell'opinione pubblica americana riuscì a trasformare la guerra di conquista comunista del Sud Viet.Nam in una lotta di liberazione nazionale: l'allievo Yasser riuscì a trasformare la più lunga campagna terroristica del mondo volta a eliminare gli Ebrei dalla terra di Israele in una "lotta di liberazione nazionale"
La cosa sconvolgente è che basterebbe leggere le dichiarazioni dei palestinesi per capire come la pensano su loro stessi e su Israele:  Zahir Muhsein, un dirigente dell'Olp, dichiarò a un giornale olandese nel 1974 "il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte." Abu Mazen il 27/04/2009 dichiarò "Uno Stato ebraico, che cosa dovrebbe significare ? Chiamatelo come volete, ma non lo accetto e lo dico in pubblico " e non dimentichiamolo che sempre Abu Mazen si laureò nel 1982 a Mosca con una tesi dal titolo "La connessione tra nazismo e sionismo, 1933-1945" e precedentemenre aveva provveduto a trovare i fondi per il massacro degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco del 1974. Se la gente riordasse tutte queste cose forse sarebbe più obiettiva? Chissà se qualcuno ha mai provato a tradurre i discorsi di arraffatt dall'arabo all'ingelese... sicuramente avrebbe trovato non poche sorprese e avrebbe scoperto che la sua lingua biforcuta, che in inglese aveva parlato di pace e di cooperazione e di buoni propositi, in realtà al popolo palestinese rivolgeva violenti appelli alla lotta armata, alla jihad e al martirio.


domenica 2 ottobre 2011

L’Iran ribadisce: “No alla soluzione a due stati, tutta la terra ai palestinesi”

“La nostra posizione è quella della resistenza armata fino a quando il regime sionista sarà sconfitto”. Lo ha detto sabato scorso il capo del politburo di Hamas, Khaled Mashaal, intervenendo a Tehran alla Quinta Conferenza Internazionale a Sostegno dell’Intifada Palestinese. “Noi ci auguriamo – ha detto Mashaal – che tutti gli stati arabi si rendano conto che non vi sono alternative all’opzione di perseguire la via della resistenza armata. Prima dobbiamo liberare tutta la Palestina, poi istituire in essa uno stato. I palestinesi devono fare ricorso alla resistenza armata, per quanto costosa possa essere, finché la Palestina non sarà liberata e Israele distrutto”.
Stando a quanto riferisce l’agenzia di stampa iraniana Fars, Mashaal ha fatto appello ai diversi gruppi palestinesi perché “trovino un modo concreto per conseguire la libertà della patria, il ritorno dei profughi e la creazione di un vero stato palestinese”. Mashaal ha anche ribadito l’opposizione di Hamas alla domanda di “indipendenza unilaterale palestinese” alle Nazioni Unite capeggiata dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Mashall ha invitato Abu Mazen a convocare un vertice nazionale “per riesaminare la politica palestinese” e sviluppare una strategia nazionale volta ad “eliminare l'occupazione sionista”.
Hamas è unita nella sua opposizione alla mossa di Abu Mazen, ha confermato sabato Fawzi Barhoum, portavoce del gruppo, all’agenzia di stampa palestinese Maan. Barhoum ha aggiunto che le dichiarazioni fatte da Mashaal a Tehran “rispecchiano la posizione del movimento in modo chiaro e senza ambiguità”, e ha messo in guardia contro qualunque tentativo di “incuneare divisioni” fra i vari esponenti di Hamas: “Hamas – ha detto – conferma la affidabilità dei suoi leader nel momento in cui tutti noi adottiamo la stessa posizione e battiamo sugli stessi temi”.
Sabato Hamas ha anche smentito che i suoi capi abbiano accettato di incontrarsi con rappresentanti di Fatah per riesumare i colloqui sulla riconciliazione. Agli inizi dello scorso maggio, Hamas e Fatah avevano firmato un accordo per la riconciliazione nazionale che prevedeva la formazione di un “governo transitorio palestinese di unità nazionale” che tuttavia finora non ha visto la luce.
Sempre sabato, introducendo la Conferenza per l’intifada palestinese, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, Guida Suprema del regime iraniano, ha ribadito che Tehran è contraria ad una soluzione della questione palestinese basata sulla spartizione del paese in due stati, definendo fra l’altro Israele “un tumore canceroso” che deve essere rimosso. “Qualsiasi piano per dividere la Palestina è inaccettabile perché tutta la terra appartiene ai palestinesi, dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo], non un centimetro di meno – ha dichiarato Khamenei – La formula a due stati non è altro che una capitolazione alle rivendicazioni dei sionisti. Qualsiasi piano che preveda due governi significherebbe accettare l’esistenza di un governo sionista nella terra di Palestina”.
“L’aggressività dell’occidente verso i palestinesi deve finire”, ha continuato la suprema guida dell’Iran, preoccupandosi peraltro di specificare che Tehran non auspica che “gli immigrati ebrei vengano annegati in mare”.
“La soluzione che proponiamo – ha detto Khamenei – è di tenere un referendum sulla terra storica di Palestina fra tutti i palestinesi, inclusi tutti i profughi” per annullare la maggioranza ebraica. “Il regime sionista – ha aggiunto Khamenei – non è minacciato dai missili iraniani o dalla resistenza, ma dall’audace volontà di uomini e donne dei paesi islamici che non tollerano più la dittatura”.
Tehran si è trovata in una situazione complicata quando Abu Mazen ha avanzato alle Nazioni Unite la richiesta di indipendenza unilaterale che potrebbe implicare un qualche riconoscimento dell’esistenza dello stato di Israele su una parte della “Palestina storica”. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha risolto il dilemma annunciando, nel suo discorso all’Onu, che l’Iran appoggia la richiesta dell’Autorità Palestinese come una fase verso la liberazione di tutta la Palestina.
Oltre a Mashaal e Khamenei, alla Conferenza di Tehran a sostegno dell’intifada palestinese hanno preso parte, fra gli altri, sedici presidenti di parlamenti arabi e musulmani, il “ministro degli esteri” del governo di Hamas sulla striscia di Gaza, Mahmoud al-Zaha, e il capo della Jihad Islamica palestinese Ramadan Shallah.

I roboanti proclami che arrivano da Tehran, ha commentato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non fanno che “rafforzare la fermezza del mio governo sulle esigenze di sicurezza per i cittadini israeliani e sulla nostra richiesta che Israele venga riconosciuto come stato del popolo ebraico”. Netanyahu ha aggiunto che Israele continuerà a cercare la pace garantendo al contempo che vi siano condizioni tali da garantire la sicurezza degli israeliani per le generazioni a venire.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post, 2.10.11)