Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 30 novembre 2011

Costruire ponti

Durante l’inverno 2004 la pioggia, la neve, un’inondazione e un leggero terremoto fecero crollare la vecchia Salita Mughrabi. quella rampa di terra, che collegava il piazzale del Muro Occidentale (impropriamente noto come Muro del pianto) e la Porta Mughrabi, era l’unico punto d’accesso per i non-musulmani alla spianata delle moschee, sulla sommità del Monte del Tempio di Gerusalemme che è sotto il controllo del Waqf giordano (l’ente per la custodia dei luoghi santi musulmani), anche se Israele mantiene il diritto di ingresso.
I turisti utilizzavano regolarmente la Salita Mughrabi, e lo stesso facevano alcuni ebrei religiosi spinti dal desiderio spirituale di avvicinarsi il più possibile al luogo più santo dell’ebraismo e nella convinzione che fosse importante affermarvi una presenza ebraica, perlomeno nelle aree dove la legge ebraica, secondo la loro interpretazione, permette ad un ebreo di spingersi. In ogni caso, in base a un’intesa fra Israele e Waqf, agli ebrei non è permesso pregare sulla spianata per rispetto verso la sensibilità dei musulmani. La salita era anche l’unica via attraverso cui ingenti forze di sicurezza israeliane potevano accedere rapidamente al Monte del Tempio in caso di emergenza o disordini.
Sette anni fa venne eretta una rampa di legno “provvisoria”, che ostruisce circa un terzo dello spazio riservato alla preghiera delle donne davanti al Kotel (il Muro Occidentale). Parallelamente una commissione interministeriale iniziava a progettare una nuova passerella-ponte. L’architetto Ada Carmi propose un ponte di vetro e acciaio lungo 200 metri (la Salita Mughrabi originaria era lunga 80 metri), esteso dalla Porta dell’Immondizia fino alla Porta Mughrabi. Il progetto veniva accompagnato da scavi archeologici preliminari, obbligatori secondo la legge israeliana per tutelare eventuali reperti di valore archeologico. Israele si prese meticolosamente cura del recupero e della conservazione delle antichità, sia ebraiche che arabe. Videocamere attive 24 ore su 24 vennero posizionate sul luogo degli scavi per mostrare che il Monte del Tempio e le moschee che sorgono sulla sua sommità non erano in alcun modo danneggiate né minacciate. Vennero invitati a ispezionare il luogo degli scavi i rappresentanti del governo giordano, una delegazione turca e una delegazione per conto dell’Unesco.
Tutto inutile. Gli estremisti islamici utilizzarono ugualmente gli scavi e i progetti di costruzione del ponte come pretesto per inscenare violente manifestazioni e aizzare l’odio contro Israele. Nel febbraio 2007 lo sceicco Raed Salah, capo del ramo settentrionale, quello più estremista, del Movimento Islamico israeliano, affermava che Israele sta progettato la costruzione di un “terzo Tempio”. “Vogliono costruire il loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti, sugli stipiti delle loro porte, nel loro cibo e nella loro acqua”, proclamava ai suoi seguaci. Intanto, la Jihad Islamica nella striscia di Gaza lanciava razzi su Sderot e il leader religioso dell’Autorità Palestinese, Taysir al-Tamimi, faceva appello ai palestinesi perché si recassero subito in massa al Monte del Tempio “per proteggere la moschea di Al-Aqsa dai bulldozer dell’occupazione israeliana che stanno lavorando per distruggerla”.
Israele cedette alle pressioni. I progetti della Carmi vennero cestinati. Al loro posto si decise di ripristinare l’originaria rampa di terra. Ma anche questo modestissimo intervento, che ovviamente comporta la demolizione della passerella di legno provvisoria, ha scatenato la rabbia del mondo musulmano. Nel giugno scorso i rappresentanti di Giordania, Egitto, Iraq e Bahrain hanno indotto la Commissione dell’Unesco per il Patrimonio dell’Umanità a censurare Israele per aver osato pensare di restaurare la rampa.
Ora il tempo stringe. L’ingegnere-capo di Gerusalemme per le strutture pericolose e il servizio antincendio hanno stabilito che la rampa di legno è pericolosa e a rischio di incendio, e che deve essere smantellata al più presto. Pensata come soluzione provvisoria, la rampa (usata, si badi bene, anche da migliaia di fedeli musulmani) è rimasta in piedi per sette anni e ormai rappresenta un disgrazia annunciata.
[Meno di due mesi fa, ricorda Akiva Eldar su Ha’aretz, funzionari israeliani si sono recati in Giordania dove hanno elaborato un dettagliato accordo per lavori che non avrebbero recato alcun pregiudizio a un solo granello delle competenze del Waqf. Il tutto è stato fatto in cordiale consultazione con i funzionari dell’Unesco, che dovrebbero supervisionare i lavori. In un documento dell’Unesco datato 4 ottobre ottenuto da Ha’aretz, il Comitato esecutivo dell’agenzia confermava che non sarebbe stato fatto nulla che possa recare disturbo all’unicità e autenticità del sito. Il Comitato affermava d’aver apprezzato il fatto che Israele avesse consentito a tre delegazioni del Waqf giordano di visitare l’anno scorso la rampa Mughrabi, e aggiungeva d’aver ricevuto i verbali degli incontri in cui Israele e Giordania concordavano le procedure di coordinamento per il restauro del sito.]
Sembrava che fosse giunta l’ora di sostituire finalmente la pericolosa rampa. Nell’arco di 72 ore a partire dalla sera di sabato scorso, le squadre hanno iniziato a demolire la rampa. Ma già lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, temendo le minacciate reazioni arabe, doveva ordinare ancora una volta il rinvio dei lavori di demolizione. A quanto pare, infatti, il ponte-passerella è diventata una questione all’interno delle elezioni egiziane. Il leader di Fratelli Musulmani, lo sceicco Yusuf Qaradawi, sostiene che il ponte servirebbe alle forze di sicurezza israeliane per invadere la moschea di Al-Aqsa, e all’Università Al-Azhar del Cairo sono comparsi poster che chiamano i musulmani a proteggere la moschea. Lo stesso re Abdullah di Giordania, pressato da gruppi islamici giordani ed egiziani, ha chiesto il rinvio dei lavori.
Questa follia deve cessare. Si è creata una situazione assurda in cui alcuni leader musulmani irrazionali, intossicati dalle loro stesse menzogne – compresa la falsa convinzione che il Primo e il Secondo Tempio degli ebrei non siano mai stati sul Monte del Tempio – intimano con le minacce a Israele di non agire. Israele non deve piegarsi alla paranoia dell’estremismo islamico. Il ponte Mughrabi deve essere sostituito, punto e basta. E prima si fa, meglio è.

(Da: Jerusalem Post, Ha’aretz, 29.11.11)

domenica 27 novembre 2011

Roma, Monteverde Vecchio: neonazi contro il locale kosher «Barrilli 66»

Escrementi e svastiche al ristorante ebraico. Il proprietario: colpito sette volte in cinque mesi
Roma, 24 Novembre 2011 – Il locale «Barrilli 66» finisce nel mirino di un gruppo ignoto di estremisti. L’ultimo episodio sabato scorso. Quando Simone Efrati, proprietario del ristorante, è andato nel tardo pomeriggio ad aprire i lucchetti, ha trovato sulle sue vetrine una pioggia di cachi. E per l’ennesima volta ha dovuto prendere straccio e sapone per ripulire il locale dall’atto vandalico.
È almeno la settima volta che succede dall’estate scorsa. «Da cinque mesi – racconta Efrati – mi hanno preso di mira. Ho chiesto aiuto al commissariato di polizia di Monteverde, dove ho fatto denuncia e ci sono delle indagini in corso. La prima volta che ho subito il primo torto, ho trovato una secchiata di escrementi sulla porta d’entrata. Non avrei mai pensato che potessero ancora succedere cose del genere». Pochi giorni dopo il primo atto vandalico, la storia si è ripetuta. Il ristoratore ha trovato dei pomodori schiacchiati sulla vetrina.
Efrati ha iniziato, parallelamente al lavoro delle forze dell’ordine, a ragionare per capire quale potesse essere l’origine di quei gesti. Ha inizialmente pensato alla possibilità di aver dato fastidio alla concorrenza: «Ma con la pasticceria Dolci Desideri qui accanto ho ottimo rapporti e a volte sono stati loro a chiamarmi per dare l’allarme». Poi ha ragionato sui condomini del palazzo. Ma ancora nulla. Finché una mattina, assieme alla frutta spremuta sulla porta, ha trovato uno sticker. Un adesivo con disegnata sopra una svastica e la scritta «White Power!», potere bianco.
A quel punto per Efrati era chiaro: «Quelli che subisco da alcuni mesi sono dei veri e propri atti di antisemitismo, anche se non so dire se provengono da una singola persona o da un gruppo». Del resto che il ristorante è gestito da un ebreo è chiaramente visibile. Nell’insegna del locale troneggia la parola «kosher» (che richiama le regole alimentari ebraiche), all’interno ci sono scritte a caratteri ebraici e lo stesso Efrati serve ai tavoli con in testa la sua kippà, il copricapo ebraico.
Se serviva un’ulteriore conferma, ecco che il mese scorso l’autore – o gli autori – dei gesti razzisti si sono concentrati su un simbolo ebraico. Hanno spalmato i cachi sulla «mezuzà», un oggetto che contiene delle preghiere in ebraico ed è posto all’interno dello stipide della porta d’entrata. Non solo. Sono stati anche strappati tutti i cartelli del menù in esposizione che contengono la parola «kosher». «Ogni volta – spiega Efrati – sono costretto a mandare giù un boccone amaro e ripulire. Spero che le forze dell’ordine riescano a fare luce su questa storia che sta colpendo il mio ristorante e tutti quelli che hanno cuore il rispetto del prossimo».

Il Tempo

Belgio: picchiata dalle compagne di scuola musulmane perchè ebrea

Aggredita e malmenata bambina di 13 anni da compagni di scuola al grido di “sporca ebrea”
Bruxelles, 22 Novembre 2011 – Grande sconcerto in Belgio per l’aggressione antisemita subita venerdì scorso intorno alle ore 16:00 da una bambina di religione ebraica da parte di alcune sue compagne di scuola. Océane Sluijzer, 13 anni, aveva appena finito il suo allenamento presso il centro sportivo di Neder-Over-Heembeek, a nord di Bruxelles,quando è stata aggredita da cinque ragazze di origine marocchina più grandi di lei che l’hanno insultata al grido di “sporca ebrea” colpendola poi con almeno due schiaffi. Océane ha tentato invano di fuggire. Afferrata dalla banda di ragazze, è stata picchiata dopo aver sentito ripetere: “Sta’ zitta, sporca ebrea e torna al tuo paese.” La notizia è stata riportata dal giornale «La Dernière Heure».
“Le sono andate addosso in cinque, l’hanno afferrata per i capelli e le hanno fatto battere la testa sulle ginocchia. È stata picchiata da tutte le parti “, ha detto suo padre, che ha spiegato che era da qualche tempo che sua figlia aveva problemi con altri studenti della sua scuola. “Mia figlia è stata chiamata sporca ebrea almeno una dozzina di volte l’anno scorso e, già alcune volte a partire dall’inizio dell’anno scolastico. C’è un antisemitismo latente in questa scuola, e del resto ne avevo già avvertito il Provveditore”, ha dichiarato.
Océane soffre di una commozione cerebrale e di una infiammazione delle vertebre cervicali. Ha presentato denuncia alla polizia e ha identificato tre dei suoi aggressori, che frequentano la sua stessa scuola.
Il Comitato di Coordinamento delle Organizzazioni ebraiche del Belgio (CCOJB) si è detto “scioccato” dall’aggressione antisemita subita da Océane. Il CCOJB ha chiesto alle autorità giudiziarie di fare in modo che l’inchiesta sia accelerata senza indugio e si riserva il diritto di intentare una causa civile a questo riguardo. Ribadisce inoltre la sua richiesta al Ministro dell’istruzione, Marie-Dominique Simonet, di “mettere in atto nelle scuole della comunità francofona un appropriato programma educativo per prevenire ingiustificabili tensioni tra le comunità”.
Da parte della classe politica, Viviane Teitelbaum, deputata MR (Mouvement Réformateur, centro-destra francofono) al Parlamento di Bruxelles, lunedì ha lanciato la polemica su Facebook, dice “Le Soir”. “Ho voluto denunciare questo atto a voce alta e forte perché i media non ne hanno fatto menzione questo fine settimana. Si parla spesso persone aggredite negli autobus – va bene – ma si tace sulle aggressioni antisemite. E ‘spaventoso. Non bisogna meravigliarsi se l’antisemitismo colpisce nelle scuole “, ha scritto sul social network.

Notizie dal fronte

Tra venerdì e sabato i criminali palestinesi hanno ripreso a bombardare con razzi le città israeliane vicine a Gaza: in risposta a questi vili attacchi contro la sua popolazione civile, l'aviazione dello stato ebraico ha  colpito obiettivi terroristici nel sud e nel centro della striscia di Gaza.

Io, Israele e la Fiera del Libro

Sono passati oltre tre anni da quando Israele venne dichiarato ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino suscitando un clamore e uno "sdegno" dei soliti pacifinti che raggiunse livelli di puro odio.
Voglio riproporre un articolo scritto da una persona che descrive bene chi era e come la pensava sulla questione Israele e Palestina.

"Quando avevo venti anni ero filopalestinese. Ed antisraeliano. Le due cose camminavano insieme. Lo schierarsi non era il frutto di conoscenze, riflessioni, studio. Era puro pregiudizio suffragato dalle immagini. Mi ricordo di un video della fine degli anni ’80: due soldati israeliani che spezzavano le braccia a un giovane palestinese. Nella civiltà dell’immagine è l’immagine che decide le ragioni e i torti. La rivolta delle pietre, la prima intifada non poteva quindi che essere il luogo di tutte le ragioni. Perchè una popolazione che risponde ai carri armati con i sassi incarna di per sè tutti gli archetipi del politicamente corretto.
La militanza politica rendeva ancora più acuto questo manicheismo insensato: si era degli strani comunisti e socialisti senza rendere omaggio alla kefiah, all’Olp, ad Arafat. La sensibilità alla questione palestinese era un passaporto politico, una garanzia d’internazionalismo, la medicina salvifica capace di regalare un filo di ragione ad una ideologia in declino. Di Israele e delle sue ragioni non ci importava nulla. Detestavamo Shamir non tanto per le sue scelte concrete ma perchè convinti che fosse la naturale sintesi politica di uno Stato abusivo.
Ufficialmente dicevamo “due popoli, due stati” ma in cuor nostro tifavamo per la guerra perchè la pace avrebbe chiuso il tempo degli alibi internazionalisti e delle giuste cause da sposare. Poi in parallelo leggevamo Primo Levi, esprimevamo tutto l’orrore possibile per la Shoah, sapevamo insorgere d’istinto al primo segno di una parola o di un gesto antisemita. Una schizofrenia, una finzione vissuta senza il patema della ragionevolezza e del buonsenso. L’ebreo perseguitato incarnava tutto il bene, l’ebreo che si difende, che costruisce il suo stato, il suo spazio di sopravvivenza era tutto il male.
Detestavamo il punto di raccordo tra persecuzione e sopravvivenza e cioè il sionismo, questa idea pacifica e difensiva di un popolo che sogno di mettersi al riparo, di vivere senza la replica di orrori e persecuzioni. Ci piaceva l’ebreo perseguitato, quello che non si difende, che si lascia sopraffare come un agnello sacrificale. L’ebreo che si difende, che crea una comunità solidale, che si arma, che si fa Stato non ci garbava. Gli anni mi hanno guarito da questa malattia. Oggi so che Israele è un segno di speranza per l’intera umanità, la rappresentazione migliore di come l’uomo sia capace di reagire alle ingiustizie dando forza e sostanza al proprio spirito comunitario e solidale.
Il boicottaggio della Fiera del Libro è solo l’ennesima manifestazione di una malattia profonda della sinistra. Una malattia da cui si esce da soli, uno per uno, in fila indiana. Non c’è congresso, mozione o dichiarazione pubblica che possa condurre collettivamente fuori dalla notte. Io ci sono riuscito e spero ci riescano anche i filopalestinesi – inconsci antisemiti – dei nostri giorni."
(4 Febbraio 2008)

venerdì 25 novembre 2011

OLP/FATAH: SE LA RESISTENZA ARMATA POTESSE CONSEGUIRE GLI OBIETTIVI DEL POPOLO PALESTINESE, NON ESITEREMMO NEMMENO UN SECONDO

Quelli che seguono sono brani tratti da un’intervista al portavoce dell’Olp in Libano, Ahmad Assaf, mandata in onda lo scorso 11 ottobre sulla tv libanese Murr (MTV Al Lubnania):
AHMAD ASSAF: «Innanzitutto, la nostra presenza sulla terra [palestinese] è la più grande resistenza di tutte…»
INTERVISTATORE: «Mi faccia chiarire. Io sto parlando di resistenza armata.»
AHMAD ASSAF: «Sarò franco con lei. Se la resistenza armata potesse conseguire gli obiettivi del popolo palestinese, non esiteremmo nemmeno un secondo. Chi è che ha inventato la resistenza armata?»
INTERVISTATORE: «Non mettiamoci a scavare nella storia. Siete pronti a lanciare oggi la resistenza armata, insieme a Hamas e alle altre fazioni?»
AHMAD ASSAF: «Chiariamo bene. Il nostro obiettivo è la resistenza o la fine dell’occupazione? Se la resistenza è il nostro obiettivo, possiamo continuare a fare la resistenza per mille anni.»
INTERVISTATORE: «Non siete onesti»
AHMAD ASSAF: «Sarò franco con lei. Fatah si chiama ancora Movimento di Liberazione della Palestina. Questo nome non cambierà finché non sarà raggiunto l’obiettivo della fine dell’occupazione. Se la resistenza armata è oggi il modo vero e più breve per raggiungere l’obiettivo del popolo palestinese della libertà e della fine dell’occupazione, noi seguiremo questa strada.»
(Da: Memri, 4.11.11)

Per vedere il filmato dell’intervista (con sottotitoli in inglese):

HAMAS: IL NOSTRO PIANO NON SI LIMITA ALLA PALESTINA, LA CIVILTÀ OCCIDENTALE NON SAPRÀ OPPORSI AL GLORIOSO ISLAM

Quelli che seguono sono brani tratti da un comizio tenuto nella striscia di Gaza dal leader e cofondatore di Hamas Mahmoud Al-Zahhar, mandato in onda lo scorso 28 ottobre scorso dalla tv Al-Quds:
MAHMOUD AL-ZAHHAR: «L’America se ne sta andando dall’Iraq e dall’Afghanistan e, a Dio piacendo, se ne andrà dalla Palestina, insieme ai suoi alleati. Se ne va nell’umiliazione e nella vergogna. Il nostro popolo e la nostra azione, invece, andranno avanti. Oggi vogliamo sottolineare che il nostro piano non si limita alla liberazione della Palestina. La nazione islamica nella sua interezza porterà il sorriso sul volto di tutti i popoli del mondo e asciugherà le lacrime dagli occhi di tutti gli esseri umani. Il nostro piano è il rimedio per tutte le malattie della civiltà occidentale, che sa solo reprimere e uccidere, controllare e distruggere, scontrarsi con la gente o reprimerla. Questa civiltà non saprà opporsi al grande e glorioso islam, con la sua grande piattaforma umana. […] La nazione araba ha incominciato a raccogliere i frutti della calda primavera araba. Ieri gli islamisti hanno vinto in Tunisia, domani vinceranno in Egitto, e poi in Libia, finché l’islam, che governa secondo il Corano, prevarrà su tutta la terra. […]»
(Da: Memri, 14.11.11)
Per vedere il filmato del comizio (con sottotitoli in inglese):

JIHAD ISLAMICA: DA NOI AVRETE SOLO BOMBE E SPADE CHE VI TAGLIERANNO LA GOLA

Quelli che seguono sono brani tratti da un comizio di Khadhr Habib, membro della dirigenza della Jihad Islamica palestinese nella striscia di Gaza, mandato in onda lo scorso 25 ottobre dalla tv Al-Aqsa:
KHADHR HABIB: «Noi del Movimento della Jihad Islamica vogliamo inviare vari messaggi. Il primo messaggio è ai nostri nemici, all’entità che è stata impiantata in mezzo a noi, nei nostri cuori, nella pupilla dei nostri occhi: la Palestina. Noi diciamo loro: la Palestina nella sua interezza appartiene a noi. Non abbandoneremo neanche un granello del suo suolo puro. La Palestina è come un versetto del Libro di Allah. La Palestina è parte della nostra fede. Noi non abbandoneremo né cederemo mai un solo granello del suo puro suolo. A voi non daremo nient’altro che la spada. Non vi daremo nient’altro che bombe. Non vi daremo nient’altro che lance e spade che vi taglieranno la gola, ad Allah piacendo. […] Per Allah, fratelli miei, noi saremo vittoriosi sugli israeliani, indipendentemente da quali [armi] posseggano, ed anche se il mondo intero è dalla loro parte. Saremo vittoriosi su di loro, ad Allah piacendo, perché questo è ciò che Allah ci ha promesso e questo è ciò che il nostro diletto Profeta Maometto ci ha detto nel sicuro hadith: Il giorno del giudizio non verrà finché voi non combatterete gli ebrei, voi a est del fiume [Giordano] e voi a ovest di esso, finché le pietre e gli alberi diranno: oh musulmano, oh servo di Allah, c’è un ebreo dietro di me, vieni a ucciderlo; tutti tranne l’albero Gharqad che è l’albero degli ebrei. La vittoria di Allah si avvicina, fratelli. Dovete rimanere più saldi e più tenaci, per continuare questa linea d’azione pura, quella della resistenza e della jihad […]. Questa è la grande risposta a quello che volevano i nostri nemici. Oggi i nostri prigionieri indossano tenute militari. E davvero essi sono totalmente preparati a continuare il cammino della jihad e della resistenza, finché insieme umilieremo gli israeliani, ad Allah piacendo, e annienteremo questa entità, ad Allah piacendo. Fratelli, salutiamo i nostri prigionieri, i nostri martiri e il nostro popolo. Noi non dimenticheremo i nostri impavidi prigionieri che rimangono nelle prigioni e nelle Bastiglie sioniste, e che stanno pagando il prezzo della loro affiliazione e fedeltà al luogo del viaggio notturno del Profeta Maometto, alla Palestina e alla nazione araba e islamica. Noi diciamo loro: abbiate perseveranza, oh uomini liberi. Presto, ad Allah piacendo, otterrete la libertà. La resistenza non vi dimenticherà, ad Allah piacendo. Vi saranno nuovi prigionieri sionisti con cui ottenere la vostra libertà, fratelli. Conosciamo la natura miserabile di questo nemico e dell’occupazione. Non possiamo ottenere nulla da questa entità occupante se non con una spada puntata sul suo collo. […]»
(Da: Memri, 4.11.11)
Per vedere il filmato del comizio (con sottotitoli in inglese):

GLI ISLAMISTI A GAZA: ANDATEVENE DA GERUSALEMME, DA TEL AVIV, DA HAIFA: L’ISLAM È IL FUOCO CON CUI MIETIAMO I TESCHI DEGLI EBREI

Quelli che seguono sono brani tratti dal proclama enunciato a Gaza, in un raduno del movimento palestinese Al-Ahrar (gruppo filo-Hamas staccatosi da Fatah), mandato in onda lo scorso 3 novembre dalla tv di Hamas Al-Aqsa:
L'ORGANIZZATORE DEL RADUNO: «Lode a te, o nostro Signore. Tu hai reso la nostra uccisione di ebrei un atto di adorazione attraverso la quale noi ci avviciniamo a te. […] Su di te le preghiere di Allah, o diletto Profeta [Maometto], tu che hai fatto dei tuoi insegnamenti i nostri decreti: la luce con cui noi dissipiamo le tenebre dell’occupazione e il fuoco con cui mietiamo i teschi degli ebrei […]. Sì, nostri diletti fratelli, anche se il mondo intero si avvicina ad Allah con il digiuno, la fame e le lacrime, noi siamo un popolo che si avvicina ad Allah con il sangue, con le parti del corpo, con i martiri. […] Oh, figli della Palestina, oh figli della striscia di Gaza, oh mujaheddin [combattenti della jihad], lanciate la jihad [guerra santa], seminate la distruzione, fate esplodere e mietete le teste dei sionisti. Le parole sono ormai inutili. La menzogna della pace se n’è andata. Solo le armi servono a qualcosa: la via di Yousuf e Ali [morti di recente], la via del martirio e della jihad. Solo le nostre ferite parlano per noi. Noi non parliamo altro linguaggio che quello della lotta, della jihad, dei razzi, delle bombe, dei cannoni e di coloro che aspirano al martirio. Questo è il linguaggio con cui parliamo e negoziamo con il nemico sionista. […] Noi diciamo ai sionisti: come una mala pianta, noi vi sradicheremo dalla nostra terra affinché essa possa sbocciare nella luce del sole eterno della nostra jihad e della nostra religione invincibile. Gerusalemme non è vostra: andatevene da lì! Haifa non è vostra: andatevene da lì! Tel Aviv non è vostra: andatevene da lì! Oh sionisti, andatevene prima che vi cacciamo noi. Queste sono le parole dei mujaheddin […].»
(Da: Memri, 14.11.11)
Per vedere il filmato del proclama (con sottotitoli in inglese):

mercoledì 23 novembre 2011

Alla disperata ricerca del palestinese moderato

Di Isi Leibler
Temo, ahimè, che esaminando l’intero ventaglio della leadership politica, religiosa e intellettuale palestinese, non si riesca a trovare un solo leader palestinese realmente moderato che sia sinceramente impegnato ad arrivare ad un’autentica pace con Israele.
Ci viene continuamente ripetuto che il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e l’Autorità Palestinese sono i nostri genuini interlocutori per la pace, e che ci sarà praticamente impossibile trovare dei palestinesi più moderati di loro con cui negoziare. Ma Abu Mazen, che conseguì il suo “dottorato” a Mosca, nel 1982, con una tesi che tendeva ad avallare tesi negazioniste sulla Shoà, si rifiuta di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, insiste a parlare dell’“occupazione” come di qualcosa che è iniziato nel 1948 (e non nel 1967), nega addirittura ogni legame fra ebrei e Terra Santa. Abu Mazen santifica terroristi che si vantano d’aver assassinato donne e bambini israeliani, conferendo onore a degli stragisti e concedendo pensioni di stato alle loro famiglie; governa su un’Autorità nella quale mass-media, moschee e sistema educativo, tutti sotto stretto controllo governativo, fomentano l’odio verso gli ebrei e negano il diritto di Israele ad esistere; approva la condanna a morte dei palestinesi che commettono il “reato” di vendere terra ad ebrei; promette alla sua gente che qualunque futuro stato palestinese sarà completamente “ripulito” dalla presenza di ebrei; è impegnato in un processo di ricongiungimento politico con un’organizzazione islamista e genocida come Hamas, il cui statuto propugna l’uccisione degli ebrei e l’eliminazione di Israele. Anche quando ha effettivamente negoziato con Israele, Abu Mazen ha di fatto respinto l’offerta avanzata dall’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert di cedergli fino al 95% delle terre conquistate da Israele nel ‘67 quando dovette difendersi dall’aggressione della Giordania, che quelle terre occupava.

In effetti più gli israeliani cedono, più gli arabi pretendono. Oggi Abu Mazen ha innalzato il cosiddetto “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi (e loro discendenti) al livello di rivendicazione non negoziabile, pur sapendo che ciò porterebbe alla fine della sovranità ebraica su qualunque porzione del paese, cosa che nessun governo israeliano potrà mai prendere in considerazione.
In apparenza, l’Autorità Palestinese sembra moderata rispetto a Hamas, ma i loro obiettivi in fondo sono gli stessi. Abu Mazen parla con doppiezza e resta volutamente nel vago circa i suoi obiettivi a lungo termine, quando si rivolge a un pubblico non arabo; mentre Hamas è del tutto schietta e si vanta di non voler per nulla negoziare e di voler continuare a combattere fino a quando lo stato ebraico non sarà distrutto.
Ma ultimamente diversi leader dell’Autorità Palestinese vanno abbandonando molte delle loro remore. Solo poche settimane fa un importante esponente di Fatah ha esplicitamente proclamato che uno stato palestinese non rappresenterà altro che il primo passo verso l’obiettivo ultimo di eliminare lo stato ebraico. Purtroppo, tutti i sondaggi d’opinione mostrano che le masse palestinesi sono state indottrinate a sostenere questo modo di vedere.
Il professor Sari Nusseibeh, presidente dell’Università Bir Zeit (presso Ramallah), era stato salutato da molti ingenui, israeliani e non, come un modello di moderazione palestinese. Yossi Beilin ne parlava come di un testimone vivente del fatto che il processo di pace di Oslo non era stato un fallimento. Una decina d’anni fa ho personalmente messo in dubbio la buona fede di Nusseibeh sottolineando che era stato nominato da Yasser Arafat, che a questi rispondeva e che da questi prendeva istruzioni. Facendo notare che sotto Arafat i dissidenti politici avevano una aspettativa di vita estremamente limitata, avanzavo l’ipotesi che il ruolo assolto da Nusseibeh fosse quello di garantire all’Autorità Palestinese un volto moderato da presentare al mondo occidentale. Il suo modo di fare amabile e rassicurante aveva evidentemente lo scopo di risvegliare negli israeliani il caro ricordo dell’“irreversibile processo di pace” e della (cinica) “pace dei coraggiosi” di Arafat. È vero che Nusseibeh aveva invocato la fine delle violenze, condannando persino il boicottaggio. Ma è anche stato registrato in un programma della tv palestinese mentre esprimeva simpatia ed encomi per la madre di un attentatore suicida da lui definito “un soldato caduto in battaglia”; ed è sempre stato attento a non emettere giudizi sugli attentatori suicidi, limitandosi a mettere in dubbio i vantaggi di quella strategia, non la sua moralità.
Nusseibeh si presentava spesso in accoppiata con il rappresentante di Arafat a Gerusalemme, il deceduto Faisal Husseini, anch’esso considerato per tutta la vita un “moderato”. Ma dopo la sua morte, un giornale egiziano ha pubblicato un’intervista dove Husseini affermava che “bisogna distinguere la nostra strategia e i nostri obiettivi a lungo termine dagli obiettivi politici graduali che siamo costretti ad accettare a causa delle pressioni internazionali”. E continuava: “L’obiettivo ultimo è la liberazione di tutta la Palestina storica… Oslo deve essere visto come un cavallo di Troia”. [Sul “Piano a fasi” dell’Olp, si veda il rimando alla Documentazione, qui sotto]
In un lungo articolo pubblicato di recente sul sito web di al-Jazeera, Nusseibeh – come Faisal Husseini – ha messo da parte il doppiopetto moderato dimostrando, a dispetto di tutte le chiacchiere sofisticate, di non essere più moderato dei suoi colleghi palestinesi. Il suo articolo è tutto un appassionato attacco contro il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Gli argomenti che impiega per sostenere che gli ebrei sarebbero l’unico popolo a cui è giusto negare il diritto all’indipendenza dimostrano che la sua moderazione è una mistificazione. Nusseibeh ammonisce che, se Israele dovesse essere riconosciuto come stato ebraico, diventerebbe un’entità da apartheid: non solo – dice – gli arabi israeliani verrebbero privati della loro cittadinanza e di altri diritti, ma verrebbero anche uccisi come furono uccisi gli antichi cananei e gebusei secondo il racconto biblico. Nusseibeh si guarda bene dal citare il fatto che la creazione di uno “stato ebraico” era appunto la ragione fondamentale che stava alla base della nascita di Israele votata dalle Nazioni Unite nel 1947, e si guarda bene dal rilevare l’incoerenza di una nuova entità palestinese che sin d’ora si dichiara araba e islamica [si veda la Documentazione, qui sotto], che sarebbe governata da leggi fondate sulla shari’a e che sarebbe “etnicamente ripulita” di tutti gli ebrei; né crede di dover ricordare che non esiste un solo stato arabo che riconosca anche lontanamente alle proprie minoranze interne diritti comparabili a quelli di cui godono le minoranze interne in Israele. Di più. Nusseibeh ha la sfrontatezza di denunciare quella che definisce l’intolleranza ebraica verso altre fedi a Gerusalemme, senza nessuna considerazione del fatto che è solo da quando Gerusalemme è passata tutta sotto sovranità ebraica (nel 1967) che, per la prima volta, la libertà di culto e di associazione religiosa è stata riconosciuta a tutte le fedi, in drammatico contrasto con il modo in cui gli arabi avevano governato fino ad allora la parte della città occupata dalla Giordania. Non è tutto. Facendo suo l’approccio di Abu Mazen alle Nazioni Unite, Nusseibeh ha anche rinnegato il suo precedente appello ai palestinesi perché cessassero di promuovere il “diritto al ritorno” dei profughi (e loro discendenti) all’interno di Israele. Anzi, ora sostiene che – tenetevi forte – sono sette milioni i palestinesi della “diaspora” che avrebbero diritto al “rimpatrio” o a un indennizzo.
Il voltafaccia di Nusseibeh conferma che non c’è un solo leader palestinese di rilievo politico, religioso o intellettuale che possa essere definito moderato e che sarebbe realmente disposto a sostenere un compromesso negoziato, per arrivare a un autentico accordo di pace con lo stato ebraico. Ma in questo folle ambiente internazionale da Alice nel Paese delle meraviglie, ci viene detto che dobbiamo trattare con questi fanatici come se fossero genuini interlocutori di pace. La realtà è che assecondare questi ipocriti, lungi dall’avvicinarci alla pace non fa che incoraggiare gli estremisti che ci mettono di fronte a pretese sempre crescenti, che ben pochi degli architetti di Oslo – e certamente non Yitzhak Rabin – si sarebbero mai sognati di concedere. Al mondo, e a tutti coloro che ci dicono di fare altre concessioni unilaterali, lancio una sfida: per cortesia, trovatemi un solo leader o intellettuale palestinese che abbia veramente sostenuto l'approccio moderato e che non sia stato prontamente eliminato dagli estremisti.



(Da: Jerusalem Post, 9.11.11)

lunedì 21 novembre 2011

A proposito dei pacifinti...



Vi allego l'ennesima pagliacciata propagnadistica contro Israele, ideata dalle fervide menti dei pacifinti nostrani: bisogna riconoscere loro una fervida fantasia che non ha nulla da invidiare agli sceneggiatori di film di fantascienza


L’apartheid immaginario degli anti-israeliani

Di Liat Collins
Una delle notizie più curiose della scorsa settimana è quella del cosiddetto “autobus della pace” su cui sei attivisti palestinesi hanno cercato di resuscitare il ricordo dei “freedom riders” (passeggeri per la libertà) del movimento americano per i diritti civili degli anni ’60 (coadiuvati naturalmente, in questo caso, dall’indispensabile corredo di accessori del mondo del 2011: riprese dal vivo su YouTube e petizioni su Facebook). Sono sicura che parecchie persone di buon cuore (e molte anime pie) sono state prese per il naso da quest’ennesima trovata. I sei dimostranti erano seguiti da una folla di circa cinquanta giornalisti e reporter sicché, quand’anche non avessero goduto di un buon viaggio, possono comunque dire d’aver raggiunto il loro scopo propagandistico. Gridando slogan non particolarmente fantasiosi circa l’apartheid, i manifestanti intendevano sottolineare il fatto che loro non possono viaggiare tranquillamente da Ramallah (nell’Autorità Palestinese) a Gerusalemme (in Israele) se non sono muniti degli appositi permessi o, in alternativa, di carta d’identità israeliana. Gli ebrei, naturalmente, qualunque documento d’identità abbiano in tasca, non possono assolutamente viaggiare su un autobus di proprietà palestinese per recarsi a Nablus (o Sichem, come è conosciuta in ebraico sin da quando comparve sulle mappe in tempi biblici). Ma questa evidentemente non viene considerata una discriminazione.

Curiosamente, furono proprio i miei frequenti viaggi in autobus da studente dell’Università di Gerusalemme che mi portarono ad apprendere l’arabo. Quando viaggiavo verso nord per trascorrere il Sabato con la mia famiglia, spesso avvicinandomi alla mia città in Galilea mi accorgevo di essere l’unica ebrea a bordo dell’autobus. Trovavo sgradevole non capire le conversazioni che avvenivano attorno a me e dunque decisi di imparare abbastanza arabo da poter cogliere il succo di ciò che veniva detto. Un paio di corsi d’arabo di base furono sufficienti per permettermi di scoprire ciò che probabilmente avrei dovuto sapere sin dall’inizio: che per lo più i miei compagni di viaggio conversavano di argomenti assolutamente ordinari come gli stipendi, i figli e dello stesso servizio di autobus. Lo stesso genere di preoccupazioni, ora che ci penso, che hanno alimentato le proteste sociali della scorsa estate in Israele.

Ma il mio modesto arabo mi è tornato utile in tutta una serie di altre occasioni. In arabo ho chiacchierato con la donna con cui ho condiviso la camera d’ospedale, e in arabo ho salutato i medici che mi hanno curata. In arabo ho conversato con visitatori e membri del personale in vari musei e allo zoo. Solo una settimana fa, ho usato il mio arabo per aiutare un bimbetto che si era perso in uno shopping center e non trovava più la sua famiglia. Come apartheid, davvero qualcosa di molto amabile.

I passeggeri d’autobus, in Israele, hanno in effetti un sacco di problemi, non ultima la necessità di tenere sempre desta l’attenzione sulla sicurezza. I passeggeri, ebrei e arabi allo stesso modo, controllano meccanicamente tutti i sedili alla ricerca di eventuali oggetti sospetti: gli attentati esplosivi contro gli autobus israeliani che hanno accompagnato tutto il processo di pace non hanno mai fatto distinzioni fra vittima e vittima. Gli slogan su “Israele come stato da apartheid” mi danno francamente molto più fastidio delle lunghe file che bisogna sopportare per i controlli di sicurezza all’entrata di centri commerciali, ospedali, cinema e stazioni di autobus e treni: tutti luoghi che sono stati presi di mira da quelli che cercano tutto tranne la pace.

La scorsa settimana abbiamo avuto un’ulteriore occasione per ricordarci quanto questo genere di accuse vengano allegramente fatte circolare senza nessuna considerazione della realtà dei fatti. Israele non può certo essere fiero del fatto che un suo presidente sia stato giudicato colpevole di aggressione sessuale, e tuttavia la cosa serve a confermare il principio secondo cui tutti gli uomini (e le donne) sono uguali di fronte alla legge. Ebbene, i giudici che hanno giudicato colpevole Moshe Katsav potrebbero bocciare senza difficoltà e senza mezzi termini l’accusa a Israele di praticare l’apartheid: la corte di tre giudici che ha processato e giudicato colpevole in prima istanza Katsav e la giuria di tre giudici della Corte Suprema che ha respinto il suo ricorso, per combinazione comprendevano entrambe un giudice arabo-cristiano e due giudici donna. In quale altro paese del Medio Oriente un membro di una comunità di minoranza e due donne si troverebbero nella posizione di emettere un verdetto a carico del presidente dello stato, e un'altra corte con la stessa composizione di confermare quel verdetto? Eppure è Israele, e solo Israele, che viene costantemente accusato e condanno per reato di apartheid.

Siamo una potenza “occupante” soverchiamente occupata a difendersi da attentati suicidi e lanci di razzi. Da nessun altro paese ci si aspetterebbe che incassasse in silenzio continui attacchi di razzi sulla testa di un milione di suoi cittadini in tempi di guerra; figuriamoci in quelli che vengono fatti passare come tempi di pace (o di processo di pace). In quale altro paese “in pace” ospedali, scuole e asili sono costretti a battersi per destinare fondi alla costruzione di rifugi anti-missile?

Non c’è da meravigliarsi se poi la gente qui è un po’ confusa su ciò che muove i cosiddetti manifestanti per la pace. La “flottiglia”, che poi era una “combattiglia”, ora l’“autobusiglia”: ci si chiede dove si andrà a parare. C’è da dubitare che questa gente ci stia davvero conducendo sulla strada per la pace e la giustizia.

(Da: Jerusalem Post, 19.11.11)





Iran: 5 anni di carcere per chi viaggia in Israele

TEHERAN, 14 nov. – Il parlamento iraniano ha approvato una nuova legge che rende piu’ pesanti le sanzioni per i cittadini che si recano in Israele. Come spiega la ‘Bbc Farsi’, la pena prevista per gli iraniani che visitano lo stato ebraico e’ passata da due anni a cinque anni di reclusione.I trasgressori si vedranno inoltre sequestrare il passaporto per cinque anni.
In base a una legge in vigore fin dalla rivoluzione islamica del 1979, e’ proibito a qualsiasi cittadino iraniano l’ingresso nel territorio israeliano. La repubblica islamica non riconosce Israele come stato sovrano e continua a denominarlo “Palestina occupata”. Le tensioni tra Tel Aviv e Teheran sono in continuo aumento. La scorsa settimana il governo israeliano ha minacciato di attaccare i siti nucleari di Teheran, suscitando la dura reazione della Repubblica Islamica.
 
(Fonte: Adnkronos, 15 novembre 2011)



venerdì 18 novembre 2011

Israele invia aiuti alla Turchia

Una nave cargo israeliana ha scaricato aiuti umanitari questa mattina nel porto turcodi Mersin, per alleviare le sofferenze delle popolazioni duramente colpite dal terremoto del mese scorso.
La nave, approntata dal Ministero delle Difesa israeliano, trasporta case mobili che saranno utilizzate per dare alloggio a circa 1000 senza tetto della zona di Van che nel frattempo è precipitata in pieno nella stagione invernale con temperature rigide e neve in abbondanza.
Alla fine di ottobre, un terremoto di magnitudo 7.2 aveva provocato la morte di circa 600 persone: tre settimane dopo, un altro terremoto ha finito di devastare la zona uccidendo altre cinque persone.
Israele si era subito offerto il suo aiuto, ma il governo turco aveva respinto la proposta salvo poi fare marcia indietro non appena Erdogan si è reso conto della gravità della situazione. Il governo di Gerusalemme ha inviato case prefabbricate, coperte e materassi, ma nonstante ciò, la linea politica turca non ha mostrato di assumere un atteggiamento più conciliante nei confronti di Israele.

Qualcuno ha ancora bisogno di prove che testimonino l'odio per Israele e per gli ebrei da parte di arabi, islamici e/o mussulmani che dir si voglia???

martedì 15 novembre 2011

Palestinian Terrorism

Israel's Story In Maps

Ma in che mani sono le agenzie Onu?

L’ambasciatore d’Israele all’Unesco non sapeva se ridere o piangere, mercoledì, quando un alto funzionario dell’Agenzia Onu per l’educazione, la scienza e la cultura l’ha convocato per fargli una ramanzina. Motivo? Una vignetta satirica pubblicata sul quotidiano Ha’aretz.
La vignetta comparsa lo scorso 4 novembre – una satira sull’ira del governo israeliano per la decisione dell’Unesco di accettare la “Palestina” come stato-membro a pieno titolo (senza negoziato né accordo con Israele) – mostra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Ehud Barak mentre danno le ultime istruzioni a una squadra di piloti evidentemente incaricata di attaccare gli impianti nucleari iraniani, con Netanyahu che aggiunge: “E sulla strada del ritorno, colpirete gli uffici dell’Unesco a Ramallah”.
Convocato da Eric Falt, assistente del direttore generale dell’Unesco per le relazioni esterne e la pubblica informazione, l’ambasciatore israeliano Nimrod Barkan è rimasto senza parole quando si è visto consegnare una copia della vignetta di Ha’aretz accompagnata da una lettera di protesta ufficiale a firma del direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova. Si tratta, diceva Falt all’ambasciatore d’Israele, di un caso di "istigazione". “Una vignetta come questa – spiegava – mette in pericolo la vita di diplomatici disarmati, e voi avete l’obbligo di proteggerli. Ci rendiamo conto che in Israele vige la libertà di stampa, ma il governo ha il dovere di impedire attacchi all’Unesco”.
L’ambasciatore Barkan, naturalmente, faceva notare che il governo israeliano non esercita alcun controllo sulle vignette pubblicate dai giornali. “Domandatevi piuttosto che cosa avete fatto voi per far sì che un giornale misurato come Ha’aretz, con una forte inclinazione ad aderire al punto di vista internazionale, pubblicasse una vignetta del genere. Forse il problema siete voi”.
Dopo che l’ambasciatore ha riferito al ministero degli esteri a Gerusalemme della sua conversazione con Falt, il ministero ha inviato questa risposta: “Cosa vuole esattamente l’Unesco da noi? Che mandiamo i nostri ragazzi migliori a difendere lo staff dell’Unesco? O che facciamo chiudere il giornale? A quanto pare, il vostro ambiente di lavoro [all’Unesco] ricorda sempre più da vicino la Fattoria degli Animali di George Orwell”.

(Da: Ha’aretz, 11.11.11)

Nelle immagini in alto: La vignetta “incriminata” di Ha’aretz e (sotto) un paio di esempi di vignette violentemente antisemite pubblicate regolarmente dalla stampa araba (controllata dai rispettivi governi) e che non risulta abbiano mai suscitato alcun commento da parte della direzione generale dell’Unesco

domenica 13 novembre 2011

Salvata la vita di una donna iraniana, da Israele via e-mail

Di Judy Siegel-Itzkovich
I leader dell’Iran vedranno anche in Israele un Satana da distruggere magari con armi nucleari, ma la medicina israeliana è considerata eccellente da alcuni medici iraniani, tra cui uno che ha consultato un medico del Kaplan Medical Center (a Rehovot, in Israele), scongiurando in questo modo delle complicazioni che avrebbero messo a rischio la vita di una donna incinta.
Il dottor Adi Weissbuch, dell’unità per le gravidanze a rischio all’ospedale di Rehovot, è stato recentemente contattato con urgenza via e-mail da una dottoressa di un ospedale universitario iraniano, che si è identificata come "N.N.". Aveva letto un esauriente articolo pubblicato su una rivista medica, in cui Weissbuch scriveva di una rara complicazione genetica della gravidanza e forniva in calce il proprio indirizzo e-mail.
Il consulto era urgente, scriveva la dottoressa iraniana, perché secondo la legge islamica l’aborto è proibito dopo la 18esima settimana di gravidanza, e la sua paziente era già nella 16esima settimana. "N.N." mandava al medico israeliano una copia dei risultati di laboratorio chiedendo la sua opinione.
Weissbuch ha risposto che, sulla base dei dati, c’erano poche probabilità che la donna potesse avere un bambino sano, e che partorire avrebbe messo in pericolo la sua vita. Il medico di Rehovot aveva discusso un caso molto simile nel suo articolo sulla rivista. Dopo aver ricevuto l’informazione, il medico iraniano ha consigliato alla donna di abortire immediatamente, e lei l'ha fatto.
Weissbuch dice d’aver ricevuto numerose richieste di ausilio medico via e-mail da varie parti del mondo, ma che questa è la prima volta che ne arriva una dall’Iran. “Per me come medico – ci dice – prendersi cura dei pazienti non risponde a nazionalità, sesso o religione. Siamo moralmente impegnati a provvedere le cure appropriate e a consigliare chiunque ne abbia bisogno. Da parte mia, naturalmente, tutta la mia corrispondenza con la dottoressa iraniana riportava ‘Stato di Israele’ sotto il mio nome, ma lei non si è fatta dissuadere da questo fatto”.

(Da: Jerusalem Post, 07.11.12)

L’Unesco svilisce la propria missione e allontana le chance di pace

Bisogna dargliene atto, ai palestinesi. Hanno deciso di abbandonare il processo di pace e di perseguire, invece, un riconoscimento internazionale dello “Stato di Palestina” – uno Stato che è de facto in stato di guerra con Israele – e stanno perseguendo caparbiamente questo loro obiettivo.
La scorsa settimana i loro sforzi hanno portato i primi frutti quando l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura (l’Unesco) ha votato l’accettazione della “Palestina” come Stato-membro a pieno titolo.
Non è un caso che l’Olp/Autorità Palestinese abbia deciso di iniziare inoltrando proprio all’Unesco la domanda di adesione della “Palestina”. Sin dal 1974 l’Unesco collabora con entusiasmo al tentativo palestinese di cancellare dagli annali la storia, il patrimonio e la cultura degli ebrei in Terra d’Israele. Nel 1974 fu l’Unesco a varare il boicottaggio contro Israele, con la decisione di “sospendere ogni collaborazione con Israele nei campi dell’educazione, della scienza e della cultura a causa della persistenza alterazione da parte di Israele delle caratteristiche storiche di Gerusalemme”. Da allora le mosse dell’Unesco volte a negare qualunque nesso fra ebrei, Gerusalemme e il resto della terra storica d’Israele sono andate avanti senza sosta. Ad esempio, nel 1989 l’Unesco condannò “l’occupazione israeliana di Gerusalemme” sostenendo che stesse distruggendo la città attraverso “atti di interferenza, distruzione e trasformazione”. Nel 1996 l’Unesco tenne un convegno su Gerusalemme nella sua sede di Parigi al quale non venne invitato nessun gruppo ebraico o israeliano.
A cominciare dal 1996, sul Monte del Tempio di Gerusalemme il Wakf (l’ente che amministra il patrimonio islamico) ha avviato un’opera di distruzione sistematica di reperti del Secondo Tempio ebraico, nel corso di lavori di scavo illegali sul Monte del Tempio effettuati per costruire una grande moschea abusiva nell’area delle cosiddette Scuderie di Salomone. L’Unesco non si è mai presa il disturbo di condannare questo scempio: se n’è stata zitta, nonostante il fatto che gli interventi del Wakf costituissero una grave violazione delle leggi internazionali relative ai siti archeologici e ai luoghi sacri che l’Unesco, per statuto, è tenuta a proteggere. Allo stesso modo, l’Unesco non ha mai condannato la profanazione da parte palestinese della Tomba di Rachele (a Betlemme), della Tomba di Giuseppe (a Nablus) e di tutte le antiche sinagoghe a Gaza e a Gerico, letteralmente rase al suolo.
Il motivo per cui l’Unesco ha abdicato alle sue responsabilità è evidente. Lungi dall’adempiere alla sua missione di proteggere il patrimonio dell’umanità, dal 1974 l’Unesco si è fatta partecipe di uno dei più grandi crimini culturali della storia: il tentativo arabo e palestinese di cancellare dagli annali la storia degli ebrei in Terra d’Israele. I misfatti dell’Unesco in questo campo sono innumerevoli. Nel 2009 ha decretato Gerusalemme “capitale della cultura araba”. Nel 2010 ha designato la Tomba di Rachele e la Grotta dei Patriarchi (a Hebron) come “moschee musulmane”.
Ma questa campagna contro la storia ebraica non si limita ad Israele. Nel 1995 l’Unesco ha approvato una risoluzione per rimarcare il 50esimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Nonostante le richieste di Israele, la risoluzione non contiene il minimo accenno alla Shoà. Nel dicembre 2010 l’Unesco ha pubblicato un rapporto sulla storia della scienza nel mondo arabo. Il rapporto cita il grande medico ebreo e studioso rabbinico rav Moshe Ben Maimon (Maimonide) come un musulmano rinominato “Moussa ben Maimoun”.
Alla luce di queste virulente politiche e attività anti-ebraiche, non stupisce che l’Unesco abbia collaborato con il tentativo dell’Olp/Autorità Palestinese di ottenere un riconoscimento come Stato che è in stato di guerra contro Israele.
Più di quello dell’Unesco, sorprende piuttosto il comportamento di tutti gli stati-membri europei, ad eccezione di cinque. Infatti, a parte la Repubblica Cecoslovacca, la Germania, la Lituania, l’Olanda e la Svezia, tutti gli altri paesi dell’Unione Europea hanno votato a favore dell’adesione della “Palestina” o si sono astenuti. Perché sorprende? Perché l’Unione Europea pone fra gli obiettivi cardine della sua politica estera il rafforzamento delle istituzioni dell’Onu e l’accelerazione del processo di pace fra Israele e palestinesi, per permettere la nascita dell’indipendenza palestinese. Sostenendo o non opponendosi all’adesione della "Palestina" (senza un accordo negoziato con Israele) gli europei in realtà minano entrambi questi obiettivi.
L’Unesco è stata indebolita dal voto per due motivi. Innanzitutto perché da tempo la legge americana vieta al governo di finanziare agenzie Onu che accettino la “Palestina” come Stato-membro al di fuori di un accordo negoziato con Israele. Facendolo, l’Unesco ha tagliato il proprio stesso bilancio del 22% garantito dal contributo degli Stati Uniti. In secondo luogo, l’Unesco ha compromesso la propria stessa legittimità e credibilità come organizzazione: accettare la “Palestina” costituisce infatti una violazione del suo stesso statuto, secondo il quale possono essere membri dell’organizzazione soltanto Stati a pieno titolo. Non basta. Il voto rappresenta anche una sconfessione degli obiettivi dell’Unesco fissati nel suo statuto, che comprendono fra l’altro il dovere di incoraggiare la cooperazione nel campo dell’educazione e nella promozione dello stato di diritto. Ma, come ha dimostrato un recente rapporto di IMPACT-SE (Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nei sistemi educativi), i libri di testo adottati nelle scuole dell’Autorità Palestinese sono ancora impregnati di odio anti-ebraico ad ogni livello. Consentendo questa violazione dello statuto dell’Unesco, gli stati europei si sono fatti beffe delle regole dell’Onu e in questo modo hanno indebolito non solo l’Unesco, ma il sistema delle Nazioni Unite nel suo complesso.
Anche la pretesa degli europei di sostenere la causa della pace fra Israele e palestinesi esce svuotata dal loro comportamento all’Unesco. Il processo di pace fra Israele e Olp/Autorità Palestinese si fonda sull’impegno da parte di quest’ultima che lo Stato palestinese nasca solo come conseguenza di un trattato di pace concordato con Israele. Appoggiando all’Unesco la violazione palestinese di questo impegno fondamentale, gli europei non hanno fatto altro che assottigliare le chance di arrivare a un accordo di pace negoziato che sfoci nell’indipendenza palestinese.
Ciò che è emerso dal comportamento della maggior parte dei paesi europei all’Unesco è che, così come l’Unesco è pronta a svilire la sua stessa missione pur di danneggiare Israele, allo stesso modo gli europei sono disposti a compromettere gli asseriti obiettivi della loro politica estera, se farlo serve a recar danno Israele. […]

(Da: Jerusalem Post, 4.11.11)

domenica 6 novembre 2011

Secondo voi, cosa significa “morte a Israele”?

Di Bradley Burston
Questa mattina mia figlia è andata a scuola preoccupata per la verifica di educazione civica. Quando è tornata a casa era preoccupata per i razzi con testate esplosive. A partire da questa settimana anche lei si trova nel raggio della loro gittata: la sua scuola è ora alla portata dei razzi palestinesi, che arrivano sempre più lontano e con cariche esplosive più letali di quelle cui eravamo abituati fino a poco tempo fa. Oggi producono esplosioni capaci di infrangere i vetri delle finestre fino al settimo piano degli edifici circostanti.
Mia figlia è un non-combattente disarmato: un dettaglio che dovrebbe essere di qualche rilevanza. In particolare dovrebbe essere rilevante agli occhi di quei progressisti che credono, giustamente, che gli inalienabili diritti degli esseri umani, soprattutto dei bambini, abbiamo chiara precedenza sui disegni strategici degli stati-nazione e sugli appetiti dei nazionalismi.

Dovrebbe essere rilevante anche quando i progressisti chiudono un occhio sui crimini di guerra commessi contro Israele, o se è per questo sui crimini di guerra commessi dalla Siria contro i siriani. Il presupposto è che i crimini “da Terzo Reich” commessi da Israele sarebbero di tale entità che qualunque violenza contro i civili commessa dai nemici di Israele è trascurabile o giustificabile.
Ammetto che dev’essere più facile vedere le cose in questo modo quando le si guarda da una certa distanza. Per esempio, dalla regione di Akron, nell’Ohio (Usa), dove la scorsa settimana il professore di storia della Kent State University ha rumorosamente abbandonato una conferenza tenuta dal diplomatico israeliano Ishmael Khaldi – per inciso, il primo arabo israeliano della comunità beduina in servizio nel corpo diplomatico – gridando “Morte a Israele!”.
Il prof. Pinto non ha spiegato cosa intenda esattamente per “morte a Israele”. Né l’aveva fatto il procuratore dello Utah Robert Breeze quando, nel 2006, la municipalità di Salt Lake City gli aveva concesso il permesso comunale di allestire nella città un raduno di 14 ore intitolato “Morte a Israele”.
Da queste parti, tuttavia, dove gli appelli “morte a Israele” della Jihad Islamica arrivano impacchettati in acciaio e 40 libbre di esplosivo, il messaggio giunge acuminato come la scheggia di un razzo: un appello al genocidio. “Morte a Israele” significa morte agli israeliani. Significa morte ai membri della mia famiglia: una famiglia che da molto tempo, come tante altre in Israele, si adopera duramente, coerentemente e intensamente per il diritto dei palestinesi, sia musulmani che cristiani, di vivere nella sicurezza e nella sovranità, in un loro proprio paese. Ciò che vogliamo per noi stessi non è meno giusto. È, in effetti, la stessa cosa: la libertà di vivere nella sicurezza e nella sovranità.
Ammetto anche che, per alcuni progressisti, tutto si riduce a una questione di numeri. Mi domando come – e se – il prof. Pinto si sia rapportato alla morte, la scorsa settimana, di Moshe Ami, padre di 4 figli, ucciso da un razzo della Jihad Islamica: messo a morte su una strada di Ashkelon per aver commesso il crimine di “guidare in stato di israelianità”. Molto probabilmente il prof. Pinto è convinto che vi sia sproporzione e ingiustizia nel fatto che un solo israeliano sia morto negli attacchi di razzi della scorsa settimana, mentre i raid aerei delle Forze di Difesa israeliane su Gaza hanno ucciso dieci membri della Jihad Islamica e del Fronte Democratico di Liberazione della Palestina intenti a lanciare appunto quei razzi sulle città del sud, e ora anche del centro di Israele.
Dovrebbe essere rilevante esattamente come erano rilevanti – agli occhi di coloro che giustamente li condannarono con forza – gli eccessi e gli errori, in fin dei conti auto-distruttivi, delle Forze di Difesa israeliane che talvolta in passato hanno causato vittime civili.
Dovrebbe essere rilevante il fatto che la Jihad Islamica, testa di ponte diretta dell’Iran in Palestina, sa esattamente cosa significa “morte a Israele”. E lo sa l’Iran.
Ma che paese è mai questo che Julio Pino e Robert Breeze ritengono degno di morire? Loro forse credono di conoscere Israele. Probabilmente pensano a una smisurata calamità, un’entità illegittima gonfia di odio per gli arabi, votata al furto della terra, dedita alle stragi di massa. È sicuramente più comodo per la propria coscienza politica vederla in questo modo.
Ma se i progressisti non riescono a vedere gli israeliani come persone, se non riescono a provare la stessa compassione e preoccupazione per i combattenti disarmati su entrambe i lati di un fronte di guerra, allora è tempo che diano una controllata alla loro ideologia perché fa acqua da molte le parti.
Il paese che Pino e Breeze vorrebbero vedere cancellato è di gran lunga più complesso e meritorio di quello che loro vogliono credere. È un paese in cui una chiara maggioranza della popolazione, martoriata da guerre e terrorismo, da dolori e frustrazioni, aspira ancora a dei negoziati che conducano a uno stato palestinese a fianco di Israele, e alla fine dell’occupazione.
L’insegnante di educazione civica di mia figlia, che insegna ai suoi allievi il diritto naturale di tutti i popoli alla libertà e alla sicurezza, dà crediti extra agli studenti che partecipano a manifestazioni e proteste. Potete star sicuri che ciascuno di quegli allievi, di sinistra di destra o di centro, sa esattamente cosa si intende per “morte a Israele”. E nessuno di loro, di sinistra di destra o di centro, lo approverà mai. Né lo deve fare.



(Da: Ha’aretz, 4.11.11)

Gilad Shalit Returns.mov - idf soldiers sing and dance

Gilad Shalit a casa

sabato 5 novembre 2011

Tanti auguri Gilad

Caro Gilad, 
nessuno conosceva le tue condizioni di salute in quei quasi 2000 giorni nei quali sei rimasto rinchiuso in qualche cunicolo.
Quando ti abbiamo finalmente rivisto mentre scendevi a fatica i primi gradini, e poi ancora quando sei stato costretto a rispondere ai media prima di poter finalmente riabbracciare i tuoi cari, non è sfuggita a nessuno la tua condizione precaria.
I terroristi liberati sprizzavano salute da tutti i pori, apparivano ben pasciuti, curati e pieni di voglia di ricominciare.
Tu, Gilad, eri debole e magro; tu Gilad avevi bisogno di essere sorretto.
Ora sei anche finito in sala operatoria dove i medici hanno liberato il tuo corpo dalle tante schegge che sono rimaste per chissà quanto tempo nella tua carne, conficcate un po' dappertutto.
Il mondo non lo deve sapere; i media preferiscono raccogliere le parole dei terroristi assetati di sangue ebraico e nascondere le tue sofferenze interminabili.
Noi ti facciamo tanti auguri, caro Gilad, per una guarigione rapida e completa.
Anche tu hai il diritto di goderti gli anni della gioventù.

Emanuel Segre Amar

Il peso esatto dell'immoralità

di Marco Paganoni


Rispondendo (sul Corriere della Sera del 20.10.11) a uno sprovveduto lettore (che spera addirittura che lo scambio Shalit/terroristi possa “disincentivare ulteriori rapimenti e incarcerazioni”, quando tutti capiscono che semmai è vero il contrario), Sergio Romano sottoscrive pienamente l’equiparazione fra il soldato israeliano usato come ostaggio e i detenuti palestinesi processati e condannati per reati penali – tutti etichettati nella categoria “prigionieri per motivi politici” – sino al punto di citare una vignetta di dubbio gusto del New York Times in cui un detenuto liberato dice a un altro: «Ho fatto i conti e sono arrivato alla conclusione che valgo quanto 70 grammi del soldato israeliano».
Ma cosa significa “prigionieri per motivi politici”? In Italia nessuno dubita che sarebbero “terroristi”, e non “prigionieri politici”, coloro che fecero saltare per aria inermi cittadini comuni in una banca di piazza Fontana, durante un comizio sindacale in piazza della Loggia, in una sala d’aspetto della stazione di Bologna. E nessuno, in Italia, si sarebbe sognato di definire “prigionieri per motivi politici” Fabrizio Quattrocchi, Giuliana Sgrena o Simona Pari e Simona Torretta quando vennero presi in ostaggio in Iraq. E nessuno avrebbe definito “prigionieri per motivi politici” nemmeno i due piloti Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone quando caddero nelle mani degli iracheni nel 1991. Tutto chiaro.

Ma se si tratta di Israele, no. Se si tratta di Israele, il soldato catturato in territorio israeliano con un agguato a freddo, e usato per cinque anni e mezzo come arma di ricatto in violazione di tutte le norme internazionali sui prigionieri di guerra, non è un “ostaggio” bensì un “prigioniero per motivi politici”. Se si tratta di Israele, i responsabili della strage di cittadini nella pizzeria Sbarro di Gerusalemme, del massacro di ragazzini alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv, della carneficina di famiglie durante la cena pasquale al Park Hotel di Netanya non sono “terroristi” condannati e detenuti per reati penali, bensì “prigionieri per motivi politici”.
Solo se si tratta di Israele ci troviamo di fronte a questa totale cecità morale, e solo da una totale cecità morale può nascere la vignetta che Sergio Romano cita compiaciuto e divertito. La mia maestra delle elementari mi ripeteva che non si possono sottrarre mele a patate. Devo pensare che il New York Times e Sergio Romano hanno avuto una maestra molto diversa: altrimenti dovrei supporre che fingono di non capire la differenza che passa fra un innocente e un assassino. O mille assassini.
Dia retta, il lettore del Corriere: la terrorista che, coi suoi complici, attirò il 16enne israeliano Ofir Rahum in una trappola mortale con le sue proposte sessuali via internet, anch’essa scarcerata martedì scorso da Israele, non vale nemmeno “70 grammi del soldato israeliano”.




Nella foto in alto: Aziz Salha nella celebre foto che lo ritrae mentre esibisce le mani col sangue dei due riservisti israeliani linciati dalla folla palestinese in una stazione della polizia di Ramallah nell’ottobre 2000. Anche Aziz Salha è fra i detenuti scarcerati martedì scorso da Israele in cambio della liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit. Sotto: bambini palestinesi indotti a reinterpretare il linciaggio di Ramallah


www.israele.net

Scherma: l'avversaria è israeliana, la tunisina non si batte

Anche se in ritardo, pubblico questa notizia che probabilmente vi sarà sfuggita e che testimonia, se ce ne fosse bisogno ancora, che gli arabi in nome di un odio atavico e viscerale fanno di tutto contro Israele, e che la tanto decantata "primavera" araba è foriera solo di un avanzamento dell'integralismo islamico.

Sconcerto ai Mondiali di scherma a Catania. Nel corso della fase a gironi della spada femminile sono salite in pedana la tunisina Sarra Besbes e l'israeliana Noam Mills. La federazione tunisina ha chiesto alla propria atleta di non affrontare l'avversaria israeliana, ma se lei non si fosse presentata sarebbe stata squalificata, quindi è salita in pedana ed è rimasta  ferma subendo le cinque stoccate che hanno decretato la sua sconfitta per 5-0. Questa sconfitta l'ha costretta poi ad affrontare nei gironi un'atleta più forte, la cinese Li Na, avendo un ranking più basso, perdendo e uscendo dalla gara. Un comportamento anomalo quello della Besbes che non è sfuggito ai giudici che comunque non hanno potuto prendere provvedimenti, trattandosi di fatto di una sconfitta. 
La Besbes è rimasta molto male per quanto avvenuto, fanno sapere le persone a lei vicine, anche perché questa sconfitta ha condizionato il suo mondiale e al termine della sfida ha pianto, come anche la sua avversaria. La Besbes non voleva poi che la cosa finisse sui media. Tra l'altro la tunisina 22enne, che fa parte di una famiglia di schermidori, non è musulmana e si allena a Parigi con l'azzurra  Nathalie Moellhausen. Sempre a Parigi lo scorso anno le due atlete. Besbes e Mills, si sono affrontate al Mondiale, ma trattandosi di uno scontro ad eliminazione diretta la richiesta della federazione tunisina non ebbe effetto, nonostante un acceso battibecco tra l'atleta e i rappresentanti della federscherma tunisina.
Non è ad ogni modo il primo episodio di questo genere ai Mondiali di Catania. Domenica il fiorettista iraniano Sayyad Ghambari Hamad si è ritrovato nel girone di qualificazione l'israeliano Tomer Or e si è ritirato senza tirare con nessuno degli avversari.
Il Panathlon International accoglie con sgomento e profonda indignazione la notizia del comportamento della Federazione Tunisina di scherma per la violenza perpetrata nei confronti della propria atleta Sarra Besbes imponendole di non battersi contro l’avversaria di turno, l’israeliana Noam Mills ai Campionati del Mondo di scherma in corso a Catania.
Per una associazione come il Panathlon, che si batte per i valori dello sport l’episodio, non unico, né inusuale per le federazioni arabe di tanti sport, l’episodio è una grave offesa all’etica dello sport, allo spirito olimpico e al buon senso. Invitiamo con forza la Federazione Internazionale di Scherma, il CIO e quanti hanno potere decisionale in materia di squalificare la federazione tunisina, di escluderla dall’Olimpiade di Londra e di assumere tutti i provvedimenti previsti dai regolamenti internazionali.
Se così non fosse o non esistessero regolamenti a cui riferire una tale decisione, Il Panathlon International invita il CIO ad assumere la responsabilità di far cessare l’ipocrisia e la negazione di ogni più elementare regola di convivenza civile e sportiva.

Prodi smascherato da Wikileaks

di Piera Prister

Eccolo là Romano Prodi, bello che smascherato da WikiLeaks.
Come anche eccoli là i governi europei, tutti pronti a giustificarsi e a distanziarsi da Romano Prodi, com' è uscita la notizia delle telefonate che lo stesso scambiava con Hamas. Quello che i documenti di WikiLeaks rivelano di Prodi e delle sue discutibili propensioni, non e’ una sorpresa: non è una sorpresa per gli Italiani, e non lo dovrebbe essere tantomeno, nemmeno per gli Europei. E’ la riprova piuttosto che l’Europa diventa sempre più Eurabia.
Ora i governi europei si dicono “scioccati” dalle telefonate tra Prodi e Hamas che è , con Hezbollah, il lungo braccio armato dell’Iran. Ipocriti! Quando Prodi è stato eletto presidente della Commissone Europea, i suoi “grandi” elettori non potevano non saperlo. Eppure lo hanno eletto. Non sapevano forse, neanche del viaggio di Prodi a Teheran per caldeggiare l’entrata dell’Iran -che sempre minaccia Israele di distruzione- nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, progetto fortunatamente fallito!? Come anche non conoscevano il suo background politico in Italia?
Romano Prodi aveva avuto una strepitosa ascesa politica in Italia, subito dopo l’assassinio di Moro: da presidente dell’IRI, a ministro dell’Industria nel governo Andreotti, fino a Primo Ministro. Un cursus honorum impensabile, malgrado il suo ambiguo coinvolgimento nell’assassinio Moro da parte delle Brigate Rosse e malgrado fosse ovviamente non credibile, amante com’era delle sedute spiritiche e del gioco dei piattini miracolosamente mobili che, dotati di “motu proprio”, gli avrebbero suggerito il nome di Gradoli, come luogo di detenzione di Moro. Quando invece doveva essere subito indiziato ed inquisito da un tribunale sulla sua reticenza su Gradoli, che non era un borgo medievale di Viterbo, ma la via Gradoli di Roma dove le Brigate Rosse tenevano prigioniero il primo ministro Moro. Come Prodi facesse a sapere di Gradoli, poi, non era un mistero, era solo il segreto di Pulcinella. Forse qualche brigatista rosso, qualche compagno assassino doveva averglielo soffiato nell’orecchio quel nome, uno dei tanti, di cui pullulava Bologna in quegli anni, magari a tavola tra una piadina e un bicchiere di Lambrusco, o di fronte alla libreria Feltrinelli, all’ombra delle due torri, Asinelli e Garisenda. Altro che sedute spiritiche!
Della duplice intesa -nella storia d’Europa e d’Italia , “intesa” e’ un termine ricorrente- tra i governi cattocomunisti e le canaglie palestinesi assassine, gia’ si sapeva negli anni settanta ed ottanta, ai tempi della Prima Repubblica, insanguinata dalle tante stragi coperte dal segreto di stato, e la stessa intesa e’ poi continuata con il governo Prodi-D’Alema anche nella Seconda Repubblica. E’ ormai documentato, nessuno puo’ negarlo. Eppoi non era lo “statista” D’Alema, ministro degli Esteri del governo Prodi, teorico dell’equidistanza, ritratto invece con al collo la kefiah accanto al monsignore bombarolo filopalestinese di nome Hilarion Capucci; o in allegra brigata a Beirut, sottobraccio a quel necrofilo barattiere e antisemita di Nasrallah!?
Ma non è finita, rieccolo Romano Prodi, da settimane di nuovo sulla scena politica, a sponsorizzare l’autoproclamazione unilaterale di uno stato palestinese, antisemita e terrorista, di cui Hamas sarà parte integrante e che L’ONU si accinge a votare a maggioranza, prossimamente il 20 settembre al Palazzo di Vetro a New York.

venerdì 4 novembre 2011

Abu Mazen: “Non riconoscerò mai uno stato ebraico”

Quelli che seguono sono brani tratti da un’intervista al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) andata in onda sulla tv egiziana Dream2 lo scorso 23 ottobre.


ABU MAZEN: «Innanzitutto permettetemi di chiarire qualcosa circa questa faccenda dello “stato ebraico”. Hanno cominciato a parlarmi di “stato ebraico” solo due anni fa, discutendone con me in ogni occasione, in ogni consesso dove andavo – ebraico o non ebraico – chiedendo: “cosa ne pensa dello stato ebraico?” L’ho già detto e voglio ripeterlo ancora: io non riconoscerò mai l’ebraicità dello stato, o uno “stato ebraico”.» […]
Intervistatrice: «Non pensa che sia stata la resistenza [armata] a riuscire a liberare mille prigionieri? I negoziati devono sempre essere accompagnati da una certa quantità di forza. Non vi possono essere negoziati senza resistenza [armata]. E' dimostrato dall’esperienza dei popoli, in Irlanda e in altri paesi.»
ABU MAZEN: «È vero, ma le nostre circostanze sono differenti. Noi non siamo in grado di condurre una resistenza militare. Hamas ha sequestrato, o meglio, ha catturato un soldato ed è riuscita a tenerlo per cinque anni, e questa è una buona cosa. Noi non lo neghiamo. Al contrario, è una buona cosa che su una piccola striscia di terra, 40 chilometri per sette, siano riusciti a tenerlo e nasconderlo.» […]

(Da: Memri.org, 31.10.11)

Condoleezza Rice: La linea di Obama sugli insediamenti ha compromesso il negoziato

In un libro di memorie in uscita la prossima settimana, l’ex segretario di stato americano Condoleeza Rice racconta di una conversazione faccia a faccia che ebbe a Gerusalemme nel 2008 con l’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert, il quale le illustrò un’offerta di pace per i palestinesi che, dice la Rice, la fece trasecolare.
Gerusalemme – era la proposta di Olmert – sarebbe stata divisa in due capitali, sebbene gestite congiuntamente. Il sindaco sarebbe stato scelto in base alla proporzione relativa di ebrei e arabi nella città. La Città Vecchia compresa nelle mura ottomane (che racchiude la maggior parte dei Luoghi Santi ebraici, cristiani e musulmani) sarebbe stata amministrata da un gruppo di “saggi” di Giordania, Arabia Saudita, governo palestinese, Stati Uniti e Israele. “Sto davvero sentendo queste cose? Mi domandai – scrive la Rice – Il primo ministro israeliano sta dicendo che dividerà Gerusalemme e incaricherà un organismo internazionale dell’amministrazione dei Luoghi Santi?”. Per di più Olmert disse che Israele era disposto ad accogliere al proprio interno “diversi [profughi] palestinesi, può darsi cinquemila”.
“Signor primo ministro, ciò che mi sta dicendo è straordinario” rispose la Rice, sorpresa che un primo ministro d’Israele fosse pronto ad avanzare una tale offerta, giacché – aggiunge lei stessa – “Yitzhak Rabin venne ucciso per aver offerto molto meno”.
Condoleeza Rice andò dunque dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a illustrargli la proposta di accordo, e racconta d’essere rimasta scioccata quando Abu Mazen la rifiutò. E continuò a rifiutarla, nonostante diversi sforzi disperati da parte dell’amministrazione americana per convincerlo ad accettare.
Pochi mesi fa, la tv Al Jazeera ha riferito che Olmert mostrò direttamente ad Abu Mazen una mappa in base alla quale Israele avrebbe ceduto più del 96% della Cisgiordania (oltre alla striscia di Gaza da cui Israele si era già completamente ritirato), compensando i palestinesi per la percentuale rimanente con una pari quantità di territorio all’interno della Linea Verde (ex linea armistiziale del periodo ’49-’67). Israele, diceva Al Jazeera, aveva anche accettato il “ritorno” di alcuni “profughi” (o loro discendenti). Ma Abu Mazen, come suo solito, aveva rifiutato. Cosa che i palestinesi hanno sempre fatto.
Dopo quel servizio di Al Jazeera, gli aficionados dei palestinesi, dentro e fuori Israele, trovarono un milione di scuse per giustificare il fatto che il leader “pacifista” e “moderato” dei palestinesi avesse rifiutato una tale offerta. Naturalmente adesso, in risposta alle rivelazioni di Condoleeza Rice, con tutta probabilità troveranno ancora una volta il modo di dare la colpa a Israele. […]
(Da: Ha’aretz, 27.10.11)