Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

domenica 13 novembre 2011

L’Unesco svilisce la propria missione e allontana le chance di pace

Bisogna dargliene atto, ai palestinesi. Hanno deciso di abbandonare il processo di pace e di perseguire, invece, un riconoscimento internazionale dello “Stato di Palestina” – uno Stato che è de facto in stato di guerra con Israele – e stanno perseguendo caparbiamente questo loro obiettivo.
La scorsa settimana i loro sforzi hanno portato i primi frutti quando l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura (l’Unesco) ha votato l’accettazione della “Palestina” come Stato-membro a pieno titolo.
Non è un caso che l’Olp/Autorità Palestinese abbia deciso di iniziare inoltrando proprio all’Unesco la domanda di adesione della “Palestina”. Sin dal 1974 l’Unesco collabora con entusiasmo al tentativo palestinese di cancellare dagli annali la storia, il patrimonio e la cultura degli ebrei in Terra d’Israele. Nel 1974 fu l’Unesco a varare il boicottaggio contro Israele, con la decisione di “sospendere ogni collaborazione con Israele nei campi dell’educazione, della scienza e della cultura a causa della persistenza alterazione da parte di Israele delle caratteristiche storiche di Gerusalemme”. Da allora le mosse dell’Unesco volte a negare qualunque nesso fra ebrei, Gerusalemme e il resto della terra storica d’Israele sono andate avanti senza sosta. Ad esempio, nel 1989 l’Unesco condannò “l’occupazione israeliana di Gerusalemme” sostenendo che stesse distruggendo la città attraverso “atti di interferenza, distruzione e trasformazione”. Nel 1996 l’Unesco tenne un convegno su Gerusalemme nella sua sede di Parigi al quale non venne invitato nessun gruppo ebraico o israeliano.
A cominciare dal 1996, sul Monte del Tempio di Gerusalemme il Wakf (l’ente che amministra il patrimonio islamico) ha avviato un’opera di distruzione sistematica di reperti del Secondo Tempio ebraico, nel corso di lavori di scavo illegali sul Monte del Tempio effettuati per costruire una grande moschea abusiva nell’area delle cosiddette Scuderie di Salomone. L’Unesco non si è mai presa il disturbo di condannare questo scempio: se n’è stata zitta, nonostante il fatto che gli interventi del Wakf costituissero una grave violazione delle leggi internazionali relative ai siti archeologici e ai luoghi sacri che l’Unesco, per statuto, è tenuta a proteggere. Allo stesso modo, l’Unesco non ha mai condannato la profanazione da parte palestinese della Tomba di Rachele (a Betlemme), della Tomba di Giuseppe (a Nablus) e di tutte le antiche sinagoghe a Gaza e a Gerico, letteralmente rase al suolo.
Il motivo per cui l’Unesco ha abdicato alle sue responsabilità è evidente. Lungi dall’adempiere alla sua missione di proteggere il patrimonio dell’umanità, dal 1974 l’Unesco si è fatta partecipe di uno dei più grandi crimini culturali della storia: il tentativo arabo e palestinese di cancellare dagli annali la storia degli ebrei in Terra d’Israele. I misfatti dell’Unesco in questo campo sono innumerevoli. Nel 2009 ha decretato Gerusalemme “capitale della cultura araba”. Nel 2010 ha designato la Tomba di Rachele e la Grotta dei Patriarchi (a Hebron) come “moschee musulmane”.
Ma questa campagna contro la storia ebraica non si limita ad Israele. Nel 1995 l’Unesco ha approvato una risoluzione per rimarcare il 50esimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Nonostante le richieste di Israele, la risoluzione non contiene il minimo accenno alla Shoà. Nel dicembre 2010 l’Unesco ha pubblicato un rapporto sulla storia della scienza nel mondo arabo. Il rapporto cita il grande medico ebreo e studioso rabbinico rav Moshe Ben Maimon (Maimonide) come un musulmano rinominato “Moussa ben Maimoun”.
Alla luce di queste virulente politiche e attività anti-ebraiche, non stupisce che l’Unesco abbia collaborato con il tentativo dell’Olp/Autorità Palestinese di ottenere un riconoscimento come Stato che è in stato di guerra contro Israele.
Più di quello dell’Unesco, sorprende piuttosto il comportamento di tutti gli stati-membri europei, ad eccezione di cinque. Infatti, a parte la Repubblica Cecoslovacca, la Germania, la Lituania, l’Olanda e la Svezia, tutti gli altri paesi dell’Unione Europea hanno votato a favore dell’adesione della “Palestina” o si sono astenuti. Perché sorprende? Perché l’Unione Europea pone fra gli obiettivi cardine della sua politica estera il rafforzamento delle istituzioni dell’Onu e l’accelerazione del processo di pace fra Israele e palestinesi, per permettere la nascita dell’indipendenza palestinese. Sostenendo o non opponendosi all’adesione della "Palestina" (senza un accordo negoziato con Israele) gli europei in realtà minano entrambi questi obiettivi.
L’Unesco è stata indebolita dal voto per due motivi. Innanzitutto perché da tempo la legge americana vieta al governo di finanziare agenzie Onu che accettino la “Palestina” come Stato-membro al di fuori di un accordo negoziato con Israele. Facendolo, l’Unesco ha tagliato il proprio stesso bilancio del 22% garantito dal contributo degli Stati Uniti. In secondo luogo, l’Unesco ha compromesso la propria stessa legittimità e credibilità come organizzazione: accettare la “Palestina” costituisce infatti una violazione del suo stesso statuto, secondo il quale possono essere membri dell’organizzazione soltanto Stati a pieno titolo. Non basta. Il voto rappresenta anche una sconfessione degli obiettivi dell’Unesco fissati nel suo statuto, che comprendono fra l’altro il dovere di incoraggiare la cooperazione nel campo dell’educazione e nella promozione dello stato di diritto. Ma, come ha dimostrato un recente rapporto di IMPACT-SE (Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nei sistemi educativi), i libri di testo adottati nelle scuole dell’Autorità Palestinese sono ancora impregnati di odio anti-ebraico ad ogni livello. Consentendo questa violazione dello statuto dell’Unesco, gli stati europei si sono fatti beffe delle regole dell’Onu e in questo modo hanno indebolito non solo l’Unesco, ma il sistema delle Nazioni Unite nel suo complesso.
Anche la pretesa degli europei di sostenere la causa della pace fra Israele e palestinesi esce svuotata dal loro comportamento all’Unesco. Il processo di pace fra Israele e Olp/Autorità Palestinese si fonda sull’impegno da parte di quest’ultima che lo Stato palestinese nasca solo come conseguenza di un trattato di pace concordato con Israele. Appoggiando all’Unesco la violazione palestinese di questo impegno fondamentale, gli europei non hanno fatto altro che assottigliare le chance di arrivare a un accordo di pace negoziato che sfoci nell’indipendenza palestinese.
Ciò che è emerso dal comportamento della maggior parte dei paesi europei all’Unesco è che, così come l’Unesco è pronta a svilire la sua stessa missione pur di danneggiare Israele, allo stesso modo gli europei sono disposti a compromettere gli asseriti obiettivi della loro politica estera, se farlo serve a recar danno Israele. […]

(Da: Jerusalem Post, 4.11.11)

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