Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

domenica 29 gennaio 2012

Neppure una via per l’ uomo che perse 10 figli a Auschwitz

Settimio Calò fu l’ unico a salvarsi. Ora Roma lo ricordi



di Gian Antonio Stella


C’ è un buco, nello stradario di Roma. Tra piazza Elio Callistio e via Calopezzati, seguendo l’ ordine alfabetico, manca uno slargo, una piazzetta, un vicolo che porti il nome di Settimio Calò. Vi chiederete: Calò! Chi era costui? Era un piccolo uomo qualunque che non desiderava altro che vivere una vita qualunque. Aveva una moglie e dieci figli. Passarono tutti per il camino di Auschwitz. Tutti. A lui andò peggio, diceva. Molto peggio: era sopravvissuto.

La mattina del 16 ottobre 1943, il «sabato nero» degli ebrei italiani, Settimio aveva 45 anni, una piccola attività, una casa al numero 49 del Portico d’ Ottavia, nel cuore del ghetto ebraico di Roma, tra l’ Altare della Patria e l’ Isola Tiberina. Fumatore accanito messo in crisi dalla guerra e dalle difficoltà dei rifornimenti, aveva avuto una dritta: una certa tabaccheria a Monte Savello, quella mattina, sarebbe stata rifornita di un po’ di stecche. Deciso a conquistare qualche pacchetto di «bionde», uscì di casa all’ alba per mettersi in coda. Nei letti, addormentati, lasciò la moglie Clelia Frascati, che aveva sposato giovanissimo, e dieci figli. La più grande, ricorda Il libro della memoria – Gli ebrei deportati dall’ Italia di Liliana Picciotto – , si chiamava Bellina e aveva 22 anni. La seconda, Ester, ne aveva 20. La terza, Rosa, 18. E giù giù c’ erano Ines di 16 anni, David di 13, Elena di 11, Angelo di 8 e infine i più piccolini: Nella aveva sei anni, Raimondo quattro, Samuele solo 6 mesi da compiere. Quella notte aveva dormito lì anche un nipotino, Settimio Caviglia, di dodici anni, figlio di una sorella.

Avrebbe scritto Silvio Bertoldi nel libro I tedeschi in Italia che Settimio «stava ancora in fila a Monte Savello quando i tedeschi salirono le scale del numero 49 di Portico d’ Ottavia, entrarono, portarono via tutta quella gente, sua moglie, i suoi figli, il nipote. Quando Calò fece ritorno, non c’ erano che le stanze vuote». «Me parevo ‘ mpazzito, me parevo» avrebbe raccontato anni dopo l’ uomo allo storico veronese, in un’ osteria del ghetto dove cercava di annegare nel vino certi ricordi che gli davano ancora fitte insopportabili, «Non c’ era più nessuno, mi dissero che l’ avevano portati via. Mi misi a correre, non sapevo dove andavo. «Mi ritrovai alla Lungara, stavano tutti là quelli che avevano preso. Mi buttai avanti per andare a consegnarmi pure io. Mi ferma una sentinella italiana, mi prende per un braccio e dice: “Vattene, a matto! Che non lo sai che ti pigliano anche te, se ti vedono?”. Io non capisco niente, me butto a spigne, quello me ributta. Mi siedo un poco più in là e piango».

Fulvia Ripa di Meana, quel giorno, vide dei camion tedeschi carichi di bambini fermi in via Fontanella Borghese. Tre anni dopo ne avrebbe scritto in Roma clandestina con parole da fermare il respiro: «Ho letto nei loro occhi dilatati dal terrore, nei loro visetti pallidi di pena, nelle loro manine che si aggrappavano spasmodiche alla fiancata del camion, la paura folle che li invadeva, il terrore di quello che avevano visto e udito, l’ ansia atroce dei loro cuoricini per quello che ancora li attendeva. Non piangevano neanche più quei bambini, lo spavento li aveva resi muti e aveva bruciato nei loro occhi le lacrime infantili. Solo in fondo al camion, buttati su un’ asse di legno, alcuni neonati, affamati e intirizziti gemevano pietosamente».

La mattina del 19 ottobre, accorsa alla stazione Tiburtina, a rischio della vita, Liliana Calò (in realtà sembra si chiamasse Letizia), la sorella di Settimio, riuscì a vedere il figlioletto ammucchiato in una calca da spavento su un treno in partenza per la Polonia. Rileggiamo il racconto dello zio: «Il bambino si affacciò al finestrino del treno, scorse sua madre e gridò freddo: “A signo’ , e vada a casa, no? Vada a casa, che ci ha l’ altri bambini da cresce”. Era la sua mamma, capisce, e lui je disse così, e lei se lo ricorda sempre adesso, da quel finestrino del treno, co’ quelle parole, co’ quelle parole… E io, nemmeno quelle, io».

2 commenti:

  1. Una storia veramente triste.
    Penso che ,come nella storia riportata da Stella,ci sia attenzione nei confronti dei reduci e delle vittime della || WW .
    Si rischia nel caso di specie di una indifferenza all'incontrario .I deportati tornano ad essere un numero...tot milioni sono andati a questo campo di concentramento, tot sono andati a quello,tot sono morti nelle camere a gas..perdendo la dimensione dell'uomo,della storia individuale,della testimonianza dell'atrocitá del male.

    bisogna parlarne,bisogna ricordare!!!!

    Non so se tu hai mai sentito Liliana Segre,anche lei deportata e arrestata nelle mie zone ...una storia come altre qualcuno dice.ma è una storia,una vita una testimonianza.non dare voce anche solo ad un reduce,ad un deportato significa ignorare la storia in maniera particolarmente elegante: non ignoro la tua storia ma la reputo come una delle tante già raccontate,quindi diventa solo un'altra storia che si aggiunge alle altre.
    Ma così non va a finire che il numero di riconoscimento dei deportato sia sostituito a quello dell'elenco in cui i nomi degli stessi,alla rinfusa,sono riportati ?

    Come nipote di un reduce deportato,ogni tanto mi sembra che sia così ,credo e spero in modo inconsapevole,il che però non mi pare una giustificazione accettabile

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  2. Si, una storia veramente triste...
    A volte i numeri rischiano di svilire il dramma delle persone, non bisogna mai dimenticare che dietro a quei numeri spaventosi ci sono milioni di storie di esseri umani che altri individui (mi ripugna definirli esseri umani) hanno deciso di sterminare.
    Bisogna sempre parllarne e bisogna sempre ricordare.

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