Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

lunedì 30 aprile 2012

Israele non è 'legittimato' dalla Shoà

Di Einat Wilf
Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”.
Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo.
La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità.
La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione.
Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto.
Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri.
Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale.
Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi.
“Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più.

(Da: Israël-Infos, 20.4.2012)

Giornata della Nakba, giornata dell’insolenza

Di Dan Margalit
Anche quest’anno il bel tempo e i bei parchi nazionali hanno fatto da cornice al tradizionale barbecue delle famiglie israeliane in occasione di Yom Ha'atzmaut, la 64esima festa dell’indipendenza. Come sempre, la maggioranza ebraica d’Israele ha mostrato tolleranza e comprensione verso la riluttanza della minoranza araba a prendere parte ai festeggiamenti generalizzati e spontanei che caratterizzano questa giornata. Se e quando, un bel giorno, arriveremo a una vera pace, forse i due popoli saranno capaci di ritrovarsi in questa giornata per celebrare l’indipendenza da ogni dominio straniero: la cacciata dei turchi, cui fece seguito il dominio britannico. Ma i popoli ebraico e palestinese sono ancora molto lontani da quel fausto giorno.
Ecco perché l’Israele ebraico capisce le riserve di certi arabi israeliani rispetto ai simboli dell’indipendenza dello Stato d’Israele. Da questo settore della popolazione ci si aspetta che rispetti le celebrazioni di Yom Ha'atzmaut, non che vi partecipi. Esattamente come ha fatto il giudice della Corte Suprema Salim Joubran che si è rispettosamente alzato in piedi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, ma non ne ha cantato personalmente le parole. Un comportamento che è stato guardato con comprensione (lo ha fatto esplicitamente lo stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu).

Ma la leadership araba in Israele non si accontenta di astenersi. Vuole attivamente protestare contro la ritrovata libertà che il popolo ebraica celebra a Yom Ha'atzmaut. È così che la giornata dell’Indipendenza d’Israele viene trasformata in una sequela di manifestazioni da giornata della Nakba (“catastrofe”), come per affermare che la nascita d’Israele costituisca in se stessa una “catastrofe”.
Sì, è vero, c’è stata una “catastrofe”: fu quando gli arabi d’Israele respinsero con aggressività ed anche con la violenza il piano approvato dall’Onu il 29 novembre 1947 per la spartizione del paese in due stati (uno ebraico e uno arabo). Il giorno dopo venivano già assassinati cinque ebrei. La guerra che ne seguì, iniziata come un’eruzione di scontri e battaglie non ufficiali fra eserciti di fortuna, crebbe fino a diventare un furibondo attacco mortale contro la popolazione ebraica del paese. Fortunatamente la popolazione ebraica, allora in minoranza, fu abbastanza forte da respingere quell’attacco.
Gli arabi israeliani che non desiderano festeggiare Yom Ha'atzmaut con il tradizionale barbecue, farebbero bene ad approfittare di questa giornata per porsi qualche domanda: cosa accadde di preciso 64 anni fa? Come fu possibile che gli ebrei porgessero ancora una volta la mano in pace e furono rifiutati? Persino sul fronte Tel Aviv-Giaffa, dove in effetti un cessate il fuoco era stato raggiunto, i capi nazionalisti arabi forzarono gli arabi del posto a violare la tregua e aprire il fuoco sulla più importante città ebraica. Ma quando l’assaltò fallì, tornarono a lamentarsi del loro triste destino. La verità è che si procurarono da soli quella “Nakba”, e l’incapacità della piazza araba di capirlo potrebbe benissimo costituire il vero grande ostacolo sulla via della pace. Su questo argomento consiglieri loro di leggere perlomeno il libro del professor Benny Morris.
È un dato di fatto che il proposito era quello di ammazzare tutti gli ebrei, ma è anche vero che migliaia di arabi della Terra d’Israele ebbero a soffrirne grandemente. Per la maggior parte preferirono diventare profughi e poi, anziché infuriarsi coi loro fratelli che si rifiutavano di integrarli in Siria e in Libano e nella striscia di Gaza (in Giordania fu diverso), se la presero a morte con gli ebrei che avevano osato difendersi.
Possiamo e dobbiamo mostrare comprensione per i loro amari ricordi. Ma se devono essere celebrati in un determinato giorno, è ingiusto farlo il 5 di Iyar, la data del calendario ebraico in cui noi celebriamo la nostra ritrovata libertà e indipendenza. Commemorare la giornata della "catastrofe" proprio nel giorno in cui Israele celebra la propria indipendenza indica solo un’insolente volontà di alimentare lo scontro.



(Da: Israel HaYom, 27.4.12)

Humor israeliano... per divertirsi un po!

Cosa significa per voi “made in Israel”?

Cosa significa per te MADE IN ISRAEL?


TECNOLOGIA INNOVATIVA
Israeliani hanno sviluppato il “disco su chiavetta”, la tecnologia dietro a Windows NT e XP e la ricarica wireless.
Israele ha sviluppato i processori SandyBridge, 8088 e Centrino della Intel.
E il chip di memoria del MacBook Airflash? Pure quello israeliano.
Vi ricordate di questo [vecchio telefono]? Grazie a ingegneri israeliani, ora abbiamo quest’altro.
È israeliana la tecnologia che sta dentro al Kindle, e così pure le tecnologie dentro alla Xbox e alla Playstation 3. 
L'ideatore israeliano Benny Landa ha rivoluzionato il processo di stampa, e grazie a tecnologia israeliana possiamo NON toglierci le scarpe ai controlli di sicurezza dell’aeroporto. 



TENERSI IN CONTATTO
La messaggistica on-line è stata inventata in Israele (ICQ). Degli israeliani hanno le risposte che stai cercando (answer.com) e le traducono pure in qualunque lingua (Babylon).
Israele può aiutarti a capire dove stai andando e tiene il tuo computer al sicuro (zonealarm).



NUTRIRE IL PIANETA
Il 60% di Israele sarà anche così [desertico], ma l’irrigazione “goccia a goccia” israeliana sta facendo fiorire i deserti del mondo.
Agricoltori israeliani hanno rivoluzionato il pomodoro ciliegino.
Israeliani hanno inventato il primo misuratore elettronico al mondo per mungitura e un sistema di acquacoltura che permette di allevare il pesce Nemo su terre aride.



RENDERE VERDE LA TERRA
Israele gestisce i più grandi impianti di desalinizzazione al mondo.
L’israeliano Shai Agassi ha fatto delle auto elettriche una realtà.
La tecnologia solare israeliana fornisce energia alle case in California, genera energia da una finestra e produce carburante dalle alghe.



MIGLIORARE IL TEMPO LIBERO
Israeliani ti aiutano a tagliare l’erba stando comodamente seduto, a difenderti con il Krav Maga, a ragionare strategicamente con Rummikub, ad incenerire all'istante la popò del tuo cane, a guidare in sicurezza.
E la SodaStream israeliana mette le bollicine nella tua acqua frizzante.



INTRATTENERE IL MONDO
È un israeliano che ti ha fatto morire di paura (Paranormal Activity) e un altro israeliano è quello che ha dato vita ai Power Rangers.
Lo show preferito dal presidente Obama (Homeland) è un format israeliano, così come sono stati sviluppati in Israele i format di alcuni fra i maggiori successi televisivi in America (In Treatment, The Ex List, Traffic Light).
Troupe israeliane girano per il mondo, e la musica che stai ascoltando è di Noy Alooshe, uno dei musicisti “indie” più in voga in Israele.



SALVARE VITE UMANE
Israele ha prodotto la micro videocamera che fa diagnosi dall’interno, e un apparecchio a ultrasuoni contro i tumori.
Israeliani hanno scoperto come trattare la sclerosi multipla, combattere l’influenza, aiutare i paraplegici a camminare, trattare in modo non invasivo ADHD, depressione, Alzheimer.
E come tenere al sicuro la notte il tuo bebè, come dare fiato agli asmatici e persino come individuare coloro che sono a rischio di attacco cardiaco nei prossimi sette anni.
Israeliani hanno sviluppato un kit che individua superbatteri nel giro di minuti, e il bendaggio d’emergenza che ha salvato la vita alla congressista americana Gabrielle Giffords.



Allora, cosa significa adesso, per te, MADE IN ISRAEL?
Per vedere il filmato cliccare qui

(Da: israel21c.org, 22.4.12)

venerdì 27 aprile 2012

Le vittime ebree dimenticate

di Giulio Meotti
Prima di andare alle Olimpiadi, ogni atleta israeliano si reca a rendere omaggio alle tombe degli 11 compatrioti uccisi da terroristi palestinesi a Monaco nel 1972. Quell’anno, la vergognosa decisione di non interrompere i Giochi Olimpici segnò un crollo dei valori morali, e diede il via a successivi massacri di ebrei innocenti.
Le celebrazioni olimpiche furono interrotte, ma le gare continuarono ad andare avanti. E’ una vergogna che il Comitato Olimpico Internazionale (IOC), per opportunismo politico, ora abbia scelto di dimenticare il massacro degli israeliani. Proprio ora il Comitato ha rifiutato la richiesta, da parte delle famiglie degli atleti israeliani, di organizzare una commemorazione ufficiale in loro ricordo. Non c’è nulla come i Giochi Olimpici che possa suscitare sentimenti collettivi di pace, lealtà e correttezza e la memoria degli israeliani sarebbe potuta essere onorata l’estate prossima in occasione delle Olimpiadi di Londra 2012. Il Comitato Olimpico invece ha ceduto, di nuovo, al ricatto arabo.
Nel 2000, il Comitato Olimpico palestinese si oppose a una commemorazione a Sidney in ricordo del massacro di Monaco. Le vedove coraggiose di due delle vittime si erano a lungo prodigate al fine di organizzare una commemorazione, o con un momento di silenzio o con una menzione del Presidente del Comitato durante il discorso d’apertura dei Giochi.
“Noi vogliamo che il Comitato Olimpico, davanti a tutti i 10.000 atleti, dica: ‘Non dimentichiamo cosa è successo a Monaco’. Vogliamo questo per una sola ragione, così non succederà mai più” ha detto di recente Ankie Spitzer, il cui marito, Andre, era uno degli israeliani uccisi.
Se si volesse identificare l’inizio del massacro dei civili israeliani, si deve tornare indietro a quella maledetta mattina, al numero 31 di Connolly Strasse nel Villaggio Olimpico di Monaco. Dato che le Olimpiadi dovrebbero essere apolitiche, la visione di atleti ebrei, con una benda sugli occhi e in manette, che trascinano i piedi verso il loro destino su suolo tedesco, ha suscitato una profonda repulsione a livello internazionale.
Infamia e vergogna
Alcuni degli atleti israeliani assassinati dalle squadre della morte di Arafat, erano sopravvissuti alla Shoah, mentre altri erano “sabra” nati in Israele. Ognuna delle loro storie rievoca pianto e preghiera. Ognuno di loro era un membro del grande corpo di Israele.
Come Amitzur Shapira, padre di quattro bellissimi bambini e insegnante a Herzliya. Come Shaul Ladani, che aveva contratto la febbre tifoidea nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Come Yosef Romano, che il giorno prima di essere ucciso, aveva detto: “Questa sarà la mia ultima gara; non ho abbastanza tempo per i miei bambini”
Come David Berger, un ebreo idealista e pacifista di Cleveland, che avrebbe dovuto sposarsi di ritorno dalle Olimpiadi. Come Mark Slavin, che baciò il suolo ebraico al suo arrivo in Israele da Minsk, dove aveva lottato contro i comunisti che avevano tenuto in prigione migliaia di ebrei per il solo motivo di aver voluto, come lui, raggiungere Gerusalemme. Come Ze’ev Friedman, che parlava una splendida mescolanza di Yiddish e Russo, e che era rimasto l’unico maschio sopravvissuto della sua famiglia, ridotta in cenere nelle camere a gas. Come Kehat Schorr, che aveva combattuto contro le truppe naziste sui Monti Carpazi. Come Yacov Springer, che insegnava nella scuola di Bat Yam e che fu uno dei pochi sopravvissuti della rivolta armata nel Ghetto di Varsavia. Come Eliezer Halfin, che perse tutti i suoi parenti nella Shoah. Come Yosef Gutfreund, che passò dei mesi in carcere in Romania per l’accusa di “propaganda sionista”.
L’edificio che ospitava gli atleti israeliani era a meno di 10 miglia dal campo di concentramento di Dachau. Essi furono i primi ebrei uccisi in Germania dopo il 1945, uccisi per il solo fatto di essere ebrei . Da allora il loro assassinio è svanito dalla memoria internazionale. I parenti delle vittime avevano chiesto soltanto “30 secondi” di silenzio. Il Comitato Olimpico gliel’ha rifiutato. La prossima distribuzione di medaglie d’argento e d’oro sarà macchiata d’ignominia e vergogna. Gli 11 israeliani sono morti una seconda volta.

http://www.informazionecorretta.com/

giovedì 26 aprile 2012

Yom Hazmaut

Nella notte fra il 5 e il 6 di Iyar del 5708, allo scadere del mandato britannico, veniva proclamata la nascita dello stato di Israele. La Dichiarazione d’Indipendenza venne letta dal Primo Ministro d’Israele, David Ben Gurion il 14 Maggio 1948:

“In Eretz Israel è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria…..“

venerdì 20 aprile 2012

Yom HaShoah

Qui potete vedere il servizio di Claudio Pagliara dedicato a Yom HaShoah

Parliamo una buona volta di profughi. Quelli ebrei

Da un articolo di Dan Calic
Con poca fanfara, questo mese a Gerusalemme si è tenuto un convegno dedicato a un argomento che è sempre rimasto ai margini del processo di pace e che ha ricevuto solo una minima attenzione da parte dei mass-media. L’argomento è i profughi: non i profughi palestinesi, ma i profughi ebrei.
Da molti anni tutto il mondo sente parlare del “diritto al ritorno” con riferimento agli arabi che divennero profughi durante la guerra difensiva che Israele fu costretto a combattere nel 1948, quando tutti i paesi arabi circostanti lo attaccarono la sera stessa in cui aveva dichiarato la propria indipendenza. Il piano era quello di distruggere Israele “in poche settimane” per poi far tornare gli sfollati arabi ai loro villaggi, un piano che sfumò del tutto perché Israele quella guerra la vinse. Dopo la vittoria, però, nessuno stato arabo fece la pace con Israele e nessuno stato arabo accettò di accogliere i palestinesi sfollati, che furono intenzionalmente trasformati in “profughi permanenti” affinché il mondo percepisse Israele come il “cattivo”.
Oramai da più di sessant’anni la maggior parte di loro (e i loro discendenti, unico caso al mondo di “profughi per nascita”) vive in “campi profughi” da tempo diventati quartieri e villaggi (sotto costante assistenza internazionale). Nel quadro di qualunque eventuale accordo di pace, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) vuole che a questi “profughi” e ai loro discendenti, che oggi ammontano a più di cinque milioni (contro i 5 o 600mila iniziali), venga riconosciuto il “diritto al ritorno”. Naturalmente il loro “ritorno” significherebbe la fine della maggioranza ebraica nell’unico paese al mondo designato come patria nazionale del popolo ebraico. Se non potranno “tornare”, Abu Mazen pretende che vengano indennizzati, anche se indennizzare i complici del progetto di distruggere Israele suona piuttosto assurdo sul piano logico.
Ma ciò che non merita praticamente mai l’attenzione dei mass-media è la questione dei profughi ebrei. Per secoli erano esistite comunità ebraiche in molti paesi arabi. Il loro numero totale si stima che ammontasse a più di 850.000. Il piano di spartizione del Mandato Britannico sulla Palestina approvato nel 1947 dalle Nazioni Unite si tradusse, per loro, in un tremendo sconvolgimento. La creazione del minuscolo stato d’Israele scatenò una durissima reazione da parte dei paesi arabi dove gli ebrei vivevano: persero il lavoro e gli vennero portate via case e terre, i loro beni vennero congelati, molti furono incarcerati, alcuni uccisi
 Praticamente tutti, alla fine, furono costretti a fuggire solo con i vestiti che avevano indosso e quel poco che potevano mettere in una valigia.
Il recente convegno a Gerusalemme, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei profughi ebrei, è stato ospitato dal ministero degli esteri israeliano e ha visto la partecipazione di numerosi membri di organizzazioni che rappresentano gli ebrei originari dei paesi arabi. I lavori sono stati aperti dal vice ministro degli esteri Danny Ayalon, egli stesso discendente da una famiglia di origine algerina, che ha richiamato l’attenzione sull’ingiustizia subita dai profughi ebrei. Ayalon ha poi chiesto alla Lega Araba di assumersi la responsabilità per aver causato il problema dei profughi palestinesi scatenando contro Israele la guerra, che a sua volta provocò il loro sfollamento. Ed ha insistito sul concetto che, se i futuri negoziati dovranno occuparsi di indennizzi, dovranno farlo solo su base reciproca, cioè includendo anche i profughi ebrei.
Il convegno a Gerusalemme rappresenta dunque un tentativo di contrastare la “narrazione revisionista” imposta da parte araba, presentando invece fatti storici ben documentati con lo scopo di portare un minimo di equità e di sollecitare i mass-media a occuparsi di questa componente del “processo i pace” troppo a lungo trascurata. Se ciò basterà a riportare un po’ di equilibrio nelle due opposte “narrazioni” resta tutto da vedere.

(Da: YnetNews, 15.4.12)

Piccole lezioni di grande democrazia. I MASS-MEDIA, SPECCHIO DI UN PAESE

Il colonnello israeliano Eisner, che ha colpito col calcio del suo M-16 d'ordinanza un pacifista danese, ha agito allo stesso modo delle criminali forze speciali di Bashar Assad che in 13 mesi hanno ucciso migliaia di manifestanti? Il paradossale parallelo non compare in uno dei tanti blog che inondano la rete con simili baggianate, ma nell’editoriale di Ziv Lenchner, su YnetNews, il più cliccato sito di informazione on-line israeliano. Non solo. Lunedì, nell’edizione delle 20.00 di “Arutz 2″, l’ammiraglia della tv israeliana, il video che mostra l’ufficiale usare una violenza ingiustificata è stato trasmesso un'infinità di volte. Il ragazzo danese è stato intervistato. I più strenui critici del governo Netanyahu hanno avuto voce e hanno potuto esprimere i loro dubbi sulla necessità di chiudere le porte del paese alla Fly-flottiglia (gli attivisti pro-palestinesi, di cui il ragazzo danese era parte). È un bene che i mass-media israeliani siano così liberi e diano spazio alle opinioni più diverse. Il parallelo Israele–Siria dell’editorialista di YnetNews si sgretola proprio perché compare su un media israeliano. Se Israele fosse la Siria, le immagini dell’ufficiale che picchia ingiustificatamente il pacifista le avremmo viste solo su YouTube, CNN e Al Jazeera. E invece il caso ha avuto più eco qui che all’estero. Un grazie va alla stampa israeliana per questa lezione di libertà, sale della democrazia.
(Da: claudiopagliara.it, 17.4.12)

GLI AMICI DI VIK UN ANNO DOPO: NON C’È PEGGIOR SORDO DI CHI NON VUOL SENTIRE

Ricorreva domenica l’anniversario dell’assassinio di Vittorio Arrigoni. La rete – e non solo – è inondata di ritratti agiografici del “coraggioso eroe della causa del popolo palestinese di Gaza”, “dell’indomabile fustigatore di Israele”. Quasi fosse un dettaglio insignificante, si accenna di sfuggita, e non sempre, al fatto che ad assassinare Vik sono stati salafiti, ovvero integralisti islamici, palestinesi come quelli che era andato a difendere. Traspare un certo fastidio nel dover parlare di questo neo in una storia altrimenti “perfetta”. La causa di beatificazione aveva bisogno di un miracolo, che non c’è stato: una pallottola sionista. Mai come in questo caso vale l’adagio “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Il barbaro modo con cui i salafiti hanno ucciso Vik – rapito, picchiato a sangue, video-ripreso e strangolato con il fil di ferro nell’arco di poche ore – avrebbe dovuto instillare il dubbio a quanti ritengono che sia Israele il male assoluto. Così come la lentezza della giustizia a Gaza. Il processo ai 4 imputati – tutti rei confessi – è una farsa. Sta annegando nella palude di una corte militare islamica che non mostra alcun desiderio di far luce su una vicenda scomoda. Del resto perché stupirsi? I giudici hanno le stesse barbe lunghe degli assassini, e due degli imputati erano sul libro paga di Hamas. Vittorio Arrigoni, combattente di una battaglia sbagliata, non poteva immaginare che Hamas, la cui bandiera aveva impugnato, si sarebbe mostrata tanto irriconoscente. I suoi compagni di viaggio lo stanno toccando con mano. Che non denuncino questo fatto mostra solo la forza del loro pregiudizio.
(Da: claudiopagliara.it, 15.4.12)

ISRAELE, UNO SPICCHIO DI DEMOCRAZIA FRA TIRANNIDI E TEOCRAZIE MEDIORIENTALI

È in edicola, dal 29 marzo, Limes (rivista di geopolitica) “A che cosa serve la Democrazia”, con una istruttiva planimetria a colori del mondo: evidenziati i paesi nei quali il cittadino è libero di pensare (parlare, nel caso credere) ed i paesi nei quali lo Stato perseguita i cittadini che pensano (parlano o credono). Diverse sfumature e bellissimi colori, dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita). L’area verde-azzurro-celeste dei paesi liberi e democratici comprende tutta l’Europa, Canada e Stati Uniti, parte del Sudamerica, Sudafrica, Australia ed India. L’area giallo-rosso-viola dei paesi angariati da dittature e teocrazie varie occupa la Russia, la Cina e la Corea del Nord, quasi tutta l’Africa e, soprattutto, il Medio Oriente, con la fascia delle violacee teocrazie islamiche. A stento vi si vede una piccolissima macchiolina verde: è Israele
Se volete vedere la mappa ecco il link:

Il razzismo degli attivisti ben poco “filo-arabi” (e molto anti-israeliani)

Da un articolo di Salman Masalha
Anche se pare strano, a ben vedere gli attivisti della cosiddetta “flytilla” sbarcata lo scorso finesettimana all’aeroporto israeliano Ben Guiron all’insegna dello slogan “Benvenuti in Palestina”, non sono affatto filo-palestinesi o filo-arabi. Essi anzi esprimono un sordo disprezzo, una sorta di vero e proprio razzismo verso la cultura araba e musulmana. È quanto afferma il poeta, scrittore e saggista arabo israeliano della comunità drusa Salman Masalha, in un articolo pubblicato su Ha’aretz.
«Può darsi che alcuni di quegli attivisti – scrive Masalha – siano brave ed ingenue persone desiderose di aggiustare il mondo. È anche possibile che alcuni di loro siano venuti con l’intenzione di screditare l’immagine di Israele, già di per sé screditata. Ed è anche vero che, pur essendo il mondo impegnato in affari ben più urgenti, non è sbagliato ricordare la triste condizione dei palestinesi e non dimenticare la lunga occupazione, che è comunque una questione importante. Ma è chiaro che il mondo civile e politicamente corretto a cui appartengono questi attivisti è intriso di razzismo: non contro gli ebrei, contro la cultura araba e musulmana. Giacché questa loro protesta dimostra che il presupposto che li anima è alieno da qualunque reale immedesimazione con le sofferenze degli arabi».
«In effetti – continua Masalha – c’è qualcosa di più di un briciolo di verità nella sprezzante lettera che il governo israeliano ha approntato per gli attivisti che, nonostante tutto, sono riusciti a sbarcare in Israele. Nella lettera, il governo dice che gli attivisti avrebbero ben potuto concentrare i loro sforzi in azioni di protesta contro i regimi di Siria, Iran e Hamas, e invece hanno scelto di manifestare contro Israele. In effetti, se quegli attivisti fossero animati da sacro ardore per i diritti umani in generale, e per quelli arabi in particolare, avrebbero certamente sentito l’urgenza di esprimere il loro impegno “morale” in ben altri luoghi del Medio Oriente, una regione dove non c’è penuria di tali obiettivi, specie di questi tempi. Da poco più di un anno il presidente siriano Bashar Assad sta massacrando i cittadini arabi siriani che chiedono libertà. Il resto del mondo, che per qualche motivo si considera colto e illuminato, se n’è stato a guardare queste atrocità a braccia conserte, senza fare praticamente nulla per fermare uccisioni e devastazioni nelle città siriane. È lo stesso mondo civile a cui appartengono gli attivisti della “flytilla”, i quali evidentemente agiscono in perfetta sintonia coi codici morali di quel loro ambiente. Chi divide il mondo, e gli esseri umani che lo popolano, in due categorie – quelli a cui si applicano le norme morali “universali”, e gli altri a cui non si applicano – non può definirsi una persona “morale”. Le norme morali universali devono valere per tutti. È di per sé assai discutibile la moralità di chi esclude un qualunque gruppo di esseri umani come se non fossero tenuti ad agire secondo i codici morali “universali”. È forse una sorta di razzismo multiculturale, quello che impedisce a questi ed altri attivisti di mostrare sensibilità e solidarietà verso i cittadini arabi siriani che vengono trucidati? Forse, agli occhi di questi attivisti e altri come loro, la Siria e altri paesi simili nel mondo arabo appartengono a un differente universo culturale dove i loro codici morali “universali” non trovano applicazione?».
«Attivisti per i diritti umani di questo genere – conclude Masalha – che non trovano il tempo di organizzare manifestazioni di solidarietà per i cittadini arabi che vengono quotidianamente massacrati nei paesi arabi, rivelano con questa inerzia il loro razzismo anti-arabo: evidentemente per loro il mondo arabo e musulmano appartiene a un altro universo culturale che risponde a codici morali differenti, e che non fa parte dei “nostri” nobili codici morali occidentali».

(Da: Ha’aretz, 17.4.12)

«La Giordania strapperà Gerusalemme agli assassini di profeti»

L’esercito giordano distruggerà Israele e strapperà Gerusalemme dalle mani degli “assassini di profeti”. Questo il messaggio che un chierico giordano ha diffuso attraverso un sermone pronunciato venerdì 23 marzo e trasmesso dalla televisione di stato giordana. È quanto risulta da un filmato recentemente messo in circolazione sul web.
“L’esercito [giordano] è invincibile – afferma l’imam Ghaleb Rabab’a nel video, tradotto e diffuso la scorsa settimana dal Middle East Media Research Institute – Le sue unità sono gremite di persone che pregano, di imam e di gente che conosca a memoria il Corano. Questo esercito non sarà mai sconfitto, ad Allah piacendo. Gerusalemme sarà riconquistata, ad Allah piacendo, da queste mani caste e pure che levano in alto il Corano e lo recitano giorno e notte. Questo è un esercito che si inchina solo di fronte ad Allah. Oggi dobbiamo essere orgogliosi del nostro paese e del suo esercito, che discende dal Profeta Maometto”.

Non è chiaro se il sermone, che comunque è stato diffuso dalla tv di stato giordana, sia stato pronunciato in una moschea a conduzione statale o privata. L’Articolo 11 del Trattato di pace israelo-giordano (1994) prevede che entrambi i paesi “si astengano dalla propaganda ostile o discriminatoria l’uno contro l’altro e adottino tutte le possibili misure legali e amministrative per evitare la diffusione di tale propaganda da parte di qualunque organizzazione o individuo sul territorio di entrambe le parti”.

“L’arroganza degli ebrei sarà sconfitta, ad Allah piacendo – continua il sermone di Rabab’a – Questo esercito, o miei fratelli nella fede, farà a pezzi il potente Israele, ad Allah piacendo, esattamente come la potenza dei crociati e dei bizantini fu fatta a pezzi a Hittin, Yarmuk, Al-Qadisiyya, ‘Ain Jalut”.
Hittin, presso Tiberiade, è il luogo della battaglia del XII secolo con cui l’esercito musulmano del Saladino diede inizio all’urto finale per la cacciata dei crociati dalla Terra Santa. ‘Ain Jalut, presso l’odierno kibbutz Yizre’el, è il luogo dove un secolo più tardi le forze musulmane sferrarono il primo colpo significativo contro gli eserciti invasori dei mongoli. Entrambe queste località si trovano nell’odierno stato di Israele (entro le linee pre-’67).
“[La potenza di Israele] sarà distrutta dalla volontà di Allah – prosegue il sermone di Rabab’a – Allah non lascerà che l’originaria direzione della preghiera della nazione islamica [cioè Gerusalemme, sostituita nel 630 dalla Mecca, ndr.] resti ancora a lungo nelle mani degli assassini di profeti”.
Lo scorso gennaio l’organizzazione per il monitoraggio dei mass-media palestinesi Palestinian Media Watch aveva diffuso un video in cui il Gran Mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein recitava un noto hadith (detto attribuito al profeta dell’islam Maometto) in cui si invocava l’uccisione degli ebrei. “Il Giorno del Giudizio – scandiva nel filmato Muhammad Hussein, il Gran Mufti nominato dall’Autorità Palestinese – non verrà fino a quando non combatterete gli ebrei, che si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: oh musulmano, oh servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo”.
Il dignitario palestinese si è successivamente rifiutato di ritrattare queste sue parole sostenendo di non aver invocato l’uccisione di ebrei, ma d’aver semplicemente citato il profeta dell’islam, le cui parole non si possono modificare. “Non chiediamo di uccidere gli ebrei – ha dichiarato il Gran Mufti alla radio israeliana Reshet Bet – Noi non abbiamo mai detto: uccidete gli ebrei. È l’hadith che lo dice, ed è un nobile hadith”.



(Da: Jerusalem Post, israele.net, 16.4.12)

Le vere parole di Levi

di Francesco Lucrezi
Esattamente un quarto di secolo fa, l’11 aprile del 1987, Primo Levi, com’è noto, poneva termine alla sua vita, precipitandosi nella tromba delle scale della sua casa torinese. In questi 25 anni, la sua straordinaria testimonianza ha raggiunto cerchie sempre più ampie di persone, in molti Paesi del mondo, le sue opere sono state tradotte in diverse lingue, alla sua figura sono stati dedicati numerosi libri, seminari, congressi, almeno due centri di studio a lui nominati sono attivi, in permanenza, a Torino e a New York. Parallelamente, la conoscenza della Shoah, nei suoi infiniti episodi particolari, ha fatto – nonostante tutti i negazionismi e revisionismi – passi da gigante, in tutto il mondo, uscendo – anche se solo in parte – dalla zona buia di silenzio, occultamento e rimozione a cui sembravano averla consegnata l’ammutolimento dei sopravvissuti, la vergogna dei vinti, la cattiva coscienza dei vincitori, l’universale desiderio di non parlarne, di girare pagina. Soprattutto negli ultimi anni, com’è noto, la memoria di ciò che è accaduto è diventata, pur tra non poche difficoltà e controversie, una sorta di religione civile, una specie di “prima pietra” della civiltà umana. Il contributo che la parola di Levi ha dato a tutto questo è incommensurabile.
Un imprescindibile dovere, per chiunque intenda, in ogni modo, onorarne la memoria, dovrebbe essere, a mio avviso, quello di difendere il suo testamento morale dai ripetuti, insidiosi tentativi di manipolazione e stravolgimento, messi in atto, a volte con lampante mala fede, e con mezzi particolarmente vili, per piegarne l’insegnamento in direzioni nuove, del tutto estranee ai suoi effettivi contenuti. Ci riferiamo, in particolare, alla dolosa distorsione del pensiero di Primo Levi, attraverso la quale, in più occasioni, le sue ripetute e, a volte, severe critiche alla condotta dei governi israeliani sono state artatamente trasformate in radicale delegittimazione dello stato di Israele nel suo insieme, fino al logoro insulto del “ribaltamento di posizioni”, che vedrebbe gli ebrei trasformati, da vittime di ieri, in carnefici di oggi.
È merito di Domenico Scarpa e Irene Soave, con un denso articolo, intitolato “Le vere parole di Levi”, pubblicato su Il Sole 24 ore di domenica scorsa, 8 aprile, avere smascherato un falso particolarmente turpe e maligno, per la gravità della sua portata e la vastità della sua circolazione, ossia l’attribuzione a Primo Levi della seguente frase: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. Un’asserzione che, come documentano gli autori, è ormai assurta al rango di “tenace leggenda metropolitana”, largamente accreditata dall’autorità della rete, che la diffonde senza sosta. Ormai la frase fa parte della storia, della biografia ufficiale di Primo Levi, la cui vita, il cui pensiero e la cui morte sono definitivamente votati alla santificazione dei “nuovi ebrei”, i palestinesi, e alla demonizzazione dei “nuovi nazisti”, gli israeliani. Peccato che Primo Levi non abbia mai detto niente del genere.
Sua, nel romanzo “Se non ora, quando?”, del 1982, è unicamente la frase generica “Ognuno è l’ebreo di qualcuno”. In un’intervista apparsa su la Repubblica del 28 giugno di quello stesso anno (l’anno dell’invasione del Libano, in cui particolarmente violento fu l’attacco della comunità internazionale contro Israele, e in cui Levi si pronunciò contro le opzioni militari del governo di Begin), a proposito della presunta analogia tra la condizione dei palestinesi di quel momento e quella degli ebrei durante la Shoah, il pur critico Levi rifiutò espressamente la grossolana equazione, ricordando che “non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese”. Ma, in un articolo apparso il giorno dopo su il Manifesto, la famosa frase “Ognuno è l’ebreo di qualcuno” fu riportata, tra virgolette, e commentata dall’articolista (correttamente, dopo la chiusura delle virgolette) con la successiva annotazione: “E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. Un’aggiunta, quest’ultima, che Levi non ha mai scritto, mai detto, mai pensato. Ma che, ciò non di meno, gli si è voluto falsamente attribuire, semplicemente spostando di qualche carattere la chiusura delle virgolette. Evidentemente, l’occasione di potere così sfruttare il nome di Primo Levi contro la patria degli ebrei era troppo ghiotta per potervi resistere.
Non imiteremo il comportamento dei falsari, e non trasformeremo Levi in uno strenuo difensore di Israele. Non lo è stato. Ma ricordiamo che l’ultima volta in cui ne ha parlato è stato nella pagina finale de I sommersi e i salvati, pubblicato nel 1986, poco prima della sua morte. E le sue ultime parole sono le seguenti: “I superstiti ebrei disperati, in fuga dall’Europa dopo il gran naufragio, hanno creato in seno al mondo arabo un’isola di civiltà occidentale, una portentosa palingenesi dell’ebraismo, ed il pretesto per un odio rinnovato”.
(Fonte: Newsletter Ucei, 12 Aprile 2012)

giovedì 19 aprile 2012

I pacifinti e le menzogne palestinesi: sul web il connubio purtroppo funziona

Nei giorni scorsi su Facebook è circolata la fotografia di una bambina di Gaza con la pelle letteralmente devastata (qui a lato). Immediatamente quella fotografia è stata attribuita da diversi gruppi filo-arabi ai “danni collaterali del fosforo bianco sparato dagli israeliani” che, secondo i ben informati, avrebbe colpito quella bambina.

In particolare alcuno gruppi e qualche “membro effettivo” di “importanti” organizzazioni per la difesa dei Diritti Umani, si sono spinti a “certificare” l’autenticità di quella fotografia dall’impatto chiaramente devastante. Insomma, la fotografia raffigurava senza ombra di dubbio una bambina colpita dal fosforo bianco israeliano.

Apriti cielo, immediate le reazioni della sempre più fitta comunità antisemita sul web. Israeliani apostrofati come “nazisti”, come “assassini”, come “maledetti giudei che meriterebbero solo di essere sterminati” ecc. ecc. anche qualche richiamo ad eventuali nuovi Mohamed Merah, la bestia di Tolosa. Insomma una pioggia di insulti, minacce e frasi antisemite.

Se non che una ragazza israeliana (Tali) scopre una vecchio articolo di fonte palestinese (quindi fuori da ogni dubbio) nel quale la famiglia della bambina immortalata in quella foto chiede aiuto per curare la figlia affetta da una gravissima e rara malattia della pelle. Ecco l’articolo originale e la fonte della fotografia incriminata.
http://salem-news.com/articles/december122010/areej-gaza-ko.php

Ma come, non era vittima delle armi al fosforo sparate dagli israeliani? Non era l’ennesima vittima della crudeltà ebraica che affligge gli arabi in ogni parte del mondo? E no, si direbbe proprio di no. Si direbbe anzi che i pacifinti non guardano in faccia a nessuno pur di raggiungere il loro obiettivo che è quello di denigrare Israele, nemmeno una bambina palestinese malata e bisognosa di aiuto. La sbattano su centinaia di pagine di Facebook, ne fanno girare l’immagine in tutto il mondo mentendo spudoratamente sul perché di quelle ferite. Il fatto tragico è che adesso quella bambina e la sua famiglia non potranno più chiedere aiuto a nessuno perché irrimediabilmente resi (non per colpa loro) inaffidabili da questa vergognosa campagna pacifinta.

Free Italian Press



In memoria di sei milioni di ebrei

Domani si celebra Yom HaShoà, il giorno della Shoà.
La data precede di otto giorni Yom Hazmaut, il giorno dell'Indipendenza di Israele.
Yom HaShoà sarà come sempre un giorno come gli altri fino a quando le sirene non urleranno in tutto il paese la loro rabbia e il loro dolore per lo sterminio pianificato a tavolino di sei milioni di ebrei. 
Domani un intero paese si fermerà per due minuti interi, per due lunghissimi minuti tutto ciò che può muoversi si fermerà. 
Si vedranno le persone fermare le auto e scendere per osservare due minuti di raccoglimento in omaggio a coloro che non ci sono più. Solo gli arabi continueranno a muoversi, gireranno con le auto a Tel Aviv e a Gerusalemme o a Haifa e magari con la musica a tutto volume si faranno beffe di coloro che sono fermi in mezzo alla strada.
Mi è capitato di trovarmi in Israele durante questi momenti e vi posso assicurare che sono cose che non si dimenticano: l'intensità di quei due minuti rimane dentro per sempre.
Mai più sterminio!
Mai più Masada!

martedì 17 aprile 2012

Se la sinistra è così accecata dall'ideologia da non vedere più nemmeno i propri principi

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
oltre al flyflop del tentativo di invadere l'aeroporto Ben Gurion, nei giorni scorsi c'è stato un altro flop antisionista/antisemita, l'anniversario dell'uccisione di Vittorio Arrigoni. Nonostante l'appoggio dei nenonazisti di Forza Nuova 
http://www.foggiaefoggia.com/news/dettaglio.asp?id=17464
e quello dei neocomunisti dal Manifesto a Rai24, il tentativo di fare del giovane uomo assassinato a Gaza un martire vittima di Israele è sostanzialmente fallito.
La colpa, come dimostrano le corrispondenze sempre più mosce di Michele Giorgio  http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=41&sez=120&id=44141
è fallita per la scarsa considerazione del “tribunale” di Hamas che ha lasciato gli imputati dell'omicidio liberi di “gettare fango” su Arrigoni, come scrive il nostro. Ora questo fango consiste nel fatto che invece di cercare inesistenti (ma molto appetititi dagli antisionisti/antisemiti) rapporti fra gli assassini e Israele, ed evitando naturalmente di indagare sul fatto che alcuni di loro fossero a libro paga di Hamas, cui Arrigoni aveva forse dato fastidio prima di morire cercando di pompare un movimento destabilizzante di “primavera araba” a Gaza, si è consentito agli imputati di seguire una linea di difesa che puntava sui “costumi occidentali” e dunque “immorali” di Arrigoni. Questo “fango” dei “costumi occidentali” deve sembrare terribile al buon Giorgio che è arrivato al punto di indignarsi perché il tribunale non ha impedito questa linea difensiva - il che è una prova di autoritarismo incredibile da parte di un giornale di sinistra: certo, gli iraniani arrestano volentieri gli avvocati di difesa troppo aggressivi, ma perfino i nazisti avevano lasciati liberi gli avvocati di Dimotrov di difenderlo come ritenevano opportuno, e così per il fascismo con Gramsci.
Giustamente Informazione Corretta ha fatto notare che forse questo “fango” che fa tanto arrabbiare il Manifesto è un'accusa di omosessualità. Ma che fango è oggi in Italia dire che uno è gay? Per fortuna dal punto di vista dell'etica pubblica e si spera anche dei giornali di sinistra in Italia gli orientamenti sessuali delle persone sono tutti ugualmente rispettabili. Se in Hamastan non è così, se a Gaza ammazzare uno perché gay è un'attenuante, sono loro fangosi, e chi dà loro corda fra politici e giornalisti, non Arrigoni infangato. E se naturalmente non si trattasse di omosessualità ma di libero amore o di altre forme di rapporto fra adulti consenzienti, il discorso sarebbe identico. Mi spiace dover difendere dai suoi pretesi amici un giovane che considero sia stato gravemente affetto da ideologismo e anche da antisionismo/antisemitismo, e di dover difendere perfino il tribunale di Hamas, ma l'ipocrisia del Manifesto su questo punto mi sembra insopportabile. Non si tratta naturalmente di individuare da qui un omicidio nato in quella dittatura clericale sanguinaria a cielo aperto che è Gaza (altro che Lager), ma di indicare l'autocensura, di più, la complicità ideologica spudorata che spinge il Manifesto a passare sopra tutti i principi democratici, pur di difendere non Arrigoni ma la sua immagine di martire della lotta a Israele.
Anche perché se lui fosse vissuto non a Gaza ma in quella Tel Aviv che odiava e da dove la madre non ha voluto far passare neppure la sua salma, molto probabilmente non sarebbe stato ucciso; e anche se fosse accaduto, cosa possibile dato che i criminali ci sono dappertutto - sia pure in misure diverse nei vari luoghi e nelle varie culture -, non vi sarebbe stata quella complicità ideologica fra giudici e assassini che ora si cerca in tutti i modi di nascondere. Anche questo giuri-flop come la flop-tilla è in sostanza un autogol di una sinistra che ormai è così accecata dall'ideologia da non riuscire a vedere non dico la realtà, ma neppure i propri principi.

http://www.informazionecorretta.com/

domenica 15 aprile 2012

Lettera di Israele ai pacifinti

 
Caro attivista,
apprezziamo la tua scelta di scegliere Israele come oggetto delle tue preoccupazioni umanitarie.
Sappiamo che avevi di fronte molte altre degne scelte.
Avresti potuto scegliere di protestare contro gli atti selvaggi quotidiani del regime siriano contro il suo stesso popolo che hanno provocato migliaia di vittime.
Avresti potuto scegliere di protestare per la brutale repressione del regime iraniano contro i dissidenti e per il suo sostegno al terrorismo in tutto il mondo.
Avresti potuto scegliere di protestare contro il regime di Hamas a Gaza, dove questa organizzazione terroristica commette il doppio crimine di guerra di lanciare missili sui civili, nascondendosi dietro altri civili.
Invece hai scelto di protestare contro Israele, la sola democrazia del Medio Oriente, dove le donne hanno pari diritti, la stampa critica il governo, le organizzazioni per i diritti umani operano liberamente, la libertà religiosa è protetta per tutti e le minoranze non vivono nel terrore.
Ti suggeriamo allora di risolvere prima i problemi veri della regione e tornare poi a condividere con noi la tua esperienza.
Ti auguriamo un piacevole volo.

(Traduzione a cura di David Pacifici)



Nella foto in alto: il testo originale


sabato 14 aprile 2012

A proposito di Arrigoni

E' una notizia che alcuni forse hanno sentito, ma vale la pena parlarne meglio.
Vittorio Arrigoni, l'italiano trucidato a Gaza un anno fa circa,  sarebbe stato ucciso per motivi ben diversi da quelli che gli assassini di hammazz e la famiglia filopalestinese del ragazzo hanno tentato di far credere per tanto tempo: Arrigoni è stato amazzato perchè accusato di essere omosessuale e quindi perchè il suo stile di vita non sarebbe stato consono ai dettami dell'Islam.
Ora tutto questo, ben lungi dall'indignare i sinistrati pacifinti nostrani, ben lungi da una generale levata di scudi per denunciare la barbarie di una "religione" che si può permettere di condannare a morte una persona in base ai suoi orientamenti sessuali, sta passando vergognosamente sotto silenzio.
Neanche i quotidiani comunisti hanno le palle di denunciare il fatto e soprattutto di indignarsi per il processo farsa che sta andando in scena a Gaza sotto la regia di hammazz: meglio far credere che Arrigoni sia stato ammazzato dagli israeliani (come molti sinistrati pacifinti vogliono continuare a credere nonostante l'evidenza) o da collaborazionisti palestinesi al soldo di Israele. 
All'udienza di ieri contro i tre fessi che si sono fatti arrestare dalla "polizia" di hammazz, è emerso che le loro dichiarazioni sono state estorte "sotto la forte pressione degli inquirenti" (che siano stati torturati dai "bravi ragazzi" di hammazz?), che loro non hanno partecipato all'uccisione, che loro volevano solo dargli una lezione ad Arrigoni proprio a causa del suo stile di vita non consono, mentre l'intenzione di ucciderli era stata presa dai due capi del grupo che "purtroppo" sono morti nello scontro a fuoco che avrebbe dovuto portare alla liberazione dell'italiano e che quindi non possono smentire....
Che tristezza.... e il tragico è che nessuno protesta per questo, ma si sa se non è colpa di Israele non è cosa che possa suscitare attenzione.
E poi diciamocela tutta, sono troppo impegnati a organizzare le flyflottila per "invadere" Israele, mica possono pensare a queste fesserie...


venerdì 13 aprile 2012

La Lufthansa blocca i pacifinti

E' notizia di poche ore fa che la compagnia aerea tedesca ha cancellato le prenotazioni per Israele di dozzine di "attivisti" che intendevano raggiungere lo stato ebraico per inscenare la pagliacciata "Welcome to Palestine"
Rispondendo all'invito delle autorità israeliane inviato a diverse compagnie aeree, e in base alle leggi che sono tenuti a rispettare quando sbarcano passeggeri in uno stato estero, la Lufthansa ha comunicato ai viaggiatori che i loro biglietti sono stati annullati.
Gli attivisti hanno progettato di raggiungere Israele in massa (si parla di circa 1500 persone) per poi raggiungere l'Autorità Palestinese.

Sventato attacco palestinese.

Militari israeliani dell'unità di controllo dei valichi e agenti della polizia militare hanno arresto l'11 aprile un palestinese trovato in possesso di diversi esplosivi, tre coltelli e alcuni proiettili. L'uomo si era avvicinato all'incrocio di Beka'ot ma il suo modo di fare sospetto ha indotto i soldati a fermarlo.
Il terrorista è stato arrestato.
Nella zona, in passato, sono stati compiuti diversi attacchi ai soldati e la vigilanza è molto alta: tre mesi fa un terrorista si era avvicinato alla postazione dell'esercito
con dell'esplosivo e gridando "Allah Akbar". Ignorando le intimazioni di fermarsi aveva proseguito e i soldati erano stati costretti ad aprire il fuoco.

mercoledì 11 aprile 2012

Doppiopesismo pacifista: una flotilla aerea per i palestinesi, il silenzio per i massacri in Siria

Il doppiopesismo pacifista o, più correttamente, pacifinto, raggiungerà il suo culmine durante questo fine settimana quando qualche migliaia di teppisti nascosti dalle bandiere arcobaleno cercherà di sbarcare per via aerea in Israele per quella che viene definita la “flotilla aerea”, ovvero l’iniziativa anti-israeliana chiamata “welcome Palestine 2012”.
L’obbiettivo dei finti pacifisti (pacifinti appunto) è quello di partecipare a manifestazioni anti-israeliane in Giudea e in Samaria. Già lo scorso anno ci avevano provato con una iniziativa analoga e Israele respinse legittimamente un centinaio di questi individui.
Anche quest’anno la politica di Israele è quella del “divieto di ingresso” alle persone non gradite. Lo ha reso noto ieri sera il ministro della sicurezza pubblica di Israele, Yitzhak Aharonovitch. «Le persone non gradite che vogliono entrare in Israele allo scopo di fomentare disordini verranno respinte al loro arrivo – ha detto Yitzhak Aharonovitch che poi ha aggiunto – abbiamo consegnato una lista di nomi (circa 300 n.d.r.)di persone non gradite alle compagnie aeree, se queste persone arriveranno verranno fermate e portate in un centro di detenzione fino alla loro espulsione da Israele».
Gli organizzatori della “manifestazione” prevedono l’arrivo di migliaia di scalmanati (loro li chiamano “attivisti”) da ogni parte del mondo, per buona parte dal centro Europa, ma anche dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dagli Stati Uniti e dalla Turchia.
Quello che però risulta più evidente da questa iniziativa pacifinta è l’incredibile doppiopesismo dimostrato nel trattare la questione degli arabi che occupano i territori israeliani rispetto ai massacri che avvengono in Siria. Uno penserebbe che un vero “pacifista” andrebbe a organizzare flotille su flotille per protestare contro i massacri perpetrati dal regime di Assad e che tenterebbe con tutti i mezzi di andare in Siria per esprimere e manifestare solidarietà al popolo siriano. Invece no, sulla Siria nemmeno una parola del movimento “pacifista”.
Per questo risulta assai difficile pensare che il movimento “pacifista” non venga in effetti usato come un’arma politica in configurazione anti-israeliana. Basta guardare a quante denunce hanno fatto i cosiddetti “pacifisti” sulle centinaia di missili che piovono da Gaza su Israele, oppure sulle violentissime e sanguinose repressioni subite dal Movimento verde in Iran e infine il silenzio sulle stragi in Siria. ZERO DENUNCE, anzi c’è mancato poco che giustificassero apertamente questi crimini . Insomma, un “pacifismo” a senso unico che di pacifico ha ben poco, duro e puro contro Israele, flessibile e permissivo con dittatori sanguinari a condizione però che siano nemici dichiarati del popolo israeliano (con Mubarak e Ben Alì non lo sono stati).
Concludendo, cosa si deduce da tutto questo? Che i cosiddetti “pacifisti” altro non sono che la longa mano di movimenti terroristi come Hamas ed Hezbollah e che sono funzionali a dittature sanguinarie come quella di Assad e di Ahmadinejad. E qualcuno li chiama ancora “pacifisti”.
Sharon Levi
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Il KGB e la nascita del "popolo palestinese"

dal libro: Comment le peuple palestinien fut inventé, di David Horowitz, Guy Millière)

(....)
Fu, nota Ion Mihai Pacepa, ex-capo della Securitate rumena, nel suo libro "The Kremlin Legacy", in un giorno del 1964, «fummo convocati a una riunione congiunta del KGB a Mosca». Il soggetto della riunione era di estrema importanza: «si trattava di ridefinire la lotta contro Israele, considerato un alleato dell'Occidente nel quadro della guerra fredda che conducevamo». La guerra araba per la distruzione di Israele non era suscettibile di attirare molti sostegni nei "movimenti per la pace", satelliti de l’Unione Sovietica. Dovevamo ridefinirla. Era l'epoca delle lotte di liberazione nazionali. Fu deciso che sarebbe stata una lotta di liberazione nazionale: quella del "POPOLO PALESTINESE". L'organizzazione si sarebbe chiamata OLP: Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Alla riunione parteciparono membri dei servizi siriani e egiziani. I Siriani proposero il loro uomo, come futuro leader del movimento : Ahmed Shukairy, e fu accettato. Gli Egiziani avevano il loro candidato : Yasser Arafat. Quando fu chiaro che Shukairy non sarebbe stato all'altezza della situazione, fu deciso di rimpiazzarlo con Arafat, e, spiega Pacepa, costui fu "fabbricato": abbigliamento da Che Guevara medio-orientale, barba di tre giorni da avventuriero. «Dovevamo sedurre i nostri militanti e i nostri contatti in Europa».


Foto di Yasser Arafat nel 1964

Quaranta e passa anni dopo, l'opera di seduzione sembra aver avuto un netto successo. Non solo la «lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese» appare giusta e legittima, ma nessuno mette più in discussione l'esistenza del "popolo palestinese". nessuno osa dire che questo popolo fu inventato a fini di propaganda: nessuno sembra voler ricordarsene. Nessuno sembra volersi ricordare che la creazione del "popolo palestinese" fu un utile strumento della lotta dell'Unione Sovietica contro l'Occidente, durante la Guerra fredda.
E infatti: la lotta di liberazione nazionale inventata dal KGB ha fatto la sua strada: ci sono stati gli accordi di Oslo e la creazione dell'autorità palestinese in Giudea Samaria, c'è stata l'emergenza di Hamas poi, dopo la caduta dell'URSS, l'inserimento di una dimensione islamista nel conflitto. C'è stato, soprattutto, con Oslo, il riconoscimento da parte del governo israeliano dell'invenzione del KGB, il "popolo palestinese", invenzione che è sfociata nell'idea dei "territori palestinesi" "occupati" da Israele.
Noi siamo oggi in uno dei momenti nei quali la parte islamista che tiene Gaza e la parte derivata dall'OLP che tiene Ramallah, cercano di ottenere un riconoscimento internazionale all'ONU, avendolo già ottenuto all'Unesco, con il sostegno di paesi come la Francia.





Gli arabi vogliono la pace???

Quelli che seguono sono brani tratti da un’intervista di ALI ABD AL-FATTAH, un esponente dei Fratelli Musulmani in Egitto, trasmessa da Palestine Today TV (Libano) il 19 febbraio 2012:
Ali Abd Al-Fattah: «È giunto il momento per l’intero popolo egiziano e arabo di unirsi contro l’impresa sionista-americana. Possiamo fare a meno di tutti gli aiuti e dettami stranieri, e possiamo liberare la Palestina dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo] per mezzo della nostra determinazione e delle nostre capacità. […] Gli Accordi di Camp David [pace fra Egitto e Israele] vennero firmati col favore della notte dal defunto presidente Muhammad Anwar Al-Sadat. Avvenne a scapito dell’unità araba. L’Egitto venne isolato dal campo arabo. È giunto il momento di ripristinare l’unità araba e di ristabilire gli interessi arabi, e per Israele e gli Stati Uniti di smettere di intromettersi nel mondo arabo giacché gli Accordi di Camp David non ci hanno portato che disastri. Verrà il tempo in cui tutti i popoli arabi si batteranno per realizzare le loro aspirazioni e la Gerusalemme araba, sia Gerusalemme est che Gerusalemme ovest, diventerà la capitale dello stato di Palestina, i maledetti ebrei torneranno da dove sono venuti e tutti i diritti dei palestinesi saranno ripristinati, come il diritto al ritorno dei profughi, e la terra araba sarà completamente ripulita dalla sporcizia sionista.»
(Da: Memri, 2.3.12)

martedì 10 aprile 2012

La malainformazione....




quella che vedete qui sopra è una delle solite FALSE immagini che girano in internet contro Israele:
nella prima foto, che poi è quella che è stata diffusa da un blogger ed è subito stata ripresa dagli utenti della rete, si vede un soldato che schiaccia con l'anfibio il petto di una bambina (ovviamente "presunta" palestinese)
Nelle foto sottostanti si scopre la verità: si tratta di una rappresentazione di una sorta di "teatro di strada" girata in Bahrein nel 2009 a cui hanno abboccato subito tutti. Un altro bloger ha "sgamato" l'inghippo: il fucile che si vede è un AK-47, arma che non è mai stata in dotazione all'esercito israeliano, e la divisa del militare non è una divisa di Zahal.
Quando si decideranno le persone ad aprire gli occhi?

Quella questione relativamente irrilevante

Di Guy Bechor
In un tentativo quasi disperato di contrastare il nuovo trend della storia, soggetti anti-israeliani hanno cercato recentemente di imprimere una svolta e riportare la questione palestinese al centro della scena attraverso quella che viene definita la “Giornata della terra”. Ma hanno fallito.
Per decenni i regimi arabi si sono occupati artificialmente di Israele e palestinesi al solo scopo di nascondere ciò che avveniva nei loro stessi paesi, e sviare verso l’esterno l’attenzione delle masse arabe. Ma oggi di questo non c’è più bisogno dal momento che i veri problemi del mondo arabo sono emersi con grande forza. E così i palestinesi, da questione importante, forse la più importante, si sono ritrovati sospinti in fondo alla lista delle priorità, e la loro “Giornata della terra” non ha ricevuto praticamente nessuna vera attenzione né dal mondo arabo, né da quello occidentale. Oggi che il Medio Oriente islamico si va disintegrando fra religioni, gruppi etnici, minoranze e regioni separate, oggi che il massacro in Siria non fa che intensificarsi (col numero delle vittime che già si avvicina a diecimila), oggi che le milizie in Libia si ammazzano fra loro, lo Yemen si sta sgretolando e l’Egitto si dibatte in grossissimi guai, oggi si scopre che la questione palestinese, relativamente parlando, è la più stabile del Medio Oriente. A dire la verità, lo è sempre stata. Ma, per loro bassi interessi privati, vari soggetti distorcevano la situazione.
I palestinesi sono incappati in un’ulteriore grave calamità: l’opinione pubblica israeliana ha perso interesse nella questione. Per decenni la sinistra israeliana aveva fatto dei palestinesi la questione discriminante. Poi, tutto a un tratto, ha scoperto che Israele era andato avanti e che la questione palestinese non è più all’ordine del giorno. Quando anche la sinistra ha capito che i palestinesi, come la Siria di Assad, non erano interessati a veri negoziati e a una vera pace, ha sostituito la questione palestinese con il nuovo tema della questione sociale e con le tende di protesta contro il caro-vita.
Giacché per anni quelli dietro alle mosse palestinesi erano quasi sempre intellettuali israeliani o ebrei, una volta che questi si sono dedicati ad altri argomenti non c’era più nessuno che potesse fare il lavoro per i palestinesi. Poi il ricatto Shalit ha bruciato ogni residuo coinvolgimento nella questione palestinese. E i razzi dalla striscia di Gaza non hanno cambiato le cose, né lo possono fare le denunce del “blocco” di Gaza dal momento che il blocco non c’è: Gaza di fatto si sviluppa, essendo collegata all’Egitto anche se non a Ramallah.
In cima a tutto questo è sorto un dubbio internazionale: la questione palestinese giustificava tutta quella enorme attenzione per tutti questi anni? Quando un candidato alla presidenza degli Stati Uniti afferma senza mezzi termini che non è mai realmente esistita una cosa definibile “popolo palestinese”, molte cose che apparivano assodate e assolute non sembrano più tali.
Anziché blandire i politici occidentali, la bicefala dirigenza palestinese ha scelto di arroccarsi in passi unilaterali destinati al fallimento, come il tentativo di forzare una nuova realtà non attraverso negoziati, compromessi e accordi, ma attraverso le Nazioni Unite. Come risultato, l’Autorità Palestinese ha perso gran parte della sua credibilità in Occidente, mentre il suo imbarazzante corteggiamento di Hamas, riconosciuto gruppo terrorista, non le ha procurato molto nuovo credito.
Non basta. I palestinesi sono rimasti sbigottiti anche nello scoprire che, nonostante la cosiddetta “primavera araba”, i regimi arabi non sono granché cambiati dai precedenti, per quanto riguarda le questioni che li riguardano. La “Giornata della terra” ha dimostrato che i regimi di Libano, Siria, Giordania ed Egitto, così come Hezbollah, non sono propensi a mettersi nei guai con Israele per via dei palestinesi. E sopra a tutto questo ci sono le divisioni interne tra palestinesi, che non si riescono a sanare.
Ma è emerso anche un altro fatto, nella “Giornata della terra”: e cioè che anche i regimi dell’Autorità Palestinese e di Hamas non sono interessati a una ennesima, grande vampata, per timore che possa estendersi contro dirigenze impopolari e che alla fine possano farne loro le spese. E poi Israele è troppo forte e ha troppa esperienza in questo genere di crisi.
Tutti questi sviluppi richiederebbero che i palestinesi - sia i loro regimi che le loro società - si impegnassero in un’opera di riflessione e autoanalisi. Ma questa capacità di riflessione e auto-correzione sembra caratterizzare la società israeliana più che la società palestinese. Sicché, come avviene da decenni, il pubblico palestinese continuerà a seguire i suoi leader che lo conducono di fallimento in fallimento, una generazione dopo l’altra.
(Da: YnetNews, 6.4.12)

Chi sono i palestinesi?

Dichiarazione del “ministro dell'interno e della sicurezza nazionale di Hamas, Fathi Hammad alla Al-Hekma TV il 23 marzo scorso in un appello per ottenere benzina (cioè attraverso le tasse, soldi) dall'Egitto:

“Allah sia lodato, tutti noi abbiamo radici arabe, e ogni palestinese, a Gaza e in tutta la Palestina, è in grado di dimostrare le sue radici arabe - sia dall'Arabia Saudita, dallo Yemen, o dovunque. Ci sono legami di sangue. Allora, dove è il vostro affetto e misericordia? [...] Personalmente, metà della mia famiglia è egiziana. Siamo tutti così. Più di trenta famiglie nella Striscia di Gaza sono chiamati Al-Masri ["l'egiziano"]. Fratelli, la metà dei palestinesi sono egiziani e l'altra metà sono sauditi. Chi sono i palestinesi? Abbiamo molte famiglie chiamate Al-Masri, le cui radici sono egiziane. Egiziane! Possono venire da Alessandria d'Egitto, dal Cairo, da Dumietta, dal Nord, da Assuan, dall' Alto Egitto. Siamo egiziani. Ci sono arabi. Ci sono musulmani. Siamo una parte di voi.” (http://www.memritv.org/clip_transcript/en/3389.htm).
Capito? Metà dall'Arabia Saudita, metà egiziani: questo sono i palestinesi.

venerdì 6 aprile 2012

Israele, unica isola che protegge i cristiani in Medio Oriente

Di Michael Oren
La Basilica di Betlemme è sopravvissuta più di mille anni attraverso guerre e conquiste, ma il suo futuro in quel momento appariva in pericolo. Sulle sue antiche mura erano state vergate con la vernice a spruzzo le lettere arabe della parola HAMAS. Correva l’anno 1994 e la città stava per passare dal controllo israeliano a quello palestinese. In qualità di consigliere del governo israeliano, mi incontravo con i sacerdoti della Basilica su questioni inter-religiose. Erano sconfortati, ma anche troppo spaventati per sporgere denuncia. Gli stessi teppisti di Hamas che aveva profanato il loro santuario avrebbero potuto prendersi anche le loro vite.
Il trauma di quei sacerdoti è diventata oggi esperienza quotidiana fra i cristiani mediorientali. La loro percentuale, sulla popolazione complessiva mediorientale, è precipitata dal 20% di un secolo fa a meno del 5% oggi, e continua e decrescere. In Egitto, l’anno scorso, duecentomila cristiani copti sono fuggiti dalle loro case dopo i pestaggi e i massacri ad opera di folle di estremisti islamici. Dal 2003, 70 chiese irachene sono state bruciate e quasi mille cristiani uccisi solo a Bagdad, provocando la fuga di più di metà di quella comunità da un milione di persone. La conversione al cristianesimo è perseguita come reato capitale in Iran, il paese dove il mese scorso è stato condannato a morte il pastore evangelico Yousef Nadarkhani per apostasia (rinuncia all’islam). In Arabia Saudita le preghiere cristiane sono fuori legge anche in privato.
Come un tempo vennero espulsi dai paesi arabi 800mila ebrei, così oggi vengono costretti a fuggire i cristiani da terre dove hanno abitato per secoli. L’unico posto in Medio Oriente dove i cristiani non sono in pericolo, ma anzi fioriscono, è Israele. Dalla nascita d’Israele, nel 1948, le comunità cristiane del paese (ortodossi greci e russi, cattolici, armeni e protestanti) sono cresciute di più del 1.000%. I cristiani giocano un ruolo importante in tutti gli aspetti della vita israeliana, sono presenti in Parlamento, nel Ministero degli esteri, nella Corte Suprema. Sono esentati dal servizio militare di leva, ma migliaia di loro si arruolano come volontari prestando giuramento su un testo del Nuovo Testamento stampato in ebraico. I cristiani arabo-israeliani sono in media più benestanti e più scolarizzati della media degli ebrei israeliani, e prendono anche voti migliori nei test di immatricolazione.
Questo non significa che i cristiani d'Israele non si imbattano a volte in manifestazioni di intolleranza. Ma a differenza del resto del Medio Oriente dove l’odio verso i cristiani è ignorato o addirittura incoraggiato, Israele è e rimane legato al solenne impegno contenuto nella sua Dichiarazione d’Indipendenza di riconoscere "completa eguaglianza a tutti i propri cittadini indipendentemente dalla loro religione”. Israele garantisce libero accesso a tutti i Luoghi Santi cristiani, che rimangono sotto esclusiva tutela del clero cristiano. Quando i musulmani tentarono di erigere una moschea a ridosso della Basilica dell’Annunciazione a Nazareth, il governo israeliano intervenne per preservare la sacralità del santuario cristiano.
In Israele si trovano molti i Luoghi Santi cristiani (come il luogo di nascita di San Giovanni Battista, Cafarnao, il Monte delle Beatitudini), ma lo stato d’Israele si estende su una parte soltanto di quella che la tradizione ebraica e cristiana considera Terra Santa. Il resto si trova nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ma in queste aree sotto controllo palestinese i cristiani patiscono le stesse condizioni dei loro correligionari nel resto del Medio Oriente. Da quando Hamas, nel 2007, ha preso il controllo della striscia di Gaza, metà della comunità cristiana che vi risiedeva è fuggita. Proibite sono le decorazioni natalizie cristiane e la pubblica esposizione del crocefisso. In una trasmissione televisiva del dicembre 2010, esponenti di Hamas incitarono i musulmani a trucidare i loro vicini cristiani. Rami Ayad, proprietario dell’unica libreria cristiana di Gaza, venne assassinato e il suo negozio ridotto in cenere. Si tratta della stessa Hamas con cui l’Autorità Palestinese che governa in Cisgiordania ha recentemente firmato un patto d’unità. Non c’è da stupirsi, quindi, se si registra un esodo di cristiani anche dalla Cisgiordania, dove un tempo erano il 15% della popolazione mentre ora non arrivano al 2%.
C’è chi attribuisce questa fuga alla politica di Israele che negherebbe ai cristiani opportunità economiche, ne arresterebbe la crescita demografica e ne impedirebbe l’accesso ai Luoghi Santi di Gerusalemme. In realtà, la maggior parte dei cristiani di Cisgiordania vive in città come Nablus, Gerico e Ramallah che sono da sedici anni sotto il controllo dell’Autorità Palestinese: tutte città che hanno conosciuto una vistosa crescita economica e un forte aumento di popolazione… fra i musulmani. Israele, nonostante la vitale necessità di proteggere i suoi confini dai terroristi, in occasione delle festività consente l’accesso alle chiese di Gerusalemme anche ai cristiani provenienti sia dalla Cisgiordania, sia dalla striscia di Gaza. A Gerusalemme stessa il numero di residenti arabi, compresi i cristiani, è triplicato da quando la città è stata riunificata da Israele, nel 1967.
Dunque deve esservi un’altra ragione per spiegare l’esodo dei cristiani dalla Cisgiordania. La risposta si trova a Betlemme. Sotto il patrocinio d’Israele (1967-1996), la popolazione cristiana della città era cresciuta del 57%. Dopo il 1996, invece, sotto l’Autorità Palestinese il loro numero è precipitato. Palestinesi armati si impossessarono di case cristiane da dove per anni i loro cecchini hanno fatto fuoco sule case dei prospicienti quartieri ebraici di Gerusalemme sud, fino a costringere Israele a costruire la barriera protettiva (che ora gli viene imputata). Palestinesi armati occuparono anche la Basilica della Natività, saccheggiandola e usandola come latrina. Oggi i cristiani, che a Betlemme erano la maggioranza, non costituiscono più di un quinto della popolazione di questa loro città santa.
L’estinzione delle comunità cristiane in Medio Oriente costituisce un’ingiustizia di dimensioni storiche. Eppure Israele rappresenta un esempio di come questa tendenza possa essere non solo prevenuta, ma ribaltata. Se godessero del rispetto e dell’apprezzamento che ricevono nello stato ebraico, anche nei paesi musulmani i cristiani potrebbero non solo sopravvivere, ma crescere e prosperare.

(Da: Wall Street Journal, 9.3.12)