Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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giovedì 31 maggio 2012

Piuttosto che dire “Israele” mi faccio mancare la voce…

E’ quello che è successo, il 25 maggio, a David Pujadas, di France2. Ha avuto l’ingrato compito di presentare il successo di un gruppo di ricercatori israeliani che dalle cellule della pelle umana sperano di ottenere tessuti che possano riparare le lesioni cardiache.


Un’équipe dell’Istituto  Technion e del Centro medico Rambam di Haifa in Israele è riuscita a trasformare le cellule della pelle in cellule muscolari cardiache.  Le cellule sono prelevate dal paziente stesso, riducendo così il rischio di rigetto. Un grande lavoro che potrebbe ridare la speranza di vita a milioni di persone. Eppure David Pujadas, ce l’ha fatta appena a pronunciare “un’équipe di ricercatori” ma a dire che sono israeliani, proprio non ce l’ha fatta. La voce gli è improvvisamente mancata….

martedì 29 maggio 2012

UNRWA, ossia come moltiplicare il numero dei profughi palestinesi e farli restare tali

 Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Cari amici,
sapete che uno degli ostacoli principali alla pace in medio oriente, anzi, forse il più importante di tutti, è la questione del "ritorno" dei "rifugiati", che per i Palestinesi sarebbero 7 milioni, cioè circa dieci volte quelli che se ne andarono nel '48 - come se l'Italia avesse oggi 400 e passa milioni di abitanti. Magari non sono 7 milioni, ma c'è un'agenzia dell'Onu appositamente dedicata ai soli "rifugiati" palestinesi, l'Unrwa, che amministra aiuti per 5 o 6, un numero comunque molto strano. E infatti un senatore americano, il repubblicano Mark Kirk, ha fatto passare un articolo di legge in cui si impone alla segreteria di stato di far conoscere i numeri dei veri rifugiati palestinesi (http://www.washingtonpost.com/blogs/right-turn/post/is-the-un-making-the-palestinian-refugee-problem-worse/2012/05/23/gJQAxW0BkU_blog.html).
La cosa ha anche un forte impatto economico e dunque fiscale, perché gli americani pagano miliardi di dollari in aiuti a questi "rifugiati", fidandosi del giudizio dell'Unrwa. Ora è evidente che stipendi, finanze e potere dell'agenzia dipendono dal numero dei rifugiati. Ora l'Unrwa si è data il compito di "istillare l'identità palestinese" e di "preservarla (http://elderofziyon.blogspot.it/2012/04/unrwa-director-brags-about-instilling.html; per leggere le teorie del commissario generale dell'Unrwa, che per sfortuna è un'italiano, leggete qui: http://www.unrwa.org/etemplate.php?id=1315); e per far questo ha spesso prestato la propria copertura, fornito i propri mezzi, pagato stipendi ai terroristi di Hamas: due buone ragioni per non fare troppo
gli schizzinosi rispetto al loro numero. Ma sapete quanti sono i rifugiati palestinesi veri secondo Kirk? Circa 30-35 mila: vale a dire duecento volte meno di quel che pretendono i palestinesi e l'Unrwa.
La differenza è un po' troppo grande per essere il semplice frutto di una confusione, ammetterete. E infatti c'è una ragione di fondo. Vi è una definizione internazionalmente sancita dello stato di rifugiato.
La trovate qui, su un documento ufficiale dell'Onu (http://www.unhcr.org/refworld/pdfid/43141f5d4.pdf): E' un rifugiato "chiunque, a causa di un ben fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità o opinioni politiche, si trova fuori del paese di sua nazionalità e non può o, a causa di tale timore o, - per motivi diversi dalla convenienza personale - non vuole avvalersi della protezione di tale paese, o che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del paese della sua precedente residenza abituale, non può o, a causa di tale timore o per altri motivi di convenienza personale, non è disposta a tornare ad esso. "
(Convenzione del 1951)
A questa definizione si è poi aggiunta questa postilla: "Il termine 'rifugiato' si applica anche ad ogni persona
che, a causa di aggressione esterna, occupazione, dominazione straniera o gravi turbamenti dell'ordine pubblico che hanno coinvolto in parte o in tutto il suo paese di origine o di cittadinanza, è costretto a lasciare il proprio luogo di residenza abituale per cercare rifugio in un altro luogo fuori del proprio Paese di origine o
nazionalità. " (convenzione OAU del '69). La condizione di rifugiato non si applica però "a coloro per cui vi siano basi ragionevoli per considerarli come un pericolo per la sicurezza nel paese" (art 33-2 della Convenzione del '51) e in generale ai combattenti. Coloro che hanno portato le armi, dice la convenzione, possono essere considerati rifugiati solo se dichiarano di rifugiarvi. E' inoltre personale, riguarda singoli individui, non la loro famiglia, i loro eredi.
Ora se guardiamo i "rifugiati palestinesi" attuali, chi fra loro è stato costretto dai disordini della guerra a uscire dalla residenza abituale? Possono rientrare in questa condizione solo quelli nati prima del '49, non i loro figli e nipoti. Inoltre non quelli che hanno portato le armi senza rinunciarvi, non quelli che si sono trasferiti in altre parti del loro stato di origine (il mandato britannico di Palestina). Quanti sono? Il risultato ragionevole è quello che dice il senatore Kirk: tre o quattro decine di migliaia, non di più. Vi sembra strano? Pensate ai milioni di tedeschi, cechi, polacchi, italiani, ungheresi che hanno avuto un parente costretto a trasferirsi in seguito alla seconda guerra mondiale; pensate alle centinaia di milioni di indiani e pakistani eredi di coloro che si trovarono in questa condizione in seguito alla divisione del paese, pensate ai trasferimenti connessi alle guerre civili e di liberazione coloniale in Africa, pensate a tutti gli israeliani (non c'è nessuno che non abbia almeno un avo espulso dai paesi arabi o scappato dall'Europa). Insomma, se si applicassero i criteri dell'Urwa a tutti, metà degli abitanti del mondo sarebbero ufficialmente rifugiati, magari mantenuti dall'altra metà, con alcune decine di milioni di burocrati a mediare. Ma non è così. Perché, a parte i rifugiati palestinesi, per gli altri le regole sono quelle ovvie e di buon senso, per cui ai problemi si cerca un rimedio, e non ci si sforza di perpetuarli. E c'è un'agenzia dell'Onu che magari non sarà perfetta (anzi, tutt'altro, come ogni cosa di questa entità "soprannazionale"), ma almeno non è un attore politico filoterrorista. Si chiama UNHCR e ne trovate il sito qui: http://www.unhcr.org/pages/49c3646c125.html.
Certo, mi direte, queste considerazioni sono solo giuridiche e non dicono granché. Ma perché si è creato il problema dei rifugiati palestinesi e di chi è la colpa? Magari un giorno cercherò di raccontarvi a modo mio questa storia, ma per ora mi limito a rimandarvi a un bell'articolo di Robert Werdine, che trovate qui: http://blogs.timesofisrael.com/the-truth-about-the-nakba/. Scoprirete che tutto è stata la "nabka", la sconfitta araba nel tentativo di spazzar via gli ebrei da Eretz Israel nel '48, salvo che un "disastro" innocente, perché si combatté paese per paese, strada per strada, casa per casa. E quando gli arabi prevalevano, distruggevano tutti e ammazzavano tutti. Se sono scappati, è per buone ragioni, per la violenza della guerra, per il senso di colpa delle stragi che avevano compiute, per paura della vendetta, per l'appello dei generali arabi, convinti di tornare presto vincitori. Ma questo non dà affatto ai loro nipoti e pronipoti il diritto di "tornare" dove non sono mai stati, in Israele.

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=44687

domenica 27 maggio 2012

2012, campagna elettorale in Egitto. O era nel III Reich negli anni 30???



Se riuscite ad arrivare in fondo a questo video senza vomitare siete di stomaco forte....
Questa è la primavera araba tanto decantata.
Questo è il concetto di democrazia che vige nei paei arabi liberati dai regimi


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sabato 26 maggio 2012

Firmate la petizione: Just One Minute

Solo un minuto! E' quello che chiedono le famiglie degli atleti israeliani trucidati dai palestinesi alle olimpiadi di Monaco del 1972.
Ma il Comitato Olimpico Internazinonale non vuole onorare la memoria di quei ragazzi massacrati dai terroristi.
Firmate la petizione!
https://www.change.org/petitions/international-olympic-committee-minute-of-silence-at-the-2012-london-olympics?utm_medium=email&utm_source=supporter_message

Just One Minute: rispettate la memoria degli atleti israeliani.



A quanto pare il comitato olimpico internazinoale non ha le palle! 
Non intendono neanche riservare un minuto di silenzio per onorare la memoria degli 11 atleti israliani trucidati dai palestinesi alle olimpiadi di Monaco del 1972. 
Sono passati 40 anni da quella strage eppure per il CIO quei morti non meritano alcun rispetto.
Tutto questo avviene perchè i paesi arabi si sono opposti alla commemorazione, e ovviamente se gli arabi si oppongono il resto del mondo si caga sotto! Che codardi di merda!!!!!

ONORE AGLI ATLETI ISRAELIANI TRUCIDATI DALLE SANGUINARIE BELVE PALESTINESI!

Quello che non leggerete mai sui nostri giornali.

Utilizzando notizie  provenienti da tutta Israele, la Algemeiner inizierà a rendere noti gli attacchi contro i civili e militari israeliani , che giornalmente si verificano ma che nessun organo di stampa riporta. Le informazioni sono per gentile concessione di Hatzalah Yehudah e Shomron, una organizzazione di volontariato di emergenza medica con oltre 500 medici e paramedici volontari, di guardia 24/7 per assistere arabi e israeliani in urgente bisogno di cure mediche.
21 Maggio 2012
  • La Polizia di frontiera vicino a Issowiya  è fatta oggetto di un attacco di lanci di pietre.   
  • Attacchi di lancio di pietre contro veicoli israeliani, vicino alla scuola araba in Tekoa causano danni al parabrezza. 
  • Attacchi di lanci di pietre tra Bet Omar e El Arub sul Gush Etzion-Hebron Highway. 
  • La Polizia di frontiera situata nella parte A-Tur, quartiere nei pressi di Gerusalemme, è attaccata da decine di terroristi arabi. Le forze di sicurezza israeliane arrestano cinque degli agitatori.
  • All’incrocio di Gush Etzion, un terrorista arabo tenta di colpire un ufficiale dell’IDF, ma nella lotta si ferisce da solo. 
  • Vicino Chirbat Adir sulla strada di Efrat-Tekoa, veicoli israeliani danneggiati dal lancio di pietre. 
  • Vicino Na’alin, sulla strada 446, lanci di pietre contro veicoli israeliani causano danni al parabrezza. 
  • Lanci di pietre presso il checkpoint Shoafat causano ferite non gravi alla gamba un poliziotto israeliano. 
  • Lanci di pietre vicino Adam causano gravi danni ai veicoli.
19 Maggio 2012
  • Un poliziotto di frontiera è ferito da  lanci di pietre vicino al checkpoint Shoafat.
18 Maggio 2012
  • Un poliziotto di frontiera è ferito dal lancio di pietre, vicino a Nebe Zalach. Ricoverato al Belinson Hospital.

Nella foto in alto: manifestanti palestinesi lanciano pietro contro postazioni militari israeliane durante il “Nakba day” del 2011 utilizzando un'ambulanza come scudo. (Fonte: Algemeiner)

Rescue: l'applicazione israeliana che salva la vita

(ANSAmed) - TEL AVIV - A promuoverne la diffusione e' l'architetto e uomo d'affari fiorentino Ghigo Capasso, gia' pilota Alfa Romeo e campione italiano delle ruote coperte negli anni '70, oggi presidente e amministratore delegato di una delle tante start-up nate in questi anni nella piccola 'silicon valley' mediorientale di Tel Aviv e dintorni. Rescue - spiega Capasso - e' di fatto una versione piu' intelligente (e rispettosa della privacy) di quella scatola nera che tutti le autovetture europee dovranno avere a bordo di qui a non molto. Ma e' anche uno strumento di uso potenzialmente piu' largo: presentato come ''salvavita a disposizione di bikers, ciclisti, sciatori, escursionisti, pedoni, anziani o donne sole minacciate da pericoli''. Il 'miracolo' e' reso possibile da un algoritmo complesso e rivoluzionario, ideato da giovanissimi fisici e matematici israeliani divenuti partner della start-up di Capasso. Un meccanismo che permette all'applicazione - riservata per ora ai sistemi Android - d'individuare con precisione i contraccolpi di possibili cadute o incidenti, reagire (anche a telefonino spento) e attivarsi con l'invio di Sms e chiamate in vivavoce laddove l'utente non sia in grado di muoversi per un trauma qualunque (o magari non possa farlo perche' aggredito).
Rescue ha superato di recente in Italia l'esame del crash test automobilistico secondo i protocolli europei. E' inoltre gia' in grado di dialogare con i sistemi di Samsung-Italia, Motorola-Italia e Vodafon, con i quali i responsabili del progetto hanno avviato contatti. Trattative per un possibile utilizzo, secondo le normative in fase di studio in sede Ue, sono poi in corso con le Federazioni europee di motociclisti e cicloamatori, sottolinea Capasso all'ANSA. Categorie per le quali - puntualizza - l'applicazione ''puo' rappresentare un mezzo unico, in termini d'efficacia, per l'attivazione di soccorsi immediati in caso di necessita'''. (ANSAmed).

Forse non tutti sanno che....

Lo sapevate? 2,3 miliardi di dollari: è la cifra che la Intel (Pentium ecc.) investe quest'anno in Israele per aggiornare uno dei suoi stabilimenti locali per la produzione dei processori con la tecnologia di punta nel mondo, chips a 22 nanometri. La mossa, i cui benefici effetti si sentiranno nell'export israeliano, comporta oltre 1000 nuove assunzioni). Prestissimo nel vostro computer un nuovo cuore israeliano!
Lo sapevate? Paul Otellini, Presidente di Intel ha presentato i nuovi processori a tecnologia 22 nanometri. "Grazie a questa tecnologia verranno creati straordinari dispositivi in grado di cambiare il mondo...". Quello che i giornali non dicono è che sono fabbricati in Israele dopo un investimento di 2,7 miliardi di$.
Lo sapevate? Ora è ufficiale: i giacimenti di gas di fronte alla costa israeliana renderanno Israele un paese esportatore di energia con una pioggia di benefici sulla sua economia. Sono i più grandi giacimenti scoperti nel mondo negli ultimi 10 anni! Lechaim!!!
Lo sapevate? Si chiama 'X-Hawk', è stata progettata e costruita in Israele: avrà la manovrabilità di un elicottero senza l'ingombro delle eliche.
Lo sapevate? Nuova applicazione israeliana per l'I-phone. Il programmino gratuito Myday riconosce le accelerazioni di un incidente stradale e trasmette automaticamente l'allarme e la posizione precisa per accelerare i soccorsi.

Campionati per disabili: medaglia d'oro per Israele

Moran Samuel vince per Israele la medaglia d'oro di canottaggio ai campionati per disabili a Gavirate in Italia. Alla premiazione si scopre che gli organizzatori non hanno la registrazione dell'HaTikvà (non pensavano che l'atleta israeliana potesse vincere!). Ma Moran non si perde d'animo e preso un microfono se la canta da sola: la più bella HaTikvà mai sentita! "Se guardate un ostacolo come una sfida, ce la farete", ha spiegato. "Ci sono sfide piccole, come per me prendere il microfono, ci sono sfide molto più grandi". Ha commosso tutto Israele.

E ha commosso tutti quelli che hanno a cuore lo sport.
Todà Moran! Onore a te e al tuo meraviglioso paese.

VIVA ISRAELE!

Guardate il video della premiazione e ditemi se non è commovente!

domenica 20 maggio 2012

Ambulanza israeliana attaccata dai palestinesi

Un'autoambulanza israeliana interviene sul luogo di un incidente e il personale rischia il linciaggio.

Mentre i paramedici soccorrono due giovani donne ferite,vengono dapprima insultati dai familiari delle due donne e poi da alcuni arabi sopraggiunti sul luogo dell'incidente. Dagli insulti si passa all'aggressione fisica, il personale sanitario allora cerca rifugio all'interno dell'ambulanza che viene circondata da altri palestinesi sopraggiunti "in aiuto" degli aggressori. In breve tempo una folla di palestinesi aggredisce anche l'ambulanza con calci e pugni sui vetri, gridando insulti, maledicendo l' IDF e il Magen David Adom.

L'arrivo della polizia israeliana pone fine al linciaggio di cose e persone,ma un paramedico ha dovuto ricorrere alle cure in ospedale

Gerusalemme? Per le Poste francesi è in Palestina

Eh si’, ne succedono di tutti i colori! Qualche giorno fa, per la precisione il 17 Maggio, il presidente del BUREAU NATIONAL DE VIGILANCE CONTRE L”ANTISEMITISME 8 Boulevard Saint Simon 93700 Drancy 0668563029, Sammy Ghozlan, ha chiesto formalmente alle Poste francesi di chiarire la vicenda della quale è stata vittima una cittadina francese. La storia: una signora francese spedisce il 15 maggio, da Parigi, un pacco al figlio che si trova a Gerusalemme. Ma un funzionario delle Poste, evidentemente indispettito per l’indirizzo che recava (ovviamente) scritto: Gerusalemme, Israele, ha cancellato “Israele” per rimpiazzarlo con “Palestina”, mettendoci in più un cuore accanto! Il pacco risulta essere stato timbrato a PIC PARIS NORD 95504 GONESSE CX. Il BNVCA ha anche riferito, nel suo esposto, di pacchi e lettere con destinazione Israele tornati al mittente deteriorati, rotti o sporcati. Ma quando accetteranno che Gerusalemme è, è stata e sarà la capitale di Israele? Forse ai dipendenti delle Poste Francesi occorrono corsi di aggiornamento….

venerdì 18 maggio 2012

In memoria degli atleti israeliani trucidati a MOnaco nel 1972

Io ricordo gli atleti israeliani vittime della Strage di Monaco del 1972:


Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana,

Yossef Romano, 31 anni, pesista,

Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana,

David Berger, 28 anni, pesista,

Mark Slavin, 18 anni, lottatore,

Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi,

Ze’ev Friedman, 28 anni, pesista,

Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera,

Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno,

André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma

Rifiutarsi di ricordare Monaco ’72. All’Olimpiade di Londra vince la paura

di Pierluigi Battista

È evidente il motivo per cui il Cio si rifiuta di ricordare con un minuto di silenzio a Londra il massacro olimpico di Monaco ’72: la paura. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie solo per un minimo gesto di omaggio agli atleti israeliani uccisi quarant’anni fa da un commando di terroristi palestinesi. La preoccupazione di urtare la suscettibilità di chi non vuole riconoscere lo Stato di Israele e dunque non pensa che i morti ammazzati di Israele, uccisi in Germania nel mezzo di una competizione olimpica, debbano essere onorati. La paura, il terrore. Nessun’altra spiegazione plausibile.
Un minuto di silenzio, non cerimonie mastodontiche e costose. Un minuto di silenzio e di raccoglimento per i due atleti israeliani che vennero ammazzati nel villaggio olimpico e per gli altri nove che, presi in ostaggio, persero la vita (assieme a un poliziotto tedesco e al commando di sequestratori) alla fine di un disastroso blitz condotto dalle forze speciali della Germania occidentale. Una strage. Una carneficina ad altissimo valore simbolico perché, per la prima volta dopo l’Olocausto, 11 ebrei vennero trucidati in terra tedesca. Il massacro fece molto scalpore, ma si decise lo stesso di andare avanti con i Giochi olimpici.
Oggi, dopo quarant’anni, la richiesta di un minuto di silenzio avanzata dagli israeliani sembra una richiesta ragionevole, misurata, tutt’altro che provocatoria. Ma gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra non hanno perso l’occasione per un altro gesto di viltà. Ai Giochi del Mediterraneo lo Stato di Israele viene escluso. Ora viene esclusa persino la possibilità di ricordare i morti di quarant’anni fa. Nessuna ragione convincente per questo sconcertante rifiuto. Non un argomento sostenibile. Soltanto la paura. Ma la paura, il cedimento preventivo ai diktat dei prepotenti, è la negazione stessa dello spirito olimpico, fondato sulla lealtà e sul riconoscimento del valore di tutti gli atleti di tutte le Nazioni. E si sancisce così il principio che alcuni morti non possono nemmeno essere nominati, che il Cio è ostaggio di chi addirittura sente il massacro di Monaco come una bandiera da sventolare. Una pagina orribile della storia. Uno sfregio alle Olimpiadi: le Olimpiadi della paura.

(Fonte: Corriere della Sera, 17 Maggio 2012, pag. 38)

mercoledì 16 maggio 2012

Che nakba, il nakba day

Cari amici,
che è successo? Eppure ve l'avevo detto, o meglio ve l'aveva detto il presidente Abbas e io nel mio piccolo ve l'avevo ripetuto (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=44521): ieri era il giorno della nakba, il disastro, bisognava protestare, marciare, manifestare... e invece niente. Nessuna manifestazione in Italia, questo si capisce perché noi siamo mollaccioni pigri; ma niente in Germania, niente in Gran Bretagna, neppure niente in Francia, che pure ha avuto la vittoria dello splendido Hollande, propiziata dagli immigrati islamici: niente, a parte una piccola aggressione antisemita al campus universitario di Toulouse (http://occam.over-blog.com/ ), città significativa per ragioni che non sto a dirvi qui. Insomma niente in Europa, ma niente neppure in Libano, in Siria, in Egitto, perfino molto poco nei territori governati dall'Autorità Palestinese. Vi ricordate un anno fa le marce contro i posti di blocco, il tentativo di entrare nel territorio dell'entità sionista da Nord, i morti libanesi? Avete presente le minacce del grande timoniere Mahmoud Abbas detto Abu Mazen, presidente della Palestina, successore di Arafat, praticamente l'incrocio di Mao con il Che? "Se non smettete di costruire nuovi balconi e pollai nelle colonie, vi sommergeremo con la pacifica resistenza popolare!" Be', alla fine c'è stata solo qualche decina di ragazzotti, di quelli che non perdono occasione di far casino, che hanno tirato stancamente un po' di pietre a un posto di controllo israeliano...
Che delusione! Davvero, che cosa è successo... Voi mi dite che i siriani e gli egiziani hanno altro a cui pensare e che gli arabi dell'Autorità Palestinese sono occupati a godersi quel po' di benessere che le politiche di Netanyahu ha permesso loro di raggiungere? Che per esempio, in barba alle proibizioni della sullodata autorità, nei loro negozi comprano soprattutto prodotti israeliani (http://elderofziyon.blogspot.it/2012/05/palestinian-arabs-prefer-to-buy-blue.html?utm_medium=twitter&utm_source=twitterfeed)
perché li giudicano migliori? Ma no, per favore, non dite così, non ignorate l'eroismo del grande popolo palestinese... Ci sono altri fattori. Per esempio ci sono delle Ong che non fanno il loro lavoro di dar fastidio a Israele, secondo anche il mandato dell'Unione Europea (http://www.publicserviceeurope.com/article/1923/europes-neo-colonialist-agenda-in-israel)
 , ma si occupando di diritti umani nei territori dell'Autorità Palestinese... Ma vi pare il caso? Giustamente il nonstro piccolo Mao-Che Abbas si è inquietato (http://elderofziyon.blogspot.it/2012/05/to-abbas-ngos-arent-for-human-rights.html). Sì, le Ong si danno da fare, nei limiti delle loro capacità, per esempio preparano rapporti falsi da cui
l'Unione Europea scopiazza allegramente
ma questo non basta: bisognerebbe organizzare la masse! E anche la stampa araba, diciamola, non fa più abbastanza il suo lavoro, per esempio sulla Nakba è stata quasi zitta (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=269906). E' così che si perdono le occasioni. Il nostro caro leader Abbas ha un bel rispondere alle aperture di Netanyahu dicendo che non sono aperte abbastanza, che lui è disposto a fare una trattativa senza precondizioni solo se si accettano le sue precondizioni e che comunque Israele non ha fatto ancora quel harakiri che vuole lui
Ma se non ci sono le masse che premono, come si fa? Ditemi voi, ma non è un disastro, una vera Nakba, questo Nakba day? Magari tutto il mondo capisce che "Palestina libera/ Palestina rossa", come dicono quelli di Rocca Cannuccia, non è la priorità neanche per i "palestinesi". E sarebbe un disastro vero... come farebbero le vacanze i flottiglisti?

Ugo Volli

Il vero problema dei profughi palestinesi

Di Clifford D. May

Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono l’India, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza hindu, l’altra a maggioranza musulmana. Più di sette milioni di musulmani sfollarono verso il territorio che sarebbe diventato il Pakistan; un numero analogo di hindu e sikh sfollò verso l’India. Oggi non c'è uno solo di quei musulmani, sikh e hindu che sia ancora nella condizione di profugo.
Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono la Palestina, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza ebraica, l’altra a maggioranza musulmana. Circa 750.000 musulmani lasciarono il territorio che sarebbe diventato Israele; un numero analogo di ebrei lasciò le terre arabo-musulmane. Oggi non c'è uno solo di quegli ebrei che sia ancora nella condizione di profugo. Viceversa, vi sono ancora i profughi palestinesi. Anzi, il loro numero si è moltiplicato per cinque. Come è possibile?
Attraverso due meccanismi. Innanzitutto un profugo è, per definizione, una persona che vive su suolo straniero, ma non nel caso dei palestinesi per i quali la definizione di profugo è stata allargata fino a comprendere anche i palestinesi sfollati all’interno del territorio palestinese. In secondo luogo, l’ente internazionale responsabile del reinserimento dei profughi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è stato tagliato fuori sin dall’inizio mentre veniva appositamente creato un nuovo ente, l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency), esclusivamente destinato ai profughi palestinesi. Nel 1950 l’Unrwa definiva “profugo palestinese” chiunque avesse “perduto la sua casa e i suoi mezzi di sussistenza” durante la guerra lanciata dai paesi arabo-musulmani come reazione alla dichiarazione d’indipendenza d’Israele. Quindici anni dopo l’Unrwa decideva – contro il parere degli Stati Uniti – di considerare “profughi” anche i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che avevano lasciato il territorio israeliano. E nel 1982 l’Unrwa estendeva ulteriormente la definizione sino a coprire tutte le generazioni successive. Per sempre.
In base alle regole dell’Unrwa, il discendente di un profugo palestinese rimane “profugo palestinese” anche se acquisisce la cittadinanza di un altro paese. Ad esempio, dei due milioni di profughi palestinesi ufficialmente registrati in Giordania, tutti tranne 167.000 posseggono la cittadinanza giordana (in effetti, circa l’80% della popolazione giordana è palestinese, cosa che non sorprende dal momento che la Giordania stessa occupa più di tre quarti del territorio storicamente denominato Palestina). Adottando questa politica, l’Unrwa viola in modo flagrante la Convenzione del 1951 relativa allo status di profugo, la quale afferma chiaramente che una persona cessa di essere considerata profugo se “ha acquisito una nuova cittadinanza e gode della protezione del paese della sua nuova cittadinanza”.
Ma il programma dell’Unrwa è quello di far crescere all’infinito, anziché ridurre, la popolazione profuga palestinese. Secondo le proiezioni dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, nel 2030 l’elenco ufficiale Unrwa dei profughi palestinesi arriverà a 8 milioni e mezzo. Nel 2060 il numero di profughi palestinesi sarà 25 volte quello dei profughi Unrwa del 1950, anche se verosimilmente non uno di quelli che effettivamente lasciarono Israele sarà ancora in vita.
Chiunque può capire cosa significherebbe se a tutti questi “profughi” venisse effettivamente riconosciuto il “diritto” al “ritorno” in Israele. “Sul numero dei profughi – ha affermato il 24 marzo 2009 lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – è illogico chiedere a Israele di prendersene cinque milioni, o anche solo un milione, perché significherebbe la fine di Israele”.
Ma naturalmente, proprio questo è l’obiettivo. I discendenti di coloro che sfollarono più di sessant’anni fa, quando venne respinta la prima offerta di quella che poi ci saremmo abituati a chiamare la “soluzione a due stati”, vengono usati come pedine per impedire la soluzione a due stati: adesso e in futuro. Accrescendo continuamente in modo abnorme e artificiale il numero dei profughi, mantenendo questa popolazione in condizioni di povertà, dipendenza e rabbia, lasciando intendere che il “diritto al ritorno” verrà preteso e ottenuto da qualche leader palestinese, l’Unrwa aiuta concretamente gli estremisti ad impedire la pace e a continuare la guerra per l’annientamento di Israele. E, paradossalmente, questa politica contro la pace viene in gran parte finanziata dai paesi occidentali, e in particolare dagli Stati Uniti che sono sempre stati il maggiore contribuente dell’Unrwa alla quale, dal 1950, hanno versato circa 4,4 miliardi di dollari.
Alcuni membri del Congresso hanno capito cosa sta succedendo e intendono fare qualcosa. Il senatore Mark Kirk (repubblicano, dell’Illinois) sta lavorando a un emendamento del disegno di legge sui finanziamenti all’estero per l’anno fiscale 2013 che stabilirebbe per la prima volta come politica degli Stati Uniti quella di definire “profugo palestinese” solo un vero profugo palestinese e non un suo figlio, nipote o pronipote, e nemmeno chi si fosse reinserito acquisendo la cittadinanza di un altro paese. L’emendamento Kirk richiederebbe al Segretario di stato di riferire al Congresso quanti palestinesi che usufruiscono dei servizi Unrwa corrispondano effettivamente alla definizione di profugo internazionalmente riconosciuta. Anche Howard Berman (democratico, della California), autorevole membro della commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti, sta studiando delle proposte di legge su questo tema volte a garantire perlomeno che i discendenti dei profughi siano catalogati come tali e cioè, con inconsueta chiarezza, non come profughi bensì appunto come “discendenti di profughi”. Costoro potrebbero continuare ad accedere ai servizi dell’Unrwa, ma come “cittadini dell’Autorità Palestinese”, che possono aspirare a diventare cittadini di uno stato palestinese se e quando i palestinesi arriveranno alla conclusione che istituire uno stato palestinese vale il prezzo da pagare: la rinuncia al sogno di distruggere lo stato ebraico.
Purtroppo sono ancora troppo pochi i palestinesi giunti a questa conclusione. Se il Congresso riuscisse a imporre un colpo di freno all’Unrwa, forse altri si aggiungerebbero.

(Da: Israel Hayom, 10.5.12)

Nakba e libertà

La vibrante, benché arroccata, democrazia israeliana si è mostrata in tutta la sua grandezza lunedì scorso, all’Università di Tel Aviv. Alcune decine di studenti, palestinesi ed ebrei, hanno pubblicamente espresso la loro convinzione che gli eventi relativi alla nascita dello stato di Israele costituiscano una “nakba”, parola araba che significa “catastrofe”, e l’hanno fatto dopo aver ricevuto l’autorizzazione del rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter. I partecipanti alla manifestazione hanno ascoltato la lettura di una poesia del compianto poeta palestinese Mahmoud Darwish, hanno osservato un momento i silenzio e per buona misura – in un chiaro tentativo di coinvolgere gli studenti ebrei “giudaizzando” la cerimonia – hanno recitato una loro versione della preghiera Yizkor, che viene tradizionalmente letta in memoria dei defunti nelle sinagoghe e in altre commemorazioni ebraiche.
Il fatto che si sia tenuta questa cerimonia conferma la tesi – fatta propria del comitato editoriale di questo giornale – che la cosiddetta “legge sulla Nakba” non vìola affatto la libertà di riunione e la libertà di espressione dei cittadini israeliani, sia arabi che ebrei. Infatti la “legge sulla Nakba”, approvata nel marzo 2011, sebbene sia stata rozzamente travisata dalla stampa (e descritta come una legge liberticida, se non addirittura l’inizio della fine della democrazia israeliana), in realtà afferma un principio del tutto ragionevole. In sostanza, si tratta di un emendamento alle norme sui finanziamenti pubblici che dà mandato al ministero delle finanze di sospendere le sovvenzioni statali destinate ad organizzazioni, istituzioni, municipalità o altri enti che usano i soldi dei contribuenti israeliani per attività che hanno lo scopo i minare le basi morali dello stato d’Israele. Non si può pretendere che Israele, in quanto stato ebraico, continui a spendere il denaro dei suoi contribuenti per perpetuare la versione vittimista palestinese che distorce intenzionalmente la realtà storica allo scopo di delegittimare il sionismo. Giacché, dopotutto, resta il dato di fatto che le sofferenze palestinesi furono il risultato del rifiuto della risoluzione di spartizione Onu nel 1947 da parte della dirigenza palestinese estremista, e della folle decisione di personaggi come l’antisemita Haj Amin al-Husseini di scatenare una guerra per la distruzione dello stato ebraico appena nato. A meno di starsene fermi e farsi trucidare, e gettare nella pattumiera ogni aspirazione all'autodeterminazione nazionale, c’era ben poco che gli ebrei potessero fare per risparmiare ai palestinesi le dolorose conseguenze di quella loro scelta scellerata. E tuttavia, essendo una democrazia, Israele sente l’obbligo di tutelare il diritto dei palestinesi di commemorare la loro “storia”, indipendentemente da quanto possa essere distorta e controproducente per un futuro di riconciliazione e di pace.
La “legge sulla Nakba” garantisce questo delicato equilibrio. Gli organizzatori dell’evento e gli amministratori dell’Università sono stati attenti a rispettare i limiti della “legge sulla Nakba” che proibisce all’Università di usare fondi statali per finanziare attività anti-israeliane. L’Università di Tel Aviv non ha partecipato alle spese per le cerimonie della “giornata della Nakba”: sono stati gli organizzatori dell’evento che hanno saldato il conto per le spese relative a personale di servizio, allestimenti, decorazioni. Ma, garantendo che la cerimonia si tenesse nel campus, le autorità dell’Università hanno confermato i principi democratici di libertà di parola e di riunione (contro l’opposizione di chi non ha capito questa logica e l’ha rumorosamente contestata, col solo effetto di regalare molta pubblicità a un evento che di per sé ha attirato un gruppo molto piccolo di persone).
Per quanto riguarda, poi, coloro che all’evento hanno preso parte, sarebbe troppo chiedere che, insieme al lutto per la “catastrofe”, dedicassero un pensiero anche a quanto di buono da quella “catastrofe” è venuto fuori? Se nel 1948 arabi e palestinesi fossero riusciti a soffocare Israele sul nascere, certamente oggi non esisterebbe – non solo in terra d’Israele, ma in tutta la regione – nessun istituto accademico del livello dell’Università di Tel Aviv che, come le altre università israeliane, accoglie docenti e studenti senza alcuna distinzione di etnia, sesso o religione, promuovendo un’atmosfera di totale libertà d’espressione. Ecco qualcosa su cui sarebbe utile riflettere nella “giornata della Nakba”.

(Da: Jerusalem Post, 14.5.12)

domenica 13 maggio 2012

Il nano pazzo di Teheran esce di nuovo allo scoperto

Il patetico nanerottolo iraniano ha dichiarato che gli stati regionali possono distruggere Israele tagliano i loro legami con lo stato Ebraico: "non c'è bisogno di acquistare armi per combattere il regime sionista di Israele. Se i governanti sono abbastanza saggi, non vendono la loro benzina per pagare 60 miliardi di dollari per acquistare delle armi", 
"Il regime sionista è come una cellula cancerosa maligna, e persino una o due cellule sono sufficienti per infettare tutto il corpo," 
Come al solito il buon vecchio nevrastenico riesce a dare il meglio di se quando si tratta di minazziare Israele

mercoledì 9 maggio 2012

Olimpiadi: Israele chiede un minuto silenzio per le vittime di Monaco ’72

Israele ha chiesto al Comitato olimpico internazionale di osservare un minuto di silenzio all’apertura dei Giochi a Londra il prossimo 27 luglio per ricordare il quarantesimo anniversario dell’attentato delle Olimpiadi Monaco del 1972 (al cui autore materiale – non l’unico ovviamente – Fatah dedicò nel 2010 la propria convention). Lo riferisce un comunicato del Ministero degli Esteri israeliano, aggiungendo che il vice ministro Danny Ayalon ha inviato una richiesta ufficiale ai vertici del comitato.
Durante i Giochi del 1972 a Monaco di Baviera, un commando di terroristi dell’organizzazione palestinese ”Settembre Nero” fece irruzione negli alloggi degli atleti israeliani del villaggio olimpico, uccidendone subito due che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele. Alla fine un blitz tentato dalla polizia tedesca porto’ alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque fedayin e di un poliziotto.
(Fonte: ASCA, 24 aprile 2012)

Se lo dicono da soli, ormai

di Deborah Fait
Dopo anni di una propaganda che ha letteralmente innondato il mondo intero di odio contro Israele, insultato come ladro di terre palestinesi, ecco che a 8 anni dalla morte del mostro Yasser Arafat, terrorista e assassino, possa bruciare all'inferno per l'eternita', la verita' incomincia ad emergere, piano piano, male accettata dagli occidentali antisemiti e ammiratori del terrorismo arabo, male accettata da tutti i pacifisti che per tradizione sono odiatori di Israele. La verita' che io ho sempre gridato ai quattro venti , anche se minacciata e insultata, come molti altri amici,
La verita' quella vera, sacrosanta, quella che, nascosta, ha fatto tanti morti, che, rinnegata e rifiutata, e' costata lacrime e sangue, guerre e ancora guerre, terrorismo e odio.
Eccola qui questa semplice verita':
I palestinesi non esistono, non sono un popolo, non lo sono mai stati nella storia e adesso lo dicono loro stessi!
Finalmente!
Nel 1967 Arafat creo' il suo cosiddetto popolo palestinese e lo fece ad hoc per dare fastidio agli ebrei e per avere la scusa di invocare al mondo la fine di Israele, lo disse anni fa un suo ministro di cui non si conosce la fine e lo confermano oggi anche politici arabi.
Dunque per piu' di mezzo secolo quella fetenzia di capoterrorista ha preso in giro il mondo intero, i politici, gli intellettuali, ha fatto credere che esistesse un popolo palestinese cui i perfidi ebrei stavano rubando la terra e , dopo qualche anno , non pago del male che faceva, aggiunse anche la Capitale gridando ai quattro venti che gli ebrei e Gerusalemme non avevano nessun legame, che erano tutte bugie sioniste, che Gerusalemme era solo Al Quds, da sempre araba, dai tempi di Adamo ed Eva, dalla creazione del mondo, da prima che esistessero gli arabi e l'islam!
Pensate che qualcuno abbia detto "Ue' Arafat, datti una calmata e vai a studiare la storia" ?
No, naturalmente, nessuno lo ha mai contraddetto, ha tentato una volta Bill Clinton durante i colloqui di pace del 2000 quando Barak era pronto a dare al terrorista assassino meta' Gerusalemme, quasi tutti i territori e persino il Monte del Tempio. Arraffa incomincio' a dire che gli ebrei non avevano niente a che vedere col Monte del Tempio perche' il Tempio di Gerusalemme non era mai esistito e al suo posto era sempre stata la moschea di Al Aqsa. Clinton a quel punto, dicono, si arrabbio',anzi per dirla papale papale, si incazzo'proprio per benino e il risultato fu la fuga di Arafat dal summit, arrivo' a Gaza e dal pulpito si mise a urlare che la guerra per Gerusalemme era incominciata e che lui voleva un milione di morti per occuparla e farla sua.
Incomincio' cosi' il periodo piu' terribile per Israele, incominciarono gli anni del TERRORE,
Ebbe inizio l'incubo del terrorismo quotidiano, 10, 20 qttentati al giorno per le strade di Israele, cinema. pizzerie, ristoranti, autobus saltavano per aria portando con se' civili israeliani, bambini, donne, famiglie intere che morivano tra le fiamme colpiti da migliaia di pallini di acciaio con cui i terroristi riempivano le loro bombe.
Nessuno in Israele puo' dire di non avere un parente o un amico morto a causa del terrore palestinese. Nessuno.
Per difendersi Israele ha costruito una barriera ad alta tecnologia facendo cosi' diminuire gli attentati del 90%e facendoci odiare ancora di piu' dai pacifinti internazionali che nei 5 anni di guerra del terrore non erano mai venuti a darci la loro solidarieta' , anzi, ci davano dei nazisti quando reagivamo, e andavano ad abbracciare il mostro terrorista.
Oggi dobbiamo sopportare i missili da Gaza, le minacce di distruzione dall'Iran, i missili di hezbollah, l'odio e l'antisemitismo del mondo.
Tutto questo per un popolo che non c'e' .
Tutto questo per saziare l'odio arabo.
Tutto questo per soddisfare l'odio antiebraico europeo che mal sopporta ancora oggi che gli ebrei abbiano una patria e che la difendano strenuamente con un meraviglioso esercito!
Scriveva Mark Twain nel 1867 : “ ...[a] desolate country whose soil is rich enough, but is given over wholly to weeds-a silent mournful expanse....A desolation is here that not even imagination can grace with the pomp of life and action....We never saw a human being on the whole route....There was hardly a tree or a shrub anywhere. Even the olive and the cactus, those fast friends of the worthless soil, had almost deserted the country"
Poi incominciarono ad arrivare gli ebrei dall'Europa fuggendo dalle persecuzioni zariste e dai pogrom e "quella Terra" si trasformo', fondarono Petah Tikva nel 1878, Rishon le Zion nel 1882, Rehovot nel 1880 e incominciarono a sviluppare la terra, a lavorare la sabbia sassosa del deserto israeliano che all'epoca copriva tutto il Paese. Questa nuova situazione e la creazione di posti di lavoro porto' verso Sion gli arabi egiziani, siriani e di tutto il circondario pronti ad accettare il lavoro che gli ebrei offrivano . Fino al 1948 quando fu fondato Israele con i voti delle Nazioni Unite, tutto il mondo occidentale riconosceva gli ebrei come legittimi abitanti di Israele, tutto il mondo occidentale sapeva che da quella Terra gli ebrei furono ingiustamente scacciati e che da 2000 anni ad ogni fine di festivita' ebraica il Popolo gridava "L'anno prossimo a Gerusalemme".
Il mondo occidentale sapeva anche che fino al 1948 , quando cambiarono il nome in israeliani, gli ebrei erano i veri palestinesi, riconosciuti come tali.
Solo nel 1967, quando gli ebrei liberarono Gerusalemme e i territori ebraici (Giudea e Samaria) occupati dalla Giordania per 20 anni, Arafat si invento' i palestinesi, rubando il nome lasciato dagli ebrei per il piu' logico di israeliani, abitanti di Israele.
Nessuno sopporto' la vittoria israeliana sui paesi arabi e il risultato fu che nel 1967 il mondo dimentico' tutto quello che aveva conosciuto e riconosciuto per secoli, la Storia fu rinnegata e ne riscrissero una nuova con un popolo inventato e " martire" e un altro descritto come occupante, assassino, discendente dei nazisti.
Si, Il mondo dimentico' tutto, si assoggetto' ad Arafat, si vendette agli arabi, ondate di violenza antiebraica scossero tutta Europa, quello che rimase inalterato fu l'odio ancestrale che sentiva per l'ebreo e ne fece ancora una volta il capro espiatorio dei suoi umori.
La grande menzogna divenne storia, politici e intellettuali si fecero comprare, imbrogliare, lavare il cervello dalla propaganda araba, i pacifisti, sempre violenti e pieni di odio antiebraico, divennero eroi, i terroristi divennero martiri, gli assassini furono ricevuti dai grandi del mondo come capi di stato, nemmeno il Vaticano si salvo' e il Papa ricevette Arafat in pompa magna.
E' bene ricordare che il Papa riconobbe Israele dopo 45 dalla sua fondazione, solo nel 1993, riconobbe invece Arafat capo della Palestina senza la palestina che ancora non esiste come mai e' esistita.
Ricordatelo, i palestinesi non sono un popolo, sono solo una scusa per massacrare gli ebrei.

Ricordatelo!!!!


Quei sottomarini che preservano la pace

Di Guy Bechor
Quietamente, sotto la superficie, Israele si sta trasformando in una potenza marittima come Russia e Stati Uniti, con una flotta di sottomarini d’avanguardia.
Di recente la Germania ha concordato di fornire a Israele un sesto sottomarino della classe Dolphin. Lo stato ebraico ne ha già tre operativi. Altri due sono in arrivo tra quest’anno e l’anno prossimo. Poi arriverà il sesto. La Germania ha anche accettato di sovvenzionare in parte il sesto sottomarino, come ha già fatto per i precedenti. In un periodo in cui i tedeschi stanno riducendo le loro stesse spese militari a causa della nota congiuntura economica, non si tratta di un aspetto secondario. In futuro Berlino potrebbe vendere altri sottomarini di questo tipo a Israele, che in effetti è interessato a dotarsi di una flotta di una decina di sottomarini che gli garantiscano grande forza nei decenni a venire.
Il costo di ciascuno di questi sottomarini si aggira sui 500 milioni di dollari, cifra che può salire fino a 850 milioni a seconda delle dotazioni. Israele in effetti ha presentato una serie di richieste speciali per le sue unità, e vi ha installato sofisticati sistemi segreti. Il sesto sommergibile sarà il più avanzato, in grado di stare sott’acqua più a lungo.
La marina israeliana sta conoscendo un notevole mutamento concettuale: dalla funzione di guardia costiera (che rimane un compito estremamente importante), si sta trasformando nel braccio strategico di Israele e delle sue Forze di Difesa almeno quanto lo è l’aviazione. I sottomarini israeliani possono raggiungere praticamente qualunque area del mondo, e certamente tutto il Medio Oriente, e per ora i nemici di Israele non dispongono di una credibile contromisura. Nessuno stato della regione può permettersi questi sistemi d’arma. Qualche anno fa era circolata la notizia che anche l’Egitto era interessato all’acquisto di sottomarini tedeschi della classe Dolphin. I sottomarini egiziani sono obsoleti e il Cairo era inquieto a causa della supremazia d’Israele nelle profondità marine, per la quale gli egiziani non dispongono di una risposta adeguata. Poi però le trattative si sono arenate ed oggi il regime al potere al Cairo non ha i mezzi per condurle a termine.
Nel frattempo, anche gli iraniani tengono d’occhio con preoccupazione le notizie che giungono dalla Germania circa la fornitura di altri tre sottomarini a Israele, consapevoli che nemmeno Tehran dispone di contromisure. Proprio nell'intento di far vedere che possiedono un’alternativa, gli iraniani hanno fatto transitare per il Mar Rosso i loro datati sottomarini come una forma di provocazione rispetto alla presenza israeliana a lungo raggio. È lo stesso motivo per cui un vascello iraniano ha recentemente attraversato il Canale di Suez in rotta per il Mediterraneo: per dimostrare che l’Iran dopotutto è una superpotenza marittima.
Sun Tzu, l’autore de “L’arte della guerra”, insegnava già 2.500 anni fa come si crea l’effetto deterrenza: se il nemico valuta che, attaccandoci, subirà inevitabilmente un gravissimo danno, si tratterrà dall’attaccarci. Ed è proprio questo il senso dei sottomarini israeliani: in teoria l’Iran potrebbe colpire Israele con i missili, ma sa – stando ai resoconti dall’estero – che potrebbe pagare un prezzo micidiale. Quand’anche le capacità difensive e offensive di Israele venissero distrutte dall’attacco iraniano, il colpo di risposta contro l’Iran arriverebbe dal mare: ed è praticamente certo che arriverebbe. Se l’Iran si rende conto che gli costerebbe un prezzo terrificante, allora non attaccherà. E in effetti, stando ad autorevoli mass-media internazionali, almeno un sottomarino israeliano sarebbe costantemente in navigazione non lontano dalle coste iraniane. Questa è deterrenza. E una volta che Israele disporrà di sei sottomarini, o forse più, questo elemento incrementerà sensibilmente il controllo d’Israele su un’area molto estesa.
I sottomarini sono certamente una potente arma da guerra, ma i sottomarini israeliani sono di fatto una delle più sicure garanzie per preservare quiete e stabilità in Medio Oriente. I sottomarini garantiscono che il rischio di guerra vada calando, anziché aumentare. Dunque sono uno dei migliori investimenti per la pace mediorientale.
(Da: YnetNwes, 4.5.12)

«Anche quando saltavano i nostri autobus, Israele offriva rifugio ai gay palestinesi»

Tel Aviv è considerata la miglior destinazione al mondo per il turismo gay. È quanto è emerso da un sondaggio condotto a livello internazionale, lo scorso gennaio, da GayCities.com in collaborazione con American Airlines: un record che i diplomatici israeliani riferiscono con orgoglio. In evidente imbarazzo per questa vera e propria cartina di tornasole del carattere democratico e tollerante della società, molti propagandisti anti-israeliani, sedicenti “liberal”, cercano di sostenere che si tratta solo di una manovra volta a “occultare dietro ai diritti dei gay le politiche israeliane di occupazione e apartheid”. Di recente è stato persino creato un apposito sito web per esortare la comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) a boicottare la 20esima edizione annuale di Equality Forum, a Philadelphia, che quest’anno vede Israele come ospite d’onore, rappresentato dal suo ambasciatore negli Stati Uniti, Michael Oren. In realtà, la delegazione israeliana ha regolarmente partecipato all’evento e sabato sera l’ambasciatore Oren ha tenuto il previsto intervento, brevemente interrotto soltanto da un unico contestatore.
Oren ha informato il convegno di quel diplomatico israeliano, nominato a capo di una prestigiosa ambasciata in un paese europeo, al quale e al cui compagno di vita lo Stato ha riconosciuto tutti i normali benefit matrimoniali previsti per quell’incarico. Ha poi raccontato delle severe punizioni che sono state comminate ad alcune soldatesse riconosciute colpevoli d’aver molestato una soldatessa lesbica. Ha parlato della parata Gay Pride che si è tenuta anche a Gerusalemme, nonostante la contrarietà di alcuni ambienti religiosi. Ha ricordato la cantante transessuale Dana International che nel 1998 vinse il concorso Eurovision in rappresentanza di Israele, e il primo evento LGBT israeliano organizzato a Washington che ha visto la partecipazione del cantante israeliano Ivri Lider, un dichiarato paladino dei diritti della comunità gay.
Ovviamente, ha spiegato l’ambasciatore all’uditorio LGBT, non è difficile per Israele far meglio dei suoi vicini in fatto di diritti degli omosessuali. Ma Israele vanta standard elevati anche in confronto a molti paesi occidentali. E ha ricordato che “nello stesso anno in cui gli Stati Uniti istituivano nelle loro forze armate la controversa politica del Don’t Ask Don’t Tell (non chiedere né dichiarare se un soldato è gay), le Forze di Difesa israeliane vietavano esplicitamente ogni forma di discriminazione a danno delle minoranze sessuali”.
A proposito dell’accusa di voler occultare dietro ai diritti dei gay le politiche di occupazione, Oren ha detto: “Esiste un gruppo, piccolo ma loquace, secondo il quale la libertà e gli eguali diritti che Israele garantisce alla comunità LGBT non sarebbero che un tentativo di mascherare la nostra presunta oppressione dei palestinesi. Ma la semplice verità storica è che il movimento per i diritti LGBT, in Israele, è nato prima della conquista israeliana della Cisgiordania nel 1967. Ed anche negli anni in cui i terroristi suicidi palestinesi facevano strage nei nostri autobus e ristoranti, e i razzi dei terroristi da nord e da sud martellavano i nostri quartieri, Israele non ha mai smesso di offrire rifugio ai palestinesi LGBT. Esistono due organizzazioni palestinesi che si battono per i diritti delle persone LGBT in Cisgiordania – ha spiegato Oren – ma là non possono in alcun modo operare liberamente ed entrambe hanno la loro sede in Israele. Ogni mese la taskforce nazionale israeliana LGBT riceve circa tremila richieste di aiuto da un po’ tutti i paesi del Medio Oriente”.
L’ambasciatore ha concluso il suo intervento invitando tutti i presenti a venire in Israele il prossimo 8 giugno per partecipare alla consueta parata Gay Pride.

(Da: Ha’aretz, 06.05.12)

THE POWER OF THE ISRAELI DEFENSE FORCES 2012 (New Photos) | 2012 העוצמה ...

Israeli Border Police MAGAV (Gdudim + SF) 2012 מג"ב סרט רעל

martedì 8 maggio 2012

Qualche piccola verità dalle zone di conflitto

La scorsa settimana sono tornato da un mese di richiamo da riservista trascorso in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Era il mio primo turno di servizio nei territori da quando ho terminato la leva obbligatoria nelle Forze di Difesa israeliane.
Senza dubbio le cose appaiono differenti quando si ha qualche anno di più. Situazioni diverse diventano più chiare e ne emergono nuove conclusioni. Scordatevi tutto quello che avete sentito: posti di blocco, controlli, umiliazioni, apartheid? Qui non troverete niente del genere. Quella che ho incontrato è una realtà del tutto diversa, e queste che seguono sono le mie impressioni.
Ognuno ha il diritto di rimanere scioccato da cose diverse, in base alla propria ideologia, alla propria moralità, ai propri valori e punti di vista. Alcuni considerano un crimine morale una pattuglia di soldati che trattiene un palestinese per un controllo di sicurezza, e ne rimangono profondamente scossi. Io ho preferito rimanere colpito da altre cose.
Sono rimasto colpito nel rendermi conto che vi sono dei cittadini israeliani che vivono la loro routine quotidiana sotto una costante minaccia di vita, e vi sono comunità ebraiche (solo quelle ebraiche) che devono essere circondate da una recinzione di filo spinato affinché chi vi abita non venga immediatamente trucidato. Tutto a un tratto ho capito quanto sia scioccante stare appostato nel fango, nei pressi di una comunità ebraica, alla vigilia di una festività ebraica, appunto per evitare l’assassinio di ebrei da parte della popolazione circostante: naturalmente una festa ebraica è la data perfetta per un gruppo terrorista che voglia fare ancora un po’ di male agli ebrei. Mi ha scioccato che degli ebrei non possano passeggiare nello wadi attiguo alla loro comunità, che non possano entrare nei villaggi vicini perché non ne uscirebbero vivi, che i loro movimenti siano limitati, che in certe ore non possano uscire dalla loro comunità e che debbano fare costantemente i conti con il rischio di essere presi a pietrate, a fucilate o di essere linciati.
Da anni si sente dire che la presenza di ebrei in quei territori costituirebbe l’unico vero ostacolo alla pace, e intanto si trova ogni sorta di giustificazione per il terrorismo sanguinario. Non si racconta del massacro della comunità ebraica di Hebron del 1929: ben 38 anni prima che Giudea e Samaria venissero conquistate. Non si dice che tra il 1948 e il 1956 più di trecento civili ebrei vennero assassinati in attacchi terroristici “palestinesi”. Non si dice che l’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, venne fondata nel 1964, tre anni prima che Giudea e Samaria venissero conquistate sotto il comando dell’allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin. Finora ogni territorio ceduto ai palestinesi è stato usato per impiantare strutture terroristiche, e l’ultimo esempio – lo sgombero di Gush Katif, nella striscia di Gaza (2005) – lo dimostra nel modo più chiaro ed evidente.
I palestinesi non traggono il loro odio per Israele dal soldato in servizio al posto di blocco. Questa perlomeno è la mia opinione. Essi traggono il loro odio dalle tv dell’Autorità Palestinese e di Hamas, dove gli ebrei vengono paragonati a scimmie e maiali degni solo di morire. Traggono il loro odio dall'istigazione nelle moschee, nelle scuole, nelle foto dei “martiri” che addobbano ogni muro e ogni piazza delle città di Giudea e Samaria. Traggono la motivazione a odiare dalle icone culturali palestinesi, da Marwan Barghouti e dallo stragista Yasser Arafat. Traggono ispirazione dalle piazze e dagli stadi intitolati alla memoria di terroristi. Anni di martellante istigazione e de-umanizzazione d’Israele ottengono il loro effetto.
Con rammarico ho capito che l’equazione è chiara e semplice: senza la presenza di noi soldati, qui si assisterebbe immediatamente a una carneficina di ebrei per mano di arabi tale da far sembrare il pogrom del 1929 un gioco da ragazzi.
Non c’è dubbio che i soldati delle Forze di Difesa israeliane si trovano ad operare in situazioni complicate quando prestano servizio nei territori. I miei compagni e io non ci siamo andati con l’idea di vedere scorrere il sangue – il cielo non voglia – né di umiliare o calpestare l’onore dei palestinesi. È vero esattamente il contrario. Siamo stati educati nei valori del sionismo, della tolleranza e del desiderio di pace, indipendentemente dalle opinioni di destra o di sinistra. So bene che la vera sinistra non ha niente a che vedere con gli estremisti e i violenti (locali e stranieri) che si radunano ogni venerdì per prendere a sassate i soldati. Per me la vera sinistra ha a che fare con Rabin, che possa riposare in pace, col sionismo, con le creazioni del lavoro, con l’amicizia. Anche se non sempre siamo d’accordo, continuiamo a batterci spalla a spalla. E se mettiamo da parte per un momento il dibattito politico, io mi sento fiero d’aver prestato servizio in Giudea e Samaria. Sono fiero che, grazie a me e ai miei compagni riservisti, gli abitanti abbiano celebrato la Pasqua al sicuro, senza essere ammazzati. Sono fiero che il posto di blocco dove ho prestato servizio abbia impedito il passaggio al di là della Linea Verde di un uomo armato di pugnale e di un ordigno esplosivo. Sono fiero che la mia presenza abbia evitato il lancio di pietre contro le auto di ebrei. E sono fiero di svolgere questo compito che è quello di impedire che degli esseri umani vengano colpiti o uccisi.
(Da: YnetNews, 05.02.12)

martedì 1 maggio 2012

Cose egiziane

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Cari amici,
è sempre bello parlare dell'Egitto, perché in quel paese da un paio d'anni regna un'eterna primavera e tutti sono felici e perfino un po' ubriachi di gioia. Dovremmo prendere esempio noi eurabici, sempre un po' tristi, privi di sufficiente fantasia e soprattutto dell'entusiasmo che ci vuole. Oggi vi racconto due episodi piccoli ma significativi, che testimoniano della grande creatività della rivoluzione islamica, quand'è primaverile davvero e contagia le menti.
Il primo è questo: il parlamento egiziano sta lavorando per passare una legge che consente a ogni uomo di unirsi con la sua sposa fino a sei ore dopo la sua morte http://www.dailymail.co.uk/news/article-2135434/Egypts-plans-farewell-intercourse-law-husbands-sex-DEAD-wives-branded-complete-nonsense.html . Ci sono delle obiezioni, soprattutto da parte di qualche personaggio televisivo troppo occidentalizzato, ma insomma, il lavoro è in corso. Immaginate la scena: in una coppia bene unita, la povera signora se ne va, per un incidente automobilistico, o per una malattia incurabile. Com'è un bravo marito in questi casi? Inconsolabile, naturalmente, la scomparsa gli manca. E allora, chiude la porta della camera ardente, manda via eventuali parenti, si abbassa i pantaloni e... si consola. Non trovate particolarmente poetico quest'ultimo stupro? No? Vi fa un po' schifo? Be', peggio per voi, vuol dire che siete proprio infedeli nel fondo dell'anima, non capite niente dell'amore, del rispetto, del lutto. E non chiedetevi per favore se il diritto è reciproco, anche per le mogli, perché intanto l'Islam è poligamico e dunque ci sarebbero degli ingorghi e poi, insomma, ci sono delle ragioni tecniche che rendono difficile l'operazione. Ma soprattutto è la donna che dev'essere oggetto di piacere dell'uomo, non viceversa. Insomma, imparate un po' di saggezza islamica e capirete quant'è bella l'idea della necrofilia. Buñuel ci era quasi arrivato, e non è un caso, essendo figlio di quella Al Andalus che ancora porta le tracce della superiore civiltà araba e presto, a Dio piacendo, tonerà nel territorio della pace e della sottomissione, Dar Al Islam.
Il secondo episodio è un po' più triste, perché testimonia che anche nell'ambito felice della rivoluzione primaverile ci possono essere degli equivoci e dei fraintendimenti. Ma per sacro zelo, naturalmente, non per altro. Si può anche esagerare, ma quel che conta è essere ardenti e militanti, pronti al martirio. Il fatto è questo. L'Arabia saudita qualche tempo fa ha arrestato un egiziano, tale Ahmad al-Gazawi , che si definisce avvocato e difensore dei diritti umani, ma i sauditi definiscono spacciatore di droga. E' un contrasto sgradevole, ma non è importante, capita anche nelle migliori famiglie. Quel che conta è il seguito: gli amici dell'avvocato, o dello spacciatore, non si sa, sono andati a protestare all'ambasciata saudita, e con il loro caratteristico entusiasmo primaverile lo hanno fatto espansivamente, tanto da dipingere una stella di Davide sullo stemma dell'ambasciata e da definire “sionista” il regno custode della Mecca. Vi può essere insulto più grande? No, è chiaro che non è possibile. E allora l'Arabia Saudita ha ritirato l'ambasciatore dal Cairo e ha preteso delle scuse http://elderofziyon.blogspot.it/2012/04/egyptian-protesters-call-saudis-zionist.html 
Voi fareste di meno se qualcuno vi definisse sionista? Spero proprio di no. Io sono sicuro che i fratelli arabi d'Egitto e d'Arabia si metteranno d'accordo e che alla fine la fratellanza prevarrà. E dato che in primavera dal male viene sempre il bene, certamente sarà ribadito che sionista è il peggiore degli insulti. Perché tutto va bene nel paese delle rivoluzioni islamiche. E democratiche, naturalmente.

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