Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

mercoledì 16 maggio 2012

Nakba e libertà

La vibrante, benché arroccata, democrazia israeliana si è mostrata in tutta la sua grandezza lunedì scorso, all’Università di Tel Aviv. Alcune decine di studenti, palestinesi ed ebrei, hanno pubblicamente espresso la loro convinzione che gli eventi relativi alla nascita dello stato di Israele costituiscano una “nakba”, parola araba che significa “catastrofe”, e l’hanno fatto dopo aver ricevuto l’autorizzazione del rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter. I partecipanti alla manifestazione hanno ascoltato la lettura di una poesia del compianto poeta palestinese Mahmoud Darwish, hanno osservato un momento i silenzio e per buona misura – in un chiaro tentativo di coinvolgere gli studenti ebrei “giudaizzando” la cerimonia – hanno recitato una loro versione della preghiera Yizkor, che viene tradizionalmente letta in memoria dei defunti nelle sinagoghe e in altre commemorazioni ebraiche.
Il fatto che si sia tenuta questa cerimonia conferma la tesi – fatta propria del comitato editoriale di questo giornale – che la cosiddetta “legge sulla Nakba” non vìola affatto la libertà di riunione e la libertà di espressione dei cittadini israeliani, sia arabi che ebrei. Infatti la “legge sulla Nakba”, approvata nel marzo 2011, sebbene sia stata rozzamente travisata dalla stampa (e descritta come una legge liberticida, se non addirittura l’inizio della fine della democrazia israeliana), in realtà afferma un principio del tutto ragionevole. In sostanza, si tratta di un emendamento alle norme sui finanziamenti pubblici che dà mandato al ministero delle finanze di sospendere le sovvenzioni statali destinate ad organizzazioni, istituzioni, municipalità o altri enti che usano i soldi dei contribuenti israeliani per attività che hanno lo scopo i minare le basi morali dello stato d’Israele. Non si può pretendere che Israele, in quanto stato ebraico, continui a spendere il denaro dei suoi contribuenti per perpetuare la versione vittimista palestinese che distorce intenzionalmente la realtà storica allo scopo di delegittimare il sionismo. Giacché, dopotutto, resta il dato di fatto che le sofferenze palestinesi furono il risultato del rifiuto della risoluzione di spartizione Onu nel 1947 da parte della dirigenza palestinese estremista, e della folle decisione di personaggi come l’antisemita Haj Amin al-Husseini di scatenare una guerra per la distruzione dello stato ebraico appena nato. A meno di starsene fermi e farsi trucidare, e gettare nella pattumiera ogni aspirazione all'autodeterminazione nazionale, c’era ben poco che gli ebrei potessero fare per risparmiare ai palestinesi le dolorose conseguenze di quella loro scelta scellerata. E tuttavia, essendo una democrazia, Israele sente l’obbligo di tutelare il diritto dei palestinesi di commemorare la loro “storia”, indipendentemente da quanto possa essere distorta e controproducente per un futuro di riconciliazione e di pace.
La “legge sulla Nakba” garantisce questo delicato equilibrio. Gli organizzatori dell’evento e gli amministratori dell’Università sono stati attenti a rispettare i limiti della “legge sulla Nakba” che proibisce all’Università di usare fondi statali per finanziare attività anti-israeliane. L’Università di Tel Aviv non ha partecipato alle spese per le cerimonie della “giornata della Nakba”: sono stati gli organizzatori dell’evento che hanno saldato il conto per le spese relative a personale di servizio, allestimenti, decorazioni. Ma, garantendo che la cerimonia si tenesse nel campus, le autorità dell’Università hanno confermato i principi democratici di libertà di parola e di riunione (contro l’opposizione di chi non ha capito questa logica e l’ha rumorosamente contestata, col solo effetto di regalare molta pubblicità a un evento che di per sé ha attirato un gruppo molto piccolo di persone).
Per quanto riguarda, poi, coloro che all’evento hanno preso parte, sarebbe troppo chiedere che, insieme al lutto per la “catastrofe”, dedicassero un pensiero anche a quanto di buono da quella “catastrofe” è venuto fuori? Se nel 1948 arabi e palestinesi fossero riusciti a soffocare Israele sul nascere, certamente oggi non esisterebbe – non solo in terra d’Israele, ma in tutta la regione – nessun istituto accademico del livello dell’Università di Tel Aviv che, come le altre università israeliane, accoglie docenti e studenti senza alcuna distinzione di etnia, sesso o religione, promuovendo un’atmosfera di totale libertà d’espressione. Ecco qualcosa su cui sarebbe utile riflettere nella “giornata della Nakba”.

(Da: Jerusalem Post, 14.5.12)

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