Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 25 luglio 2012

Olimpiadi e codardi

di Alex Zarfati

La notizia è questa. Jacques Rogge è un codardo. Un imbelle, un pauroso, un pavido, un pusillanime, insomma. Rogge ha ufficialmente rifiutato di dedicare un minuto di silenzio in memoria delle vittime israeliane di Monaco del 1972, durante la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Londra. Chi è Rogge? E perché a distanza di tanti anni ebrei, israeliani e uomini e donne di buona volontà chiedono una commemorazione per un avvenimento che appartiene al passato? E perché associargli questi epiteti?
Jacques Rogge è un belga presidente del Cio, il comitato olimpico internazionale. In qualità di membro esecutivo avrebbe potuto cancellare almeno in parte il torto riservato nel corso della storia ad israeliani ed ebrei, accogliendo le proposte spontanee ed ufficiali di mezzo mondo, ecco perché lui. Che invece si è reso protagonista dell’ennesima beffa, la ciliegina sulla torta di una storia cominciata 40 anni fa e della cui gestione imbarazzante ed impreparata ancora oggi si rimane increduli. Imbarazzante ed impreparata era stata la reazione di media, delle autorità, delle forze speciali tedesche (responsabili, ricordiamocelo del gran numero dei morti di quel tragico 5 Settembre) e del comitato Olimpico tutto ad una delle tragedie più grandi mai perpetrate dal terrorismo. Allora c’era stata una cerimonia collettiva, ma il CIO decise dopo la sospensione di un solo giorno di riprendere le competizioni.
Da allora si sono susseguiti appelli da ogni parte per restituire un po’ di giustizia e dignità a quei morti ammazzati. C’è chi ha invocato di farlo in nome degli ideali sportivi profanati, chi per una semplice ma fondamentale questione di dignità umana. La notizia dunque è che ancora una volta, “il comitato” dopo le figuracce rimediate in passato, avrebbe potuto riprendersi un briciolo di credibilità e non l’ha fatto. I Giochi, la politica, i boicottaggi, l’ipocrisia e le facce di bronzo dei dirigenti sono sempre andati a braccetto, soprattutto dopo gli eventi succeduti a Monaco ’72: nel 76′ a Montreal i giochi vengono disertati per motivi politici da 26 paesi africani, nell”80 a Mosca, nel ’84 a Los Angeles, per non parlare delle medaglie ritirate per doping, e degli assurdi accordi con gli sponsor che hanno privato la Grecia delle olimpiadi del centenario (regalandole ad Atlanta, la città della Coca Cola) e che a Londra limiteranno la libertà personale degli spettatori. Lo sport non è certo immune agli eventi politici. E purtroppo questo i fedayn palestinesi lo sapevano bene: dal quel tragico giorno infatti la “causa palestinese” da problema regionale diventa un problema mondiale, figuriamoci se questa escalation non valesse la vita di qualche morto ammazzato ebreo, israeliano o mezzo sangue…
Non dedicare un singolo minuto per quelle vittime dimenticate, non è solo un’occasione mancata, come dice Pietro Mennea, che in questa vicenda si è particolarmente distinto chiedendo a gran voce la commemorazione “per questa vicenda e per il rifiuto a concedere il minuto di silenzio sarà il CIO a rimetterci“, e ce lo auguriamo. Non lasciatevi poi ingannare dalla microcerimonie e dalle dichiarazioni compassate che sono state indette in fretta e furia: non è in una commemorazione alla quale avranno partecipato si e no 100 persone che si restituisce la dignità perduta e si cancella l’eredità di una pessima gestione di questa storia nel passato. L’eredità di Avery Brundage, presidente del Cio dalle note simpatie naziste all’epoca responsabile della decisione di proseguire i giochi, sembra quindi sia stata raccolta in pieno dai suoi successori. Rogge e dagli altri dirigenti si sono dimostrati incapaci persino di celebrare l’ovvio, la vittoria della civiltà (rappresentata dallo sport) sulla barbarie (rappresentata dal terrorismo). E quando si ha paura di persino di affermare a gran voce quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo per paura di “non svegliare il can che dorme”, c’è qualcosa che non va.
Già, perché ovviamente la domanda che dovrebbe venire spontanea è “ma cosa gli costa in una olimpiade di 23040 minuti a dedicarne uno, uno soltanto per togliersi dalle scatole quei rompicoglioni di ebrei, le accuse di antisemitismo, di insensibilità, ecc.?” Quando gli Stati Uniti, la Germania, l’Australia e la Gran Bretagna – che insieme fanno tre quarti di medagliere olimpico – e migliaia di manifestazioni spontanee sui social network chiedono un gesto, perché non concederlo? E qui entra in gioco il lucido pragmatismo di Rogge, che manda a farsi fottere tutti gli ideali sportivi e egualitari sbiasciacati da lui e dagli altri 126 membri del Comitato che si fa promotore dell’Olimpismo, il cui primo (primo!) articolo recita: “Incoraggiare e supportare la promozione dell’etica nello sport così come l’educazione dei giovani con lo sport e dedicare i suoi sforzi affinché sia assicurato nello sport che il fair play prevalga e la violenza sia bandita“. Ankie Spitzer, la vedova di Andrè, uno degli atleti israeliani massacrati a Monaco, ci viene in aiuto raccontando all’European Jewish Press quello che tutti sospettavano senza ammetterlo ufficialmente. Jacques Rogge, sembra gli abbia confidato in faccia di “aver le mani legate” a causa della presenza di 46 membri di paesi arabi o musulmani nel Comitato Olimpico internazionale. Servendo tra l’altro la risposta su un piatto d’argento alla signora Spitzer “My husband’s hands were tied, not yours.”
Questo è il problema di oggi, dunque, un problema di coraggio, di codardia, di sudditanza rispetto alle nazioni arabe che potrebbero mettere in atto un boicottaggio come altre nazioni prima di loro. Un problema non nuovo, che conosciamo bene, che parte dalle esclusioni di atleti israeliani in molte competizioni internazionali (come alla tennista Shahar Peer, a cui è stato vietato di giocare a Dubai o alle sfide Svezia-Israele di Coppa Davis giocate a porte chiuse), e alla vergognosa compiacenza con la quale il comitato olimpico derubrica come “infortuni” i rifiuti degli atleti iraniani (e tunisini, egiziani, ecc.) di misurarsi con gli israeliani invece che denunciarne il comportamento antisportivo e sanzionare pesantemente le loro delegazioni. La stessa vile idiozia che ha portato all’esclusione di Israele dai giochi del Mediterraneo, proprio durante l’edizione italiana. Senza dimenticare il “valzer delle capitali”: il vergognoso balletto con il quale nei siti dedicati alle nazioni partecipanti ai giochi, la capitale unica ed ufficiale d’Israele – Gerusalemme – veniva prima attribuita alla Palestina, poi messa ad entrambe le nazioni, e poi tolta ad Israele e lasciata con la denominazione Gerusalemme Est per la delegazione palestinese.
Rogge non sa di essere un codardo. Jacques Rogge forse pensa di darci una lezione di real politik che lascerebbe stupefatto perfino il suo predecessore, il cinico Antonio Samaranch, saltellando sulla terra che ricopre il compianto De Coubertin (che nel 1933 pur non essendo più membro del Cio, quando seppe dell’emanazione delle leggi razziali in Germania cercò disperatamente di far cambiare sede alle olimpiadi di Berlino).
Eppure piccoli esempi di eroismi ne abbiamo avuti, ma è una brutta storia quando si devono chiamare eroi quelli che semplicemente esercitano il diritto di gridare a tutti la verità così come la vedono. A Tg1 Storia Roberto Olla in una trasmissione dedicata ai giochi olimpici improvvisamente si è alzato ed ha osservato da solo un minuto di silenzio per gli atleti di Monaco. Di Mennea e dei parlamentari italiani firmatari dell’appello abbiamo detto, e nell’elenco dei “buoni” va incluso anche il nostro presidente del Coni Petrucci, che insieme alla squadra italiana onorerà le vittime israeliane.
Ma il CIO non è il solo a rimediare una brutta figura per questo rifiuto. Alla cerimonia di lutto di quel Luglio de 72′ alla vigilia della quale i giochi – è bene ricordarlo di nuovo – ripresero come se niente fosse, e alla disposizione di mettere le bandiere delle Nazioni partecipanti a mezz’asta fu osservata da tutti i Paesi, inclusa la Giordania, ad eccezione dei rimanenti Stati arabi e dell’Unione Sovietica. Anche queste nazioni avrebbero potuto dare oggi, a distanza di 40 anni un segnale di distensione. Ma quando per questi membri e delegazioni, molte delle quali nemmeno riconosciute dal Cio, l’importante non è vincere, ma non far partecipare Israele, la strada che il mondo deve fare è ancora maledettamente lunga.
Nella micro cerimonia di ieri Rogge dice: “come gli eventi di 40 anni fa ci ricordano, lo sport non è immune e non può guarire tutte le ferite del mondo“. No, in effetti non può. Almeno fino a che lo sport è rappresentato da personaggi come te, Jacques.

domenica 22 luglio 2012

Di nuovo in lutto

di Dan Margalit

Con un colpo di rasoio, tutti i titoli che dominavano la stampa israeliana sono scomparsi. Tutt’a un tratto Israele si è ritrovato nella realtà che cerca continuamente di dimenticare e di spazzare sotto l’apparenza di una vita normale. Domani torneremo alle manifestazioni di protesta degli “imbrogliati”, alle proteste sociali contro il carovita, alle discussioni sulla data delle prossime elezioni e, naturalmente, all’orrenda carneficina della popolazione siriana che Bashar al-Assad sta perpetrando da un anno e mezzo.
Ma oggi no.
Sembra ieri (era ieri!) che la nostra attenzione collettiva veniva distolta dalla instabilità politica della Knesset per focalizzarsi sulla notizia della bomba nel cuore di Damasco. Non si trattava semplicemente dell’ennesima giornata di sangue siriana, ma di un nuovo capitolo in quella folla guerra civile giunta alle porte della capitale. La nostra attenzione era tutta sulla Siria finché non è avvenuto l’attentato in Bulgaria. E allora, come ha fatto infinite altre volte in passato, Israele si è ritirato su se stesso: sanguinante, ferito e determinato, invocando che si saldasse il conto con gli assassini.
La protezione globale che Israele riesce a garantire ai suoi cittadini costituisce un’impresa veramente unica. Arriva fino ai più lontani villaggi e ostelli, come una sorta di estrema espressione dell’antico detto ebraico “tutto Israele è reciprocamente responsabile”. È questo ciò che garantisce che la maggior parte dei giorni si chiudano senza nessuna notizia, o al massimo con la notizia breve di qualche attentato sventato. Ma coloro che stanno sempre all’erta, coi muscoli sempre tesi, sanno bene che non esiste mai un successo assoluto.
Forse una piccola consolazione, anche in questi momenti di intenso dolore, può derivare dalla consapevolezza che il terrorismo dei nostri vicini non è quasi più efficace all’interno dei confini di Israele, per cui deve indirizzarsi al resto del mondo per attuare i suoi atti efferati.
Non esistono barriere di sicurezza, “cupole di ferro”, sistematiche operazioni anti-terrorismo che possano garantire un tasso di successo al cento per cento. Vi è sempre una fessura, un punto debole. Il meccanismo non è a prova di ruggine e si possono sempre verificare errori umani, come la stanchezza, e queste sono le crepe attraverso cui il terrorismo si può infiltrare.
I tanti paesi in cui la sicurezza che Israele garantisce ai suoi cittadini permette loro di condurre una vita passabilmente libera e sicura non vengono mai citati, finché non vi avviene una catastrofe. Da ieri la Bulgaria, con l’assassinio sul suo suolo di civili israeliani innocenti, è stata strappata dalla lunga e anonima lista dei paesi preservati.
Inutile dire che l’incidente verrà approfonditamente investigato, e che se ne trarranno le debite conclusioni. Israele darà la caccia ai responsabili, che quasi certamente ieri hanno firmato la propria condanna a morte, proprio come in passato. Le linee guida dell’antiterrorismo verranno aggiornate. Le falle nel sistema di sicurezza verranno riparate. L’antiterrorismo d’Israele conoscerà altri successi. E poi, dopo un lasso di tempo che speriamo più lungo possibile, l’asse terroristico arabo-iraniano troverà un altro tallone d’Achille nello scudo del nostro paese e non esiterà ad approfittarne per colpirci inesorabilmente. Israele non si fa la minima illusione sul conto di coloro che cercano implacabilmente di distruggerlo. La combinazione può variare – Iran, Hezbollah, al-Qaeda – ma la mano è sempre quella.
Così eccoci ancora una volta a tener duro tra sangue, sudore e lacrime; ancora una volta andando avanti, a testa alta.

(Da: Israel HaYom, 19.7.12)

Israeliani e giordani: munizioni per la pace

da un articolo di Assaf David

Alla fine di giugno le relazioni israelo-arabe hanno vissuto un evento storico, un evento che, senza clamori e lontano dalle luci della ribalta, ha commosso tutti coloro che vi hanno assistito, alcuni fino alle lacrime: veterani di guerra israeliani e giordani, che quarantacinque anni fa si sono aspramente combattuti, hanno visitato insieme il campo di battaglia che condivisero a Gerusalemme, rendendosi omaggio a vicenda e offrendo un tributo alla memoria dei loro compagni caduti.
Nel secondo giorno della guerra dei sei giorni del 1967, dopo il bombardamento dell’artiglieria giordana sui quartieri ebraici della città, i paracadutisti israeliani presero d’assalto la cosiddetta Ammunition Hill (“Collina della munizioni”), un’altura fortificata di Gerusalemme che (dal 1948) era controllata da due compagnie di fanteria giordane. Dopo quattro ore di durissimi combattimenti la collina fu presa, al prezzo di 36 morti israeliani e 71 giordani, e di decine di feriti da entrambe le parti. Colpiti dal coraggio e dalla tenacia dei loro nemici, i soldati israeliani improvvisarono un piccolo epitaffio sottoforma di un cartello, issato su un fucile giordano, che diceva: “Le Forze di Difesa israeliane – qui giacciono 71 coraggiosi soldati giordani – 7 giugno 1967”. Da allora la battaglia di Ammunition Hill (Giv'at HaTahmoshet) è diventata una delle pietre miliari della storia delle guerre di Israele.
Lo scorso giugno, quarantacinque anni dopo, un gruppo di veterani giordani che presero parte alla battaglia di Gerusalemme ha visitato i luoghi dei combattimenti insieme ai loro ex nemici. La visita di due giorni, patrocinata dalla Fondazione Friedrich Ebert Stiftung e organizzata dalla Israeli Economic Cooperation Foundation e dall’Amman Center for Peace and Development, comprendeva incontri tra ex ufficiali israeliani e giordani, un tour congiunto dei luoghi delle battaglie e una cerimonia commemorativa all’Ammunition Hill.
Ho accompagnato il gruppo durante il primo giorno della visita. È stato uno spettacolo incredibile. Combattenti che avevano dovuto uccidere e mandare i loro soldati a distruggere e morire sedevano in circolo, sorridenti, rievocando i momenti della battaglia. Un ufficiale giordano, entrato nell’esercito dopo che suo padre era stato ucciso in combattimento nel 1956, è rimasto sorpreso nell’apprendere che l’ufficiale israeliano che gli sedeva di fronte aveva comandato l’azione militare in cui era caduto suo padre. Scherzando, i giordani hanno suggerito a loro collega di attuare una vendetta contro il padre dell’ufficiale israeliano o, in alternativa, una riconciliazione tribale tra le due famiglie. Io traducevo le loro parole in ebraico, osservando tra me e me l’aspetto surreale di quel dialogo. L’ufficiale giordano ha proseguito raccontando il modo in cui aveva imbrogliato gli israeliani che lo avevano catturato, dichiarandosi un “insegnante militare”. Un mese dopo i soldati israeliani gli mostrarono una sua altera fotografia in un album dell’Army War College dove veniva definito “il più cocciuto prigioniero di guerra giordano” che avessero mai catturato.
Questa atmosfera leggera è cambiata in modo drammatico quando siamo arrivati all’Ammunition Hill per la cerimonia commemorativa. Il poeta nazionale israeliano Haim Gouri, comandante di compagnia nel 1967, ha letto la sua famosa e vibrante poesia “Qui giacciono i nostri corpi”. Subito dopo ho letto la traduzione in arabo della poesia, che avevo preparato il giorno prima. Ho recitato quelle potenti parole, Ha hiyya ajsaduna jathima, trasformare il nemico in amico e lottare con le lacrime per la perdita di giovani vite senza distinzione di nazionalità. Il comandante giordano della compagnia che aveva difeso la collina ha poi letto a uno a uno i nomi dei soldati giordani caduti, seguito dal vicecomandante israeliano del battaglione che aveva conquistato la collina, che ha letto i nomi dei soldati israeliani caduti. È stata la prima cerimonia commemorativa congiunta in cui siano stati mai letti i nomi di caduti israeliani e arabi gli uni di seguito agli altri. Volendo prendere a prestito le parole della poesia di Guri, per un breve momento i soldati delle silenti compagnie della collina, quella israeliana e quella giordana, sono tornati in vita e si sono guardati l’un l’altro in silenzio per l’ultima volta attraverso gli occhi dei loro famigliari e dei loro compagni d’armi. La piccola folla dei presenti si è profondamente commossa quando gli israeliani hanno consegnato ai giordani una grande fotografia dell’epitaffio improvvisato nel giugno 1967.
Quando la cerimonia si è conclusa, gli ex paracadutisti israeliani hanno circondato gli ex ufficiali giordani tirandomi per la manica perché traducessi tutte le loro parole. Digli che noi saremo stati leoni, ma loro erano tigri. Digli che non sono mai stato a una cerimonia commemorativa così emozionante. Digli che mai e poi mai avevamo incontrato tanta determinazione. A un certo punto un paracadutista israeliano e il comandante della compagnia giordana scuotevano la testa increduli essendosi resi conto che avevano combattuto l’uno contro l’altro a mani nude nella trincea che si trovava proprio lì, ai loro piedi. Il comandante giordano, scosso, mi esortava: dì loro che solo quelli che hanno combattuto l’uno contro l’altro in questo modo possono comprendere il vero significato della pace.
Ce ne siamo andati al tramonto. Nella mia mente risuonavano le parole di un ex paracadutista: digli che se gli israeliani che sono qui fossero tutti gli israeliani, e se i giordani che sono qui fossero tutti gli arabi, avremmo una vera pace già da un pezzo. Ho tradotto la frase al comandante giordano, e per un momento ho pensato: forse ha ragione.

(Da: Ha’aretz, 01.07.12)

giovedì 19 luglio 2012

Burgas (Bulgaria), esplode bus di comitiva israeliana

Almeno tre morti. Testimoni: “Un kamikaze”


La deflagrazione ha investito i tre autobus all’esterno dell’aeroporto di Burgas, sul Mar Nero. A bordo, soprattutto giovani appena arrivati da Tel Aviv. Secondo i media israeliani, le vittime sarebbero sette, una ventina i feriti. Esattamente 18 anni fa strage in un centro ebraico a Buenos Aires. L’ombra dell’Iran
Sofia, 18 Luglio 2012 -E’ stato un attentato a innescare l’esplosione che a Burgas, località bulgara sul Mar Nero, 400 chilometri a est di Sofia, ha investito uno dei tre autobus su cui viaggiava una comitiva di turisti israeliani, composta in gran parte di giovani, appena sbarcata nel locale aeroporto, proveniente da Tel Aviv. La conferma è arrivata dopo una breve indagine della polizia bulgara, ma già le prime testimonianze non lasciavano dubbi sulla matrice terroristica dell’accaduto. La polizia ha confermato anche il tragico bilancio diffuso sulle prime dalla tv commerciale israeliana Channel 10: tre morti e almeno 20 feriti. Ma ancora Channel 10 e Haaretz, citando la televisione bulgara, rilanciano: le vittime ora sarebbero sette.

Gal Malka, un testimone intervistato da un’altra tv israeliana, Channel 2, ha raccontato di aver visto qualcuno salire a bordo di un autobus, subito dopo c’è stata l’esplosione. Si sarebbe trattato, dunque, di un attacco kamikaze. Il racconto combacia con la versione fornita telefonicamente da Aviva Malka, una donna che era a bordo dell’autobus, alla radio dell’esercito israeliano: “E’ stato un kamikaze. Ci siamo seduti, pochi secondi dopo abbiamo avvertito la grande esplosione e siamo scappati, passando attraverso uno squarcio nell’autobus. Abbiamo visto corpi e tanti feriti”.

Secondo il sito israeliano di Yediot Ahronot, l’esplosione si è verificata all’esterno del terminal dell’aeroporto “Sarafovo” di Burgas. Le autorità bulgare hanno chiuso lo scalo, dirottando i voli su Varga. Il ministero degli Esteri israeliano ha formato un team di esperti che volerà a Burgas per assistere le autorità locali che, secondo quanto denunciato da un testimone, avrebbero reagito con “lentezza” all’attentato. Intanto, è pronto a partire da Tel Aviv alla volta della Bulgaria un aereo con equipe mediche, per soccorrere i feriti e per riportare in Israele quanti siano in grado di affrontare il volo.

Le autorità di Tel Aviv avevano allertato i propri connazionali che la Bulgaria, destinazione molto popolare presso il turismo israeliano, è vulnerabile agli attacchi di militanti islamici infiltrati attraverso la Turchia. In passato, turisti israeliani sono stati oggetto di attacchi in India, Thailandia e Azerbaijan. Azioni dietro cui Tel Avivi ritiene vi sia l’Iran.

Tra l’altro, l’attentato di Burgas è avvenuto nel giorno del 18mo anniversario dell’azione terroristica che a Buenos Aires, nel 1994, costò la vita a 85 persone, 300 i feriti. Una cellula terrorista colpì con un’autobomba l’edificio dell’Associazione di mutuo soccorso ebraico. Per quell’attentato vennero chiamati in causa dalla giustizia argentina elementi di provenienza iraniana ed esponenti di Hezbollah.

(Fonte: Repubblica.it; Corriere.it; Ansa.it, 18 Luglio 2012)

mercoledì 11 luglio 2012

Gaza: Hamas demolisce 120 case palestinesi. Sono lì dal 1948

Gaza, 9 Luglio 2012 – Abu Al-Abed Abu Omra, abitante di Gaza, racconta che Hamas ha improvvisamente deciso l’abbattimento di abitazioni, tra le quali la sua, esistenti dal 1948, dopo averle dichiarate “illegali”, costruite su terreni dello Stato. La polizia, nella notte di sabato, si è presentata a casa di Abu Omra, intimandogli l’evacuazione, al fine di facilitare l’abbattimento.
Più di 120 famiglie che vivono nei pressi dell’Università Al-Azhar di Gaza saranno obbligate all’evacuazione delle loro abitazioni. Non è strano il silenzio totale in merito a questa decisione? Come reagiranno le associazioni per i Diritti dell’Uomo? Questi palestinesi non hanno diritto alla ribalta della cronaca?

A Gaza se moreno de fame...

Per chi non ci credesse, prego, guadare questo video...
Ah... dimenticavo... gli uomini di Gaza sono all'8° posto nella classifica mondiale degli obesi, le donne di Gaza invece... medaglia di bronzo! Terzo posto....
Se questi se moreno de fame....


 

Brevi da Israele: a proposito della morte del kriminale di guerra arraffatt...

Ely Karmon, esperto israeliano di anti-terrorismo e professore presso il Centro Interdisciplinare di Herzliya, ha osservato che i livelli di polonio rinvenuti negli effetti personali di Yasser Arafat devono essersi risalire a molto tempo dopo la morte del rais palestinese. Il polonio infatti, ha spiegato Karmon, ha un tempo di dimezzamento di 138 giorni. Pertanto, alle concentrazioni trovate otto anni dopo la morte di Arafat avrebbero dovuto corrispondere otto anni prima delle concentrazioni di polonio molto elevate, tali da contaminare in modo grave tutti coloro che ne vennero a contatto, a cominciare dalla vedova Suha.

Brevi da Israele: Siria

“L'ospedale Rambam è pronto ad accogliere feriti siriani vittime della guerra civile. Il nostro ospedale è uno dei migliori al mondo nel campo della medicina d'urgenza e traumatica, e la maggior parte del nostro personale parla l’arabo”. Lo ha detto lunedì Raphael Biar, direttore dell'ospedale di Haifa, durante la visita del vice ministro per lo sviluppo della Galilea e del Negev, il parlamentare arabo-israeliano del Likud Ayoub Kara.


Che differenza con chi invece è pronto a massacrare gli ebrei per il solo fatto di essere "ebrei"....

lunedì 9 luglio 2012

di Dimitri Buffa 

Omosessuali invitati a boicottare il turismo in Israele durante la parata dell’orgoglio? Solo a Sinistra e Libertà poteva venire in mente una simile idiozia che, oltre a inquinare il gay pride romano con un vago senso di antisemitismo di sinistra, sembra ignorare che lo stato ebraico è quello più gay friendly del mondo. Ma oramai il “gay pride” romano sta diventando da troppo tempo una palestra ideologica piuttosto che la bella love parade che è nel resto del mondo.

Solo a Roma ad esempio è possibile vedere un carro di “gay forcaioli” sponsorizzato dai giovani dell’Italia dei Valori, con comizianti politici che peraltro fanno finta di non conoscere le ambigue posizioni del loro leader in materia. Vedi anche i centri sociali che approfittano di questa circostanza per imporre il loro carro con scritte anti–sistema che inneggiano a Genova 2001. Insomma si sta perdendo la genuinità ludica e sbeffeggiante delle drag queen e queste sfilate assomigliano sempre di più a quelle sindacali dei comitati unitari di base. Chi non ricorda quando, nell’ottobre 1982, una settimana prima dell’attentato palestinese alla Sinagoga, in cui rimase ucciso il piccolo Stefano Tachè, fu proprio un corteo di duri e puri della Cgil a depositare una bara davanti alla Sinagoga di Roma? Passarono pochi giorni e i loro amici terroristi di Arafat quella bara la riempirono.

Adesso pur di andare contro Israele si strumentalizza il gay pride con un carro di Sinistra e Libertà completamente dedicato al boicottaggio dei prodotti e del turismo in Israele? Verrebbe da dire a questa gente: provate a dirlo ai gay arabi e palestinesi di boicottare i viaggi in Israele, dove spesso queste persone, che nei loro paesi rischiano la vita, ottengono asilo politico con la semplice dichiarazione del loro compagno israeliano. Oppure: provate a organizzare un gay pride a Gaza, o nell’Egitto dove hanno vinto le elezioni i Fratelli Musulmani, e vedete un po’ che vi capita. Chissà perché invece un bel carro del gay pride romano non è stato dedicato alla memoria di Vittorio Arrigoni, che pure era un militante della stessa estrema sinistra che odia Israele, ma che per avere osato incitare i gay di Gaza a fare outing e i giovani a liberarsi sessualmente dal giogo di Hamas è stato fatto fuori da sicari salafiti al soldo di quella stessa organizzazione che lui difendeva politicamente con i propri scritti.

Da liberale e da radicale ho sempre difeso il gay pride romano, anche quando c’erano le assurde polemiche clericali del Pdl e del Vaticano durante l’anno santo. Certo però che la sinistra di Vendola agendo in questa maniera spregiudicata sulla pelle dei gay per imporre la propria visione del mondo, in cui Israele è il nemico e i Paesi arabi i fedeli alleati, non fa un buon servizio a chi ha sempre voluto questa manifestazione. Se il gay pride deve diventare una variante ludica dei cortei dei “brucia bandiere” israeliane e americane, allora veramente se ne può fare a meno. Cari gay non cadete in questa trappola, non fatevi strumentalizzare da Vendola o da Di Pietro, perché così vi alienerete le simpatie che tanti cittadini di ogni schieramento politico sentono per i vostri diritti. Per essere gay non c’è bisogno di essere anche di sinistra, tanto meno di Rifondazione. E in Israele andateci a fare le vacanze, perché un Paese così è il sogno di tutti i giovani. Gay e non.

(Fonte: L’Opinione.it, 28 Giugno 2012)

Nella foto in alto: uno dei tanti striscioni antisraeliani esposti da esponenti di Sinistra e Libertà durante la sfiloata del Gay Pride di Roma

Israele e la tecnologia...

Uno studente israeliano è diventato la prima persona a guidare con la mente i movimenti a distanza di un robot-avatar. Situato all'interno di uno scanner per immagini a risonanza magnetica, in Israele, Tirosh Shapira ha dato ordini col pensiero a un robot umanoide che si trovava in Francia, presso l'Istituto di Tecnologia Beziers. La risonanza magnetica traduce i pensieri in comandi attraverso un computer che poi li invia al robot via internet. In particolare, in questo caso, quando Shapira ha pensato “avanti” e “indietro” il robot si è spostato avanti e indietro. Il robot a sua volta aveva una telecamera sulla testa che inviava le immagini a Shapira.

giovedì 5 luglio 2012

PER UNA CORRETTA LETTURA DELLA RISOLUZIONE ONU 242

La risoluzione Onu numero 242 approvata il 22 novembre 1967 è internazionalmente riconosciuta come la base giuridica dei negoziati tra Israele e i vicini arabi. Essa fu il risultato di cinque mesi di intense trattative. Ogni sua parola fu attentamente soppesata. Alcuni propagandisti, tuttavia, diffondono quotidianamente una interpretazione errata della 242, sostenendo che essa prescriverebbe il ritiro di Israele sulle linee del 4 giugno 1967. Quelle linee erano le linee di cessate il fuoco fissate dagli accordi armistiziali del 1949, i quali dicevano espressamente che esse venivano accettate dalle parti senza alcun pregiudizio per la futura sistemazione territoriale. In un'intervista a Israel Radio del febbraio 1973 Lord Caradon, colui che presentò la risoluzione 242 per conto della Gran Bretagna, mise in chiaro che essa non prevedeva affatto l'obbligo per Israele di ritirarsi sulle linee del 1967. "La frase essenziale e mai abbastanza ricordata – spiegò Lord Caradon – è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente". I sovietici, gli arabi e i loro alleati fecero di tutto per inserire nella bozza di testo della risoluzione la parola "tutti" davanti ai "territori" da cui Israele doveva ritirarsi. Ma la loro richiesta fu respinta. Alla fine, lo stesso primo ministro sovietico Kossygin contattò direttamente il presidente americano Lyndon Johnson per chiedere l'inserimento della parola "tutti" davanti a "territori". Anche questo tentativo fu respinto. Kossygin chiese allora, come formula di compromesso, di inserire l'articolo determinativo davanti a "territori" ("dai territori" anziché "da territori"). Johnson rifiutò. Successivamente il presidente americano spiegò la sua posizione: "Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare tra di loro linee di confine tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati". Nel dibattito, il ministro degli esteri israeliano Abba Eban chiarì la posizione di Israele: "Rispetteremo e manterremo la situazione prevista dagli accordi di cessate il fuoco finché non verrà sostituita da un trattato di pace tra Israele e i paesi arabi che ponga fine allo stato di guerra e stabilisca confini territoriali concordati, riconosciuti e sicuri. Questa soluzione di pace, negoziata in modo diretto e ratificata ufficialmente, creerà le condizioni nelle quali sarà possibile risolvere i problemi dei profughi in modo giusto ed efficace attraverso la cooperazione regionale e internazionale".


(Jerusalem Post, 26.12.00)

UN ERRORE STORICO, UN OSTACOLO POLITICO, UN NONSENSO LOGICO

«Parlare di confini del ’67 porta necessariamente con sé l’impressione che qualunque assetto che si discosti da quelle linee non possa che essere eccezionale, transitorio, in qualche modo sbagliato e innaturale. E dunque bisognerà ricordare che gli unici confini internazionali d’Israele sono quelli con Egitto, Giordania e Libano, mentre le linee armistiziali del 1949, esse sì provvisorie, che separavano la Cisgiordania da Israele non sono mai diventate confini permanenti né riconosciuti: men che meno dagli stessi stati arabi, i quali insistettero affinché nel testo degli armistizi fosse esplicitamente scritto che “le linee di demarcazione non sono in alcun modo concepite come frontiera politica o territoriale e non pregiudicano i diritti, le rivendicazioni e le posizioni delle parti circa la composizione finale della questione palestinese”. Così l’art. V comma 2 dell’Accordo d’Armistizio Israelo-Egiziano del 24 febbraio 1949. L’intero Accordo è definito del tutto ininfluente riguardo ad ogni aspetto della futura composizione politica del conflitto dall’art. IV comma 3. Identico concetto è ribadito nell’art. II comma 2 dell’Accordo con il Libano (23 marzo 1949), nell’art. II comma 2 dell’Accordo con la Giordania (3 aprile 1949), e negli artt. II comma 2 e V comma 1 dell’Accordo con la Siria (20 luglio 1949). Se invece, sia in sede politica che didattica, si continua a parlare di confini del 67, diventa poi difficile spiegare lo spirito e la lettera della Risoluzione Onu 242 (1967), e spiegare come mai tutte le rilevanti proposte di composizione territoriale – dagli accordi di Oslo degli anni ’90, ai piani di Camp David del luglio 2000, ai punti di Bill Clinton del dicembre 2000, alle offerte di Taba del gennaio 2001 – si basano sul principio che il futuro confine fra Israele e vicini arabi non è già stabilito. Lo stesso accordo “virtuale” di Ginevra firmato da private personalità israeliane e palestinesi nel dicembre 2003 – la proposta di compromesso forse più avanzata che sia mai stata formulata – prevede spostamenti del confine rispetto alla Linea Verde del 1949-67. D’altra parte, come potrebbero le parti concordare un futuro confine che risponda quanto più possibile alle rispettive esigenze (sicurezza, omogeneità demografica, continuità territoriale ecc.) se quel confine fosse già stabilito sulle mappe politiche e diplomatiche dall’arbitraria linea di un cessate il fuoco di sessant’anni fa? A che servirebbe dunque il negoziato? Chiamare confine quella linea è un errore storico, un ostacolo politico e un nonsenso logico. Averlo fatto per decenni, in ogni sede politica e giornalistica, non lo rende meno insensato.»

[Da: Marco Paganoni, “Insegnare la storia d’Israele. Riflessioni preliminari sull’esperienza con studenti italiani”, in: AA. VV., Il mio cuore è a oriente. Studi di linguistica, filologia e cultura ebraica, Cisalpino Istituto Editoriale Universitario, Milano, 2008]

Narrazione araba e verità storica

Di Dore Gold

Quarantacinque anni fa, ai primi di giugno, le Forze di Difesa israeliane liberavano la Città Vecchia di Gerusalemme dall’occupazione giordana e riunificavano la capitale d’Israele. Oggi gran parte delle battaglia che ebbero luogo a quell’epoca sembrano solo un lontano ricordo. Pochi rammentano che alla vigilia della guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) la maggior parte delle brigate dell’esercito giordano erano schierate appena al di là della Linea Verde, circondando Gerusalemme su tre lati. Come non bastasse, un corpo di spedizione iracheno era pronto a unirsi alle forze giordane attraverso il fiume Giordano. Quando l’artiglieria giordana aprì il fuoco, quasi seimila granate si abbatterono sui quartieri ebraici nella parte ovest di Gerusalemme, ferendo un migliaio di israeliani. Dopo ripetuti avvertimenti, le Forze di Difesa israeliane attraversarono infine le linee armistiziali del 1949 e conquistarono i territori da cui Israele era stato minacciato e attaccato.
Questi dettagli contano ancora, a quarantacinque anni di distanza. Quando, all’indomani della guerra dei sei giorni, vennero discussi i diritti delle parti che rivendicano Gerusalemme, si rese necessario esaminare le circostanze in cui ciascuna parte era venuta in possesso della città.
La conquista di Gerusalemme da parte giordana nel 1948 fu il risultato di quello che venne definito dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie, come il primo caso di “aggressione armata” dopo la seconda guerra mondiale. Totalmente diverse furono le circostanze in cui Israele entrò nella parte est di Gerusalemme nel 1967 sulla scorta di quella fu manifestamente una guerra di autodifesa. La distinzione divenne chiaramente del tutto evidente quando l’Unione Sovietica fallì nei suoi ripetuti tentativi di bollare Israele come “l’aggressore” della guerra dei sei giorni, dapprima al Consiglio di Sicurezza, nel giugno 1967, e un mese più tardi nell’Assemblea Generale.
Il grande studioso di diritto, l’americano Stephen Schwebel, che sarebbe poi diventato presidente della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, era ben consapevole di questo raffronto, per cui nel 1970 scrisse: “Quando il precedente possessore del territorio si era impadronito del territorio illegalmente, lo Stato che successivamente entra in possesso di quel territorio esercitando il proprio legittimo diritto di autodifesa ha miglior titolo rispetto al possessore precedente”. Israele aveva diritti storici su Gerusalemme inscritti nel Mandato Britannico (varato dalla Società delle Nazioni), ma questo punto non faceva parte del dibattito internazionale dopo il ’67. Basandosi sui fatti della guerra dei sei giorni, Schwebel concludeva che la rivendicazione di Israele su “tutta Gerusalemme” era più forte di quella della Giordania. La sua analisi venne ripresa dai suoi contemporanei, come l’esperto britannico di diritto internazionale Elihu Lauterpacht e l’australiano Julius Stone.
Generalmente alla fine di una guerra moderna gli sforzi diplomatici tendono a restaurare lo status quo ante, cioè la situazione sul terreno prima del conflitto. Ma nel caso di Gerusalemme (e delle regioni che compongono la Cisgiordania), applicare in modo automatico questo principio presentava un serio problema per il fatto che la rivendicazione di sovranità della Giordania era già stata respinta dall’intera comunità internazionale, con l’unica eccezione del Pakistan. Considerando il totale fallimento delle Nazioni Unite nel far rispettare la propria decisione del 1947 e nel proteggere Gerusalemme con proprie forze nel 1948, anche le clausole del piano di spartizione sulla internazionalizzazione di Gerusalemme non erano più praticabili, sebbene siano state discusse nei dibattiti alle Nazioni Unite fino ai primi anni Cinquanta. Nel 1948 il primo ministro israeliano David Ben-Gurion aveva dichiarato alla Knesset che le clausole sull’internazionalizzazione di Gerusalemme erano “nulle e senza effetto”.
Quando il Consiglio di Sicurezza si riunì per discutere quali dovessero essere i principi per una futura composizione di pace dopo la guerra dei sei giorni, vi fu un grado di ambivalenza circa la questione territoriale, soprattutto riguardo a Gerusalemme. La linea pre-’67 non era sacrosanta: non si trattava di un confine internazionalmente riconosciuto, bensì di una linnea d’armistizio che aveva marcato la separazione fra gli eserciti alla fine della guerra d’indipendenza d’Israele (o prima guerra arabo-israeliana, 1948-49). Così, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adottò la risoluzione 242, evitò di chiedere che Israele si ritirasse “da tutti i territori” che aveva conquistato nella guerra dei sei giorni, come invece pretendeva l’Unione Sovietica. Chiese invece che venissero delineati nuovi confini che fossero “sicuri e riconosciuti”. Oggi si fa comunemente riferimento al diritto d’Israele ad avere confini difendibili.
Di più. La risoluzione 242 non solo non chiedeva a Israele di ritirarsi sulle linee pre-’67: essa non faceva nemmeno riferimento a Gerusalemme. Arthur Goldberg, l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite all’epoca in cui venivano prese queste decisioni, il 6 marzo 1980 scrisse al New York Times per spiegare che “la risoluzione 242 non fa alcun riferimento a Gerusalemme e questa omissione fu intenzionale”. Goldberg aveva parlato dell’argomento in molte occasioni, illustrando l’approccio autentico adottato dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Lyndon Johnson. Nella sua lettera al New York Times spiegava che “in nessun momento, nei miei tanti discorsi, ho fatto riferimento a Gerusalemme est come territorio occupato”. Insisteva che “la linea armistiziale che aveva diviso in due Gerusalemme non era più valida”. Goldberg era perfettamente consapevole di tutte le implicazioni giuridiche di quel che diceva. Basti dire che, prima di essere nominato ambasciatore all’Onu, era stato giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.
A partire dal 1988 i palestinesi sostengono d’aver preso il posto di giordani sul piano diplomatico. Ciò nondimeno hanno ripetutamente cercato di acquisire uno status a Gerusalemme al quale non avevano automaticamente diritto. Per erodere i diritti legali d’Israele, hanno iniziato a far introdurre sistematicamente nel linguaggio delle risoluzioni Onu la locuzione “territori occupati palestinesi, compresa Gerusalemme est” (un’espressione che, come si è spiegato, non ha fondamento né storico né giuridico). Nel 1994 l’amministrazione Clinton si oppose con fermezza, giustamente, a questo tentativo, quando l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Madeleine Albright spiegò un veto di Washington al Consiglio di Sicurezza il 18 marzo 1994 dicendo: “Oggi votiamo contro questa risoluzione proprio perché essa implica che Gerusalemme sia territorio palestinese occupato” (“Semplicemente – disse la Albright – noi non appoggiamo la definizione dei territori occupati da Israele nel 1967 come ‘territori palestinesi occupati’: a parere del mio governo, infatti, questo linguaggio potrebbe essere usato per implicare sovranità, una materia che sia Israele che Olp hanno invece accettato di definire tramite negoziati sullo status definitivo dei territori”).
La strategia diplomatica dei palestinesi si basa sul concetto di ottenere che la comunità internazionale adotti in modo acritico la loro terminologia giuridica. Purtroppo anche molti israeliani si sono rassegnati a questo andamento e sono sempre meno consapevoli del fatto che Israele detiene diritti storici e giuridici che sono patentemente più forti delle rivendicazioni proclamate sin qui dalla parte araba. Non più tardi dello scorso marzo, ad esempio, i palestinesi hanno fatto passare senza difficoltà al Consiglio Onu per i Diritti Umani di Ginevra una risoluzione che definisce Gerusalemme “territorio palestinese occupato”.
In un’epoca in cui la delegittimazione dei diritti d’Israele è al centro dell’agenda dei suoi nemici, i diplomatici israeliani devono, ora più che mai, alzare la voce per sottolineare la verità storica circa quello che accadde quarantacinque anni fa, senza lasciare che alle Nazioni Unite venga spacciata una narrazione distorta, e che essa prenda piede nei consessi internazionali.
(Da: Israel HaYom, 8.6.12)

3 Luglio 1976: Operazione Entebbe

Il 27 giugno 1976 un aereo delle linee francesi decolla dall’aeroporto di Lod in Israele diretto a Parigi. Sull’aereo vi sono i 10 membri dell’equipaggio e 243 passeggeri. Poco dopo lo scalo ad Atene quattro feddayin, estratte le armi, avvertono tutti che l’aereo è sotto il comando del FPLP. I terroristi fanno atterrare l’aereo a Entebbe, l’aeroporto di Kampala, capitale dell’Uganda. I passeggeri vengono fatti scendere e portati in una grande sala dell’aeroporto.
Alle 17 dello stesso giorno si presenta Idi Amin in persona per avvisare gli ostaggi che poichè Israele rifiuta di obbedire alle richieste dei terroristi, tutto quello che sarebbe accaduto sarebbe stato responsabilità di Israele. Come i nazisti, i feddayin palestinesi fanno la selezione dei passeggeri e dividono gli ebrei dai non ebrei . Sono così 104 le persone che rimangono prigioniere. Questa vergognosa selezione e separazione tra ebrei e non ebrei fa scattare in Israele la decisione per un’operazione militare. L’azione di attacco viene provata, colla massima segretezza, in Israele. Il tutto impegna 55 minuti ma a Entebbe ne basteranno 53. Vengono utilizzati tre Hercules e li segue un Boeing 707.
operazione-entebbe-5-focus-on-israelAlle ore 23.30 del 2 luglio, volando bassissimi per sfuggire ai radar, gli aerei atterrano di sorpresa all’aeroporto di Entebbe. A mezzanotte gli ostaggi sono svegliati da una sparatoria, un gruppo di armati sconosciuti irrompe nella sala gridando cogli altoparlanti ordini in ebraico, inglese e francese e libera gli ostaggi. I militari ugandesi di guardia non sono capaci di reagire in modo effettivo e sparano all’impazzata e mentre un gruppo di agenti israeliani porta in salvo gli ostaggi, un altro gruppo riesce a sabotare tutti gli aerei della flotta di Amin, 7 Mig sovietici, e a salvaguardare la pista. Nell’operazione restano uccisi i 4 terroristi palestinesi, 20 soldati ugandesi e due ostaggi che non avevano capito gli ordini di gettarsi a terra e non li avevano eseguiti. Muore anche, eroicamente, il comandante del commando israeliano, Jonathan Netaniahu.
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Caricati ostaggi e equipaggio sul Boeing, dopo un atterraggio a Nairobi dove gli israeliani avevano lasciato un’unità ospedaliera mobile, vi fu finalmente l’arrivo trionfale in Israele.

operation-entebbe-focus-on-israelIl mondo è ammirato ma la sinistra italiana meno. L’Unità scrive di “cinico atto di aggressione” ma il Times non contagiato dalle infatuazioni della sinistra nostrana definisce il blitz israeliano “un servigio sul piano internazionale”.
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martedì 3 luglio 2012

«Questo è il nostro paese e ha bisogno d’essere difeso. Da parte di tutti i suoi cittadini»

Quando, giovedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “tutti i cittadini, anche arabi e haredim (ebrei ultra-ortodossi), devono fare la loro parte nel servizio obbligatorio, militare o civile”, i parlamentari arabi che siedono alla Knesset si sono dichiarati indignati. “Il tentativo di imporre il servizio obbligatorio ai giovani arabi – ha dichiarato il parlamentare Jamal Zahalka (lista Balad) – equivale a una dichiarazione di guerra contro il settore arabo”.
Ma non tutti la pensano così.
“Anche gli arabi, non solo gli haredim, devono assumersi la propria parte del fardello, smetterla di lamentarsi e iniziare a prestare servizio nelle Forze di Difesa, o perlomeno nei programmi di servizio civile nazionale”. E' quanto ha affermato a Yedioth Ahronoth una cittadina araba israeliana.
Facendo visita mercoledì scorso alla cosiddetta “tenda dei turlupinati” – un sit-in di protesta organizzato in varie città da riservisti dell’esercito affiliati al “Forum per un Onere Eguale” che chiedono che tutti i cittadini israeliani siano chiamati a prestare servizio militare o civile senza eccezioni – Anet Haschaya, 43 anni, ha dichiarato: “Gli arabi in questo paese devono dare di più se vogliono ottenere di più”.
Haschaya è la prima a dare l’esempio. Suo figlio Deddo, di 22 anni, è stato da poco congedato dopo aver prestato servizio per due anni nel Battaglione Duchifat; sua figlia Suha, 20 anni, serve nel Corpo Istruzione delle Forze di Difesa israeliane, mentre il terzo figlio, Hussam, 19 anni, è in attesa d’essere arruolato nella Brigata Golani dopo aver completato un anno di servizio civile nazionale nel sud del paese. “Gli arabi d’Israele – dice Haschaya – non dovrebbero cercare di far tornare indietro il tempo della storia; dovrebbero invece alzare la testa e guardare al futuro”.
Haschaya, musulmana nativa di Akko, ventidue anni fa, dopo il divorzio, si trasferì coi suoi figli nel kibbutz Yechiam. Oggi risiede a Kfar Vradim, dove gestisce un negozio di parrucchiera. “Sono nata e cresciuta in Israele – dice – non ho un’altra patria. I miei figli hanno studiato nel sistema scolastico ebraico dove hanno imparato ad amare questo paese e a dare il massimo contribuito possibile”.
Haschaya, che ha parole estremamente critiche verso i parlamentari arabi che siedono alla Knesset, dice di sentirsi vicina alle posizioni di Yisrael Beitenu, Kadima e del partito laburista. “Secondo me – afferma – i parlamentari arabi pensano solo a promuovere se stessi, anziché prendersi cura delle esigenze della comunità araba d’Israele. Invece di avvicinare gli arabi, non fanno che perpetuare il loro senso di disparità: denigrano questo paese, il paese che li paga per farlo! Quelli che vogliono combattere contro questo paese in quanto tale, dovrebbero andarsene e farlo da fuori”.
“Vuoi i tuoi diritti? Allora fai la tua parte. Se non nell’esercito, aiuta per lo meno la tua comunità, il tuo settore, la tua città”. Non sono parole del presidente della Commissione Plesner (quella che doveva trovare la formula legislativa per allargare la leva obbligatoria ad arabi e haredim), bensì di Ibrahim al-Huzeil, un arabo beduino israeliano originario di Rahat, che aggiunge: “Non vedo un problema nel fatto che tutti siano arruolati, compresi arabi e haredim”.
Evidentemente i parlamentari arabi alla Knesset non rappresentano l’intera comunità degli israeliani non ebrei. Al-Huzeil definisce i parlamentari Ahmad Tibi e Talab el-Sana “dei profittatori che non rappresentano il Negev e i suoi beduini: rappresentano piuttosto l’Autorità Palestinese e il terrorismo. Ai beduini fanno più male che bene”.
Padre di nove figli, otto dei quali si sono arruolati nelle Forze di Difesa israeliane, al-Huzeil è presidente della sezione beduina dell’Associazione per il Benessere dei Soldati d’Israele e si adopera a favore dell’arruolamento di giovani beduini. “Chiunque viva in questo paese – spiega – deve difenderlo semplicemente perché non ce n’è un altro. Un paese è come una madre, e non si abbandona tanto facilmente una madre. Considero l’uniforme la vera manifestazione dell’eguaglianza. L’arruolamento nelle Forze di Difesa israeliane forma i giovani, che siano beduini o haredim”. Al-Huzeil vede nell’esercito un trampolino di autopromozione, e porta l’esempio di suo figlio che ha completato gli studi superiori nelle forze armate. “Oggi è laureato e comandante di battaglione: tutto grazie alle Forze di Difesa israeliane”.
Anche G., soldato di 21 anni nel Battaglione Druso del Deserto, è favorevole alla leva universale. “Perché non dovrebbe essere così? Viviamo in questo paese, un paese che ha bisogno di essere difeso. Certo, non tutti i beduini si arruolano, ma la maggior parte lo fa. Poi ci sono sempre degli estremisti, anche fra gli ebrei non tutti servono nelle forze armate. Ma mio fratello lo ha fatto, mio padre lo ha fatto e i miei figli lo faranno. È una tradizione”.
"Alcuni parlamentari estremisti arabi – ha commentato il ministro dell’istruzione israeliano Gideon Sa'ar – non sono realmente interessati ai processi di integrazione, ma solo ad aumentare intransigenza e segregazione”. La maggioranza dell'opinione pubblica araba in Israele, ha aggiunto Sa'ar, “è molto più moderata rispetto ai suoi parlamentari: vuole integrarsi e noi abbiamo il dovere di elaborare un percorso speciale, nel servizio nazionale, rivolto al settore arabo della società israeliana: un fatto positivo per loro e per tutto il paese”.

(Da: YnetNews, 28-29-30.6.12, 1.7.12)

domenica 1 luglio 2012

E' morto Shamir: onore al guerriero di Israele

A 96 anni, si è spento Yitzah Shamir.
Nato in Polonia nel 1915, si trasferì nella Palestina sotto mandato britannico nel 1935 dove iniziò a combattere nei movimenti clandestini di indipendenza ebraica. Fece parte del Gruppo Stern che si rese protagonista di numerose azioni di guerriglia contro i britannici. Fu tra i fondatori del Mossad e negli anni 70 entrò in politica: fu premier israeliano dall'83 all'84 e dall'86 al 92.
Da 15 anni era malato di Alzheimer e viveva in una clinica, un anno fa aveva perso la moglie.
Il premier israeliano Netanyahu così lo ricorda"apparteneva alla generazione dei giganti che hanno istituito lo Stato di Israele e combattuto per la libertà del popolo ebraico nella sua terra"

Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo... o la più grossa balla mediatica degli ultimi 2000 anni???

Guardate questo video e ditemi voi se i gazani sono in prigione senza cibo, acqua e medicinali... e sotto le tende....

Le cazzate della propaganda palestenise nota come Pallywood non finiscono mai.