Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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mercoledì 25 luglio 2012

Olimpiadi e codardi

di Alex Zarfati

La notizia è questa. Jacques Rogge è un codardo. Un imbelle, un pauroso, un pavido, un pusillanime, insomma. Rogge ha ufficialmente rifiutato di dedicare un minuto di silenzio in memoria delle vittime israeliane di Monaco del 1972, durante la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Londra. Chi è Rogge? E perché a distanza di tanti anni ebrei, israeliani e uomini e donne di buona volontà chiedono una commemorazione per un avvenimento che appartiene al passato? E perché associargli questi epiteti?
Jacques Rogge è un belga presidente del Cio, il comitato olimpico internazionale. In qualità di membro esecutivo avrebbe potuto cancellare almeno in parte il torto riservato nel corso della storia ad israeliani ed ebrei, accogliendo le proposte spontanee ed ufficiali di mezzo mondo, ecco perché lui. Che invece si è reso protagonista dell’ennesima beffa, la ciliegina sulla torta di una storia cominciata 40 anni fa e della cui gestione imbarazzante ed impreparata ancora oggi si rimane increduli. Imbarazzante ed impreparata era stata la reazione di media, delle autorità, delle forze speciali tedesche (responsabili, ricordiamocelo del gran numero dei morti di quel tragico 5 Settembre) e del comitato Olimpico tutto ad una delle tragedie più grandi mai perpetrate dal terrorismo. Allora c’era stata una cerimonia collettiva, ma il CIO decise dopo la sospensione di un solo giorno di riprendere le competizioni.
Da allora si sono susseguiti appelli da ogni parte per restituire un po’ di giustizia e dignità a quei morti ammazzati. C’è chi ha invocato di farlo in nome degli ideali sportivi profanati, chi per una semplice ma fondamentale questione di dignità umana. La notizia dunque è che ancora una volta, “il comitato” dopo le figuracce rimediate in passato, avrebbe potuto riprendersi un briciolo di credibilità e non l’ha fatto. I Giochi, la politica, i boicottaggi, l’ipocrisia e le facce di bronzo dei dirigenti sono sempre andati a braccetto, soprattutto dopo gli eventi succeduti a Monaco ’72: nel 76′ a Montreal i giochi vengono disertati per motivi politici da 26 paesi africani, nell”80 a Mosca, nel ’84 a Los Angeles, per non parlare delle medaglie ritirate per doping, e degli assurdi accordi con gli sponsor che hanno privato la Grecia delle olimpiadi del centenario (regalandole ad Atlanta, la città della Coca Cola) e che a Londra limiteranno la libertà personale degli spettatori. Lo sport non è certo immune agli eventi politici. E purtroppo questo i fedayn palestinesi lo sapevano bene: dal quel tragico giorno infatti la “causa palestinese” da problema regionale diventa un problema mondiale, figuriamoci se questa escalation non valesse la vita di qualche morto ammazzato ebreo, israeliano o mezzo sangue…
Non dedicare un singolo minuto per quelle vittime dimenticate, non è solo un’occasione mancata, come dice Pietro Mennea, che in questa vicenda si è particolarmente distinto chiedendo a gran voce la commemorazione “per questa vicenda e per il rifiuto a concedere il minuto di silenzio sarà il CIO a rimetterci“, e ce lo auguriamo. Non lasciatevi poi ingannare dalla microcerimonie e dalle dichiarazioni compassate che sono state indette in fretta e furia: non è in una commemorazione alla quale avranno partecipato si e no 100 persone che si restituisce la dignità perduta e si cancella l’eredità di una pessima gestione di questa storia nel passato. L’eredità di Avery Brundage, presidente del Cio dalle note simpatie naziste all’epoca responsabile della decisione di proseguire i giochi, sembra quindi sia stata raccolta in pieno dai suoi successori. Rogge e dagli altri dirigenti si sono dimostrati incapaci persino di celebrare l’ovvio, la vittoria della civiltà (rappresentata dallo sport) sulla barbarie (rappresentata dal terrorismo). E quando si ha paura di persino di affermare a gran voce quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo per paura di “non svegliare il can che dorme”, c’è qualcosa che non va.
Già, perché ovviamente la domanda che dovrebbe venire spontanea è “ma cosa gli costa in una olimpiade di 23040 minuti a dedicarne uno, uno soltanto per togliersi dalle scatole quei rompicoglioni di ebrei, le accuse di antisemitismo, di insensibilità, ecc.?” Quando gli Stati Uniti, la Germania, l’Australia e la Gran Bretagna – che insieme fanno tre quarti di medagliere olimpico – e migliaia di manifestazioni spontanee sui social network chiedono un gesto, perché non concederlo? E qui entra in gioco il lucido pragmatismo di Rogge, che manda a farsi fottere tutti gli ideali sportivi e egualitari sbiasciacati da lui e dagli altri 126 membri del Comitato che si fa promotore dell’Olimpismo, il cui primo (primo!) articolo recita: “Incoraggiare e supportare la promozione dell’etica nello sport così come l’educazione dei giovani con lo sport e dedicare i suoi sforzi affinché sia assicurato nello sport che il fair play prevalga e la violenza sia bandita“. Ankie Spitzer, la vedova di Andrè, uno degli atleti israeliani massacrati a Monaco, ci viene in aiuto raccontando all’European Jewish Press quello che tutti sospettavano senza ammetterlo ufficialmente. Jacques Rogge, sembra gli abbia confidato in faccia di “aver le mani legate” a causa della presenza di 46 membri di paesi arabi o musulmani nel Comitato Olimpico internazionale. Servendo tra l’altro la risposta su un piatto d’argento alla signora Spitzer “My husband’s hands were tied, not yours.”
Questo è il problema di oggi, dunque, un problema di coraggio, di codardia, di sudditanza rispetto alle nazioni arabe che potrebbero mettere in atto un boicottaggio come altre nazioni prima di loro. Un problema non nuovo, che conosciamo bene, che parte dalle esclusioni di atleti israeliani in molte competizioni internazionali (come alla tennista Shahar Peer, a cui è stato vietato di giocare a Dubai o alle sfide Svezia-Israele di Coppa Davis giocate a porte chiuse), e alla vergognosa compiacenza con la quale il comitato olimpico derubrica come “infortuni” i rifiuti degli atleti iraniani (e tunisini, egiziani, ecc.) di misurarsi con gli israeliani invece che denunciarne il comportamento antisportivo e sanzionare pesantemente le loro delegazioni. La stessa vile idiozia che ha portato all’esclusione di Israele dai giochi del Mediterraneo, proprio durante l’edizione italiana. Senza dimenticare il “valzer delle capitali”: il vergognoso balletto con il quale nei siti dedicati alle nazioni partecipanti ai giochi, la capitale unica ed ufficiale d’Israele – Gerusalemme – veniva prima attribuita alla Palestina, poi messa ad entrambe le nazioni, e poi tolta ad Israele e lasciata con la denominazione Gerusalemme Est per la delegazione palestinese.
Rogge non sa di essere un codardo. Jacques Rogge forse pensa di darci una lezione di real politik che lascerebbe stupefatto perfino il suo predecessore, il cinico Antonio Samaranch, saltellando sulla terra che ricopre il compianto De Coubertin (che nel 1933 pur non essendo più membro del Cio, quando seppe dell’emanazione delle leggi razziali in Germania cercò disperatamente di far cambiare sede alle olimpiadi di Berlino).
Eppure piccoli esempi di eroismi ne abbiamo avuti, ma è una brutta storia quando si devono chiamare eroi quelli che semplicemente esercitano il diritto di gridare a tutti la verità così come la vedono. A Tg1 Storia Roberto Olla in una trasmissione dedicata ai giochi olimpici improvvisamente si è alzato ed ha osservato da solo un minuto di silenzio per gli atleti di Monaco. Di Mennea e dei parlamentari italiani firmatari dell’appello abbiamo detto, e nell’elenco dei “buoni” va incluso anche il nostro presidente del Coni Petrucci, che insieme alla squadra italiana onorerà le vittime israeliane.
Ma il CIO non è il solo a rimediare una brutta figura per questo rifiuto. Alla cerimonia di lutto di quel Luglio de 72′ alla vigilia della quale i giochi – è bene ricordarlo di nuovo – ripresero come se niente fosse, e alla disposizione di mettere le bandiere delle Nazioni partecipanti a mezz’asta fu osservata da tutti i Paesi, inclusa la Giordania, ad eccezione dei rimanenti Stati arabi e dell’Unione Sovietica. Anche queste nazioni avrebbero potuto dare oggi, a distanza di 40 anni un segnale di distensione. Ma quando per questi membri e delegazioni, molte delle quali nemmeno riconosciute dal Cio, l’importante non è vincere, ma non far partecipare Israele, la strada che il mondo deve fare è ancora maledettamente lunga.
Nella micro cerimonia di ieri Rogge dice: “come gli eventi di 40 anni fa ci ricordano, lo sport non è immune e non può guarire tutte le ferite del mondo“. No, in effetti non può. Almeno fino a che lo sport è rappresentato da personaggi come te, Jacques.

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