Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 25 ottobre 2012

Il presidente egiziano presenzia a un sermone antisemita

«OH ALLAH, DISTRUGGI GLI EBREI»
Lo scorso 19 ottobre il Canale Uno della tv egiziana ha trasmesso le immagini del presidente Mohamed Morsi mentre assisteva, ripetendo il consueto “amen”, a un sermone in una moschea nel governatorato di Matrouh durante la quale il predicatore Futouh Abd Al-Nabi Mansour esortava Allah a “distruggere gli ebrei e i loro sostenitori, disperderli e farli a pezzi”.
er vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):


Le parole del predicatore Futouh Abd Al-Nabi Mansour: «Oh Allah, assolvici dai nostri peccati e fortificaci, e concedici la vittoria sugli infedeli. Oh Allah, distruggi gli ebrei e i loro sostenitori. Oh Allah, disperdili e falli a pezzi. Oh Allah, dimostra su di loro la tua potenza e la tua grandezza. Mostraci la tua onnipotenza, oh Signore.»

(Da: Memri, 19.10.12)





Hamas: Niente Shoà nelle scuole dell’Unrwa

Hamas ha ribadito, mercoledì scorso, la sua ferma opposizione all'insegnamento della storia della Shoà nelle scuole gestite dall’Unrwa (l’agenzia Onu per i profughi palestinesi) nella striscia di Gaza. Il “dipartimento affari dei profughi” di Hamas ha dichiarato che insegnare la storia della Shoà è “un crimine contro la questione dei profughi e mira a cancellare il loro diritto al ritorno”. La dichiarazione di Hamas è stata diffusa in risposta a notizie non confermate, riportate da diversi mass-media arabi, secondo cui l’Unrwa starebbe progettando di reintrodurre l’insegnamento della storia della Shoà nel programma di studi delle sue scuole. Anche gli insegnanti dell’Unrwa in Giordania la scorsa settimana si sono proclamati risolutamente contrari ad insegnare la Shoà nelle rispettive scuole. Nel suo comunicato, Hamas esorta l’Unrwa a bloccare “l’approvazione di piani subdoli, nel contesto dei servizi che essa garantisce ai profughi palestinesi”. Gli allievi delle scuole dell’Unrwa, dichiara Hamas, non hanno alcun bisogno di materiali informativi sulla Shoà.“Piuttosto hanno bisogno che sia loro re-insegnata la storia e la geografia della Palestina come materia fondamentale: gli allievi devono poter apprendere i massacri compiuti dal nemico sionista contro i palestinesi sin dalla Nakba” (“catastrofe”, la parola con cui i palestinesi indicano la nascita dello Stato di Israele). Hamas fa appello a tutte le forze politiche, alla società civile e agli insegnanti dell’Unrwa nella striscia di Gaza affinché “si oppongano a questi subdoli piani, e li rifiutino”.(Da: Jerusalem Post, 17.10.2012)

Gaza: 70 razzi contro Israele in mezza giornata! Ma c’è ancora chi dice che Hamas è un interlocutore per la pace…

Gerusalemme, 24 Ottobre 2012 –
Settanta razzi palestinesi (dopo i 55 dell’8 Ottobre scorso…ma per i pacifinti questi dati non contano, tanta è la loro malafede) sono stati lanciati mercoledì mattina dalla striscia di Gaza contro il sud di Israele. Cinque lavoratori civili sono rimasti feriti, due versano in condizioni critiche. I feriti gravi sono due tailandesi sui vent’anni che stavano lavorando in un allevamento di polli nella regione di Eshkol direttamente colpito da un Qassam.

Il sistema difensivo anti-missile israeliano “Cupola di ferro” (programmato per colpire in volo i razzi diretti su luoghi densamente abitati) ha intercettato almeno sette razzi Grad prima che si abbattessero su alcuni grossi agglomerati nella zona di Ashkelon. Ciò nondimeno almeno sette abitazioni in centri minori sono state direttamente colpite e gravemente danneggiate. In quattro distretti (Eshkol, Shaar HaNeguev, Hof Ashkelon e Sdot Neguev) sono state chiude le scuole e ai cittadini è stata data istruzione di restare nei rifugi. Chiuso anche il College accademico Sapir, di Shaar HaNeguev. Nel primo pomeriggio di mercoledì i lanci di razzi palestinesi non erano ancora cessati. L’aviazione israeliana ha reagito colpendo una postazione di lancio di razzi nel nord della striscia di Gaza. Il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, Yoav Mordechai, ha dichiarato che Israele reputa Hamas (che dal 2007 ha il pieno controllo della striscia di Gaza) responsabile dell’escalation di fuoco palestinese sui civili israeliani.

L’ondata di lanci è iniziata sin da martedì sera con una decina di razzi sparati appena terminata la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani. Sempre martedì, un ufficiale israeliano era rimasto gravemente ferito dall’esplosione di un ordigno che lo aveva investito mentre era in normale servizio di pattuglia sul versante israeliano della barriera difensiva che separa Israele dalla striscia di Gaza. Nella notte di martedì, l’aviazione israeliana aveva colpito con successo una cellula di terroristi che si apprestava a lanciare razzi dalla striscia di Gaza contro Israele.

“Continuano senza sosta gli attacchi terroristici che minacciano tutti noi – ha dichiarato martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – Oggi siamo di nuovo impegnati contro l’aggressione terroristica al nostro confine meridionale, ma in realtà si tratta di un attacco che proviene dall’Iran e da un’intera rete terroristica che appoggia e sostiene queste aggressioni”.

(Fonte:: MFA, Israel HaYom, YnetNews, 24 Ottobre 2012)

lunedì 15 ottobre 2012

16 ottobre 1943: la deportazione degli ebrei di Roma


La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.
C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.
Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.
“Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia… La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione… Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno… Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno…”.
“I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”, ricorda Giacomo Debenedetti.
“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”, ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro “Gli anni rubati”.
Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.
Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.
Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.
Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei.
Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.

domenica 14 ottobre 2012

Storiella...


Cosa succede quando una mosca cade in una tazzina di caffè:
l'italiano getta la tazzina di caffè e si allontana arrabbiato, il francese getta via la mosca e beve il caffè, il russo beve il caffè con la mosca che è un extra gratis, il cinese mangia la mosca e getta via il caffè, l'israeliano toglie la mosca dal caffè, vende il caffè al francese, la mosca al cinese, ordina un altro caffè e investe i
soldi rimasti nella ricerca di un metodo per prevenire la caduta di mosche nel caffè. Il palestinese accusa l'israeliano per la caduta della mosca nel suo caffè, protesta presso l'ONU per l'atto di aggressione, chiede un prestito all'Unione Europea per una nuova tazza di caffè, usa invece i soldi per l'acquisto di esplosivo per far saltare in aria il bar dove l'italiano, il francese, il cinese ed il russo cercano di spiegare all'israeliano perché dovrebbe dare la sua tazza di caffè al palestinese.

sabato 13 ottobre 2012

Protesta anti-israeliana: interrotta la partita Francia-Norvegia under 21


Le Havre, 12 Ottobre 2012 – La partita Francia-Norvegia valida per l’andata degli spareggi di ammissione alla fase finale degli Europei under 21, in programma nel 2013, e’ stata interrotta per alcuni minuti a causa di una manifestazione anti-israeliani.
Al 72′ infatti prima due persone e poi altre quattrosono riuscite a entrare in campo e mostrare delle sciarpe con la bandiera palestinese e uno striscione con la scritta “Don’t play for apartheid” e l’invito a boicottare la fase finale di Euro 2013 in Israele (5-18 giugno).
L’intervento degli uomini del servizio di sicurezza ha impedito che la protesta continuasse e la partita e’ poi ripresa.
(Fonte: Sportitalia.com, 12 Ottobre 2012)

venerdì 12 ottobre 2012

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall'Italia


È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.
All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.
«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare – spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».
Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco – racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima – ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».
E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.
Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo.
A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.
Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.
Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.

giovedì 11 ottobre 2012

Riccardo Cristiano: una storia che è bene non dimenticare


non dimentichiamo questa faccia... e il coportamento ignobile di questo personaggio...

L’11 Ottobre del 2000 a Ramallah vennero LINCIATI dei soldati riservisti israeliani da parte di una folla di palestinesi scatenata; le immagini degli autori con le mani insanguinate fecero il giro del mondo in pochi giorni, ma in Italia vennero trasmesse solamente da parte dei telegiornali Mediaset. Dopo pochi giorni l’allora responsabile della RAI in Israele scrisse una lettera al più importante quotidiano palestinese spiegando come la RAI non fosse responsabile della diffusione del filmato che testimoniava quanto accaduto. Per la cronaca il signor Riccardo Cristiano lavora ancora alla RAI!!!!
Per chi volesse saperne di più sull’IGNOBILE linciaggio di due riservisti dell’esercito israeliano avvenuto l’11 Ottobre 2000 a Ramallah consigliamo questa lettura
L’appello di Riccardo Cristiano apparso sul quotidiano palestinese di Ramallah “Al Hayat Al Jadida” del 16 ottobre 2000
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.
Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.
Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.
Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.
Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri.
Riccardo Cristiano
Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
Per non dimenticare. Per ricordare a coloro che amano raccontare e raccontarsi che la “favola” dei corrispondenti esteri obbligati a impegnarsi a non diffondere mai notizie che possano mettere in cattiva luce l’autorità palestinese se vogliono operare nei territori sottoposti alla sua giurisdizione sarebbe una nostra invenzione, che questa realtà è ampiamente documentata. Per ricordare che da allora niente è cambiato, e i fatti sono qui a dimostrarlo.
Colgo l’occasione per alcune annotazioni sul testo dell’ineffabile Riccardo Cristiano: nella sua prima comunicazione dopo il linciaggio di Ramallah, esordisce congratulandosi con gli amici di Palestina: per che cosa si sta congratulando? Il bestiale linciaggio viene graziosamente chiamato “gli eventi”, così come il feroce terrorismo algerino degli anni Sessanta e l’altrettanto feroce repressione francese venivano graziosamente chiamati, sui giornali francesi dell’epoca, “les événements d’Algerie”. E infine, dopo avere ripetuto che mai e poi mai la RAI si permetterebbe di commettere una simile scorrettezza come quella di documentare un bestiale linciaggio messo in atto dagli amici di Palestina, si congeda porgendo i migliori auguri: di che cosa? Di buon proseguimento?

martedì 9 ottobre 2012

9 Ottobre 1982, ore 11:55: il terrorismo palestinese colpisce la Comunità Ebraica di Roma. Per non dimenticare


Come ogni anno in questo triste anniversario cerchiamo qui di rammentare ai più distratti o a chi proprio non è a conoscenza di questo tragico avvenimento, cosa accadde la mattina del 9 Ottobre 1982 alla Sinagoga Maggiore di Roma. Lo facciamo perchè riteniamo sia giusto farlo e perchè è solo in ricorrenze del genere (purtroppo) che ad alcuni si risvegliano le coscienze. Che il ricordo del piccolo Stefano Gay Tachè sia in benedizione.


9 Ottobre 1982, ore 11:55: il terrorismo palestinese colpisce la Comunità Ebraica di Roma. Per non dimenticare.

Grazie!!! Ringraziamo la stampa: La Repubblica, L’Unità, Paese Sera, Il Messaggero, Il Corriere della Sera, l’Avanti, Il Manifesto, Panorama e l’Espresso. Il Presidente Pertini, Andreotti, il Papa per i loro articoli e i loro incontri con Arafat. Questi hanno causato l’antisemitismo come durante il fascismo. Non desideriamo articoli di compassione
9 ottobre 1982
(Volantino affisso sui cancelli di Via Catalana poche ore dopo l’attentato)
Sono le 11,55 di sabato mattina 9 ottobre 1982. È Sheminì Azeret, ultimo giorno della festa di Sukkot (delle Capanne). I fedeli escono dalla Sinagoga Maggiore di Roma attraverso il piccolo cancello di ferro annerito su Via Catalana. Il mediorientale che sosta sul marciapiede opposto infila la mano destra nella sacca, sorride, guarda negli occhi chi sta uscendo. Lancia una granata. I fedeli cadono a terra. Poi arrivano le sventagliate di mitra. Gli attentatori sono una decina, si mettono in fuga: l’unico nome noto, il giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar, sarà condannato all’ergastolo solo dopo essere svanito su un volo dell’Olimpyc Airways Atene-Tripoli a fine 1988. Nell’attentato, ufficialmente organizzato per vendicare l’invasione israeliana del Libano (dopo 12 anni di attentati terroristici in territorio israeliano compiuti dai palestinesi con base in Libano), viene ucciso il fanatico sionista Stefano Tachè, ebreo romano di anni due. Trentacinque persone vengono ferite, alcune in modo molto grave, fra cui Emanuele Pacifici, figlio del rabbino di Genova Riccardo Pacifici, deportato ad Auschwitz con la moglie, e non ritornato.
Neanche due ore dopo l’attentato viene distribuito un volantino redatto frettolosamente dagli studenti ebrei, intitolato ironicamente “Grazie!”. È un atto d’accusa contro Giulio Andreotti e Bettino Craxi che flirtano con Yasser Arafat; contro il Pci filo-sovietico schierato dalla parte degli arabi; contro quotidiani e settimanali dove fioccano i paragoni fra sionismo e nazismo confusi fra le critiche all’invasione israeliana del Libano; contro gli autonomi romani che avevano affisso lo striscione “Bruceremo i covi sionisti” sulla piccola Sinagoga di Via Garfagnana; contro i sindacati che avevano deposto una bara di fronte alla Sinagoga Maggiore fra sventolii di bandiere rosse; contro Sandro Pertini, capo dello Stato ed attento alle ragioni di tutti ma non degli ebrei.
Sono passati 28 anni da allora: è cambiato qualcosa?
Thanks to Barbara

sabato 6 ottobre 2012

Il sionismo


Il Sionismo è il movimento di liberazione nazionale ebraico che ha come scopo la creazione e lo sviluppo di uno Stato per il popolo ebraico, Israele, con cui si identifica in lingua (ebraico come lingua ufficiale), simboli (bandiera, inno e stemma), tradizione e cultura (festività e memoria storica).
STORIA 

- Il Sionismo nasce come un movimento di emancipazione nazionale, la cui guida è Leo Pinsker (Ehad ha-Am, Autoemancipazione, 1882), che vede in Israele una patria spirituale del popolo ebraico, unico territorio in cui gli ebrei non sono "stranieri". Pertanto, la vita nella patria di origine avrebbe curato l'antisemitismo che ispirò i grandi pogrom del 1871-1884.
- In seguito, il Sionismo si sviluppa come progetto politico di "creazione di uno stato ebraico in Palestina", sotto la guida di Theodor Herzl (Lo Stato degli Ebrei, 1896), che fonda l'Organizzazione Sionistica, riunitasi nel 1897 a Basilea per il Primo Congresso Sionistico.
- L'appoggio internazionale alla causa sionista si ha con la Dichiarazione Balfour, 1916, con cui il Ministro degli Esteri britannico (Arthur James Balfour) si impegnò a costituire una patria ebraica in Palestina. La Dichiarazione fu incorporata nel Trattato di Sèvres con la Turchia (1920) e nel testo del Mandato Britannico sulla Palestina, approvato dalla Lega della Nazioni nel 1922.
- Dopo la creazione di Israele nel 1948, i principi sionisti sono ancora alla base dell'esistenza dello Stato di Israele quale Stato Ebraico e Democratico (Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele), di cui possono divenire automaticamente cittadini gli ebrei, loro consorti e i loro discendenti fino alla terza generazione (Legge del Ritorno).

MOVIMENTI SIONISTI
- Il Sionismo, come progetto nazionale del popolo ebraico, si sviluppa in diversi movimenti secondo differenti ideologie, tra cui: il Sionismo socialista, revisionista, religioso e ambientalista. 
- Il Sionismo socialista vede nel ritorno degli ebrei alla coltivazione della terra la chiave per l'emancipazione del popolo ebraico cui sono state negate la proprietà della terra e la possibilità di dedicarsi al lavoro agricolo per duemila anni. I kibbutzim (cooperative agricole che hanno realizzato il socialismo reale) sono stati fondati in Israele da esponenti di questo movimento che aveva scuole di preparazione alla vita agricola in tutto l'Est Europa. Tra i maggiori esponenti: Moses Hess, David Ben-Gurion, Golda Meir, Berl Katznelson.
- Il Sionismo revisionista fu fondato da Ze'ev Jabotinsky, in opposizione alla linea politica di Chaim Weizman e David Ben-Gurion. I revisionisti si opponevano alla spartizione della Palestina e proponevano una politica di risposta armata agli attacchi arabi sulle comunità ebraiche; favorivano la fondazione di yishuvim (cittadine) e moshavim, (cooperative agricole non socialiste). Infine, promuovevano l'idea per cui il futuro Stato di Israele doveva essere liberale, a maggioranza ebraica con rappresentanza della minoranza araba nelle istituzioni nazionali. Tra i maggiori esponenti: Menachem Begin, Yitzhak Shamir, Ariel Sharon.
- Il Sionismo religioso fu fondato da Rav Kook, in opposizione all'ortodossia ebraica che vedeva (e in gran parte vede ancora) nel Sionismo come un'anticipazione umana di ciò che solo può avvenire con l'avvento del Messia, cioè la creazione dello Stato di Israele. Al contrario, i sionisti religiosi considerano l'opera umana necessaria all'avvento del Messia. Ampiamente eterogeneo, il Sionismo religioso comprende frange socialiste, che hanno ispirato il movimento dei kibbutzim religiosi, nazionali, che integrano i principi liberali democratici con l'identità religiosa, e oltranzisti, che vorrebbero un ruolo di maggior importanza della religione nella sfera pubblica israeliana.
- Il Sionismo ambientalista considera il benessere dell'ambiente in Israele, di cui è capostipite il KKL (Keren Kayemeth Le-Israel - Fondo Nazionale Ebraico), che acquistava terreni nella Palestina mandataria, per la loro bonifica, il loro rimboschimento e la loro colonizzazione. 

DEMONIZZAZIONE
Il termine "Sionismo" è associato a "razzismo", "colonialismo", "dominio straniero". La Risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU n. 3379 del 10 novembre 1975 equiparava il Sionismo al razzismo ed è stata revocata (non annullata, quindi senza formale condanna del contenuto) dalla risoluzione 4686 del 1991.
Il Sionismo è ancor oggi considerato una forma di razzismo e colonialismo dalla Lega Araba, come testimonia la Carta Araba dei Diritti Umani, e dal movimento delle ONG, come testimonia la Dichiarazione Finale di Durban 2001.

giovedì 4 ottobre 2012

Il Comune di Napoli sostiene la "flotilla": Non in Mio Nome -


Il veliero Estelle tra il 4 e il 6 ottobre si fermerà a Napoli nel corso del suo tour di avvicinamento a Gaza per la Flotilla III. La missione dichiarata è quella di portare aiuti umanitari forzando il blocco navale imposto da Israele nel 2007 in risposta ai ripetuti atti ostili (lanci praticamente quotidiani di missili verso le città Israele più vicine al confine con Gaza; rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit mentre era di pattuglia al confine con Gaza) provenienti dal territorio attualmente amministrato da Hamas. In qualunque modo la si pensi in merito al pluridecennale conflitto arabo-israeliano ed alla questione israelo-palestinese, che traggono entrambe origine dal rifiuto da parte araba di uno stato ebraico in Medio Oriente, è un fatto che, la promozione di iniziative volte alla ricerca di soluzioni pacifiche al conflitto, possa passare soltanto dal riconoscimento delle reciproche sofferenze e dei reciproci diritti delle parti in causa, vale a dire degli Israeliani e dei Palestinesi.
In questi giorni, sul sito istituzionale del Comune di Napoli, è stato pubblicato il link della “Freedomflotilla”, il movimento che, lamentando una presunta crisi umanitaria a Gaza non dimostrata, come provato dalle dichiarazioni della Vice Direttrice del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mathilde de Riedmatten, e dai dati dello UN Office for the Coordination and Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, e smentita dai numerosi documenti video e fotografici disponibili in rete, ha promosso “flotille” con il chiaro intento di forzare il blocco navale messo in atto da Israele al largo di Gaza, secondo consolidate consuetudini e prassi del diritto internazionale.
A prescindere dalla discutibile promozione da parte del Comune di Napoli di un’iniziativa volta a forzare un blocco navale messo in atto dallo Stato di Israele, Paese amico dell’Italia con cui intrattiene rapporti culturali e commerciali, colpisce il fatto che un’Amministrazione Comunale eletta, in virtù del forte astensionismo delle ultime elezioni amministrative, con un terzo dei voti dei Napoletani, si arroghi il diritto di schierarsi con una delle parti in conflitto, in barba ad ogni principio di autentica promozione e ricerca della Pace e contribuendo, nella sostanza, a sostenere Hamas, , organizzazione inserita nell’elenco delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea (Posizione Comune 2005/847/PSC del Consiglio del 29 Novembre 2005).
Come cittadini ed elettori Napoletani ed Italiani, riteniamo che sia inaccettabile che il sito istituzionale del Comune di Napoli anziché promuovere il dialogo tra le parti, partendo dal riconoscimento delle difficoltà e sofferenze dei rispettivi popoli, ospiti il link di un’organizzazione quale Freedom Flotilla, che di fatto sostiene nel suo manifesto la delegittimazione di Israele, vale a dire che nega il diritto di Israele ad esistere in quanto Stato nazionale degli Ebrei, e che annovera tra i suoi sostenitori siti internet, associazioni (Guerrillaradio, Infopal, Terra Santa Libera) distintesi, negli anni, per le posizioni antisemite di diversi loro collaboratori e sostenitori, spesso mascherati da antisionisti. La Napoli delle persone che amano la Democrazia e la Pace, ma non il pacifismo a senso unico, non può accettare un uso distorto, arrogante e superficiale dell’istituzione pubblica “Comune”, unicamente funzionale alla propaganda di idee ed iniziative di alcuni suoi esponenti che, oltre a evidenziare ignoranza della Storia e della realtà di certi contesti, non dimostrano alcuna considerazione per le istituzioni intese come patrimonio comune di tutti i cittadini.
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Hamas minaccia persino i Blaugrana


di Dimitri Buffa
«Le proteste tenute in occasione della partita di basket tra Barcellona e Maccabi Tel Aviv nel 2011, sono nulla in confronto a quello che abbiamo in programma al Camp Nou».
Questa è la pacifica e simpatica promessa, contenuta in una lettera mandata da capi degli ultras del Barca al presidente della società e per conoscenza governo catalano qualora confermasse la propria volontà di invitare Gilad Shalit il prossimo 7 ottobre a vedere la partita derby contro il Real Madrid. L’ha spedita e scritta l’attivista Jorge Sanchez, che è a capo di un’organizzazione che chiede il boicottaggio di Israele. E chiede anche al presidente del Barcellona Sandro Rosell di ritirare l’invito. La cosa più grave è che gli ultras blaugrana sembrano marciare divisi e colpire uniti con i supporters di hamas a Gaza. Che a loro volta minacciano sfracelli, come quello di non far più vedere le partite alla gente della Striscia, oscurando le parabole. A Gaza i tifosi locali in realtà portanp Messi e la sua squadra nel cuore. Per prima cosa Hamas ha lanciato quindi una sorta di boicottaggio del club catalano.
Con questo slogan: “Come può un club sportivo dignitoso onorare un assassino”. L’assassino sarebbe lui, Shalit, non più giovane caporale di diciannove anni sequestrato in territorio israeliano e tenuto segregato per oltre cinque anni, ma «prigioniero di guerra» per «avere sparato da un carro armato a Gaza. E le perdite inflitte, la maggior parte dei quali civili», sarebbero la causa del suo rapimento. Bugie e mistificazioni già note agli esperti della propaganda di hamas, ma che adesso mettono in crisi il club catalano, combattuto tra islamically correctness e non fare una figura di guano  dopo avere invitato il povero soldato, ancora traumatizzato dopo la sua liberazione, a vedere una partita di calcio e a ritirare un premio simbolico. Una fonte del club catalano ha detto alla Afp: «Abbiamo ricevuto una richiesta da un ministro israeliano per invitare Shalit, e abbiamo accettato. Occorre chiarire che il Barcellona non prende posizione attraverso questo invito nel conflitto israelo-palestinese. Ricordiamo che in 2011 vice presidente del club, Carles Villarubi, ha ricevuto il leader palestinese Mahmoud Abbas e gli mostrò le strutture del club». Insomma la classica excusatio non petita.
Per ora quindi se la cavano così, una sorta di par condicio dichiarata tra uno stato democratico e un’organizzazione terrorista che semina terrore tra i suoi dissidenti a Gaza. Un amico di Shalit ha detto che ufficialmente, dopo l‘invito, a lui non sarebbe stato comunicato nulla. Neppure un’eventuale ripensamento dei vertici del Barca. La medesima fonte si dichiara certa che alla fine Shalit potrà assistere alla partita con il contributo di sicurezza che potrà essere garantito dalla polizia catalana. Certo però che ritrovarsi contro tutti gli ultras filo palestinesi del Barca e rischiare per paradosso un incidente diplomatico con Israele dovuto ad eventuali striscioni anti semiti o quanto meno anti israeliani è per la stessa cittadinanza un rischio troppo grosso. E si vedrà se avrà lo stesso coraggio avuto dal sindaco Alemanno a Roma nel dichiarare Shalit cittadino onorario. Cosa che rimane fino ad adesso l’unica notevole compiuta dalla giunta in questione.
(Fonte: L’Opinione.it, 29 Settembre 2012

Hamas minaccia il Barcellona: no all’invito a Gilad Shalit per il “Clasico”


Barcellona, 28 Settembre 2012 – Il Barcellona F.C. minacciato di boicottaggio per aver invitato al ‘clasico’ di Liga col Real Madrid, che sara’ disputato al Camp Nou il prossimo 7 Ottobre, l’ex soldato israeliano Gilad Shalit. Lo si apprende da fonti vicine al club blaugrana. Una radio del movimento islamico Hamas ha esortato i palestinesi a boicottare la squadra, molto amata dai giovani nella Striscia di Gaza, che hanno inondato nelle ultime ore le reti sociali di messaggi di protesta e appelli al club a non consentire l’entrata di Shalit al Camp Nou.
Il Barcellona ha confermato che Shalit – per 6 anni prigioniero a Gaza – sara’ allo stadio, nonostante le proteste dei gruppi pro-palestinesi e, in un comunicato del vicepresidente Carles Vilarrubi ha spiegato che non si tratta di un invito, bensi’ di una richiesta presentata dal giovane israeliano, che ora lavora come commentatore sportivo del popolare quotidiano israeliano Yediot Aharonot. Secondo questo quotidiano, l’invito di Shalit al Camp Nou si deve alla richiesta che sarebbe stata fatta a suo nome da un ex ministro israeliano, Itzhak Herzog, membro del Partito Laburista. Shalit, 26 anni, venne catturato da tre milizie palestinesi nel giugno del 2006 e tenuto prigioniero durante 5 anni a Gaza in un luogo segreto. L’ex soldato fu liberato nell’ottobre dello scorso anno, dopo un accordo fra il movimento islamico e Israele in cambio della consegna di un migliaio di detenuti palestinesi.
Il Club dei Prigionieri di Gaza, collegato ad Hamas, in un comunicato citato dai media iberici ha sostenuto che ”invitare Shalit e’ un nuovo tentativo di coprire i crimini sionisti col pretesto dello sport”. ”Come puo’ un club cosi’ rispettabile, che difende la multiculturalita’ e l’umanismo, invitare un assassino e criminale come Shalit per mostrargli rispetto e onorarlo?”, si chiede l’organizzazione. Allo stesso modo, l’ufficio stampa del primo ministro di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, in un comunicato ha condannato la presenza dell’ex soldato nello stadio barcellonese ed ha esortato il club a impedirla. Da Barcellona, le fonti ricordano che in passato sono stati invitati al Camp Nou tre giovani ex prigionieri palestinesi, che allo stesso modo degli israeliani, amano i colori blaugrana.
(Fonte:Israele.net e Ansamed, 27 e 28 Settembre 2012)
  

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