Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

giovedì 8 novembre 2012

Non più profughi ‘dimenticati’

di Michelle Huberman
Se avete seguito il lavoro della mia organizzazione, Harif, (che rappresenta gli ebrei del Medio Oriente e del Nord Africa nel Regno Unito) saprete che fare campagna per i profughi ebrei dei paesi arabi fino al mese scorso è stata una dura lotta.
Tuttavia, il problema è diventato generale da quando il congresso su “Giustizia per i profughi ebrei dei paesi arabi” del mese scorso a Gerusalemme e l’incontro alla sede dell’ONU a New York hanno raccontato la propria storia presentando sostenitori eminenti come Alan Dershowitz e Irwin Cotler.
Circa 64 anni dopo la fondazione dello Stato d’Israele, in quello che è stato spesso definito un esodo dimenticato, 850.000 ebrei furono costretti a lasciare i paesi arabi come profughi, abbandonando tutte le loro proprietà. Oltre 600.000 andarono in Israele, e fino all’ aliya russa degli anni 1990 le più grandi comunità in Israele furono marocchine e irachene. Gli altri andarono soprattutto in Francia, Canada, nelle Americhe, in Australia e nel Regno Unito.
Oggi solo la merà circa della popolazione israeliana è composta di ebrei dei paesi arabi e musulmani. La principale domanda che tutti si pongono è perché riconoscimento e riparazione sono oggi in discussione? Perché i precedenti governi israeliani non hanno portato il problema davanti all’ONU anni fa? In Israele il problema è quasi sconosciuto. Molti della generazione più vecchia, che hanno ricordi traumatici di aver assistito ad assassinii, torture e fughe o espulsioni dai paesi arabi portando solo una valigia, hanno trovato le loro esperienze troppo dolorose per raccontarle a figli e nipoti.
Altre ragioni per cui il governo israeliano non ha raccontato la storia dei profughi ebrei sono state l’eurocentrismo dello stato israeliano, il desiderio di integrare i profughi come immigranti che tornavano alla loro patria ancestrale e la convinzione, specialmente della sinistra durante gli anni di Oslo, che i profughi ebrei fossero un “ostacolo”alla pace.
Il problema dei diritti dei profughi è oggi un argomento scottante nei media nazionali e internazionali. Portavoce e media arabi sono stati attaccati. Non passa giorno senza un articolo d’opinione su Ha’aretz, che critica o celebra l’iniziativa diplomatica del governo israeliano.
La posizione di Israele sui profughi ebrei è cambiata solo da quando il partito Yisrael Beytenu è entrato nel governo di coalizione nel 2009 sulla piattaforma di una diplomazia su base dei diritti.
Costruita su una risoluzione del congresso che richiedeva la parità per i profughi ebrei e palestinesi nel 2008 e una legge della Knesset del 2010 che faceva della compensazione ai profughi ebrei una condizione per un accordo di pace, l’iniziativa di fare dei profughi ebrei un problema politico è venuta dal vice primo ministro Danny Ayalon, figlio di un padre profugo algerino.
Nel 2010 scrisse un editoriale nel Jerusalem Post intitolato “Sono un profugo”. Questo fu seguito da editoriali internazionali e da un video informativo, “La verità sui profughi,” che ha già avuto oltre un milione di spettatori. Danny Ayalon è stato la forza portante dietro al congresso e all’incontro ONU del mese scorso.
Allo stesso tempo, il Ministro degli Esteri ha lanciato una pagina Facebook chiamata “Sono un profugo”: qualunque profugo poteva caricare la sua storia online, smentendo chi sosteneva che gli ebrei avessero lasciato i paesi arabi di loro volontà.
Descrivendo il convegno di Gerusalemme come “storico,” Danny Ayalon ha detto: “lavoreremo per ottenere giustizia per i profughi ebrei, che furono espulsi e torturati, e i cui diritti sono stati calpestati.” Il convegno ha emesso una dichiarazione che impegna il governo israeliano ad includere la storia degli ebrei del Medio Oriente e del Nord Africa nel corso di studi scolastico, a costruire un museo che commemora la loro ricca tradizione ed ad aggiungere un Giorno della Memoria al calendario.
In Israele, la mancanza di conoscenza elementare, insieme al fatto che molti della vecchia generazione tengono nascoste le loro storie, ha portato i giovani israeliani ingenui ad ignorare i propri diritti, pur ascoltando la “narrazione”dei nemici di Israele.
Il lavoro non è finito, sta solo cominciando. E stiamo aspettando di annunciare la data per un Giorno dei Profughi Ebrei da inserire nel calendario ebraico. La vera sfida consiste nel preparare un programma educativo non solo per le scuole israeliane, ma anche per insegnare agli ebrei della Diaspora la storia degli ebrei dei paesi arabi.
Organizzazioni come JJAC, Harif e JIMENA continueranno a lavorare a fianco del Ministero degli Esteri per incitare ad inserire programmi educativi simili nel Regno Unito e in America.
Dobbiamo ringraziare Danny Ayalon e l’attuale governo per aver inserito questo problema fermamente nell’agenda internazionale. I profughi dimenticati non lo sono più.
(Da: Jerusalem Post, 17.10.12)



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