Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

domenica 30 dicembre 2012

Israele: democratico fino all'autolesionismo!

Un consesso speciale di nove giudici ha clamorosamente ribaltato la decisione della Commissione Elettorale che aveva escluso la possibilità di partecipare alle prossime elezioni politiche alla deputata araba Hanin Zoabi da sempre contro lo stato di Israele.
Per ricordare solo alcune delle "prodezze" di questa deputata vi cito il suo mancato rispetto per l'inno di Israele il 24 febbraio 2009 all'atto di insediamento della 18 legislatura della Knesset (si è alzata ed è uscita dall'aula perchè l'inno dello stato per la quale era stata eletta deputata "non mi rappresenta"), la sua partecipazione alla Freedom Flottilla con il relativo attacco ai soldati israeliani, gli stessi soldati del paese che dovrebbe "rappresentare" ma che dichiara che "non ha alcun diritto di vivere in sicurezza" e respinge l'idea che Israele sia uno stato ebraico. Ha sempre osteggiato lo stato di Israele, incitando a boicottare e a contrastare il governo, le sue istituzioni e l'esercito. Non vuole che i cittadini arabi svolgano il servizio militare per evitare che si integrino nello stato. Insomma un personaggio mica da ridere sta terrorista. Eppure lo stato "razzista" di Israele, ha deciso che potrà continuare a fare il suo "lavoro" di propaganda antiisraeliana, potrà continuare a percepire un lauto stipendio pagato con le tasse di tutti i cittadini israeliani, anche quelli che lei tanto disprezza con il quale potrà proseguire nella sua opera di delegittimazione di Israele dall'interno

giovedì 27 dicembre 2012

Roma, 27 Dicembre 1985: il terrorismo palestinese colpisce l’aeroporto di Fiumicino

Alle nove del mattino del 27 dicembre 1985, un commando terroristico formato da quattro uomini entra nell’atrio dell’aereoporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino e si posiziona di fronte ai banchi accettazione delle compagnie aeree El Al (la compagnia di bandiera israeliana) e Twa. Poco dopo i quattro uomini, armati di kalashnikov, cominciano a lanciare bombe a mano e a sparare sulla folla assembrata davanti ai banchi del check-in e nel bar vicino. Gli agenti della sicurezza israeliani e le forze dell’ordine italiane rispondono al fuoco; circa due minuti dopo tre attentatori sono uccisi e il quarto catturato. L’attentato provoca tredici morti e settantasette feriti.
Contemporaneamente, in Austria, un commando formato da tre terroristi mette in atto lo stesso tipo di azione all’aeroporto Schwechat di Vienna, provocando tre morti e quaranta feriti. Fu la seconda volta che il terrorismo internazionale sparse sangue sul territorio italiano: la prima era stata tre anni prima con l’attentato alla sinagoga di Roma.
I giovani che formano i commando di Fiumicino e Vienna sono di età compresa tra i venti e i venticinque anni, provengono dai campi profughi di Sabra e Chatila in Libano e considerano se stessi palestinesi. L’azione che hanno intrapreso è stata concepita come un’azione suicida. Questa nuova manifestazione del terrorismo internazionale di matrice palestinese ebbe risultati politici disastrosi sia per l’Olp che per i suoi sostenitori in Europa, mettendo in serio pericolo i tentativi di dare vita a colloqui di pace in Medio Oriente.
Gli atti terroristici furono rivendicati da quattro gruppi diversi. La prima rivendicazione giunse il giorno stesso dell’attentato, alle 16.30, con una telefonata alla rete radiofonica spagnola Ser: l’attentato è rivendicato a nome dell’organizzazione Abu Nidal nella Costa del Sol. La seconda rivendicazione, che riguarda l’attentato di Vienna, venne fatta attraverso una telefonata a una stazione di polizia austriaca: rivendica l’attentato a nome di un’organizzazione chiamata Ottobre Rosso. La terza rivendicazione, per entrambi gli attentati, arrivò ad un’agenzia di stampa internazionale a Beirut a nome di un’altra organizzazione, le Cellule della guerriglia araba. La quarta rivendicazione, all’Agenzia Ansa di Milano e rivendicava l’attentato a nome dell’OLP dichiarando: «Abbiamo colpito a Roma e a Vienna perché l’Italia tiene prigioniero un nostro capitano». Nonostante queste diverse rivendicazioni, gli attentati saranno infine attribuiti ad Abu Nidal, la cui fazione rappresentava una delle ali più estreme di tutto il terrorismo palestinese.
Nato nel ‘ 37 a Jaffa, nel sud di Israele, da famiglia benestante, sotto quello che era ancora un protettorato britannico, Sabri al-Banna, vero nome di Abu Nidal (il nome in arabo significa “Il padre della lotta”), fu costretto a lasciare la sua casa nel ‘ 48, per stabilirsi a Nablsu, dove divenne maestro di scuola ed entrò a far parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat. Rappresentante dell’ Olp in Sudan e in Iraq, quando alla fine della guerra arabo-israeliana del ‘ 73, Arafat decise di limitare le azioni militari contro obiettivi in Israele e nei Territori, Abu Nidal si stacca da Arafat: ai suoi occhi è diventato «troppo moderato».
A quel punto fonda il gruppo «Al Fatah Consiglio Rivoluzionario», e dà il via alla sua di guerra: contro Israele e contro i moderati palestinesi. Su suo ordine vengono uccisi i rappresentanti dell’ Olp da Roma a Islamabad, da Madrid al Kuwait. L’Iraq prima, la Siria poi gli danno asilo e rifugio. Abu Nidal diventa terrorista anche per conto di altri, per credo ma anche per finanziare il suo gruppo: nell’82 probabilmente Saddam Hussein gli chiede di organizzare l’ attentato contro l’ ambasciatore israeliano a Londra che darà a Gerusalemme l’ occasione per invadere il Libano e cacciare l’ Olp dell’ ex amico Arafat.
E’ negli anni Ottanta che esplode la sua ferocia sanguinaria. Nell’attentato di Fiumicino, muoiono tre attentatori che in tasca hanno un «testamento da martiri» che ricorda quelli di oggi: «Per ogni goccia di sangue arabo versato ne scorreranno fiumi». Da lì in avanti è una tragica sequela di morti. L’ attacco alla sinagoga di Istanbul e a quella di Roma, dove nell’ 82 rimane ucciso un bimbo di due anni. Il dirottamento di un aereo Pan Am a Karachi, l’ assalto a una nave di turisti in Grecia, l’ attentato al Café de Paris in via Veneto, 16 settembre ‘ 85, dove 40 persone sono ferite dall’ esplosione di due bombe «ananas» lanciate tra i tavoli. Per l’ America è «il terrorista più pericoloso». Lascia la Siria. Trova rifugio in Libia. «Mollato» anche da Gheddafi, malato di leucemia, passa prima in Egitto e poi in Iraq gli ultimi anni della sua vita. Viene trovato morto a Bagdad il 19 agosto del 2002 a 65 anni. Si parla di suicidio, ma l’ipotesi non convince nessuno perché sul suo corpo vengono trovati troppi colpi di arma da fuoco.

Il Journal

mercoledì 26 dicembre 2012

Il Giorno della Memoria


Presso questo link è possibile leggere il testo della LEGGE DELLO STATO relativa al giono della Memoria che qualche bella testa sostiene essere una "legge imposta da Furio Colombo" (chissà perche poi da Furio Colombo)

Legge 20 luglio 2000, n. 211
"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.
1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Merry Christmas from IDF

martedì 25 dicembre 2012

Auguri di Natale del Premier Netanyahu

Mentre i cristiani di tutto il mondo e in Israele si preparano a festeggiare il Natale, desidero augurare a tutti voi lietissime feste.
Oggi le comunità cristiane in tutto il Medio Oriente si stanno riducendo, e molte sono in pericolo. Non è così, ovviamente, in Israele. Qui vi è una comunità cristiana forte e in crescita, che partecipa pienamente alla vita del nostro paese. Israele è orgoglioso della sua tolleranza religiosa e del suo pluralismo, e continuerà a tutelare la libertà di religione per tutti. Continueremo a salvaguardare i luoghi di culto cristiani in tutto il nostro paese. Non tollereremo atti di violenza o di discriminazione nei confronti di qualsiasi luogo di culto. Questo non è il nostro modo di agire, ed è qualcosa che non possiamo accettare.
Pertanto, mentre festeggiate il Natale e le vostre sacre ricorrenze, ci auguriamo che vi ricordiate dei luoghi in cui l'ebraismo e il cristianesimo sono nati, e che possiate venire a vedere la nostra antica terra con i vostri occhi: per visitare Nazareth e Betlemme, guadare il fiume Giordano, e stare sulle rive del Mare di Galilea.
E il prossimo anno venite a visitare la nostra capitale eterna, Gerusalemme.
Buone feste a tutti voi. Possiate voi tutti essere benedetti con un anno di serenità, prosperità e pace.

Lettera ufficiale del rappresentante permanente d'Israele all'Onu Dan Prosor

La mattina del 17 dicembre s’è udita una forte esplosione nella città di Tair Harfa nel sud del Libano. La città si trova nel distretto di Tiro, a nord est di Naqura, a 2,5 km dal confine israeliano. I mezzi d’informazione libanesi non hanno riportato la presenza di feriti, come confermato anche dal sindaco di Tair Harfa. Tre case sono state leggermente danneggiate dall'esplosione.
L'esplosione è avvenuta in un deposito di munizioni appartenente a Hezbollah. L'edificio in cui erano conservate le munizioni si trova alla periferia della città, nei pressi di abitazioni residenziali. A 300 metri circa dal deposito delle munizioni c’è anche una scuola.
Subito dopo l'esplosione decine di uomini di Hezbollah hanno isolato l'area e ha proceduto a cancellare ogni traccia dell'incidente, ad abbattere il deposito e a rimuovere ciò che era rimasto delle armi e degli esplosivi presenti nel deposito. Sono giunti in zona anche i militari della forza interazionale UNIFIL, ma l'accesso al sito stesso del esplosione era stato bloccato da Hezbollah. L'accesso al sito è stato negato anche ai soldati dell'esercito libanese.
Questa è la quarta esplosione verificatasi negli ultimi anni in depositi di munizioni di Hezbollah nel Libano meridionale:
• 14 luglio 2009 - Esplosione in un deposito di munizioni nei pressi di Khirbat Slim;
• 12 ottobre 2009 - Esplosione in un deposito di munizioni in Tayr Falsay;
• 3 settembre 2010 - Esplosione in un deposito di munizioni in un quartiere di Shehabiyya, Kafr Dunin, a est di Tiro. Le munizioni erano conservate a poche centinaia di metri da una moschea, in una villa a tre piani appartenente a un agente Hezbollah.
Questi incidenti hanno avuto luogo in zone sotto la responsabilità dell’ UNIFIL e costituiscono una chiara violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU 1701, che prevede il disarmo di Hezbollah e vieta il deposito di armi vicino al confine con Israele.
La rete militare di Hezbollah nel sud del Libano comprende sia depositi di munizioni sia avamposti militari. La maggior parte delle infrastrutture militari è situata in zone popolate, in decine di villaggi sciiti del sud (come al-Khayyam).
Armi, missili ed esplosivi sono stoccati nei pressi di abitazioni e altri edifici civili, come scuole e moschee. Hezbollah mette in pericolo la vita di civili libanesi innocenti, al fine di nascondere la sua attività militare nel sud del Libano, in aperta violazione della risoluzione ONU 1701.
Il 20 dicembre scorso, il rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite, l'ambasciatore Ron Prosor, ha inviato una lettera ufficiale al Segretario Generale delle Nazioni Unite e al Presidente del Consiglio di Sicurezza, chiedendo l'applicazione della risoluzione 1701.
Il monito dell’Ambasciatore Prosor è che "la mancata applicazione dell'embargo sulle armi in Libano mina il tessuto basilare della sicurezza e della stabilità nella nostra regione. Si potrebbero avere conseguenze catastrofiche”. Prosor ha anche menzionato la possibilità molto concreta che “le ampie scorte di armi chimiche di Assad possano presto cadere nelle mani di Hezbollah. La comunità internazionale non può più permettersi il lusso di ignorare questa realtà”, ha scritto l'ambasciatore.
L’Ambasciatore Prosor ha invitato il Consiglio di Sicurezza e la comunità internazionale a inviare un chiaro segnale per affermare che il riarmo di Hezbollah non può essere tollerato. Prosor ha suggerito che “un primo passo logico sarebbe quello di garantire che Hezbollah sia incluso nei relativi elenchi d’osservazione del terrorismo in tutti gli angoli del pianeta, anche nell'Unione Europea”.



A poco più di un mese dall'inizio della tregua

Terroristi arabi da Gaza hanno lanciato un razzo contro Israele, domenica sera, 23.12.2012, il primo dalla fine dell’operazione Pilastro di Difesa nel mese di novembre scorso. Il razzo a quanto pare non è riuscito a raggiungere il territorio israeliano esplodendo all'interno di Gaza, e il sistema d’allerta “Allarme Rosso” in Israele non è scattato.
L'ultima volta che i terroristi arabi avevano sparato razzi contro Israele da Gaza è stato il 21 novembre scorso, nelle prime ore dopo l'attuazione del cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Sebbene tecnicamente quei razzi costituissero una prima violazione del cessate il fuoco, secondo il quale Hamas si è impegnata a non lanciare razzi contro Israele in cambio di concessioni israeliane, Israele ha scelto di non formalizzare una protesta a Stati Uniti ed Egitto, entrambi fattisi garanti del cessate il fuoco. In base all'accordo, le violazioni da parte di Israele o di Hamas devono essere giudicate dall'Egitto, attualmente sotto la guida di Mohammed Morsi, membro del partito dei Fratelli musulmani.
Israele non ha ancora formalmente comunicato se intende formalizzare protesta all’Egitto per l’incidente di domenica sera.
In cambio del cessate il fuoco, Israele ha esteso i chilometri dell’area consentita alla pesca per i pescatori di Gaza al largo della costa, e ha acconsentito a smettere di colpire i principali terroristi di Hamas che abbiano partecipato ad attacchi terroristici provocando vittime israeliane. Subito dopo questo accordo, il leader del movimento terroristico Hamas, Khaled Mashaal, che per anni è rimasto nascosto a Damasco, ha per la prima volta apertamente visitato Gaza, dove ha ribadito pubblicamente l'intenzione di Hamas di perseguire l’obiettivo della distruzione d’Israele.

Dal sito internet di Channel 7

lunedì 24 dicembre 2012

Debunking the Palestine Lie



ecco i disegnini per anonimo... così impara un po di storia....

“Perchè dare soldi agli ebrei?”: il M5S contro la Giornata della Memoria

Milano, 20 Dicembre 2012 – Decisione che sarà destinata a creare non poche polemiche nel mondo politico milanese. La racconta Mosaico, il sito ufficiale della comunità ebraica di Milano. In Zona 3, infatti, il M5S sarebbe stato contro le iniziative del Giorno della Memoria, il prossimo 27 gennaio, giornata in cui si commemorano le vittime della Shoah. “C’erano iniziative per le quali già in commissione si era stabilito di dedicare circa 3mila euro del bilancio locale – scrive il sito -. Tutti a favore? In commissione, sì. Anche la consigliera del Movimento 5 stelle, Patrizia Bedori, è d’accordo con le iniziative, che prevedono tra l’altro un incontro con un testimone della Shoah, nell’auditorium di via Sansovino”.

“Ma la prassi del Movimento è quella di sottoporre alla rete, o meglio al gruppo Facebook di sostegno al M5S Zona3, tutte le delibere di commissione prima della votazione in Consiglio, in modo che il voto definitivo sia condiviso – continua l’articolo -. E lì si scatena un dibattito che ha del paradossale. “Perché dare soldi solo agli ebrei?”, si chiede qualcuno. “Il Consiglio di Zona dovrebbe dare i soldi per iniziative a favore di altri popoli oppressi, come i palestinesi”, dimostrando di non sapere che il Giorno della Memoria è una legge dello Stato, con una finalità ben precisa. “Sono soldi pubblici, non è giusto sprecarli così” dice in buona sostanza la maggioranza dei grillini”".

“E on line si vota: approvare o no la delibera consiliare? La risposta è: no. Ed ecco allora che il Movimento 5 Stelle, nella persona del suo unico rappresentante in Consiglio di Zona 3 Patrizia Bedori, ha votato contro le celebrazioni per il Giorno della Memoria”. “Bedori ha voluto sottolineare di essere personalmente favorevole alle iniziative deliberate, ma secondo la regola del Movimento, in applicazione del principio della democrazia diretta, lei si considera non un consigliere, eletto senza vincolo di mandato come prescrive la Costituzione della Repubblica italiana, ma un semplice “portavoce” incaricato quindi di votare come la maggioranza dei sostenitori decide”, viene concluso nel pezzo di Ester Moscati.

(Fonte: Milano Today, 21 Dicembre 2012)

domenica 23 dicembre 2012

Ministro di Abu Mazen: «Le pretese ebraiche sul Muro del pianto non hanno alcun fondamento religioso, storico o giuridico»

Mahmoud Habash, Ministro dell’Autorità Palestinese per gli Affair Religiosi e il Waqf (patrimonio religioso islamico), ha dichiarato che il Muro Occidentale (noto come “Muro del pianto”) di Gerusalemme è un luogo santo islamico e che nessun ebreo vi ha mai pregato prima del 1917.

Definendo le recenti parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a proposito della sovranità israeliana sul Muro Occidentale “una sciocchezza” e “una manipolazione”, Habash ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso lunedì 17 dicembre che “le pretese israeliane sono prive di valore”. Secondo il ministro di Abu Mazen, “Gerusalemme in ogni sua parte è prerogativa dei palestinesi” mentre le rivendicazioni israeliane sulla città e sul Muro Occidentale “non hanno alcun fondamento religioso, storico o giuridico”. Il Muro Occidentale, continua il comunicato di Habash, che “è parte integrante della moschea di al-Aqsa e di Haram al-Sharif [Monte del Tempio] che è Waqf [inalienabile patrimonio islamico]”, è sempre stato un luogo di culto solo e unicamente musulmano "per tutta la sua storia, fino alla promulgazione della Dichiarazione Balfour nel 1917”.

Ribadendo che “Gerusalemme è la capitale eterna della Palestina”, il ministro dell’Autorità Palestinese conclude il comunicato facendo appello all’Unesco affinché sostenga i “diritti arabo-palestinesi” su Gerusalemme (presumibilmente sulla base di questa ricostruzione storica quantomeno bizzarra).



sabato 22 dicembre 2012

Lettera aperta del rabbino Shalom Bahbout al sindaco di Napoli

Egregio dottor de Magistris,

la sua iniziativa di offrire la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen, leader dei Palestinesi di Cisgiordania, nella misura in cui si propone di dare un contributo alla soluzione di un lungo conflitto, può essere condivisibile. Tuttavia, se non verrà accompagnata da iniziative tese a creare un’atmosfera di pacificazione tra le parti e se non sarà seguita da iniziative verso il territorio e verso le altre popolazioni coinvolte nei conflitti presenti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, rischia di essere un’iniziativa di parte e alla fine inutile e dannosa. Come uno del milione di profughi dai Paesi arabi (la Libia) ho una conoscenza diretta del conflitto arabo-israeliano: mio padre, mio nonno e mio bisnonno sono nati a Gerusalemme e vi hanno abitato fin dai tempi dell’Impero Ottomano, quindi assai prima che si parlasse del problema palestinese e a buon diritto possono essere dichiarati palestinesi ante litteram. Mio padre era suddito della Palestina britannica e parlava e scriveva correntemente l’arabo classico e quello palestinese. Proprio per questo mio background mi permetto di darle alcuni consigli sulle iniziative da prendere nello specifico sia per quanto riguarda il conflitto tra palestinesi ebrei e palestinesi arabi che per quanto riguarda gli altri Paesi arabi che sono stati coinvolti nel conflitto.
1. Dovrebbe chiedere ad Abu Mazen di fare le seguenti dichiarazioni: ritrattare sia in inglese che in arabo quanto esposto nella sua tesi di dottorato in Storia presso il Collegio orientale di Mosca in cui bontà sua ritiene che si possa ridurre il numero delle vittime del nazismo a poche centinaia di migliaia; dichiarare che rinuncia al terrorismo come arma di pressione e condanna l’uso che ne fa Hamas con il lancio di oltre 15mila missili da Gaza verso Israele; condannare ancor più il lancio di missili verso Gerusalemme (ma non sarebbe santa anche per i musulmani?); riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele; fare una campagna di informazione interna alle nuove generazioni di arabi palestinesi per spiegare come ha avuto inizio il conflitto (ivi compresi i Pogrom compiuti a Hevron verso la popolazione ebraica, la rinuncia all’applicazione della risoluzione dell’ONU del 1947 che prevedeva la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei, il successivo attacco di tutti i Paesi arabi per eliminare la presenza ebraica etc.): una vera pacificazione inizia dalla conoscenza dei fatti a tutti i livelli e a tutte le latitudini; trasformare la Palestina araba in una società basata sulla democrazia e il riconoscimento della diversità (si pensi alla discriminazione e alla persecuzione nei confronti degli omosessuali); organizzare un sistema basato sulla giustizia e non sulla giustizia sommaria come accaduto, ad esempio, nei giorni dell’ultimo conflitto in cui sono stati barbaramente uccisi dei palestinesi arabi e sottoposti poi al ludibrio popolare.
2. In qualità di Sindaco veramente amante della pace dovrebbe: offrire la cittadinanza onoraria a una personalità dello Stato d’Israele che occupi un ruolo politico omologo a quello di Abu Mazen, chiedendo nel contempo una serie di impegni e dichiarazioni, quali ad esempio la rinuncia a fare nuovi insediamenti; prendere iniziative della stessa portata tese a difendere le minoranze in tutti i Paesi del Medio Oriente in cui vi sono conflitti (Siria, Egitto, Iraq, Arabia Saudita etc.); fare una vasta campagna di informazione, con la presenza di studiosi e persone coinvolte, sul conflito arabo-israeliano nelle scuole e nelle istituzioni a partire dalle decisioni dell’ONU; organizzare una visita da parte dell’amministrazione napoletana nello Stato d’Israele, in Cisgiordania e a Gaza; inviare scolaresche del Napoletano nello Stato d’Israele, in Cisgiordania e a Gaza; organizzare iniziative comuni nel campo della cultura e dello sport. Certamente la sua amministrazione saprà indicare alcune altre strade per far sì che l’informazione sia la più ampia e obiettiva possibile perchè, al di là degli slogan, è nell’interesse di tutti – noi cittadini italiani, palestinesi arabi e israeliani – conoscere la verità e costruire un futuro comune di pace a partire dalla verità dei fatti. Napoli, come città che si trova nel centro del Mediterraneo, deve assumere una posizione equilibrata e non di parte, perché altrimenti perderebbe di credibilità, già minata dopo le decisioni prese in merito all’accoglienza riservata alla flottiglia. Limitarsi a dare la cittadinanza ad Abu Mazen, oltre che essere una decisione di parte, sarebbe solo una decisione di facciata, senza nessun risvolto pratico e senza nessuna possibilità di incidere positivamente sul processo di pace, che è interesse di noi tutti. La pace – e se vogliamo il Nobel della Pace – non può essere raggiunta con iniziative di parte: sono pronto a incontrarla per studiare un piano operativo per lo sviluppo di un programma di pace che possa fare di Napoli città della pace.

Shalom Bahbout

Rabbino Capo di Napoli e del Meridione

(Fonte: Il Mattino, 18 Dicembre 2012)

giovedì 20 dicembre 2012

Per chi non conosce la storia....


“Quando ci si chiede cosa si intende con lo sviluppo della Patria Nazionale Ebraica (Jewish National Home) in Palestina, si può rispondere che non si tratta dell’imposizione di una nazionalità ebraica sull’insieme della Palestina, ma un ulteriore consolidamento della già esistente comunità ebraica, coadiuvato dagli ebrei in altre parti del mondo, perchè possa diventare un centro da cui tutto il popolo ebraico, sulle basi della religione e della razza, tragga interesse e orgoglio. Ma perchè questa comunità possa avere la migliore prospettiva di libero sviluppo e perchè il popolo ebraico abbia la piena opportunità di mostrare le proprie capacità, è essenziale sapere che si trova in Palestina per diritto e non per tacito assenso
(Winston Churchill, Segretario di Stato britannico per le Colonie, Giugno 1922)

mercoledì 19 dicembre 2012

L’altra risoluzione, quella passata contro il voto arabo

La storia del Medio Oriente è piena di decisioni irrazionali dei capi dei paesi arabi. Più e più volte i paesi arabi hanno agito in totale contrasto con gli interessi della loro popolazione. Lo scorso 7 dicembre il mondo è stato ancora una volta testimone di questa particolare forma di "stoltezza araba". E la speranza che la “primavera araba” portasse alla nascita di regimi più attenti ai desideri della popolazione e più sensibili al benessere dei loro cittadini si rivela infondata.
Questa volta lo spettacolo è andato in scena durante il voto alle Nazioni Unite su una risoluzione promossa e inoltrata dallo stato d’Israele, alla testa di un gruppo di circa cento paesi. Davanti agli sguardi sconcertati dei rappresentanti dei paesi dell’Unione Europea e dei paesi africani in via di sviluppo, che hanno appoggiato Israele, gli stati arabi hanno condotto una aggressiva campagna volta a silurare la risoluzione israeliana che aveva lo scopo di aiutare proprio paesi come i loro.
La storica risoluzione presentata da Israele all’Assemblea Generale individua – per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite – la necessità di promuovere una “cultura imprenditoriale” nei paesi in via di sviluppo come catalizzatore della crescita economica, per combattere la povertà e incoraggiare lo sviluppo umano, ed esorta a creare condizioni favorevoli agli imprenditori, a rimuovere gli ostacoli burocratici che ostacolano la creazione di nuove imprese, a incoraggiare le persone di talento affinché mettano in pratica le loro idee e lancino nuove imprese, dando modo di realizzare il potenziale creativo e professionale di ogni membro della società.
Non è un caso che proprio lo stato d’Israele si sia fatto promotore di questa inedita iniziativa, che l’Onu ha adottato con una netta maggioranza di 129 a favore, 31 contrari e 9 astenuti. L’esempio israeliano è di ispirazione per molti nel mondo. In un paese nato in condizioni estremamente difficili, gli israeliani sono riusciti a creare opportunità per le persone di talento e a diventare una superpotenza globale in fatto di iniziativa imprenditoriale. Con la forza dell’iniziativa d’impresa un paese giovane, messo di fronte a innumerevoli sfide, è diventato in pochi decenni una democrazia progredita e fiorente: una vera e propria “nazione start-up”, come è stata definita in un recente libro dedicato alla storia del successo israeliano [in italiano: “Laboratorio Israele. Storia del miracolo economico israeliano”, di Dan Senor e Saul Singer, Mondadori, 2012]. L’investimento nel capitale umano è il vero messaggio che Israele porta al mondo in via di sviluppo.
Il talento esiste dappertutto, ma la capacità di individuarlo e valorizzarlo viene spesso ostacolata dai confini e dalle politiche. Ostacoli burocratici, carenza di fondi e soprattutto la mancanza di una cultura che incoraggi l’inventiva e l’originalità bloccano le forze creative e impediscono loro di dare seguito a talenti e visioni.
Nell'ambito delle Nazioni Unite sembra talvolta che il mondo intero sia contro Israele. In realtà, fuori dal radar dell’informazione Israele viene ammirato per il suo continuo contributo alle nazioni in via di sviluppo. Sono tanti coloro che apprezzano il fatto che Israele sin dai tempi di Golda Meir continua a inviare in vari paesi del mondo medici, tecnici dell’irrigazione, esperti di agricoltura in terre difficili ecc.
Mentre la maggior parte dei paesi del mondo ha appoggiato la risoluzione israeliana, gli stati arabi hanno condotto una imbarazzante campagna da sagra dell’odio contro Israele, che ha messo in luce ancora una volta come mai la povertà e l’ignoranza imperversano nel mondo arabo e com'è che la strada verso il progresso e il benessere viene bloccata dai loro decisori politici. Opponendosi alla risoluzione israeliana, gli stati arabi non hanno fatto che scavare ancora più a fondo la fossa in cui sprofondano se stessi.
Il voto dello scorso 7 dicembre ha offerto alla comunità internazionale una preziosa lezione sulla differenza che c’è fra lo spirito imprenditoriale israeliano e la miopia delle dirigenze dei paesi arabi: mentre gli israeliani guardano al futuro e si adoperano per un mondo più prospero e sviluppato elevandosi al di sopra dei conflitti e delle controversie, gli stati arabi si rifiutano di abbandonare il loro odio assoluto e irrazionale verso Israele anche a scapito delle speranze dei loro cittadini in un futuro migliore.
(Da: YnetNews, 15.12.12)

martedì 18 dicembre 2012

Come al solito, un voltafaccia italiano

Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il presidente dello “stato osservatore”, è arrivato a Roma per una serie di incontri, lunedì, con i massimi rappresentanti del governo italiano. La visita costituisce un’espressione di gratitudine da parte di Abu Mazen verso il governo italiano che ha abbandonato i principi degli Accordi di Oslo appoggiando la mossa unilaterale palestinese, il 29 novembre scorso all'Assemblea Generale della Nazioni Unite. La visita di Abu Mazen nella Città Eterna configura l’atto finale della disonorevole partita giocata dal primo ministro Mario Monti.
Sono 138 i paesi che hanno sostenuto l’approvazione di uno “stato palestinese” come “osservatore non membro” alle Nazioni Unite (senza negoziato né accordo con Israele), ma Abu Mazen non ha deciso di visitarli tutti uno per uno per dire grazie. È venuto a Roma perché il sostegno dell’Italia lo ha sorpreso e intende sfruttare al meglio questo appoggio.
Il voto dell’Italia a favore dell’innalzamento del rango della delegazione palestinese a quello di “stato osservatore non membro” è stato senza dubbio il più sorprendente. E a sorprendere non è stato tanto il merito del voto anti-israeliano, quanto il modo in cui l’Italia ha repentinamente cambiato politica. I paesi amici non sono tenuti a concordare su tutto, ma certamente sono tenuti a un minimo di decenza.
Nelle settimane che hanno preceduto il voto, il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi aveva indicato al suo collega israeliano Avigdor Lieberman che l’Italia intendeva astenersi. Poi, come un ladro di notte, poche ore prima del voto l’Italia ha cambiato posizione. Il ministro degli esteri italiano, che durante la sua visita in Israele lo scorso settembre aveva dichiarato d’essere contrario alla manovra unilaterale palestinese all’Onu perché “corre il rischio di polarizzare la discussione”, ha scoperto che le sue posizioni non vengono tenute in considerazione quando si tratta della politica estera dell’Italia. Il primo ministro Monti ha preso in mano le redini e ha deciso di cancellare in un solo giorno un intero decennio in cui l’Italia si era caratterizzata per una politica estera equilibrata rispetto a Israele e al mondo arabo, nello spirito della politica attuata dai governi del suo predecessore Silvio Berlusconi. Terzi ha scoperto di essere il ministro più irrilevante del governo italiano, e persino la richiesta delle sue dimissioni è diventata irrilevante quando Monti ha annunciato, una settimana dopo, la sua intenzione di dimettersi per la crisi della coalizione.
La decisione di Monti sul voto all'Onu, sostenuta dal presidente Giorgio Napolitano, trova origine nella politica interna. Se da un lato in qualche misura deve aver pesato la visita del primo ministro italiano in Qatar alla vigilia del voto all’Onu e il bisogno che ha l’Italia, in crisi economica, del sostegno finanziario del mondo arabo, il motivo principale della scelta, che molti amici di Israele in Italia hanno etichettato come un “tradimento”, è stata la necessità di Monti di distanziarsi dall'immagine di Berlusconi amico di Israele, e il suo desiderio di compiacere il leader del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, che è in testa ai sondaggi e che potrebbe essere determinante per il futuro politico di Monti dopo le elezioni del prossimo febbraio.
I rappresentanti italiani negano con forza che il cambiamento di politica mirasse a colpire Israele. Sostengono che fosse compito dell’Italia sostenere Abu Mazen all'indomani dell’operazione “Colonna di nube difensiva” e dell’aumento di influenza di Hamas in Cisgiordania: per il bene di Israele e come mezzo per promuovere il dialogo fra le parti. Ignorano l’istigazione all'odio che ha contraddistinto il discorso fatto da Abu Mazen all’Onu, mentre sottolineano la critica al governo Netanyahu di voler porre in secondo piano il conflitto palestinese.
Abu Mazen è venuto a Roma perché percepisce quello che percepiscono anche molti ebrei italiani: che il sostegno dato dall'Italia alla manovra dei palestinesi marca un punto di svolta. L’Italia potrebbe tornare indietro di trent'anni, ai giorni in cui l’Olp agiva a Roma come se la città fosse casa sua. Nel Ghetto si tende ad associare il duo cattolico-socialista Monti-Bersani con un altro duo con analogo retroterra: quello dei soci di coalizione degli anni ’80 Giulio Andreotti e Bettino Craxi. Allora come oggi, i due giocarono la carta della critica verso “Israele ed ebrei” in mancanza di un’intesa fra di loro su questioni economiche e sociali.
Nel contesto della sua stretta amicizia con Israele, l’Italia è riuscita a migliorare la propria posizione in campo internazionale: rappresenta Israele all’interno della Nato, ufficiali italiani sono al comando delle forze al valico di Rafah (fra Egitto e striscia di Gaza) e nel sud del Libano, e sono state anche stabilite relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Si tratta di un schema che dovrà essere riesaminato alla luce delle imminenti elezioni in Israele e in Italia.
(Da: YnetNews, 17.12.12)



Editorialista kuwaitiano: come non chiamare le cose con il loro vero nome

Quello che segue è un articolo scritto dal giornalista kuwaitiano Abdullah Al Hadlaq, pubblicato nel giornale “Al-Watan” (Kuwait, 19 novembre 2012) con il titolo: “Una parola di verità: due pesi e due misure, e non chiamare le cose con il loro vero nome”. Anche a distanza di qualche settimana dalla pubblicazione, può essere utile leggerne il testo, segnalato dal blog di Avi Melamed su “Times of Israel”.


«Quando le organizzazioni terroristiche nella striscia di Gaza, compresa Hamas, lanciano razzi sulle città israeliane cercando di uccidere civili innocenti, comprese donne e bambini, i mass-media arabi quasi senza eccezione la chiamano “resistenza” o “jihad”. Quando Israele, agendo per autodifesa, attacca le postazioni militari di queste organizzazioni nella striscia di Gaza per far cessare il terrorismo dei razzi che vengono lanciati sulle città israeliane, gli stessi mass-media chiamano queste reazioni “aggressione”. Gli attacchi di Hamas ai civili israeliani, sostengono i mass-media arabi, costituiscono il “legittimo diritto alla resistenza e alla jihad palestinese”. L’autodifesa d’Israele è, dicono, “l’aggressione dell’occupazione israeliana nella striscia di Gaza”. E infine, i mass-media arabi – per la maggior parte – chiamano “morti” le vittime israeliane e definiscono “martiri” le vittime palestinesi.

Hamas ha avviato lo scontro con Israele, ma non riesce a porvi termine. In seguito alla ritorsione israeliana, i capi di Hamas rimpiangono la loro decisione di dare inizio allo sconto. Il che mi ricorda la reazione di Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, in seguito alla guerra in Libano del 2006, quando disse: “Se avessi saputo che la risposta israeliana sarebbe stata così forte, non avrei nemmeno lanciato la provocazione”.

Israele potrebbe lanciare una massiccia operazione di terra su scala più ampia della precedente operazione di terra “Piombo fuso” del 2009, che includeva massicci attacchi alle postazioni militari delle organizzazioni nella striscia di Gaza e prendeva di mira i capi militari e politici di tali organizzazioni.

L’Iran e il suo alleato Hezbollah stanno cercando di incendiare la regione nella speranza di prevenire l’inevitabile caduta della sanguinaria tirannia di Assad in Siria. L’operazione militare israeliana [Colonna di nube difensiva] è un chiaro messaggio all’Iran e a Hezbollah. Il presidente degli Stati Uniti ha chiaramente appoggiato il diritto di Israele a difendersi. Israele sfrutta il vantaggio di questo sostegno per rafforzare la sua forza deterrente e distruggere i missili Fajr iraniani contrabbandanti nella striscia di Gaza dalla Siria e dal Libano meridionale. Il primo ministro israeliano sa che l’Egitto, al massimo, richiamerà il suo ambasciatore ed espellerà l’ambasciatore israeliano. Netanyahu ricorda che i rapporti Israele-Egitto sono continuati anche dopo che l’Egitto aveva richiamato il suo ambasciatore nel 2002.»



(Da: Times of Israel, 9.12.12)



sabato 15 dicembre 2012

Gaza: profumo di missile

Gaza, 6 Dicembre 2012
Il “profumo della vittoria” si chiama M-75 ovvero come i missili prodotti a Gaza dagli uomini di Hamas (a cui vanno aggiunti quelli forniti ai terroristi palestinesi dall’Iran, il tutto nell’indifferenza generale…) e lanciati nelle scorse settimane verso le città israeliane. Ma quella del profumo non è una banale metafora, bensì di una vera e propria nuova fragranza, disponibile in versione sia maschile che femminile.

Secondo quanto riportato dal The Times of Israel, il creatore del nuovo profumo è Shadi Adwan, proprietario di una ditta di cosmetici, che al quotidiano islamico Al-Resalah ha detto di aver voluto onorare con esso “la vittoria e la resistenza del popolo palestinese durante gli otto giorni di guerra”.

“Il profumo è gradevole e attraente, come i missili della resistenza palestinese, e soprattutto l’ M-75,” ha detto ancora Adwan, sottolineando anche che la sua azienda ha voluto “ricordare la vittoria a tutti i cittadini palestinesi, ovunque essi si trovino, anche in Cina.” Secondo quanto riportato dalle fonti, l’M-75 costa il doppio degli altri profumi, poichè, ha osservato Adwan, contiene ingredienti speciali, “degni della vittoria nella Striscia di Gaza.”

Mosaico

Raw: Israel Shoots Down Tel Aviv-bound Rocket

Canadian PM: I Will Defend Israel 'whatever the cost'




venerdì 14 dicembre 2012

Tunisi: l’odio antisraeliano si diffonde anche così

Tunisi, 28 Novembre 2012 – Non basta stilare liste ‘nere’ dei prodotti israeliani, o cacciare i professori israeliani dalle università europee. Il boicottaggio e più in generale l’odio viscerale contro Israele assume una nuova e fantasiosa forma. Per chi si reca in una toilette dell’aeroporto di Tunisi ecco la ‘piacevole’ sorpresa: un tappetino su cui pulire le suole delle scarpe con sopra l’effigie della bandiera dello Stato di Israele.

Forse qualcuno se lo sarebbe aspettato in Iran, in Siria, nei gabinetti delle case dei Fratelli musulmani del Cairo o dei miliziani di Hamas. Lascia quindi sorpresi vedere un tale bestialità nella ‘civile’ Tunisia – terra che ha dato inizio alle ‘primavere arabe’ – che aspira a essere il paese più democratico fra quelli arabi.

L’insegnamento che se ne tare è uno solo: l’odio e il disprezzo che gli arabi hanno di Israele, non si riesce a nascondere e attraversa – come un cancro – tutto il mondo islamico, da Tunisi al Pakistan.

Roma Ebraica

Nella foto in alto: così viene diffuso l’odio antisraeliano nella civile Tunisia dopo la “Primavera Araba“. Tutto normale no?

mercoledì 12 dicembre 2012

Perché Israele perde la guerra della propaganda

Di Noah Klieger

Il regista ebreo americano di origine austriaca Billy Wilder scrisse nella sua autobiografia che il più grande successo degli austriaci è stato quello di convincere il mondo che Beethoven era austriaco e che Hitler era tedesco. Alla stessa stregua potremmo dire che il più grande successo dei palestinesi è quello d’aver convinto il mondo che loro sono le vittime per definizione.
In effetti, il mondo è convinto che i palestinesi siano un popolo miserrimo che patisce il regime del terrore israeliano, ridotto al punto d’essere costretto a far del male a coloro da cui è umiliato e oppresso. In altri termini, il mondo è caduto vittima della falsa propaganda, di storie fittizie e di racconti fantasiosi degni de “Le Mille e una notte”. In questo campo, gli arabi sono dieci volte più abili degli ebrei. Per di più Israele per anni ha trascurato l’arena delle pubbliche relazioni. Come diceva Golda Meir, la vita di un solo israeliano è più importante dell’opinione pubblica mondiale, ed è meglio essere antipatici ma vivi che amatissimi, ma morti.
Gli israeliani hanno lasciato campo libero alla propaganda araba anche perché generalmente una persona convinta di essere nel giusto non pensa di dover fare della bassa propaganda per attestare e avvalorare le sue ragioni. Abbiamo imparato a nostre spese che non è così, e quanto è vero invece che, come diceva il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, qualunque bugia ripetuta una quantità di volte diventa “la verità”.
Molti anni fa, quando iniziai a tenere conferenze in giro per il mondo, rimasi scioccato nel constatare come gran parte dei miei ascoltatori fossero convinti che era esistito uno stato arabo-palestinese, poi conquistato dagli ebrei che ne avevano cacciato la popolazione araba per creare al suo posto il loro stato, cioè Israele. Oggi come allora, mi capita ancora di dover spiegare che lo stato di Israele venne creato sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite, e non dell'occupazione di un precedente stato arabo che non è mai esistito. Tanto è il potere della propaganda che ha trasformato 360 milioni di arabi in 22 paesi nel piccolo Davide, e sei milioni di ebrei in Israele nel gigante Golia. Le migliaia di razzi lanciati da terroristi stragisti sulle comunità del sud di Israele nell'arco di una dozzina d’anni (anni di processo di pace, di ritiri israeliani... e di attentati suicidi) hanno causato vittime e distruzioni e hanno costretto un milione di civili (per due terzi ragazzi o bambini) a vivere nella costante incertezza e per lunghi periodi nella paura quotidiana. Ma tutto questo non ha spostato di un millimetro l’opinione pubblica globale, né i reportage faziosi di tanti mass-media stranieri. I palestinesi sono rimasti per assioma i poveri perseguitati.
Oggi, dopo lo spettacolo di odio fanatico orgogliosamente esibito in piazza da centinaia di migliaia di palestinesi di Gaza che hanno acclamato il loro capo Khaled Mashaal mentre questi proclamava, fra l’altro, “non riconosceremo mai Israele e continueremo a uccidere i sionisti”, continuerà il mondo a considerare tutti costoro solo delle povere vittime? Pare proprio di sì. L’opinione pubblica non si lascia facilmente influenzare dai dati di fatto della realtà.

(Da: YnetNews, 12.12.12)



giovedì 6 dicembre 2012

Editorialista saudita: Israele non è il nemico

Abdulateef Al-Mulhim, un ammiraglio a riposo della Reale Marina Saudita, ha messo in discussione la tradizionale denigrazione di Israele nel mondo arabo.
In un editoriale pubblicato sulla testata multimediale saudita in lingua inglese Arab News, Al-Mulhim fa riferimento alle violenze attualmente in corso nel mondo arabo – la guerra civile in Siria dopo quella in Libia, i disordini nello Yemen, la corruzione attorno al deposto presidente tunisino – e si chiede se non sarebbe meglio che i paesi arabi prendessero i soldi che spendono per combattere Israele e li investissero in istruzione, sanità, infrastrutture.

“Qual è il costo reale di queste guerre, per il mondo arabo e la sua popolazione? – scrive Al-Mulhim – E poi, la domanda più difficile che nessun paese arabo vuole porsi: qual è stato il costo reale del non riconoscimento di Israele nel 1948?”.
Al-Mulhim afferma che la condotta degli israeliani verso i palestinesi non è stata di certo peggiore della violenza che gli stati arabi hanno dispiegato contro i loro stessi popoli. “In passato – scrive – abbiamo parlato tanto di come mai alcuni soldati israeliani attacchino e maltrattino i palestinesi. E abbiamo visto aerei e carri israeliani attaccare vari paesi arabi. Ma sono mai paragonabili, quegli attacchi, alle atrocità che vengono commesse da alcuni stati arabi contro la loro stessa gente? I profughi palestinesi sono ormai in seconda fila rispetto ai milioni di profughi arabi costretti ad abbandonare i loro paesi sconvolti dalla guerra. L’Iraq patisce una continua fuga di cervelli verso l’occidente, il Sinai è in preda a disordini e la tragedia umana più triste del mondo si sta scrivendo nello Yemen. Mentre molti paesi arabi sono in questo modo allo sbando – continua l’editorialista saudita – cosa è accaduto intanto in Israele, il nemico giurato degli arabi? Israele oggi ha le più progredite strutture di ricerca, università d’eccellenza, infrastrutture avanzate. Molti arabi non sanno che l’aspettativa di vita dei palestinesi che vivono in Israele è di gran lunga migliore di quella di molti paesi arabi, e che essi godono di maggiore libertà politica e sociale di molti loro fratelli arabi. Persino i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana in Cisgiordania godono di maggiori diritti politici e sociali che in vari luoghi del mondo arabo. Non è forse vero che uno dei giudici che ha mandato in carcere l’ex presidente d’Israele era un israelo-palestinese?”.
Al-Mulhim conclude il suo editoriale dichiarando che è giunto il momento di abbandonare il disprezzo per Israele e iniziare piuttosto a far progredire il mondo arabo per il bene delle sue generazioni future.



(Da: Israel HaYom, 27.11.12)

mercoledì 5 dicembre 2012

Onu, una vetrina dell’ostilità a Israele

di Pier Luigi Battista

Con un provvedimento mondiale dettato da improrogabili esigenze di spending review, si potrebbe utilmente chiudere l’Onu per manifesta inutilità. Le Nazioni Unite conquistano la vetrina del mondo ogni volta che bisogna umiliare in qualche modo Israele (dimenticando che lo Stato israeliano è nato grazie a una spartizione Onu che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese, a suo tempo accettato da Israele e rifiutato dagli arabi). Per il resto, ogni volta che c’è da difendere la pace, o proteggere qualche martoriata popolazione dagli effetti di una pulizia etnica, o tutelare i diritti umani, l’Onu sparisce, o addirittura consegna le chiavi agli aguzzini. Come quando affidò alla Libia di Gheddafi la presidenza della commissione per i diritti umani, o all’Iran delle lapidazioni quella per la difesa dei diritti delle donne. Oggi affida alla Turchia il compito di difendere il vessato popolo palestinese. Ma nessuno le chiede conto del trattamento del popolo curdo. E il fatto che ad Ankara non si può nemmeno nominare il massacro degli armeni.
Nel Ruanda l’Onu non c’era, e se c’era manifestava la sua impotenza. A Srebrenica i caschi blu c’erano, ma per non muovere un dito contro le stragi. L’Onu non c’è, neanche un comunicato, una nota di disappunto, una timida perplessità pubblica, quando bande di fanatici tentano di uccidere in Pakistan una ragazzina la cui unica colpa è di voler andare a scuola. L’Onu non c’è quando i cristiani sono sterminati in Nigeria. L’Onu non c’è quando Morsi si proclama dittatore. L’Onu lascia soli i giovani che protestano di nuovo a piazza Tahrir, non alza la voce se alle ragazze della «primavera araba» i Fratelli musulmani hanno imposto i test obbligatori di verginità. L’Onu non c’è a fermare l’eccidio del Darfur. L’Onu non c’è quando la Cina vessa, a scopo dissuasivo per i possibili emuli, le famiglie dei giovani tibetani che si danno fuoco per I’ìndìpendenza della loro Patria. L’Onu non c’è quando si apprende che, sempre in Cina, le operaie sono costrette a fare il test di gravidanza per imporre l’aborto di Stato. L’Onu non c’è quando nella Birmania dei simpatici e coraggiosi monaci vestiti d’arancione viene perseguitata la minoranza musulmana. L’Onu non c’è mai, per definizione.
Però c’è quando deve organizzare a Durban un convegno contro il razzismo che diventerà la più clamorosa manifestazione di antisemitismo sotto l’egida delle Nazioni Unite: una vergogna assoluta. C’è se deve far sfilare sul palco del Palazzo di Vetro le delegazioni delle numerose tirannie sparse nel mondo che condannano all’unisono la «disumana» Israele. In questo caso c’è sempre. E allora, se proprio non si vuole abolire l’Onu, si operino dei tagli netti per convocare solo un paio di volte l’anno l’assemblea generale per inveire contro Israele. Risparmio assicurato ma the show must go on.


(Fonte: Corriere della Sera, 3 Dicembre 2012)

martedì 4 dicembre 2012

Violazioni degli accordi: quelle celebrate, quelle condannate

Inglesi, francesi, tedeschi e molti altri paesi europei ostentano grande offesa all’annuncio delle misure adottate da Israele in risposta all’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu della risoluzione che riconosce di fatto la Palestina come “stato”. La spiegazione abituale è che, a quanto pare, la risposta israeliana renderà impossibile il raggiungimento di una soluzione “a due stati”. Questi grandi amici di Israele si sono molto risentiti per il fatto che Israele abbia reagito alla manovra palestinese violando alcune clausole degli accordi firmati dalle due parti.
Domanda: ma dove erano costoro lo scorso 29 novembre? La Francia (come l’Italia) ha votato a favore del riconoscimento dello stato di Palestina senza accordo né negoziato con Israele, cioè a favore della violazione del principio di base degli Accordi di Oslo. Tedeschi e inglesi si sono astenuti. In altre parole, quando i palestinesi adottano misure che direttamente ed esplicitamente contraddicono gli obblighi che si erano assunti verso Israele, gli europei o guardano dall'altra parte, o li sostengono allegramente. Poi questi stessi grandi amici di Israele si volgono di nuovo verso Israele e ricominciano a dire che l’unico modo per andare avanti è firmare altri pezzi di carta in base ai quali Israele cederà altri preziosi asset strategici mentre i palestinesi si impegneranno di nuovo, solo a parole, a rispettare un certo qual codice di comportamento.
Con quale argomento sostengono che Israele dovrebbe fidarsi di questi pezzi di carta? Beh, giusto per la durata di tempo in cui l’inchiostro delle firme sarà ancora fresco gli europei si produrranno in esagerati proclami, promettendo che Israele sarà protetto dalle conseguenze di eventuali violazioni palestinesi degli accordi. Con impegni così ferrei a nome dell’Europa, che rischierà mai Israele?
Ci sono poi gli americani, i quali in verità sono rimasti coraggiosamente al fianco di Israele al momento del voto, cosa di cui Israele deve certamente essere grato. Tuttavia, vi sono alcuni interrogativi che bisogna pur porre. Gli Stati Uniti hanno insistentemente chiesto all'Autorità Palestinese di non arrivare a quella votazione in Assemblea Generale. Il presidente Obama pare che sia stato ore al telefono con Abu Mazen per cercare di convincerlo a non fare passi unilaterali (con l’argomento, appunto, che rischiavano di affossare il processo di Oslo). Purtroppo i palestinesi, sotto la guida di Abu Mazen, hanno ignorato tutti i calorosi consigli e sono andati comunque al voto. Con quali conseguenze? Nessuna. Niente del tutto. I palestinesi hanno violato gli accordi firmati e hanno rotto il quadro diplomatico e negoziale che gli Stati Uniti si erano impegnati a perseguire e promuovere, e cosa succede? Niente. E non è che gli Stati Uniti manchino di leve che potrebbero usare per fare pressione sui palestinesi e indurli al rispetto degli accordi. Non si dimentichi che gli Stati Uniti sono in assoluto il maggiore contribuente straniero al bilancio dell’Autorità Palestinese (che di fatto è mantenuta dai cittadini contribuenti dei paesi occidentali). Così ancora una volta gli Stati Uniti vanno sentitamente ringraziati per il sostegno dato a Israele nel voto all'Assemblea Generale dell’Onu, ma resta la domanda: che valore potranno mai avere in futuro degli accordi firmati coi palestinesi se essi sono perfettamente liberi di violarli quando vogliono, e tutto il mondo celebra tale violazione mentre gli Stati Uniti non fanno nulla?
Sì, sì, conosciamo tutti la solita spiegazione: era necessario rafforzare Abu Mazen e la sua Autorità Palestinese, ridotta assai male dopo che Hamas ha celebrato la sua “vittoria” nella guerra a Gaza. E sappiamo bene che, a quanto pare, questo “rafforzamento” deve avvenire per forza a spese di Israele davanti all'Assemblea Generale. Per cui sembra che sia molto più importante rafforzare un piccolo autocrate di 77 anni, non più rieletto da anni a capo di sa-il-cielo cosa, e fare strame di ciò che il più ovvio buon senso considera uno “stato” sovrano che siede all’Onu, anziché adottare misure concrete e reali che garantiscano il rispetto da parte palestinese della lettera e dello spirito degli impegni che si sono assunti firmando accordi internazionalmente garantiti. Dunque, in futuro, più Abu Mazen e l’Autorità Palestinese saranno deboli, più sarà necessario “rafforzarli” a spese di Israele e degli accordi firmati.
Ignorati gli accordi firmati, rafforzata l’Autorità Palestinese a spese di Israele, minate le posizioni di Israele nei futuri negoziati, il tutto senza che in cambio si senta nemmeno la necessità di prospettare una fine del conflitto: una ricetta perfetta da ripetere all'infinito. Che avrà mai da ridire Israele contro questo metodo?
[…] Quando, in futuro, europei e americani si chiederanno come mai Israele è così poco entusiasta di firmare accordi che implicano la cessione di asset strategici in cambio di tante garanzie e tanta ammirazione da parte occidentale, sarà opportuno ricordare loro che quelle garanzie valgono molto poco, e che l’ammirazione non sarà più altro che un labile ricordo quando anche gli impegni presi dai palestinesi su quei pezzi di carta saranno solo un lontano ricordo.



(Da: Times of Israel, 3.12.12)





Picco dell’istigazione all’odio contro Israele, nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese

Istigazione all’odio e linguaggio incendiario contro Israele nell’Autorità Palestinese sono al livello peggiore mai toccato dal 2009, anno in cui Gerusalemme ne ha avviato il monitoraggio sistematico. Lo ha affermato domenica il ministro degli affari strategici Yossi Kuperwasser durante la riunione settimanale del governo israeliano.
Il governo ha chiesto a Kuperwasser di illustrare gli ultimi dati dell’“indice di istigazione”, all'indomani del discorso tenuto giovedì dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) davanti all'Assemblea Generale dell’Onu. Un discorso nel quale Abu Mazen ha dipinto Israele in tinte demoniache e che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito “grondante veleno”.
Kuperwasser ha mostrato al governo una presentazione in Power-point intitolata “Cultura della pace e indice dell’istigazione all'odio nell'Autorità Palestinese” che documenta una ricca serie di esempi, compresi quelli tratti dal discorso si Abu Mazen all’Onu di giovedì scorso e dal discorso che Abu Mazen tenne, sempre davanti all'Assemblea Generale, lo scorso 27 settembre.
Gli esempi mostrano che l’Autorità Palestinese, attraverso le sue istituzioni e i suoi portavoce ufficiali, diffonde costantemente tre messaggi inequivocabili: 1) tutta l’area che si estende dal fiume Giordano al mar Mediterraneo finirà alla fine nelle mani dei palestinesi; 2) demonizzazione e de-umanizzazione degli ebrei e dei sionisti in generale, degli israeliani e degli ebrei nei territori contesi (coloni) in particolare; 3) tutte le forme di lotta, comprese tutte le forme di terrorismo, sono legittime contro Israele.
Kuperwasser ha detto ai ministri che il monitoraggio delle pagine Facebook delle scuole dell’Autorità Palestinese mostra il grado di influenza e di penetrazione a cui giunge la narrazione secondo cui tutto Israele verrà dato ai palestinesi, e ha illustrato questo punto mostrando una serie di esempi di mappe tratte dai libri di testo scolastici e dalle pagine web di Fatah dove Israele non compare entro nessun confine.
Tra gli esempi di demonizzazione e de-umanizzazione, la presentazione in Power-point include una citazione dal discorso fatto giovedì da Abu Mazen alle Nazioni Unite in cui il presidente dell’Autorità Palestinese afferma che la creazione di Israele costituisce “una delle più orrende campagne di pulizia etnica ed espropriazione della storia moderna”.
Questa sezione della presentazione comprende anche la pagina Fecebook di una scuola elementare palestinese di Kakilya dove compare, in sedici diverse lingue, la scritta “Io odio Israele”; così come un’altra pagina Facebook, questa volta di una scuola di Tulkarem, dove compare un’immagine di Hitler sopra alla frase: “Avrei potuto uccidere tutti gli ebrei del mondo, ma ne ho lasciati alcuni affinché voi sappiate perché li ho uccisi”.
“Tutto questo – ha detto Netanyahu commentando i dati trimestrali di Kuperwasser – costituisce un’ulteriore conferma che quello con cui abbiamo a che fare non è un contenzioso sul territorio, bensì il rifiuto dell’esistenza stessa di Israele”. Netanyahu ha sottolineato che il mancato riconoscimento da parte palestinese dell’esistenza di Israele entro qualunque possibile confine “è la vera radice del conflitto”, e che le mappe palestinesi che mostrano costantemente come “Palestina” l’intera area dal Giordano al Mediterraneo dimostrano, e a loro volta rafforzano e perpetuano, la mancata accettazione del diritto di esistere di Israele tout-court.
“I palestinesi – ha detto Netanyahu – non sono disposti a impegnarsi in un vero processo di pace che faccia i conti con l’esistenza di Israele in quanto stato nazionale del popolo ebraico. E questo avvelena l’opinione pubblica palestinese. Finché l’Autorità Palestinese continuerà ad allevare le giovani generazioni nell'odio, come sarà possibile anche solo parlare di pace?”
Netanyahu ha affermato che i palestinesi vogliono “usare il processo diplomatico per conseguire la fine dello stato d’Israele. La mossa all’Onu – ha detto – fa parte di questa strategia”, e ha sottolineato che i palestinesi stanno allevando una generazione nell'odio verso Israele e nel culto del terrorismo. “Non vediamo nessun discorso favorevole alla coesistenza: tutti i discorsi sono di odio e per la cancellazione di Israele”, ha concluso.

(Da: Jerusalem Post, 2.12.12)

Onu, una vetrina dell'ostilità a Israele

Con un provvedimento mondiale dettato da improrogabili esigenze dispending review,
si potrebbe utilmente chiudere l'Onu per manifesta inutilità.
Le Nazioni Unite conquistano la vetrina del mondo ogni volta che bisogna umiliare in qualche modo Israele (dimenticando che lo Stato israeliano è nato grazie a una spartizione Onu che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese, a suo tempo accettato da Israele e rifiutato dagli arabi).
Per il resto, ogni volta che c'è da difendere la pace, o proteggere qualche martoriata popolazione dagli effetti di una pulizia etnica, o tutelare i diritti umani, l'Onu sparisce, o addirittura consegna le chiavi agli aguzzini.
Come quando affidò alla Libia di Gheddafi la presidenza della commissione per i diritti umani, o all'Iran delle lapidazioni quella per la difesa dei diritti delle donne.
Oggi affida alla Turchia il compito di difendere il vessato popolo palestinese.
Ma nessuno le chiede conto del trattamento del popolo curdo.
E il fatto che ad Ankara non si può nemmeno nominare il massacro degli armeni.
Nel Ruanda l'Onu non c'era, e se c'era manifestava la sua impotenza.
A Srebrenica i caschi blu c'erano, ma per non muovere un dito contro le stragi.
L'Onu non c'è, neanche un comunicato, una nota di disappunto, una timida perplessità pubblica, quando bande di fanatici tentano di uccidere in Pakistan una ragazzina la cui unica colpa è di voler andare a scuola.
L'Onu non c'è quando i cristiani sono sterminati in Nigeria.
L'Onu non c'è quando Morsi si proclama dittatore.
L'Onu lascia soli i giovani che protestano di nuovo a piazza Tahrir, non alza la voce se alle ragazze della «primavera araba» i Fratelli musulmani hanno imposto i test obbligatori di verginità.
L'Onu non c'è a fermare l'eccidio del Darfur.
L'Onu non c'è quando la Cina vessa, a scopo dissuasivo per i possibili emuli, le famiglie dei giovani tibetani che si danno fuoco per l'indipendenza della loro Patria.
L'Onu non c'è quando si apprende che, sempre in Cina, le operaie sono costrette a fare il test di gravidanza per imporre l'aborto di Stato.
L'Onu non c'è quando nella Birmania dei simpatici e coraggiosi monaci vestiti d'arancione viene perseguitata la minoranza musulmana.
L'Onu non c'è mai, per definizione.
Però c'è quando deve organizzare a Durban un convegno contro il razzismo che diventerà la più clamorosa manifestazione di antisemitismo sotto l'egida delle Nazioni Unite: una vergogna assoluta.
C'è se deve far sfilare sul palco del Palazzo di Vetro le delegazioni delle numerose tirannie sparse nel mondo che condannano all'unisono la «disumana» Israele.
In questo caso c'è sempre.
E allora, se proprio non si vuole abolire l'Onu, si operino dei tagli netti per convocare solo un paio di volte l'anno l'assemblea generale per inveire contro Israele.
Risparmio assicurato ma the show must go on

Pierluigi Battista
Corriere della Sera, il 03/12/12

lunedì 3 dicembre 2012

Ministro Terzi, il governo italiano ci ha deluso

Signor Ministro,
noi sottoscritti, siamo cittadini italiani residenti in Israele. Alcuni di noi l’hanno conosciuta e apprezzata, quando lei era Ambasciatore d’Italia, per aver contribuito allo sviluppo delle relazioni tra Italia e Israele, in accordo con la politica di aperta amicizia del Governo che l’aveva chiamata a ricoprire il suo importante incarico. Per questo, desideriamo esprimere tutta la nostra profonda delusione per la scelta fatta dal Governo attuale, senza peraltro farla precedere da un dibattito parlamentare, di riconoscere lo status di osservatore all’ONU dell’ANP.
Dopo aver letto il suo pezzo su facebook, ci permettiamo le seguenti considerazioni.
1. Crede veramente che questo passo possa avvicinare la pace o al contrario allontanarla, in quanto solleva una delle due parti, quella palestinese appunto, da ogni responsabilità nella situazione di stallo in cui versano i negoziati? Non crede che, da una decisione del genere, l’ANP tragga ulteriore forza per continuare a porre precondizioni inaccettabili e pretestuose? Non crede che la decisione, presa in sede ONU, che di fatto riconosce uno Stato palestinese nei confini precedenti la guerra del 1967, con capitale Gerusalemme, renda problematica ogni futura trattativa?
2. Perché non è stato mai ricordato che il 29 novembre, data dello “storico” voto, era l’anniversario di un altro voto, quello sì storico: ci riferiamo alla risoluzione 181 del 29 novembre 1947, con cui l’ONU sanciva la spartizione della Palestina mandataria in due stati, uno arabo, l’altro ebraico. Perché non è stato ricordato che detta spartizione riguardava solo quello che era rimasto della Palestina, dopo che la Gran Bretagna, nel 1922, con atto unilaterale, ne aveva scorporata gran parte, dando vita a uno Stato mai esistito per una nazione mai esistita, col nome (appunto significativo) di TRANSJORDAN.
3. Perché nessuno ha ricordato che tutti gli arabi rifiutarono quella spartizione e attaccarono il neonato Stato di Israele, trascinandolo in una serie infinita di guerre?
4. Perché non è stato ricordato che, dal 1948 al 1967, la Cisgiordania era sotto controllo giordano e Gaza sotto quello egiziano e che nessun palestinese pensò di crearsi il proprio stato? Perché non è stato ricordato che, nel 1964, nacque l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), il cui scopo, dichiarato nella sua Carta costitutiva, era distruggere “l’entità sionista”. Nè ci risulta che, dopo gli accordi di Oslo, questo articolo sia stato eliminato.
5. Consideriamo ingenuo, per usare un eufemismo, pensare che il sì pronunciato all’ONU dia ai paesi europei che l’hanno pronunciato la patente di mediatori credibili nel processo di pace. Allora perché nessuno dei rappresentati europei del sì ha reagito al discorso di Abu Mazen, pieno di odio, violenza e falsità storiche, certo non aperto al negoziato. Non vogliamo qui fare della dietrologia sul senso della scelta italiana, ma ci permetta di dubitare dell’esito che essa avrà sul processo di pace, anche perché, nella sua spiegazione, lei non fa cenno alle iniziative che il Governo italiano, in accordo con i partners europei, intende prendere in merito. Visto poi che anche le parole hanno un senso, non vorremmo più sentire affermare, come se fosse una grande concessione, che “Israele ha diritto di esistere”. Israele esiste, lo dimostra la sua società viva, multietnica, democratica, creativa, impegnata nel progresso scientifico, culturale, sociale. Realtà questa che lei ha toccato con mano.
Per quanto concerne poi il progetto di “Due popoli e due Stati”, esso ci trova perfettamente d’accordo, ma, per realizzarlo, occorre che i due Stati siano democratici. Altrimenti nessuna pace sarà mai possibile. La pace è fatta di riconoscimento reciproco, di cooperazione allo sviluppo, di libera circolazione delle persone, di amicizia.

Con rispetto, seguono le firme:

Avram Fulvio Canetti, Tamara Kinwald Cesana, Renzo Cesana, Carla Dell’Ariccia, Renata Buzzi Del Monte, Sergio Del Monte, Viviana Di Segni, Angela Polacco Lazar, Cecilia Cohen Hemsi Nizza, Davide Nizza, Fulvia Ottolenghi, Patrizia Di Nepi Pacifici, David Pacifici, Ester Picciotto, Samuele Rocca, Laura Terracina Sabatello





domenica 2 dicembre 2012

How much does it cost to delegitimize Israel?

Facts on public funding of Italian NGOs that delegitimize Israel

Edited by Giovanni Quer
Federazione delle Associazioni Italia-Israele
Informazione Corretta
Fondazione Camis De Fonseca

Non-governmental organizations (NGOs) have become the principal source of information of States and international organizations with respect to human rights.
How do NGOs influence States’ interests and foreign policy?
Major donors of NGOs are States: can these NGOs living on public funding define themselves non-governmental?
Activities of international cooperation are integral part of Italy’s foreign policy: who controls NGOs that execute part of Italian foreign policy?
Public funding to NGOs comes from Regions, Provinces, Municipalities, Cooperazione Italiana (Ministry of Foreign Affairs), and other International Organizations. Who decides about NGOs funding? Why is data not accessible? Why this lack of transparency?
Anti-Israeli ideology leads to indulgence on terrorism and its pervasive nature. This report has verified cases of cooperation with organizations that support terrorism. How can we impede NGOs operating in Palestine from collaborating with terrorist organizations?
This report analyzes public funding to NGOs that delegitimize Israel, highlights the strategies of demonization, criticizes the lack of transparency, and requests new rules for international aid.

The delegitimization of Israel

The delegitimization of Israel is a diplomatic war started with the adoption of 1975 UN General Assembly Resolution equating Zionism to racism.
In the 1970s, 1980s, and 1990s, delegitimization was the result of the historical-ideological context of the Cold War; currently, delegitimization is the result of third-worldism and other ideologies that exploit the human rights discourse.
The most active actors in international delegitimization campaigns are NGOs (non-governmental organizations).
Cooperation projects in Palestine are to be interpreted through the lenses of anti-Israeli ideology: the attention toward the Palestinian people is galvanized by the hostility against Israel. Consequently, the existence of Israel is the only cause of Palestinian victimhood.
NGOs live on public funding that affiliate the organizations to the financing public institution, which therefore tacitly share their ideological views.
This tacit ideological consent creates a double foreign policy toward Israel: the official one, friendly and supportive, and the opposite, based on human rights, of condemnation and stigmatization.
Delegitimization occurs in the following forms: emotional propaganda (use of language and images), omissive information, and indirect support for terrorism.
The legalistic discourse is functional to the distortion of facts in the debate on the Arab-Israeli conflict, by formulating accusations that profoundly fascinate the public because based on such values as justice, equality, and freedom.


Delegitimization in numbers

- Only 47% of accessible data report the sum of Italian Regions’ funding of NGOs, which amounts to: 4,947,832.00 EUR.
- Italy’s funding (through the “Cooperazione Italiana” of the Ministry of Foreign Affairs) amounts to: 137,143,359.00 EUR, of which 79,126,000.00 EUR allocated to institutions of the Palestinian Authority and 58,017,359.00 EUR allocated to NGOs operating in Palestine.


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The Role of NGOs in the Delegitimization of Israel, by prof. Gerald Steinberg

Prof Gerald M. Steinberg
President, NGO Monitor and
Political Science Department, Bar Ilan University

For more than ten years, the Italian government and local authorities have provided taxpayer funds to a number of non-governmental organizations (NGOs) that are centrally involved in anti-peace and anti-Israel political advocacy. Like many other Western European governments, the flow of millions of Euros annually from the Italian budget to a number of radical political advocacy groups has been largely hidden from public view. There have been no government documents detailing how the recipients are chosen; listing the amounts and recipients in a comprehensive framework; or evaluating what, if anything useful has been accomplished. Clearly, this money has not led to breakthroughs in the Arab-Israeli peace efforts, or helped the Palestinian population under the control of Hamas become economically independent and democratic.
Similarly, the Italian parliament has not debated the justification of these policies, or examined the outcomes by asking whether these tens of millions are being spent wisely, or are actually counterproductive to stated policy goals of promoting peace, democracy, and human rights. In parallel, the otherwise active Italian journalists have allowed the NGO "halo effect" to prevent any serious independent investigations.
Given this history of failure, the following report, based on systematic, detailed and fully sourced research, marks an extremely important contribution to understanding the Italian government's annual budgetary allocation to a small group of political advocacy NGOs operating in the Middle East. For the first time, the evidence is presented both to the Italian public and the citizens in the region (particularly Israelis).
The analysis clearly demonstrates that, at the very least, millions of Euros in Italian taxpayer funds are being wasted every year on a small group of favored political NGOs that accomplish nothing of significance.
In a more disturbing analysis, this money is used for immoral objectives related to political warfare against Israel, singling out the Jewish state in a racist manner and exploiting the language of human rights to destroy these very principles. Since the notorious NGO Forum at the 2001 UN Durban conference adopted a strategy for the elimination of Israel based on false allegations of "apartheid" and "war crimes", these radical NGOs have received European government funding, including from Italy. There is no moral justification for government support of these anti-human rights, anti-peace, and anti-Israel organizations. While many use the language of human rights, humanitarian aid, and peace, their agendas are not consistent with any of these moral objectives.
The publication of this independent research report should not mark the end of this project, but rather, the beginning. On this basis, government ministries and officials have been put on notice -- the era of secret and immoral NGO funding is over. Parliamentary committees can begin investigations of the responsible officials and branches, while journalists now have a document that details this funding and the counterproductive NGO activities that result. In this way, Italy can join the UK and Canada, whose governments have begun to stop such wasteful and immoral NGO funding.

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The delegitimization of Israel, by Giovanni Quer

The delegitimization of Israel is a form of diplomatic war based on demonization, historical distortion, and boycotts. These campaigns portray Israel as a pariah state, deny its right to exist, and consequently, its right to self-defense. The diplomatic war against Israel began during the Cold War, and includes the adoption of the 1975 UN General Assembly resolution equating Zionism with racism. From the 1970s through the 1990s, the delegitimization of Israel was part of Cold War history and ideology; currently, it is part of an international context defined by human rights and third-worldism, or post-colonialism. This ideology views political relations between developed and developing countries through the theories of Antonio Gramsci, an influential Italian Marxist, and an overarching ideological frame of neo-colonial hegemony and exploitation. This was reflected in structures such as the Non-Aligned Movement (NAM), which sought to constitute an alternative power to the then polarized world. 1
Post-colonialism tends to focus primarily, if not exclusively, on criticism toward the West or toward those states perceived as hegemonic, and thus perceived as imperialist2. This worldview is reflected in the political analyses of the Arab-Israeli conflict, where Israel, considered the hegemonic power, features as the colonialist power over the Palestinians, the colonized people3.
Post-colonial images of Middle East in general, and of the Arab-Israeli conflict specifically, portray Israel as the major cause of Palestinian suffering. This biased approach to the Arab-Israeli conflict and antipathy toward Israel are accepted as part of an ideological interpretation of history and politics.
NGOs (non-governmental organizations), the leading non-state actors in the post-modern international arena and active proponents of third-worldism, are a major component of the efforts to delegitimize Israel. In this process, public funding is provided to NGOs, through grants from national and local governments.
Government funding for NGOs reflects tacit ideological consent, lending a stamp of state approval to NGO activity and, at times, to an overall ideology. This implied approval is also noteworthy in cases of funding for individual projects. By selecting a specific project, the funding body legitimizes the NGO analysis as well as its joint activities with local partners, at times extending to links with terror organizations, as will be shown in the report.
In the case of Italian funding of NGOs, this ideological consent for anti-Israel forces clashes with Italy’s official foreign policy and creates an inconsistent relationship with Israel; on the one hand, the official foreign policy is based on friendly relations, shared values, and mutual respect; on the other, an unofficial tacit state policy of condemnation, stigmatization, and demonization.
This report examines public funding for those NGOs that operate in Israel/ the Palestinian Authority. Three major problems arise in the process of data collection:
- Lack of transparency
- Incomplete information
- Post-colonialist rhetoric
Full data on grants to political NGOs is not available on local authorities’ web sites, where, in some cases, information on the previous five years is published. In many cases, the amounts of specific grants to NGOs, as well as the percentage of the total project budget, are not reported. The composition of the evaluation committee that selects a project is never reported. Furthermore, different local authorities may fund the same project: either through the same organization via duplicate and cooperation with terrorist groups, as this report will show. Moreover, public scrutiny will counterbalance the spread of anti-Israel, third-worldist ideologies, which are not conducive to conflict-resolution, or to the economic development of Palestinian society.
In this respect, the NGO silence during the Second Intifada, the spreading of anti-Israel and anti-Semitic hate speech in the media and schools, and the atrocities of the Hasubmissions, or through multiple contributions to the same project by numerous local authorities.
This report aims to critically analyze Italian public funding to NGOs that delegitimize Israel through ideology, activities, and reporting. Specifically, this study questions the efficiency of international aid when dealing with large funds, without proper oversight. Furthermore, the report investigates the legitimacy of NGO funding under Italian constitutional law, in light of local authorities’ responsibilities and potential inconsistency with official foreign policy. According to the principle of transparency, cooperation activities, which receive public funding, should be subject to public scrutiny.
By critically reviewing foreign aid policies, it is possible to pursue humanitarian aims for the Palestinian people, and to simultaneously avoid the delegitimization of Israel mas regime, all shows a mystified interpretation of history 4, conflicting with justice and freedom, and a harmful acquiescence to a political ideology that denies Israel’s right to exist.

1    On the development of third-worldism from Marxist to post-colonial theories in the realm of international political economy and political theory, see Neil Lazarus, The Postcolonial Unconscious, (Cambridge: Cambridge University Press, 2011).

2Pascal Bruckner, The Tears of the White Man: Compassion as Contempt , (New York: Free Press, 1986).

3Pascal Bruckner, The Tyranny of Guilt, (Princeton: Princeton University Press, 2010), pp. 64-71.

4Mystification, in Marxist terms, is the misinterpretation of historical facts according to the needs and interests of the ruling economic class. In constructivist-Gramscian terms (referring to the theories of Antonio Gramsci, by considering the world as a composition of discourses and of hegemonic elites that impose a certain narrative), mystification becomes the misinterpretation or rewriting of history according to a dominant narrative. In this sense, mystification has two elements: distortion of historical facts and willful reconstruction of historical sequences or fabrication of historical myths, for the interests of a dominant group and its narrative.

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www.jerusalemonline.com











Quanto ci costa delegittimare Israele?

A cura di Giovanni Quer

Federazione delle Associazioni Italia-Israele

Fondazione Camis De Fonseca

Informazione Corretta



Le Organizzazioni Non Governative (ONG) sono divenute la principale fonte d'informazione di Stati e organizzazioni internazionali con riguardo ai diritti umani. Quanto sono influenzati gli Stati e la politica estera dalle ONG?
Molte ONG traggono la maggior parte dei finanziamenti dagli Stati, quanto possono dirsi non-governative organizzazioni che vivono di finanziamenti pubblici?
Le attività di cooperazione internazionale sono parte integrante della politica estera dell'Italia: chi controlla l'operato delle ONG cui è sostanzialmente affidata l'esecuzione di un settore di politica estera?
I finanziamenti pubblici alle ONG provengono da: Regioni, Province, Comuni, Cooperazione Italiana, organizzazioni internazionali. Come si prendono le decisioni sulla destinazione dei fondi alle ONG? Perché i dati non sono accessibili? A cosa è dovuta la mancanza di trasparenza?
L'ideologia anti-israeliana spinge al silenzio sul terrorismo, sulla sua pervasiva pericolosa natura. Si sono verificati casi di collaborazione e finanziamento a organizzazioni che appoggiano il terrorismo. Come assicurare che le ONG che operano in Palestina non abbiano contatti con organizzazioni terroristiche?
Questo rapporto analizza i finanziamenti pubblici alle ONG che fanno delegittimazione di Israele; evidenzia le strategie di demonizzazione; denuncia la mancanza di trasparenza; chiede una nuova regolamentazione della cooperazione in Palestina.


La delegettimazione di Israele

La delegettimazione di Israele è una guerra diplomatica che ha inizio durante la Guerra Fredda, con l'approvazione della risoluzione che equiparava Sionismo a razzismo all'Assemblea Generale dell'ONU nel 1975.
Negli anni '70, '80 e '90, la delegittimazione era strutturata in un contesto storico e ideologico dominato dalla Guerra Fredda, ora la delegittimazione è inserita in un quadro internazionale dominato dalla logica dei diritti umani e del terzomondismo.
Gli attori più attivi nelle campagne di delegittimazione sono le ONG (organizzazioni non governative), i principali attori non-statali nell'arena internazionale.
Gli interventi di cooperazione in Palestina si spiegano attraverso la matrice ideologica anti-israeliana: l'attenzione al popolo palestinese è galvanizzata dall'accusa a Israele. Di conseguenza, la causa della situazione, presunta tale, in cui versano i palestinesi è l'esistenza di Israele.
Le ONG vivono di finanziamenti pubblici che legano le organizzazioni all'ente pubblico, il quale non solo consente le loro attività con lo stanziamento dei fondi, ma si rende compartecipe anche della loro visione ideologica.
Tale assenso ideologico spesso confligge con l'ufficiale politica estera italiana, creando un doppio binario di relazioni con Israele: da una parte quello ufficiale, di amicizia e sostegno ad Israele, dall'altra uno parallelo, di condanna e stigmatizzazione.
La delegettimazione assume le forme di propaganda emotive (uso del linguaggio e delle immagini), informazione omissiva e appoggio al terrorismo.
Il discorso legalistico è funzionale alla limitazione del dibattito sul conflitto arabo-israeliano, enucleando accuse che esercitano una suggestione nel pubblico proprio perché fondate sui valori di giustizia, eguaglianza e libertà.

I numeri

- Dell'ammontare totale del finanziamento delle regioni italiane alle ONG che operano in Palestina si è potuto accertare solo il 47% dei dati tracciabili, corrispondente a: 4.947.832,00 EURO.
- L'ammontare dei finanziamenti dell'Italia (Cooperazione Italiana) corrisponde a 137.143.359,00 EURO, di cui 79.126.000,00 EURO sono stati finanziamenti diretti alle istituzioni dell'Autorità Nazionale Palestinese e 58.017,359 EUR alle ONG che operano in Palestina.

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Il ruolo delle ONG nella delegittimazione di Israele, prof. Gerald Steinberg


Prof. Gerald M. Steinberg
Presidente, NGO Monitor
Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Bar Ilan

Per più di dieci anni, il governo italiano e le autorità locali hanno erogato fondi raccolti dai contribuenti a organizzazioni non governative (ONG) che svolgono un ruolo centrale nelle campagne politiche contro Israele e contro la pace. Come in molti altri governi europei, l'erogazione di milioni di euro ogni anno dal bilancio dello Stato a un numero di gruppi politicizzati è stato tenuto nascosto al pubblico. Non ci sono documenti ufficiali che espongano nel dettaglio le regole con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni, né documenti che apportino l'ammontare dei finanziamenti, così come non esistono valutazioni sugli interventi e i loro eventuali risultati, se mai ottenuti. Di certo questo denaro non ha portato a nessuna svolta nel conflitto arabo-israeliano, né ha aiutato i palestinesi sotto il controllo di Hamas a diventare economicamente indipendenti o democratici.
Il parlamento italiano, altresì, non ha esaminato queste politiche né si è interrogato sulle loro conseguenze, chiedendosi se queste decine di milioni sono spese saggiamente oppure se sono controproducenti rispetto agli obiettivi del governo, che si propone di promuovere la pace, la democrazia e i diritti umani. Del pari, i giornalisti italiani, altrimenti molto attivi, hanno contribuito alla creazione di un'aura di sacralità attorno alle ONG impedendo indagini indipendenti.
Il seguente rapporto, basato su una ricerca sistematica, dettagliata e con fonti accurate, rappresenta un passo fondamentale per comprendere l'erogazione annuale di fondi del governo italiano a un piccolo gruppo di ONG politicizzate che operano in Medio Oriente. Per la prima volta, il pubblico italiano e i cittadini della regione mediorientale (in particolare gli israeliani) hanno accesso a queste informazioni.
L'analisi del rapporto dimostra chiaramente come milioni di euro pagati dai contribuenti italiani sono sperperati ogni anno in favore di un piccolo gruppo di ONG politicizzate che non realizzano nessun obiettivo in particolare.
In un'analisi ancor più preoccupante, questo denaro è usato per obiettivi immorali, legati alla guerra politica contro Israele che muove accuse razziste, sfruttando il linguaggio dei diritti umani e finendo per distruggerne gli stessi principi. Sin dalla famosa conferenza sponsorizzata dall'ONU a Durban 2001, in cui le organizzazioni partecipanti adottarono la strategia di eliminare Israele accusandola di falsi crimini come "apartheid" e "crimini di guerra", le ONG estremiste hanno ricevuto fondi dai governi europei, compresa l'Italia. Non c'è giustificazione morale per il sostegno del governo a queste organizzazioni che sono invero anti-pace, anti-diritti umani e anti-Israele. Nonostante usino parole come "diritti umani", "aiuto umanitario" e "pace", la loro agenda politica non corrisponde ai loro obiettivi morali.
La pubblicazione di questa ricerca indipendente non dovrebbe essere la fine di questo progetto quanto dovrebbe invece rappresentarne l'inizio. Ora i ministri e i funzionari sono informati: l'era del finanziamento segreto e immorale alle ONG è finita. Le commissioni parlamentari possono dunque avviare interrogazioni e indagini, mentre i giornalisti potranno lavorare su un documento che indica dettagliatamente il finanziamento alle ONG e le attività deleterie che ne risultano. In questo modo anche l'Italia potrà, come hanno già fatto Gran Bretagna e Canada, fermare un tale immorale spreco di denaro pubblico.


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La delegittimazione di Israele, Giovanni Quer

La delegittimazione di Israele è una strategia di guerra diplomatica che utilizza forme di
- demonizzazione
- distorsione storica
- boicottaggio
e che definisce lo Stato di Israele come un paria della storia, negando il suo diritto all'esistenza e, di conseguenza, all'autodifesa.
Questa guerra diplomatica contro Israele ha inizio durante la guerra fredda, con l'approvazione della risoluzione che equiparava Sionismo a razzismo all'Assemblea Generale dell'ONU nel 1975. Se tuttavia negli anni '70, '80 e '90, la delegittimazione era strutturata in un contesto storico e ideologico dominato dalla guerra fredda, ora la delegittimazione è inserita in un quadro internazionale dominato dalla logica dei diritti umani e del terzomondismo.
Gli attori più attivi nelle campagne di delegittimazione sono, infatti, le ONG (organizzazioni non governative), che si sono affermate col nuovo millennio come i principali attori non-statali nell'arena internazionale. La visione ideologica terzomondista e pacifista del conflitto arabo-israeliano nello specifico, e del Medio Oriente in generale, restituisce Israele alla storia come la causa delle sofferenze del popolo palestinese. Di conseguenza, gli interventi di cooperazione a favore dei palestinesi si spiegano attraverso la matrice ideologica anti-israeliana, con un duplice effetto: da una parte non si considerano i problemi propri della società palestinese, impedendo un reale sviluppo, dall'altra si acuisce il conflitto, basando l'appoggio ai palestinesi sulla condanna di Israele, che trova terreno fertile per il dilagare dell'odio anti-israeliano.
La mancanza di neutralità nell'approccio al conflitto e la spiccata antipatia anti-israeliana sono di per sé accettate giacché parte di una visione ideologica, per quanto distorta e faziosa, della storia e della politica. Il nesso tra ONG e sfera pubblica rende illegittima la posizione a priori anti-israeliana. Le ONG vivono, infatti, di finanziamenti pubblici che legano le organizzazioni all'ente pubblico, il quale non solo permette le loro attività con lo stanziamento dei fondi, ma si rende compartecipe anche della loro visione ideologica.
L'assenso ideologico è esplicito nel finanziamento diretto all'ONG, che testimonia l'approvazione da parte dell'ente del suo operato e del messaggio che diffonde. È meno esplicito ma non meno importante nel caso di finanziamenti diretti non alle ONG in quanto tali, bensì a progetti da esse elaborati, ove è rintracciabile nella loro selezione, che contiene un'analisi della situazione nella quale si vuole intervenire: con l'approvazione del progetto si legittima anche l'analisi storico-sociale su cui esso poggia, così come il partenariato con soggetti locali, anche legati alle organizzazioni terroristiche, come si è avuto modo di constatare nella presente ricerca.
Quest'assenso ideologico spesso confligge con la politica estera italiana ufficiale, creando un doppio binario di relazioni con Israele: da una parte quello ufficiale, di amicizia e sostegno ad Israele, dall'altra uno parallelo, di condanna e stigmatizzazione.
Lo studio qui presentato analizza i fondi pubblici alle ONG che operano in Palestina. Nella raccolta dei dati si sono evidenziati tre maggiori problemi:
- mancanza di trasparenza
- incompletezza delle informazioni
- retorica terzomondista.
I dati per la maggior parte non sono reperibili nei siti delle regioni, che espongono i finanziamenti alle volte dei soli ultimi cinque anni. Sovente non è riportata nemmeno la somma del contributo né la percentuale rispetto all'intero ammontare del costo del progetto. In nessun caso è riportata la composizione della commissione di selezione. Di frequente si nota uno stesso progetto, presentato dalla medesima associazione, finanziato da enti diversi in anni diversi, senza che sia specificato se è un duplicato o un consorzio tra enti pubblici. In ogni caso, la modalità di intervento, l'esposizione del progetto, l'impostazione ideologica delle ONG hanno un effetto delegittimante.
Con questo studio si vuole portare all'attenzione la realtà di finanziamento pubblico alle attività di cooperazione che hanno a effetto la delegittimazione di Israele, per ripensare criticamente agli interventi di cooperazione in generale, e in Palestina/Israele nello specifico. In particolare si vuole rimarcare da una parte l'efficacia degli interventi di cooperazione senza coordinamento e con portata finanziaria così ingente; dall'altra ci si propone di aprire un dibattito sulla legittimità costituzionale delle attività degli enti locali in Palestina, che confliggono con la politica estera ufficiale dell'Italia. In generale, la Corte Costituzionale si è espressa più volte a riguardo, dichiarando l'illegittimità costituzionale delle disposizioni regionali sulla cooperazione allo sviluppo, senza esecuzione delle decisioni.
Occorre quindi un controllo accurato delle attività di cooperazione, che dev'esser sottoposto a pubblico scrutinio secondo il principio di trasparenza. Si possono così perseguire gli scopi umanitari di sviluppo del popolo palestinese evitando la delegittimazione di Israele e la collaborazione con i gruppi terroristici, come vedremo più avanti. Un ferreo controllo del mondo della cooperazione potrà altresì evitare il dilagare d'ideologie terzomondiste anti-israeliane, non funzionali alla risoluzione del conflitto né tantomeno allo sviluppo economico della società palestinese.
A questo proposito risulta evidente come il silenzio sul terrorismo della Seconda Intifada, sul dilagare dell'odio anti-israeliano nella popolazione palestinese, favorito da un sistema educativo imperniato sulla propaganda anti-ebraica e sulle atrocità del regime di Hamas, sia la prova lampante di una mistificante interpretazione degli eventi e delle relazioni, di una costante faziosità che si distanzia dai principi di giustizia e libertà che si vorrebbero perseguire così come di una cosciente quanto dannosa approvazione di una strategia politica volta alla negazione del diritto all'esistenza dello Stato di Israele.