Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 26 dicembre 2013

Gaza: impiegati palestinesi pagati (dai contribuenti europei) per non lavorare

L’Unione Europea dovrebbe smettere di pagare gli stipendi a funzionari palestinesi nella striscia di Gaza che non lavorano. È la conclusione che emerge da un rapporto della Corte dei Conti europea pubblicato mercoledì.
In quanto maggiori donatori di aiuti ai territori palestinesi, i contribuenti europei pagano un quinto dei 170mila stipendi di dipendenti pubblici palestinesi (insegnanti, medici, burocrati ecc.) non solo in Cisgiordania ma manche nella striscia di Gaza, il territorio costiero da cui Israele ha ritirato civili e militari nel 2005 e che dal 2007 è sotto il completo controllo del gruppo islamista Hamas.
Ora, a seguito di un’indagine sul modo in cui vengono impiegati gli aiuti dell’Unione Europea, la Corte dei Conti (Court of Auditors) europea ha scoperto che un gran numero di questi destinatari non forniscono in realtà nessun servizio pubblico.
La Corte afferma di non essere in possesso delle cifre sulle dimensioni globali del fenomeno, ma dai suoi controlli a campione risulta, ad esempio, che 90 dei 125 dipendenti del National Audit Institute of Palestine ammettono di non svolgere alcun lavoro, mentre da un altro controllo è risultato che non svolge alcun lavoro il 40% dei dipendenti pubblici.
I dati sono stati divulgati in conferenza stampa da Hans Gustaf Wessberg, il membro della Corte de Conti europea che ha condotto le ispezioni nel corso degli ultimi 16 mesi. “Il nostro suggerimento è quello di interrompere il programma per i dipendenti a Gaza” ha detto Wessberg, spiegando che il denaro potrebbe essere invece indirizzato in Cisgiordania.
I revisori europei hanno analizzato circa un miliardo di euro spesi nei territori palestinesi tra il 2008 e il 2012. In particolare, non hanno potuto stabilire che fine abbiano fatto 90 milioni che dovevano servire per pagare le tasse sul carburante e mantenere in funzione l’unica centrale elettrica attiva a Gaza.



Il rapporto dei revisori solleva interrogativi circa l’attività di supervisione esercitata dalla Commissione Europea, l’esecutivo della UE responsabile della sorveglianza sui programmi di aiuto europei. Negli ultimi due decenni l’Unione Europea ha destinato 5,6 miliardi di euro ai territori palestinesi.
Il programma di aiuti dell’Unione Europea, afferma la Corte dei conti, ha contribuito “in maniera significativa a coprire la massa salariale dell’Autorità Palestinese”. Il meccanismo, sostiene la Corte nel rapporto, ha contribuito al funzionamento dei servizi pubblici essenziali, ma a Gaza, a causa della situazione politica, “un numero considerevole di pubblici dipendenti viene pagato senza che si rechi al lavoro né fornisca alcun servizio pubblico”. Infine il rapporto osserva che l’Autorità Palestinese, nonostante i finanziamenti, nel 2012 ha registrato “un grave disavanzo di bilancio, che ha anche minacciato di incidere negativamente sulle riforme della gestione delle finanze pubbliche”.
Più di 60mila funzionari pubblici e membri delle forze di sicurezza palestinesi hanno smesso di presentarsi al posto di lavoro, a Gaza, quando Hamas nel 2007 ne ha preso il controllo. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) decise all’epoca di continuare a pagare i loro stipendi a condizione che restassero a casa e non lavorassero per il “governo” di Hamas. Il Ministro del lavoro dell’Autorità Palestinese, Ahmed Majdalani, difende la pratica di pagare stipendi a persone che non lavorano dicendo: “Il problema è politico, giuridico e umano. Sono innanzitutto dipendenti pubblici, e sono vittime di un colpo di stato militare [di Hamas], e hanno famiglie da sfamare. Non possiamo buttarli in strada”.
In una dichiarazione, la Commissione Europea ha affermato che, aiutando l’Autorità Palestinese “a fare fronte al pagamento di stipendi, pensioni e assegni sociali per i gruppi più vulnerabili, l’Unione Europa dà un contributo concreto alla preparazione della soluzione a due Stati per il conflitto israelo-palestinese”.
(Da: YnetNews, Jeruisalem Post, Reuters, Adnkronos, 11.12.13)

«Eravamo entusiasti sostenitori della Germania nazista»

In un’intervista in arabo concessa il 7 dicembre scorso alla tv Russia Oggi, Farouk Kaddoumi, storico esponente di spicco del movimento palestinese, Segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, già membro dell’ufficio politico dell’Olp presieduta da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha esplicitamente ricordato che i palestinesi, durante la seconda guerra mondiale, furono “entusiasti sostenitori della Germania” nazista.
Questo il brano saliente dell’intervista:
Intervistatore: “Nella seconda guerra mondiale eravate favorevoli alla Germania nazista?”
Kaddoumi: “Credo che non sarebbe sbagliato dire che eravamo entusiasti sostenitori della Germania”.
Intervistatore: “Sostenevate Hitler e il suo popolo”.
Kaddoumi: “La Germania, sì. Questo era comune tra i palestinesi, soprattutto perché il nostro nemico era il sionismo, e vedevamo che il sionismo era ostile alla Germania, e viceversa”.
Intervistatore: “C’era una stazione radio nazista in lingua araba, all’epoca, vero?”
Kaddoumi: “Mi ricordo qualcosa del genere”.

La libertà di stampa secondo i palestinesi....

L’Autorità Palestinese ha espulso martedì i giornalisti israeliani di Ha’aretz, i-24 News, Channel One e Arutz Sheva giunti a Betlemme per coprire le celebrazioni natalizie. Il ministero dell’informazione palestinese ha detto che la decisione è stata presa su richiesta dei giornalisti palestinesi, che hanno protestato contro la presenza dei colleghi israeliani in Piazza della Mangiatoia. I giornalisti palestinesi hanno difeso la loro campagna sostenendo che il divieto serve a “isolare i mass-media israeliani che contribuiscono a disinformare e diffondere un’immagine falsa e negativa della realtà palestinese”.

Una notizia che allarga il cuore: medici israeliani salvano la vita a un piccolo profugo siriano

Un bambino siriano di 4 anni, profugo dalla città di Homs lacerata dalla guerra civile, ha subito di recente un intervento chirurgico allo Sheba Medical Center di Tel Hashomer: è la prima volta che un siriano viene operato nel reparto di cardiologia pediatrica dell’ospedale israeliano.
Il bimbo, Mohammed Hamudi, è nato con una rara malformazione cardiaca. Un’équipe chirurgica guidata dal dottor Dudi Mishali ha operato il piccolo Mohammed, arrivato in Israele accompagnato dal padre. I chirurghi sono riusciti ad impiantare nel cuore del bambino un pacemaker con una batteria a lunga durata, un intervento che gli ha verosimilmente salvato la vita.
“Si trattava di un intervento complicato, che ci lasciava due opzioni – spiega Mishali – Potevamo operarlo regolarmente, dandogli altri 15 o 20 anni di vita, oppure scegliere l’opzione più difficile che gli avrebbe garantito, tutto considerato, la durata di vita di una persona sana”. Abbiamo optato per l’operazione più difficile pensando che fosse la scelta migliore e sono felice di poter dire che è completamente riuscita, e che il bambino è stato dimesso dopo pochi giorni”.
Il padre del bambino ha raccontato a Israel Hayom la storia del travagliato viaggio della famiglia, cominciato con la fuga dai combattimenti di Homs per rifugiarsi in Giordania, dove si sono sistemati temporaneamente in un campo profughi. Parecchi membri della famiglia sono morti negli ultimi due anni di guerra civile in Siria. La madre e il fratello del piccolo Mohammed sono rimasti in Giordania perché Israele ha previsto che il padre lo accompagnasse a Tel Hashomer per l’operazione. Il padre descrive un quadro del suo paese fatto di continue turbolenze e pericoli di morte. “In Siria – racconta – tutte le madri dicono che vorrebbero che i loro figli malati potessero venire a farsi operare in Israele, perché sentiamo sempre parlare di come Israele cura i feriti del Golan. Quando l’hanno preso al campo profughi per curarlo, ho capito che il nostro sogno si sarebbe realizzato. I medici israeliani lo hanno riportato alla vita, e io sono felice di aver conosciuto questo paese”.
Il viaggio di Mohammed allo Sheba Medical Center per le terapie mediche è stato organizzato grazie a un attento coordinamento fra le autorità giordane e il ministero dell’interno israeliano. Bambino e padre hanno potuto spostarsi liberamente tra i due paesi pur non avendo visti né passaporti.
“Non so descrivere la sensazione di quando si salva una vita – dice Mishali, con accanto Hamudi e suo padre – Un bambino è un bambino. Quando vedi le lacrime sul volto dei suoi genitori, non hai veramente bisogno di traduzione: capisci tutto”.
(Da: Israel Hayom, 19.12.13)

mercoledì 25 dicembre 2013

Cecchino palestinese uccide civile israeliano al confine con la Striscia di Gaza, ma per i mass media la notizia è solo la reazione dello Stato di Israele

Gerusalemme, 24 Dicembre 2013 – Ancora un atto terroristico di matrice palestinese: questa mattina un cecchino ha ucciso un operaio israeliano tra Nahal Oz e Kfar Gaza, mentre era intento a riparare i danni causati alla recinzione di confine dalle recenti intemperie climatiche al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. L’uomo, di nome Salah Abu Latif, della città beduina di Rafah vicino Be’er Sheva, aveva 22 anni ed era un dipendente del ministero della Difesa. L’omicidio è stato successivamente rivendicato dal Comitato di Resistenza Popolare (PRC), una delle tante sigle dietro cui si nascondono i terroristi palestinesi
L’attacco terrorista ha avuto come conseguenza la reazione da parte israeliana,con il ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, che ha accusato Hamas di essere responsabile dell’attacco e ha dichiarato: ”Risponderemo aggressivamente e in maniera dolorosa a qualsiasi attacco alla nostra autorità e contro civili o soldati. Consiglio ad Hamas di non mettere alla prova la nostra pazienza e di usare la sua autorità sul suo territorio. Se non c’è pace in Israele, non ci sarà neanche a Gaza”.
Alle parole sono seguiti i fatti: nel pomeriggio l’IDF (Forze di Difesa Israeliane), dopo aver avvertito gli agricoltori e la popolazione della zona, ha lanciato una offensiva contro almeno sei obiettivi nella Striscia di Gaza: una fabbrica di armi, tre infrastrutture terroriste e due siti non meglio identificati. Purtroppo nonostante gli avvisi una bambina palestinese sembra sia rimasta uccisa (al momento della stesura dell’articolo non ci sono ancora conferme ufficiali).
Ovviamente per i mass media nazionali la notizia è solamente la reazione di Israele, mentre dell’ennesimo attacco terrorista contro cittadini israeliani non ne ha parlato nessuno, se non distrattamente all’interno di articoli che parlavano d’altro. E lo chiamano giornalismo…
Thanks to Progetto Dreyfus

Gerusalemme: accoltellato alle spalle poliziotto israeliano. probabile attacco terrorista

Gerusalemme, 23 Dicembre 2013 – Un agente di polizia israeliano di 41 anni è stato ferito da una pugnalata alle spalle questo pomeriggio nei pressi di Adam, 5 km a nord-ovest di Gerusalemme. Ingenti forze di sicurezza sono alla ricerca dell’aggressore, che si è dato alla fuga.
“Un coltello di 15 cm è stato affondato completamente nella schiena della vittima, arrivando a sfiorare il cuore e altri organi vitali – ha detto Ofer Marin, capo dell’unità di traumatologia e vice direttore dello Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme – C’è voluta molta fortuna perché non finisse peggio”.
Ricordiamo come solamente nelle ultime 24 ore il terrorismo palestinese antisraeliano abbia provato a colpire civili israeliani sia con una bomba su un autobus vicino Tel Aviv che lanciando razzi dalla Striscia di Gaza (quella che sarebbe stata allagata da Israele….pensate se invece di comprare armi sempre più potenti le varie leadership palestinesi avessero utilizzato la montagna di denaro proveniente dai vari finanziamenti ricevuti a destra e a manca per costruire scuole, ospedali, fognature….) su Ashkelon, per fortuna atterrato nei pressi di una stazione di autobus, normalmente utilizzati dalle scolaresche, senza causare vittime. Inoltre lunedì mattina un altro razzo, questa volta lanciato dalla Siria,  è caduto lunedì mattina sulle alture del Golan, in prossimità del confine fra Siria e Israele.
(Fonte: Israele.net)

A Gaza piove? Colpa di Israele!

Anche le perturbazioni atmosferiche tornano buone, nella guerra propagandistica di Hamas contro Israele. L’accusa a Israele d’aver intenzionalmente allagato la Striscia di Gaza durante la peggiore tempesta che abbia colpito la regione negli ultimi decenni ha fa fatto il giro del Medio Oriente finendo anche su alcuni mass-media internazionali.
La scorsa settimana la Striscia di Gaza è stata pesantemente colpita dalla tempesta “Alexa”. Piogge torrenziali hanno causato diffusi allagamenti, costringendo circa 40.000 residenti ad abbandonare le case mentre i soccorritori ricorrevano all’uso di barche a remi per aiutare gli abitanti rimasti bloccati. Tra l’11 e il 13 dicembre sulla zona di Gaza sono caduti 260 millimetri di pioggia, vale a dire il 60% della pioggia che mediamente cade in un anno. Secondo l’Authority israeliana dell’Acqua, il flusso del fiume Shikma – che nasce dalle colline di Hebron e sfocia nel Mediterraneo a nord della striscia di Gaza – ha battuto un record che durava da 50 anni.
Ma la forza degli elementi non basta, alle autorità di Hamas a Gaza, come spiegazione per le tribolazioni della popolazione. Yasser Shanti, presidente della Commissione Disastri di Hamas,ha dichiarato venerdì scorso ai giornalisti che Israele ha aperto le dighe a est della Striscia di Gaza causando l’inondazione della zona di Moghraqa, vicino a Deir El-Balah.
Una variante di questa accusa è giunta dal portavoce della Difesa Civile Muhammad Al-Maidana che, parlando al quotidiano palestinese Al-Quds, ha accusato Israele d’aver aperto i canali di scolo fognario a est della Striscia di Gaza “aggravando la crisi e l’innalzamento del livello dell’acqua, e facendo allagare le case”.
Il sito web palestinese Al-Majd è arrivato a sostenere che Israele ha aperto le dighe allo scopo di svelare i tunnel di Hamas che conducono in Israele e imporre un onere finanziario insostenibile al governo di Gaza. “Far annegare Gaza è un vecchio sogno sionista”, si legge nel reportage del sito palestinese.
Israele ha seccamente smentito tutte le accuse di Hamas. “L’accusa d’aver aperto le dighe e allagato la striscia di Gaza è infondata e falsa” ha dichiarato mercoledì a Times of Israel Uri Schor, portavoce dell’Authority israeliana dell’Acqua, spiegando che semplicemente non esiste nessuna diga in quella zona e che in tutto il paese i bacini idrici sono straripati provocando parecchi allagamenti. “È vero il contrario – ha aggiunto Schor – Per via dei danni causati dalla tempesta, che ha colpito tutti i paesi dell’area e non solo i territori palestinesi, Israele ha risposto a un appello speciale fatto arrivare attraverso le Nazioni Unite e ha trasferito nella striscia di Gaza quattro pompe ad alta potenza per aiutare i residenti a rimuovere l’acqua dalle zone allagate”.
Ma le false accuse di Hamas avevano già fatto il loro corso. Articoli che accusano Israele d’aver intenzionalmente allagato Gaza si sono diffusi in modo contagioso su tutti i canali informativi, sui blog e sui social network.
Moussa Abu Marzouk, vice capo del politburo di Hamas, ha ammesso – bontà sua – l’assistenza fornita da Israele a Gaza durante i difficili giorni della tempesta, per poi sostenere che Israele ha agito in modo singolarmente contraddittorio: “I sionisti hanno approfittato della situazione – ha scritto domenica sulla sua pagina Facebook – inviando alcune pompe e dei rifornimenti nella striscia di Gaza assediata. Poi le forze di occupazione hanno aperto le dighe di Wadi Salqa per sommergere decine di case palestinesi nella parte centrale della striscia di Gaza!”.
“Le voci su Israele che inonderebbe Gaza si ripetono regolarmente ogni anno quando Gaza si infradicia di pioggia”, spiega a Times of Israel un portavoce dell’Ufficio di coordinamento delle attività del governo israeliano nei Territori. Commenta Schor, dell’Authority dell’Acqua: “E’ increscioso che l’assistenza tempestiva e professionale prestata da Israele alla Striscia di Gaza non sia stata adeguatamente riportata dai mass-media palestinesi. Evidentemente le considerazioni che motivano la parte palestinese, anche su questo tema, sono più politiche che professionali”. Anche questo è un modo per allontanare la pace.
(Fonte: Times of Israel, 18 Dicembre 2013)

Israele.net

Israele, tornano le bombe sugli autobus: ordigno esploso a Bat Yam: “È terrorismo”


La bomba era nascosta in una borsa. L’ultimo attentato su un bus in territorio israeliano si era registrato nel novembre 2012

BatYam (Israele), 22 Dicembre 2013 – Una esplosione si è verificata su un pullman a Bat Yam, sobborgo meridionale di Tel Aviv, in Israele, senza causare vittime o feriti. Lo rende noto il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld. L’ordigno si trovava in una borsa e quando questa è stata notata, tutti i passeggeri sono stati fatti scendere. La bomba è esplosa mentre la polizia esaminava il contenuto.
DINAMICA INCERTA – Dopo controlli, e indecisioni su chi possa aver piazzato l’0rdigno, la polizia ha fatto sapere che l’esplosione a Bat Yam, a sud di Tel Aviv, è stata un «attacco terroristico». Il portavoce della polizia ha precisato che in base all’esame «degli esplosivi trovati sulla scena, abbiamo concluso che si tratta di un attacco terroristico».
L’ULTIMO ATTENTATO – Il sito Ynet citando il portavoce della compagnia Dan – che gestisce la linea dell’autobus – spiega che la bomba è esplosa «mentre la polizia stava cercando di far allontanare gli spettatori» e che «una persona è stata ferita e trasportata in ospedale». L’ultimo attentato su un autobus in Israele è stato nel novembre dell’anno scorso, l’ultimo giorno della guerra con Gaza. Attentato per il quale è stato riconosciuto responsabile – scrive il quotidiano Haaretz – un arabo israeliano.

mercoledì 4 dicembre 2013

Quella “Nakba ebraica” del tutto dimenticata. Fino a poco fa

Sessantasei anni fa, il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Risoluzione 181 in base al quale la Terra d’Israele (allora sotto Mandato britannico) doveva essere divisa in due stati: uno “stato ebraico” e uno “stato arabo”. Quel voto, ovviamente, ebbe un impatto assai rilevante sulla regione.
Le conseguenze di quella decisione andarono oltre la realtà politica che ne scaturì. La decisione ebbe un altro aspetto, umano, perché gli arabi si rifiutarono di accettarla. Molti capi arabi si adoperarono per silurare la creazione di uno stato ebraico e questo portò alle ostilità e alla guerra d’indipendenza, costata la vita a 6.000 ebrei (sui 600mila che risiedevano allora nel paese).
Quei capi arabi generarono anche una tragedia umana per gli arabi. Spinsero gli arabi che risiedevano nel paese a lasciare le loro case affinché gli eserciti degli stati arabi confinanti protessero massacrare la popolazione ebraica senza danni collaterali. Un piano che andò tragicamente storto, e di conseguenza molti residenti arabi, dopo aver lasciato Israele, divennero profughi.
In questo contesto, vi fu un altro gruppo umano che divenne una comunità di profughi: gli ebrei del Medio Oriente. Sulla scia del piano di spartizione, centinaia di migliaia di ebrei che vivevano nei paesi arabi da secoli, quando non da millenni, furono tormentati e fatti oggetto di varie forme di violenza. La portata di queste aggressioni li costrinse a fuggire, andando in gran parte a stabilirsi nello stato d’Israele appena nato.
Profughi ebrei in fuga da paesi arabi, nella celebre foto scattata intorno al 1949 da Robert Capa (della Magnum) nel campo di transito di Sha'ar Ha'aliya, presso Haifa.
Profughi ebrei in fuga da paesi arabi, nella celebre foto scattata intorno al 1949 da Robert Capa (della Magnum) nel campo di transito di Sha’ar Ha’aliya, presso Haifa.
Nel corso degli anni, le dirigenze arabe non hanno fatto che aggravare la sofferenza umana facendo in modo che i profughi arabi non si potessero mai integrare nei paesi arabi dove erano approdati. In quegli stessi anni, paesi come la Germania Ovest, l’India, il Pakistan, la Turchia, la Grecia e altri conobbero degli afflussi di profughi analoghi, talvolta addirittura identici, altre volte numericamente molto superiori. Ma in tutti quei casi, i governi si sono adoperati per riabilitare e assorbire i profughi, disinnescando una mina umana potenzialmente devastante. È quello che fece anche Israele, accogliendo ebrei da tutto il mondo, paesi arabi compresi. I profughi arabi di Palestina, invece, divennero uno strumento cinicamente sfruttato dalla macchina della propaganda anti-israeliana. Ecco come si è venuto gonfiando di anno in anno il mito della cosiddetta Nakba (catastrofe) palestinese.
Nel corso degli anni, gli stati arabi hanno deliberatamente ignorato la tragedia umana inflitta agli ebrei dei paesi musulmani: ebrei che erano stati perseguitati e cacciati, e tutte le loro proprietà espropriate. In termini odierni, venne confiscato dalle autorità arabe l’equivalente di 300 miliardi dollari. Oltre alla profonda sofferenza psicologica. Questa “Nakba ebraica” venne del tutto dimenticata dalle successive realtà geopolitiche.
La questione dei profughi palestinesi continua ad essere in primo piano nella politica e nella propaganda internazionale e nelle più svariate iniziative di pace. E fino a poco tempo fa anche l’establishment israeliano preferiva non sollevare la difficile situazione dei profughi ebrei dai paesi arabi. Ma ora le cose sono cambiate. Innanzitutto, la loro storia sta gradualmente diventando parte della consapevolezza comune e si sta facendo strada in varie opere pubblicate. Diverse persone si sono fatte avanti con la testimonianza della loro esperienza, al punto che il Ministero israeliano per gli anziani ha lanciato un progetto volto a tramandare la loro storia alle generazioni più giovani. Infine, alla Knesset è stato formato un apposito comitato parlamentare.
Quello che occorre è uno sforzo più vigoroso di diplomazia pubblica nei forum chiave ditutto il mondo. Alcune campagne sono già in corso, ma dovrebbero essere rafforzate perché il riconoscimento internazionale è essenziale se deve essere fatta giustizia. Una buona campagna può portare più persone a capire gli eventi che hanno condotto alla costituzione dello stato ebraico. Il mondo si renderebbe conto che coloro che vennero perseguitati dopo il 29 novembre 1947 hanno trovato un porto sicuro dove hanno potuto costruirsi una nuova casa anche se fra grandi difficoltà: ora vivono al sicuro, nella libertà e nella dignità, in Israele.
(Da: Israel HaYom, 28.11.13)

Peres ascoltato da 29 ministri degli esteri arabo-musulmani

E’ stato un evento senza precedenti quello di due settimane fa, quando il presidente d’Israele Shimon Peres è apparso via satellite davanti a 29 ministri degli esteri di paesi del Golfo, paesi della Lega Araba e di altre nazioni musulmane. Tra i presenti anche il figlio del re dell’Arabia Saudita.
Lo storico avvenimento – inizialmente riportato, lunedì mattina, dal giornale israeliano Yedioth Aharonoth; poi confermato dalla portavoce di Peres – ha avuto luogo in occasione del vertice dei paesi del Golfo sulla sicurezz,a tenuto ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Erano presenti i ministri degli esteri di Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Yemen e Qatar, così come i ministri degli esteri dei paesi della Lega Araba e di altri paesi musulmani come l’Indonesia, la Malaysia e il Bangladesh.
Peres è apparso al vertice su un mega-schermo, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme con una bandiera d’Israele alle spalle, intervistato via satellite da Terje Roed-Larsen, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite, e Martin Indyk, inviato speciale degli Stati Uniti per i negoziati israelo-palestinesi. Peres, come concordato in precedenza, ha sempre risposto a Larsen senza rivolgersi direttamente ai ministri degli esteri musulmani, i quali dal canto loro non hanno posto domande né si sono mai rivolti direttamente a Peres. Inoltre gli organizzatori dell’evento avevano pattuito che Peres avrebbe partecipato solo se le sue parole non sarebbero state pubblicamente divulgate.
Gli Emirati Arabi Uniti, organizzatori del vertice, hanno scelto l’intervento di Peres come apertura dell’assemblea, un fatto che sembra testimoniare dell’importanza assunta dal presidente israeliano in questa fase, e ancora di più l’importanza in quel consesso di avere un buon rapporto con Israele a fronte del nemico comune, l’Iran.














Durante l’intervento di Peres nessun ministro arabo-islamico ha lasciato l’aula, e quando Peres ha finito di parlare gli è stato persino tributato un applauso.

L’editorialista del New York Times Thomas Friedman, che ha partecipato all’evento, è stato il primo a rivelare la “performance” di Peres, pur mantenendo l’impegno di non rivelare ciò che Peres ha detto. Da quanto è stato reso noto, tuttavia, risulta che il presidente israeliano ha sottolineato come Israele possa contribuire alla stabilità e alla pace in Medio Oriente, e ha parlato dell’esistenza di un’opportunità di dialogo tra Israele e i suoi vicini su obiettivi comuni come la lotta contro l’estremismo islamista e il programma nucleare iraniano. Peres ha anche illustrato la sua visione e i suoi piani per la pace nella regione e nel mondo.
“C’era molta emozione da entrambe le parti per questa sua apparizione – ha detto un rappresentante coinvolto nell’evento – Tutti si rendevano conto che si trattava di qualcosa di storico: il presidente dello stato ebraico, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme con una bandiera israeliana, e loro seduti in una città del Golfo Persico che lo ascoltavano parlare di sicurezza, di guerra al terrorismo e di pace”.
Israele, che ha firmato accordi di pace con Egitto (1979) e Giordania (1994), non è ufficialmente riconosciuto dalla maggior parte dei paesi arabi i quali non intrattengono con esso relazioni diplomatiche.
(Da: YnetNews, Times of Israel, Ha’aretz, 2.12.1

domenica 1 dicembre 2013

Sassi contro auto: palestinesi feriscono gravemente bimba israeliana di due anni

Gerusalemme, 29 Novembre 2013 – Questa notte una bambina israeliana di due anni è stata ferita dal lancio di un oggetto pesante lanciato contro la macchina dei genitori in cui viaggiava con la famiglia.
L’attacco è avvenuto nel quartiere di Gerusalemme Armon Ha Natziv, dove i soccorsi del Magen David Adom sono intervenuti per portare la bambina, Avigail Ben Zion, all’ospedale di Hadassah. I paramedici hanno fatto sapere che la piccola è arrivata in ospedale in condizioni discretamente gravi e che al momento dei primi soccorsi era in stato di semi incoscienza.

Il lancio di oggetti contundenti e di bombe artigianali contro i cittadini israeliani (civili e militari) da parte dei palestinesi sono all’ordine del giorno negli ultimi mesi, e proprio ieri la magistratura di Gerusalemme ha condannato 5 ragazzi palestinesi per il lancio di molotov contro la base militare di Ofrit, vicino all’università ebraica del monte Scopus.


Questo è il finestrino infranto dal sasso di 1,5 kg, tirato dai palestinesi contro la macchina guidata dalla mamma della bimba israeliana.



martedì 19 novembre 2013

Storie di Israele


Segna il traguardo della maratona di New York, la cicatrice sul lato sinistro della testa è appena percettibile. Aharon Karov, 27 anni, completa il giro in 4:14:31, un risultato impressionante per chiunque. Soprattutto qualcuno che cinque anni fa era stato gravemente ferito in guerra e dato per morto. 
Ma la sua storia inizia nel dicembre 2008, quando a 22 anni sposa l'amore della sua vita, Tzvia, di 19. Ballano, cantano e fanno tutte le cose felici come tutte le altre coppie. La mattina seguente intorno alle 7:00, Karov, tenente in un'unità di paracadutisti della IDF, riceve una telefonata dal suo superiore che lo informa che sta per iniziare una guerra a Gaza - l'Operazione Piombo Fuso - e che c'è bisogno di lui. Secondo la legge militare, come anche secondo la halachà (legge ebraica), uno sposo ha il dovere di andare in guerra il giorno del proprio matrimonio soltanto per una “milkhemet hova”, una guerra religiosamente obbligatoria (non ne esistono ai giorni d’oggi). “L'operazione a Gaza non era una di quelle" racconta Karov. Tuttavia, dopo lunghe trattative con sua moglie, decide di andare a Gaza. 
"In Israele, se c'è una guerra, tutti vanno perché esiste il senso della collettività, della comunità” – spiega il ragazzo – Era chiaro per me, per noi due, che dovevo andare ". Karov era il comandante di un plotone di 30 soldati che aveva addestrato durante il loro servizio militare. "Non sarei mai riuscito a mandare i miei uomini senza di me", confessa. "Certo che avrei voluto essere a casa con mia moglie e non a Gaza", racconta ancora Karov, "Tu non sai quando vedrai di nuovo tua moglie, tu non sai quando potrai parlare con tua moglie di nuovo, ma è necessario mettere tutto il resto da parte - tua moglie, la tua famiglia e anche te stesso".


Una decina di giorni dopo il suo matrimonio, a Karov e ai suoi uomini viene assegnato il compito di bonificare sei edifici dagli esplosivi. Salito al secondo piano di un palazzo, un ordigno viene fatto esplodere. Karov salta in aria e cade dalla tromba delle scale, mentre l'intero edificio crolla sopra di lui. I suoi uomini, nessuno dei quali viene gravemente ferito dall'esplosione, si precipitano in fretta per rimuovere le macerie e tirano fuori il corpo del comandate. Karov viene effettivamente dichiarato morto. Poco dopo, sentendo un debole impulso, un paramedico dell’esercito fa un'incisione sulla gola del ragazzo moribondo per assicurarsi che avrebbe continuare a respirare.

Ma con otto pezzi di granata nella testa, senza più denti, con l’occhio sinistro smembrato e il lato superiore sinistro del corpo completamente schiacciato, le prospettive di sopravvivenza sembrano pressoché nulle.
Cinque anni più tardi Karov vince la maratona di New York, per di più con un tempo straordinario per chiunque, e orgoglioso di se stesso rivolge un pensiero alla suo plotone: “E’ stata una fortuna che nessuno dei miei soldati è rimasto gravemente ferito dall’esplosione”.


Il campione dalla scorza dura vince così i 40mila dollari della gara e li devolve al Fondo OneFamily, un’associazione che sostiene le vittime del terrorismo e che ha sostenuto la sua famiglia durante questi lunghi anni di riabilitazione.

mercoledì 13 novembre 2013

Chi ama la vita, chi ama la morte

Il capo di stato maggiore delle IDf, BEnny Gantz, e il ministro della Difesa, Moshe Ya'alon hanno disposto l'invio di una squadra medica con un ospedale da campo per fornire assistenza umanitaria alle vittime del disastro nelle Filippine.

Già da sabato, l'organizzazione umanitaria IsraAID aveva inviato un team di 7 medici per far fronte alle prime esigenze nella città di Tacloban, il centro maggiormente colpito dal disastro.
Come sempre, Israele è in prima linea per portare aiuto e conforto concreto alle popolazioni colpite da catastrofi naturali e da guerre civili.

Onore al merito di un popolo che tiene sempre in massima considerazione la vita a differenza di chi indottrina i propri figli a uccidere Ebrei così come avvenuto stamattina su un autobus ad Afula quando un palestinese di 16 anni ha trucidato a coltellate Edan Attias, un ragazzo israeliano di soli 18 anni che da due settimane aveva iniziato il suo periodo di servizio militare a difesa del suo paese e del suo popolo.

Avviso per ano.nimo

L'essere che continua a scrivere deliranti commenti sui Protocolli dei Savi di Sion stia tranquillo di una cosa: non pubblicherò certo la sua spazzatura. Un crogiulo disgustoso di escrementi partoriti da un vomitevole antisemita di merda non merita alcun commento, quindi si astenga da inviare ulteriore fogna.

ISRAELE: TERRORISTA PALESTINESE UCCIDE SOLDATO ISRAELIANO DI 18 ANNI

Questa mattina Eden Attias un soldato israeliano di circa 18 anni è stato ucciso a pugnalate da un terrorista palestinese, alla fermata dell’autobus di Afula, a nord di Israele. Il terrorista è stato identificato come un sedicenne di Jenin - città sotto il controllo dell’Autorità palestinese - entrato illegalmente in Israele. Il soldato è stato pugnalato ripetutamente all’interno dell’autobus, prima che gli altri passeggeri avessero il tempo di reagire. Il giovane israeliano è deceduto all’Haemek Hospital, dove era stato portato già in condizioni gravissime. Una testimone oculare ha riferito alla radio dell’IDF di aver sentito i passanti gridare “terrorista!”, mentre il palestinese cercava di scappare, prima di essere catturato dalla polizia. Un altro passante ha invece riferito al quotidiano Maariv che la vittima poteva avere circa 18 anni, è salita insieme al terrorista a Nazareth e durante il tragitto verso Afula si è addormentata; il terrorista palestinese ha così iniziato a pugnalarlo molte volte, finché gli altri passeggeri lo hanno bloccato e hanno allertato le forse dell’ordine. Secondo le fonti dell’esercito il terrorista ha confessato di essere uscito di casa già con l’intento di accoltellare dei civili israeliani, molto probabilmente per vendicare gli zii detenuti in Israele.


Eden Attias, il ragazzo israeliano assassinato sul bus questa mattina.


Hussein Jawadra, il bastardo sedicenne (potete vedere che è un ragazzino denutrito, provato dalla fame e malvestito.....) che ha assassinato Eden Attias mentre dormiva sul bus. La vigliaccheria dei palestinesi è sempre la stessa: assassinano i bambini come a Ma'alot, come nei kibbutzim a inizi novecento, come a Gerusalemme e a Tel Aviv, ammazzano donne e vecchi colpevoli di essere ebrei e israeliani.
E il governo ancora vuole fare la pace co ste bestie!
Ma che li tenessero a marcire in galera a pane e acqua altro che!

lunedì 4 novembre 2013

A proposito della presenza ebraica in Palestina…

“Quando ci si chiede cosa si intende con lo sviluppo della Patria Nazionale Ebraica (Jewish National Home) in Palestina, si può rispondere che non si tratta dell’imposizione di una nazionalità ebraica sull’insieme della Palestina, ma un ulteriore consolidamento della già esistente comunità ebraica, coadiuvato dagli ebrei in altre parti del mondo, perchè possa diventare un centro da cui tutto il popolo ebraico, sulle basi della religione e della razza, tragga interesse e orgoglio. Ma perchè questa comunità possa avere la migliore prospettiva di libero sviluppo e perchè il popolo ebraico abbia la piena opportunità di mostrare le proprie capacità, è essenziale sapere che si trova in Palestina per diritto e non per tacito assenso
(Winston Churchill, Segretario di Stato britannico per le Colonie, Giugno 1922)

Thanks to Progetto Dreyfus

martedì 29 ottobre 2013

I confini del 1967 e il diritto internazionale



“…Vi sarebbe una “occupazione” israeliana di “territori palestinesi” che violerebbe la “legalità internazionale” e pertanto andrebbe fermata al più presto. Tutto ciò però, sul piano strettamente giuridico, non è affatto vero. Israele è stato costruito sul territorio del mandato britannico sulla Palestina, deciso dopo la fine della prima guerra mondiale e il crollo dell’impero ottomano, dal trattato di pace di San Remo (un trattato accessorio di quello di Versailles, si trova in rete fra l’altro qui) e poi della deliberazione della Società delle nazioni (le cui decisioni sono state interamente confermate dall’Onu al momento della sua fondazione).
La premessa del mandato è che “recognition has thereby been given to the historical connexion of the Jewish people with Palestine and to the grounds for reconstituting their national home in that country “, con il quale viene dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina come base per ricostituire in quale paese la loro nazione”. All’articolo 6 si impone al mandatario di “shall facilitate Jewish immigration [...] and shall encourage [...] close settlement by Jews on the land, including State lands and waste lands not required for public purposes“,  cioè facilitare l’immigrazione ebraica e di incoraggiare il “fitto insediamento” (o “colonizzazione” la parola è sempre “to settle”) della terra, incluse le terre statali e quelle vuote non necessarie a scopi pubblici.
Questo testo, che ha valore legale si riferisce a tutta la Palestina mandataria. La proposta di divisione dell’Assemblea generale dell’Onu, che fu respinta dai paesi arabi, gli accordi armistiziali e poi quelli di Oslo, che rimandano tutti al futuro non hanno cambiato la condizione giuridica del territorio, anche della parte che fu arbitrariamente occupata dalla Giordania nel ’49. Il mandato di Palestina tutto, anche il “west Bank”, come si iniziò a chiamarne un pezzo dopo il ’49, era destinato a patria del popolo ebraico e la sua “colonizzazione” era e resta perfettamente legale. La convenzione di Ginevra che spesso si cita come prova dell’illegalità israeliana non c’entra niente: sia perché si applica a territori occupati, come Giudea e Samaria non sono, sia perché riguarda trasferimenti forzati di popolazione e pulizia etnica, come in quella zona ha perpetrato la Giordania e vorrebbe commettere l’Anp, ma Israele non ha mai fatto. I fatti che ho esposto sono ben noti.
E’ quel che ha scritto il rapporto della commissione Levy (dal nome dell’ex giudice della corte suprema israeliana che l’ha presieduto) del 2012; è quel che è stato affermato di recente da un appello di giuristi contro la decisione, tutta politica, della Commissione Europea di proibire ogni suo finanziamento ad attività che hanno sede oltre la linea armistiziale del ’49: ” la definizione dell’UE della Giudea e Samaria come “territori palestinesi” o” territori occupati” è priva di qualsiasi valore legale o di fatto. L’area non è mai stata definita come tale [ai sensi del diritto internazionale] e quindi l’uso continuo dell’Unione europea di questa terminologia mina la negoziati per una pace permanente” La percezione di illegalità degli insediamenti israeliani da parte “dell’UE deriva da ragioni differenti dal diritto internazionale”. Inutile dire che queste analisi e altre consimili sono regolarmente ignorati dai giornali…”

lunedì 21 ottobre 2013

Il ’48 secondo Abu Mazen: all’Onu dice una cosa, alla tv palestinese un’altra

Lo scorso 26 settembre il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha affermato:
“Io personalmente sono una delle vittime della Nakba[“catastrofe”, il termine con cui i palestinesi indicano la creazione dello Stato di Israele], in mezzo alle centinaia di migliaia di persone del mio popolo sradicate nel 1948 dal nostro bellissimo mondo e gettate nell’esilio”.
Lo stesso Abu Mazen, tuttavia, all’inizio di quest’anno, raccontando alla tv ufficiale palestinese come avvenne che lui e altri arabi lasciarono nel 1948 la città nativa di Safed, una città mista arabo-ebraica nel nord di Israele, non aveva detto che lui e gli altri erano stati “sradicati e gettati in esilio”. Aveva invece affermato che se n’erano andati di propria iniziativa spinti dalla paura, spiegando che all’epoca gli arabi di Safed temevano una vendetta da parte degli ebrei per via dei “massacri” del 1929 subiti dagli ebrei “in modo particolarmente grave” a Safed e a Hebron. Per questo, aveva spiegato Abu Mazen, e non perché fossero stati cacciati dalle forze sioniste, gli abitanti arabi palestinesi avevano abbandonato Safed di propria iniziativa “sopraffatti da questa paura” che li spinse a “lasciare la città in modo disordinato”.
Questa la parte saliente (sottotitolata in inglese da Palestinian Media Watch) dell’intervista di Abu Mazen alla tv dell’Autorità Palestinese (1 gennaio 2013) in cui il presidente palestinese spiega come e perché gli arabi abbandonarono Safed nel 1948:
«L’Esercito di Liberazione [arabo] si ritirò dalla città [di Safed, nel 1948], causando l’inizio dell’emigrazione della gente [araba]. A Safed, così come a Hebron, la gente temeva che gli ebrei si sarebbero vendicati per il massacro del 1929. Il massacro del 1929 era stato particolarmente grave a Safed e a Hebron. Ricordiamo i tre uomini di queste città che furono giustiziati: Ataa al-Zir, Jamjoum e Fuad Hijazi. Hijazi era di Safed, gli altri due di Hebron. La gente [di Safed, nel 1948] fu sopraffatta dalla paura e questo la spinse a lasciare la città in modo disordinato». (Da: TV dell’Autorità Palestinese, 1.01.13)
Abu Mazen fa riferimento a tre arabi palestinesi – Muhammad Jamjoum, Fuad Hijazi e Ataa Al-Zir – che vennero giustiziati nel 1930 dai tribunali del Mandato Britannico perché, stando al rapporto inoltrato all’epoca dal Governo britannico alla Società delle Nazioni, ritenuti colpevoli d’aver “commesso omicidi particolarmente spietati a Safed e a Hebron” contro civili ebrei e soldati britannici durante i pogrom del 1929 (costati la vita a 83 ebrei).
Questo non è certo l’unico caso in cui gli stessi palestinesi hanno riconosciuto che l’esodo dei profughi nel 1948 avvenne per ragioni diverse da quelle ufficialmente proclamate dalla propaganda anti-israeliana (che accusa Israele d’aver attivamente cacciato i palestinesi con una premeditata politica di “pulizia etnica”). Alcuni di loro accusano i notabili arabi locali, altri danno la colpa a governi ed eserciti dei paesi arabi circostanti (che attaccarono Israele per impedire la spartizione votata all’Onu). Un esempio recente è l’intervista a questo palestinese:
«Reporter della TV dell’Autorità Palestinese: “Come abbandonaste [il villaggio di] Bir Ma’in? Avete subito la Nakba?”
Residente del campo palestinese di Qalandiya, in Cisgiordania: “Sì, sono venuto via quando avevo vent’anni. Venimmo via, voglio dire, e quello che ci fece partire fu l’esercito giordano, perché ci sarebbero state delle battaglie e noi saremmo stati sconfitti. Ci dissero: andatevene, in due ore lo libereremo [il villaggio] e allora ritornerete. Partimmo con i soli vestiti, non prendemmo nulla perché dovevamo tornare dopo un paio d’ore. A che scopo portare qualcosa? Oggi stiamo ancora aspettando quelle due ore”.» (Da: TV dell’Autorità Palestinese, 15.05.13)
Cliccare qui per vedere altre testimonianze di arabi (tradotte in inglese da PMW) sui motivi che causarono il loro esodo durante la guerra araba contro Israele del 1948.
(Da: PMW Bulletin, 10.10.13)

domenica 20 ottobre 2013

Dissipati in corruzione e nepotismo gli aiuti UE all’Autorità Palestinese

L’Autorità Palestinese ha “sprecato, sperperato o perso nella corruzione” almeno 1,95 miliardi di euro in aiuti donati dall’Unione Europea fra il 2008 e il 2012. Lo afferma un rapporto – non ancora pubblicato, ma anticipato lo scorso fine settimana dal britannico Sunday Times – redatto dalla Corte dei Conti Europea, un organismo istituito nel 1977 in Lussemburgo con il compito di controllare entrate e uscite dell’Unione Europea.
Secondo il reportage del Sunday Times, il rapporto afferma che gli ispettori europei hanno visitato Gerusalemme est, striscia di Gaza e Cisgiordania e hanno rilevato “carenze significative” nella gestione e assegnazione dei fondi da parte dell’Autorità Palestinese, e serie “difficoltà” nel fronteggiare “rischi di alto livello come la corruzione e l’utilizzo dei fondi per scopi diversi da quelli previsti”.
Il rapporto della Corte dei Conti Europea sottolinea che Bruxelles ha esercitato ben poco controllo sul modo in cui sono stati utilizzati i fondi per aiuti trasferiti tra 2008 e il 2012 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza controllata da Hamas.
Interpellata sul tema, Transparency International, un osservatorio con sede a Berlino dedicato al monitoraggio della corruzione in politica e nelle aziende, ha affermato che lo stallo che paralizza il parlamento palestinese dal 2007 ha “accordato all’amministrazione [di Ramallah] una gestione illimitata dei fondi pubblici”, aggiungendo inoltre che il nepotismo è estremamente diffuso nei settori pubblico e privato palestinesi.
Stando a un sondaggio dell’opinione pubblica palestinese condotto nel luglio 2012, il 71% dei palestinesi ritiene che vi sia corruzione nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese sotto il controllo del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e circa il 57% pensa la stessa cosa delle istituzioni controllate da Hamas nella striscia di Gaza. In un’audizione tenutasi nel luglio 2012 alla Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti americana, l’establishment politico palestinese è stato accusato di “cleptocrazia cronica”, puntando il dito direttamente contro Abu Mazen e i membri della sua famiglia.
Da tempo Israele esprime preoccupazione per il modo in cui i palestinesi utilizzano l’aiuto finanziario accordato dalla comunità internazionale.

(Fonte: Times of Israel, Israel HaYom, YnetNews, 13 e 14 Ottobre 2013)

lunedì 14 ottobre 2013

Israeliano assassinato in Giudea e Samaria a bastonate da terroristi palestinesi. Ma il mondo preferisce girare lo sguardo…

Valle del Giordano (Cisgiordania) – Dilaga il terrorismo palestinese antisraeliano, guidato dal’odio antiebraico: dopo il ferimento di una bambina avvenuto pochi giorni fa poco lontano da Gerusalemme ad opera di un palestinese proveniente da Ramallah e le uccisioni a sangue freddo delle ultime settimane di altri due ragazzi israeliani (il tutto ovviamente nel silenzio generale dei mass media nostrani, come sempre), ieri sera Sariya Ofer, 61 anni, colonnello riservista delle Forze di Difesa israeliane, è stato ucciso in un attacco quasi certamente di natura terroristica, davanti a casa sua a Brosh Habika, poco lontano dal moshav Shadmot Mehola, nella Valle del Giordano settentrionale.
Secondo la testimonianza della convivente Monique Omer, rimasta ferita, quando verso l’una la coppia è uscita per controllare rumori sospetti, Ofer è stato aggredito da almeno due uomini che hanno infierito su di lui uccidendolo a colpi di spranga e di ascia. La donna è riuscita a fuggire e a raggiungere l’autostrada 90, dove ha chiesto aiuto ed è stata soccorsa e portata all’ ospedale HaEmek di Afula.
Per una tragica coincidenza, Sariya Ofer è stato assassinato esattamente nel giorno che segna il 40esimo anniversario della morte del fratello, Yitzhak Ofer, pilota di jet, caduto l’11 ottobre 1973 quando il suo aereo venne abbattuto sopra le alture del Golan durante i primi giorni della guerra di Yom Kippur.
(Fonte: Israele.net, 11 Ottobre 2013)

Un tunnel sotto il confine per fare attentati dentro Israele


Scoperta una galleria eccezionalmente attrezzata, costruita dai terroristi col 

cemento 

che Israele lasciava entrare a Gaza per le case dei civili


All’interno del tunnel dei terroristi
All’interno del tunnel dei terroristi
Hanno scavato per più di un anno utilizzando martelli, trapani e pale. Hanno messo in opera migliaia di archi e lastre di cemento (per lo più prodotti che Israele a lasciato entrare a Gaza per alleviare la crisi nel settore delle costruzioni civili) per un peso complessivo di 500 tonnellate. Hanno teso cavi elettrici e del telefono, hanno postato binari per carrelli.
Il tunnel dei terroristi scoperto giovedì scorso dalle Forze di Difesa israeliane al confine con la striscia di Gaza è lungo più di 1,7 km, appare eccezionalmente sofisticato e testimonia della fiorente industria che ruota intorno al terrorismo e all’irriducibile obiettivo di realizzare sequestri e attentati in territorio israeliano, a otto anni dal completo ritiro di tutti i civili e militari israeliani dalla striscia di Gaza.
Nei giorni scorsi ingenti forze del Genio hanno impiegato ruspe e camion per portare alla luce le aperture e il tragitto del tunnel, che inizia nei pressi del villaggio di al-Absan Zarir, a est di Khan Yunis, nella striscia di Gaza. Lo sbocco d’uscita, 300 metri all’interno del territorio israeliano, è in un campo di grano incolto non lontano dal kibbutz Ein Hashlosha.

Scavato a una profondità media di 18 metri sotto la superficie, con il punto più basso a 22 metri di profondità sul versate palestinese, il tunnel passa sotto alla barriera di confine che protegge Israele dalle infiltrazioni terroristiche. All’interno è abbastanza alto da permettere a un uomo di camminare liberamente.
I cavi che corrono lungo le pareti consentivano di mantenere comunicazioni ininterrotte con la base, nonché una abbondante illuminazione con lampade alogene a risparmio energetico.
Sacchi di materiale da costruzione, alcuni di produzione egiziana, mostrano che i lavori non erano ancora terminati, e non è chiaro fino a che punto i palestinesi avessero programmato di spingersi all’interno di Israele.
Fieri della loro opera, alcuni costruttori hanno persino inciso i loro nomi sulle pareti di cemento.
I soldati israeliani hanno anche trovato all’interno della galleria resti di cibo e incarti alimentari, che testimoniano delle lunghe ore che i costruttori devono avervi trascorso: insaccati, carte di cioccolato datate lo scorso giugno, una bevanda casearia con scadenza 22/6/2013.
“Si tratta di uno dei più sofisticati tunnel del terrorismo scoperto negli ultimi anni”, ha dichiarato il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, Yoav Mordechai.
Il tunnel non è stato scoperto per caso, come in altri casi precedenti, ma grazie ai calcoli del Comando Meridionale e della Divisione Gaza e ai precisi rapporti delle pattuglie sul terreno. Le Forze di Difesa israeliane utilizzano una gamma di strumenti per scoprire i tunnel del terrorismo, diversi dei quali sono tenuti segreti.
Questo è il terzo tunnel scoperto quest’anno, ricorda il capo del Comando Meridionale, generale Sami Turgeman, che aggiunge: “Si tratta in ogni caso di una grave violazione della sovranità israeliana. E se Hamas dovesse riuscire a realizzare i suoi propositi terroristici, in particolare utilizzando un tunnel, ne subirà pesanti conseguenze”.
Secondo Turgeman, “continuano a scavare numerose gallerie e si tratta di una grande industria che coinvolge affittuari di case e terreni, progettisti, scavatori e ingegneri. Si tratta di una vera industria terroristica e tutte le parti coinvolte ne subiranno le conseguenze”, nel caso malaugurato che un attentato dovesse riuscire.
Indicato dalla lettera A, il kibbutz Ein Hashlosha
Indicato dalla lettera A, il kibbutz Ein Hashlosha
Hamas, continua il comandante israeliano, che pure dall’Operazione israeliana “Colonna di nube difensiva” (novembre 2012) impedisce attentati contro Israele e dunque per ora “funziona come un fattore di contenimento”, investe tuttavia “decine di milioni di dollari nello scavo di questi tunnel anziché investirli nella comunità, nella costruzione di case e scuole, nell’industria e nei commerci. Hamas continua a rafforzarsi approfittando cinicamente delle nostre buone intenzioni quando lasciamo che vengano importati a Gaza materiali da costruzione a beneficio dei civili, benché possano essere usati anche per scopi ostili”.
In seguito alla scoperta del tunnel, il Coordinatore per le attività governative israeliane nei Territori, Eitan Dangot, ha ordinato di sospendere fino a nuovo ordine i trasferimenti nella striscia di Gaza di materiali da costruzione.
Turgeman sottolinea che gallerie di questo genere possono essere usate per realizzare rapimenti, attacchi contro le forze israeliane e attentati contro bersagli civili.
Fu penetrando con un tunnel in Israele che Hamas, in collaborazione con altri gruppi terroristici, nel 2006 sequestrò il soldato israeliano Gilad Shalit, poi tenuto come ostaggio per cinque anni e rilasciato solo in cambio della scarcerazione di 1.400 palestinesi condannati per reati contro la sicurezza.
“Un tunnel – conclude il generale – può restare sempre attivo, e non solo in tempo di guerra. E Hamas è sotto pressione dopo che ha perso il sostegno strategico dei Fratelli Musulmani al Cairo”. Specie ora che gli egiziani sono attivamente all’opera per recidere i collegamenti tra i miliziani della Penisola del Sinai e quelli dalla striscia di Gaza. “Eppure – conclude Turgeman – Hamas continua a incrementare il suo arsenale di razzi e a darsi da fare per rafforzare le sue capacità militari e terroristiche”.
“La scoperta di questo tunnel – ha detto il ministro della difesa Moshe Ya’alon – significa aver sventato gravi azioni terroristiche e aver salvato la vita ad israeliani che vivono nella zona. Il tunnel è una prova ulteriore che Hamas, nonostante la tregua che ha dovuto accettare, continua imperterrita a prepararsi per attività terroristiche e per uno scontro con Israele”.
Il portavoce dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, ha commentato la scoperta del tunnel tra la striscia di Gaza e Israele, dichiarando: “La volontà nella mente e nel cuore dei membri della resistenza conta molto di più delle gallerie scavate nel terreno. Tale volontà è capace di produrre migliaia di tunnel”.
I Comitati di Resistenza Popolare palestinesi hanno sottolineato che la scoperta del tunnel dimostra l’intenzione di proseguire le operazioni con l’obiettivo di rapire soldati israeliani da utilizzare come ostaggi per ricattare Israele e costringerlo a scarcerare terroristi detenuti.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 13.10.13)

        


Il rifiuto di Malek Jaziri

Tashkent (Uzbekistan), 11 Ottobre 2013 – Storie che non hanno nulla a che fare con lo sport. Due atleti, nello specifico tennisti, che si incrociano nelle fasi finali di un torneo e non disputano il match per ragioni politiche. La storia tristemente vera ha come protagonista il tunisino Malek Jaziri che avrebbe dovuto affrontare a Tashkent per i quarti di finale, l’israeliano Amir Weintraub. In dubbio fino all’ultimo, tennista nord africano, ha poi dato forfait seguendo le indicazioni arrivate direttamente dal suo paese d’origine: la Tunisia.
Le autorità tunisine negano infatti ai propri atleti la possibilità di poter scendere in campo contro israeliani  per via dei rapporti difficili tra le due nazioni e, come sottolinea il Ministro dello Sport Tarak Dhiab, per dare sostegno alla presa di posizione della Tunisia che appoggia e sostiene la causa palestinese. Ufficialmente il rifiuto di Jaziri è arrivato a seguito di una mail ricevuta direttamente dalla Federation Tunisienne de Tennis e che il fratello-manager Amir ha poi divulgato attraverso gli organi di stampa. “Dopo l’incontro di questo pomeriggio con il Ministero della Gioventù e dello Sport”- questo il testo della mail – “vi informiamo con immenso rammarico la decisione di non far giocare il match contro il giocatore israeliano” Mail confermata anche dal portavoce del Ministero dello sport, Sadok Touati, che attraverso l’Associated Press ha dato riprova che la Federazione ha inviato alcune comunicazioni al tennista dopo aver consultato il Ministero.
Non è la prima volta che un atleta tunisino si trova ad affrontare una situazione analoga.
In passato anche la tennista Ons Jabeur si rifiutò di scendere in campo contro Shahar Peer perché di nazionalità israeliana, mentre nel 2011, Sarra Besbes schermitrice sempre tunisina, rimase passiva quando dovette affrontare un’avversaria proveniente di nazionalità israeliana. La “mossa” della Besbes che decise di partecipare all’incontro, se pur in maniera passiva, evitò di fatto una sanzione della federazione internazionale all’atleta stessa. Per Malek Jaziri invece le conseguenze potrebbero essere pesanti, qualora ITF dovesse optare per una radiazione per i tornei futuri e la cancellazione dei punti Atp finora guadagnati dal tennista.
Ancora non si conoscono le decisioni ufficiali ma si iniziano a raccogliere testimonianze a riguardo. Nick Imison, portavoce dell’International Tennis Federation, ha reso noto che nel fine settimana verranno chieste spiegazioni alla Federazione tunisina per chiarire le circostanze, aggiungendo che “L’ITF crede che lo sport favorisca la buona collaborazione tra nazioni e come tali giocatori dovrebbero essere in grado di competere liberamente sul circuito internazionale”
Triste storia dunque per lo sport e per Malek Jaziri che dopo aver raggiunto i quarti di finale superando l’ucraino Sergiy Stakhovsky con un perentorio 6-4, 6-2 si è dovuto arrendere, per cause di forza maggiore, ad  Amir Weintraub in quella che per lui rischia di diventare una “sconfitta” troppo dura da digerire e da dimenticare.
(Fonte: Tennis.it, 11 ottobre 2013)