Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

domenica 27 gennaio 2013

Il silenzio di Birkenau.

Il silenzio di Birkenau non assomiglia a nessun altro silenzio: ha in sé le grida di disperazione, le preghiere strangolate di migliaia e migliaia di comunità che il nemico condannò ad essere ingoiate dall'oscurità di una notte infinita, una notte senza nome. Il tacere degli uomini congelato nel cuore della disumanità. Silenzio eterno sotto un cielo azzurro.

Silenzio di morte nel cuore della morte...

Nel regno delle ombre che è Auschwitz nessuno cammina lentamente; la morte si getta contro la sua preda. Non ha tempo, la morte: dev'essere contemporaneamente dappertutto.

La vita, la morte: tutto si unisce in una folle velocità. Il futuro si limita qui all'attimo che precede la selezione; qui bisogna correre dietro al presente, perché non scompaia del tutto. Si corre a lavarsi. Si corre mentre ci si veste. Si corre alla distribuzione del pane, della margarina, della zuppa. Si corre all'appello, si corre al lavoro, si corre da un blocco all'altro, alla ricerca di uno sguardo famigliare. Alla ricerca di una parola di consolazione.

L'abbaiare dei cani... le grida dei carnefici, il rumore dei randelli di gomma che si abbattono sulla nuca dei prigionieri. Il dolore rende muti gli uomini affamati e deboli; la loro umiliazione pesante come una maledizione.
 
RIFLESSIONE di Elie Wiesel

Che cosa significa "mai più!"

Commento di Ugo Volli




Cari amici,

oggi è il giorno che una legge europea ripresa anche dall'Italia dedica al ricordo della Shoah. Un ricordo che riguarda non il piano religioso e quello emotivo del compianto, che sono celebrate a parte: gli ebrei per esempio tengono il lutto per la strage di sei milioni di fratelli in un'altra data," Yom haShoah", che cade dopo Pasqua. La ricorrenza di oggi è civile, dunque politica. Dice: mai più! Impegna le generazioni a che non si ripeta il genocidio. Ma per poter prendere questo impegno bisogna comprendere, bisogna capire che cosa è stata la Shoah, individuarne le cause, imparare a vedere i sintomi. Dunque ragionare, non semplicemente piangere. E non pensare che si sia trattato di una specie di terribile caso, della presa del potere di un pazzo criminale che abbia compiuto una gigantesca strage per pura follia, da solo o attorniato da un gruppo relativamente piccolo di pazzi come lui - un po' come i giornali raccontano di persone disturbate che di colpo prendono un fucile e ammazzano tutti quelli che si trovano attorno. Questo è un pensiero consolante, che allontana la colpa dagli altri, limita il senso dell'evento, produce rimedi minimi di buon senso: basterebbe rendere più difficile l'accesso alle armi o individuare per tempo gli psicopatici.
Non è andata così. Hitler e la sua banda erano criminali, senza dubbio e anche patologicamente propensi alla violenza. Ma non hanno agito per follia, non si sono mossi d'improvviso, non erano isolati. Hanno attuato un piano lungamente e minuziosamente preparato. Ci sono i verbali della conferenza di Wansee in cui la decisione della "soluzione finale" fu presa: piani dettagliati, freddamente predisposti, eseguiti con cura burocratica. Ci sono i precedenti: Hitler aveva proclamato le sue intenzioni in tutti i modi, anche in un libro ("Mein Kampf", la mia battaglia) ben prima di andare al potere, e fu eletto anche per questo, non nonostante questo. E le popolazioni interessate, non solo i tedeschi, ma i lettoni, i lituani, gli ungheresi, i croati, tanti altri fra cui molti italiani, espressero un buon numero di "volonterosi carnefici". I giusti che provarono a salvare le vittime furono molto meno.
Accade nella storia che dei popoli scompaiano, siano distrutti o si assimilino coi loro vicini. Ci sono stati crimini terribili, compiuti più o meno da tutti: la conquista romana dell'impero, la grande espansione islamica, la colonizzazione dell'Africa hanno comportato lutti e distruzioni immense, repressioni spaventose. I genocidi sono qualcosa di più: il tentativo lucido e consapevole di distruggere completamente un popolo, di eliminarlo dalla faccia della terra. Sono crimini relativamente rari E' accaduto nel secolo scorso oltre che con gli ebrei, con gli Armeni da parte della Turchia, con i Tutsi in Ruanda.
La Shoah è stata un genocidio particolare, qualcosa di più perché si è realizzato in seguito a un percorso di persecuzioni millenarie, motivato per lo più sul piano religioso. L'idea che vi fosse qualcosa di salvifico per tutti nell'estinzione del popolo ebraico è stata intrecciata profondamente nel Cristianesimo e nell'Islam. Ripetuta per secoli da tutti i pulpiti, tentata per via di assimilazione (con umiliazioni e reclusioni, spesso per via legale con espulsioni e minacce gravissime scongiurabili solo con la conversione). Insomma il programma dell'eliminazione degli ebrei è stato diffuso continuamente secoli e secoli prima che il concetto di razza diventasse rilevante e che Hitler lo riprendesse. Calunnie infami, processi per accuse insensate, ghetti, roghi, progrom si sono ripetuti nella storia con regolarità terribile. Per fare un esempio, ma un esempio solo fra molte migliaia che si potrebbero citare, vi è una forte continuità fra il programma nazista e le prediche di un grandissimo personaggio religioso della tradizione europea come Martin Lutero.
Trovate in libreria il suo libro "Degli ebrei e delle loro menzogne" (Einaudi); ma se volete un riassunto efficace, vi consiglio un articolo di Giulio Meotti uscito ieri: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=47853 .
Insomma i precedenti vicini e lontani della Shoah ci sono stati, eccome. E ancora continuano. Non solo a destra, fra i neofascisti e neonazisti e fra i cattolici integralisti. Anche a sinistra, fra coloro che pensano che il problema per la sicurezza del mondo e la pace sia l'esistenza dello stato degli ebrei, cui per colmo di malignità affibbiano la qualifica di nazista, cioè gli ribaltano addosso la colpa del genocidio del loro stesso popolo (assolvendo così se stessi, la loro cultura e i loro avi, è chiaro) e la soluzione di tutti i mali la sua distruzione, o magari solo il suo depotenziamento e isolamento e disarmo finché altri non lo distruggano (che è la versione ipocrita di questa nuova propaganda per la Shoah).
Perché, se il tema è "mai più", bisogna considerare che vi sono quelli che non dicono solo che gli ebrei sono cattivi e maligni, che la Shoah non c'è mai stata e altre canagliate del genere. Vi è chi oggi, settant'anni dopo la fine del nazismo, dichiara in maniera assai più esplicita e diretta di quanto Hitler non abbia mai fatto, che gli ebrei vanno ammazzati tutti, fino all'ultimo. Solo così verrà la salvezza. Costoro sono gli islamisti, politici, capi terroristi, chierici, imam. Spesso si ignora questo lato genocida dell'islamismo, che è anch'esso radicato in secoli e secoli di predicazione. Ma c'è e oggi è dominante.
Se volete onorare la giornata la giornata della memoria vi chiedo di dedicare cinque minuti a guardare questo filmato (http://www.youtube.com/watch?v=dcbqSUMnZ8A), che è una sintesi di infiniti documenti in questo senso. Vi si ripete a chiare lettere che l'obiettivo religioso e non solo politico della guerra araba contro Israele, che dura ormai da quasi un secolo è la distruzione totale non dello stato di Israele (che sarebbe già cosa gravissima), ma degli ebrei in quanto tali, tutti, senza eccezione. Hitler non ha mai detto queste cose con altrettanta chiarezza. Non perché non le pensasse, ma perché temeva la reazione del suo pubblico, aveva paura che il suo messaggio espresso nella forma più chiara e più dura potesse impressionare quel che restava della coscienza morale dei suoi seguaci. Gli islamisti non temono affatto qualcosa del genere. Dicono con chiarezza il loro programma politico/religioso genocida.
Per questo al giornata della memoria oggi non può che essere una ricorrenza di impegno contro il programma genocida attuale, quello islamista e quindi di difesa di Israele, che è la sola barriera vera rispetto a questo progetto genocida (si è visto con Hitler quanto le buone parole della comunità internazionale contino e quanto ci si possa fidare di esse). Dire oggi "mai più" alla Shoah diventa un motto concreto se si dice "no" alla distruzione o all'indebolimento dell'autodifesa di Israele, se ci si impegna a resistere all'invasione islamista che scuote il mondo.

Ugo Volli





giovedì 24 gennaio 2013

Il signor Dalemmah e il suo strabismo politico: ennesima puntata

Ci risiamo. Come hanno segnalato gli amici di Progetto Dreyfus il famigerato signor Dalemmah ha colpito ancora: non contento di aver già dimostrato più di una volta in passato la sua totale parzialità a favore di Hamas o di Hezbollah, non sazio delle pessime figure fatte negli anni passati quando ha scaricato su Israele colpe e responsabilità chiaramente di altri, mai pago di trovare una giustificazione al terrorismo palestinese antisraeliano, l’ex Ministro degli Esteri italiano ha ribadito ancora una volta nel suo intervento al Seminario dei progressisti europei tenutosi al Cairo (!!!) il 19 e il 20 Gennaio 2013 la propria totale incapacità ad affrontare in maniera obiettiva la questione israelo-palestinese, dando poi grande enfasi e spazio sul proprio sito alle castronerie da lui dette in Egitto, come se fossero affermazioni di un grande statista internazionale.

Ora, a parte le affermazioni riguardanti la cosidetta Primavera araba che già di per se denotano una visione quantomeno parziale di quanto accaduto nei paesi interessati, dove il fondamentalismo islamico sta prendendo sempre più potere, e l’imbarazzante silenzio su ciò che sta avvenendo in Siria, quello che ha colpito delle parole dell’attuale Presidente del Copasir (organo del Parlamento italiano con funzioni di controllo dei servizi segreti) è stata l’accusa all’Unione Europea di utilizzare ”due pesi e due misure” nell’affrontare la questione israelo-palestinese perchè non si può continuare a ”fare finta che la relazione fra i palestinesi fragili e divisi e i potenti israeliani sia su una base di parita”.

Si, avete letto bene: secondo il signor Dalemmah l’Europa sarebbe sbilanciata a favore….di Israele! Quindi i continui ed incessanti finanziamenti ai palestinesi che finiscono nelle mani di Abu Mazen o di Hamas che così può comprare le armi dall’Iran, le continue dichiarazioni della Ashton contro i vari governi israeliani, il voto della maggior parte dei paesi europei all’ONU a favore della Palestina come stato osservatore non membro(in chiara violazione degli accordi di Oslo del 1993), il silenzio sui continui attacchi terroristici contro i civili israeliani, sono state tutte azioni volte a favorire lo Stato di Israele nei confronti dei poveri palestinesi.

Ma non finisce qui: “Dobbiamo anzitutto imparare a distinguere tra fondamentalismo intollerante e Islam politico“, e quindi il non avere avuto relazioni con Hamas da parte degli europei e’ stato ”un errore” perche’ “ha rappresentato un ostacolo all’unità del popolo palestinese“, fermo restando ovviamente “la necessita’ di Israele alla sicurezza e il suo diritto di esistere” che sono “una precondizione inevitabile per il negoziato”. Bene verrebbe da dire, applausi! Ma, ci chiediamo, il signor Dalemmah ha mai letto lo statuto di Hamas? Gli è mai arrivata voce del continuo indottrinamento all’odio effettuato da Hamas e Fatah (quindi Abu Mazen, quello moderato…) al proprio popolo tramite televisione e discorsi pubblici in arabo? Si è mai reso conto del fatto che una parte della popolazione civile israeliana vive sotto il continuo lancio di razzi e missili sempre più potenti (quelli che lui ha chiamato in passato “innocui mortaretti”…)?

In ambienti normalmente ben informati da tempo si parla di un ritorno di questo personaggio alla Farnesina, come responsabile della politica estera dell’Italia. Da parte nostra possiamo solo dire che, visti i precedenti, per la credibilità internazionale italiana forse sarebbe il caso di pensare ad una alternativa…

Guida a prova di giornalista scemo: 10 semplici punti su cosa è successo nelle elezioni politiche israeliane

Ora che la nebbia delle elezioni si è diradata ed Israele è stato ancora una volta un esempio brillante di democrazia, ecco le 10 principali indicazioni che possiamo ricavarne, ad uso dei giornalisti nostrani che già pubblicano foto di Netanyahu arrabbiato e parlano di una deriva a destra.

1. Israele non si è spostato a destra
Piuttosto gli elettori si sono mossi più verso il centro, come esemplificato dal debutto notevole di Yesh Atid del’ex-giornalista Yair Lapid. Che cosa significa questo per i grandi temi regionali e soprattutto per l’interazione con i palestinesi? Beh, questo dipende dalla natura della coalizione. E per questo, dovremo aspettare un po’.

2. Netanyahu è malconcio, ma ancora vincitore.
Quello di Martedì è stato un voto per il cambiamento. Decine e decine di membri della Knesset sono stati spazzati via. Ma Netanyahu è ancora in sella.

3. Il partito di Netanyahu, il Likud, ha subito una sonora batosta
Il Likud aveva 27 seggi alla Knesset, ora ne avrà solo 20. C’è molta amarezza visto che a destra si sono persi voti in favore di “Casa ebraica” di Naftali Bennett, mentre il suo alleato Yisrael Beytenu perde i voti russi a favore del centro di Yesh Atid. Molti dei colleghi di partito del primo ministro hanno un umore decisamente diverso da quello di Bibi, oggi.

4. Yair Lapid ha avuto un successo clamoroso
Nella sua prima incursione in politica, Yair Lapid ha travolto le aspettative. Netanyahu difficilmente potrà mettere insieme una coalizione senza di lui. Staremo a vedere come effettivamente potrà stare in piedi con i suoi principi tra squali della politica con molta più esperienza. Lapid, finora, non ha sbagliato una mossa: schivando persino l’alleanza con i Laburisti e Tzipi Livni, che poteva costargli molti seggi. Era difficile immaginare che molti israeliani provenienti dal centro o centro-destra avrebbero appoggiato una formazione come Yesh Atid, con legami nel centro-sinistra e sinistra. Probabilmente hanno giovato anche le sue dichiarazioni di non ostilità nei confronti degli ultra-ortodossi, e la distanza tenuta dall’amico di famiglia Ehud Olmert.

5. Yesh Atid dimostra di poter essere il centro politico israeliano
Il partito di Lapid ha preso 19 seggi da tutte le formazioni, con un astuto mix di candidati e un approccio inclusivo che evidentemente ha funzionato con gran parte dell’elettorato. Yesh Atid non appare come un insieme di politici opportunisti in cerca di una nuova casa, ma come un gruppo di talenti freschi, diversi, con un sacco di esperienza nel mondo reale, che ora rivolgono la loro attenzione alla politica. La loro evidente mancanza di esperienza parlamentare non è sembrata preoccupare i loro elettori; anzi semmai ha costituito un vantaggio.

6. I laburisti di Shelly Yachimovich non hanno convinto
Il Partito Laburista “rivitalizzato” dalla 52enne Shelly Yachimovich non va oltre 2 seggi in più del vecchio stanco Labor Party di Ehud Barak di quattro anni fa, e diventa il 3°partito. Molti israeliani sono preoccupati moltissimo per le disuguaglianze economiche e sociali, ma avrebbero voluto essere all’interno della coalizione di governo, mentre lei aveva scartato una partnership con Netanyahu. Altri potenziali elettori hanno sentito la mancanza di politiche valide sulla pace e la sicurezza. I voti degli irriducibili pacifisti sono andati a Meretz. In sostanza erano in pochi a vedere la Yachimovich come una credibile alternativa al premier Netanyahu, ma lei si giocherà la carta di fare pressioni su Lapid per evitare che possa aiutare Netanyahu nella formazione del governo.

7. Naftali Bennett ha solo iniziato la sua corsa
Erano così elevate le aspettative sulla “Casa ebraica” di Naftali Bennet, che un risultato finale di 11 seggi è visto da alcuni nel partito come una delusione. Ma è tutt’altro. In appena due mesi, Bennett con la forza di volontà e personalità – esperienza appresa nelle gerarchie d’elite dell’esercito, al fianco di Netanyahu in carica del primo ministro, nel mondo degli affari e nella gestione del Consiglio dei Coloni – ha quadruplicato la sua forza alla Knesset. Gli elettori in cerca di cambiamento e quelli giovani si sono divisi tra Bennett e Lapid. Bennett resta un uomo con una missione: compiere una sintesi sublime tra ebraismo ortodosso e sionismo laico. E’ solo all’inizio.

8. Israele gli arabi si fanno del male da soli
La comunità araba paga la sua bassissima partecipazione alle elezioni. Se in Israele gli arabi andassero alle urne in numero maggiore, avrebbero facilmente più rappresentanti alla Knesset e sarebbero in grado di difendere i propri interessi in modo più efficace (così come la comunità ultra-ortodossa ha fatto nel corso dei decenni). Addirittura la Lega Araba aveva suggerito agli arabi d’Israele di approfittare della possibilità data dalla sua democrazia, ma non è stata ascoltata.

9. Il blocco destra/Ortodossi perdono parecchi seggi cruciali
La mancanza di unità è costata più agli ortodossi che ai partiti di sinistra. In questo modo hanno perso la possibilità di essere determinanti ai fini della costruzione del governo di Netanyahu.

10. Politicamente Israele è ancora una nazione molto eterogenea
Il primo Ministro si è svegliato con l’arduo compito di formare una coalizione stabile gestendo i 120 seggi della Knesset: un mix di ebrei, arabi, destra radicale, sinistra radicale, ultra-ortodossi, laici e ogni altra sfumatura. Netanyahu ha poche opzioni davanti a se, tutte ugualmente problematiche. Il primo scenario è quello di formare un governo di centro-destra includento i suoi partner naturali: Habayit Hayehudi di Naftali Bennett gli ultra-Ortodossi sefarditi dello Shas e Degel HaTorah, un altro partito ultra-Ortodosso ma ashkenazita. Un secondo scenario è la creazione di una formazione che vada da destra al centro-sinistra (Yair Lapid di Yesh Atid, Tzipi Livni-Hatnua e Shaul Mofaz-Kadima), escludendo gli ultra-ortodossi.
Ma forse il miglior scenario per Netanyahu è quello di formare un governo ampio, con i suoi naturali partner di destra e il blocco centro-sinistra. In questo caso, la dimensione potrebbe anche essere uno svantaggio e Netanyahu dovrà lottare bene per stabilire linee guida chiare per tutti i membri della coalizione. Stiamo a vedere cosa succederà nelle prossime ore.

Alex Zarfati

[Da uno spunto di Timesofisrael, Ynet e i tg locali]

mercoledì 23 gennaio 2013

Abu Mazen: «I sionisti hanno voluto ed esagerato la Shoà»

I capi del movimento sionista spinsero i nazisti a uccidere gli ebrei per avere un argomento con cui rivendicare la terra di Palestina e fondare lo stato di Israele. È quanto ha affermato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) in un'intervista alla televisione libanese, diffusa in parte lunedì.

Durante l'intervista, Abu Mazen ha anche difeso la sua tesi di dottorato negazionista, completata negli anni ’80 presso l'Università di Mosca, in cui sosteneva, tra le altre cose, che il numero di ebrei uccisi dai nazisti sarebbe al massimo 600.000 , e non 6 milioni.

Nella stessa intervista Abu Mazen ha poi sostenuto che Israele avrebbe accolto la richiesta dell’Autorità Palestinese di consentire l’ingresso in Cisgiordania di 150.000 profughi palestinesi in fuga dalla guerra civile siriana, tra i quali Nayef Hawatmeh, capo della fazione terrorista Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp). Di recente è invece giunta la notizia che il governo israeliano aveva offerto di permettere l’ingresso in Cisgiordania di palestinesi in fuga dalla Siria a patto che rinunciassero per iscritto al cosiddetto “diritto al ritorno” (all'interno di Israele). Secondo la Associated Press, Abu Mazen aveva respinto l'offerta israeliana dicendo: “E’ meglio che muoiano in Siria piuttosto che rinunciare al diritto al ritorno”.



(Da: Israel HaYom, 22.1.13)

UN TERRORISTA RIMANE UN TERRORISTA!
CON CHI DOVREBBE FARE LA PACE ISRAELE? CON QUESTO personaggio???
MA PER FAVORE!!!

VIVA ISRAELE!



venerdì 18 gennaio 2013

Per l’Autorità Palestinese, Israele non esiste nemmeno nelle parole crociate

Il quotidiano ufficiale dell’Autorità Palestinese, Al-Hayat al-Jadidah, ha l’abitudine di collocare in “Palestina” e di definire “palestinesi” "occupate" le città israeliane che compaiono nelle definizioni delle sue parole crociate.


La segnalazione giunge dall'organizzazione non-governativa Palestine Media Watch (PMW) che in un comunicato diffuso la scorsa settimana afferma d’aver riscontrato numerosi esempi di tale sconcertante geografia sul giornale che fa capo al presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Ad esempio, in un cruciverba dello scorso dicembre, alla definizione “città palestinese meridionale” corrispondeva la risposta “Beersheba” (che è il capoluogo del Negev israeliano). Un’altra definizione, in un cruciverba del 2009, indicava “Tel Aviv” come una “moderna città nella Palestina occupata”. La località turistica di Eilat, nell'estremo sud di Israele, in un gioco del 2011 veniva definita “porto giordano sul Mar Rosso, a nord di Aqaba”, mentre Giaffa (che fa parte della municipalità di Tel Aviv) veniva definita: “porto palestinese sulle rive del Mediterraneo”. Altri cruciverba nel 2011 definivano “città palestinese” Tiberiade così come Acco (entrambe nel nord di Israele), mentre un gioco del 2009 definiva il massiccio del Carmelo (a Haifa) come “Montagne nella Palestina occupata”, e Lod (presso l'aeroporto internazionale Ben.Gurion) come “città palestinese occupata”.
Non basta. I quiz del quotidiano dell’Autorità Palestinese servono anche per celebrare i terroristi. Il Palestine Media Watch segnala, ad esempio, un cruciverba del 2009 che comprendeva la definizione: “Comandante e martire palestinese che ha guidato l’Operazione della Strada Costiera”. La risposta, naturalmente, è Dalal Mughrabi, la terrorista palestinese che nel 1978 capeggiò il devastante attacco terroristico contro un autobus della linea costiera costato la vita a 37 persone, tra cui 13 bambini. Un altro cruciverba celebrava Yahya Ayyash, il terrorista di Hamas che ideò le stragi suicide e i cui attentati sono costati la vita a decine di civili israeliani. Definizione: “Martire della Palestina, detto l’Ingegnere”.
Nel 1999 Palestine Media Watch diede notizia di un gioco di prole crociate, sempre su Al-Hayat al-Jadidah, che definiva lo Yad Vashem (il museo e memoriale della Shoà a Gerusalemme) “Centro ebraico per commemorare l’Olocausto e la Menzogna”. La notizia causò vivaci reazioni internazionali.
Quest'ultimo comunicato di Palestine Media Watch sottolinea l'intransigente pervicacia con cui, fin nei quiz delle parole crociate, l’Autorità Palestinese continua a negare il riconoscimento di Israele e persino la sua stessa esistenza.

(Da: Times of Israel, 8.1.13 – PMW, 30.12.12)

Non venitemi a dire che i palestinesi vogliono la pace. Fanno di tutto per dimostrare il contrario. Hanno preteso il riconoscimento all'Onu ma non cedono di un millimetro dalle loro posizioni intransigenti e negazioniste: Israele per loro neanche esiste. E allora se Israele non esiste contro chi combattono???

mercoledì 16 gennaio 2013

Gaza: Hamas testa nuovi missili a lungo raggio

Gaza, 13 Gennaio 2013 – A meno di due mesi dalla fine dell’operazione israeliana antiterrorismo palestinese denominata Amud Anan (“Pillar of Defense”, ossia “Colonna di nube difensiva”) Hamas ha effettuato un collaudo di nuovi missili a lungo raggio (si parla di decine di km) prodotti nella Striscia di Gaza grazie all’uso di tecnologie iraniane. Ne hanno dato notizia alcune agenzie di stampa palestinesi e in serata Hamas ha confermato il fatto, dichiarandosi soddisfatto del risultato ottenuto.

I razzi, almeno due, sono stati lanciati verso il mar Mediterraneo da una base d’addestramento sorta in quello che fino al 2005 era l’insediamento ebraico di Gush Katif (che quando fu abbandonato, lo ricordiamo, era un villaggio con appartamenti, campi irrigati e serre coltivate).

Per gran parte della stampa israeliana questo episodio indica come Hamas si stia preparando alla prossima guerra.

(Fonte: Israele.net, 14 Gennaio 2013 e La Voce della Russia, 15 Gennaio 2013

lunedì 14 gennaio 2013

Terrorismo, variabile indipendente

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

Scrive Amos Gilboa, su Ma'ariv: «C’è chi sostiene che il processo diplomatico influenza il terrorismo. Ma sbaglia: la storia dimostra il contrario. Lo stallo diplomatico non porta a una diminuzione del terrorismo (né a un suo aumento), così come la conduzione di negoziati non impedisce (né incrementa) il terrorismo. Il principale fattore che fa diminuire il terrorismo è l’efficacia dell’apparato difensivo di Israele. I processi diplomatici, sia approfonditi che superficiali, sono sempre una cosa buona e importante, ma non rappresentano necessariamente una ricetta utile contro il terrorismo».
(Da: Ma’ariv, 14.1.13)

Scrive Boaz Bismout, su Yisrael Hayom: «Non soltanto in Israele il terrorismo è al centro dell’attenzione. Durante lo scorso fine-settimana un paese come la Francia ha aperto ben due fronti in Africa: una fallita operazione per la liberazione di un ostaggio in Somalia e un’operazione nel Mali che sembra destinata a durare dei mesi. Ma non si odono analisti e opinionisti sostenere che l’operazione nel Mali ha il solo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal dibattito economico e sociale e dalle questioni interne; né si odono analisti e politici denunciare un uso sproporzionato della forza da parte delle forze francesi o il pericolo che esse possano causare vittime civili innocenti. Quando si tratta della guerra al terrorismo si applicano regole specifiche, ma questo evidentemente non vale per tutti i paesi».
(Da: Yisrael Hayom, 14.1.13)

Dan Margalit, su Yisrael Hayom, contesta le recenti critiche mosse dall’ex primo ministro Ehud Olmert all’attuale governo israeliano. Circa l’accusa di Olmert che il governo Netanyahu avrebbe sprecato troppi miliardi di shekel per una ipotetica operazione militare contro il nucleare iraniano, l’editorialista nota che quei fondi sono stati investiti per rafforzare le Forze di Difesa israeliane, e aggiunge: «Senza quegli investimenti, nessuno al mondo avrebbe imposto severe sanzioni all'Iran». Circa le critiche di Olmert alla gestione dell’operazione anti-terrorismo “Colonna di nube difensiva”, Margalit scrive: «L’operazione è stata gestita in modo più prudente e accorto dell’operazione “Piombo fuso” del gennaio 2009, e ha portato agli stessi risultati con meno vittime e meno condanne internazionali». L’editoriale respinge anche categoricamente l’idea che Olmert sarebbe potuto arrivare a un accordo di pace con i palestinesi e ricorda ai lettori che fu Abu Mazen a lasciar cadere l’offerta di pace israeliana».
(Da: Yisrael Hayom, 13.1.13)



L’ANP continua a chiedere soldi, ma intanto la famiglia di Abu Mazen si arricchisce

Ramallah (Cisgiordania) -Nonostante l’enorme quantità di finanziamenti ricevuti negli ultimi tempi, l’Autorità Nazionale Palestinese dichiara di essere in grave crisi economica, tanto da non poter pagare gli stipendi dei propri dipendenti che infatti a Dicembre sono scesi in piazza in sciopero per protestare contro questa situazione. In effetti secondo la Banca Mondiale e il FMI l’ammanco di cassa dell’ANP ammonta a circa 400 milioni di dollari, e per il mantenimento della struttura servono almeno 100 milioni di dollari al mese. Per questo motivo a breve una delegazione del governo di Mahmoud Abbas, guidata dall’attuale primo ministro Salam Fayyad, effettuerà alcuni incontri con Paesi Arabi e altri Paesi donatori al fine di richiedere ulteriore denaro. Faranno parte della delegazione anche il segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, e i ministri degli Esteri di Iraq e Libano.

Ma non tutti i dipendenti dell’ANP sono in cattive acque dal punto di vista economico: secondo quanto emerge da una indagine effettuata da Mohammed Rachid, ex consigliere economico di Arafat (la cui posizione destò non pochi sospetti anni fa) incaricato da alcuni donatori di scoprire dove finiscono i tanti milioni destinati alla ANP, proprio il presidente Abu Mazen e due dei suoi figli, Yasser e Tarek, avrebbero accumulato un vero patrimonio in contanti in conti in Svizzera (si parla di 200 milioni di dollari), dove il denaro sarebbe stato trasferito grazie al passaporto diplomatico di Yasser Abbas (già in passato denunciato da Hamas per corruzione).

Certamente la ricchezza accumulata negli ultimi anni dalla famiglia Abbas desta sospetti e indigna gli osservatori neutrali, ma sopratutto dimostra ancora una volta come le leadership palestinesi non siano mai state minimamente interessate allo sviluppo del proprio popolo, quanto piuttosto a trovare un modo per arricchirsi alle spalle di esso. Arafat docet.

Thanks to Rights Reporter

sabato 12 gennaio 2013

Lo Stato della Fratellanza Ebraica

Analisi di Mordechai Kedar


In Israele si avvicinano le elezioni, e i sondaggi prevedono quel che i media arabi con grande apprensione definiscono “La fulminea ascesa della destra radicale in Israele” sullo scenario politico israeliano, una tendenza ovvia per chi segue con attenzione i sondaggi. Negli ultimi giorni il telefono di chi scrive ha squillato senza sosta, le chiamate provenivano dai media arabi, tutti oppressi da una grande preoccupazione: il rafforzarsi dello spirito ebraico in Israele. Le stazioni radio dell’Autorità Palestinese, dalle quali sono spesso intervistato, esprimono grande inquietudine.
La domanda è: perché il mondo arabo è così preoccupato e che cosa teme? Una possibile risposta è che la destra radicale prenderà il controllo del paese e Israele dichiarerà guerra ai palestinesi per distruggere l’Anp e annullarne tutti i successi, in particolare il riconoscimento internazionale che due mesi fa aveva conseguito all’Assemblea Generale dell’ONU.
Anche se non posso negare questa possibilità, non mi sembra che sia questa la vera ragione, dal momento che, soprattutto nell’ambito dell’Autorità Palestinese, sono in molti a desiderare lo scioglimento dell’Anp, come abbiamo visto nel mio articolo della scorsa settimana. Le motivazioni di queste paure sono molto più profonde, hanno origine nella mentalità della società arabo-palestinese .
Un Israele dal carattere forte, che ha fiducia in se stesso e nella giustezza della propria causa, potrebbe cessare di comportarsi in modo remissivo, come ha fatto più di una volta in passato, sotto l’irresponsabile disponibilità di quei politici affascinati dagli slogan sulla pace. Potrebbe invece cominciare ad adottare un comportamento più consono alla regione. Numerosi politici israeliani, tra i quali alcuni primi ministri, avevano cercato la soluzione “ pace adesso”, guadagnandosi la fama di “ ricercatori di pace”, mentre in Medio Oriente sono stati interpretati come “ossequiosi mendicanti che supplicano un pezzo di pace”. Invece avviene il contrario, solo il vincitore è degno di ammirazione. Chi supplica perché gli sia risparmiata la vita e mendica la pace, di solito riceve un calcio che lo fa rotolare giù in fondo alle scale. La pace è l’ultima cosa che puoi ottenere quando la supplichi.
Nella regione in perenne stato di guerra in cui è situato Israele, chi è debole viene aggredito selvaggiamente: gli si spara addosso, i missili gli piovono sulla sua testa, gli autobus saltano per aria, viene delegittimato, messo ai margini dalla diplomazia, processato in Corti di Giustizia internazionali. Altri Stati lo minacciano e ripetutamente gli dichiarano guerra, mentre lui, debole, subisce tutti questi attacchi che gli piovono addosso dicendo “ in fondo sono solo parole”. Qualche volta alza la voce, ma in pochi lo prendono sul serio perché lui è debole e deferente, “cerca la pace”. Al contrario, solo il forte e sicuro di sè, colui che può mettere in atto una minaccia, che non si trattiene dall’usare la forza, che non cederà nulla che gli sia dovuto, avrà pace e tranquillità. Verrà lasciato in pace perché lo temono, questa è d’altronde l’unica pace che viene riconosciuta in Medio Oriente.
La pace appartiene a chi reagisce con grande forza al primo missile che viene sparato sul suo territorio, persino se cade in campo aperto, e non dichiara alla radio “non ci sono stati danni”, perché la realtà dei fatti è che davvero la sua sovranità ha subito un danno enorme, e nulla è più importante della sua sovranità. Una persona normale accetterebbe che qualcuno gli sparasse in casa, anche se “non ci sono stati danni”?
Il mondo arabo teme un Israele che dopo le elezioni potrebbe, lo volesse il cielo , essere più ebraico, perché allora il mondo potrebbe ricordare che gli ebrei, non gli israeliani, furono espulsi da qui 1942 anni fa, e che ora gli ebrei sono ritornati nella loro terra storica, la Giudea.
Un Israele più ebraico potrebbe essere un “cattivo”esempio per l’Europa, dove il senso dell’identità nazionale si fa sempre più debole e dove si guarda con indifferenza all’invasione islamica che sta minacciandone la natura. Il rafforzamento della destra israeliana potrebbe quindi incoraggiare l’Europa a far cessare l’imponente immigrazione di masse che cercano di trasformare l’Europa in una loro terra.
Un Israele ebraico potrebbe attrarre l’immigrazione degli ebrei del mondo e farlo diventare ai loro occhi il centro della comune esistenza, rendendolo così più forte dal punto di vista demografico, economico, sociale e politico. Questo processo potrebbe essere accelerato dall’antisemitismo in Europa, che cresce man mano che gli ebrei perdono la loro influenza, trasferita a gruppi immigrati che non si adattano alle regole sociali della vecchia e addormentata Europa.
Un Israele ebraico promuoverà la cultura ebraica, imprenditori, inventori, ricercatori e scienziati all’avanguardia che hanno portato il popolo ebraico a vincere un prodigioso numero di Premi Nobel renderanno Israele un baluardo della scienza, della tecnologia e dello sviluppo, dell’innovazione e dell’impresa, mentre nei paesi vicini, soprattutto negli ultimi due anni, tutto è diventato un pantano di sangue, fuoco e lacrime, colonne di fumo, distruzione e devastazione.
Un Israele ebraico sovrano, che ha fiducia in se stesso, dimostrerà ai suoi vicini per l’ennesima volta che gli ebrei non sono per nulla un altro “popolo protetto” (“ahal dhimmi “ nella loro lingua) che si deve adeguare alle regole decise dagli imam, che “deve pagare la tassa pro-capite in condizioni umilianti” (Corano, Sura 9, Versetto 29) secondo le abitudini dell’Arabia Saudita del VII secolo e.v.
Un Israele ebraico considererà con più determinazione Gerusalemme, la capitale degli ebrei da 3000 anni, molto tempo prima che i figli del deserto vi penetrassero con la forza, inventando una leggenda con la quale si attribuiscono un diritto sulla città fin dalla creazione del mondo.
Con un Israele più ebraico, si stringeranno tra gli ebrei reciproci legami di responsabilità, e si instaurerà una società più giusta, unita, onesta e umana, una società ebraica più forte e robusta, più determinata e in grado di affrontare le prove della vita che tutti coloro che vogliono sopravvivere in Medio Oriente devono sopportare. Questa società avrà un’immagine di sé più chiara, e non avrà bisogno di fare delle discriminazioni contro qualcuno solo per provare a se stessa che è “diversa”. Di conseguenza, il modo con cui lo Stato si riferirà alle minoranze, in particolare quella araba, sarà più umano e comprensivo, perché alla fine, la maggioranza ebraica e la minoranza araba saranno d’accordo per quel che concerne i veri problemi di una società tradizionale in un ambiente moderno e tollerante, reale e virtuale. Ebrei e arabi allo stesso modo aspirano a promuovere l’educazione delle nuove generazioni, il comportamento dei giovani, lontano da alcol e droga, il rispetto di genitori e insegnanti, e l’attaccamento alla religione e ai valori della tradizione.
Un Israele ebraico offrirà un robusto muro di difesa contro la radicalizzazione islamica e il tribalismo del mondo arabo, e proverà che solo un popolo che si riconosce nella propria identità sarà fedele alle sue origini, e potrà resistere con forza alla marea di radicalismo e violenza che travolge il Medio Oriente.
Questo è esattamente ciò che spaventa i nostri vicini: chi aveva sperato che con la crescita dei Fratelli Musulmani, gli israeliani sarebbero rimasti paralizzati dalla paura e sarebbero fuggiti dal proprio paese, scopre, al contrario, che Israele è lo Stato della Fratellanza Ebraica, che non fugge davanti al nemico. Uno Stato ebraico come questo dimostrerà agli Stati vicini e a quelli lontani che gli ebrei sono ritornati alla loro patria storica ed eterna e che vi rimarranno per sempre. Solo in questo modo Israele otterrà la pace dai suoi vicini. Non sarà una pace di baci e abbracci, perché questo non esiste in Medio Oriente, ma sarà piuttosto una pace che nascerà dall’accettazione da parte dei nostri vicini della realtà che l’Onnipotente ha loro imposto, con la consapevolezza che non hanno altra scelta se non quella di accettare la realtà per quella che è.
Nella tradizione islamica, la pace viene concessa solo agli infedeli che si dimostrano invincibili, una pace temporanea che può durare finchè il nemico resta invincibile. Questa è la pace che Israele potrebbe ottenere dai suoi vicini, che potrà essere imperitura, finchè Israele continuerà a restare invincibile per sempre.
Un Israele ebraico garantirà a tutti i suoi cittadini la pace e obbligherà i vicini a lasciarlo in pace; questo è il motivo per cui i suoi vicini temono un Israele più ebraico.
La pace sia con voi, con la grazia di Allah e le sue benedizioni.


Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi. Link: http://eightstatesolution.com/

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venerdì 11 gennaio 2013

L’Autorità Palestinese si trova attualmente impantanata in una crisi finanziaria che si è in gran parte auto-inflitta e che è così grave che potrebbe portare a quella che un alto esponente di Fatah ha recentemente definito una “esplosione popolare”. Purtroppo, però, anziché adottare misure responsabili per cercare di porre rimedio a tale situazione, l’Autorità Palestinese preferisce ricorrere alla collaudata tattica di dare tutta la colpa a Israele.
Il mese scorso, ad esempio, Ahmed Assaf, portavoce di Fatah, ha sostenuto che la crisi finanziaria è conseguenza della decisione del governo israeliano di requisire il gettito di tributi e dazi palestinesi. All’incirca negli stessi giorni il primo ministro dell’Autorità Palestinese, Salam Fayyad, esortava i palestinesi a lanciare quella che definiva una “intifada economica” contro Israele e a boicottare tutti prodotti israeliani. Ciò che i capi palestinesi hanno convenientemente evitato di dire è che il gettito fiscale “espropriato” da Israele è stato usato per pagare i debiti in sospeso dei palestinesi verso la Società Elettrica Israeliana. La Società Elettrica Araba di Gerusalemme, che fornisce l’elettricità ai palestinesi, compra energia dalla Società Elettrica Israeliana. Ma non la paga. Come ha ricordato il corrispondete per gli affari palestinesi del Jerusalem Post Khaled Abu Toameh, i palestinesi – soprattutto quelli nei campi profughi – o evitano di pagare la bolletta dell’elettricità (così come quella dell’acqua e altre bollette municipali) o la rubano direttamente. (Cosa ci stiamo a fare, poi, dei “campi profughi" palestinesi in un territorio palestinese gestito da diciotto anni dall'Autorità Palestinese è un’altra questione su cui meriterebbe riflettere.)
Evidentemente, per via di un ipertrofico senso dei diritti acquisiti, molti palestinesi ritengono che la comunità internazionale e in particolare i contribuenti europei e americani debbano pagare tutte le loro bollette. Altri, giustamente diffidenti per la corruzione dei funzionari dell’Autorità Palestinese, non vogliono vedere sperperare i loro sudati guadagni.
Intanto l’Autorità Palestinese continua a non fare nessuno sforzo per far rispettare la legge, specialmente nei quartieri detti “campi profughi”. Al contrario, con il sostegno di Fayyad ha deciso di annullare tutte le bollette per l’energia elettrica non pagate dai palestinesi che vivono in Cisgiordania. Nel frattempo Fayyad si è scagliato contro Israele per aver osato recuperare i debiti dei palestinesi verso la Società Elettrica Israeliana.
Un altro fattore completamente sotto controllo palestinese che aggrava la crisi finanziaria è l’enorme ammontare dello spreco nel bilancio dell’Autorità Palestinese, finanziato quasi interamente dai donatori internazionali, in particolare dai contribuenti americani ed europei. Ogni mese, ad esempio, l’Autorità Palestinese invia 120 milioni di dollari nella striscia di Gaza controllata da Hamas. La maggior parte di questi soldi serve per pagare gli stipendi di circa 8.000 dipendenti dell’Autorità Palestinese (di Fatah) che vivono nella striscia di Gaza (sotto Hamas) e che stanno a casa senza lavorare. Questa pratica, che ha il solo scopo di mantenere una presenza dell’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza, è in vigore sin dal violento golpe di Hamas a Gaza del 2007.
Intanto, l’altra settimana, Fatah ha speso più di un milione di dollari per le celebrazioni del 48esimo anniversario dell’“avvio della rivoluzione”, cioè del suo primo attacco terroristico contro Israele.
I palestinesi sono stanchi dell’ipocrisia degli alti esponenti dell’Autorità Palestinese che invocano il boicottaggio di Israele. Fayyad, ad esempio, vive con la famiglia nella parte est di Gerusalemme e gode di tutti i servizi municipali garantiti dall'amministrazione israeliana. Come ha documentato Abu Toameh, alti funzionari dell’Olp e di Fatah fanno shopping nei negozi israeliani e utilizzano servizi israeliani sia in Cisgiordania che in Israele. Perché mai i circa 40.000 palestinesi con permesso di lavoro in Israele e le altre decine di migliaia che guadagnano facendo affari con Israele dovrebbero seguire l’appello di questi capi a lanciare un boicottaggio? Farlo non farebbe che aggravare la situazione economica.
Anziché imboccare la strada dell’auto-governo accettando di assumersi la responsabilità per la propria situazione, Fayyad e gli altri capi palestinesi hanno optato ancora una volta per la collaudatissima strada del vittimismo. Evidentemente i leader palestinesi in Cisgiordania pensano di poter deviare la rabbia e la frustrazione della piazza palestinese indirizzandola ancora una volta verso Israele. Speriamo che si sbaglino. Sebbene sappiamo che, se l’attuale dirigenza palestinese venisse cacciata a grande richiesta popolare, il candidato più papabile per riempire il vuoto di potere sarebbe Hamas.

(Da: Jerusalem Post, 6.1.13)



Storie di Israele

E’ beduino e svizzero, celebra la festa islamica di Eid al-Adha e quella ebraica di Pesach, e spera un giorno di diventare medico. Sul sito web in lingua francese, le Forze di Difesa israeliane hanno pubblicato la storia del sergente René Elhozayel, dei servizi di pronto soccorso, che riassume così la propria vita: “Sono un beduino di Rahat che parla in tedesco con le zie svizzere; il mio compito è quella di curare soldati ebrei e rifugiati sudanesi”. Di stanza al confine con l'Egitto, accompagna i combattenti sul terreno, ma viene anche chiamato per prestare soccorso ai rifugiati dal Sudan e dall'Eritrea. Si veda (in francese): http://tsahal.fr/2013/01/10/dans-ma-famille-nous-sommes-5600-histoire-dun-infirmier-bedouin-europeen-dans-tsahal/

lunedì 7 gennaio 2013

Cibo e merci per i palestinesi di Gaza

Come ogni settimana, tra il 23 e il 29 dicembre sono entrate nella striscia di Gaza 33.381 tonnellate di alimentari e altre merci. Le importazioni sono gestite dall'Autorità Palestinese, in coordinamento con le Forze di Difesa israeliane che garantiscono che i carichi non contengano nessuna arma che possa essere utilizzata da Hamas contro Israele. La maggior parte dei prodotti viene distribuita a varie catene di negozi di Gaza. Il resto viene diviso tra le organizzazioni internazionali presenti a Gaza, come Unrwa e Croce Rossa, secondo gli ordini effettuati.

Ma Abu Mazen è un partner credibile?

Di Shlomo Cesana e Daniel Siryoti

La scorsa settimana il presidente d’Israele Shimon Peres ha esortato il governo israeliano ad abbracciare il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) definendolo “un interlocutore per la pace”. Ma un nuovo sguardo ai cosiddetti “Palestine Papers” trapelati circa un anno fa offre un’immagine completamente diversa del leader palestinese.
I documenti, che espongono in dettaglio le consultazioni circa il processo di pace dietro le quinte del versante palestinese fra il 1999 e il 2010, finirono nelle mani della tv pan-araba Al-Jazeera lo scorso mese di gennaio, sebbene una parte del loro contenuto fosse già stata rivelata in precedenza da WikiLeaks.
Attraverso questi documenti si può anche apprendere fino a che punto fossero disposti a spingersi nei negoziati i leader israeliani e come vennero accolte le loro proposte dalla controparte. Alla luce delle osservazioni di Peres, Israel Hayom ha ritenuto di riesaminare gli aspetti controversi dei Palestine Papers.
I documenti mostrano che, quando l’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert mise sul tavolo quella che si presentava come l’offerta di pace di più ampia portata, Abu Mazen disse alla sua squadra di negoziatori di “non impegnarsi con nessuna controfferta per evitare che i palestinesi vi restassero vincolati”.
Le carte indicano che le due parti appianarono numerosi dettagli di un potenziale accordo per lo status definitivo, fino al momento in cui Olmert consegnò ad Abu Mazen una proposta di pace complessiva. I documenti raccontano una storia assai diversa dalla vulgata più comune secondo cui Abu Mazen non ebbe il tempo di rispondere perché Olmert fu costretto a dare le dimissioni, nel 2008, a seguito di accuse di corruzione: innanzitutto perché Abu Mazen non aveva alcuna intenzione di rispondere all'offerta di pace.
Nel settembre 2008 il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat riunì la sua squadra e passò in rassegna tre possibile risposte. La prima era una controfferta comprendente anche una mappa che sarebbe stata mostrata agli interlocutori israeliani, ai quali però non sarebbe stato permesso trattenerla. La seconda opzione era di dare una risposta evasiva o ambigua. L’ultima opzione era un rifiuto puro e semplice.
Poco dopo la rivelazione di questi documenti, Erekat annunciò che abbandonava l’incarico, sebbene ad oggi le sue dimissioni non siano ancora diventate effettive.
Erekat, stando ai documenti, disse ai suoi colleghi di considerare una quarta possibile risposta, da formulare in modo tale da garantire che i palestinesi non venissero incolpati del rifiuto di un possibile accordo. La risposta avrebbe inoltre incluso una richiesta di ulteriori negoziati su questioni irrisolte. Soprattutto, la risposta doveva essere formulata in modo da consentire facilmente, se necessario, una marcia indietro.
A quanto risulta, il piano israeliano prometteva ai palestinesi il 98% dei cosiddetti territori occupati. Il testo non proclamava la fine del conflitto e non prevedeva disposizioni a garanzia che le parti non avanzassero in futuro ulteriori rivendicazioni. Contrariamente a quanto riportato dai mass-media, il piano di Olmert non prefigurava che un’entità internazionale amministrasse l’area del Monte del Tempio di Gerusalemme nota come “Bacino Sacro” (che include il Muro Occidentale o “del pianto”, il Monte degli Ulivi e il quartiere ebraico). Piuttosto Olmert voleva che la questione venisse lasciata fuori dall'accordo per essere successivamente risolta attraverso ulteriori negoziati con il coinvolgimento di negoziatori palestinesi, israeliani, statunitensi, sauditi ed egiziani. Ma qualunque soluzione di compromesso avrebbe dovuto essere innanzitutto accettata da Israele e Autorità Palestinese, e non imposta da parti terze.
Interpellati su quanto emerge dai Palestine Papers, i rappresentati palestinesi di Ramallah si sono rifiutati di commentare. Tuttavia un alto funzionario dell’ufficio di Abu Mazen ha detto: “Come già a suo tempo, quando questi documenti vennero fatti trapelare, noi pensiamo che siano solo un’ennesima cospirazione ordita da Israele, insieme ad alti funzionari di Al-Jazeera e WikiLeaks”.

(Da: Israel HaYom, 1.1.13)

domenica 6 gennaio 2013

Quando la mezzaluna abbracciò la svastica

di Andrea Tornielli


I rapporti del nazismo con il mondo arabo sono poco conosciuti, così come è poco conosciuta l’influenza che l’ideologia hitleriana ebbe in alcuni partiti e organizzazioni politiche che lottarono per l’indipendenza dei paesi arabi dal dominio coloniale. Un’influenza i cui echi si fanno ancora sentire «in alcuni settori del mondo arabo», mentre «alcuni importanti leader sia religiosi sia politici dell’islam fondamentalista se ne fanno tuttora propagatori».
Lo sostiene lo storico de La Civiltà Cattolica, il gesuita Giovanni Sale, in una ricerca che sarà pubblicata in un volume edito Jaka Book e che Il Giornale oggi anticipa.
Sale ricorda che inizialmente, la «soluzione» scelta dalla Germania hitleriana per allontanare gli ebrei dal suolo tedesco, fu quella di facilitarne in tutti i modi l’emigrazione. In particolare in Palestina, dove, credevano i tedeschi, essi sarebbero stati «liquidati» dagli arabi. L’atteggiamento tedesco mutò poco dopo, quando a Berlino si resero conto che l’immigrazione ebraica in Palestina avrebbe favorito la nascita di uno Stato ebraico. È in questo momento, spiega lo storico, che il governo di Berlino ordina a tutte le sedi diplomatiche tedesche in Medio Oriente di tenere «un atteggiamento più comprensivo verso le aspirazioni del nazionalismo arabo».
Dopo l’invasione tedesca della Cecoslovacchia nel marzo 1938, l’indirizzo filoarabo assunto dal governo del Reich per contrastare le ragioni del sionismo internazionale, viene espresso dalla propaganda nazista in modo più diretto. In questo periodo viene anche attivata dal governo tedesco una trasmissione radio di propaganda nazista in lingua araba, che avrà «ascoltatori entusiasti in tutto il Medio Oriente». E gli intellettuali arabi, in quel periodo, scrive padre Sale, «consideravano più vicine alla loro cultura e sensibilità le ragioni ideologiche del nazionalismo tedesco, definito in base alla lingua, alla cultura e alla stirpe di un popolo e di una nazione; insomma tra pangermanismo e panarabismo vi erano a quel tempo diversi punti di contatto».
Alcuni arabi tedeschi cercheranno, ma invano, di persuadere i capi nazisti a modificare la clausola razziale nello statuto del partito, restringendola ai soli ebrei. Le autorità tedesche tenteranno però in tutti i modi di correggere il tiro circa il «semitismo» delle popolazioni arabe, sostenendo che non era vero che gli arabi fossero «semiti puri» come gli ebrei, ma che, al contrario di questi, essi furono in buona parte arianizzati. «L’ideologia nazista – scrive lo storico gesuita – attraverso la sua martellante propaganda antiebraica e antidemocratica, non soltanto raggiunse la maggior parte delle popolazioni arabe, ma influì anche sulle sue élite intellettuali; in diversi Paesi furono fondati addirittura partiti politici di matrice nazista, che ebbero poco seguito a livello popolare, ma che esercitarono un forte influsso politico anche negli anni successivi alla guerra. Ricordiamo il Partito Nazionalsocialista Siriano, che esercitò una grande forza di attrazione sulla gioventù siriana e libanese di quegli anni, e il Partito Giovane Egitto, le cosiddette “camicie verdi”, formato da una gerarchia paramilitare sul modello delle SA e delle SS. Esso si distinse per un acceso antisemitismo e per l’adesione all’ideologia nazista».
All’inizio degli anni Quaranta, il Gran Muftì di Gerusalemme al Husayni, capo del supremo comitato della Palestina araba, per promuovere le ragioni dell’indipendenza dei Paesi arabi, organizzò una «missione» a Berlino per prendere contatti con i capi militari nazisti. Affermò di essere a capo di un’organizzazione nazionalista araba segreta con diramazioni in diversi Stati che, disse, erano disposti a unirsi alle forze dell’Asse nella guerra contro l’Inghilterra, «alla sola condizione che tali forze riconoscano il principio di unità, l’indipendenza e la sovranità di uno Stato arabo a carattere fascista, comprendente l’Irak, la Siria, la Palestina e la Transgiordania».
Il sentimento filo-tedesco e le simpatie verso il nazismo, furono così forti, «in questi Paesi, in particolare in Egitto e Siria – osserva Sale – che esso non svanì neppure dopo la sconfitta e la completa distruzione del Terzo Reich. Le simpatie verso il nazismo e verso Hitler, addirittura, non solo non venivano nascoste, ma venivano pubblicamente manifestate e questo fino agli anni Sessanta del secolo scorso». Lo storico ricordo uno scritto del 1953 di Anwar Sadat, futuro presidente della repubblica egiziana, il quale scrisse in un giornale del Cairo, riferendosi idealmente a un Hitler che si credeva ancora vivo e nascosto da qualche parte: «Mi congratulo con voi con tutto il cuore perché, sebbene sembri che siate stato sconfitto, il vero vincitore siete voi. Siete riuscito a seminare la discordia tra il vecchio Churchill e i suoi alleati da una parte, e il loro alleato il diavolo, dall’altra. La Germania è vittoriosa perché è necessario, per l’equilibrio nel mondo, che essa sia di nuovo creata, qualsiasi cosa possano pensare l’Occidente o l’Oriente. Non ci sarà pace fino a quando la Germania non sarà riportata a quello che è stata».
Così, mentre in Occidente, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il nazismo veniva identificato con il «male assoluto», nel mondo arabo, scrive padre Sale, «esso continuava a raccogliere l’entusiasta simpatia di molti». In larghi settori del mondo arabo, in particolare quelli legati al fondamentalismo islamico, il ricordo di Hitler rimane dunque ancora vivo e le sue opere vengono ancora tradotte e divulgate. Alcuni fatti recenti, inoltre, dimostrano chiaramente, secondo lo storico gesuita, «che una certa mentalità, diremmo filonazista e antisemita, è condivisa anche da alcuni leader politici e religiosi del mondo islamico». Come attestano le dichiarazioni antisemite e riduzioniste sulla Shoah più volte espresse dal presidente iraniano Ahmadinejad, o come, conclude Sale, «le farneticanti dichiarazioni di alcuni capi religiosi islamici, che ritengono che l’Europa, anziché aborrire il nazismo, dovrebbe lodarlo per il fatto di aver allontanato il pericolo ebraico dal vecchio continente».



Il Giornale.it



venerdì 4 gennaio 2013

Mahmoud Habash (Ministro ANP): " Le pretese ebraiche sul Muro del Pianto non hanno alcun fondamento religioso, storico o giuridico"


Mahmoud Habash, Ministro dell’Autorità Palestinese per gli Affair Religiosi e il Waqf (patrimonio religioso islamico), ha dichiarato che il Muro Occidentale (noto come “Muro del pianto”) di Gerusalemme è un luogo santo islamico e che nessun ebreo vi ha mai pregato prima del 1917.
Definendo le recenti parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a proposito della sovranità israeliana sul Muro Occidentale “una sciocchezza” e “una manipolazione”, Habash ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso lunedì 17 dicembre che “le pretese israeliane sono prive di valore”. Secondo il ministro di Abu Mazen, “Gerusalemme in ogni sua parte è prerogativa dei palestinesi” mentre le rivendicazioni israeliane sulla città e sul Muro Occidentale “non hanno alcun fondamento religioso, storico o giuridico”. Il Muro Occidentale, continua il comunicato di Habash, che “è parte integrante della moschea di al-Aqsa e di Haram al-Sharif [Monte del Tempio] che è Waqf [inalienabile patrimonio islamico]”, è sempre stato un luogo di culto solo e unicamente musulmano “per tutta la sua storia, fino alla promulgazione della Dichiarazione Balfour nel 1917”.
Ribadendo che “Gerusalemme è la capitale eterna della Palestina”, il ministro dell’Autorità Palestinese conclude il comunicato facendo appello all’Unesco affinché sostenga i “diritti arabo-palestinesi” su Gerusalemme (presumibilmente sulla base di questa ricostruzione storica quantomeno bizzarra).


Mi piacerebbe sentire i commenti su questa notizia da parte di storici, letterati e giornalisti. 
Non dimentico che gli arabi sono quelli che nel 700 disegnavano le cartine geografiche del Mediterraneo capovolte (il nord africa era sopra l'Italia e il resto d'Europa per capirci) perchè non potevano tollerare di "stare sotto" gli infedeli....

Conteggio delle vittime e ossessione anti-israeliana


Di David M. Weinberg

Il numero di 60.000 persone uccise in Siria negli ultimi 22 mesi è il doppio del numero stimato di vittime del conflitto israelo-palestinese degli ultimi 45 anni.
Lakhdar Brahimi, il cosiddetto inviato di pace in Siria per conto dell’Onu e della Lega Araba, ha dichiarato nello scorso fine-settimana che i siriani uccisi in 22 mesi di guerra civile sono 50.000. Mercoledì l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha affermato che un “esauriente” studio, condotto per conto delle Nazioni Unite nell’arco di più di cinque mesi incrociando dati provenienti da sette fonti diverse, dimostra che le persone uccise sono almeno 60.000. Altre decine di migliaia di siriani sono stati feriti in una feroce guerra civile colma di crimini di guerra, mentre a milioni sono stati costretti a sfollare dalle proprie case. Almeno mezzo milione di profughi hanno abbandonato il paese. Brahimi ha dichiarato che “se la guerra dura un altro anno, non avremo altri 25.000, ma altri 100.000 morti”. Questo perché dallo scorso febbraio, in un tragico crescendo, il presidente siriano Bashar al-Assad ha scatenato contro i suoi avversari una potenza di fuoco sempre maggiore impegnando nella battaglia carri armati, artiglieria pesante, elicotteri d’attacco, aerei da combattimento e persino missili Scud. Il prossimo passo potrebbero essere le armi chimiche. I gruppi dell’opposizione che tengono il contro delle vittime affermano che nella sola giornata di sabato scorso sono state uccise ben 400 persone, più del doppio di quella che essi definiscono “la media di morti quotidiana”. Circa la metà sono civili trucidati in quella che, a quanto è dato sapere, è stata una strage perpetrata dalle truppe governative in una università petrolchimica nella parte centrale della Siria.
Tutto questo ovviamente è triste, spaventoso, strategicamente pericoloso e scioccante. Ma la cifra di 60.000 è anche un indicatore storico. Giacché 60.000 è il doppio del numero di vittime stimato del conflitto israelo-palestinese nel corso degli ultimi 45 anni. Ripeto: il doppio. Ripeto: degli ultimi 45 anni. Si sommino le vittime in tutti gli anni dall'inizio dell’“occupazione” (1967): combattenti, civili e vittime indirette del conflitto da entrambe le parti della spaccatura israelo-palestinese. Si aggiungano tutti i palestinesi uccisi nelle violenze intra-palestinesi o “giustiziati” da Hamas e Fatah come “collaborazionisti”. Si aggiungano le vittime israeliane del terrorismo palestinese. Si sommi il tutto, e ancora il conteggio totale delle vittime del conflitto israelo-palestinese non arriva alla metà del numero di siriani massacrati da altri siriani in meno di due anni.
Naturalmente, va da sé che il mondo è infinitamente più sconvolto per i palestinesi in guerra che non per i siriani in guerra. E c'è un solo e unico motivo: che, nel primo caso, sono coinvolti degli ebrei. Il mondo si leva indignato quando su YouTube si vede un soldato israeliano che dà un colpo a un dimostrante palestinese con il calcio del fucile, ma non è altrettanto infuriato per i soldati siriani che violentano, torturano e massacrano decine di migliaia dei loro. Il mondo ha imparato che costruire case per ebrei rappresenta una minaccia alla pace mondiale che richiede l’attenzione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma non prova alcun analogo senso di urgenza quando la carneficina in Siria rischia di straripare in Turchia, in Giordania e in Israele, o di sprofondare l’intera regione in un conflitto non convenzionale.
Così, tanto per dire.

(Da: Israel HaYom, 3.1.13)

giovedì 3 gennaio 2013

Storie di Israele 2




Un'altra storia: questa qui sopra è la foto del Cpt. Ziv Shilon.
Comandante di compagnia, durante un servizio di pattugliamento in territorio israeliano, è stato ferito da un ordigno esplosivo piazzato dai terroristi palestinesi di hammazz ed ha perso la mano destra. Nonostante le gravissime ferite riportate e la menomazione subita, ha promesso ai soldati che una volta ristabilitosi sarebbe tornato sul campo. Questo è il suo messaggio ai "suoi" soldati: "Mi sento meglio ogni giorno. Tornerò ad essere quello di un tempo e tornerò sul campo. Dovete essere ottimisti: c'è sempre qualcosa che vi da speranza, un piccolo angolo di luce in fondo al tunnel. E' qualcosa che capirete durante il vostro servizio militare. Quando siete al 79° km di una marcia di 80 iniziate a contare gli alberi intorno a voi: quando ne avrete contati 100 saprete che siete a buon punto. E' la stessa cosa con la ferita: è una marcia, una lunga marcia." Massimo rispetto per questo capitano.


Storie di Israele 1





Questa è la foto del Cpl. Lolly, un "lone soldier" nata in Francia ed emigrata in Israele. Durante l'operazione Colonna di Nube ha difeso i cieli di Tel Aviv prestando servizio presso la batteria Iron Dome a protezione di 1,5 milioni di cittadini israeliani. Ha dichiarato "dal momento che ho sentito parlare del sistema difensivo Iron Dome, è stato chiaro per me che era quello il posto dove volevo prestare servizio, prendendo parte attiva nella protezione delle vite dei cittadini israeliani"....
Questa ragazza ha 19 anni. Massimo rispetto!!!
Ogni altro commento è superfluo.

VIVA ISRAELE!