Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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martedì 26 febbraio 2013

Di nuovo missili contro Israele!

Un missile Grad è stato lanciato dalla Striscia di Gaza su Ashkelon martedì mattina, violando la tregua che durava da alcuni mesi fra Israele e la Striscia.
Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo terroristico affiliato al partito Al-Fatah, hanno rivendicato il lancio del missile, definendolo una rappresaglia per il decesso di un prigioniero palestinese avvenute in un carcere israeliano sabato scorso.
Il razzo ha colpito una strada in un’area industrial nel sud della città, intorno alle 7 di mattina, in base a quanto riferito dal Canale 10. Non ci sono feriti, ma si registrano danni alla strada.
I residenti della parte meridionale della città hanno riferito di aver sentito due esplosioni, e le autorità stanno verificando l’eventualità che siano stati due i razzi lanciati contro la città israeliana. Nell’area non sono suonate le sirene per allertare la popolazione.
Un funzionario ha dichiarato che le scuole nella città resteranno regolarmente aperte.
“Speriamo che sia un evento isolato”, ha dichiarato alla radio israeliana. “Siamo sempre in allerta”.
I lanci di razzi da Gaza si erano interrotti dopo l’accordo per un cessate il fuoco raggiunto da Israele e Hamas, in seguito all’operazione Colonna di Difesa del novembre scorso.
Il lancio di razzi rappresenta l’apertura di un secondo fronte fra Israele e i palestinesi, dopo alcuni scontri avvenuti nella West Bank negli ultimi giorni, in seguito alla morte del prigioniero palestinese.

Polemica Oxford su mozione anti-Israele

Studenti dibattono mozione, deputato contro giovane ebreo

Londra, 24 Febbraio 2013 – Non c’è sicuramente un clima di serenità all’università di Oxford. Nelle ultime ore, un movimento filopalestinese (Bds) ha avanzato una mozione al sindacato studenti (Ousu) con cui si chiede all’ateneo di osteggiare qualsiasi prodotto nonchè le istituzioni stesse di Israele.

La mozione verra’ votata mercoledi’ in un clima surriscaldato dalle polemiche, che sono state ulteriormente inasprite dal comportamento del deputato britannico George Galloway che, invitato ad un dibattito nell’ateneo sulla questione israelo-palestinese, ha abbandonato la sala una volta resosi conto che uno dei suoi interlocutori era israeliano.

Galloway, membro del parlamento eletto nella circoscrizione di Bradford West nelle fila del “Partito del Rispetto” (sic!), era stato chiamato ad intervenire in un dibattito organizzato dal “Christ Church college” di Oxford dal tema: “Israele dovrebbe abbandonare immediatamente la Cisgiordania”. Dopo tre minuti di dialogo con il suo interlocutore, Eylon Aslan-Levy, Galloway si è fermato ed ha chiesto: “Ha detto “noi”. Scusi. Lei è israeliano?”. Alla risposta affermativa del suo interlocutore il parlamentare britannico ha risposto così: “io non parlo con gli israeliani. Sono stato tratto in inganno. Chiedo scusa”. Ed ha lasciato la sala. Il ragazzo, a bocce ferme, ha reagito con queste parole: “sono sconvolto dall’atteggiamento del deputato che se n’è andato solo per via della mia nazionalità. Questo è un gesto razzista ed inaccettabile, specie se viene da un parlamentare”.

L’incidente ha ovviamente scatenato una serie di attacchi veementi su Twitter, con persone che hanno chiesto conto a Galloway della cosa e con il politico che ha risposto a molti di loro. Questa la versione ufficiale del deputato: “Nessun riconoscimento d’Israele, nessuna normalizzazione. Il college non mi ha informato del fatto che il dibattito si sarebbe svolto con un israeliano presente. Semplice“. Sulla pagina Facebook di Galloway invece è comparso un altro messaggio: “Ho rifiutato di parlare questa sera all’Università di Oxford con un isreaeliano supporter dello stato che applica l’apartheid come Israele“, aggiungendo successivamente: “Nessun riconoscimento, nessuna normalizzazione. Solo boicottaggio, sanzioni e nessun investimento, almeno fino a che non venga risolta la questione dell’apartheid. Io non parlo con gli israeliani e non cerco i loro media. Se vogliono parlare di Palestina, allora esiste l’Olp“.

(Fonte: Ansa, Giornalettismo, 24 e 25 Febbraio 2013)

domenica 24 febbraio 2013

Manifestazione palestinese del venerdì: i segreti di una grandiosa messa in scena

(Tsahal.fr, 24.02.2013)

Tutti i venerdì in Cisgiordania, nei pressi di Betlemme, si svolge una manifestazione palestinese che si vorrebbe "popolare e spontanea". La realtà è ben diversa. Supportato e organizzato da attivisti europei, l'evento è completamente messo in scena come una recita teatrale, e gode di una ampia copertura della stampa internazionale. Vediamo i retroscena di questa truffa mediatica.
L'obiettivo non dichiarato è molestare il più possibile i soldati presenti, sperando di indurli a perdere la loro compostezza e quindi di poter scattare qualche foto compromettente che farà subito il giro del mondo. Tutti i mezzi sono buoni: dagli insulti alla violenza fisica, incluso l'uso cinico dei bambini. I soldati sono mobilitati per impedire ai manifestanti di bloccare la strada sotto il paese. Senza il loro intervento, le auto israeliane che viaggiano lungo questo percorso vengono bersagliate con pietre e bombe molotov.

Messa a punto
Il tenente Ynon, comandante della Brigata Kfir, raduna le sue truppe prima di partire e dà le solite direttive. Ricorda che i manifestanti resteranno circa un'ora per insultare e provocare i soldati. Il motto è non perdere la calma, per proteggere la propria vita e quella dei compagni. I soldati devono tenere le loro armi dietro la schiena e rivolte verso il basso: il mandato è di non sparare in alcun caso.

Si entra in scena
Quando i soldati arrivano sulla scena della manifestazione, i fotografi palestinesi e internazionali sono già lì. Sono gli habitués. Ogni settimana, arrivano alla stessa precisa ora, nella speranza di scattare LA foto che illustra la violenza dei soldati.
Nel corso degli anni la manifestazione ha perso la sua importanza. Secondo alcune fonti, per mantenere in vita questo rito, certe organizzazioni pro-palestinesi con sede all'estero pagano coloro che sono disposti a venire a provocare i soldati israeliani un'ora alla settimana.
A poco a poco, gli altri attori della recita prendono posto sulla scena: gli attivisti europei della causa palestinese. Si tratta di una decina scarsa di turisti, con macchina fotografica e videocamera in mano.
"Ci alterniamo ogni settimana in modo che ci sia sempre una presenza", dice una donna venuta dalla Svizzera. "Si pagano circa 600 € per venire qui, fare il tour delle città palestinesi e partecipare all'evento."

Su il sipario, inizia lo spettacolo
In lontananza un uomo ha in mano un taccuino. Si avvicina per verificare che tutti i giornalisti siano pronti e fa un cenno con la mano per far avanzare i manifestanti, che iniziano a urlare slogan e battere su tamburi. Tra questi un giovane europeo dà loro istruzioni. I soldati aspettano in fila, impassibili. I comandanti sono in prima linea. Sono abituati, annoiati dalla mascherata. I manifestanti si avvicinano il più possibile. Alcuni non esitano a gettarsi contro i soldati, che li respingono senza violenza. La scena attira immediatamente un nugolo di fotoreporter e fotografi dilettanti: ci sono quasi più fotocamere che manifestanti. I bambini, per nulla intimoriti, corrono tra i soldati come in un parco giochi, impugnando videocamere su cui è scritto il nome della ONG che le ha fornite sperando di ottenere l'immagine dell'anno.
Vedendo che il risultato atteso non si verifica, un uomo con un cartello firmato dall'associazione "France-Palestine Nord 54" si getta addosso a un soldato urlando contro di lui: "Siete nazisti, vergognatevi".
I soldati dell'IDF si scambiano occhiate tra lo stanco e il divertito, per la ridicolaggine della situazione. Poiché i giornalisti non hanno ancora abbastanza immagini emozionanti, un palestinese si lancia in una diatriba... In inglese, in modo che tutti i giornalisti siano in grado di capire.
Tutto intorno nel villaggio, come al di fuori di un teatro, la vita va avanti come se niente fosse. Una piccola dimostrazione: la scena viene interrotta dal passaggio di un pastore con il suo gregge. I manifestanti e soldati si spostano per far passare il corteo. Poi ricominciano le grida dei manifestanti e l’agitazione dei fotografi.

Ora del lancio di pietre contro i soldati
La manifestazione si disperde esattamente un'ora dopo l'inizio, ma non il copione non è ancora completato.
"Avanti, ora è il momento delle pietre", sospira Ynon.
E infatti, pochi secondi dopo, enormi pietre volano sopra le teste dei soldati. Uno di loro è colpito duro a una gamba. Ynon ordina ai suoi soldati di porre fine al circo con mezzi non letali.



Israele cura i nemici feriti

L’esercito israeliano ha deciso di istituire un ospedale da campo per i “ribelli” siriani al confine tra il territorio del Golan e la Siria, e ha già avviato i lavori. Lo hanno riferito fonti locali.
Una settimana fa, invece, sette soldati siriani feriti dallo scoppio di una granata, sono stati ricoverati in un ospedale israeliano e godono della massima protezione, anche dalla curiosità dei media.
Sono stati trovati dall’esercito d’Israele vicino alle recinzioni di confine sulle Alture del Golan. Uno di loro è in condizioni critiche, secondo i medici.
Nonostante le cure ai feriti, però, il ministro degli Affari Strategici israeliano Moshe Ya'alon ha dichiarato che la politica di Israele non cambia, che lo Stato ebraico non intende interferire nel sanguinoso conflitto siriano e non verranno accolti profughi siriani per ovvi motivi, ha detto anche il premier Netanyahu.
In ogni modo, sono 64 anni che Israele e Siria si trovano in stato di guerra, eppure, come lo Stato ebraico cerca di fare per quanto è possibile con i palestinesi, tenta anche di aiutare i siriani. Nonostante Bashar Al-Assad sia notoriamente un alleato dell’Iran e di Hezbollah, che vogliono distruggere quella che loro definiscono “entità sionista”, “cancro del Medio Oriente”; nonostante tra i ribelli siriani si nascondano estremisti islamici e si siano infiltrati persino affiliati di Al-Qaeda, che non sono certo meno di Assad per odio nei confronti di Israele, quest’ultimo, essendo un Paese assolutamente civile e democratico, non può esimersi dall’aiutare dei feriti. Anche se verosimilmente quei feriti e lo Stato da cui provengono, non farebbero mai lo stesso con Israele e i “sionisti”.



Fare affari: la pace concreta

Di Paul Hirschson

La compagnia di giro degli anti-israeliani in servizio permanente effettivo va in brodo di giuggiole all’idea di minare la legittimità di Israele. Per promuovere questo obiettivo propongono di imporre sanzioni, esortano a disinvestire, lanciano boicottaggi. Incriminare Israele per ogni sorta di presunta malvagità sarebbe il brivido finale, facendo di ogni singolo israeliano l’emblema di tutto il paese per aprire la strada al prossimo round di attacchi. Una volta conseguito l’isolamento di Israele, affermano, sarà possibile minare la sua stessa legittimità.
Gli arabi farebbero bene a considerare in cosa consista, posto che esista, il dilemma se fare o no affari con aziende israeliane. Ad esempio, nel campo delle telecomunicazioni, dove Israele gioca un ruolo particolarmente significativo, se il mondo arabo incoraggiasse le aziende israeliane a concorrere a bandi e gare d’appalto otterrebbe prezzi e servizi molto migliori di quelli dei concorrenti d’Israele in giro per il mondo. Intanto, invece, continua a farsi mungere.
Circa l’8% del costo di ogni prodotto è attribuibile a trasporto e consegna dei componenti. Tutto il mondo arabo importa da paesi lontani prodotti che Israele potrebbe consegnare da un giorno all'altro, per camion. Israele potrebbe ridurre il costo di tali prodotti di diversi punti percentuale. Lo stesso vale nella direzione opposta.
Sono stato nel Kuwait la prima volta nel 1995, poi ho viaggiato e lavorato parecchio nel mondo arabo, dove ho anche vissuto alcuni anni. I primi veri guadagni li ho fatti facendo affari nel mondo arabo per conto di aziende israeliane. E ci hanno guadagnato anche gli arabi: committenti, manager, tecnici, soci, agenti, distributori e altri. È così che funziona negli affari.
I viaggi d’affari comportano del tempo trascorso in ristoranti, caffè e vita notturna. La conversazione prima o poi abbandona gli affari in senso stretto e verte inevitabilmente su politica, famiglie, letture e, naturalmente, lo sport. Si finisce per conoscersi e capirsi, si fa amicizia al di là del rapporto di lavoro.
Coloro che fanno propaganda per l’isolamento e il boicottaggio di Israele non sanno quel che dicono. O forse considerano il proseguimento all'infinito del conflitto come il loro vero obiettivo. Chiunque sia veramente interessato alla soluzione del conflitto si adopera per avvicinare le parti a livello di contatti personali, e non solo a quello delle squadre governative che conducono i negoziati. Coltivare i rapporti d’affari fra le parti significa fare la pace nel senso più vero e concreto. È ora di piantarla con le tifoserie da stadio e iniziare a fare affari. Nello sport, una parte deve perdere per forza; negli affari, quando sono fatti in modo coretto, vincono tutte le parti.
Quelli di noi che sono realmente interessati a risolvere il conflitto devono aspirare a una situazione in cui un numero sufficiente di persone da entrambe le parti del conflitto arabo-israeliano siano coinvolte in affari fra loro abbastanza intensamente da far sì che il processo di comprensione, che porta alla riconciliazione, diventi irreversibile.
Per chi è interessato a bruciare i ponti anziché costruirli, la strada del boicottaggio è avvincente. Il mondo arabo, e quello palestinese in particolare, dovrebbero capire che questa gente non li perdonerà mai quando effettivamente ci riconcilieremo tra noi. Cosa che prima o poi faremo.
Un approccio razionale porta a una semplice conclusione: non c’è alcun dilemma. Coltivare affari fra Israele e mondo arabo è la vera costruzione della pace.

(Da: Jerusalem Post, 20.2.13)



Il disgusto di Hanin Zoabi per lo Stato ebraico

Di Zvi Gabay

L’uscita precipitosa dall’aula della Knesset della parlamentare arabo-israeliana Hanin Zoabi (rieletta nella lista Balad), subito dopo che aveva prestato il giuramento di rito, mi ha lasciato di stucco. Lì per lì avevo pensato che fosse pressata da qualche impellente urgenza. Ma il giorno successivo alla cerimonia di giuramento, Zoabi ha spiegato d’aver abbandonato l’aula del parlamento perché non voleva ascoltare in piedi l’esecuzione dell’inno nazionale israeliano. Ha aggiunto che le parole dell’inno non parlano per lei – il che è comprensibile – e che non riflettono le sue aspirazioni nazionali, che non sono israeliane bensì palestinesi.
Al di là della elementare mancanza di educazione, c’è da chiedersi: perché Zoabi ha giurato lealtà alla Knesset israeliana se è così che la pensa? Forse perché è la Knesset che paga il suo lauto stipendio? O perché vuole sfruttare la democrazia dello Stato d’Israele, e godere della libertà d’espressione e di movimento per dileggiarne l’autorità e fare colpo sui suoi sostenitori?
Alla luce del suo comportamento provocatorio, ho considerato come si comportavano i parlamentari ebrei durante i primi anni d’indipendenza dell’Iraq. Sebbene gli antenati di quei parlamentari ebrei si fossero stabiliti in Iraq moltissimo tempo prima che il paese venisse conquistato dagli arabi, essi rispettavano le leggi irachene, il protocollo e le regole del cerimoniale, compresa quella di ascoltare in piedi l’esecuzione dell’inno nazionale. Io stesso mi sono comportato nello stesso modo, quando ero rappresentante diplomatico d’Israele in Egitto, tutte le volte che veniva suonato l’inno egiziano. È così che si comportano gli ebrei nei vari paesi in cui vivono, ed è così che si comporta la gente civile in tutto il mondo indipendentemente dal fatto che le parole dei vari inni nazionali parlino o meno per loro.
Se la parlamentare Zoabi è disgustata da Israele perché Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico, lei – a differenza degli ebrei che vivevano nei paesi arabi – è libera di andarsene a vivere in Palestina, in Siria, in Iraq, in Libia o in qualunque altro paese arabo. Dove verosimilmente godrà della massima libertà e di tutti i diritti cui anela il suo cuore. Si può anche sperare che le sue condizioni di vita saranno migliori di quelle che sono in Israele, e che non sarà discriminata come invece dice di essere in Israele.
Non c’è nulla di casuale nel comportamento provocatorio di Zoabi. Che sia col sostegno ai terroristi della Mavi Marmara o col rifiuto di rispettare i simboli dello Stato, ella sprona gli estremisti ad imitarla.
La maggior parte degli arabi israeliani vive bene in confronto ai loro fratelli nei paesi arabi. Le loro condizioni di vita possono e devono migliorare. Ma, per correggere carenze storiche, non occorre dare spazio a comportamenti insultanti come quelli di Zoabi.

(Da: Ha’aretz, 18.2.13)



Gaza: grande viavai di soldi e terroristi

La deterrenza ristabilita da Israele con l’operazione antiterrorismo del novembre scorso è riuscita finora a dissuadere Hamas dal violare il cessate il fuoco. Ma esiste un secondo fattore che probabilmente gioca un ruolo non irrilevante nel preservare la calma senza precedenti che si registra al confine fra Israele e striscia di Gaza: il denaro.

Alcune settimane prima dell’operazione “Colonna di nube difensiva”, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani fece una visita storica nella enclave controllata da Hamas. In quell'occasione l’emiro arrivò quasi a raddoppiare gli investimenti a Gaza del suo paese, portandoli a 400 milioni di dollari. “Il denaro scorre a Gaza”, ha dichiarato di recente al Jerusalem Post una fonte della sicurezza israeliana. I fondi dal Qatar vengono usati per finanziare una serie di ambiziosi progetti di costruzione e miglioramento delle infrastrutture della striscia di Gaza, comprese strade ed edifici. Questo mese è stata indetta dal regime di Hamas una gara d’appalto per un progetto di miglioramento della strada Salah Al-Din, che collega Gaza centrale a Rafah, nel sud. I lavori costeranno 60 milioni di dollari. “E questa è solo una strada”, ha sottolineato la fonte. Dal punto di vista di Israele questi sviluppi sono positivi giacché, uniti alla deterrenza militare israeliana, potrebbero convincere Hamas a preservare la tregua, almeno per il momento. “E’ un test – continua la fonte – L’ala militare di Hamas collaborerà?”. Hamas si sta ancora riprendendo dai danni provocati dai raid dell’aviazione israeliana su 1.500 obiettivi terroristici, molti dei quali nascosti nelle aree civili. L’organizzazione terroristica è pienamente consapevole del fatto che, se dovesse provocare di nuovo un conflitto con Israele, costruzioni e aiuti finanziari andrebbero sprecati. Finora Israele è abbastanza soddisfatto del cessate il fuoco e della capacità di Hamas di farlo rispettare dalle altre fazioni terroristiche palestinesi. Comunque, i soldi del Qatar non sono gli unici che affluiscono nella striscia. Solo quest’anno, Gaza ha ricevuto in totale un miliardo di dollari in aiuti internazionali per il finanziamento di 230 progetti. Israele, dal canto suo, ha allentato alcune restrizioni di sicurezza ed ora consente l’ingresso nella striscia di Gaza di mezzi pesanti e di materiali da costruzione (benché possano essere usati per costruire bunker e fortificazioni). Pochi, inoltre, sono a conoscenza degli sforzi che fa l’Unità di coordinamento delle Forze di Difesa israeliane per le attività governative nei territori, per migliorare la vita di commercianti e agricoltori di Gaza. I suoi funzionari, tutti in grado di parlare l’arabo correntemente, sono in contatto quotidiano con i funzionari dell’Autorità Palestinese a Gaza con il compito di coordinare l’ingresso di camion carichi di merci. L’Unità è anche in contatto con gli agricoltori della striscia di Gaza, ai quali ha rilasciato migliaia di permessi di ingresso in Israele dove comprano e vendono merci.

(Da: Yaakov Lappin su Jerusalem Post, 19.2.13)



È in aumento il numero di palestinesi che dalla striscia di Gaza vanno in Siria per unirsi alle forze anti-regime. Lo hanno rivelato lunedì fonti palestinesi. Durante il primo anno della crisi siriana (quando Hamas faceva ancora base a Damasco) solo pochi palestinesi si portavano in Siria, attraverso la Turchia, per prendere parte ai combattimenti contro il regime di Bashar Assad. Ultimamente invece, secondo le fonti, si è registrato un incremento del numero di palestinesi partiti dalla striscia di Gaza per unirsi alle forze ribelli siriane. Secondo le fonti, citate dal quotidiano palestinese Al-Quds, la maggior parte dei palestinesi che si sono uniti alle forze anti-Assad provengono dalle file dei gruppi estremisti salafiti e jihadisti della striscia di Gaza. Alcuni sono stati membri di Hamas e della sua ala militare prima di entrare a far parte dei gruppi islamisti più estremisti. Gli ultimi due mesi hanno visto un netto aumento del numero di palestinesi arrivati in Siria dalla striscia di Gaza, e di quelli che esprimono il desiderio di imitarli. Abu al-Ayna al-Ansari, capo di uno dei gruppi salafiti di Gaza, ha confermato che molti suoi affiliati si sono uniti ai ribelli siriani e in particolare ai “mujaheddin di Jabhat al-Nusra, che combattono contro il criminale regime di Damasco”. Fondato nel gennaio 2012, Jabhat al-Nusra è stato recentemente classificato dagli Stati Uniti come organizzazione terrorista.

Intanto – riporta Al-Quds – sono giunte nella striscia di Gaza una settantina di famiglie palestinesi fuggite dai campi presso Damasco, divenuti teatro di sanguinosi combattimenti. Sarebbero decine di migliaia i palestinesi che negli ultimi tre mesi sono fuggiti dalla Siria per cercare riparo in Libano, Giordania ed Egitto.

(Da: Khaled Abu Toameh su Jerusalem Post, 19.2.13)



martedì 12 febbraio 2013

Israele e l'acqua

Israele dispone attualmente di tre impianti per la desalinizzazione dell’acqua, a Ashkelon, Hadera e Palmachim, che forniscono metà del fabbisogno di acqua potabile del paese. La Società Nazionale per l'acqua ha firmato un accordo di finanziamento per la costruzione di un quarto impianto di questo tipo, che dovrebbe essere operativo ad Ashdod tra il 2013 e il 2014 e che dovrebbe coprire l’85% del fabbisogno delle famiglie israeliane. Si parla poi di una quinta centrale da costruire nelle vicinanze di Sorek. Negli ultimi 10 anni, Israele è diventato un leader mondiale nel settore della desalinizzazione e del riciclo delle acque reflue tanto che potrebbe persino diventare l'unico stato del Medio Oriente in grado di esportare acqua ai suoi vicini.

giovedì 7 febbraio 2013

I libri di testo palestinesi sono razzisti contro Israele

Leonardo Piccini  
LIBERO del 7 febbraio 2013

Adesso è ufficiale: i libri di testo delle scuole palestinesi, delle elementari alle Università, «tendono ad avvalorare tesi razziste e pregiudizi negativi contro Israele e il popolo ebraico». A metterlo nero su bianco, uno studio commissionato dall’Unesco a tre ricercatori, che per alcuni anni hanno letto e riletto i manuali in uso nelle scuole dell’Autorità Nazionale Palestinese e in quelle controllate da Hamas a Gaza. I tre esperti, il professore Sami Adwan, docente palestinese dell’Università di Betlemme, Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv, e il professore Bruce Wexler, dell’Università americana di Yale, hanno presentato il risultato del loro lavoro, in una conferenza stampa a New York, evidenziando come «gravi manipolazioni, omissioni storiche e una falsa rappresentazione degli eventi politici, tendano a rappresentare il popolo israeliano come nemico dei palestinesi, ed esaltino al contempo, le gesta del popolo palestinese come vittima di gravi ingiustizie e soprusi». Gli studiosi rincarano la dose affermando come «perfino eventi storici poco significativi, vengono presentati in modo assolutamente selettivo e artificioso, al fine di avvalorare l’idea di una comunità e di un popolo in lotta contro l’ingiustizia». Non mancano poi «delle descrizioni artificiose che tendono a disumanizzare gli israeliani... libri che spesso non parlano né della religione, né della cultura, né dell’economia o delle attività quotidiane e perfino della semplice esistenza degli israeliani. L’assenza di questo tipo di informazioni serve a sminuire la presenza legittima dell’altro». Il rapporto dimostra che «la rappresentazione negativa dell’altra comunità, e l’assenza di qualsiasi informazione che la riguardi, sono estremamente marcate nei libri in uso nelle scuole palestinesi, mentre si ravvisano casi meno eclatanti e più sporadici nelle scuole ultraortodosse ebraiche». I tre professori, hanno insistito sulla scientificità di un lavoro che ha analizzato anche i libri in uso nelle scuole israeliane: hanno studiato per tre anni 640 manuali (492 israeliani, e 148 palestinesi): «il 58% dei libri palestinesi non menzionano l’esistenza di frontiere tra i due Stati (la “linea verde”, che dal 1949 divide Israele dalla Cisgiordania), arrivando perfino a bollare come una leggenda l’esistenza e la legittimità storica dello Stato d’Israele». Secondo l’81% dei libri in uso nelle scuole secondarie palestinesi, «gli israeliani sono “IL NEMICO”, e l’87% dei libri definisce come negativi o molto negativi, gli atti compiuti dagli israeliani». Il rapporto dei tre studiosi avvalora la denuncia da parte israeliana secondo cui i testi scolastici palestinesi continuano a essere in stridente contraddizione con lo spirito del processo di pace avviato nel 1993. Il movimento islamista Hamas ha ulteriormente aggravato la situazione: nelle scuole primarie «circolano libri che paragonano gli ebrei a serpi assassine e la lotta armata in nome della Palestina viene invece celebrata con toni trionfalistici». In questi testi «è perfino scomparso il nome di Israele, né si facenno alla presenza ebraica nell’antica terra d’Israele/Palestina. Nella striscia di Gaza, le scuole distribuiscono materiale didattico in cui il processo di pace viene a malapena citato ». Viene poi introdotto il concetto di “ri - bat”, che letteralmente indica l’occupare posizioni strategiche contro i nemici dell’Islam: un concetto che esalta la lotta religiosa contro Israele, ed è propedeutico alla regola del jihad, cioè della guerra santa contro l’infedele.

mercoledì 6 febbraio 2013

Astro-scimmie e Photoshop


Di Aharon Lapidot
Secondo una frase solitamente attribuita a Joseph Goebbels, il ministro della propaganda nazista, se si dice una menzogna abbastanza grossa e si continua a ripeterla, la gente finisce col crederla. Gli iraniani devono aver deciso di basare su questo concetto la loro strategia d’immagine, ma con scarso successo. Le bugie iraniane sono così trasparenti che è difficile pensare che vi sia qualcuno al mondo che ci crede davvero.
Questa pagina non è abbastanza lunga per contenere le ragnatele di inganni, le mezze verità e la spudorate falsità che avvolgono il programma nucleare iraniano, per cui non cercheremo nemmeno di elencarle. Tuttavia, se si può convenire che lo sforzo dell’Iran di nascondere le sue attività nucleari è, in qualche misura, comprensibile, resta difficile spiegare come mai Tehran si imbriglia in una serie di bugie che non reggono alla realtà dei fatti.
Qualche esempio. Nel luglio 2008 l’Iran diffuse una foto raffigurante un test di lancio missilistico. Nella foto si vedevano quattro rampe di lancio, ma solo tre missili in decollo. Uno dei quattro lanci era evidentemente fallito. Capita. Ma poco dopo gli iraniani diffusero un’altra foto “corretta”, questa volta con un missile appiccicato sulla quarta rampa. Il foto-ritocco era così scadente che divenne una barzelletta su internet e fece il giro del mondo. Innumerevoli siti web pubblicarono addirittura le due versioni della foto una accanto all'altra.
Circa una settimana fa gli iraniani hanno orgogliosamente annunciato che avevano mandato una scimmia nello spazio a 120 km di altezza, riportandola a casa sana e salva. Ma, di nuovo, le foto del prima e del dopo non coincidevano, ed è diventato ben presto chiaro che la scimmia non è la stessa: quella lanciata nello spazio e quella tornata sulla terra erano evidentemente due scimmie diverse. In particolare, una ha un evidente neo rosso sopra un occhio, che l’altra non ha. Qualcuno, come il Times di Londra, ha addirittura ipotizzato che il lancio fosse del tutto inventato.
Lo scorso fine-settimana il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ne ha fatta un’altra. Questa volta si tratta del super jet di produzione interamente iraniana “Qaher F-313” a tecnologia stealth, del tipo comunemente noto in Occidente come “di quinta generazione”. Ancora una volta, è bastata un’occhiata un po’ attenta alle foto per constatare che il “minaccioso” aereo solleva non poche perplessità: nulla, nel modello presentato dall'Iran, sembra aerodinamicamente corretto, né sembra corrispondere al testo che lo accompagna. È molto probabile che il velivolo ritratto nelle foto non sia altro che un modello in fibra di vetro senza alcuna reale capacità di volare.
A questo punto la domanda è: perché gli iraniani fanno così? È una domanda molto seria, perché non si può liquidare gli iraniani come una banda di buffoni. Tutt’altro. Nonostante tutta la loro ostilità verso di noi, abbiamo sempre saputo che la loro è una grande nazione, con una storia magnifica che ha dato enormi contributi al resto del mondo. Gli iraniani sono una nazione colta, diversi di loro studiano nelle migliori università del mondo. Molti iraniani moderni, specialmente fra le giovani generazioni, sono avidi consumatori di cultura occidentale: anche oggi, sotto le minacce delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Non è possibile che questa nazione intelligente non capisca che ogni bugia sbugiardata, anziché farli apparire più potenti, non fa che indebolire sempre più l’immagine e la credibilità dell’Iran.
Anche se queste fandonie costituiscono quello che alcuni amano definire "a uso e consumo interno”, questo atteggiamento da “guardatemi, guardatemi” non regge, e tutti nel mondo capiscono che laggiù non c’è nient'altro che un castello di menzogne.

(Da: Israel HaYom, 4.2.13)