Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

sabato 27 aprile 2013

25 aprile: festa dei palestinesi???

Non so se avete avuto modo di leggere quanto accaduto il 25 aprile a Roma e a Cagliari: bandiere palestinesi (una addirittura con il faccione di arraffatt) che sventolano felicemente durante la celebrazione della Liberzione del nostro paese dai nazifascisti.
Mi chiedo e vi chiedo: ma che c'entrano le bandiere palestinesi con il 25 aprile?
La Storia ci insegna che il Gran Muftì di Gerusalemme era amico personale di Hitler e Mussolini e si era dedicato con particolare solerzia all'arruolamento dei mussulmani di Bosnia nelle SS. Era dovuto fuggire in gran fretta da Gerusalmme perchè ricercato dagli inglesi a causa di una serie di attentati e aveva trovato rifgio a Berlino a casa dell'imbianchino pazzo, questo mentre il ciccione italiano bombardava Tel Aviv rea di essere abitata da ebrei.
Da ricordare poi che nel frattempo in Egitto nascevano le Camicie Verdi che si ispiravano alle SS e di esse faceva parte Sadat, il futuro presidente egiziano. Quindi non erano proprio dalla parte degli inglesi... quindi che c'azzeccano????
A Roma ci sono stati momenti di tensione quando degli arabi e fdegli italiani con bandiere palestinesi hanno insultato e tentato di venire alle mani con persone che sventolavano bandiere della Brigata Ebraica e di Israele: la democrazia per questa gente è un fatto relativo, loro possono portare le loro bandiere ma non tollerano quelle della Brigata che era venuta in Italia a liberarci dai nazisti. Altro fatto gravissimo, non è stata data la parola al rappresentate della Brigata Ebraica che avrebbe dovuto rivolgere un saluto e spiegare alla piazza cosa avevano fatto quei giovani ebrei partiti dal nascituro stato di Israele.
A Caglairi invece gli insulti sono stati ancora più veementi nei confronti deli rappresentati dell'Associazione Memoraile Sardo della Shoah e di Chenabura.
Siamo forse ostaggio dei palestinesi a casa nostra? Siamo forse nelle mani di gente che non conosce la storia recente del nostro paese e vuole dettare legge da noi stravolgendo la Verità?
NOI NON CI STIAMO!

VIVA LA BRIGATA EBRAICA!

mercoledì 17 aprile 2013

65# anniversario della nascita di Israele. Yom Hatzmaut 2013.

Auguri Israele!
Auguri a un popolo  che nonostante 2000 anni di Diaspora, persecuzioni, vessazioni, eccidi, pogrom, stermini e Shoah sono riusciti a creare un miracolo di Nazione.
Le guerre, l'odio e il terrorismo arabo, l'antisemitismo, la negazione del diritto di esistere, il boicottaggio non intimidiscono la gente di Israele!

E noi siamo con Israele! Sempre e comunque!
Am Israel chai!

Questo che segue è il testo della Dichiarazione di Fondazione dello Stato di Israele.
Chi parla a sproposito dovrebbe leggerla bene....


Dichiarazione della Fondazione dello Stato d'Israele

In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri.

Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.

Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.

Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale.

La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni.

I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.

Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite.

Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano.

Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele.

Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.

Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.

Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.

Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.

Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.

Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.





lunedì 15 aprile 2013

Yom Ha Zikaron: Israele ricorda oggi 23.085 soldati caduti dalla nascita dello Stato e le vittime del terrorismo

Gerusalemme, 15 Aprile 2013 – Oggi in Israele è Yom Ha Zikaron: al suono delle sirene, questa mattina alle ore undici tutto Israele si è fermato per due minuti di silenzio in onore dei 23.085 membri delle forze di difesa e di sicurezza che hanno perso la vita in servizio e i 2.493 cittadini uccisi in attentati terroristici, compresi 120 cittadini stranieri. L’anno appena trascorso ha visto aggiungersi 92 nomi alla lista delle persone ricordate in questa giornata: fra soldati, membri delle forze di sicurezza e dieci civili vittime di terroristi. Il terrorismo ha lasciato inoltre 2.848 orfani, 976 genitori che hanno perso un figlio e 799 persone che hanno perso il coniuge.

“Se siamo qui – ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aprendo la riunione del governo domenica mattina, vigilia di Yom Ha Zikaron, la Giornata della Rimembranza – è grazie ai combattenti d’Israele che hanno partecipato alla lotta per la nostra esistenza, è grazie a coloro che sono sopravvissuti alle guerre e a coloro che sono caduti. Noi non dimentichiamo neanche per un attimo che siamo qui grazie ai caduti. Oggi, la somma delle minacce contro lo Stato d’Israele si presenta maggiore che in passato, ma anche le Forze di Difesa e i servizi di sicurezza sono più forti che mai. Continueremo a rafforzare la nostra sicurezza, continueremo a cercare la pace con i nostri vicini e continueremo a garantire un futuro al nostro paese”.

Thanks to Israele.net e Progetto Dreyfus

Yom Hazikaron 2013

In questo video il suono della sirena a Gerusalemme: le persone si fermano per un minuto per ricordare tutti i caduti di Israele

Israeli Day of Remembrance 2013 - Yom HaZikaron Eve at the Kotel | 5773 ...

Oggi si celebra Yom Hazikaron, il giorno dei caduti e in questo videopotete vedere  le imagini della commemorazione di tutti i caduti delle guerre di Israele: onore al merito di coloro che hanno perso la vita per difendere lo stato e il popolo ebraico.
Mai più Massada!
Mai più Shoah

sabato 13 aprile 2013

Siria: una nuova minaccia per Israele

Nella giornata di ieri, colpi di artiglieria sono stati sparati contro una pattuglia israeliana che percorreva la strada lungo il confime siriano sul Golan. Nessun soldato rimanveferito.
In risposta, i militari israeliani rispondevano al fuoco con colpi di artiglieria verso l'orgine dell'attacco e colpivano gli assalitori.
Le IDF avvertivano i militari dell'ONU che dovrebbero garantire la tregua, di quanto accadut

I prossimi giorni potrebbero essere molto a rischio per il confine nord-est di Israele: i ribelli siriani stanno prendendo possesso della ssona cuscinetto tra i due paesi, che prima era ben vigilata dai reparti di elite dell'esercito del dittatore Assad.
Lo scenario più preoccupante è quello che vede i ribielli mettere le mani su armi chimiche per poi rivolgerle contro Israele.
Con una situazione sempre più deteriorata, il pase arabo è ormai sull'orlo di una inevitabile resa dei conti finali: e Israele resta alla finestra a monitorare il tutto, pronto a difendere i suoi cittadini

giovedì 11 aprile 2013

Cancellate tutti gli ebrei (da Internet)

In Israele oggi si celebra lo Yom HaShoah: la Giornata del Ricordo dell’Olocausto (il 27 gennaio nel resto del mondo). La commemorazione dei sei milioni di vittime ebree della ferocia antisemita del nazismo è stata istituita nel 1953 per iniziativa dell’allora premierBen Gurion. Un buon momento per fermarsi un attimo a riflettere sulla barbarie umana, e affinché non accada più.
Non la pensano allo stesso modo i militanti di Anonymous, che hanno fatto coincidere con questa dolorosa ricorrenza una iniziativa quantomeno discutibile, per tempistica e modalità: il tentativo di cancellare tutti gli ebrei, perlomeno virtualmente, dai siti Internet.
Divertente la contromossa degli attivisti israeliani, che ieri, poco dopo la mezzanotte, in un gesto che ricorda vagamente l’ardita azione dell’aviazione israeliana allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, ha oscurato la home page del sito di “OPIsrael.com”, sostituendola con una pagina che riporta una famosa accesa discussione sul canale Al Jazeera, in cui si difese memorabilmente lo stato ebraico.
Tutto sommato, i risultati sono stati di gran lunga inferiori alle intenzioni della vigilia: i siti governativi e istituzionali sono in buona parte al loro posto, regolarmente funzionanti,malgrado i tentativi di intrusione. Duole rilevare come simile attivismo non sia manifestato nei confronti delle dittature islamiche, antiche – Assad continua a mietere vittime in Siria, e il conteggio dei morti ha superato da tempo le 70.000 unità; e il mese di marzo è stato finora il peggiore, nell’ambito della guerra civile in essere da più di due anni – e recenti (Egitto e Tunisia, per citare solo due casi).
Due casi di intrusione meritano di essere citati. Uno, grottesco; l’altro, raccapricciante. E’ stato hackerato il sito di Haaretz, il giornale filoarabo pubblicato in Israele, salito agli onori della cronaca per aver ospitato pochi giorni fa l’invito a usare l’arma degli assalti a colpi di pietre come legittima forma di manifestazione del dissenso; e pazienza se ciò provoca la morte o il ferimento di vittime innocenti. Potevano scegliere meglio il loro obiettivo, i pirati di Anonymous… (Aggiornamento: dopo accurata verifica, è stato accertato che gli articoli deliranti e di simpatia verso le istanze del terrorismo islamico, fanno parte dell’ordinaria politica editoriale del quotidiano).
Il secondo obiettivo poteva essere evitato: getta ulteriore discredito su un’organizzazione che di sicuro non è ricordata per onestà e moralità. L’attacco cibernetico ha colpito il sito di Larger than Life, una ONG che aiuta i bambini malati di cancro. Come recita la pagina Facebook dell’organizzazione umanitaria, «E’ un peccato che questo stia accadendo, lo scopo della nostra organizzazione il cui scopo è di dare amore e l’assistenza a tutti i bambini colpiti dal cancro in cura in Israele, senza distinguere in base a religione, razza o nazionalità».
Per gli odiatori di Israele e della civiltà, il vandalismo informatico di oggi è un autogol che allontana sempre più i simpatizzanti da quella che una volta pomposamente era definita la “questione palestinese”.

Il Borghesino


martedì 9 aprile 2013

Israele non è 'legittimato' dalla Shoàh


Di Einat Wilf
Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”.
Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo.
La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità.
La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione.
Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto.
Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri.
Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale.
Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi.
“Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più.

(Da: Israël-Infos, 20.4.2012)

Che vita del gaz...a!

Secondo un reportage diffuso sabato dall'agenzia cinese Xinhua, i genitori di Gaza si sono recentemente lamentati che la polizia di Hamas ferma, interroga per ore e maltratta con violenza i loro figli colpevoli di indossare jeans attillati a vita bassa e capelli pettinati col gel alla Justin Bieber. Secondo Ihab al-Ghussein, portavoce di Hamas, il giro di vite fa parte di una campagna organizzata per ''ripristinare tradizioni e leggi islamiche”.

Le "poesie" dei bimbi palestinesi

In questo video si può vedere una bambina palestinese che partecipa a un programma televisivo della tv dell'ANP mentre recita una "poesia". Forse noterete che le parole sono un po diverse da quelle che imparano i bambini italiani e nel resto del mondo civile, ma è quello che accade da anni, troppi anni ormai, in "Palestina" dove i bambini vengono allevati nell'odio nei confronti degli ebrei.
Nessuno trova da ridire su questo modo osceno di condizionare le menti di bimbi innocenti, nessuno protesta o indice manifestazioni per lo scempio di un'infanzia violata sistematicamente da adulti incoscienti che di certo non amano neanche i propri figli.

Ancora razzi

I terroristi palestinesi non si fermano mai, davanti a niente. Cme ogni anno hanno voluto mandare un "pensiero" ai cittadini di Israele nel giorno di Yom Hashoah sotto forma di razzi kassam, che fortunantamente non hanno provocato feriti o danni. Già nei giorni scorsi altri due razzi si erano abbattuti su Sderot, creando danni a edifici.
In risposta l'aviazione israeliana ha colpito postazioni terroristiche all'interno della striscia di Gaza.
Come al solto i criminali di hammazz non rispettano gli accordi presi con Israele e ricomninciano a bombardare lo stato ebraico.
Chi è che vuole la pace????

Le minacce cibernetiche contro Israele

Gli hacker della rete Anonymus avevano minacciato un poderoso attacco cibernetico contro Israele al fine di "cancellarlo da internet" e ci hanno provato: erano solo trecento circa (non i 9000 di dicembre in risposta al diritto di Israele di difendere i suoi cittadini con l'operazione difensiva "Colonna di Nube") e non sono riusciti a mandare in crash i siti istituzionali che si erano preposti di demolire.
Il National Cyber Bureau aveva messo in atto nei giorni scorsi le opportune contromosse per evitare problemi e i risultati sono stati molto soddisfacenti: l'attacco, iniziato il 5 aprile e proseguito per tutto il 6, si è rivelato un boomerang addiruttura. Degli hackers israeliani hanno mandato in tilt il sito di Anonymus per diverse ore inserendo nella home page la bandiera israeliana e facendo sentire in sottofondo l'inno israeliano Hatikva e lasciando questo commento "Israele non tollererà l'ositile campagna di attacchi pepetrata contro di esso. Degli hackers amatoriali non potranno nuocere allo stato di Israele o alla sua sicurezza"
Inoltre gli hackers di Anonymus hanno fatto sonfusione tra il Liechetenstein (che ha come fine degli indirizzi internet .li) e Israele (.il)  indirizzato i loro attacchi contro siti istituzionali del piccolo pirincipato nel cuore dell'eurabia.

sabato 6 aprile 2013

Palestinesi a Yad VaShem: «Una tragedia senza paragoni»


Ahmed al-Jaafari, 43 anni, residente nel campo palestinese di Deheishe, si ferma davanti alla lista di ebrei mandati al campo di sterminio di Sobibor. A un certo punto si rivolge alla guida, Roee Hanani, e chiede: “Perché tenevano un elenco così preciso se avevano in programma di ucciderli comunque tutti?”. Hanani gli risponde in arabo: “I nazisti erano molto ben organizzati. Erano convinti che stavano risolvendo un problema mondiale e intendevano andar fieri di quello che facevano”.
Nel quadro di una inusuale escursione a Yad VaShem organizzata da “Combattenti per la pace”, otto abitanti dell’Autorità Palestinese hanno visitato il museo della Shoà di Gerusalemme per apprendere quale fu il destino degli ebrei in Europa durante l’Olocausto.
“Questa per me è stata un’esperienza sconvolgente – dice al-Jaafari – Ho ascoltato e letto sulla Shoà, e ho visto film, ma niente si avvicina a una visita in cui puoi vedere con i tuoi occhi. Non capisco come il mondo possa aver macchinato un crimine come questo”. Al-Jaafari prosegue facendo alcune considerazioni che gli ebrei possono capire bene, ma che potrebbero irritare molti palestinesi. “Quando guardi il retroterra della nazione ebraica puoi cercare di capire ansie e paure. Una nazione che ha vissuto una cosa come questa non può vivere senza cicatrici. Non sono d’accordo con il paragone fra Shoà e situazione nei territori, e chi fa questo paragone può farlo solo spinto dal dolore e dalla rabbia”.
“Combattenti per la pace” è stata creata da un gruppo di israeliani e palestinesi che hanno partecipato in prima persona a ciò che essi definiscono “il cerchio della violenza” e poi hanno optato per una scelta non-violenta a favore di pace e coesistenza.
Quando sono arrivati alla sezione dedicata ai Giusti fra le Nazioni (i non ebrei onorati da Yad VaShem perché rischiarono la vita per salvare anche un solo ebreo dalla Shoà), Hanani racconta di una coppia di devoti musulmani che nascose la famiglia ebraica Habilio nella propria casa a Sarajevo. La coppia prese con sé anche il padre, che era riuscito a scappare da un campo di lavoro. La famiglia Habilio si stabilì in Israele nel 1984 e si rivolse allo Yad VaShem, portando al riconoscimento della famiglia musulmana Hardega come Giusti fra le Nazioni. La storia non finisce qui. Una decina di anni dopo, durante la guerra civile degli anni ’90 che vide il crollo della Jugoslavia, Sarajevo fu pesantemente attaccata. Allora lo Yad VaShem e il Joint Distribution Committee si adoperarono finché riuscirono a portare in salvo in Israele Zaynba Hardega con la figlia, il genero e una nipote. Oggi Zayba non c’è più, ma il resto della famiglia vive ancora a Gerusalemme.
Hanani spiega al gruppo che non vi sono ancora degli arabi ufficialmente riconosciuti Giusti fra le Nazioni, ma il Comitato competente sta attualmente esaminando alcuni casi di arabi del Nord Africa che salvarono degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
“Ho iniziato a interessarmi alla Shoà vent’anni fa quando vidi il film Schindler's List – dice Bassam Aramin, che ha organizzato la visita dalla parte palestinese – Da allora l’ho visto quattro volte. Meno di un mese fa ero all’Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti, a Washington. Quando arrivi in un posto come quello, dimentichi chi sei. Questa è una tragedia che non può essere descritta a parole”. Circa cinque anni fa, la figlia di dieci anni di Aramin restò uccisa da un proiettile di plastica delle forze israeliane. Quando sente paragoni fra i territori e la Shoà in Europa, Aramin si indigna: “E’ un grave errore – dice – sono cose completamente diverse. In quanto persona che vive sotto occupazione, certamente posso identificarmi coi sentimenti di un profugo: umiliato, debole, smarrito. Ma la tragedia della Shoà è completamente diversa”.
Nabil, un altro dei visitatori palestinesi, dice che non ci ha pensato due volte a unirsi al gruppo: “Appena mi hanno chiamato, ho aderito. Avevo sentito tanto sulla Shoà e volevo vedere Yad VaShem coi miei occhi. Non ho paura delle reazioni da parte palestinese. Penso che tutti dovrebbero venire qui e vedere coi propri occhi”.

(Da: YnetNews, 4.4.13)

La nazione araba più libera del mondo


Di Robert L. Kern
Attualmente siedono alla Knesset dodici parlamentari arabo-israeliani (sul totale di 120 deputati). In effetti, vi sono sempre stati dei parlamentari arabi nella Knesset sin dal 1949, quando in Israele si tennero per la prima volta elezioni politiche. Vi sono stati parlamentari musulmani, cristiani, drusi e beduini – uomini e donne – e vale la pena sottolineare che tra di loro vi sono stati anche ministri, viceministri e vicepresidenti del parlamento. Tutto questo non dovrebbe sorprendere. Eppure quando lo dico agli accusatori di Israele, loro semplicemente si rifiutano di ascoltare. Il che dimostra quanto sia efficace la propaganda anti-israeliana.
Non molto tempo fa, mentre ero seduto a un caffè nel centro commerciale Mamilla, a Gerusalemme, nei pressi della Porta di Giaffa, ho visto passare davanti ai miei occhi la prova di quanto si sbaglino quei disinformati denigratori. Sulla panchina accanto a me una giovane donna araba musulmana vestita in modo tradizionale puliva il gelato dal viso e dalla t-shirt Manchester United di suo figlio. Altri avventori arabi, sia in abiti tradizionali che in abiti occidentali, passeggiavano portando le borse della spesa, mescolati a una folla di persone che annoverava donne ebree ortodosse vestite in modo morigerato, ebrei ultra-ortodossi, suore cattoliche, preti armeni, un gruppo di cristiani evangelici americani in giro turistico e giovani israeliani variamente abbigliati, dai jeans alle minigonne. Nessuno sembrava preoccuparsi minimamente degli altri.
Non che fosse un caso raro: scene di questo genere hanno luogo tutti i giorni in tutta Gerusalemme, nella centralissima Piazza Sion come nei vicoli e nei mercati della Città Vecchia. E scene analoghe si possono vedere sul lungomare di Tel Aviv. Recentemente, in una tiepida serata, ho visto famiglie arabe fare pic-nic sul prato del parco che sta fra Alma Beach e Giaffa. Ma ciò che ha attirato di più la mia attenzione erano delle donne arabe in abiti tradizionali e con le Nike ai piedi che praticavano il “power walking” senza fare minimamente caso alla giovane coppia di ebrei ortodossi che si era data appuntamento nello stesso luogo e passeggiava senza nemmeno sfiorarsi le mani, né a tutte le altre persone che camminavano, correvano, facevano esercizi ginnici, passavano in bicicletta o portavano a spasso il cane. Era un vero e proprio spaccato della variegata popolazione di questo paese, con tutta una gamma di abbigliamenti diversi, che si godeva la brezza marina.
Naturalmente, i rapporti fra ebrei e arabi sono molto più complicati di quello che si può vedere a occhio nudo, e certamente vi è differenza tra le due popolazioni arabe che ho osservato: quelli a Tel Aviv-Giaffa sono cittadini israeliani, mentre la maggior parte di quelli che ho visto a Mamilla erano probabilmente di Gerusalemme est o di Cisgiordania. Dico “la maggior parte” ma non tutti, perché i villaggi arabi ad ovest di Gerusalemme, come Abu Ghosh, fanno parte di Israele sin dal 1948 e i loro abitanti sono cittadini israeliani. Tuttavia continua a stupirmi quanto sono veementi, sbagliate e fuori luogo le accuse a Israele circa i suoi cittadini e residenti arabi. Praticamente tutti i paesi attorno a Israele sono colpevoli a livelli addirittura grotteschi di quelle discriminazioni e violazioni dei diritti umani di cui Israele viene accusato dai suoi detrattori (ma gli accusatori di Israele, questi campioni della difesa della libertà e dei diritti umani, preferiscono non dire una parola su di loro). Israele non è un paese perfetto, ma lo stesso si può dire degli Stati Uniti e probabilmente di ogni altra nazione. No, certamente Israele non è perfetto, ma quando lo si confronta ai suoi vicini, è alquanto eccezionale.
Il che mi riporta al tema della Knesset. Se gli arabi israeliani avessero scelto di votare in maggior numero alle elezioni dello scorso gennaio, oggi sarebbero ancor più rappresentati nel parlamento israeliano. La parola “scegliere” è importante: nessuno li ha trattenuti dall’andare a votare, né li ha costretti a votare per qualcuno che non volevano. La scelta di non votare è un diritto tanto quanto la scelta di dare il proprio voto, ed essi hanno liberamente esercitato questo diritto, senza alcun timore di ritorsioni.
Personalmente continuo a credere nella soluzione “a due stati”. Ma quando alcuni anni fa il leader di Yisrael Beiteinu, Avigdor Liberman, suggerì che la zona del “Triangolo” (un gruppo di città e villaggi arabo-israeliani vicino a Kfar Saba e alla Linea Verde) venisse trasferita al futuro stato arabo-palestinese in cambio della sovranità di Israele su alcuni insediamenti in Cisgiordania, l'83% degli arabi residenti in quella zona si è dichiarato totalmente contrario. Evidentemente, a dispetto di quel che dicono i suoi accusatori, Israele è la “nazione araba” più libera del mondo.

(Da: Times of Israel, 10.3.13)

Il caso al-Dura alla Corte Suprema di Francia


Di Elihu Stone
Questa settimana la Corte Suprema di Francia renderà la sua decisione su un caso che vede contrapposti la tv statale “France 2”, e uno dei suoi maggiori reporter, Charles Enderlin, contro l’analista dei mass-media Philippe Karsenty, accusato dai primi del reato di diffamazione. L'azione legale, che si snoda da otto anni nel sistema giuridico francese, riguarda un evento i cui echi risuonano potentemente ancora oggi.
Il 30 settembre 2000, all'inizio della seconda intifada, France 2 mandò in onda un video di circa un minuto, redazionalmente montato, relativo a un episodio filmato dal suo stringer palestinese, Talal Abu Rahma, all'incrocio di Netzarim, nella striscia di Gaza. Abu Rahma fu l'unico dei tanti cameraman che operarono quel giorno a Netzarim a riprendere l'incidente, che a suo dire si svolse nell'arco di un'ora intera. Charles Enderlin, corrispondente di France 2 da Gerusalemme – che non aveva assistito alla scena – mise in onda il filmato informando i telespettatori che il 12enne palestinese Mohammed al-Dura e suo padre, Jamal, erano stati “bersagliati dal fuoco di una posizione israeliana” mentre cercavano riparo dietro un barile, a ridosso di un muro dello svincolo. In interviste successive Abu Rahma accusò i soldati israeliani di aver assassinato Mohammed “a sangue freddo” sparando “centinaia di proiettili” mentre il ragazzino moriva dissanguato per una ferita all'addome. La micidiale calunnia secondo cui i soldati israeliani avevano allegramente ucciso il piccolo Mohammed si trasformò immediatamente in un focoso appello per tutti i jihadisti e i nemici giurati d’Israele, degli ebrei e delle democrazie occidentali. Bin Laden pubblicò in evidenza l’immagine di al-Dura nei suoi video volti a reclutare adepti; i jihadisti pachistani decapitarono il giornalista ebreo americano Daniel Pearl davanti alla telecamera invocando l'immagine di Mohammed al-Dura.
Sin dal momento in cui è stata trasmessa, la scena ha suscitato tutta una serie di inquietanti interrogativi sul conto di Enderlin, e molti altri ne sono emersi nel corso degli anni seguenti: come mai, benché Abu Rahma e Enderlin sostengano che gli israeliani colpirono Mohammed e suo padre una dozzina di volte con proiettili che trapassarono i loro corpi, non si vede neanche una goccia di sangue sul muro, sul bidone o sul suolo attorno alle due “vittime”? Come mai la gente attorno ad Abu Rahma gridava “il bambino è morto, il bambino è morto!” ancor prima che egli desse segno d’essere stato colpito? Come mai due “stacchi” dopo che Enderlin lo aveva dichiarato morto, il bambino sbirciava da sotto il braccio verso la telecamera non mostrando alcun segno di ferite all'addome? E come mai Enderlin ha tagliato quella scena finale dalla sua trasmissione? Come mai, il giorno dopo l’incidente, alcuni fotoreporter hanno trovato del “sangue” rosso sul terreno vicino al barile dove si trovava il padre, ma non dove il figlio dovrebbe essere morto dissanguato per una ferita all'addome? Come mai 45 minuti di fuoco continuato e mirato hanno lasciato non più di undici fori di proiettile nel muro a ridosso degli al-Dura? Come mai, nonostante Abu Rahma abbia variamente sostenuto d’aver raccolto e/o filmato proiettili sulla scena, e nonostante i chirurghi che avrebbero operato il padre Jamal a Gaza e in Giordania abbiano sostenuto d’aver estratto dei proiettili, non un solo proiettile o frammento di proiettile è mai stato mostrato, in risposta alle ripetute richieste di questa prova da parte di Israele?
L’incidente al-Dura e gli interrogativi che lo circondano sollevano questioni che vanno al di là dei fatti di quel giorno e dei confini geografici del Medio Oriente. Essi chiamano in causa i diritti e le responsabilità basilari dei mass-media nel momento in cui riportano dei fatti, e specialmente nei casi in cui attribuiscono moventi e colpe. Troppo spesso, davanti al tribunale dell’opinione pubblica, la stampa si atteggia contemporaneamente ad avvocato, giudice e giuria. Le regole che governano la produzione di prove davanti al tribunale dell’opinione pubblica sono molto meno precise di quelle delle corti di giustizia. Proprio per questo, la stampa ha responsabilità ancora più grandi di quelle della stessa polizia nel determinare quali immagini e messaggi immettere in quella sfera pubblica che sarebbe suo precipuo compito informare con accuratezza. È stato detto che la verità conta meno di convinzioni e percezioni, nel plasmare i fatti del mondo. Ma ciò non fa che accrescere le responsabilità dei giornalisti: se possono plasmare così potentemente le percezioni, a maggior ragione devono procedere con estremo scrupolo. Le democrazie danno loro la libertà di stampa perché dicano la verità al potere. Abusare di questa libertà per riciclare false accuse mirate ad attizzare la guerra significa tradire la propria stessa professione.
Eppure in più di un’occasione membri dei mass-media hanno difeso le immagini scelte proprio per il loro contenuto emotivo, anziché informativo e probatorio. Il “difensore civico” del Washington Post, Patrick B. Pexton, in un articolo pubblicato lo scorso 23 novembre col titolo “Foto di bambino morto a Gaza mostra solo mezza verità”, ha ricordato quella volta in cui MaryAnne Golon, direttrice della fotografia del Post, gli spiegò che lo scopo di qualsiasi foto in prima pagina, a prescindere del soggetto, è quello di commuovere il lettore, che sia con la bellezza, con il sentimentalismo o con il dramma”. Evidentemente il fatto che il giornalista avesse ingiustamente accusato Israele per la morte del bambino non ha fermato la ricerca dell’impatto emotivo.
Nel caso al-Dura, France 2 non ha voluto indagare interrogativi fondamentali relativi a dati di fatto e a rapporti causali prima, durante e dopo la diffusione di accuse e immagini velenose al pubblico che si fida di France 2. E oggi continua a restare in possesso esclusivo di materiale cruciale per dare appropriata risposta a tali interrogativi. Forse France 2 agì precipitosamente perché non voleva farsi scippare lo scoop da altri che avevano filmato la scena, ma questo non può giustificare la sua successiva scelta di non indagare in modo appropriato. Il rifiuto totale da parte di giornalisti e direttori di France 2 di esaminare prove che contraddicevano le loro ipotesi di base resta profondamente inquietante. Ancora più inquietante il fatto che France 2, messa di fronte ai suoi errori, non ha fatto che rilanciare, cercando di imbavagliare giuridicamente Karsenty per aver avuto il coraggio di definire una bufala il caso al-Dura. Se il tribunale francese, per motivi politici o per motivi tecnici, si schiererà con l’emittente statale France 2 contro un critico coraggioso e onesto, infliggerà un duro colpo non solo alla responsabilità della stampa, ma al tessuto stesso della società civile nella cui difesa dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale. Un così misero fallimento da parte sia della stampa che della giustizia nel correggere questa propensione ad accreditare calunnie micidiali farebbe del mondo un luogo molto più pericoloso.

(Da: Times of Israel, 30.3.13)

venerdì 5 aprile 2013

Le balle dei palestinesi continuano....

Molte delle persone che seguono con attenzione le notizie su Israele, saranno certamente al corrente di cosa sia Pallywood e di come i palestinesi manipolino le foto e le notizie per far apparire Israele sempre come colpevole di qualsiasi cosa.
Ricorderete il "massacro" di Jenin (quando i palestinesi prima dichiararono che erano morte centiania, anzi no migliaia di persone e poi dovettero ammettere che erano morte 52, mentre gli israeliani avevano avuto oltre 40 soldati deceduti) con i funerali con i morti che camminano come si può vedere in questo video, le false foto della bambina "colpita" dal fosforo bianco che in realtà aveva una rarissima malattia della pelle, le foto taroccate sulla Mavi Marmara per far sparire i coltelli (sulla nave erano tutti "pacifisti"!). E la bambina yemenita morta in un incidente e fatta passare per vittima degli israeliani? Ce ne sono tante, ma tante che non si finirebbe più.
Vi propongo le ultime, fresche fresche che sono venute fuori dalla fucina palestinese:
la scritta asserisce che trattasi di tale Maysara Abu Hamdiya "prigioniero, comandante e jihadista" recita la scritta in arabo accanto alla foto in sovraimpressione...... e si riferisce alla morte di questo terrorista avvenuta in carcere per cancro.... ammanettato al suo lettino d'ospedale senza ricevere cure adeguate...






ma se si allarga la foto si ha una bella sorpresa: si tratta di un ribelle siriano catturato dai militari di Assad e ricoverato in un ospedale siriano!!!! Il ragazzo non è proprio il terrorista Hamdiya. Come la  mettiamo truffatori?

lunedì 1 aprile 2013