Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

domenica 26 maggio 2013

In Parlamento il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo dimostra ancora una volta il proprio pregiudizio contro Israele

Roma, 21 Maggio 2013 – “Il 5 giugno verrà inaugurata la Coppa UEFA di calcio under 21 in Israele. Ora il 5 giugno è una data particolare perché è la data in cui Israele attaccò e occupò la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan e parte del Sinai. Quindi rappresenta una giornata di conquista per Israele e probabilmente l’inizio della sofferenza per molte altre popolazioni. Gli israeliani in questo momento stanno praticando discriminazione e violenza anche in ambito sportivo perché si stanno distruggendo stadi, stanno facendo ostruzionismo agli eventi che prendono in considerazione il lato palestinese. Noi crediamo che neppure lo sport possa esimersi dal rispetto dei diritti umani e che un evento così importante a livello mondiale debba chiaramente essere sotto l’occhio della riflessione collettiva anche da questo punto di vista. Quindi, mi rivolgo al Ministro Idem, il nostro Ministro dello sport, chiedendo che il 5 giugno non rimanga in silenzio ma esprima la nostra solidarietà al popolo palestinese che non può godere della libertà di questi eventi come tutti gli altri popoli liberi“.
Con queste parole , seguite da applausi dei rappresentanti dell’M5S edi SEL, il deputato del Movimento Cinque Stelle Manlio di Stefano, già a noi noto per aver scritto il 5 Maggio scorso sulla propria pagina Facebook che “E’ sconcertante che Israele possa bombardare sostanzialmente chiunque senza alcuna reazione degli stati “democratici” occidentali“, ha utilizzato il proprio tempo a disposizione alla Camera dei Deputati durante il question-time al Governo.
Quel che stupisce di questo intervento non è solo la quantità di idiozie e falsità dette in così poco tempo (La Guerra dei Sei Giorni fu una guerra in cui lo Stato di Israele si difese dalla aggressione dei paesi confinanti, e solamente vincendola riuscì a salvare se stesso e il proprio popolo, e nel tempo Israele ha restituito la Penisola del Sinai all’Egitto e si è poi ritirato dalla Strscia di Gaza, passando il controllo della stessa e di parte della Cisgiordania alle varie autorità palestinesi, nell’ottica dell’accordo “terra in cambio di pace”), quanto piuttosto il fatto che nonostante tutti i problemi che l’Italia ha in questo periodo, ci siano dei deputati che utilizzino il proprio tempo a disposizione per invitare il Governo italiano ad un boicottaggio antisraeliano in ambito sportivo. Siamo proprio sicuri che le finali dell’Europeo Under 21 in Israele siano una priorità per i politici italiani? Piuttosto siamo curiosi di sapere se e quando risponderà il Movimento Cinque Stelle alle domande che abbiamo posto in più di una occasione, e quando chiarirà Beppe Grillo la propria posizione e quella del Movimento di cui è leader indiscusso a proposito di Israele.
Infine una piccola annotazione in ambito comunicativo: il “cittadino” Di Stefano aveva pubblicato sulla propria pagina Facebook anche il video del suo intervento (per il quale aveva ammesso di essersi informato su Wikipedia e su siti di propaganda palestinese….), che dopo qualche giorno è miracolosamente sparito, ma per fortuna qualcuno ha fatto in tempo a salvarlo.
Thanks to Progetto Dreyfus

Al Dura: fine di una menzogna atroce

La “morte” in diretta di Mohammed Al Dura, avvenuta nel 2000 a Netzarin, nella Striscia di Gaza e attribuita all’IDF è stata una delle icone mondiali agitate contro Israele. La televisione di Stato francese France 2, compro’ senza verifica il servizio del cameraman free lance palestinese Talal Abu Rahma; 64 secondi drammatici che sono rimasti impressi nella memoria collettiva del mondo. Un bimbo cerca riparo tra le braccia del padre mentre infuriano scontri, il padre urla di non sparare, la polizia spara, il bimbo si accascia morto; questo è quanto le riprese volevano fosse percepito.
Dubbi furono sollevati fin da subito: niente sangue, niente ambulanze, nessuna immagine del bimbo “dopo”. Il reporter si giustifico’ dicendo che “la pellicola era finita” e non aveva potuto filmare altro. Charles Enderlin all’epoca corrispondente di France 2 per il Medio Oriente, commento’ subito senza indugio le sequenze che furono una condanna senza appello all’esercito israeliano. Philippe Karsenty, analista dei media, francese, fondatore di Media Ratings, cito’ in causa Charles Enderlin, nel 2004, accusandolo di aver costruito di sana pianta le riprese de “l’affare Al Dura”. Più di dieci anni di dibattimenti processuali, prove richieste a France 2 e negate (i famosi rush originali) , il padre di Mohammed che a riprova della veridicità delle immagini mostra cicatrici di ferite che dice essere il risultato di quel maledetto giorno. Smentito platealmente: il medico che lo opero’ testimonia essere le cicatrici postumi di operazioni che niente avevano a che vedere con il fatto.
Il video presentato da Enderlin in dibattimento fu giudicato “confuso”: mancavano gli scatti decisivi, Mohammed Al Dura muoveva testa e gambe dopo la sua presunta morte, non c’era sangue sulla sua maglietta. Le foto che furono diffuse del bambino all’obitorio, risultarono essere quelle di Sami Al Dura e non di Mohammed. Le due morti non avevano nessuna attinenza l’una con l’altra. Piano piano, nel corso di questi tredici anni, c’è stato il tentativo da parte di France 2 e di una parte della stampa, di trasformare “l’affaire Al Dura” in “Karsenty contro Enderlin”, stravolgendo cosi’ quello che invece avrebbe dovuto essere impellente bisogno di verità.
“L’icona” Al Dura è stata il vessillo della Seconda Intifada, ha “giustificato” agli occhi del mondo atrocità come l’assassinio di Daniel Pearl, giornalista americano decapitato in diretta da islamisti pachistani, con alle spalle l’immagine del “piccolo martire” o come il massacro dei due riservisti dell’IDF, sconfinati a Ramallah e fatti a pezzi.
Ed è arrivata ad essere utilizzata perfino da Mohammed Merah, autore della strage alla scuola ebraica Ozar Ha Torah di Toulouse, che disse di essere stato spinto ad agire dall”assassinio del “martire Al Dura”.
Ora forse, finalmente, la farsa si avvia alla sua conclusione. Il deputato laburista israeliano, Nahman Shai, ha incontrato il Ministro della Difesa, Moshe Yaalon, per consegnargli la copia del suo libro “Una guerra dei media che colpisce i cuori e gli animi”, che tratta del ruolo dei media nell’affaire Al Dura. Mohammed Al Dura non sarebbe mai stato né ferito né morto, ma al contrario, sarebbe ancora vivo e in buona salute. Una tesi che circola da anni. Yossi Kuperwasser, ex generale di Brigata che ha condotto l’inchiesta Al Dura, è arrivato alla conclusione che le immagini filmate dal cameraman di France 2 furono una messa in scena “volontaria o involontaria”.
Israele ha pubblicato, il 19 maggio 2013, un rapporto ufficiale che accusa France 2 e Charles Enderlin:
“…Le accuse di France 2 non avevano alcuna base riscontrabile nel materiale che l’emittente aveva in suo possesso al momento … Non ci sono prove che l’IDF sia stata in alcun modo responsabile della causa dei presunti danni a Jamal Al Dura o a suo figlio, Mohammed Al Dura “
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ricevuto oggi la relazione del Comitato di revisione del governo “Rapporto France 2 Al-Durrah , conseguenze e implicazioni”. La relazione è stata presentata dal Ministro degli Affari Internazionali, Strategie e Intelligence, Yuval Steinitz, alla presenza del Direttore Generale del Ministero degli Affari Internazionali, Yossi Kuperwasser…. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: “E’ importante concentrarsi su questo incidente – che ha diffamato la reputazione di Israele. Questa è una manifestazione della campagna menzognera di delegittimare di Israele. C’è solo un modo per combattere le menzogne, attraverso la verità.. . Solo la verità può prevalere sulla menzogna “.
E questa volta, probabilmente, gli elementi emersi sembrano essere convincenti se perfino un’agenzia come l’Ansa, di solito molto “restia” (per usare un eufemismo) a riconoscere le ragioni di Israele e a riportare in maniera equilibrata il conflitto, non ha potuto fare a meno di titolare:
Israele: immagine simbolo intifada, tv menti’ su morte bimbo. ’Era vivo dopo la sparatoria, ma France 2 non lo mostro”’.
Nello stesso tempo, il “termometro” del web da la misura dell’importanza della notizia che appare su centinaia di blog e giornali on line. Perfino la “ricerca per immagini” al nome Al Dura, suggerisce “hoax”. Niente e nessuno potrà riparare al danno fatto, nessuna ammissione di frode potrà restituire la vita a chi è stato ucciso in nome di una messa in scena, nessuna verità, per quanto palese, potrà cancellare dall’immaginario collettivo mondiale la certezza che gli Ebrei si nutrano ancora del sangue dei bambini, come per secoli è stato creduto. Scrive Youval Steiniz, Ministro degli Affari Interni: « l’affaire Al-Dura è un’accusa moderna di morte rituale contro lo Stato di Israele, come quelle che sostennero ci fosse stato un massacro a Jenin. Il réportage di France 2 è completamente senza fondamento».

Federazione Sionistica Italiana

sabato 25 maggio 2013

Libia: cimitero di guerra inglese dissacrato.



Le immagini di questo filmato mettono inmostra tutta la "bravura" e capacità dei libici liberati da Gheddafi... di combattere pure contro i morti!
Vengono dissacrate le tombe di militari inglesi morti drante il secondo conflitto mondiale e ci si accanisce contro quelle di soldati ebrei e contro la croce che si troavava all'interno del cimitero!
E mi si venga a dire che questi sono democratici e rispettosi.

giovedì 23 maggio 2013

Se l’Unione Europea etichetta i prodotti in base alla «linea verde»


Che si tratti del vino delle alture del Golan, dei bretzel di Ariel o dei cosmetici del Mar Morto, sta di fatto che l’Unione Europea ha preso di mira tutte le merci israeliane prodotte al di là della “linea verde”. Lo scorso dicembre il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha ribadito il suo “impegno a garantire continua, piena ed efficace attuazione della legislazione UE in vigore e degli accordi bilaterali relativi ai prodotti degli insediamenti”. Quello che intendono dire è che l’etichetta “made in Israel” deve valere esclusivamente per i beni prodotti all'interno della “linea verde” affinché i consumatori europei possano distinguerli. Il mese scorso i ministri di Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Slovenia, Lussemburgo e Malta hanno firmato una lettera indirizzata al responsabile della politica estera della UE, Catherine Ashton, in cui ribadiscono il loro sostegno all'etichettatura differenziata dei beni prodotti nelle città, nei villaggi e nei parchi industriali che sorgono in Giudea e Samaria (Cisgiordania). E tredici paesi costituiscono quasi la metà dei 27 stati membri dell’Unione Europea.
A quanto risulta, Washington ha già fatto notare che questa decisione non farebbe altro che complicare ulteriormente i rinnovati sforzi americani ed europei per mediare un accordo di pace fra Israele e Autorità Palestinese. A nostra volta vorremmo aggiungere alcune ragioni che dimostrano quanto questa fissazione dell’etichettatura in base alla "linea verde" sia sbagliata.
Innanzitutto, l’ipotesi che ne sta alla base è che soltanto Israele sia da ritenere responsabile, e dunque da penalizzare, per lo stallo del processo di pace, ignorando completamente le responsabilità della parte palestinese (rifiuto intransigente delle più avanzate offerte di compromesso, continuo incitamento e indottrinamento all'odio verso l’esistenza stessa di Israele, rifiuto di riprendere i negoziati diretti senza precondizioni). Di più. Incolpando solo Israele, si incoraggia i palestinesi a persistere con l’istigazione, col rifiuto di tornare al tavolo delle trattative, con la mortificazione delle forze più moderate all'interno della loro società.
In secondo luogo, un’etichettatura pensata per favorire il boicottaggio dei prodotti israeliani finirebbe col colpire l’economia palestinese. Le aziende israeliane al di là della “linea verde” danno lavoro a decine di migliaia di palestinesi. E poiché i legami economici sono difficili da districare, il boicottaggio inevitabilmente si tradurrebbe in una punizione collettiva degli ebrei che vivono su entrambi i versanti della “linea verde” e degli stessi palestinesi.
Infine, nessuno sa dove verranno fissati i confini definitivi. L’idea di uno scambio di terre grazie al quale Israele cederebbe aree all'interno della “linea verde” in cambio dell’annessione dei blocchi di insediamenti più popolosi al di là della "linea verde" (e che non costituiscono più del 2% della Cisgiordania) da tempo è diventata uno dei principi centrali del negoziato fra israeliani e palestinesi. Proprio di recente anche la Lega Araba sembra aver accettato il concetto che le linee armistiziali del 1949 non sono sacre e che “limitati” scambi di territorio sono del tutto accettabili. Dunque, soltanto i negoziati determineranno l’assetto finale dei territori contesi di Cisgiordania. Nel frattempo, i futuri confini restano ignoti: solo il negoziato diretto israelo-palestinese li potrà definire. Etichettando i prodotti, l’Unione Europea si arroga la facoltà di decidere (al posto degli interessati) che tutti gli insediamenti al di là della “linea verde” dovranno essere smantellati e che tutta la Cisgiordania dovrà essere resa Judenrein (epurata dalla presenza ebraica). Un’idea che la stessa Lega Araba non sostiene più.
L'etichettatura dei prodotti israeliani ricorda piuttosto il vecchio boicottaggio diplomatico, economico e culturale che gli stati arabi decretarono contro Israele sin dal momento della sua fondazione, quando la Cisgiordania era occupata dalla Giordania e tutti gli insediamenti ebraici che sorgevano al di là delle linee armistiziali del 1949 avevano subito la ripulitura etnica ed erano stati distrutti.
Davvero un bell'aiuto al dialogo e alla ricerca di un compromesso di pace.

(Da. Jerusalem Post, 19.5.13)

Cisgiordania: esercito israeliano sventa ennesimo attentato di terroristi palestinesi


Gerusalemme, 21 Maggio 2013 – Forze di difesa e servizi di sicurezza israeliani hanno sventato un attentato terroristico ideato da Hamas e Jihad islamica palestinese: una cellula di Hamas di nove membri, originari del villaggio di Bani Naim (situato nei pressi di Hebron e già nel 2010 scena di un sanguinoso attentato in cui persero la vita quattro israeliani, tra cui una donna incinta), avevano progettato di uccidere un israeliano in una zona agricola ebraica vicina al loro villaggio e di nasconderne il corpo per chiedere la liberazione di detenuti palestinesi in cambio della sua restituzione.
Durante le perquisizioni effettuate nelle case dei sospettati sono stati rinvenuti degli esplosivi rudimentali e alcuni fogli di “istruzioni per l’uso” riguardanti ordigni.
(Fonte: Israele.net, 22 Maggio 2013)

mercoledì 15 maggio 2013

DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA DELLO STATO DI ISRAELE

In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma’apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all’indipendenza nazionale.

Nell’anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d’Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.

Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L’Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall’Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l’Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.

Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.

Facciamo appello – nel mezzo dell’attacco che ci viene sferrato contro da mesi – ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell’immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell’antica aspirazione: la redenzione di Israele.

Confidando nella Rocca di Israele, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città’ di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.

martedì 14 maggio 2013

Muhammad Al-Dura: il ragazzino che forse non è mai stato ucciso (e neppure ferito!)

Di Ben Caspit

Qualcuno si ricorda di Muhammad Al-Dura? È il dodicenne di Gaza che sarebbe stato ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante uno scontro a fuoco all'inizio della seconda intifada, mentre gridava, rannicchiato dietro a suo padre Jamal. Divenne il più potente simbolo della lotta palestinese (e della “malvagità” israeliana): il suo nome riecheggia ancora oggi in tutto il mondo.
In un primo momento Israele non negò che le sue forze potessero aver accidentalmente colpito e ucciso Al-Dura, rimasto intrappolato nel fuoco incrociato di un aspro scontro fra miliziani palestinesi e soldati israeliani all'incrocio di Netzarim (nella striscia di Gaza) il 30 settembre 2000.
In seguito a una prima inchiesta, tuttavia, la versione ufficiale delle Forze di Difesa israeliane si modificò: i soldati non potevano aver colpito il ragazzino dalla posizione in cui si trovavano. Ma era troppo tardi: il racconto della sua uccisione per mano israeliana aveva ormai fatto il giro del mondo, oggi diremmo che si era diffusa in modo “virale”.
Da allora sono trascorsi tredici anni durante i quali sono state avanzate varie teorie e alcune tesi del complotto, compresa quella secondo cui il piccolo Muhammad Al-Dura non sarebbe stato nemmeno ferito.
Pochi giorni fa, il parlamentare israeliano Nachman Shai (laburista) ha incontrato il ministro della difesa Moshe Ya’alon per consegnargli una copia del suo nuovo libro “Media War Reaching for Hearts and Minds” (La guerra mediatica che arriva a cuore e mente), che tratta del ruolo dei mass-media negli attuali conflitti armati, compreso il caso Al-Dura. E Ya’alon ha lasciato stupefatto Shai quando gli ha rivelato che un’indagine condotta da Israele dimostrerebbe che Al-Dura non è mai stato colpito. In altre parole, sarebbe vivo.
Come ho accennato, questa teoria circola già da alcuni anni su internet e se ne parla anche in un dettagliato resoconto del caso che io stesso ho preparato per un programma tv. Ma questa è la prima volta che un ministro della difesa israeliano lo afferma così pubblicamente: non solo Muhammad Al-Dura non venne ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante l’incidente filmato dalla tv "France 2" e visto da tutto il mondo, ma non sarebbe stato nemmeno colpito. Oggi Al-Dura dovrebbe essere sui 25 anni, vivo e vegeto da qualche parte (sempre che non sia rimasto ucciso successivamente in qualche altro incidente).
Dunque si apprende che Ya'alon aveva formato una commissione d’indagine speciale riservata sul caso Al-Dura, la quale ha condotto un’indagine completa durata diversi anni. La commissione era presieduta dal generale della riserva Yossi Kuperwasser, ex capo della Divisione Ricerca e Analisi della Direzione dell’Intelligence militare israeliana, oggi Direttore generale del Ministero per gli affari strategici. Oltre a lui, la commissione era composta da numerosi specialisti del Technion, l’istituto di tecnologia israeliano, e da altre istituzioni accademiche, e raccolse informazioni dal fisico Nahum Shahaf, il primo che ha dimostrato, in base agli angoli e al volume di fuoco, che la scena filmata non poteva essere autentica. Kuperwasser stesso si incontrò diverse volte con Shahaf.
Ho parlato con Kuperwasser questa settimana e mi ha confermato che la conclusione della commissione è che Al-Dura non venne colpito e che il celeberrimo video deve essere una messinscena. Questo significa che il reportage della tv "France 2" era infondato, e forse che addirittura lo sapevano.
Ho chiesto a Kuperwasser quando i risultati ufficiali israeliani verranno diffusi pubblicamente e se qualcuno sa dove possa trovarsi il ragazzino. Mi ha risposto che l’indagine sarà pronta nel prossimo futuro e che gran parte del lavoro è già stato completato. Per quanto riguarda il ragazzino – che oggi non è più un ragazzino – nessuno ne sa nulla.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.13)



lunedì 13 maggio 2013

Famoso erudito islamico a Gaza: «La Palestina non è mai stata ebraica»

Di Khaled Abu Toameh

Yusuf al-Qaradawi, uno dei più famosi eruditi islamici egiziani, presidente dell'Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, ha dichiarato giovedì che “la Palestina non è mai stata una patria ebraica”, ed ha aggiunto che i musulmani non faranno mai alcuna concessione né riconosceranno Israele. “La Palestina – ha sostenuto Al-Qaradawi – era e resterà araba e musulmana. La patria non si vende per denaro”.
Arrivato a Gaza la sera di mercoledì alla testa di una delegazione di cinquanta studiosi islamici provenienti da quattordici paesi, Al-Qaradawi ha parlato in questi termini durante un incontro con esponenti del “governo” di Hamas nella striscia di Gaza, ed ha aggiunto che i musulmani sono in guerra col sionismo “che pretende di essere ebraico, ma è ben lungi dall'esserlo”. Secondo Al-Qaradawi, “il sionismo vuole divorare la terra accampando falsi pretesti”, e ha spiegato: “La Palestina non è mai stata ebraica”, aggiungendo che è proibito ai musulmani cedere diritti sulle loro terre.
I palestinesi della striscia di Gaza, ha continuato Al-Qaradawi, “rappresentano tutta la nazione islamica che conseguirà la vittoria e ripristinerà i propri diritti”. Ed ha concluso dicendo che i palestinesi torneranno alle loro case di un tempo, all'interno di Israele, e che la delegazione da lui guidata nella striscia di Gaza rappresenta tutti coloro che “amano la Palestina, Gaza, la fermezza e la jihad [guerra santa]”.
Dal canto suo, il “primo ministro” di Hamas Ismail Haniyeh ha ribadito, durante l’incontro con gli studiosi islamici, che il suo movimento non farà concessioni sui “diritti dei palestinesi”. “Non cederemo un solo centimetro della terra di Palestina – ha dichiarato Haniyeh – La terra è nostra, Gerusalemme è nostra e Dio è con noi”.
Haniyeh ha omaggiato Al-Qaradawi conferendogli la “cittadinanza palestinese” e un passaporto.
Hamas ha accolto con entusiasmo la visita della delegazione guidata da Al-Qaradawi definendola un evento “storico”, mentre l'Autorità Palestinese ha criticato lo studioso per le sue posizioni controverse a sostegno dei fondamentalisti islamici.

(Da: Jerusalem Post, 9.5.13)



Dibattito utile e legittimo, in una società democratica

Dall’ultimo rapporto dell’organizzazione B'Tselem sull'operazione anti-Hamas a Gaza “Colonna di nube difensiva”, pubblicato mercoledì, si può constatare il grosso cambiamento intervenuto nel dibattito giuridico intorno alle operazioni delle Forze di Difesa israeliane nei conflitti armati. Il risultato sorprendente è che le posizioni di B'Tselem e delle Forze di Difesa israeliane sono in effetti più vicine che mai, benché probabilmente nessuna delle due parti sia disposta ad ammetterlo pubblicamente.
È evidente che per la prima volta il rapporto di B'Tselem ha tenuto conto sia delle critiche mosse in passato ai suoi rapporti e a quelli di altri gruppi per i diritti umani, sia dell’evolvere della posizione delle Forze di Difesa.
Cosa c'è di nuovo nel rapporto?
A differenza di Human Rights Watch, B'Tselem prima di produrre il proprio rapporto ha aspettato che, il mese scorso, le Forze di Difesa israeliane pubblicassero il loro, e ha incluso nel proprio rapporto i risultati di quello delle Forze di Difesa (una pratica che dovrebbe essere ovvia per chi voglia stendere una relazione obiettiva, e che invece costituisce una grande novità).
Sebbene il rapporto di B'Tselem sia ancora prevalentemente centrato su Israele, viene dedicato molto più spazio che in passato all'analisi delle violazioni del diritto internazionale e dei crimini di guerra commessi da Hamas. Anche la terminologia riferita a Hamas e alle Forze di Difesa israeliane riflette chiaramente la consapevolezza che le violazioni commesse da Hamas sono fuori discussione, dal momento che razzi e attacchi di Hamas sono intenzionalmente diretti contro civili non combattenti, mentre la maggior parte delle affermazioni sulle azioni delle Forze di Difesa israeliane sono attentamente calibrate come mai prima d’ora. Anziché accusare senza mezzi termini i militari di violazioni e crimini di guerra, il testo parla di (nove) azioni delle forze israeliane che “danno adito al sospetto” di possibili violazioni del diritto internazionale.
L’analisi in apertura del rapporto afferma esplicitamente che, a differenza di Hamas, nel caso delle azioni dei soldati israeliani non è così semplice” arrivare a conclusioni nette.
A proposito dei raid aerei contro specifici membri di Hamas e Jihad Islamica, colpiti mentre in quel momento non erano attivi “sul campo di battaglia”, anziché utilizzare parole emotivamente cariche (“assassinio”) o di parte (“militanti”), il rapporto usa termini più tecnici e neutrali come “uccisioni mirate” e "persone che hanno preso parte direttamente alle ostilità”.
Il rapporto inoltre rende conto meticolosamente delle azioni annunciate e intraprese dalle Forze di Difesa israeliane per evitare vittime fra i civili (col resoconto, ad esempio, delle chiamate telefoniche fatte dal personale di sicurezza per avvertire i civili di abbandonare gli edifici presi di mira per motivi militari – una pratica praticamente unica al mondo). B'Tselem riconosce che “i danni causati ai civili nel corso della campagna sono stati molto meno ampi di quelli dell’operazione Piombo Fuso” e che l'esercito israeliano “ha adottato una politica più rigorosa e precisa sull'apertura del fuoco”. Riconosce inoltre le difficoltà incontrate dalle Forze di Difesa israeliane nel combattere nemici che si mescolano sistematicamente alla popolazione civile.
Nel conteggio delle 174 vittime palestinesi il rapporto precisa che sono compresi anche 7 palestinesi uccisi da altri palestinesi con l’accusa d’aver collaborato con Israele, una donna palestinese sicuramente uccisa da un razzo palestinese fuori bersaglio e altri cinque palestinesi probabilmente morti nello stesso modo.
In parte il resoconto mostra che le Forze di Difesa israeliane – grazie a un processo di “apprendimento dagli errori” mosso sia da loro proprie motivazioni che dalle critiche esterne di gruppi come B'Tselem – hanno significativamente messo a punto le loro procedure nell'operazione “Colonna di nube difensiva” del novembre 2012 rispetto all'operazione “Piombo fuso” del gennaio 2009.
Un’ulteriore indicazione dell’evolvere della posizione delle Forze di Difesa israeliane è rappresentata dal fatto che il loro rapporto iniziale su “Colonna di nube difensiva” è uscito solo cinque mesi dopo la fine dell’operazione, molto più velocemente dei rapporti pubblicati sulle operazioni del passato. La rapidità con cui il rapporto è stato annunciato e pubblicato può essere una delle ragioni per cui B'Tselem ha aspettato a diffondere il suo, e vi ha incluso informazioni tratte da quello delle forze armate.
Alla fine, ciò che resta di diverso fra le due parti è più che altro una questione di gradazioni. Le posizioni di B'Tselem e delle Forze di Difesa israeliane non sono più del tipo, rispettivamente, “tutto quello che avete fatto è un crimine di guerra” e “tutto ciò che facciamo è perfetto”. Le forze israeliane hanno già ammesso che alcuni attacchi annoveravano errori di intelligence nell'identificare i bersagli o il numero di civili nelle vicinanze. Dal canto suo, l’accusa di B'Tselem è che gli avvertimenti delle forze israeliane non sono sempre stati abbastanza efficaci, che la loro definizione di legittimo obiettivo militare è talvolta troppo ampia e che il loro rapporto è troppo vago su alcuni dettagli (cosa quest’ultima che i militari spiegano proprio con la rapidità con cui hanno pubblicato un rapporto esplicitamente definito “iniziale”).
Che i preavvisi siano abbastanza efficaci o meno e quale sia la definizione corretta di ciò che si può considerare un legittimo obiettivo militare costituiscono sostanziose materie di legittimo dibattito tra esercito e gruppi per i diritti umani, con il ricorso a una terminologia giuridica e neutra priva di zavorre pregiudiziali. E dal momento che il compito principale delle Forze di Difesa è vincere in guerra e quello di B'Tselem è proteggere i civili, non bisogna stupirsi se i punti di vista delle due parti non arriveranno mai a coincidere del tutto. Il che rientra nella sana dialettica che deve esistere in una società aperta e democratica.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 9.5.13)



«Israele è il nostro nemico, la lotta armata in tutte le sue forme la nostra strategia»

Jibril Rajoub, vice segretario generale del Comitato Centrale di Fatah (il movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen), ha dichiarato in un’intervista che “la resistenza in tutte le sue forme” rimane la strategia del suo gruppo contro Israele, e ha definito lo stato ebraico “il nemico principale” di arabi e musulmani.
Rajoub, che ha svolto un ruolo chiave nei negoziati con Israele e oggi è a capo del Comitato Olimpico palestinese, ha dichiarato lo scorso 30 aprile alla tv libanese Al-Mayadeen che, per Fatah, “la resistenza contro Israele rimane all’ordine del giorno”, e ha precisato: “Intendo resistenza in tutte le sue forme. In questa fase riteniamo che la resistenza popolare, con tutto ciò che essa comporta, sia efficace e costi caro alla controparte”.
Nel lessico della politica araba, per “resistenza contro Israele in tutte le sue forme” si intende ogni forma di violenza, anche quella terroristica contro civili.
A suo tempo detenuto in Israele per aver lanciato una granata contro un autobus, dopo scarcerato Rajoub divenne capo della Forza di Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e consigliere di Yasser Arafat per la sicurezza nazionale. Fra i firmatari dell’iniziativa ufficiosa israelo-palestinese di Ginevra del 2003, Rajoub è noto al pubblico israeliano per essere una delle maggiori personalità palestinesi comparse nel 2010 nel video di una campagna pubblicitaria volta a convincere gli israeliani dell’esistenza di un affidabile interlocutore di pace. Rajoub si rivolgeva direttamente alla popolazione israeliana dicendo in ebraico: “Io sono il vostro interlocutore”, e aggiungeva che “vi è consenso nel mondo arabo per il riconoscimento dell'esistenza di Israele in cambio della fine dell'occupazione”.
Nell'intervista lunga un’ora della scorsa settimana, resa nota mercoledì dal centro di monitoraggio Palestinian Media Watch, nell'esprimere preoccupazione per i toni islamici assunti dalla “primavera araba” Rajoub sottolinea che anche Fatah è un movimento rivoluzionario votato alla lotta contro Israele. E spiega: “Se me lo chiedete come palestinese, io dico: la nostra battaglia è contro l'occupazione israeliana, il nostro nemico principale, non [solo] in quanto palestinesi ma in quanto arabi e musulmani, è Israele e l'occupazione israeliana”.
Rajoub afferma che inserire la questione palestinese nel contesto della primavera araba danneggerebbe la causa palestinese; tuttavia fa appello a tutti gli arabi perché prendano parte alla “liberazione di Gerusalemme”, e critica l'inazione araba rispetto alla causa palestinese, alludendo al fatto che molti ricchi paesi arabi si rifiutano costantemente di aiutare finanziariamente l’Autorità Palestinese.
Rajoub difende i negoziati dicendo che si tengono per il semplice motivo che, al momento, i palestinesi non hanno sufficiente forza militare. E aggiunge: “Se ci fosse una mobilitazione [araba] per la liberazione di Gerusalemme, se venissero sfoderati soldi e spade in faccia al nemico sionista, sarebbe magnifico”. Lo stesso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato in diverse occasioni che se le nazioni arabe lanciassero una guerra contro Israele, “la Palestina si unirebbe a loro”.
Palestinian Media Watch cita anche una frase dell’intervista in cui Rajoub dice che se i palestinesi avessero armi nucleari le userebbero subito contro Israele, parole che nel contesto possono essere lette come un’affermazione retorica fatta per rintuzzare le critiche di coloro che in campo arabo attaccano Fatah per la sua dichiarata disponibilità a negoziare con Israele. “Per ora – afferma Rajoub nel sostenere l’immutata combattività di Fatah – noi non abbiamo l’atomica. Ma giuro, se avessimo l’atomica l’avremmo usata questa mattina stessa”.

(Da: Times of Israel, PMW Bulletin, 8.5.13)



lunedì 6 maggio 2013

Budapest, corteo antisemita prima del Congresso ebraico

Circa mille sostenitori del partito ungherese di estrema destra Jobbik hanno manifestato a Budapest alla vigilia dell’apertura del Congresso mondiale ebraico (Wjc) (qui il video). Il corteo si è tenuto nonostante gli sforzi del governo per vietarlo a causa della sua natura antisemita. Jobbik è il terzo partito per rappresentanza in Parlamento.

I dimostranti si sono lamentati per il Congresso ebraico, hanno pregato per la fine del sionismo e hanno chiesto le dimissioni di tutti i parlamentari e i dipendenti pubblici che hanno doppia cittadinanza ungherese e israeliana. In Ungheria vive une delle piu grandi comunità ebraiche in Europa, con 100mila. Mentre 600mila ebrei ungheresi furono sterminati nei lager nazisti durante la Shoah

Repubblica.it

domenica 5 maggio 2013

Esplosioni a Damasco

Fonti occidentali asseriscono che nella scorsa notte aerei israeliani hanno attaccato e distrutto un convoglio di missili iraniani in transito sul suolo siriano e diretti in Libano per essere consegnati ai terroristi di Hezbollah.
Le esplosioni filmate nella notte confermano le ipotesi relative alla distruzione di grossi depositi di armi.
Se confermato, sarebbe il secondo attacco in tre giorni che Israele mette a segno nei confronti dei rifornimenti missilistici dalla repubblica islamica al suo più potente alleato libanese.
La reazione iraniana non a caso è stata veemente: evidentemente la distruzione portata ha interrotto i piani criminali di Teheran nei confronti di Israele. L'ipotesi è che per cercare di distogliere l'attenzione del mondo dai massacri perpetrati dall'Assadssino di Damasco l'Iran stia cercando di aprire un nuovo fronte al confine nord del paese ebraico e tenerlo sotto pressione.
Israele sta ora dispiegando due batterie di Iron Dome nel nord del paese per contrastare eventuali attacchi di Hezbollah o siriani.

venerdì 3 maggio 2013

2 Maggio 2004: il barbaro omicidio di Tali Hatuel, una storia dimenticata troppo in fretta

Tali Hatuel era una giovane assistente sociale. Lei e le sue quattro bambine, Hila di 11 anni, Hadar di 9, Roni di 7 e Merav di 2 furono uccise vicino all’insediamento di Gush Katif, a Gaza. Era il 2 maggio 2004. Un commando palestinese ha aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Tali, che aspettava un altro bambino, è morta sul colpo. Le bambine sono state freddate con calma, una dopo l’altra, da distanza ravvicinata.
Un quotidiano canadese, il Calgary Herald, scrisse in quei giorni: “perché il mondo resta in silenzio di fronte all’uccisione di una donna incinta di otto mesi e delle sue quattro bambine?”
E’ una domanda che ancora attende una risposta. Tali, Hila, Hadar, Roni, Merav e il loro fratellino che non ha mai visto la luce di un giorno sono l’evidenza che in Israele si muore perché si è ebrei, semplicemente. Ed è una realtà incomprensibile e inaccettabile per chi, dalle nostre parti, è abituato a cantare le gesta dei carnefici piuttosto che a versare una lacrima per le loro vittime innocenti.

Per David Hatuel e il suo silenzioso coraggio.


  

giovedì 2 maggio 2013

Missili e morte

I palestinesi tanto amati dai nostri pacifinti, dopo alcune settimane di tregua hanno ripreso a fare l'unica cosa che sanno fare: sparare missili contro Israele e trucidare cittadini israeliani.
Negli ultimi giorni Israele ha subito il bombardamento di diversi missili e razzi sulle sue città: da Sderot a Eilat solo per le misure di sicurezza e per coincidenza non ci sono stati morti.
Purtoppo però ieri mattina un cittadino israeliano è stato trucidato a coltellate allo svincolo di Tapuach mentre aspettava un autobus. Si chiamava Evyatar Borovsky, aveva 31 anni ed era padre di cinque figli.. Il terrorista palestinese ha 24 anni e si chiama Salam Zaghal: dopo averlo assassinato gli ha rubato la pistola ed ha aperto il fuoco contro una pattuglia della Polizia di Confine che rispondeva al fuoco e lo feriva prima di catturarlo. Ora si trova piantonato in ospedale.
Da rilevare che la pagina Facebook di Fatah ha "glorificato" l'azione del terrorista.
Come ci possa essere gente che ancora crede ai palestinesi resta un mistero per me.
Questi osannano i terroristi!