Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

giovedì 27 giugno 2013

Razzi su Israele

Ripresi i bombardamenti da parte dei palestiensi nei confronti della popolazione civile israeliana: sono almeno 6 i razzi sparati da Gaza contro le città del sud dello stato ebraico. Due di questi sono stati nintercettati dal sistema di difesa Iron Dome perchè potevano cadere su aree abitate mentri gli altri 4 sono fortunatamente caduti in zone disabitate senza provocare feriti o danni.
L'aviazione israeliana ha risposto subito all'attacco distruggendo strutture terroristiche di addestramento e depositi di armi a Gaza.
Torno a ribadire un concetto trito e ritrito: i palestinesi non vogliono la pace e mai l'hanno voluta.

La parola Nakba

Di Daniel Pinner

Come ogni anno, il 15 maggio si sono tenute manifestazioni e cerimonie per celebrare il 65esimo anniversario della Nakba, il termine che significa “catastrofe” con cui gli arabi indicano la nascita dello Stato d’Israele. Wikipedia spiega che la giornata della Nakba cade il 15 maggio, cioè “il giorno corrispondente, secondo il calendario gregoriano, alla giornata dell’Indipendenza (Yom Ha’atzmaut) d’Israele”. E prosegue: “Per i palestinesi è una giornata annuale di commemorazione della destituzione che fece seguito alla dichiarazione dell’indipendenza israeliana nel 1948”. Sembra tutto molto semplice: il ristabilimento dell’indipendenza ebraica nell'antica patria ebraica fu, per altri, una catastrofe.
Ma dopo i primi tre paragrafi dell’articolo di Wikipedia, ecco che ci si imbatte in una curiosa chicca storica: “Prima della sua adozione da parte del movimento nazionalista palestinese, il termine Nakba era usato dagli arabi per indicare il 1920, l’Anno della Catastrofe, cioè l’anno in cui le potenze coloniali europee spartirono l’Impero Ottomano in una serie di stati separati secondo linee scelte dagli europei”. La nota a piè pagina cita il classico studio di George Antonius “Il risveglio arabo: storia del movimento nazionale arabo”, nel quale si legge: “L’anno 1920 gode di cattiva fama negli annali arabi: viene chiamato l’Anno della Catastrofe … Esso vide le prime sollevazioni scoppiate per protesta contro l’ordinamento post-bellico imposto dagli Alleati ai paesi arabi. In quell'anno, si ebbero gravi sommosse in Siria, Palestina ed Iraq”. La voce di Wikipedia non dà altre informazioni su quelle proteste, ma ciò che il silenzio nasconde, come il comportamento degli arabi durante la “Nakba” del 1948, è ciò che svela la vera natura della Nakba.
I moti arabi del 1920 nella Palestina sotto Mandato Britannico furono largamente istigati e guidati da Mohammed Amin el-Husseini. Husseini era nato nel 1895 a Gerusalemme, che allora era un remoto villaggio dell’Impero Turco-Ottomano, e compì il pellegrinaggio alla Mecca nel 1913 guadagnandosi il titolo di “Haj”. Con lo scoppio della prima guerra mondiale divenne ufficiale d’artiglieria nell'esercito ottomano, un passo abbastanza naturale per un leale suddito dell’Impero Ottomano. In seguito alla sconfitta del suo paese, nel 1919 fondò la sezione di Gerusalemme del siriano al-Nadi al-Arabi (“Club Arabo”) e nello stesso periodo cominciò a scrivere articoli per il giornale di Gerusalemme Suriyya al-Jannubiyya (“Siria Meridionale”): atti e termini che indicano in modo accurato l’ideologia di Husseini e l’ideologia che predominava a quel tempo fra gli arabi. Husseini era un nazionalista arabo (quello che oggi verrebbe definito un pan-arabista). All'epoca non esisteva nessuno dei moderni stati arabi ad est dell’Egitto. Giordania, Libano, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait sarebbero stati tutti concepiti più tardi dagli interessi coloniali inglesi e francesi. Husseini, come del resto tutta la popolazione araba, considerava l’intera regione un’unica grande “Siria”.
(Per la cronaca, nel 1921 Haj Amin el-Husseini verrà nominato Gran Mufti di Gerusalemme e un decennio più tardi fonderà il Congresso Islamico Mondiale e il movimento giovanile Jihad Santa. Nell'estate del 1941 appoggerà il colpo di stato filo-nazista in Iraq durante il quale verranno assassinati centinaia di ebrei. Dopo la sconfitta ad opera degli inglesi, Husseini, in fuga dall’Iraq, approderà il 6 novembre a Berlino dove, tre settimane dopo, verrà formalmente ricevuto da Hitler. Husseini procederà quindi a reclutare decine di migliaia di musulmani bosniaci nella 13esima Divisione delle Waffen SS “Handschar”, caratterizzata dal fatto di essere l’unica divisione “non ariana” fra le divisioni “razzialmente purissime” delle SS).
Nel 1920 Gran Bretagna e Francia si divisero i resti dell’Impero Ottomano, una sparizione sanzionata poche settimane dopo dalla Conferenza di San Remo, ratificata dalla Società delle Nazioni il 24 luglio 1922 e formalmente accettata dalla Turchia un anno dopo con la firma del Trattato di Losanna. Di conseguenza, gli arabi della Siria Meridionale si ritrovarono tagliati fuori dalla madrepatria, con una nuova identità forestiera che non avevano chiesto e che era stata loro imposta dagli europei. Improvvisamente erano diventati “palestinesi”, sudditi della Palestina Mandataria: un’entità a loro completamente estranea. Fu in questo senso che un capo locale arabo, Auni Bey Abdul-Hadi, testimoniando nel 1937 davanti alla Commissione britannica Peel ebbe a dire: “Non esiste un paese che si chiama Palestina. ‘Palestina’ è un termine inventato dai sionisti! Non esiste una Palestina nella Bibbia. Da secoli il nostro paese è parte della Siria”. Ancora il 31 maggio 1956 Ahmed Shukeiri, all'epoca ambasciatore saudita all’Onu, dichiarava davanti al Consiglio di Sicurezza: “E’ noto a tutti che la Palestina non è altro che la Siria Meridionale”.
Ciò che rende particolarmente significativo il punto di vista di Shukeiri è la sua storia personale. Nato nel 1908 a Tebnine (oggi Libano meridionale), Shukeiri fu membro della rappresentanza siriana all’Onu dal 1949 al 1951. Durante quel periodo divenne Assistente Segretario Generale della Lega Araba, carica che mantenne fino al 1956 quando diventò ambasciatore saudita alle Nazioni Unite. Al vertice della Lega Araba che si tenne in Egitto nel gennaio 1964, Shukeiri venne incaricato di creare un’entità palestinese e quattro mesi dopo veniva nominato primo presidente dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In questo modo gli stessi palestinesi riconoscevano esplicitamente che la loro identità “arabo palestinese” era fittizia.
Torniamo ora a dare un’occhiata alla Nakba del 1948. Sei paesi arabi (Egitto, Siria, Libano, Transgiordania, Arabia Saudita e Iraq) invasero Israele a poche ore dall'indipendenza, con un attacco che Azzam Pasha, Segretario Generale della Lega Araba, definì “una guerra di sterminio, un colossale massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e delle crociate”. Quali che fossero i loro motivi per quella “guerra di sterminio” contro Israele, liberare la “Palestina” a favore dei “palestinesi” non rientrava certo nei loro programmi. Tre di quei paesi – la Transgiordania (più tardi Giordania), l’Egitto e la Siria – riuscirono a conquistare parti della Palestina: la Giordania occupò le regioni di Giudea e Samaria (che ribattezzò West Bank o Cisgiordania) compresa metà Gerusalemme, la Siria occupò il Golan e l’Egitto occupò la striscia di Gaza. Non uno di questi paesi si sognò di dare ai “palestinesi” neanche un metro quadrato di terra. Né gli arabi che vi abitavano accennarono a chiedere un’indipendenza palestinese. Ed è chiarissimo il motivo: sapevano ancora molto bene che la vera Nakba era stata l’invenzione della fittizia identità “palestinese”. La Nakba originaria, come ha scritto George Antonius, fu l’imposizione di un’identità palestinese agli arabi della Siria Meridionale. La vera Nakba non fu la sconfitta palestinese né la perdita di una (inesistente) indipendenza palestinese: fu l’invenzione di una detestata identità palestinese e la sua imposizione agli arabi da parte delle potenze coloniali europee.



(Da: Jerusalem Post, 29.5.13)

sabato 22 giugno 2013

Israele nello spazio

Israele è in prima linea nel campo della ricerca, delle innovazioni e delle tecnologie aerospaziali globali: costruzione e lancio di satelliti, sviluppo di sistemi elettro-ottici, monitoraggio dell'ambiente dallo spazio. L'industria aerospaziale israeliana, oggi uno dei principali protagonisti nello spazio, opera anche intensamente su progetti spaziali in cooperazione con altri paesi come Stati Uniti, Francia, Italia ecc.

UN PO’ DI STORIA
Israele è entrato ufficialmente nell'era spaziale il 19 settembre 1988 con il decollo del suo primo satellite, Ofeq-1, sul vettore Shavit di produzione locale. Con quel lancio, Israele è entrato a far parte del club esclusivo dei paesi in grado di sviluppare, produrre e mettere in orbita i loro satelliti: Russia, Stati Uniti, Inghilterra, Giappone, India, Francia e Cina.
Oltre allo sviluppo di hardware spaziale, Israele usa lo spazio come piattaforma per scoprire di più sulla vita nel nostro pianeta. Israele ha dato un contributo importante in una serie di settori come la comunicazione laser, la ricerca sullo sviluppo embrionale e l'osteoporosi, il monitoraggio dell'inquinamento, la mappatura della geologia, suolo e vegetazione in ambienti semi-aridi.
Il passo successivo arrivò nei primi mesi del 2003, quando la NASA lanciò il 28esimo volo dello Space Shuttle Columbia, missione STS-107. Fra i sette membri dell'equipaggio a bordo del Columbia, il primo astronauta israeliano: Ilan Ramon.
Molti programmi spaziali internazionali si sono interessati ai successi israeliani. Oltre alla NASA, Israele ha stretto accordi formali di cooperazione nella ricerca spaziale con la Francia, la Germania, la Russia, l'Ucraina, i Paesi Bassi e l'India.
Dal giugno 2003, Israele fa parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) come membro partecipante.



(Da: MFA, 23.5.13)



domenica 16 giugno 2013

domenica 9 giugno 2013

46 anni di 'no'

di Guy Bechor
Alla fine di agosto 1967, poco dopo la Guerra dei sei giorni, i capi degli stati arabi tennero una conferenza speciale nella capitale sudanese Khartoum, in cui furono decisi i tre famosi "No" : No alla pace con Israele; no al riconoscimento di Israele; e no ai negoziati con Israele. Il rappresentante dell’OLP alla conferenza, Ahmad Shukeiri, si spinse anche più in là e richiese una lotta militare attiva contro Israele. I capi degli stati arabi pensarono che le superpotenze avrebbero lavorato al posto loro e fatto pressioni su Israele affinché si ritirasse.
Sono trascorsi 46 anni, e nulla è cambiato in relazione agli arabi che si definiscono palestinesi. Yasser Arafat è succeduto a Shukeiri, e Mahmoud Abbas ad Arafat, ma i tre "No" sono rimasti uguali. Il presidente dell’autorità palestinese (che i palestinesi insistono a chiamare "stato") non è disposto a raggiungere un accordo di pace con Israele; non è disposto a riconoscere Israele come stato ebraico; e non è disposto a negoziare con lui.
La stessa Autorità ritiene che, se persiste nella sua ostinazione, diventerà magicamente una nazione; una nazione che l’ONU o le superpotenze imporranno ad Israele – proprio come pensavano i capi degli stati arabi. Il concetto è che l’ostinazione ripaga. Il segretario di stato John Kerry conosce già la verità; sa chi non è interessato ad un accordo; ma per ragioni sconosciute ancora non manifesta pubblicamente la sua conoscenza. Questa autorità non è interessata ad alcun dialogo con Israele; certamente non alla pace; vuole solo prendere, senza dare nulla in cambio.
E’ ovvio che finché la minaccia di "andare all’ONU"esiste ancora, i palestinesi non riconosceranno la necessità di un compromesso, così gli americani si limitano ad aumentare le loro richieste –proprio come tre anni fa quando pretesero che Israele congelasse la costruzione di insediamenti. Secondo i rapporti, Abbas ha dato a Kerry ancora qualche settimana prima di "tornare all’ONU" – come se l’Autorità palestinese fosse una potenza mondiale che sponsorizza gli USA – e gli USA ingoiano questo insulto.
E’ venuto il momento che gli americani chiariscano ai palestinesi che è finito il tempo di giocare, particolarmente alla luce del fatto che la maggioranza della cosiddetta popolazione palestinese non prende parte ai giochi di finzione di Abbas' . Hamas, Jihad islamica e le fazioni palestinesi di sinistra dicono, chiaramente e pubblicamente: No alla pace; no ai negoziati; no al riconoscimento. La differenza è che lo dicono pubblicamente, mentre Abbas e i suoi portavoce lo nascondono. Allora chi dovremmo preferire? Quelli che parlano francamente o quelli che si nascondono dietro l’inganno americano?
Dopo 46 anni di rifiuto automatico, che è al limite del suicidio, i cosiddetti palestinesi (solo allora gli arabi cominciarono ad usare il termine "palestinesi”) devono ancora realizzare che Israele è uno stato forte di otto milioni di abitanti e che non ha intenzione di andare da nessuna parte? Quelli che non riconoscono la realtà non esistono.



(Da: YnetNews, 7.6.13)

Festeggiando Gerusalemme

Quarantasei anni fa Israele intraprendeva una guerra contro gli eserciti congiunti dei suoi vicini arabi Egitto, Siria e Giordania (più contingenti iracheni). Nei mesi che avevano preceduto quella che più tardi sarebbe diventata famosa come la “guerra dei sei giorni”, i leader israeliani avevano fatto tutto quanto era in loro potere per scongiurare lo scontro militare. Tuttavia, la decisione di Nasser di espellere i caschi blu delle Nazioni Unite dal Sinai e di ammassare truppe a ridosso del confine d’Israele, la sua decisione di imporre il blocco allo Stretto di Tiran (un classico “atto di guerra”, secondo il diritto internazionale), il suo stringere alleanze di guerra coi paesi arabi, l’impegno pubblicamente proclamato dai capi di stato arabi di sradicare il sionismo e “buttare a mare” gli ebrei (“Il nostro obiettivo fondamentale è la distruzione di Israele: il popolo arabo vuole combattere” proclamò Nasser il 27 maggio), nonché infine le manovre guerrafondaie dei sovietici da dietro le quinte, tutto questo determinò un clima da imminente guerra di sterminio che costrinse Israele ad agire.
Sei giorni dopo, a combattimenti conclusi, Israele aveva assunto il controllo di vaste estensioni di territorio: tutta la penisola del Sinai, le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Gran parte di questo territorio appena conquistato – in particolare la Cisgiordania – era ricco di echi di storia ebraica. L’enorme sollievo per essere scampati alla distruzione per mano degli eserciti arabi, combinato con l’improvviso e inopinato allargamento in luoghi geografici direttamente collegati alle Scritture, scatenò un inebriante entusiasmo che si diffuse in tutto il paese.
Ma nulla poteva eguagliare l'emozione dovuta alla riunificazione di Gerusalemme. Per la prima volta da quando, quasi duemila anni prima, era stato brutalmente posto termine alla sovranità ebraica, il popolo ebraico riprendeva il controllo della sua città santa. E dopo quasi vent'anni di brutale divisione, Gerusalemme era di nuovo unita. L’immagine dell’allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, del ministro della difesa Moshe Dayan e di Uzi Narkis, il comandante delle forze che liberarono Gerusalemme, è diventata una delle icone della breve storia di Israele, così come lo sono le immagini dei paracadutisti israeliani e del rabbino Shlomo Goren che suona lo shofar presso il Muro Occidentale (“del pianto”). Nei giorni e nelle settimane che seguirono la miracolosa vittoria di Israele, decine di migliaia di persone si recarono a visitare il Muro Occidentale. La liberazione di Gerusalemme risaltava in netto contrasto con i diciannove anni di dominio giordano durante i quali l’antica comunità di ebrei residenti nella Città Vecchia era stata cacciata e i luoghi di culto ebraico erano stati chiusi, vandalizzati, distrutti. Anche le varie denominazioni cristiane avevano operato con libertà molto limitate, sotto lo stretto controllo delle autorità musulmane.
L’entusiasmo che circondava la riunificazione, combinato con la massima cautela all'idea di suddividere il controllo della città, rimane forte ancora oggi. Questo sembra essere il sentimento che emerge da un sondaggio commissionato dal Jerusalem Post a Rafi Smith della Smith Consulting. Anche se la netta maggioranza degli ebrei israeliani (67%) ribadisce d’essere favorevole ad una soluzione a due Stati, la maggior parte degli intervistati respinge l'idea di ridividere Gerusalemme facendone una capitale suddivisa fra israeliani e palestinesi. Solo il 15% del campione si è dichiarato a favore di Gerusalemme capitale non solo di Israele ma anche di un futuro Stato palestinese, contro il 74% che si è dichiarato contrario.
Questo sondaggio non fa che confermare quanto siano ancora ampie le divergenze che separano israeliani e palestinesi. Non solo le due parti non sono d’accordo sulla questione del cosiddetto "diritto al ritorno" di milioni di "profughi" palestinesi (in realtà dei loro discendenti) all'interno di Israele (anche dopo la nascita di uno Stato palestinese). Esse sono divise anche sulla questione del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, sul mantenimento sotto sovranità israeliana di alcuni blocchi di comunità come Ma'aleh Adumim e Ariel, sulle misure per garantire la sicurezza e la tenuta del futuro accordo di pace. E, a quanto pare, israeliani e palestinesi sono completamente in disaccordo anche per quanto riguarda Gerusalemme.
Lo scorso fine settimana, incontrando nel suo ufficio alcuni abitanti arabi di Gerusalemme, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha detto che “senza Gerusalemme capitale dello stato palestinese, non ci sarà nessuna soluzione politica”. Ed ha aggiunto che “Gerusalemme est è l’essenza dello Stato di Palestina, è il cuore di tutti i palestinesi, degli arabi e dei musulmani”.
Nel momento in cui commemoriamo il 46esimo anniversario dell’inizio della “guerra dei sei giorni, è giusto esercitare umiltà rispetto alle enormi sfide che abbiamo di fronte e agli ostacoli che restano da superare per arrivare alla pace. Ma dobbiamo anche essere fieri dei nostri enormi successi. Oggi, 46 anni dopo la riunificazione, Gerusalemme è la maggiore città di Israele, con una popolazione di oltre 800mila abitanti. Definita una volta dalla scrittrice Cynthia Ozick una "città fenice" con una "storia di storie" dove "nessuno è straniero", mai prima d’ora Gerusalemme, nella sua lunga esistenza, era fiorita in modo così stupefacente. Mai così tanti ebrei avevano vissuto a Gerusalemme in relativa armonia e sicurezza, insieme a una popolazione non ebraica estremamente variegata. E mai prima d'ora i diritti religiosi di tutti erano stati così scrupolosamente tutelati. Gli israeliani hanno ragione a diffidare dell’idea di mettere tutto questo in pericolo.



(Da: Jerusalem Post, 5.6.13)

«Il professore è antisemita e negazionista». Moffa fa causa ma il tribunale gli dà torto

Roma, 6 Giugno 2013 – Era stato definito «antisemita» e «negazionista» nella relazione elaborata dal centro di documentazione ebraica e contemporanea di Milano, che aveva preso in esame le sue attività sul web, in particolare il suo sito personale. Per questo motivo, il professore universitario Claudio Moffa – al centro di numerose polemiche per aver organizzato, in passato, nell’università di Teramo, un incontro con un negazionista francese e per aver tenuto una lezione sui negazionisti – si era rivolto ai giudici. Chiedendo cinquantamila euro di risarcimento danni. Ma oggi, la prima sezione del tribunale civile di Roma, ha respinto questa richiesta.
«La causa era stata intrapresa dopo che, nella ‘Relazione quadriennale sull’antisemitismo in Italia’ pubblicata nel dicembre 2010, si riportavano giudizi che inquadravano l’attività sul web dello stesso come antisemita e negazionista – spiega il portale dell’UCEI, Moked - La Fondazione Cdec è stata rappresentata in udienza dal presidente, professor Giorgio Sacerdoti, in forza di procura ad litem rilasciata dagli avvocati Claudia Shammah e Massimo Tedeschi».
Piena soddisfazione da parte di Stefano Gatti e Betti Guetta, i ricercatori da sempre impegnati in prima linea nel monitoraggio all’antisemitismo on-line autori della relazione sul titolare della cattedra di Storia delle relazioni internazionali, che dopo la lettura della sentenza hanno dichiarato: “Siamo di fronte ad una sentenza dura, molto bella, oltre che articolata che è scaturita dall’attenta analisi dei siti del docente Moffa. Per il giudice, considerato che esiste il diritto di critica, la nostra posizione è assolutamente legittima”.
«La denuncia di Moffa per diffamazione con una richiesta di ben 50mila euro mi ha profondamente stupito perché nel mio lavoro avevo usato un linguaggio asciutto e rigoroso, scevro da qualsiasi epiteto denigratorio o spregiativo nei confronti di chicchessia, e la mia analisi del fenomeno antisemitico italiano nel quadriennio 2007/2010 si limitava a cercare di offrire una descrizione meramente scientifica delle tante sfaccettature ed intensità in cui si manifesta l’antisemitismo – commenta Gatti – Ho accolto con profonda soddisfazione l’esito positivo della sentenza, formulata dalla giudice Eugenia Serrao, e con maggiore soddisfazione il fatto che la richiesta di risarcimento danni sia stata respinta con un a sentenza dura. Per fortuna noi ricercatori siamo stati assistiti in modo meraviglioso dalla Fondazione e dall’Ucei altrimenti non so come sarebbe andata a finire».

(Fonte: Il Messaggero.it e Roma Capitale News, 7 Giugno 2013)

sabato 8 giugno 2013

Ya'alon: «Pace impossibile se continua l’indottrinamento dei giovani palestinesi»

Accordi di pace tra Israele e palestinesi possono essere firmati sulla carta, ma finché i palestinesi continuano a indottrinare i giovani all’odio verso gli israeliani la pace non potrà che “fallire disastrosamente”. Lo ha detto lunedì il ministro della difesa israeliano Moshe Ya'alon durante il suo primo intervento alla commissione esteri e difesa della Knesset. Ya'alon ha anche affermato che le minacce dell’Autorità Palestinese di abbandonare la strada della soluzione “a due stati” non vanno prese troppo sul serio giacché ritrovarsi con uno stato bi-nazionale non è nemmeno nel loro interesse.
"Il punto cruciale della questione – ha detto Ya'alon – è la pedagogia nell'Autorità Palestinese. Se apro un libro di testo dell’Autorità Palestinese e vedo che Israele non appare sulla mappa geografica o che Tel Aviv è indicata come un insediamento, se i bambini di 3 o 4 anni vengono cresciuti nell’adorazione degli attentatori suicidi, qualunque accordo di pace che possiamo firmare alla fine non potrà che fallire disastrosamente”.
Ya'alon ha anche criticato come un bluff tutto il clamore per la minaccia che i palestinesi abbandonino l’amministrazione dell’Autorità Palestinese facendola crollare. “I palestinesi – ha detto – non vogliono che ciò accada, e lo stesso vale per lo stato bi-nazionale: anche qui non hanno alcun interesse che succeda”.
A proposito delle prospettive di pace e degli sforzi del segretario di stato americano John Kerry per dare impulso al processo diplomatico, Ya'alon ha detto: “In questa fase, la parte palestinese sta rendendo molto difficile impegnarsi. Noi siamo pronti a iniziare il processo immediatamente, senza precondizioni, per discutere tutti le questioni e non solo la questione del territorio. Non vogliamo governare sui palestinesi. Siamo pronti a far avanzare il processo diplomatico, al quale però il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si sottrae ponendo precondizioni. Non siamo disposti a pagare un prezzo solo per farli sedere al tavolo negoziale. Abu Mazen è interessato a discutere soltanto di territorio. Ma siccome noi non siamo interessati a una trattativa dedicata esclusivamente alla questione del territorio, allora Abu Mazen fa di tutto per evitarla. Personalmente – ha aggiunto il ministro della difesa israeliano – ho sostenuto gli accordi di Oslo, ma nell'attimo stesso in cui ho visto messa in questione la nostra esistenza, ho iniziato ad avere dei dubbi”.
Ya'alon ha poi ricordato che la minaccia terroristica in Giudea e Samaria (Cisgiordania) non è scomparsa ed è anzi molto concreta. “Ciò che la tiene a freno – ha spiegato – è la libertà d’azione delle Forze di Difesa israeliane”. E ha aggiunto: “Veniamo attaccati sulla questione degli insediamenti. Ma se stiamo parlando di pace e di convivenza, perché i palestinesi pretendono un territorio che sia epurato di qualunque presenza ebraica? Noi possiamo avanzare parecchie idee di compromesso, purché non ci si focalizzi esclusivamente sugli insediamenti”.
Nel frattempo Abu Mazen, intervistato dal quotidiano saudita Al-Watan, ha ribadito che l’Autorità Palestinese “non tornerà a negoziare” finché Israele non avrà accettato il congelamento di tutte le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme est, e finché non avrà accettato una soluzione a due stati basata sulle linee pre-1967. Secondo Abu Mazen, è “l'intransigenza di Israele” ciò che impedisce la ripresa del processo diplomatico.



(Da: Israel HaYom, 3.6.13)



Campionati Europei di calcio Under 21



Finalmente sono iniziati gli Europei Under 21 di calcio.
I palestinesi, gli arabi, i sinistrati pacifinti e i boicottatori in genere non si sono dati pace, hanno fatto di tutto per impedire che si svolgesse questa festa dello sport, ma non ci sono risuciti!
Hanno scritto lettere a Platini, hanno implorato le varie nazionali, fatto appello a tutti ma non sono risuciti a far fallire un evento che Israele ha preparato con cura: per la prima volta viene affidato a questo piccolo paese l'organizzazione di un evento di grande portata e ha dimostrato di poterlo fare per capacità organizzative, di sicurezza e di strutture.
Stasera la nazionale israeliana (nella quale giocano bem 5 atlei arabi... quindi dove sta tutto questo apartheid spiegatemelo) è stata duramente sconfitta dall'Italia per 4 a 0 e quasi certamente è fuori dalla fase finale: ma è comunque un successo e finalemnte si parla di Israele per altri motivi che non siano guerra o attentati.


VIVA ISRAELE!

domenica 2 giugno 2013

Quella discriminazione a favore dei palestinesi

Di Yoni Dayan

È giunto il momento di ammettere la verità: il mondo si preoccupa molto più della vita di un palestinese che di quella di un siriano, un sudanese, un keniota, un colombiano o un congolese.
Si tratta, molto semplicemente, di un principio avvalorato giorno dopo giorno sin dal 1949, quando le Nazioni Unite decisero di dividere in due l’agenzia globale per i profughi creandone una speciale con il compito di prendersi cura soltanto dei profughi palestinesi. Ancora oggi la comunità internazionale ha due agenzie che operano per i profughi: l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency per i profughi palestinesi nel Vicino Oriente).
Uno sguardo appena un po’ approfondito su queste due agenzie rivela quanto sia profondo l’atteggiamento discriminatorio della comunità internazionale verso tutti i profughi del mondo rispetto a quelli palestinesi.
L'Alto Commissariato, che si prende cura di 33,9 milioni di profughi e sfollati interni in più di 125 paesi di tutto il mondo, dispone in tutto di un budget di 3 miliardi di dollari. L’UNRWA, che si occupa di cinque milioni di profughi e discendenti di profughi palestinesi, dispone di un budget di più di un miliardo di dollari: vale a dire 88,50 dollari a testa per i profughi e sfollati di tutto il mondo, e 200 dollari a testa per profughi e discendenti di profughi palestinesi.
Non basta. L'Alto Commissariato dispone di uno staff di 7.685 membri, cioè un dipendente ogni 4.411 assistiti. L’UNRWA ha uno staff quattro volte più grande, di 29.602 dipendenti: cioè 1 dipendente ogni 168 assistiti. Per chiarire bene: l’agenzia con il compito di prendersi cura di profughi e discendenti di profughi palestinesi ha 26 volte più personale per ogni assistito di quanto ne abbia l’agenzia che ha il compito di prendersi cura di profughi e sfollati in tutto il resto del mondo.
Comunità internazionale e cittadini in giro per il mondo hanno evidentemente deciso di adottare la causa dei profughi palestinesi come la loro prediletta, ed è loro diritto farlo. Ma è importante capire che questa scelta comporta un prezzo. Ogni dollaro inviato ai palestinesi nella striscia di Gaza è un dollaro che non viene inviato ai sopravvissuti del genocidio sudanese (circa 300.000 persone uccise per mano dei loro fratelli delle milizie assassine Janjaweed). Ogni evento, manifestazione, assemblea studentesca per "i diritti umani dei palestinesi" è un evento, una manifestazione, un’assemblea studentesca che non viene organizzata per le vittime della violenza sessuale e di genere in Congo o in Ruanda. Ogni “flottiglia” per la striscia di Gaza è una flottiglia che non parte per la Siria, dove da più di due anni il regime del presidente Bashar Assad sta perpetrando un brutale massacro della propria popolazione civile.
Sono più di 90.000 i siriani rimasti uccisi fino ad oggi nelle violenze della guerra interna siriana, e il numero continua a crescere. Ma accanto a questo agghiacciante bilancio di morte vi sono altri dati: più di un milione e mezzo di siriani sono stati finora ufficialmente registrati come profughi dall'Alto Commissariato Onu, anche se il loro numero effettivo è sicuramente molto più alto. Un alto funzionario delle Nazioni Unite ha recentemente stimato che 8,3 milioni di siriani, compresi quelli sfollati all'interno del paese, hanno urgente bisogno di aiuto. L'Alto Commissariato ha già diramato un appello chiedendo fondi d’emergenza, e si appresta a lanciarne uno ulteriore per chiedere di contribuire alla copertura dei costi sempre più alti dell’assistenza alla popolazione siriana. Per ora l’agenzia possiede poco più della metà dei fondi necessari per coprire le spese in Siria, e ha avvertito che “la mancanza di finanziamenti adeguati per la Siria rischia di trasformare l'attuale conflitto in un disastro che potrebbe travolgere la capacità di risposta internazionale sul piano delle conseguenze umanitarie, politiche e di sicurezza”. Se fossi un profugo siriano, in questo momento guarderei con un certo rancore all’UNRWA, con il suo staff pletorico e il suo budget relativamente grande. Non vi è dubbio che l'UNRWA sta divorando i fondi d’assistenza che potrebbero essere usati meglio e più equamente altrove.
Ma non è ancora tutto. L'UNRWA in realtà sta perpetuando la situazione di degrado dei palestinesi. Uno dei compiti principali dell’Alto Commissariato è quello di trovare soluzioni permanenti per i profughi e gli sfollati attraverso sia il rimpatrio, sia l'integrazione nel paese ospite e il reinserimento in paesi terzi. L'agenzia ha fatto un lavoro enorme in questa direzione. È riuscita a reinserire 300.000 profughi vietnamiti in Cina, 140.000 profughi croati e bosniaci in Serbia, più di 27.000 profughi colombiani in Ecuador, solo per citare alcuni esempi.
Nel frattempo l'UNRWA non solo non reinserisce i suoi assistiti, ma anzi trova il modo di aumentarne il numero. Sono due in particolare le politiche adottate dall’UNRWA che hanno portato immancabilmente a gonfiare le dimensioni della popolazione di profughi palestinesi:
1) i palestinesi, a differenza di qualsiasi altra comunità di profughi nel mondo, passano il loro status di profughi a figli e nipoti, di generazione in generazione;
2) i palestinesi, a differenza di qualsiasi altra popolazione di profughi nel mondo, mantengono il loro status di profughi anche quando ottengono la cittadinanza di un altro paese.
Difficile non restare sbigottiti dall'assurdità di questa situazione.
Ma c'è di peggio.
In tutta una serie di occasioni le strutture dell'UNRWA sono state usate dai palestinesi come basi di lancio per attività terroristiche, ambulanze dell'UNRWA sono state usate dai palestinesi per proteggere le loro attività terroristiche dalla reazione israeliana, strutture scolastiche dell'UNRWA sono state utilizzate per insegnare agli scolari a glorificare il martirio mentre la scelta dell'UNRWA di adottare i programmi di studi del paese ospitante (in pratica, dell’Olp) ha portato all’uso di libri di testo e cartine geografiche che propugnano la distruzione di Israele, esaltando le virtù della jihad.
Vi sono diverse misure che le Nazioni Unite dovrebbero adottare immediatamente per offrire un'assistenza più equa ai profughi di tutto il mondo e porre fine al distruttivo circolo vizioso perpetuato dall’UNRWA. Einat Wilf, ex parlamentare israeliana laburista e poi del partito Indipendenza, ha proposto un piano in tre fasi per correggere questo meccanismo perverso. Eccone una versione leggermente modificata.
1) Smantellare l'UNRWA e integrare le sue attività in quelle dell’Alto Commissariato per i profughi: non dovrebbero più esistere “profughi muniti di cittadinanza”, “profughi di seconda o terza generazione, “profughi di seria A e di serie B”. L’Alto Commissariato dovrebbe iniziare subito ad applicare anche al caso dei palestinesi la sua ordinaria politica volta a favorire l’integrazione sul posto o il reinserimento in paesi terzi.
2) Trattare i palestinesi nella striscia di Gaza in base ai bisogni, e non allo status di profughi.
3) Trasferire il budget dell'UNRWA per la Cisgiordania all’Autorità Palestinese, che dovrebbe assumersi la responsabilità di amministrare strutture educative e sanitarie.
Ma la riforma del meccanismo internazionale degli aiuti umanitari sarebbe solo un primo passo da fare per correggere un sistema rimasto così gravemente iniquo per tanti anni. Sono i cittadini di tutto il mondo che dovrebbero porre fine alla loro personale discriminazione a favore dei palestinesi di cui hanno fatto dolorosamente le spese tanti altri profughi e sfollati in tutto il mondo. È ora che il mondo la smetta di mobilitarsi per i palestinesi più che per tutti gli altri messi insieme (e magari inizi a chiedersi perché finora lo ha fatto).

(Da: YnetNews, 27.5.13)



Sgominate due cellule teroristiche

L'esercito israeliano e l'Agenzia per la Sicurezza di Israele (Shin BEt) hanno scoperto e arrestato i membri di due cellule terroristiche nell'area di Hebron, una appartenente ah Hamas e l'altra delle Jihad islamica.
Gli appartenenti alla cellula della Jihad (Motaz Muhammed Taleb Abido, Bashir Aid Muhammed Zahda, Hazem Auni Muhammed Tawil e Abdullah Muhammed Ata Abido) hanno confessato di voler portare a termine un attacco terroristico contro una stazione di autostop aprendo il fuoco contro militari e civili e quindi rapendo qualcuno.
Tawil e Adibo hanno alle spalle diverse sentenze di condanna per atti criminosi.
La cellula di Hamas aveva invece pianificato di rapire e uccidere un cittadino israeliano, nascnderne il corpo e quindi negoziare il rilascio di alcuni prigioneri. Altra azione che volevano portare a termine era quella di posizionare un ordigno esplosivo.