Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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lunedì 29 luglio 2013

Decisioni difficili e dolorose per dare un'altra possibilità alla pace

Quello che segue è il testo di una lettera aperta del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ai cittadini di Israele in vista della proposta di riprendere i colloqui di pace con i palestinesi, sottoposta domenica al voto del governo.

Dall’ Ufficio del Primo Ministro:

«A volte, quando una questione è fondamentale per il bene del paese, i primi ministri sono chiamati a prendere decisioni che vanno contro i sentimenti dell'opinione pubblica. I primi ministri non servono per prendere le decisioni che il pubblico già appoggia.
In questo momento ritengo che sia della massima importanza per lo Stato d’Israele avviare un processo diplomatico. È importante sia per tentare fino in fondo ogni possibilità di porre fine al conflitto con i palestinesi, sia per stabilire la posizione di Israele nella complessa realtà internazionale che ci circonda. I grandi cambiamenti nella nostra regione – in Egitto, in Siria, in Iran – non solo costituiscono una sfida per lo Stato d’Israele, ma rappresentano anche per noi importanti opportunità. Per queste ragioni, sono convinto che sia importante per lo Stato di Israele prendere parte a un processo diplomatico di almeno nove mesi: per vedere se è possibile arrivare a un accordo con i palestinesi in questo lasso di tempo.
Ma pur attribuendo grande importanza al processo diplomatico, non ero disposto ad accettare le pretese dei palestinesi circa ritiri [sulle linee pre-‘67] e congelamenti [delle attività edilizie ebraiche in Cisgiordania] come pre-condizioni per l’avvio delle trattative. Né ero disposto ad accettare la loro richiesta di scarcerare detenuti palestinesi prima dell'inizio dei negoziati. Ho accettato, invece, di rilasciare 104 palestinesi solo dopo l'inizio dei negoziati, e in più fasi in rapporto ai progressi nei negoziati.
Si tratta di una decisione straordinariamente difficile da prendere: dolorosa per le famiglie in lutto, dolorosa per l'intera nazione, e molto dolorosa anche per me personalmente. Essa entra in conflitto con un valore di eccezionale importanza, il valore della giustizia. È infatti una evidente ingiustizia che delle persone immorali – anche se la maggior parte di loro, come in questo caso, ha già trascorso più di vent'anni in carcere – vengano rimesse in libertà prima che abbiano finito di scontare la pena. Una decisione tanto più difficile per me dal momento che la mia famiglia, ed io personalmente, conosciamo di prima mano il lutto per colpa del terrorismo. Conosco molto bene questo dolore, col quale convivo ogni giorno da 37 anni [dall'uccisione del fratello Yoni Netanyahu nell'operazione anti-terrorismo di Entebbe del 1976]. Il fatto che precedenti governi israeliani abbiano scarcerato più di 10.000 terroristi non mi rende più facile farlo oggi, né me lo rese più facile quando decisi di riportare a casa Gilad Shalit. Anche per riportare a casa di Gilad Shalit ho dovuto prendere questa decisione incredibilmente difficile: rimettere in libertà dei terroristi. Ma ero convinto che il valore di riportare a casa i nostri figli esigeva che io sormontassi questa difficoltà.
Le persone che hanno posizioni di leadership sono costrette a fare scelte complicate e talvolta, quando la maggior parte della gente vi si oppone, la decisione necessaria è quella più difficile. È così che decisi di porre fine all'operazione Colonna di Nube Difensiva dopo l'eliminazione del super-terrorista Ahmed Jabari e i severi colpi che le Forze di Difesa israeliane aveva inferto a Hamas e alle altre organizzazioni terroristiche. Presi la decisione di porre fine all'operazione anche se la maggior parte dell’opinione pubblica ne sosteneva il proseguimento, cosa che avrebbe richiesto di entrare nella striscia di Gaza con forze di terra. Come primo ministro, ho ritenuto che l'obiettivo di ripristinare la nostra deterrenza era stato in gran parte raggiunto grazie alle risolute azioni che avevamo effettuato. Oggi, a quasi un anno dalla fine dell’operazione Colonna di Nube Difensiva, abbiamo nel sud del paese la situazione più tranquilla da più di un decennio a questa parte. Naturalmente questa tranquillità può andare in frantumi da un momento all'altro, ma la mia politica rimane chiara su tutti i fronti: continueremo, al meglio delle nostre capacità, a contrastare in modo tempestivo le minacce contro di noi e continueremo a reagire con forza a qualsiasi tentativo di colpire la nostra popolazione.
Nei prossimi nove mesi vedremo se esiste, dall'altra parte, un soggetto palestinese che, come noi, vuole veramente porre fine a questo conflitto. Tale conclusione sarà possibile solo in condizioni che garantiscano la sicurezza dei cittadini d’Israele e dei nostri interessi nazionali vitali. Se riusciremo a raggiungere un tale accordo di pace, lo sottoporrò a un referendum. Una decisione così fatidica non può essere presa con un voto di stretta maggioranza alla Knesset. Su un tema così cruciale ogni cittadino deve avere la facoltà di influire direttamente sul nostro futuro e sul nostro destino.
La migliore risposta che possiamo dare a quegli assassini che cercavano di sconfiggerci col terrorismo è che, durante i decenni che loro hanno trascorso in carcere, noi abbiamo costruito un paese magnifico, facendone uno dei paesi più prosperi, evoluti e forti di tutto il mondo. Vi prometto che continueremo a farlo.»

Firmato: Benjamin Netanyahu





sabato 27 luglio 2013

Hamas: l’Egitto vuole riprendere il controllo della striscia di Gaza

Di Khaled Abu Toameh

Hamas teme che l'Egitto voglia tentare di ripristinare il suo controllo sulla striscia di Gaza. Mousa Abu Marzook, un alto funzionario di Hamas, ha scritto lunedì sulla sua pagina di Facebook che l'Egitto, inviando elicotteri a sorvolare la striscia di Gaza, "fa capire che sta cercando di ripristinare su tutta l'area il potere che ha perso con la guerra del 1967”.
Nei giorni scorsi, i palestinesi nella striscia di Gaza hanno segnalato che elicotteri militari egiziani hanno sorvolato alcune parti della regione nel quadro di un massiccio giro di vite contro gruppi terroristici attivi nel Sinai, e hanno sottolineato che si tratta della prima volta dal 1967 che elicotteri militari egiziani sorvolano la striscia di Gaza (rimasta sotto il controllo del Cairo nel periodo 1948-’67). Abu Marzook ha affermato che Hamas non si intromette in alcun modo negli affari interni egiziani. "Il braccio armato di Hamas non opera al di fuori dei territori palestinesi", ha aggiunto Abu Marzook reagendo ai reportage di diversi mass-media egiziani secondo i quali parecchi miliziani di Hamas avrebbero preso parte ad attacchi terroristici nel Sinai contro militari e civili egiziani. "La nostra lotta armata è diretta solo contro l'occupazione [israeliana] – ha affermato Abu Marzook – Ribadiamo per la millesima volta che queste sono solo menzogne e invenzioni".
Mahmoud Zahar, un altro esponente di primo piano di Hamas nella striscia di Gaza, ha detto che reputa Fatah responsabile della campagna anti-Hamas condotta sui mass-media egiziani. Anche Zahar ha sostenuto che il suo movimento non interferisce negli affari interni egiziani. A suo dire, sono i rappresentanti di Fatah che alimentano di "menzogne" i mass-media egiziani allo scopo di creare una spaccatura tra Egitto e Hamas.
Analogamente il “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, ha condannato la campagna "diffamatoria" condotta da alcune testate giornalistiche e televisive egiziane contro i palestinesi in generale e il suo movimento in particolare. "I palestinesi – ha detto Haniyeh ai giornalisti nella città di Gaza – non hanno alcun ruolo politico o di sicurezza sulla scena egiziana. Il nostro obiettivo è quello di liberare la Palestina e cacciare l'occupante [Israele]. Noi non interferiamo negli affari degli altri e vogliamo che l'Egitto continui a sostenere la nostra causa”. Haniyeh ha anche detto che il suo “governo” ha chiesto alle autorità egiziane di fermare gli attacchi contro i palestinesi sui mass-media egiziani, aggiungendo che questa campagna sta danneggiando entrambe le parti.
Ahmed Assaf, portavoce di Fatah in Cisgiordania, ha invece ribadito che Hamas interferisce negli affari interni egiziani, sottolineando come ad esempio le emittenti tv affiliate a Hamas trasmettano in diretta le manifestazioni in Egitto a favore del deposto presidente Mohamed Morsi. Assaf ha chiesto a Hamas di cessare l’ingerenza negli affari interni dell'Egitto e di altri paesi arabi, affermando che la cosa procura grave danno ai palestinesi.
Vale la pena ricordare che Fatah ha preso posizione a sostegno del colpo di stato militare che ha rovesciato Morsi, mentre Hamas continua a sostenere il presidente deposto.
Nel frattempo, vari esponenti di Hamas hanno accusato le autorità egiziane di strangolare in un assedio la striscia di Gaza distruggendo i tunnel usati per il contrabbando e il traffico di armi e imponendo la chiusura del valico di Rafah fra Gaza e Sinai egiziano. La scorsa settimana gli egiziani hanno anche vietato ai pescatori palestinesi di entrare in alcune aree vicine al Sinai. "Persino [l'ex presidente egiziano] Hosni Mubarak non faceva morire di fame la striscia di Gaza – ha affermato un rappresentante di Hamas – Gli egiziani stanno punendo l'intera popolazione di Gaza aggravandone la crisi umanitaria ed economica”. (Per inciso, non si registrano proteste e flottiglie da parte di ong internazionali contro questi provvedimenti delle autorità egiziane.)


(Da: Jerusalem Post, 23.7.13)

Accordi con Israele come cavalli di Troia

Alla vigilia della ripresa dei colloqui di pace con Israele, il ministro degli affari religiosi dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Al-Habbash, nel suo sermone di venerdì scorso pronunciato alla presenza del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e trasmesso dalla televisione ufficiale dell'Autorità Palestinese, per giustificare la scelta della dirigenza dell’Olp di scendere a patti ha affermato che i leader palestinesi, quando firmano accordi con Israele, sanno di “percorrere la strada giusta, che porta al successo, esattamente come fece il Profeta [Maometto] con il Trattato di Hudaybiyyah".
Il Trattato di pace di Hudaybiyyah era un patto per una tregua di dieci anni che Maometto, da Medina, strinse nell'anno 628 con la tribù di Quraish della Mecca. Invece, a due anni dall'inizio della tregua, Maometto attaccò e conquistò la Mecca. Il trattato dunque, come un “cavallo di Troia”, non portò alla pace bensì alla completa sconfitta della controparte.
Nel suo sermone di venerdì il ministro degli affari religiosi dell’Autorità Palestinese ha sottolineato che Maometto, accettando il Trattato di Hudaybiyyah (dunque rinunciando apparentemente alla conquista della Mecca) non commetteva una "disobbedienza" ad Allah giacché in realtà si trattava solo di "politica" e di "gestione della crisi". Il ministro ha ricordato appunto che, nonostante il trattato di pace, due anni dopo Maometto "conquistò la Mecca", e ha concluso il paragone storico dicendo che l'accordo di Hudaybiyyah non è solo storia del passato, bensì “l'esempio, il modello” da seguire nel presente.
Sin dalla firma degli Accordi di Oslo (1993-95), molti importanti esponenti dell’Olp e dell’Autorità Palestinese hanno presentato il processo di pace con Israele come una tattica ispirata al Trattato di Hudaybiyyah, utile per superare una fase storica in cui il rapporto di forze non permette di conseguire l’obiettivo ultimo, che resta tuttavia invariato, e per indebolire nel frattempo il nemico Israele attraverso le concessioni territoriali.

Lo stesso Yasser Arafat paragonò in più di un'occasione gli Accordi di Oslo alla tregua di Hudaybiyyah. Ad esempio, in un discorso tenuto a Johannesburg il 10 maggio 1994 disse: «Questo accordo [di Oslo], io non lo considero più dell’accordo firmato tra il nostro Profeta Maometto e i Quraish, e ricorderete che il califfo Omar lo aveva rifiutato ritenendolo Sulha Dania [una tregua spregevole]. Ma Maometto lo aveva accettato, come noi accettiamo ora questo accordo di pace».
Per la registrazione audio del passo saliente del discorso di Arafat (in inglese, con sottotitoli in inglese), si veda: http://www.youtube.com/watch?v=ToXdm6mGS2U 

Per il brano in questione del sermone del ministro degli affari religiosi dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Al-Habbash, si veda (con sottotitoli in inglese):
Traduzione della parte saliente: 
Mahmoud Al-Habbash: «Il senso di responsabilità della dirigenza palestinese verso la propria nazione le fece compiere dei passi politici circa vent'anni fa [la firma degli Accordi di Oslo]. Nonostante le polemiche, nonostante molte critiche e tanta opposizione da parte di alcuni, essa ci ha portato dove siamo oggi: abbiamo un'Autorità [Palestinese] e il mondo riconosce lo Stato [palestinese]. Tutto questo non sarebbe mai successo con l’avventurismo impulsivo di Hamas, ma solo grazie alla saggezza della dirigenza, alla sua azione consapevole, alla sua riflessione, e percorrendo la giusta strada che porta al successo, esattamente come fece il Profeta [Maometto] con il Trattato di Hudaybiyyah, anche se alcuni si opponevano. […] I cuori dei compagni del Profeta erano gonfi di rabbia e furore. Il Profeta disse: “Io sono il Messaggero di Allah e non gli disubbidirò”. Questa non è disobbedienza, è politica. È gestione della crisi, gestione della situazione, gestione del conflitto. […] Omar Ibn Al-Khattab disse: “Messaggero di Allah, è questa una vittoria? Che logica è? Questa una vittoria? Cediamo e ci ritiriamo senza entrare nella Mecca, ed è una vittoria?”. Il Profeta disse: “Sì, è una vittoria”. Meno di due anni dopo, il Profeta tornò e sulla base di quel trattato conquistò la Mecca. Questo è l'esempio, questo è il modello”.
(Tv ufficiale dell’Autorità Palestinese, 19.7.13)

lunedì 15 luglio 2013

Israele non è un mostro che arresta i bimbi

Il   Giornale, 13 luglio 2013Sofri, indignato per il piccolo fermato dai soldati, ignora le vittime dei palestinesi 

Ieri è stata dimessa per il fine settimana dall’ospedale Adel Biton, una bambina israeliana di 3 anni, dopo 4 mesi di ospedale in condizioni gravissime: la macchina guidata dalla mamma era stata colpita da pietre lanciate da palestinesi, e Adel ha subito ferite alla testa che ancora creano conseguenze critiche. E’ un puro scandalo morale e intellettuale trovare in prima pagina di Repubblica la virtuosa requisitoria di Adriano Sofri sul bambino palestinese fermato dall’esercito israeliano. E’ un gesto irresponsabile, una mossa oculata di incitamento antisraeliano e antiebraico che dipinge l’IDF e Israele come un mostro persecutore di bambini quando:
1) Migliaia di bambini palestinesi ogni anno vengono sa lvati e curati con amore negli ospedali israeliani.
2) I fatti, e anche il video di You Tube, dicono che un bambino che lanciava pietre, gesto letale e collettivo che ferisce e uccide in massa, scoperto dall’esercito, è stato preso per mano da un ragazzo palestinese e condotto alla sua famiglia. Il padre col bambino è stato portato alla polizia palestinese, non israeliana, e trattenuto da quest’ultima per poche ore. Il figlio nel video ovviamente si ribella e piange, ma non perché abbia subito insulti fisici. Certo si è sentito accusato e avrebbe preferito continuare a lanciare le pietre. Ma non è stato toccato in alcun modo.
3) I soldati, secondo il video, non hanno mai toccato il bambino, sempre per mano a un ragazzo palestinese che lo accompagna o col padre. Tuttavia l’esercito ha aperto un’inchiesta, perché un errore probabilmente c’è stato, ed è quello di aver brevemente bendato il padre.
4) Si sa benissimo che i bambini palestinesi vengono indottrinati e utilizzati dalla loro parte: chi lo tace, non li protegge. Durante la battaglia di Jenin una bambina di pochi anni fu scoperta con una borsa carica di tritolo. Tutti forse ricordano le immagini di un bambino scoperto con una cintura esplosiva al check point di Gaza. L’indottrinamento è micidiale e permanente, il bambino non giocava: sono tipici gli show tv come quello di Farfur, una specie di Topolino palestinese che in uno spettacolo tv incitava a uccidere gli ebrei e che poi moriva ucciso dagli israeliani, oppure del recentissimo serial Khaibar tutte le sere del Ramadan, cominciato ieri, porta in tutto il mondo arabo l’incitamento a uccidere gli ebrei.
5) Non si è mai visto su Repubblica un pezzo di orrore per i tre bambini, fra cui un neonato, sgozzati a Itamar nel 2010 con i loro genitori. Non si è mai visto un pezzo di puro orrore per la morte dei tanti bambini siriani. Qui non c’è morte, non ci sono botte, non c’è sangue, c’è solo per l’ ennesima volta un gesto di autodifesa compiuto con una certa delicatezza, una misura di prevenzione che i palestinesi avrebbero potuto attuare loro stessi. Ma sono in giuoco gli ebrei, è un giuoco facile, è un giuoco per conformisti e ignoranti.  
6) Betzelem, che Adriano Sofri definisce preziosa, lo è moltissimo per chiunque ami inchiodare Israele alla colpa dell’autodifesa e cerchi di delegittimarlo. Per esempio, fornì al giudice Goldstone molte delle informazioni per il rapporto sulla guerra di Gaza che egli poi ha disconosciuto, avendole verificate purtroppo solo dopo che avevano creato la solita ondata d’odio. Un’ondata di odio irresponsabile, che giustifica l’incitamento che impedisce la pace.
 

"Campi estivi" per i bambini di Gaza: lavaggio del cervello e odio



Ecco come vengono allevati i bambini a Gaza: nell'odio e con l'idea che dovranno combattere fino alla "liberazione della Palestina, dell'intera Palestina. Per loro il futuro è già segnato. Dovranno essere dei martiri, dei "combattenti", i loro genitori e chi comanda a Gaza in realtà non stanno facendo altro che forgiare nuovi assassini che saranno legittimizzati a trucidare donne e bambini israeliani per il solo fatto di essere Ebrei.
Quando finirà questo orrore?
Quando capiranno che la coesistenza è l'unica via per risolvere i conflitti?
Quando il mondo aprirà gli occhi e chiederà conto ai palestinesi dell'orrore che stanno perpetrando nei confronti delle nuove genereazioni?

La verità su Hezbollah




Per quelli che vanno a braccetto con esponenti di Hezbollah, per quelli che dicono che sono dei "militanti", per quelli che li definiscono in tutti i modi possibili ma non con l'unico termine appropriato: TERRORISTI!

mercoledì 10 luglio 2013

Luglio 2010: una storia poco conosciuta ma utile a capire le dinamiche tra israeliani e palestinesi

(20.7.10 I servizi di sicurezza israeliani hanno individuato e arrestato la cellula terroristica di Hamas responsabile dell’attentato con armi automatiche costato la vita dell’agente di polizia Shuki Sofer, nel giugno scorso, a sud del Monte Hebron. Altre due persone erano rimaste ferite nell’aggressione a sangue freddo perpetrata vicino a Beit Hagai (Cisgiordania). Secondo la polizia israeliana, la cellula di Hamas aveva anche progettato di effettuare sequestri di persona nella zona di Hebron camuffandosi da ebrei osservanti.)
Che combinazione! Uno dei terroristi che circa un mese fa assassinarono l’agente di polizia israeliano Shuki Sofer è lo stesso che giusto un paio di mesi fa era stato designato come “caso umanitario”.
Ecco come è andata la vicenda. La figlia di sei anni del terrorista aveva bisogno di essere sottoposta a un intervento chirurgico per rimuovere un tumore ad un occhio, e venne ricoverata nell’ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme grazie ai fondi di una organizzazione non-profit israeliana. Interrogato dai servizi di sicurezza, il terrorista aveva garantito che sarebbe stato accanto al letto d’ospedale della piccola.
Ora, si immagini se le autorità di sicurezza israeliane si fossero rifiutate di concedere alla bambina un permesso di entrata a Gerusalemme. Misericordiose organizzazioni per i diritti umani e di medici senza frontiere avrebbero immediatamente gettato in pasto ai mass-media l’ennesima storia di cinismo e indifferenza da parte dalla potenza occupante: la storia di una bambina palestinese gravemente malata, dei suoi angosciati genitori palestinesi e di un disumano posto di blocco militare. Secondo la retorica corrente anche in Israele, in questo genere di casi, qualcuno non avrebbe mancato di sottolineare che, poi, non ci dobbiamo lamentare se i palestinesi ci odiano tanto.
Ebbene, le autorità di “occupazione” hanno invece fatto mostra di comprensione verso la famiglia in questione: senza bisogno di alcun intervento da parte dell’Alta Corte di Giustizia né di gruppi per i diritti umani come B’Tselem, la bambina è stata ricoverata e curata nell’ospedale di Gerusalemme.
Eppure, nonostante questo, il padre della piccola non è riuscito a disfarsi del suo odio viscerale. Stando alla cronologia dei fatti ricostruita dall’inchiesta, egli ha continuato imperterrito a pianificare il suo attentato omicida, che ha successivamente e puntualmente realizzato, mentre sua figlia era ricoverata nell’ospedale israeliano. In effetti, era questo ciò che occupava la mente e le energie del terrorista, mentre una équipe di medici israeliani curava sua figlia come fosse stata figlia loro.
Poi i palestinesi, e i filo-palestinesi, si domandano come mai noi israeliani abbiamo dei posti di blocco.

(Da: YnetNews, 23.7.10)

Questa è la notizia, sarei curioso di leggere commenti in proposito. Pochi giorni fa ho assistito alla proiezione di un film israeliano dal titolo Ajami alla Casa del Cinema di Roma. Come relatore c'era niente di meno che Luisa Morgantini, presentata in pompa magna, ma ancora non ho capito il motivo della sua presenza visto che non è nè una critica cinematografica nè una persona obiettiva...
Comunque ho dovuto ascoltare le solite menate pacifinte nei confronti dei "cattivi" israeliani e dei loro posti di blocco, addirittura, udite udite, ho appreso che gli ebrei stanno "colonizzando" Jaffo, si avete letto bene, i cittadini israeliani di religione ebraica per questi infami odiatori non possono acquistare case a Jaffo pena di essere definiti colonizzatori. Pensate allora come dovremmo definire i belgi che hanno comprato terreni in Sardegna negli anni 60, o gli arabi che hanno comprato l'intera Costa Smeralda, o gli inglesi che si sono presi mezza Toscana e via di seguito...

mercoledì 3 luglio 2013

3 Luglio 1976: Operazione Entebbe

Il 27 giugno 1976 un aereo delle linee francesi decolla dall’aeroporto di Lod in Israele diretto a Parigi. Sull’aereo vi sono i 10 membri dell’equipaggio e 243 passeggeri. Poco dopo lo scalo ad Atene quattro feddayin, estratte le armi, avvertono tutti che l’aereo è sotto il comando del FPLP. I terroristi fanno atterrare l’aereo a Entebbe, l’aeroporto di Kampala, capitale dell’Uganda. I passeggeri vengono fatti scendere e portati in una grande sala dell’aeroporto.
Alle 17 dello stesso giorno si presenta Idi Amin in persona per avvisare gli ostaggi che poichè Israele rifiuta di obbedire alle richieste dei terroristi, tutto quello che sarebbe accaduto sarebbe stato responsabilità di Israele. Come i nazisti, i feddayin palestinesi fanno la selezione dei passeggeri e dividono gli ebrei dai non ebrei .  Sono così 104 le persone che rimangono prigioniere. Questa vergognosa selezione e separazione tra ebrei e non ebrei fa scattare in Israele la decisione per un’operazione militare. L’azione di attacco viene provata, colla massima segretezza, in Israele. Il tutto impegna 55 minuti ma a Entebbe ne basteranno 53. Vengono utilizzati tre Hercules e li segue un Boeing 707.

Alle ore 23.30 del 2 luglio, volando bassissimi per sfuggire ai radar, gli aerei atterrano di sorpresa all’aeroporto di Entebbe. A mezzanotte gli ostaggi sono svegliati da una sparatoria, un gruppo di armati sconosciuti irrompe nella sala gridando cogli altoparlanti ordini in ebraico, inglese e francese e libera gli ostaggi. I militari ugandesi di guardia non sono capaci di reagire in modo effettivo e sparano all’impazzata e mentre un gruppo di agenti israeliani porta in salvo gli ostaggi, un altro gruppo riesce a sabotare tutti gli aerei della flotta di Amin, 7 Mig sovietici, e a salvaguardare la pista. Nell’operazione restano uccisi i 4 terroristi palestinesi, 20 soldati ugandesi e due ostaggi che non avevano capito gli ordini di gettarsi a terra e non li avevano eseguiti. Muore anche, eroicamente, il comandante del commando israeliano, Jonathan Netanyahu.

lunedì 1 luglio 2013

Abu Mazen: «Israele complotta per distruggere al-Aqsa e costruire il suo presunto Tempio»

“Tutti questi comportamenti [israeliani] dimostrano il malvagio e pericoloso complotto volto a distruggere [la moschea] al-Aqsa e costruire il presunto Tempio. Purtroppo queste minacce, che sono sotto gli occhi di tutti, non hanno ancora ricevuto una adeguata risposta araba, islamica e internazionale. La maggior parte dei paesi non ha ancora dato seguito alle risoluzioni del summit arabo-islamico che prescrivono di dare aiuto ai residenti e alle istituzioni di Gerusalemme”.
Con queste parole il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha risposto, il 3 giugno scorso, all'intervistatore del giornale saudita Al-Watan che gli aveva posto la seguente domanda: “Organizzazioni ebraiche stanno facendo sforzi frenetici, sia visibili che nascosti, per completare la giudaizzazione della [moschea] Al-Aqsa e prenderne il controllo, soprattutto con le ricorrenti invasioni di Al-Aqsa e le aggressioni ai fedeli. Che influenza pensa che questo abbia a livello palestinese e a livello regionale? Pensa che la risposta araba e islamica sia di livello adeguato?”.
Con la sua risposta il presidente palestinese – ufficialmente impegnato nelle scorse ore nello sforzo diplomatico del segretario di stato Usa John Kerry per la ripersa del negoziato di pace con Israele – ha rilanciato (in arabo) una delle classiche calunnie costantemente ripetute dall'Autorità Palestinese, quella secondo cui Israele complotterebbe per la distruzione della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, aggiungendovi l’appello al “mondo arabo e islamico” perché faccia di più contro “i piani” di Israele.
Il riferimento, nelle parole di Abu Mazen, al “presunto Tempio” ebraico è ormai parte integrante del lessico abitualmente utilizzato dalla propaganda palestinese per negare la storia degli ebrei in terra d’Israele e a Gerusalemme: un “negazionismo” secondo il quale non vi sarebbe mai stato un Tempio ebraico sul Monte del Tempio a Gerusalemme.
Non è la prima volta che Abu Mazen presenta l’obiettivo di sottrarre Gerusalemme agli ebrei come un dovere islamico. Ad esempio, intervenendo a un vertice arabo nel 2010 proclamò: “Ai leader della nostra nazione araba e dei suoi popoli, io dico: Gerusalemme e i suoi dintorni sono un patrimonio che Dio ci ha affidato. Salvarli dal mostro dell’insediamento e dalla minaccia della giudaizzazione e della confisca è un 'fard ayn' [comandamento islamico] che compete a tutti noi personalmente. Perciò esorto voi tutti ad agire sul serio e con urgenza per salvare [Gerusalemme] e mettere a disposizione tutte il possibile al fine di rafforzare la nostra determinazione a preservare il suo carattere storico, culturale e religioso” (citato dalla tv Al-Jazeera il 27 marzo 2010).
La politica di negare sistematicamente la storia di Israele è ben esemplificata da un reportage mandato in onda dalla tv ufficiale dell’Autorità Palestinese a proposito degli scavi archeologici presso il Muro Occidentale (“del pianto”), nel quale fra l’altro veniva affermato: “Sottoterra, molto al di sotto della Moschea di Al-Aqsa, è in atto una corsa [degli israeliani] contro il tempo per completare gli scavi alla ricerca di quel Tempio [di Gerusalemme] che esiste solo nella mente delle organizzazioni estremiste [...]. Essi falsificano i fatti storici, collegandoli a una storia ebraica della quale non vi sono tracce nella nostra terra”. (TV Fatah-Autorità Palestinese, 25.10.12).

(Da: PMW Bulletin, 26.3.13)

Siriani curati in Israele

Un articolo di Yediot Aharonot riferisce che sono ormai più di 100 i siriani feriti nel corso della sanguinosa guerra civile in atto in Siria, che stanno ricevendo cure ospedaliere o mediche in Israele. Ospedali come quello di Nahariya o di Safed, nel nord di Israele, sono ormai abituati a questo genere di soccorsi e si sono attrezzati. All’inizio erano principalmente giovani fra i 20 e i 30 anni di età a varcare il confine fra Siria e Israele, chiedendo assistenza medica per ferite da esplosioni o da armi da fuoco, ma ultimamente, da quanto riferiscono i medici, la loro età sta scendendo drammaticamente, e negli ultimi tempi sono giunti anche adolescenti di 13-15 anni o, addirittura, bambini di 9-10 anni. Le loro identità sono protette dalle autorità e l’esercito ha dato istruzione al personale medico di parlare con loro soltanto delle loro condizioni di salute, per evitare che estranei vengano in contatto con loro e divulgarne l’identità, rischiando di mettere in pericolo la loro vita al loro ritorno in Siria.

Qualcuno riesce ad immaginare questa situazione a ruoli invertiti? Quanti feriti israeliani sarebbero stati curati negli ospedali siriani, libanesi o giordani???? 
ZERO!!!
Questo è Israele, un paese DEMOCRATICO, rispettoso dei diritti umani e civili, e soprattuto DELLA VITA!!!!