Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

venerdì 9 agosto 2013

9 Agosto 2001: il terrorismo palestinese colpisce civili inermi a Gerusalemme. Per non dimenticare

Undici anni fa, il 9 agosto 2001, 15 israeliani venivano uccisi, e 130 rimanevano feriti, in un attentato alla pizzeria Sbarro, a Gerusalemme, ad opera di un kamikaze suicida. L’attentato fu poi rivendicato da Hamas e dalla Jihad Islamica (e festeggiato in alcuni campi profughi palestinesi del Libano)

Le vittime di quella strage:

Giora Balash (60)

Zvika Golombek (26)

Shoshana Yehudit Greenbaum (31)

Tehila Maoz (18)

Frieda Mendelson (62)

Michal Raziel (16)

Malka Roth (15)

Lily Shimashvili (33)

Tamara Shimashvili (8)

Yocheved Shoshan (10)

Mordechai Schijveschuurder (43), la moglie Tzira (41)

e i figli Ra’aya (14), Avraham Yitzhak (4) e Hemda (2).

mercoledì 7 agosto 2013

Rilascio di detenuti palestinesi: rieccoci da capo

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) in compagnia della terrorista Amana Muna, scarcerata nel quadro del ricatto palestinese per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit. Nel gennaio 2001 Amana Muna, con alcuni complici, sequestrò e uccise a sangue freddo il 16enne israeliano Ofir Rahum attirandolo in una trappola con profferte sessuali via internet.
Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) in compagnia della terrorista Amana Muna, scarcerata nel quadro del ricatto palestinese per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit. Nel gennaio 2001 Amana Muna, con alcuni complici, sequestrò e uccise a sangue freddo il 16enne israeliano Ofir Rahum attirandolo in una trappola con profferte sessuali via internet..
Conosciamo fin troppo bene questa storia. Alla fine, con tutto il dolore e l’angoscia che la cosa comporta, Israele rilascerà dei terroristi palestinesi che hanno ucciso una quantità di persone innocenti. E questi assassini verranno acclamati come eroi a Hebron, a Ramallah, a Jenin. Si terranno sfilate in loro onore, verranno gettati i fiori verso gli autobus che li portano a casa, verranno scritte poesie sulle loro gesta “gloriose”. È già abbastanza brutto dover rimettere in libertà dei terroristi, ma tutto diventa ancora peggio per l’accoglienza da eroi di cui godranno nell’Autorità Palestinese.
Alcuni dicono: “Che vi importa di come vengono ricevuti? Quelli che per voi sono terroristi, per loro sono combattenti per la libertà”. E invece ci importa eccome, di come vengono accolti. È importante. È ciò che dà il tono e l’atmosfera, e dice molto circa i nostri interlocutori per la pace. Ed erode la nostra fiducia.
La scarcerazione di detenuti palestinesi da parte di Israele sarà strombazzata in giro per il mondo come una misura israeliana volta a “creare fiducia”. E questa è proprio una parte del problema. I palestinesi, sostenuti da tutto il mondo, continuano a chiedere a Israele misure che aiutino a sviluppare la loro fiducia. Ma la fiducia degli israeliani? Che cosa viene fatto per ricostruire la fiducia degli israeliani fatta a pezzi dall’intifada delle stragi suicide e calpestata dalle migliaia di razzi lanciati su Israele dopo il ritiro dalla striscia di Gaza del 2005? Cosa fanno i palestinesi per convincere gli israeliani che qualcosa di fondamentale è cambiato e che adesso vogliono davvero vivere in pace e sicurezza accanto a Israele, e non al posto di Israele? Hanno forse attenuato la retorica revanscista contro l’esistenza di Israele? Hanno forse smesso di scagliare molotov e pietre contro autobus e auto civili israeliane che transitano al di là della ex Linea Verde? È forse comparsa una versione palestinese di Peace Now, magari finanziata dall’Unione Europea, che mobilita le masse spingendo la società palestinese ad accettare Israele e che fa pressione sul governo dell’Autorità Palestinese perché abbandoni le sue pretese massimaliste e torni a negoziare sul serio? Sono forse dilagate manifestazioni palestinesi in tutta la Cisgiordania a favore della pace?
Molti nel mondo trovano ridicola l’idea che si debba aiutare la crescita della fiducia degli israeliani: sostengono che non spetta alla parte più debole, i palestinesi, far crescere la fiducia nella parte più forte, gli israeliani. Ma chi ragiona in questo modo evidentemente non vede o non vuole vedere la realtà d’Israele. La seconda intifada ha rappresentato un punto di svolta per la società israeliana, che ha portato il senso di vulnerabilità fisica fin dentro le case di ogni uomo, donna e bambino israeliano quando prendere un autobus a Gerusalemme, a Tel Aviv o a Haifa era diventato più pericoloso che stare di pattuglia lungo il confine con il Libano. Un trauma durato diversi anni e che non è stato cancellato. Anzi, si è aggravato nel 2005 quando, dopo che Israele aveva ritirato tutti suoi civili e militari dalla striscia di Gaza, un milione di cittadini nel sud del paese hanno dovuto iniziare a convivere con la quotidiana insicurezza di sapere che da un momento all’altro un razzo, rudimentale quanto si vuole, poteva venire a schiantarsi nella finestra del soggiorno di casa o nell’aula della scuola. Questo genere di realtà – il terrorismo da impazzire della seconda intifada, e la costante incertezza di vivere sotto la spada di Damocle dei lanci di razzi da Gaza – può facilmente far perdere tutta la fiducia a chiunque.
Importanti rappresentanti americani coinvolti nel processo diplomatico in corso conoscono bene e capiscono la preoccupazione israeliana per la sicurezza. Anzi, spesso dicono che non solo la capiscono, ma che cercano di aumentare il senso di sicurezza dell’israeliano della strada finanziando il sistema antimissilistico “Cupola di ferro” o l’addestramento degli agenti di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Ma la fiducia degli israeliani non può essere costruita sul niente dai soli americani. I loro sforzi possono aiutare, ma non possono bastare. Quella fiducia può essere costruita soltanto dai palestinesi. Solo i palestinesi possono dare agli israeliani la sensazione che qualcosa è cambiato, che questa volta c’è qualcosa di diverso. Esigere la scarcerazione di un centinaio di assassini non va esattamente in questo senso. E la cosa sarà peggiorata dalle scene degli assassini ancora una volta accolti e glorificati dai palestinesi come eroi.
Se i palestinesi intendono davvero impegnarsi seriamente nella prossima tornata di negoziati, devono renderlo evidente all’opinione pubblica israeliana. Un modo per farlo sarebbe quello di non celebrare indecentemente la scarcerazione di terroristi che hanno fatto esplodere autobus in cui sono bruciati uomini, donne e bambini innocenti.
Nella scarcerazione di terroristi impenitenti non c’è né giustizia né diritto. In mancanza di questi, il primo ministro Benjamin Netanyahu afferma che vi sono però importanti vantaggi sul piano della posizione di Israele nel mondo e dei rapporti di Israele con i palestinesi. Ma perché la popolazione israeliana sostenga con convinzione questo processo, sarà necessario che li veda, questi benefici: benefici che saranno invece oscurati dallo spettacolo dei palestinesi che celebrano il rilascio di assassini.
Tutti coloro, a Washington e altrove, che hanno esortato e fatto pressione su Israele perché ingoiasse la pillola amara del rilascio di detenuti al fine di riavviare il processo diplomatico, dovrebbero ora essere altrettanto persuasivi per ottenere che i palestinesi come minimo abbassino i toni della invereconda adorazione con cui sappiamo che saluteranno i detenuti rimessi in libertà.
Chiamatela, se volete, una misura da parte palestinese per contribuire a creare fiducia.
(Da: Jerusalem Post, 28.7.13)

Un palazzo di re David nella più antica città del Regno di Giuda

Uno scavo congiunto condotto dall’Università di Gerusalemme e dalla Israel Antiquities Authorities ha portato alla luce due delle più grandi strutture mai ritrovate risalenti al Regno di Giuda. I ricercatori Yossi Garfinkel e Saar Ganor hanno identificato in una delle due strutture un palazzo di re David, e nell’altra un grosso edificio adibito a magazzino per il regno. Lo scavo, durato sette anni, testimonia l’esistenza di costruzioni statali e di un’organizzazione amministrativa all’epoca di re David.
Secondo Garfinkel e Ganor, “le rovine costituiscono il miglior esempio, fino ad oggi, di questa città fortificata di re David recentemente portata alla luce”, e permettono agli studiosi di fare un passo avanti nella comprensione delle origini del Regno di Giuda. “Siamo di fronte a una prova incontrovertibile dell’esistenza di un’autorità centrale nella Giudea ai tempi di re David”, spiegano gli archeologi. Fino ad oggi, nessun palazzo risultava chiaramente attribuibile all’inizio del X secolo a.e.v.
Secondo gli archeologi, il sito, denominato Khirbet Qeiyafa, fu probabilmente distrutto durante una battaglia con i filistei nel 980 a.e.v. Recenti scavi a Khirbet Qeiyafa, la prima città giudea ad essere datata col Carbonio 14, indicano chiaramente l’esistenza in Giudea di una città fortificata e ben pianificata già fra il tardo XI e gli inizi del X a.e.v. Questi nuovi dati rivestono grande importanza sul piano archeologico, storico e degli studi biblici.
Khirbet Qeiyafa si trova 30 km a sud-ovest di Gerusalemme, sulla sommità di una collina che confina a nord con la valle di Elah. Si tratta di una posizione strategica, per il regno biblico di Giuda, sull’asse principale che collegava la Filistea e la piana costiera con Gerusalemme e Hebron, nella regione collinosa. Questa è la zona dove è ambientato uno degli scontri più famosi del mondo, quello tra Davide e Golia.
La città, costruita su un letto di roccia di 2,3 ettari, era circondata da massicce fortificazioni in pietre megalitiche. Negli anni 2007-2011 sono state condotte cinque campagne di scavi che hanno interessato cinque aree del sito (Aree A-E) portando alla luce quasi il 20% della città. Le spedizioni hanno dissotterrato 200 metri delle mura della città, due porte, un edificio a colonne e dieci abitazioni.
Una tale pianificazione urbana non è stata finora riscontrata in nessuna città cananea o filistea, né nel Regno settentrionale d’Israele, e costituisce una caratteristica tipica della pianificazione cittadina nelle città di Giuda: Beersheba, Tell Beit Mirsim, Tell en-Nasbeh e Tell Beth-Shemesh. Khirbet Qeiyafa è il più antico esempio conosciuto di questo piano urbano e indica che questo modello era già stato sviluppato ai tempi del re David.
La città tramontò con una distruzione improvvisa, come indicano centinaia di pezzi di recuperabili di vasellame, utensili di pietra e oggetti di metallo abbandonati sui pavimenti delle case. Sono state trovate grandi quantità di vasellame e utensili di vario genere, oltre a oggetti di culto, scarabei, sigilli e il famosissimo ostracon di Khirbet Qeiyafa, un’iscrizione scritta a inchiostro su un frammento di vasellame. Gli scavi recenti hanno anche rinvenuto frammenti di una speciale pietra d’alabastro importata dall’Egitto.
L’ importanza della scoperta della città biblica ha spinto la Israel Antiquities Authority, d’accordo con la Natural Parks Authority, a respingere un progetto per un nuovo quartiere da costruire vicino al sito, dichiarando invece l’area ed i suoi dintorni parco nazionale.
(Da: Jerusalem Post, 18.07.13)

“Non tollereremo minacce contro chi presta servizio civile o militare”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato lunedì un sacerdote greco ortodosso, padre Gabriel Nadaf, da tempo sotto attacco perché incoraggia i giovani israeliani arabo-cristiani a prestare (volontariamente) servizio civile o militare. Netanyahu gli ha assicurato che Israele non tollererà minacce nei confronti di persone che operano per migliorare l’integrazione delle minoranze nella società israeliana.
“I giovani cittadini cristiani – ha detto Netanyahu – hanno il diritto di arruolarsi nelle Forze di Difesa israeliane e devono poter esercitare liberamente tale diritto. Voi siete leali cittadini che vogliono difendere il paese, ed io vi rendo onore e vi appoggio. Non tollereremo minacce contro di voi, e opereremo con fermezza perché la legge venga applicata e rispettata contro coloro che vi perseguitano. Non permetteremo che il paese venga lacerato dall’interno. Lo Stato di Israele e il primo ministro sono al vostro fianco”.
Nadaf, esplicitamente attivo per l’integrazione dei cittadini arabi cristiani nel grosso della società israeliana e leader spirituale di un forum per l’arruolamento dei giovani cristiani nelle Forze di Difesa israeliane, per questo suo impegno è stato scomunicato dal Concilio della Chiesa Ortodossa ed è fatto oggetto di attacchi verbali da parte di parlamentari arabi israeliani e persino di anonime minacce di morte. Anche il Patriarcato di Gerusalemme subisce forti pressioni da più parti perché sollevi il padre di Nazareth dai suoi incarichi.
Soldati israeliani arabo-cristiani ricevono regali di Natale dal loro comandante (a destra) e dai loro compagni ebrei e beduini in una base nei pressi di Kerem Shalom, nel sud di Israele
Soldati israeliani arabo-cristiani ricevono regali di Natale dal loro comandante (a destra) e dai loro compagni ebrei e beduini in una base nei pressi di Kerem Shalom, nel sud di Israele
Durante l’incontro col primo ministro, Nadaf ha detto che non si farà scoraggiare. “Il nostro scopo è proteggere la Terra Santa e lo Stato di Israele – ha detto – Abbiamo rotto la barriera della paura: lo Stato merita che noi facciamo la nostra parte per difenderlo. Coloro che si oppongono all’integrazione della comunità cristiana nelle istituzioni dello Stato non percorrono il cammino del cristianesimo”.
Netanyahu ha annunciato che verrà istituito un organismo comprendente rappresentanti del governo e della comunità cristiana per promuovere l’arruolamento dei giovani cristiani nelle Forze di Difesa e nel servizio civile nazionale e la loro piena integrazione nella vita di Israele. Tra gli obiettivi dell’organismo vi sarà quello di “proteggere dalla violenza e dalle minacce gli arruolati e coloro che sostengono l’arruolamento, e rafforzare l’applicazione della legge contro chi turba la pace e istiga alla violenza”.
Secondo l’Ufficio del primo ministro, recentemente si è registrato un aumento significativo del numero di arabi cristiani arruolati nelle Forze di Difesa israeliane, dai 35 di un anno fa ai circa cento di quest’anno, oltre ai 500 giovani cristiani che prestano servizio civile nazionale.
Nadaf è stato accompagnato all’incontro dal tenente della riserva Shadi Khaloul, responsabile del forum per l’arruolamento dei giovani cristiani nelle Forze di Difesa, e da Naji Abid, capo del Consiglio ortodosso di Yafia (Nazareth).
(Da: Jerusalem Post, 5.8.2013)

martedì 6 agosto 2013

Israele.net

I soldati che all’inizio del mese scorso hanno fermato un bambino palestinese di cinque che lanciava pietre contro le auto a Hebron (Cisgiordania) si sono comportanti in modo giustificato e corretto. Questo il parere del consulente legale delle Forze di Difesa israeliane in Cisgiordania, Doron Ben-Barak, a proposito di un episodio denunciato come una grave violazione dei diritti umani dalla ONG israeliana B’Tselem, con un filmato postato su YouTube che ha fatto il giro del mondo.

“Non si può restare a guardare se dei minorenni lanciano pietre che mettono in pericolo i passanti e loro stessi”, si legge nel responso di Ben-Barak, inviato a B’Tselem il 22 luglio ma che B’Tselem ha diffuso solo mercoledì scorso.
I minori di età inferiore ai 12 anni, spiega il documento, non hanno responsabilità penale e non possono essere arrestati né sottoposti a processo, e nei loro confronti non è possibile far rispettare la legge con gli strumenti penali cui normalmente si fa ricorso nel caso di persone più grandi. E certamente i soldati israeliani, là dove sono di servizio, sono chiamati ad agire in conformità alla legge e a rispettare i diritti di tutti coloro che vivono nell’area; compresi i minori verso i quali, aggiunge Ben-Barak, è inteso che deve essere esercitata una particolare sensibilità in considerazione della loro giovane età e della tutela del loro bene.
Allo stesso tempo, continua il consulente legale, si registra il crescente fenomeno di bambini al di sotto di 12 anni, lasciati privi di sorveglianza da parte degli adulti che ne avrebbero la responsabilità, che lanciando pietre contro auto, civili e militari, in transito sulle strade di Cisgiordania, e che addirittura prendono parte a disordini. Si tratta di comportamenti che, con tutta evidenza, mettono seriamente in pericolo l’incolumità, quando non anche la vita, sia delle persone a bordo dei veicoli, sia dei pedoni nella zona, sia degli stessi bambini all’origine dell’incidente. Dunque, sebbene tali bambini non sia penalmente responsabili, il personale delle Forze di Difesa israeliane in servizio ha la facoltà e il dovere di intervenire nel caso si verifichino incidenti di questo genere, che mettono in pericolo la sicurezza delle persone.
Tra le misure che i soldati possono adottare per porre fine alla situazione di pericolo vi è senz’altro quella di allontanare il minore d’autorità dalla zona, con le dovute maniere, e consegnarlo ai suoi genitori o comunque agli adulti che ne dovrebbero avere la responsabilità. Che è esattamente ciò che hanno fatto i soldati filmati da B’Tselem.
“Sarebbe del tutto irresponsabile da parte dei soldati ignorare la situazione e abbandonare il bambino a se stesso, lasciando che possa continuare con le sue pericolose azioni”, scrive Ben-Barak.
Nel caso in questione, il bambino aveva appunto gettato pietre a veicoli in transito, mettendo in pericolo se stesso e altri. I soldati, senza mai sfiorarlo nemmeno con un dito (come testimonia lo stesso filmato), hanno dapprima portato il bambino, accompagnato da persone di sua conoscenza, a casa dei genitori, e successivamente hanno portato padre e bambino alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese.
Una considerazione a parte andrebbe poi fatta sulla decisione di B’Tselem di diffondere in tutto il mondo il filmato senza schermare il volto di un bambino di 5 anni, e senza nemmeno interpellare le Forze di Difesa israeliane per ascoltare la loro valutazione.
(Da: Jerusalem Post, israele. Net, 31.7.13

Il dovere morale di assistere i feriti

La tv israeliana Canale 10 ha ottenuto il permesso di mandare in onda il primo servizio giornalistico dettagliato sull’assistenza medica garantita da Israele alle vittime della guerra civile siriana.

Il reportage, andato in onda sabato sera, illustra le vicende di alcuni dei tanti pazienti siriani ricoverati in due ospedali nel nord di Israele, e contiene anche dei brevi filmati dell’ospedale da campo allestito da Israele al confine tra i due paesi sulle alture del Golan. Allo stato attuale sono più di cento i casi gravi dei quali è stato autorizzato il trattamento in Israele, mentre i casi meno gravi vengono trattati nell’ospedale da campo.
Israele ha dichiarato che garantisce le cure come atto d’assistenza umanitaria, pur restando impegnato a tenersi fuori dalla guerra civile siriana, costata sinora la vita a circa centomila persone.
A tutti i pazienti siriani filmati negli ospedali israeliani nel corso della trasmissione sono stati oscurati i tratti del volto per impedirne l’identificazione. La loro vita sarebbe molto probabilmente in pericolo, al loro ritorno a casa, per il solo fatto d’essere stati curati in Israele. “Se salta fuori che sei stato in Israele, per te è la fine”, spiega nel filmato uno dei pazienti.
Uno dei pazienti intervistati per il reportage, indicato col nome di Bilal, è originario della città siriana meridionale di Daraa, quella dove ha avuto inizio la rivolta contro il presidente Bashar Assad. Bilal rievoca dal letto d’ospedale l’inizio due anni fa della guerra civile. Le proteste nella sua città, racconta Bilal, ebbero iniziato quando, su ordine del governatore della prigione locale (che Bilal indica come Atif Najib, un parente di Assad), un adolescente che aveva scritto sui muri dei graffiti anti-Assad venne orrendamente torturato per tre giorni. Gli abitanti del posto chiesero che Najib venisse rimosso dall’incarico e cacciato da Daraa, e per questo tennero una manifestazione spontanea a cui Bilal dice d’aver partecipato. Ma il regime ordinò una feroce repressione e fu questo che scatenò quella che poi è diventata una guerra civile. Bilal, che dice d’aver combattuto con i ribelli, è ricoverato con gravi ferite a una gamba, e altre lesioni. Dice che le forze di Assad hanno distrutto la casa della sua famiglia.
Parecchi dei pazienti accusano il regime di Assad di orribili brutalità. Le peggiori notizie riportate dai mass-media, dice uno di loro, “non sono niente in confronto al vero orrore” di ciò che sta accadendo al di là del confine.
Entrambi i direttori dei due ospedali israeliani ripresi nel reportage, quello di Safed e quello di Nahariya, parlano dell’imperativo di curare le vittime, dicendosi onorati di essere in grado di farlo. “Se io, come medico, posso contribuire a salvare delle vite – dice il dottor Oscar Embon, capo dello Ziv Medical Center di Safed – per me è un privilegio”. Gli fa eco il dottor Massad Barhoun, direttore del Western Galilee Hospital della città di Nahariya, che parla del “dovere morale” si assistere i feriti.
Tra i vari pazienti siriani attualmente in Israele c’è anche una bambina di cinque anni la cui sorella è stata uccisa da una granata a frammentazione sparata dalle forze di Assad. È stata portata in braccio dalla madre fino al confine israeliano nella disperata ricerca di cure per le ferite che aveva riportato nello stesso attacco.
Un’altra paziente è una bambina di tre anni la cui famiglia è stata quasi completamente sterminata nel bombardamento in cui anche lei è rimasta gravemente ferita. È accudita dalla zia di un altro paziente, e non si rende conto di trovarsi in Israele.
Uno dei pazienti intervistati nel reportage riferisce che in Siria si è diffusa la voce che gli ospedali israeliani sono eccellenti, e sono sempre più numerosi i feriti nella guerra civile che implorano coloro che vogliono aiutarli di farli arrivare in Israele anziché negli altri paesi confinanti, come la Giordania, coi quali peraltro la Siria non è formalmente in guerra come invece è con Israele.
Un altro paziente dice che molti medici siriani sono fuggiti dai loro posti di lavoro, perché i loro ospedali sono stati bombardati. Il reportage riferisce che l’afflusso in Israele di casi gravi sta aumentando e che l’Onu svolge un ruolo chiave nel traghettare i feriti attraverso la “terra di nessuno” per raggiungere l’ospedale da campo o gli ospedali all’interno di Israele.
Ai primi di giugno il ministro della difesa Moshe Ya’alon aveva confermato per la prima volta che Israele gestisce l’ospedale da campo sul confine siriano e che trasferisce negli ospedali all’interno del paese i siriani feriti più gravemente.
(Da: Times of Israel, 3.8.13)



Accreditata all’Onu la ong di Mohamad, quello “felice d’essere definito antisemita”

Il comitato Onu preposto alla tutela dei diritti dei palestinesi ha accreditato, fra le altre, un’organizzazione non governativa (ong) presieduta dall’ex primo ministro della Malesia Mahathir Mohamad, personaggio noto per essersi detto “felice” d’essere definito antisemita.


Nel corso di una sessione a New York la scorsa settimana, il Comitato delle Nazioni Unite per l’Esercizio degli Inalienabili Diritti del Popolo Palestinese (Committee on the Exercise of the Inalienable Rights of the Palestinian People- CEIRPP) ha ufficialmente concesso il proprio accredito a cinque organizzazioni della società civile, tra le quali la Perdana Global Peace Foundation, fondata e presieduta da Mahathir Mohamad.



Mohamad, che è stato primo ministro della Malesia dal 1981 fino al 2003, è stato più volte al centro di vivaci polemiche per le sue dichiarazioni anti-occidentali e anti-semite. In un discorso del 2003 affermò che “gli ebrei governano il mondo per interposta persona” e fanno “combattere e morire gli altri per loro”. Nello lo stesso discorso dichiarò inoltre che gli ebrei “hanno inventato il socialismo, il comunismo, i diritti umani e la democrazia affinché perseguitarli appaia sbagliato e loro possano godere di pari diritti come gli altri. E con questi, adesso hanno ottenuto il controllo sui paesi più potenti”.



Tutt’altro che turbato dall’indignazione generale suscitata da questi suoi commenti, l’anno scorso – all’indomani della sentenza di un tribunale israeliano che definiva accidentale e involontaria la morte nella striscia di Gaza della manifestante americana anti-israeliana Rachel Corrie – Mohamad rincarava la dose proclamando: “Sono felice d’essere chiamato antisemita. Come potrei non esserlo quando gli ebrei, che parlano così tanto degli orrori che hanno subito durante l’Olocausto, mostrano la stessa crudeltà e spietatezza dei nazisti non solo verso i loro nemici, ma anche verso i loro alleati se appena qualcuno cerca di fermare l’insensata uccisione dei loro nemici palestinesi?”.



Durante la riunione martedì scorso a New York del Comitato Onu per i diritti dei palestinesi, il presidente del Comitato, il senegalese Abdou Salam Diallo, ha elogiato Mohamad per i successi conseguiti in tutta la sua vita dicendo che è giunto momento di “ringraziarlo e congratularsi con lui per tutto quello che ha fatto nel corso della sua carriera politica a favore del popolo palestinese”.



Il Comitato delle Nazioni Unite per l’Esercizio degli Inalienabili Diritti del Popolo Palestinese, il cui obiettivo ufficiale è “due stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco all’interno di frontiere sicure e riconosciute”, ha esaminato la candidatura di otto organizzazioni della società civile che hanno richiesto l’accredito respingendone tre e accettandone cinque, tra cui la Perdana Global Peace Foundation di Mahathir Mohamad.



“Il Comitato – ha detto domenica al Times Yigal Palmor, portavoce del ministero degli esteri israeliano – è noto da sempre per la spudorata faziosità che lo ha trasformato in uno dei principali strumenti della propaganda palestinese. L’unica attività di questo organismo è stata, sin dal primo giorno, quella di alimentare l’ostilità verso Israele e promuovere le posizioni palestinesi più intransigenti. Non è mai stato coinvolto negli sforzi di pace, nemmeno da lontano. Il fatto che adesso accolga con tutti gli onori la ong di Mahathir Mohamad, purtroppo, non sorprende nessuno”.



(Da: Times of Israel, 4.8.13)