Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

CERCA NEL BLOG

Translate this page

Pallywood

Loading...

Sempre con Israele!!!

Sempre con Israele!!!

Lettori fissi

martedì 29 ottobre 2013

I confini del 1967 e il diritto internazionale



“…Vi sarebbe una “occupazione” israeliana di “territori palestinesi” che violerebbe la “legalità internazionale” e pertanto andrebbe fermata al più presto. Tutto ciò però, sul piano strettamente giuridico, non è affatto vero. Israele è stato costruito sul territorio del mandato britannico sulla Palestina, deciso dopo la fine della prima guerra mondiale e il crollo dell’impero ottomano, dal trattato di pace di San Remo (un trattato accessorio di quello di Versailles, si trova in rete fra l’altro qui) e poi della deliberazione della Società delle nazioni (le cui decisioni sono state interamente confermate dall’Onu al momento della sua fondazione).
La premessa del mandato è che “recognition has thereby been given to the historical connexion of the Jewish people with Palestine and to the grounds for reconstituting their national home in that country “, con il quale viene dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina come base per ricostituire in quale paese la loro nazione”. All’articolo 6 si impone al mandatario di “shall facilitate Jewish immigration [...] and shall encourage [...] close settlement by Jews on the land, including State lands and waste lands not required for public purposes“,  cioè facilitare l’immigrazione ebraica e di incoraggiare il “fitto insediamento” (o “colonizzazione” la parola è sempre “to settle”) della terra, incluse le terre statali e quelle vuote non necessarie a scopi pubblici.
Questo testo, che ha valore legale si riferisce a tutta la Palestina mandataria. La proposta di divisione dell’Assemblea generale dell’Onu, che fu respinta dai paesi arabi, gli accordi armistiziali e poi quelli di Oslo, che rimandano tutti al futuro non hanno cambiato la condizione giuridica del territorio, anche della parte che fu arbitrariamente occupata dalla Giordania nel ’49. Il mandato di Palestina tutto, anche il “west Bank”, come si iniziò a chiamarne un pezzo dopo il ’49, era destinato a patria del popolo ebraico e la sua “colonizzazione” era e resta perfettamente legale. La convenzione di Ginevra che spesso si cita come prova dell’illegalità israeliana non c’entra niente: sia perché si applica a territori occupati, come Giudea e Samaria non sono, sia perché riguarda trasferimenti forzati di popolazione e pulizia etnica, come in quella zona ha perpetrato la Giordania e vorrebbe commettere l’Anp, ma Israele non ha mai fatto. I fatti che ho esposto sono ben noti.
E’ quel che ha scritto il rapporto della commissione Levy (dal nome dell’ex giudice della corte suprema israeliana che l’ha presieduto) del 2012; è quel che è stato affermato di recente da un appello di giuristi contro la decisione, tutta politica, della Commissione Europea di proibire ogni suo finanziamento ad attività che hanno sede oltre la linea armistiziale del ’49: ” la definizione dell’UE della Giudea e Samaria come “territori palestinesi” o” territori occupati” è priva di qualsiasi valore legale o di fatto. L’area non è mai stata definita come tale [ai sensi del diritto internazionale] e quindi l’uso continuo dell’Unione europea di questa terminologia mina la negoziati per una pace permanente” La percezione di illegalità degli insediamenti israeliani da parte “dell’UE deriva da ragioni differenti dal diritto internazionale”. Inutile dire che queste analisi e altre consimili sono regolarmente ignorati dai giornali…”

lunedì 21 ottobre 2013

Il ’48 secondo Abu Mazen: all’Onu dice una cosa, alla tv palestinese un’altra

Lo scorso 26 settembre il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha affermato:
“Io personalmente sono una delle vittime della Nakba[“catastrofe”, il termine con cui i palestinesi indicano la creazione dello Stato di Israele], in mezzo alle centinaia di migliaia di persone del mio popolo sradicate nel 1948 dal nostro bellissimo mondo e gettate nell’esilio”.
Lo stesso Abu Mazen, tuttavia, all’inizio di quest’anno, raccontando alla tv ufficiale palestinese come avvenne che lui e altri arabi lasciarono nel 1948 la città nativa di Safed, una città mista arabo-ebraica nel nord di Israele, non aveva detto che lui e gli altri erano stati “sradicati e gettati in esilio”. Aveva invece affermato che se n’erano andati di propria iniziativa spinti dalla paura, spiegando che all’epoca gli arabi di Safed temevano una vendetta da parte degli ebrei per via dei “massacri” del 1929 subiti dagli ebrei “in modo particolarmente grave” a Safed e a Hebron. Per questo, aveva spiegato Abu Mazen, e non perché fossero stati cacciati dalle forze sioniste, gli abitanti arabi palestinesi avevano abbandonato Safed di propria iniziativa “sopraffatti da questa paura” che li spinse a “lasciare la città in modo disordinato”.
Questa la parte saliente (sottotitolata in inglese da Palestinian Media Watch) dell’intervista di Abu Mazen alla tv dell’Autorità Palestinese (1 gennaio 2013) in cui il presidente palestinese spiega come e perché gli arabi abbandonarono Safed nel 1948:
«L’Esercito di Liberazione [arabo] si ritirò dalla città [di Safed, nel 1948], causando l’inizio dell’emigrazione della gente [araba]. A Safed, così come a Hebron, la gente temeva che gli ebrei si sarebbero vendicati per il massacro del 1929. Il massacro del 1929 era stato particolarmente grave a Safed e a Hebron. Ricordiamo i tre uomini di queste città che furono giustiziati: Ataa al-Zir, Jamjoum e Fuad Hijazi. Hijazi era di Safed, gli altri due di Hebron. La gente [di Safed, nel 1948] fu sopraffatta dalla paura e questo la spinse a lasciare la città in modo disordinato». (Da: TV dell’Autorità Palestinese, 1.01.13)
Abu Mazen fa riferimento a tre arabi palestinesi – Muhammad Jamjoum, Fuad Hijazi e Ataa Al-Zir – che vennero giustiziati nel 1930 dai tribunali del Mandato Britannico perché, stando al rapporto inoltrato all’epoca dal Governo britannico alla Società delle Nazioni, ritenuti colpevoli d’aver “commesso omicidi particolarmente spietati a Safed e a Hebron” contro civili ebrei e soldati britannici durante i pogrom del 1929 (costati la vita a 83 ebrei).
Questo non è certo l’unico caso in cui gli stessi palestinesi hanno riconosciuto che l’esodo dei profughi nel 1948 avvenne per ragioni diverse da quelle ufficialmente proclamate dalla propaganda anti-israeliana (che accusa Israele d’aver attivamente cacciato i palestinesi con una premeditata politica di “pulizia etnica”). Alcuni di loro accusano i notabili arabi locali, altri danno la colpa a governi ed eserciti dei paesi arabi circostanti (che attaccarono Israele per impedire la spartizione votata all’Onu). Un esempio recente è l’intervista a questo palestinese:
«Reporter della TV dell’Autorità Palestinese: “Come abbandonaste [il villaggio di] Bir Ma’in? Avete subito la Nakba?”
Residente del campo palestinese di Qalandiya, in Cisgiordania: “Sì, sono venuto via quando avevo vent’anni. Venimmo via, voglio dire, e quello che ci fece partire fu l’esercito giordano, perché ci sarebbero state delle battaglie e noi saremmo stati sconfitti. Ci dissero: andatevene, in due ore lo libereremo [il villaggio] e allora ritornerete. Partimmo con i soli vestiti, non prendemmo nulla perché dovevamo tornare dopo un paio d’ore. A che scopo portare qualcosa? Oggi stiamo ancora aspettando quelle due ore”.» (Da: TV dell’Autorità Palestinese, 15.05.13)
Cliccare qui per vedere altre testimonianze di arabi (tradotte in inglese da PMW) sui motivi che causarono il loro esodo durante la guerra araba contro Israele del 1948.
(Da: PMW Bulletin, 10.10.13)

domenica 20 ottobre 2013

Dissipati in corruzione e nepotismo gli aiuti UE all’Autorità Palestinese

L’Autorità Palestinese ha “sprecato, sperperato o perso nella corruzione” almeno 1,95 miliardi di euro in aiuti donati dall’Unione Europea fra il 2008 e il 2012. Lo afferma un rapporto – non ancora pubblicato, ma anticipato lo scorso fine settimana dal britannico Sunday Times – redatto dalla Corte dei Conti Europea, un organismo istituito nel 1977 in Lussemburgo con il compito di controllare entrate e uscite dell’Unione Europea.
Secondo il reportage del Sunday Times, il rapporto afferma che gli ispettori europei hanno visitato Gerusalemme est, striscia di Gaza e Cisgiordania e hanno rilevato “carenze significative” nella gestione e assegnazione dei fondi da parte dell’Autorità Palestinese, e serie “difficoltà” nel fronteggiare “rischi di alto livello come la corruzione e l’utilizzo dei fondi per scopi diversi da quelli previsti”.
Il rapporto della Corte dei Conti Europea sottolinea che Bruxelles ha esercitato ben poco controllo sul modo in cui sono stati utilizzati i fondi per aiuti trasferiti tra 2008 e il 2012 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza controllata da Hamas.
Interpellata sul tema, Transparency International, un osservatorio con sede a Berlino dedicato al monitoraggio della corruzione in politica e nelle aziende, ha affermato che lo stallo che paralizza il parlamento palestinese dal 2007 ha “accordato all’amministrazione [di Ramallah] una gestione illimitata dei fondi pubblici”, aggiungendo inoltre che il nepotismo è estremamente diffuso nei settori pubblico e privato palestinesi.
Stando a un sondaggio dell’opinione pubblica palestinese condotto nel luglio 2012, il 71% dei palestinesi ritiene che vi sia corruzione nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese sotto il controllo del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e circa il 57% pensa la stessa cosa delle istituzioni controllate da Hamas nella striscia di Gaza. In un’audizione tenutasi nel luglio 2012 alla Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti americana, l’establishment politico palestinese è stato accusato di “cleptocrazia cronica”, puntando il dito direttamente contro Abu Mazen e i membri della sua famiglia.
Da tempo Israele esprime preoccupazione per il modo in cui i palestinesi utilizzano l’aiuto finanziario accordato dalla comunità internazionale.

(Fonte: Times of Israel, Israel HaYom, YnetNews, 13 e 14 Ottobre 2013)

lunedì 14 ottobre 2013

Israeliano assassinato in Giudea e Samaria a bastonate da terroristi palestinesi. Ma il mondo preferisce girare lo sguardo…

Valle del Giordano (Cisgiordania) – Dilaga il terrorismo palestinese antisraeliano, guidato dal’odio antiebraico: dopo il ferimento di una bambina avvenuto pochi giorni fa poco lontano da Gerusalemme ad opera di un palestinese proveniente da Ramallah e le uccisioni a sangue freddo delle ultime settimane di altri due ragazzi israeliani (il tutto ovviamente nel silenzio generale dei mass media nostrani, come sempre), ieri sera Sariya Ofer, 61 anni, colonnello riservista delle Forze di Difesa israeliane, è stato ucciso in un attacco quasi certamente di natura terroristica, davanti a casa sua a Brosh Habika, poco lontano dal moshav Shadmot Mehola, nella Valle del Giordano settentrionale.
Secondo la testimonianza della convivente Monique Omer, rimasta ferita, quando verso l’una la coppia è uscita per controllare rumori sospetti, Ofer è stato aggredito da almeno due uomini che hanno infierito su di lui uccidendolo a colpi di spranga e di ascia. La donna è riuscita a fuggire e a raggiungere l’autostrada 90, dove ha chiesto aiuto ed è stata soccorsa e portata all’ ospedale HaEmek di Afula.
Per una tragica coincidenza, Sariya Ofer è stato assassinato esattamente nel giorno che segna il 40esimo anniversario della morte del fratello, Yitzhak Ofer, pilota di jet, caduto l’11 ottobre 1973 quando il suo aereo venne abbattuto sopra le alture del Golan durante i primi giorni della guerra di Yom Kippur.
(Fonte: Israele.net, 11 Ottobre 2013)

Un tunnel sotto il confine per fare attentati dentro Israele


Scoperta una galleria eccezionalmente attrezzata, costruita dai terroristi col 

cemento 

che Israele lasciava entrare a Gaza per le case dei civili


All’interno del tunnel dei terroristi
All’interno del tunnel dei terroristi
Hanno scavato per più di un anno utilizzando martelli, trapani e pale. Hanno messo in opera migliaia di archi e lastre di cemento (per lo più prodotti che Israele a lasciato entrare a Gaza per alleviare la crisi nel settore delle costruzioni civili) per un peso complessivo di 500 tonnellate. Hanno teso cavi elettrici e del telefono, hanno postato binari per carrelli.
Il tunnel dei terroristi scoperto giovedì scorso dalle Forze di Difesa israeliane al confine con la striscia di Gaza è lungo più di 1,7 km, appare eccezionalmente sofisticato e testimonia della fiorente industria che ruota intorno al terrorismo e all’irriducibile obiettivo di realizzare sequestri e attentati in territorio israeliano, a otto anni dal completo ritiro di tutti i civili e militari israeliani dalla striscia di Gaza.
Nei giorni scorsi ingenti forze del Genio hanno impiegato ruspe e camion per portare alla luce le aperture e il tragitto del tunnel, che inizia nei pressi del villaggio di al-Absan Zarir, a est di Khan Yunis, nella striscia di Gaza. Lo sbocco d’uscita, 300 metri all’interno del territorio israeliano, è in un campo di grano incolto non lontano dal kibbutz Ein Hashlosha.

Scavato a una profondità media di 18 metri sotto la superficie, con il punto più basso a 22 metri di profondità sul versate palestinese, il tunnel passa sotto alla barriera di confine che protegge Israele dalle infiltrazioni terroristiche. All’interno è abbastanza alto da permettere a un uomo di camminare liberamente.
I cavi che corrono lungo le pareti consentivano di mantenere comunicazioni ininterrotte con la base, nonché una abbondante illuminazione con lampade alogene a risparmio energetico.
Sacchi di materiale da costruzione, alcuni di produzione egiziana, mostrano che i lavori non erano ancora terminati, e non è chiaro fino a che punto i palestinesi avessero programmato di spingersi all’interno di Israele.
Fieri della loro opera, alcuni costruttori hanno persino inciso i loro nomi sulle pareti di cemento.
I soldati israeliani hanno anche trovato all’interno della galleria resti di cibo e incarti alimentari, che testimoniano delle lunghe ore che i costruttori devono avervi trascorso: insaccati, carte di cioccolato datate lo scorso giugno, una bevanda casearia con scadenza 22/6/2013.
“Si tratta di uno dei più sofisticati tunnel del terrorismo scoperto negli ultimi anni”, ha dichiarato il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, Yoav Mordechai.
Il tunnel non è stato scoperto per caso, come in altri casi precedenti, ma grazie ai calcoli del Comando Meridionale e della Divisione Gaza e ai precisi rapporti delle pattuglie sul terreno. Le Forze di Difesa israeliane utilizzano una gamma di strumenti per scoprire i tunnel del terrorismo, diversi dei quali sono tenuti segreti.
Questo è il terzo tunnel scoperto quest’anno, ricorda il capo del Comando Meridionale, generale Sami Turgeman, che aggiunge: “Si tratta in ogni caso di una grave violazione della sovranità israeliana. E se Hamas dovesse riuscire a realizzare i suoi propositi terroristici, in particolare utilizzando un tunnel, ne subirà pesanti conseguenze”.
Secondo Turgeman, “continuano a scavare numerose gallerie e si tratta di una grande industria che coinvolge affittuari di case e terreni, progettisti, scavatori e ingegneri. Si tratta di una vera industria terroristica e tutte le parti coinvolte ne subiranno le conseguenze”, nel caso malaugurato che un attentato dovesse riuscire.
Indicato dalla lettera A, il kibbutz Ein Hashlosha
Indicato dalla lettera A, il kibbutz Ein Hashlosha
Hamas, continua il comandante israeliano, che pure dall’Operazione israeliana “Colonna di nube difensiva” (novembre 2012) impedisce attentati contro Israele e dunque per ora “funziona come un fattore di contenimento”, investe tuttavia “decine di milioni di dollari nello scavo di questi tunnel anziché investirli nella comunità, nella costruzione di case e scuole, nell’industria e nei commerci. Hamas continua a rafforzarsi approfittando cinicamente delle nostre buone intenzioni quando lasciamo che vengano importati a Gaza materiali da costruzione a beneficio dei civili, benché possano essere usati anche per scopi ostili”.
In seguito alla scoperta del tunnel, il Coordinatore per le attività governative israeliane nei Territori, Eitan Dangot, ha ordinato di sospendere fino a nuovo ordine i trasferimenti nella striscia di Gaza di materiali da costruzione.
Turgeman sottolinea che gallerie di questo genere possono essere usate per realizzare rapimenti, attacchi contro le forze israeliane e attentati contro bersagli civili.
Fu penetrando con un tunnel in Israele che Hamas, in collaborazione con altri gruppi terroristici, nel 2006 sequestrò il soldato israeliano Gilad Shalit, poi tenuto come ostaggio per cinque anni e rilasciato solo in cambio della scarcerazione di 1.400 palestinesi condannati per reati contro la sicurezza.
“Un tunnel – conclude il generale – può restare sempre attivo, e non solo in tempo di guerra. E Hamas è sotto pressione dopo che ha perso il sostegno strategico dei Fratelli Musulmani al Cairo”. Specie ora che gli egiziani sono attivamente all’opera per recidere i collegamenti tra i miliziani della Penisola del Sinai e quelli dalla striscia di Gaza. “Eppure – conclude Turgeman – Hamas continua a incrementare il suo arsenale di razzi e a darsi da fare per rafforzare le sue capacità militari e terroristiche”.
“La scoperta di questo tunnel – ha detto il ministro della difesa Moshe Ya’alon – significa aver sventato gravi azioni terroristiche e aver salvato la vita ad israeliani che vivono nella zona. Il tunnel è una prova ulteriore che Hamas, nonostante la tregua che ha dovuto accettare, continua imperterrita a prepararsi per attività terroristiche e per uno scontro con Israele”.
Il portavoce dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, ha commentato la scoperta del tunnel tra la striscia di Gaza e Israele, dichiarando: “La volontà nella mente e nel cuore dei membri della resistenza conta molto di più delle gallerie scavate nel terreno. Tale volontà è capace di produrre migliaia di tunnel”.
I Comitati di Resistenza Popolare palestinesi hanno sottolineato che la scoperta del tunnel dimostra l’intenzione di proseguire le operazioni con l’obiettivo di rapire soldati israeliani da utilizzare come ostaggi per ricattare Israele e costringerlo a scarcerare terroristi detenuti.
(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 13.10.13)

        


Il rifiuto di Malek Jaziri

Tashkent (Uzbekistan), 11 Ottobre 2013 – Storie che non hanno nulla a che fare con lo sport. Due atleti, nello specifico tennisti, che si incrociano nelle fasi finali di un torneo e non disputano il match per ragioni politiche. La storia tristemente vera ha come protagonista il tunisino Malek Jaziri che avrebbe dovuto affrontare a Tashkent per i quarti di finale, l’israeliano Amir Weintraub. In dubbio fino all’ultimo, tennista nord africano, ha poi dato forfait seguendo le indicazioni arrivate direttamente dal suo paese d’origine: la Tunisia.
Le autorità tunisine negano infatti ai propri atleti la possibilità di poter scendere in campo contro israeliani  per via dei rapporti difficili tra le due nazioni e, come sottolinea il Ministro dello Sport Tarak Dhiab, per dare sostegno alla presa di posizione della Tunisia che appoggia e sostiene la causa palestinese. Ufficialmente il rifiuto di Jaziri è arrivato a seguito di una mail ricevuta direttamente dalla Federation Tunisienne de Tennis e che il fratello-manager Amir ha poi divulgato attraverso gli organi di stampa. “Dopo l’incontro di questo pomeriggio con il Ministero della Gioventù e dello Sport”- questo il testo della mail – “vi informiamo con immenso rammarico la decisione di non far giocare il match contro il giocatore israeliano” Mail confermata anche dal portavoce del Ministero dello sport, Sadok Touati, che attraverso l’Associated Press ha dato riprova che la Federazione ha inviato alcune comunicazioni al tennista dopo aver consultato il Ministero.
Non è la prima volta che un atleta tunisino si trova ad affrontare una situazione analoga.
In passato anche la tennista Ons Jabeur si rifiutò di scendere in campo contro Shahar Peer perché di nazionalità israeliana, mentre nel 2011, Sarra Besbes schermitrice sempre tunisina, rimase passiva quando dovette affrontare un’avversaria proveniente di nazionalità israeliana. La “mossa” della Besbes che decise di partecipare all’incontro, se pur in maniera passiva, evitò di fatto una sanzione della federazione internazionale all’atleta stessa. Per Malek Jaziri invece le conseguenze potrebbero essere pesanti, qualora ITF dovesse optare per una radiazione per i tornei futuri e la cancellazione dei punti Atp finora guadagnati dal tennista.
Ancora non si conoscono le decisioni ufficiali ma si iniziano a raccogliere testimonianze a riguardo. Nick Imison, portavoce dell’International Tennis Federation, ha reso noto che nel fine settimana verranno chieste spiegazioni alla Federazione tunisina per chiarire le circostanze, aggiungendo che “L’ITF crede che lo sport favorisca la buona collaborazione tra nazioni e come tali giocatori dovrebbero essere in grado di competere liberamente sul circuito internazionale”
Triste storia dunque per lo sport e per Malek Jaziri che dopo aver raggiunto i quarti di finale superando l’ucraino Sergiy Stakhovsky con un perentorio 6-4, 6-2 si è dovuto arrendere, per cause di forza maggiore, ad  Amir Weintraub in quella che per lui rischia di diventare una “sconfitta” troppo dura da digerire e da dimenticare.
(Fonte: Tennis.it, 11 ottobre 2013)

lunedì 7 ottobre 2013

Israele stato razzista e religioso? Ma basta con queste balle!!!!

Spesso mi capita di leggere commenti su Israele in vari siti e tra le cose che "amano" dire in modo particolare i soliti "guerrieri da tastiera", gente che apre bocca e da fiato, gente che non sa la Storia e non conosce altro che il "verbo" palestiense c'è che Isarele è uno stato razzista, uno stato religioso, dove i cittadini non sono tutti uguali. Insomma sarebbe uno stato imperfetto. Ora tralasciando il fatto che nessuno stato è perfetto proprio perchè fatto da uomini che perfetti non lo sono proprio, tralasciando il fatto che episodi di razzismo e discriminazione si verificano negli Stati Uniti come in Italia, in Germania come in Grecia, in Francia come in Russia ecc ecc.... l'accusa mossa da questi pacifinti dal cervello sinistrato è sempre più ridicola. Ho già parlato del giudice mussulmano che ha condannato l'ex presidente della repubblica, così come ho parlato dei soldati e ufficiali mussulmani drusi e circassi e beduini fieri di servire nelle forze armate israeliane. Ora però voglio portare l'attenzione sulla storia di Or Meitan, una ragazza ugandese che da piccola si è trasferita in un kibbutz in Israele e che ora è entrata a far parte delle IDF nella difesa aerea.
Qui sotto ci sono le foto della ragazza scattate il giorno del giuramento: è orgogliosa di indossare la divisa e di parteciapre alla difesa dello stato e della gente di Israele.
Onore a lei!




sabato 5 ottobre 2013

Olanda in controdenza

Finalmente una buona notizia da un paese europeo: l'Olanda continuerà a indicare la provenienza di beni e merci prodotti da aziende che si trovano oltre la "linea verde" come Israele. In tal modo viene quindi sconfessata la linea del parlamento europeo che impone la classificazione differenziata per permettere di boicottare meglio l'economia israeliana nella folle e irrazionale convinzione che così si arrivi alla pace. I furbi politici europei ignorano o meglio se ne fottono del fatto che le aziende israeliane che producono in quelle zone danno lavoro a migliaia di palestinesi, permettendo loro di avere un tenore di vita superiore sicuramente alla media di quello dei loro fratelli di ANP e Gaza.
In Germania, memori del boicottaggio adottato dai nazisti negli anni trenta nei confronti dei negozi di proprietà degli ebrei, i deputati verdi hanno condotto una campagna aggressiva per ottenere invece che il Bundestag approvasse questa marchiatura dei prodotti delle aziende situate nei territori contesi. 

venerdì 4 ottobre 2013

A pochi chilometri dall’inferno siriano, i feriti curati e accuditi in Israele

A meno di 160 km da Damasco, un ribelle siriano giace in un letto d’ospedale con una sentinella israeliana alla porta. Poco distante una madre siriana siede accanto alla figlia, colpita alla schiena da un cecchino. Quello che poco meno di un anno fa era iniziato come un rigagnolo di siriani è ormai diventato un flusso costante: decine di civili e di combattenti feriti nella guerra civile, che nella massima discrezione vengono portati al di qua della linea sul Golan che separa la Siria da Israele.
Per quanti benefici comporti l’ottima assistenza medica che alla fine si trova in Israele, il cammino per arrivarci è irto di pericoli per gente che teme l’ira furente dei connazionali e soprattutto delle forze governative del presidente Bashar Assad. “C’era un uomo, da dove vengo io, che è stato curato in Israele. I soldati del regime hanno ucciso i suoi tre fratelli – dice la madre della ragazza – Ucciderebbero i miei figli e mio marito, se dovessero mai scoprire che siamo stati qui”. Per paura di queste rappresaglie, i siriani ricoverati negli ospedali israeliani chiedono di restare anonimi.
La figlia 16enne, paralizzata a entrambe le gambe per le ferite subite, ha il volto immobile mentre un clown-animatore ospedaliero israeliano cerca invano di strapparle un sorriso. Da un mese è ricoverata allo Western Galilee Hospital di Nahariya, sulla costa mediterranea, un’ottantina di chilometri a ovest della linea sulle alture del Golan, presidiata dai caschi blu dell’Onu, che tiene separate le forze israeliane e siriane dai tempi della guerra dello Yom Kippur del 1973. Alcune settimana fa, nel suo villaggio natale infuriava una battaglia tra le forze di Assad e i combattenti ribelli. In un momento di pausa, racconta la madre, la ragazza ha aperto la porta sulla strada per vedere se la situazione fuori si era tranquillizzata. La zia le gridò di chiudere subito perché c’era un cecchino nella casa di fronte. Non ha fatto in tempo a finire la frase che quello ha sparato. “L’ho vista cadere a terra in un mare di sangue – dice la madre – Ero terrorizzata al pensiero che stavo per perderla. Ho detto: per carità, non voglio seppellire i miei figli uno dopo l’altro”. La ragazza venne portata di corsa in un ospedale da campo dei ribelli dove i medici siriani riuscirono a rimuoverle un proiettile da un polmone. Ma non erano in grado di fornirle le ulteriori cure di cui aveva bisogno. La ragazza, dissero, deve essere portata oltre il confine, in Giordania o in Israele. “Nel mio villaggio ricevevamo i canali televisivi israeliani – spiega la madre – Sapevo che la medicina qui è molto avanti. In Giordania avrei dovuto pagare, ma noi non abbiamo abbastanza soldi. Qui è gratis”. La donna preferisce non raccontare esattamente come lei e la figlia hanno raggiunto le linee israeliane sul Golan, in modo tale che i soldati le potessero trasportare in ospedale. Dice solo che i ribelli siriani le hanno aiutate a raggiungere la zona della linea di demarcazione fra Siria e Israele.
In Siria, dei circa 20 milioni di abitanti attualmente almeno un terzo è sfollato all’interno del paese o profugo all’esterno. Di regola Israele non accoglie profughi da un paese con il quale è in stato di guerra, ma garantisce l’assistenza medica e non ne fa mistero. L’esercito, però, non rivela in che modo i feriti siriani che raggiungono il confine vengono portati al di qua, né dice se si coordina con i ribelli o con altri. “E’ un tema molto delicato – spiega un portavoce militare – E’ in gioco le vita delle persone”. Anche gli osservatori delle Nazioni Unite schierati lungo i 75 km della linea di cessate il fuoco preferiscono non rispondere sulla questione.
L’esercito israeliano ha allestito un ospedale da campo su un rilievo che si affaccia su un gruppo di villaggi siriani nella pianura sottostante. Spesso spari ed esplosioni delle battaglie che vi hanno luogo risuonano al di qua della barriera di confine. Diversi feriti siriani che raggiungono il confine vengono trattati direttamente nell’ospedale da campo e poi rimandati nel loro paese. Altri vengono portati negli ospedali all’interno di Israele. “Noi non sappiamo come arrivino qui – dice Shukri Kassis, medico presso lo Ziv Medical Center di Safed, a 40 km dalla linea del fronte siriano – Semplicemente veniamo avvisati dai medici militari che li stanno portando qui”. Il governo non fornisce una cifra ufficiale del totale dei siriani che sono stati finora curati negli ospedali israeliani, ma il dato dovrebbe ormai superare le due centinaia (senza contare l’ospedale da campo al confine).
«Ero felice quando ho scoperto che di trovarmi qui»
«Ero felice quando ho scoperto di trovarmi qui»
Il personale a Nahariya racconta che un uomo da loro curato era miracolosamente sopravvissuto ad una esecuzione sommaria. Gli hanno sparato a distanza ravvicinata nella parte posteriore della testa. Un altro giovane era stato colpito alla testa da un cecchino. Entrambi sono ora di nuovo in Siria e della loro sorte non si sa nulla. “E’ dura, per noi – dice Naama Shachar, capo infermiera al reparto di terapia pediatrica a Nahariya – non saperne più nulla dopo che li abbiamo curati e sono tornati a casa”.
In un altro reparto, un uomo sulla ventina siede sul letto fissando la sua coscia: il resto della gamba non c’è più. Dice di essere un combattente dell’Esercito Libero Siriano. È stato colpito in una battaglia con le forze di Assad poche settimane fa. Non dice dove. Ricorda i medici di un ospedale da campo dei ribelli che tentavano di salvare la sua gamba sinistra, ma non ricorda come è arrivato in Israele, un viaggio abbastanza lungo da far instaurare la cancrena. “Ricordo d’essermi svegliato nella sala urgenze – racconta – con il medico che mi diceva che, per salvarmi la vita, dovevano amputare la gamba e mi chiedeva di firmare il consenso”.
La Croce Rossa Internazionale visita i pazienti in Israele e offre assistenza per contattare le famiglie. Alcuni pazienti dicono d’aver mandato notizie a casa. Altri temono che qualsiasi messaggio possa rivelare dove si trovano, mettendo in pericolo i loro famigliari. La madre della sedicenne non ha più avuto alcun contatto con gli altri suoi sei figli lasciati al paese. “Sono continuamente in pensiero per loro, se sono al sicuri oppure no. Non c’è da telefonare, c’è solo da pregare Dio”, conclude alzando al cielo gli occhi pieni di lacrime.
Negli ospedali, la maggior parte delle camere dei pazienti maschi sono piantonate dalla polizia militare. Tanti di loro, spiega lo staff, sono arrivati con ferite molto probabilmente subite in combattimento. All’ospedale Ziv, controllando le tasche di un combattente, i medici hanno trovato una bomba a mano. “Potrebbero essere di al-Qaeda, per quel che ne sappiamo” spiega un addetto, aggiungendo che gli uomini vengono sorvegliati anche per la loro sicurezza, nel caso scoppiassero liti tra pazienti.
Siccome non mancano mai medici e paramedici israeliani di madrelingua araba, le comunicazioni con i pazienti siriani non presentano grosse difficoltà. E molti dei feriti e dei loro parenti hanno reagito a questo ambiente ospitale modificando le loro opinioni ostili verso Israele. “Per noi Israele era sempre e solo il nemico – dice una siriana originaria della città meridionale di Deraa, ora ricoverata con il figlio di 8 anni all’ospedale Ziv dove entrambi vengono curati per le ferite subite in un’esplosione – Grazie a Dio, qui sono felice e veniamo curate bene”. Il combattente dell’Esercito Libero Siriano dice che dalle sue parti era giunta voce delle cure in Israele. “Ero felice, quando ho scoperto di trovarmi qui – dice – La maggior parte dei combattenti sa che in Israele si ricevono buone cure”.
Quelli del personale medico e paramedico dicono che loro non fanno nessuna distinzione fra i pazienti trattati, e alcuni hanno stretto legami con i ricoverati siriani”. “In medicina non ci sono confini, né colori, né nazionalità – dice Oscar Embon, direttore generale dello Ziv Medical Center – Curiamo tutti e ognuno allo stesso modo, e sono fiero del fatto che siamo in grado di farlo”.
(Da: Jerusalem Post, 15.9.13)