Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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giovedì 26 dicembre 2013

Gaza: impiegati palestinesi pagati (dai contribuenti europei) per non lavorare

L’Unione Europea dovrebbe smettere di pagare gli stipendi a funzionari palestinesi nella striscia di Gaza che non lavorano. È la conclusione che emerge da un rapporto della Corte dei Conti europea pubblicato mercoledì.
In quanto maggiori donatori di aiuti ai territori palestinesi, i contribuenti europei pagano un quinto dei 170mila stipendi di dipendenti pubblici palestinesi (insegnanti, medici, burocrati ecc.) non solo in Cisgiordania ma manche nella striscia di Gaza, il territorio costiero da cui Israele ha ritirato civili e militari nel 2005 e che dal 2007 è sotto il completo controllo del gruppo islamista Hamas.
Ora, a seguito di un’indagine sul modo in cui vengono impiegati gli aiuti dell’Unione Europea, la Corte dei Conti (Court of Auditors) europea ha scoperto che un gran numero di questi destinatari non forniscono in realtà nessun servizio pubblico.
La Corte afferma di non essere in possesso delle cifre sulle dimensioni globali del fenomeno, ma dai suoi controlli a campione risulta, ad esempio, che 90 dei 125 dipendenti del National Audit Institute of Palestine ammettono di non svolgere alcun lavoro, mentre da un altro controllo è risultato che non svolge alcun lavoro il 40% dei dipendenti pubblici.
I dati sono stati divulgati in conferenza stampa da Hans Gustaf Wessberg, il membro della Corte de Conti europea che ha condotto le ispezioni nel corso degli ultimi 16 mesi. “Il nostro suggerimento è quello di interrompere il programma per i dipendenti a Gaza” ha detto Wessberg, spiegando che il denaro potrebbe essere invece indirizzato in Cisgiordania.
I revisori europei hanno analizzato circa un miliardo di euro spesi nei territori palestinesi tra il 2008 e il 2012. In particolare, non hanno potuto stabilire che fine abbiano fatto 90 milioni che dovevano servire per pagare le tasse sul carburante e mantenere in funzione l’unica centrale elettrica attiva a Gaza.



Il rapporto dei revisori solleva interrogativi circa l’attività di supervisione esercitata dalla Commissione Europea, l’esecutivo della UE responsabile della sorveglianza sui programmi di aiuto europei. Negli ultimi due decenni l’Unione Europea ha destinato 5,6 miliardi di euro ai territori palestinesi.
Il programma di aiuti dell’Unione Europea, afferma la Corte dei conti, ha contribuito “in maniera significativa a coprire la massa salariale dell’Autorità Palestinese”. Il meccanismo, sostiene la Corte nel rapporto, ha contribuito al funzionamento dei servizi pubblici essenziali, ma a Gaza, a causa della situazione politica, “un numero considerevole di pubblici dipendenti viene pagato senza che si rechi al lavoro né fornisca alcun servizio pubblico”. Infine il rapporto osserva che l’Autorità Palestinese, nonostante i finanziamenti, nel 2012 ha registrato “un grave disavanzo di bilancio, che ha anche minacciato di incidere negativamente sulle riforme della gestione delle finanze pubbliche”.
Più di 60mila funzionari pubblici e membri delle forze di sicurezza palestinesi hanno smesso di presentarsi al posto di lavoro, a Gaza, quando Hamas nel 2007 ne ha preso il controllo. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) decise all’epoca di continuare a pagare i loro stipendi a condizione che restassero a casa e non lavorassero per il “governo” di Hamas. Il Ministro del lavoro dell’Autorità Palestinese, Ahmed Majdalani, difende la pratica di pagare stipendi a persone che non lavorano dicendo: “Il problema è politico, giuridico e umano. Sono innanzitutto dipendenti pubblici, e sono vittime di un colpo di stato militare [di Hamas], e hanno famiglie da sfamare. Non possiamo buttarli in strada”.
In una dichiarazione, la Commissione Europea ha affermato che, aiutando l’Autorità Palestinese “a fare fronte al pagamento di stipendi, pensioni e assegni sociali per i gruppi più vulnerabili, l’Unione Europa dà un contributo concreto alla preparazione della soluzione a due Stati per il conflitto israelo-palestinese”.
(Da: YnetNews, Jeruisalem Post, Reuters, Adnkronos, 11.12.13)

«Eravamo entusiasti sostenitori della Germania nazista»

In un’intervista in arabo concessa il 7 dicembre scorso alla tv Russia Oggi, Farouk Kaddoumi, storico esponente di spicco del movimento palestinese, Segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, già membro dell’ufficio politico dell’Olp presieduta da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha esplicitamente ricordato che i palestinesi, durante la seconda guerra mondiale, furono “entusiasti sostenitori della Germania” nazista.
Questo il brano saliente dell’intervista:
Intervistatore: “Nella seconda guerra mondiale eravate favorevoli alla Germania nazista?”
Kaddoumi: “Credo che non sarebbe sbagliato dire che eravamo entusiasti sostenitori della Germania”.
Intervistatore: “Sostenevate Hitler e il suo popolo”.
Kaddoumi: “La Germania, sì. Questo era comune tra i palestinesi, soprattutto perché il nostro nemico era il sionismo, e vedevamo che il sionismo era ostile alla Germania, e viceversa”.
Intervistatore: “C’era una stazione radio nazista in lingua araba, all’epoca, vero?”
Kaddoumi: “Mi ricordo qualcosa del genere”.

La libertà di stampa secondo i palestinesi....

L’Autorità Palestinese ha espulso martedì i giornalisti israeliani di Ha’aretz, i-24 News, Channel One e Arutz Sheva giunti a Betlemme per coprire le celebrazioni natalizie. Il ministero dell’informazione palestinese ha detto che la decisione è stata presa su richiesta dei giornalisti palestinesi, che hanno protestato contro la presenza dei colleghi israeliani in Piazza della Mangiatoia. I giornalisti palestinesi hanno difeso la loro campagna sostenendo che il divieto serve a “isolare i mass-media israeliani che contribuiscono a disinformare e diffondere un’immagine falsa e negativa della realtà palestinese”.

Una notizia che allarga il cuore: medici israeliani salvano la vita a un piccolo profugo siriano

Un bambino siriano di 4 anni, profugo dalla città di Homs lacerata dalla guerra civile, ha subito di recente un intervento chirurgico allo Sheba Medical Center di Tel Hashomer: è la prima volta che un siriano viene operato nel reparto di cardiologia pediatrica dell’ospedale israeliano.
Il bimbo, Mohammed Hamudi, è nato con una rara malformazione cardiaca. Un’équipe chirurgica guidata dal dottor Dudi Mishali ha operato il piccolo Mohammed, arrivato in Israele accompagnato dal padre. I chirurghi sono riusciti ad impiantare nel cuore del bambino un pacemaker con una batteria a lunga durata, un intervento che gli ha verosimilmente salvato la vita.
“Si trattava di un intervento complicato, che ci lasciava due opzioni – spiega Mishali – Potevamo operarlo regolarmente, dandogli altri 15 o 20 anni di vita, oppure scegliere l’opzione più difficile che gli avrebbe garantito, tutto considerato, la durata di vita di una persona sana”. Abbiamo optato per l’operazione più difficile pensando che fosse la scelta migliore e sono felice di poter dire che è completamente riuscita, e che il bambino è stato dimesso dopo pochi giorni”.
Il padre del bambino ha raccontato a Israel Hayom la storia del travagliato viaggio della famiglia, cominciato con la fuga dai combattimenti di Homs per rifugiarsi in Giordania, dove si sono sistemati temporaneamente in un campo profughi. Parecchi membri della famiglia sono morti negli ultimi due anni di guerra civile in Siria. La madre e il fratello del piccolo Mohammed sono rimasti in Giordania perché Israele ha previsto che il padre lo accompagnasse a Tel Hashomer per l’operazione. Il padre descrive un quadro del suo paese fatto di continue turbolenze e pericoli di morte. “In Siria – racconta – tutte le madri dicono che vorrebbero che i loro figli malati potessero venire a farsi operare in Israele, perché sentiamo sempre parlare di come Israele cura i feriti del Golan. Quando l’hanno preso al campo profughi per curarlo, ho capito che il nostro sogno si sarebbe realizzato. I medici israeliani lo hanno riportato alla vita, e io sono felice di aver conosciuto questo paese”.
Il viaggio di Mohammed allo Sheba Medical Center per le terapie mediche è stato organizzato grazie a un attento coordinamento fra le autorità giordane e il ministero dell’interno israeliano. Bambino e padre hanno potuto spostarsi liberamente tra i due paesi pur non avendo visti né passaporti.
“Non so descrivere la sensazione di quando si salva una vita – dice Mishali, con accanto Hamudi e suo padre – Un bambino è un bambino. Quando vedi le lacrime sul volto dei suoi genitori, non hai veramente bisogno di traduzione: capisci tutto”.
(Da: Israel Hayom, 19.12.13)

mercoledì 25 dicembre 2013

Cecchino palestinese uccide civile israeliano al confine con la Striscia di Gaza, ma per i mass media la notizia è solo la reazione dello Stato di Israele

Gerusalemme, 24 Dicembre 2013 – Ancora un atto terroristico di matrice palestinese: questa mattina un cecchino ha ucciso un operaio israeliano tra Nahal Oz e Kfar Gaza, mentre era intento a riparare i danni causati alla recinzione di confine dalle recenti intemperie climatiche al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. L’uomo, di nome Salah Abu Latif, della città beduina di Rafah vicino Be’er Sheva, aveva 22 anni ed era un dipendente del ministero della Difesa. L’omicidio è stato successivamente rivendicato dal Comitato di Resistenza Popolare (PRC), una delle tante sigle dietro cui si nascondono i terroristi palestinesi
L’attacco terrorista ha avuto come conseguenza la reazione da parte israeliana,con il ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, che ha accusato Hamas di essere responsabile dell’attacco e ha dichiarato: ”Risponderemo aggressivamente e in maniera dolorosa a qualsiasi attacco alla nostra autorità e contro civili o soldati. Consiglio ad Hamas di non mettere alla prova la nostra pazienza e di usare la sua autorità sul suo territorio. Se non c’è pace in Israele, non ci sarà neanche a Gaza”.
Alle parole sono seguiti i fatti: nel pomeriggio l’IDF (Forze di Difesa Israeliane), dopo aver avvertito gli agricoltori e la popolazione della zona, ha lanciato una offensiva contro almeno sei obiettivi nella Striscia di Gaza: una fabbrica di armi, tre infrastrutture terroriste e due siti non meglio identificati. Purtroppo nonostante gli avvisi una bambina palestinese sembra sia rimasta uccisa (al momento della stesura dell’articolo non ci sono ancora conferme ufficiali).
Ovviamente per i mass media nazionali la notizia è solamente la reazione di Israele, mentre dell’ennesimo attacco terrorista contro cittadini israeliani non ne ha parlato nessuno, se non distrattamente all’interno di articoli che parlavano d’altro. E lo chiamano giornalismo…
Thanks to Progetto Dreyfus

Gerusalemme: accoltellato alle spalle poliziotto israeliano. probabile attacco terrorista

Gerusalemme, 23 Dicembre 2013 – Un agente di polizia israeliano di 41 anni è stato ferito da una pugnalata alle spalle questo pomeriggio nei pressi di Adam, 5 km a nord-ovest di Gerusalemme. Ingenti forze di sicurezza sono alla ricerca dell’aggressore, che si è dato alla fuga.
“Un coltello di 15 cm è stato affondato completamente nella schiena della vittima, arrivando a sfiorare il cuore e altri organi vitali – ha detto Ofer Marin, capo dell’unità di traumatologia e vice direttore dello Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme – C’è voluta molta fortuna perché non finisse peggio”.
Ricordiamo come solamente nelle ultime 24 ore il terrorismo palestinese antisraeliano abbia provato a colpire civili israeliani sia con una bomba su un autobus vicino Tel Aviv che lanciando razzi dalla Striscia di Gaza (quella che sarebbe stata allagata da Israele….pensate se invece di comprare armi sempre più potenti le varie leadership palestinesi avessero utilizzato la montagna di denaro proveniente dai vari finanziamenti ricevuti a destra e a manca per costruire scuole, ospedali, fognature….) su Ashkelon, per fortuna atterrato nei pressi di una stazione di autobus, normalmente utilizzati dalle scolaresche, senza causare vittime. Inoltre lunedì mattina un altro razzo, questa volta lanciato dalla Siria,  è caduto lunedì mattina sulle alture del Golan, in prossimità del confine fra Siria e Israele.
(Fonte: Israele.net)

A Gaza piove? Colpa di Israele!

Anche le perturbazioni atmosferiche tornano buone, nella guerra propagandistica di Hamas contro Israele. L’accusa a Israele d’aver intenzionalmente allagato la Striscia di Gaza durante la peggiore tempesta che abbia colpito la regione negli ultimi decenni ha fa fatto il giro del Medio Oriente finendo anche su alcuni mass-media internazionali.
La scorsa settimana la Striscia di Gaza è stata pesantemente colpita dalla tempesta “Alexa”. Piogge torrenziali hanno causato diffusi allagamenti, costringendo circa 40.000 residenti ad abbandonare le case mentre i soccorritori ricorrevano all’uso di barche a remi per aiutare gli abitanti rimasti bloccati. Tra l’11 e il 13 dicembre sulla zona di Gaza sono caduti 260 millimetri di pioggia, vale a dire il 60% della pioggia che mediamente cade in un anno. Secondo l’Authority israeliana dell’Acqua, il flusso del fiume Shikma – che nasce dalle colline di Hebron e sfocia nel Mediterraneo a nord della striscia di Gaza – ha battuto un record che durava da 50 anni.
Ma la forza degli elementi non basta, alle autorità di Hamas a Gaza, come spiegazione per le tribolazioni della popolazione. Yasser Shanti, presidente della Commissione Disastri di Hamas,ha dichiarato venerdì scorso ai giornalisti che Israele ha aperto le dighe a est della Striscia di Gaza causando l’inondazione della zona di Moghraqa, vicino a Deir El-Balah.
Una variante di questa accusa è giunta dal portavoce della Difesa Civile Muhammad Al-Maidana che, parlando al quotidiano palestinese Al-Quds, ha accusato Israele d’aver aperto i canali di scolo fognario a est della Striscia di Gaza “aggravando la crisi e l’innalzamento del livello dell’acqua, e facendo allagare le case”.
Il sito web palestinese Al-Majd è arrivato a sostenere che Israele ha aperto le dighe allo scopo di svelare i tunnel di Hamas che conducono in Israele e imporre un onere finanziario insostenibile al governo di Gaza. “Far annegare Gaza è un vecchio sogno sionista”, si legge nel reportage del sito palestinese.
Israele ha seccamente smentito tutte le accuse di Hamas. “L’accusa d’aver aperto le dighe e allagato la striscia di Gaza è infondata e falsa” ha dichiarato mercoledì a Times of Israel Uri Schor, portavoce dell’Authority israeliana dell’Acqua, spiegando che semplicemente non esiste nessuna diga in quella zona e che in tutto il paese i bacini idrici sono straripati provocando parecchi allagamenti. “È vero il contrario – ha aggiunto Schor – Per via dei danni causati dalla tempesta, che ha colpito tutti i paesi dell’area e non solo i territori palestinesi, Israele ha risposto a un appello speciale fatto arrivare attraverso le Nazioni Unite e ha trasferito nella striscia di Gaza quattro pompe ad alta potenza per aiutare i residenti a rimuovere l’acqua dalle zone allagate”.
Ma le false accuse di Hamas avevano già fatto il loro corso. Articoli che accusano Israele d’aver intenzionalmente allagato Gaza si sono diffusi in modo contagioso su tutti i canali informativi, sui blog e sui social network.
Moussa Abu Marzouk, vice capo del politburo di Hamas, ha ammesso – bontà sua – l’assistenza fornita da Israele a Gaza durante i difficili giorni della tempesta, per poi sostenere che Israele ha agito in modo singolarmente contraddittorio: “I sionisti hanno approfittato della situazione – ha scritto domenica sulla sua pagina Facebook – inviando alcune pompe e dei rifornimenti nella striscia di Gaza assediata. Poi le forze di occupazione hanno aperto le dighe di Wadi Salqa per sommergere decine di case palestinesi nella parte centrale della striscia di Gaza!”.
“Le voci su Israele che inonderebbe Gaza si ripetono regolarmente ogni anno quando Gaza si infradicia di pioggia”, spiega a Times of Israel un portavoce dell’Ufficio di coordinamento delle attività del governo israeliano nei Territori. Commenta Schor, dell’Authority dell’Acqua: “E’ increscioso che l’assistenza tempestiva e professionale prestata da Israele alla Striscia di Gaza non sia stata adeguatamente riportata dai mass-media palestinesi. Evidentemente le considerazioni che motivano la parte palestinese, anche su questo tema, sono più politiche che professionali”. Anche questo è un modo per allontanare la pace.
(Fonte: Times of Israel, 18 Dicembre 2013)

Israele.net

Israele, tornano le bombe sugli autobus: ordigno esploso a Bat Yam: “È terrorismo”


La bomba era nascosta in una borsa. L’ultimo attentato su un bus in territorio israeliano si era registrato nel novembre 2012

BatYam (Israele), 22 Dicembre 2013 – Una esplosione si è verificata su un pullman a Bat Yam, sobborgo meridionale di Tel Aviv, in Israele, senza causare vittime o feriti. Lo rende noto il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld. L’ordigno si trovava in una borsa e quando questa è stata notata, tutti i passeggeri sono stati fatti scendere. La bomba è esplosa mentre la polizia esaminava il contenuto.
DINAMICA INCERTA – Dopo controlli, e indecisioni su chi possa aver piazzato l’0rdigno, la polizia ha fatto sapere che l’esplosione a Bat Yam, a sud di Tel Aviv, è stata un «attacco terroristico». Il portavoce della polizia ha precisato che in base all’esame «degli esplosivi trovati sulla scena, abbiamo concluso che si tratta di un attacco terroristico».
L’ULTIMO ATTENTATO – Il sito Ynet citando il portavoce della compagnia Dan – che gestisce la linea dell’autobus – spiega che la bomba è esplosa «mentre la polizia stava cercando di far allontanare gli spettatori» e che «una persona è stata ferita e trasportata in ospedale». L’ultimo attentato su un autobus in Israele è stato nel novembre dell’anno scorso, l’ultimo giorno della guerra con Gaza. Attentato per il quale è stato riconosciuto responsabile – scrive il quotidiano Haaretz – un arabo israeliano.

mercoledì 4 dicembre 2013

Quella “Nakba ebraica” del tutto dimenticata. Fino a poco fa

Sessantasei anni fa, il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Risoluzione 181 in base al quale la Terra d’Israele (allora sotto Mandato britannico) doveva essere divisa in due stati: uno “stato ebraico” e uno “stato arabo”. Quel voto, ovviamente, ebbe un impatto assai rilevante sulla regione.
Le conseguenze di quella decisione andarono oltre la realtà politica che ne scaturì. La decisione ebbe un altro aspetto, umano, perché gli arabi si rifiutarono di accettarla. Molti capi arabi si adoperarono per silurare la creazione di uno stato ebraico e questo portò alle ostilità e alla guerra d’indipendenza, costata la vita a 6.000 ebrei (sui 600mila che risiedevano allora nel paese).
Quei capi arabi generarono anche una tragedia umana per gli arabi. Spinsero gli arabi che risiedevano nel paese a lasciare le loro case affinché gli eserciti degli stati arabi confinanti protessero massacrare la popolazione ebraica senza danni collaterali. Un piano che andò tragicamente storto, e di conseguenza molti residenti arabi, dopo aver lasciato Israele, divennero profughi.
In questo contesto, vi fu un altro gruppo umano che divenne una comunità di profughi: gli ebrei del Medio Oriente. Sulla scia del piano di spartizione, centinaia di migliaia di ebrei che vivevano nei paesi arabi da secoli, quando non da millenni, furono tormentati e fatti oggetto di varie forme di violenza. La portata di queste aggressioni li costrinse a fuggire, andando in gran parte a stabilirsi nello stato d’Israele appena nato.
Profughi ebrei in fuga da paesi arabi, nella celebre foto scattata intorno al 1949 da Robert Capa (della Magnum) nel campo di transito di Sha'ar Ha'aliya, presso Haifa.
Profughi ebrei in fuga da paesi arabi, nella celebre foto scattata intorno al 1949 da Robert Capa (della Magnum) nel campo di transito di Sha’ar Ha’aliya, presso Haifa.
Nel corso degli anni, le dirigenze arabe non hanno fatto che aggravare la sofferenza umana facendo in modo che i profughi arabi non si potessero mai integrare nei paesi arabi dove erano approdati. In quegli stessi anni, paesi come la Germania Ovest, l’India, il Pakistan, la Turchia, la Grecia e altri conobbero degli afflussi di profughi analoghi, talvolta addirittura identici, altre volte numericamente molto superiori. Ma in tutti quei casi, i governi si sono adoperati per riabilitare e assorbire i profughi, disinnescando una mina umana potenzialmente devastante. È quello che fece anche Israele, accogliendo ebrei da tutto il mondo, paesi arabi compresi. I profughi arabi di Palestina, invece, divennero uno strumento cinicamente sfruttato dalla macchina della propaganda anti-israeliana. Ecco come si è venuto gonfiando di anno in anno il mito della cosiddetta Nakba (catastrofe) palestinese.
Nel corso degli anni, gli stati arabi hanno deliberatamente ignorato la tragedia umana inflitta agli ebrei dei paesi musulmani: ebrei che erano stati perseguitati e cacciati, e tutte le loro proprietà espropriate. In termini odierni, venne confiscato dalle autorità arabe l’equivalente di 300 miliardi dollari. Oltre alla profonda sofferenza psicologica. Questa “Nakba ebraica” venne del tutto dimenticata dalle successive realtà geopolitiche.
La questione dei profughi palestinesi continua ad essere in primo piano nella politica e nella propaganda internazionale e nelle più svariate iniziative di pace. E fino a poco tempo fa anche l’establishment israeliano preferiva non sollevare la difficile situazione dei profughi ebrei dai paesi arabi. Ma ora le cose sono cambiate. Innanzitutto, la loro storia sta gradualmente diventando parte della consapevolezza comune e si sta facendo strada in varie opere pubblicate. Diverse persone si sono fatte avanti con la testimonianza della loro esperienza, al punto che il Ministero israeliano per gli anziani ha lanciato un progetto volto a tramandare la loro storia alle generazioni più giovani. Infine, alla Knesset è stato formato un apposito comitato parlamentare.
Quello che occorre è uno sforzo più vigoroso di diplomazia pubblica nei forum chiave ditutto il mondo. Alcune campagne sono già in corso, ma dovrebbero essere rafforzate perché il riconoscimento internazionale è essenziale se deve essere fatta giustizia. Una buona campagna può portare più persone a capire gli eventi che hanno condotto alla costituzione dello stato ebraico. Il mondo si renderebbe conto che coloro che vennero perseguitati dopo il 29 novembre 1947 hanno trovato un porto sicuro dove hanno potuto costruirsi una nuova casa anche se fra grandi difficoltà: ora vivono al sicuro, nella libertà e nella dignità, in Israele.
(Da: Israel HaYom, 28.11.13)

Peres ascoltato da 29 ministri degli esteri arabo-musulmani

E’ stato un evento senza precedenti quello di due settimane fa, quando il presidente d’Israele Shimon Peres è apparso via satellite davanti a 29 ministri degli esteri di paesi del Golfo, paesi della Lega Araba e di altre nazioni musulmane. Tra i presenti anche il figlio del re dell’Arabia Saudita.
Lo storico avvenimento – inizialmente riportato, lunedì mattina, dal giornale israeliano Yedioth Aharonoth; poi confermato dalla portavoce di Peres – ha avuto luogo in occasione del vertice dei paesi del Golfo sulla sicurezz,a tenuto ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Erano presenti i ministri degli esteri di Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Yemen e Qatar, così come i ministri degli esteri dei paesi della Lega Araba e di altri paesi musulmani come l’Indonesia, la Malaysia e il Bangladesh.
Peres è apparso al vertice su un mega-schermo, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme con una bandiera d’Israele alle spalle, intervistato via satellite da Terje Roed-Larsen, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite, e Martin Indyk, inviato speciale degli Stati Uniti per i negoziati israelo-palestinesi. Peres, come concordato in precedenza, ha sempre risposto a Larsen senza rivolgersi direttamente ai ministri degli esteri musulmani, i quali dal canto loro non hanno posto domande né si sono mai rivolti direttamente a Peres. Inoltre gli organizzatori dell’evento avevano pattuito che Peres avrebbe partecipato solo se le sue parole non sarebbero state pubblicamente divulgate.
Gli Emirati Arabi Uniti, organizzatori del vertice, hanno scelto l’intervento di Peres come apertura dell’assemblea, un fatto che sembra testimoniare dell’importanza assunta dal presidente israeliano in questa fase, e ancora di più l’importanza in quel consesso di avere un buon rapporto con Israele a fronte del nemico comune, l’Iran.














Durante l’intervento di Peres nessun ministro arabo-islamico ha lasciato l’aula, e quando Peres ha finito di parlare gli è stato persino tributato un applauso.

L’editorialista del New York Times Thomas Friedman, che ha partecipato all’evento, è stato il primo a rivelare la “performance” di Peres, pur mantenendo l’impegno di non rivelare ciò che Peres ha detto. Da quanto è stato reso noto, tuttavia, risulta che il presidente israeliano ha sottolineato come Israele possa contribuire alla stabilità e alla pace in Medio Oriente, e ha parlato dell’esistenza di un’opportunità di dialogo tra Israele e i suoi vicini su obiettivi comuni come la lotta contro l’estremismo islamista e il programma nucleare iraniano. Peres ha anche illustrato la sua visione e i suoi piani per la pace nella regione e nel mondo.
“C’era molta emozione da entrambe le parti per questa sua apparizione – ha detto un rappresentante coinvolto nell’evento – Tutti si rendevano conto che si trattava di qualcosa di storico: il presidente dello stato ebraico, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme con una bandiera israeliana, e loro seduti in una città del Golfo Persico che lo ascoltavano parlare di sicurezza, di guerra al terrorismo e di pace”.
Israele, che ha firmato accordi di pace con Egitto (1979) e Giordania (1994), non è ufficialmente riconosciuto dalla maggior parte dei paesi arabi i quali non intrattengono con esso relazioni diplomatiche.
(Da: YnetNews, Times of Israel, Ha’aretz, 2.12.1

domenica 1 dicembre 2013

Sassi contro auto: palestinesi feriscono gravemente bimba israeliana di due anni

Gerusalemme, 29 Novembre 2013 – Questa notte una bambina israeliana di due anni è stata ferita dal lancio di un oggetto pesante lanciato contro la macchina dei genitori in cui viaggiava con la famiglia.
L’attacco è avvenuto nel quartiere di Gerusalemme Armon Ha Natziv, dove i soccorsi del Magen David Adom sono intervenuti per portare la bambina, Avigail Ben Zion, all’ospedale di Hadassah. I paramedici hanno fatto sapere che la piccola è arrivata in ospedale in condizioni discretamente gravi e che al momento dei primi soccorsi era in stato di semi incoscienza.

Il lancio di oggetti contundenti e di bombe artigianali contro i cittadini israeliani (civili e militari) da parte dei palestinesi sono all’ordine del giorno negli ultimi mesi, e proprio ieri la magistratura di Gerusalemme ha condannato 5 ragazzi palestinesi per il lancio di molotov contro la base militare di Ofrit, vicino all’università ebraica del monte Scopus.


Questo è il finestrino infranto dal sasso di 1,5 kg, tirato dai palestinesi contro la macchina guidata dalla mamma della bimba israeliana.