Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

venerdì 31 gennaio 2014

Tunisia: la primavera araba colpisce ancora

La nuova ministra del turismo tunisina Amel Karboul si è dimessa poche ore dopo il giuramento a causa delle polemiche suscitate dalla notizia di una sua visita in Israele nel 2006. Ne ha dato notizia mercoledì l’agenzia di stampa ufficiale tunisina secondo la quale invano la neo ministra ha cercato di difendersi dicendo che era ripartita da Israele dopo solo un giorno trascorso all’aeroporto di Tel Aviv fra interrogatori e controlli della sicurezza israeliana (la Tunisia non ha rapporti diplomatici con Israele). Bella la primavera araba eh?? Ah dimenticavo, la Tunisia è lo stesso paese dove ai bagni dell'aeroporto trovi un tappetino con tanto di bandiera israeliana sulla quale pulirsi i piedi o quanto meno da calpestare (cosa quest'ultima che piace tanto agli arabi)

giovedì 30 gennaio 2014

Il riflesso pavloviano della sinistra israeliana

Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman suggerisce che Israele, nel quadro di un accordo di pace con i palestinesi, ceda al futuro stato palestinese suoi territori sovrani densamente abitati da arabi nelle regioni di Wadi Ara e del cosiddetto Triangolo in cambio dell’annessione dei principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania. La destra, come al solito, risponde con un rifiuto su tutta la linea. Purtroppo però anche la sinistra reagisce negativamente, con un riflesso condizionato quasi pavloviano. Sembra che reagisca più alla persona particolare che avanza la proposta che non alla proposta in se stessa. In effetti, lo stile di Lieberman è generalmente troppo aggressivo e ostile per i gusti della sinistra, ma questo non significa che non si debba mai ascoltare quello che dice.
A quelli che a sinistra se la prendono tanto bisognerà allora ricordare che i territori di cui si parla furono già oggetto di un accomodamento diplomatico raggiunto fra lo Stato di Israele e la Giordania di re Abdullah, e che dunque anche adesso potrebbero cambiare sovranità in forza di un accordo fra paesi. Non riesco a capire perché la sinistra, che è disposta con relativa leggerezza a sfrattare decine di migliaia di ebrei dalle loro case senza nemmeno far finta che la cosa la addolori, sia poi così drasticamente contraria all’ipotesi di lasciare le persone sulle terre dove vivono, nelle loro rispettive case e città, e di cambiare invece la loro cittadinanza.
Arabi israeliani a una manifestazione in occasione della Giornata della Nakba, città vecchia di Jaffa, 15 maggio 2013
Arabi israeliani a una manifestazione in occasione della Giornata della Nakba, città vecchia di Jaffa, 15 maggio 2013
In realtà non si tratta di un’idea originale di Lieberman. Prima di lui l’avevano avanzata i professori Arnon Sofer e Gideon Biger, entrambi illustri e rinomati geografi [Si veda anche Della Pergola, in calce all'articolo Buone idee - presentate male]. Lieberman riconosce il dato di fatto che qui ci troviamo di fronte a un problema complicato, che non è solo demografico ma anche sociologico. In altre parole, si pongono all’ordine del giorno delicate questioni circa l’identità dello stato ebraico-israeliano nel momento in cui fosse fondato lo stato arabo-palestinese. Anche Lieberman sa che preservare il carattere ebraico e la maggioranza ebraica significa lasciare la maggior parte dei territori di Giudea e Samaria (Cisgiordania). E se Israele vuole conservarne delle parti al di là della Linea Verde del ‘67, dovrà pagare in chilometri quadrati del proprio territorio pre-‘67.
Senza stare adesso a discutere quali parti Israele vorrebbe aggiungere al proprio territorio, dobbiamo innanzitutto considerare che cosa Israele potrebbe offrire in cambio dei territori che desidera ottenere. In cambio di terre (cisgiordane) popolate da israeliani, è del tutto naturale che Israele ceda terre (israeliane) popolate da arabi. Se non sbaglio, è proprio la sinistra quella che sbandiera sempre il pericolo demografico per la democrazia israeliana. Non è chiaro il motivo per cui, dopo un accordo di pace e la divisione del paese in due stati, vi debba essere uno stato arabo totalmente Judenrein (uno dei pochi luoghi al mondo dove gli ebrei non potrebbero stare) accanto a uno stato ebraico in cui il 20% dei cittadini sono arabi che non si identificano con lo Stato, i suoi valori e i suoi simboli.
Contrariamente a quanto affermano gli avversari di questa proposta come Zahava Gal-On, qui non c’è nemmeno l’ombra di un trasferimento di popolazione. Gli arabi non verrebbero affatto cacciati. È Israele che se ne andrebbe. E’ vero che non tutti gli arabi di Wadi Ara gridavano “Itbah al-Yahud” (“uccidete gli ebrei”) nell’intifada del 2000, e che molti arabi israeliani hanno ottimi rapporti personali con gli ebrei. Ma è il discorso collettivo che è diventato sempre più rabbiosamente anti-israeliano. E allora, ognuno per la sua strada.
Un’altra manifestazione di arabi israeliani, che tuttavia rifiutano l’eventuale passaggio delle loro case e città sotto la sovranità del futuro stato palestinese
Gli arabi protestano, hanno paura d’essere abbandonati alla mercé dei loro fratelli, e probabilmente sanno bene il perché. I miei colleghi nella sinistra sono molto allarmati all’idea che la loro cittadinanza venga revocata, che tuttavia non è ciò che accadrà agli israeliani che vivono in Giudea e Samaria: loro verranno fisicamente sradicati dalle loro case, dovranno lasciare una terra dove hanno messo radici, case, sogni, ricordi e tombe, dove molti di loro sono nati e cresciuti, mentre gli arabi di Wadi Ara e del Triangolo perderebbero solo la carta d’identità blu. Magari non è piacevole, ma è una necessità storica. L’idea non è quella di trattarli come furono trattati gli ebrei della striscia di Gaza, ma al contrario di lasciarli nelle loro case e nelle loro terre. In alternativa, quelli di loro che hanno tanto a cuore la democrazia e la cittadinanza israeliana dovrebbero poter convergere nello stato ebraico, e persino ottenere un indennizzo. Senza che vi sia alcun bisogno di pretendere da loro inutili giuramenti di fedeltà.
Ma evidentemente preferiscono restare all’interno di Israele e non rinunciare alla democrazia israeliana e allo stato che odiano tanto. Lieberman ha tolto loro la maschera, e ha anche messo in luce le contraddizioni della sinistra pavloviana.
(Da: YnetNews, 27.1.14)

mercoledì 29 gennaio 2014

L’attrice americana risponde per le rime a chi, in nome del boicottaggio, attacca la sua campagna per una ditta israeliana

 


Scarlett Johansson come donna-immagine per SodaStream

L’attrice Scarlett Johansson ha controbattuto con fermezza a chi la attacca per via della sua nuova campagna pubblicitaria per la SodaStream (ditta israeliana di macchine per produrre in casa bevande gasate), mettendo in chiaro che non intende affatto interrompere il suo rapporto con la società.

SodaStream è nel mirino degli attivisti anti-israeliani perché gestisce una grande fabbrica a Ma’aleh Adumim, cittadina che sorge pochi chilometri a est di Gerusalemme ed è considerata uno dei principali blocchi di insediamenti destinati a rimanere parte di Israele in qualsiasi futuro accordo di pace con i palestinesi.

Cinque anni fa la società israeliana del seltz fatto in casa si è lanciata sul mercato degli Stati Uniti ottenendo un vasto successo. Ma appena si è saputo che sarebbe stata testimonial di SodaStream, Scarlett Johansson è finita sotto attacco. “Johansson farebbe bene a rendersi conto che ‘normalizzare’ l’occupazione israeliana è un cattivo uso della sua celebrità”, ha scritto Forward, mentre il New Yorker affermava che la scelta della Johansson è in conflitto con le sue attività a favore di Oxfam e il New York Magazine definiva il prodotto in questione “bollicine insanguinate”.

La lettera scarlatta dell’infamia marchiata sulla fronte di Scarlett Johansson in un manifesto degli agit-prop per il boicottaggio anti-israeliano
La “lettera scarlatta” dell’infamia marchiata sulla fronte di Scarlett Johansson in un manifesto degli agit-prop per il boicottaggio anti-Israele

Oxfam International, una confederazione di 17 organizzazioni non governative che operano in più di cento paesi contro povertà e ingiustizia e di cui la Johansson è “ambasciatrice globale” dal 2005 contribuendo alla raccolta di fondi e alla sensibilizzazione sulla povertà nel mondo, ha contestato la scorsa settimana la scelta dell’attrice perché il gruppo aderisce al boicottaggio di qualunque attività economica israeliana che abbia qualsiasi relazione con gli insediamenti al di là della ex linea armistiziale che divideva Israele dalla Giordania nel periodo 1949-’67.

“Anche se non ho mai inteso essere il volto di qualsiasi movimento o atteggiamento sociale o politico come parte della mia affiliazione con SodaStream – dice la Johansson in una dichiarazione rilasciata venerdì ad Huffington Post – dato il rumore suscitato da tale decisione preferisco chiarire le cose. Sono e rimango sostenitrice della cooperazione economica e dell’interazione sociale tra un Israele democratico e la Palestina. SodaStream è una società che si impegna non solo per l’ambiente, ma per la costruzione di un ponte di pace tra Israele e Palestina sostenendo vicini che lavorano fianco a fianco e riceveono pari retribuzioni, eguali benefits e uguali diritti. Questo è ciò che accade ogni giorno nella loro fabbrica a Ma’aleh Adumim”.

SodaStream impiega 900 palestinesi a cui vengono pagati gli stessi salari dei dipendenti israeliani.

Lavoratori palestinesi nella fabbrica SodaStream a Ma’aleh Adumim

“Credo nel consumo consapevole e nella trasparenza – continua il comunicato della Johansson – e confido che il consumatore sappia fare la scelta consapevole che ritiene più giusta. Come parte del mio impegno come ‘ambasciatrice’ di Oxfam sono stata testimone di prima mano dei progressi che vengono fatti quando le comunità si uniscono e lavorano fianco a fianco e si sentono fiere del risultato di tale lavoro, della qualità del loro prodotto, dell’ambiente di lavoro, dello stipendio che portano a casa alle loro famiglie e degli altri benefits che ricevono in modo eguale. Sostengo il prodotto SodaStream così come sono fiera dell’opera che ho svolto per Oxfam come ‘ambasciatrice’ per oltre otto anni. Anche se è un effetto collaterale del rappresentare SodaStream, mi fa piacere che si faccia luce su questo tema, nella speranza che un maggior numero di voci contribuisca al dibattito per una soluzione di pace a due stati nel prossimo futuro”.

“Uso io stessa i prodotti SodaStream e li regalo da molti anni – aggiunge la Johansson in un’intervista – L’impegno dell’azienda per un corpo più sano e un pianeta più sano mi si adatta perfettamente. Mi piace che il prodotto possa adattarsi a qualsiasi stile di vita e palato. La partnership tra me e SodaStream è cosa ovvia”.

SodaStream ha sempre vantato il suo lato ecologico. Non a caso, è proprio questo che causò il bando del suo primo spot per il Super Bowl americano del 2013. L’annuncio originale parodiava CocaCola e PepsiCo mostrando come i consumatori, utilizzando SodaStream, non sono costretti a buttare via migliaia di bottiglie di plastica. Quell’annuncio suscitò una gran quantità di polemiche, ma anche un sacco di pubblicità gratuita per l’azienda. Cosa che potrebbe ripetersi oggi coi tentativi di boicottaggio della campagna con Scarlett Johansson.

Mentre le altre grandi marche di produttori di soda offrono solo una manciata di sapori, SodaStream consente ai consumatori di scegliere tra più di 100 gusti. SodaStream dice che la sua miscela contiene generalmente due terzi in meno di zucchero e due terzi in meno di calorie delle soda normali, nessun sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio e niente aspartame. Attualmente i prodotti SodaStream sono disponibili in oltre 60mila punti vendita in 45 paesi (Italia compresa), e in circa 15mila negozi al dettaglio nei soli Stati Uniti.

(Da: YnetNews, Israel HaYom, MFA, 26.1.14)

domenica 26 gennaio 2014

I maiali antisemiti

Ebbene si, i vigliacchi che hanno spedito le teste mozzate di maiali alla Sinagoga di Roma, al Centro di Cultura e all'ambasciata di Israele hanno dimostrato ancora una volta che l'antisemitismo più becero è vivo e vegeto nel nostro paese, ma i commenti che si possono leggere su internet sui vari forum a partire da quello de Il Fatto Quotidiano, dimostrano che ignoranza, odio immotivato, imbecillità e ANTISEMITISMO sono più diffusi di quanto la gente pensi e voglia ammettere.
Il web apre la porta su un baratro mentale terrificante, fatto dai commenti della gente comune, di quelli che "hanno fatto ricerche su internet", e si possono leggere amenità tipo:
  • "le camere a gas non esistono", 
  • "gli ebrei dominano la finanza mondiale" 
  • "l'11 settembre è opera degli Ebrei" ,
  • "se la sono voluta visto quello che fanno ai palestinesi"
  • "fanno ai palestinesi quello che i tedeschi hanno fatto a loro"
... insomma, sembra che non sia cambiato nulla dagli anni 30 ad oggi

Ho il disgusto nel leggere queste cose, sembra di lottare contro i mulini a vento come Don Chisciotte.. sono troppi e ben organizzati. Ma io non mollo, non voglio e non posso mollare!
Sarò sempre dalla parte di Israele e del popolo ebraico perchè so che è la cosa giusta da fare e continuerò a contrastare questa gente e a rispondere alle loro falsità.
Non si può tollerare che si neghi la Shoah, che si parli di Israele sempre a sproposito, che si accusino gli Ebrei di ogni sorta di nefandezza.

BASTA!
E' ORA DI DIRE BASTA A TUTTO QUESTO ORRORE!


domenica 19 gennaio 2014

L'ufficiale che ha intercettato cinque missili

Non molti soldati terminano la loro giornata di "lavoro" come il sotto tenente Aviel Perry, ch è al comando di una batteria anti missile Iron Dome. Lo scorso martedì mattina ha intercettato ben cinque razzi sparati da Gaza contro la città israeliana di Askelon.
All'una del mattino era al suo posto nella sala comando della batteria che aveva intercettato l'ultimo missile due mesi fa. "abbiamo preparato i soldati a reagire rapidamente, dobbiamo sempre rimanere vigili e all'erta anche quanto pensiamo che il turno di servizio sarà normale e senza problemi. 
Quando cinque razzi sono stati sparati da Gaza contro Israele, i soldati hanno avuto solo pochi secondi per reagire: avendo realizzato che i razzi avrebbero colpito delle zone abitate, hanno preso la decisione di attivare immediatamente la Iron Dome e nonostante la forte pressione a cui erano sottoposti, sono riusciti ad abbattere tutti e cinque i razzi.
Poco dopo aver bloccato l'attacco con i razzi, il sotto tenente Perry ha dichiarato: voi non potete comprendere cosa significhi bermare dei razzi che avrebbero potuto uccidere o ferire dei civili. Questo è quello pe cui ci prepariamo per tuto il tempo: per essere qui al momento giusto a fare la cosa giusta. L'ambiente nella batteria è caldo e familiare ed eventi come questo aumentano la motivazione dei soldati e sono la prova che nonostante tutto siamo combattenti che salvano vite"
 
IDF Iron Dome Officer Lt. Perry
IDF Iron Dome Officer, Lt. Perry

 

Addio Arik

Ariel Sharon è morto, e Israele piange la sua scomparsa.
Dopo anni di coma la possente fibra di Arik ha ceduto e ora il generale riposa nella sua fattoria nel Neghev.
Solo un mese fa sono passato davanti questa fattoria e ho pensato "chissà se farebbe di nuovo il pull out da Gaza permettendo ai palestinesi di bombardare più comodamente Israele e i suoi cittadni", ma questa domanda resterà senza risposta.
Alla luce di quanto accaduto dal 2005 in poi, l'unica cosa certa è che i palestinesi non sono pronti a fare la pace, non vogliono la pace e soprattutto non voglio che esista uno stato ebraico chiamato Israele. Lo ha ribadito pochi giorni fa il "buon" Abu Mazen che in un discorso a Ramallah ha detto no a uno stato ebraico, no al mancato ritorno dei profughi e no a uno stato palestinese senza Gerusalemme come capitale.
Solo gli americani, Kerry in testa, e l'ottusa classe politica europea continuano a fare pressioni su Israele affinchè faccia sempre nuove concessioni: rilasciare prigionieri palestinesi che si sono macchiati del sangue di cittadini israeliani sembra il loro unico scopo di vita.
Curioso come gli americani non siano poi disposti a trattare con i terroristi quando questi minacciano dei loro cittadini, oppure come siano così caparbi nel tenere in gabbia Pollard reo di aver passato informazioni militari a Israele (un paese amico, non l'Iran o la Russia) ma siano pronti a pretendere che Israele liberi terroristi pluriomicidi.
Ammiravo Sharon, questo condottiero che ha difeso il suo paese e il suo popolo con le unghie e con i denti, e penso che difficilmente Israele vedrà un uomo del suo stampo di nuovo al comando, ma so anche che Israele grazie a lui è più forte e più sicuro: fu lui a volere la costruzione della barriera di sicurezza che tante vite ha salvato in questi anni.
Venne accusato di aver provocato la seconda intifada: nulla di più falso. All'epoca non era neanche un incarico governativo, era solo il capo di un partito politico, e quando decise di fare la famosa passeggaita sulla spianata, questa era stata minuziosamente preparata con la controparte palestinese! Senza che il Waqf ne fosse informato, non sarebbe potuto entrare. E che fosse tutto preparato da tempo lo dimostra il fatto che immediatamente dopo il suo passaggio, i palestinesi iniziarono una violenta sassaiola contro gli ebrei che pregavano alla base del Muro Occidentale: le pietre erano state preparate in precedenza e non potevano certo essere comparse per miracolo in un baleno!!!
Venne accusato di essere il responsabile della strage di Sabra e Chatila: ancora una falsità!!!
I responsabili del massacro furono i cristiano maroniti libanesi che si erano voluti vendicare per l'uccisione del loro capo Gemayel e per la morte della famiglia di un loro comandante ad opera dei guerriglieri di Arafat.
Quando si dice questa notizia, i soliti palestinisti dicono che Sharon doveva difendere i palestinesi... si rischiare la vita dei propri soldati per difendere coloro che un secondo prima gli saparavano contro.... e magari uccidere i maroniti e passare come il massacratore di poveri cristiani!!!
Qualsiasi cosa faceva sbagliava.
 
Il ricordo di quanto ha fatto per Israele rimarrà indelebile per generazioni, e la sua audacia militare, che viene insegnata nelle scuole di guerra di tutto il mondo, è li a testimoniare che un uomo diposto a difendere il suo popolo ha la forza di compiere grandi gesta.
Onore a te Arik!
La terra ti sia lieve

sabato 18 gennaio 2014

Ariel Sharon, 1928-2014

Il generale della riscossa nella guerra del Kippur, il primo ministro del ritiro unilaterale da Gaza, il contadino nella sua fattoria del Negev


Ariel Sharon
Dopo essere rimasto in coma per otto anni a seguito del grave ictus subito il 4 gennaio 2006, l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon è deceduto l’11 gennaio 2014. Aveva 85 anni.
Noto per essere colui che più di altri incoraggiò la costruzione di case israeliane nelle aree dei territori in cui i palestinesi dovrebbero costituire il loro stato, Ariel Sharon fu però anche il primo ministro che nel 2005 decretò il ritiro completo dalla striscia di Gaza (e da quattro comunità nel nord della Cisgiordania) di civili e militari israeliani, nonostante la vivace e adirata opposizione della destra politica del paese. All’indomani del ritiro unilaterale d’Israele, il movimento terroristico islamista palestinese Hamas prese il controllo di Gaza da dove, negli anni successivi, ha sparato migliaia di razzi contro città e villaggi nel sud di Israele (provocando almeno due grandi controffensive anti-terroristiche israeliane, nel 2009 e nel 2012). Molti israeliani che oggi si oppongono al ritiro da gran parte della Cisgiordania indicano proprio nell’infelice esperienza del ritiro da Gaza la prova più tangibile del perché Israele non può permettersi ulteriori ritiri.
Con Abu Mazen (2003)
Con Abu Mazen (2003)
Nonostante le forti antipatie suscitate in alcuni ambienti, molti in Israele ricordano Sharon più come un pragmatico che un ideologo: un politico capace di modificare le proprie scelte di fronte al mutare delle situazioni. Subito dopo il ritiro da Gaza, Sharon fondò il partito di centro Kadima, che trionfò alle elezioni del 2006. Oggi Kadima è ridotto a due soli seggi nella Knesset.
“Ho visto con i miei occhi che era pronto a un accordo con i palestinesi – dice Efraim Inbar, direttore del Centro Begin-Sadat per gli Studi Strategici (BESA ) della Bar Ilan University – Poco dopo essere stato eletto, nel 2001, mandò il figlio Omri a cercare un accordo con l’allora leader palestinese Yasser Arafat, ma Arafat non era disposto. Sono sicuro che Sharon voleva fare un accordo”.
Allo stesso tempo Sharon è il politico passato alla storia, in verità soprattutto nelle cronache estere, per aver fatto nel settembre 2000 (quando era leader dell’opposizione) una controversa visita alla spianata sul Monte del Tempio di Gerusalemme (ma non dentro le moschee): una “passeggiata” che molti palestinesi sostengono abbia scatenato la “seconda intifada” con la sua micidiale sequela di stragi e attentati suicidi nei bar e sugli autobus d’Israele. Molti, in Israele, sono invece convinti che Arafat e la dirigenza palestinese avessero già pianificato la sanguinosa intifada sin dal fallimento delle trattative di Camp David del luglio precedente, e che aspettassero solo un pretesto per scatenarla.
Nel Sinai, ottobre 1973
Nel Sinai, ottobre 1973
Sharon è molto noto in Israele per le sue imprese come comandante militare, prima fra tutte l’attraversamento del Canale di Suez nell’ottobre 1973: un’operazione che contribuì a ribaltare le sorti della guerra dello Yom Kippur. Ma anche per il suo controverso ruolo come ministro della difesa nello scoppio e nella conduzione della prima guerra in Libano (estate 1982). Una commissione d’inchiesta israeliana ne raccomandò le dimissioni per la sua responsabilità politica nel non aver saputo prevedere e prevenire il massacro di palestinesi perpetrato dalle milizie libanesi cristiane falangiste nei campi di Sabra e Shatila, a Beirut sud, che in quel momento era sotto controllo israeliano.
Ma Sharon era innanzitutto un contadino, e anche quando era ormai primo ministro trascorreva molto tempo nella sua fattoria, nel deserto israeliano del Negev.
Prima di diventare primo ministro, Sharon è stato ministro delle Infrastrutture Nazionali nel primo governo di Benjamin Netanyahu (1996). Ra’anan Gissin, suo portavoce allora e per tutti gli anni successivi, dice che Sharon contribuì a sviluppare i rapporti di Israele con la Cina e la Russia, e che fu promotore della prima industria del gas naturale d’Israele, quella che oggi sta per portare miliardi di dollari nell’economia del paese. “Penso che passerà alla storia come uno che ha lasciato profondamente la propria impronta sulla natura di Israele e della società israeliana per gli anni a venire – dice Gissin – Era sempre alla ricerca di un approccio non convenzionale. Quando decideva di fare qualcosa, la faceva e se ne assumeva la responsabilità. Guardava sempre avanti verso il futuro”.
(YnetNews, 4.1.14 – israele.net, 11.1.14)

venerdì 3 gennaio 2014

Quella risposta di Ben-Gurion valida ancora oggi.

Quando David Ben-Gurion ricopriva la carica di Primo ministro israeliano, si reco’ in viaggio negli Stati Uniti per incontrare il presidente Eisenhower, per chiedergli aiuto e sostegno nei primi tempi difficili dello Stato di Israele. John Foster Dulles, allora Segretario di Stato, sfido’ Ben Gurion cosi’:
Mi dica, Signor Primo Ministro – Chi, voi e il vostro Stato dovreste rappresentare? Gli ebrei della Polonia, o quelli dello Yemen, della Romania, del Marocco, dell’Iraq, della Russia o forse del Brasile? Dopo 2000 anni di esilio, potete onestamente parlare di una sola nazione, e di una sola cultura? Potete parlare di un patrimonio unico, o forse di una sola tradizione ebraica?
Ben Gurion gli  rispose cosi’:
Ascolti, Signor Segretario di Stato – Circa 300 anni fa, il Mayflower lascio’ l’Inghilterra con i primi coloni che si insediarono in quella che divenne la più grande superpotenza democratica conosciuta come gli Stati Uniti d’America . Ora, mi puo’ fare un favore? – esca  per strada, mi trovi 10 bambini americani e chieda loro quanto segue:
1 / Qual era il nome del capitano della Mayflower?
2 / Quanto duro’ l’ultimo viaggio?
3 / che cosa mangiarono i passeggeri?
4 / Quali furono le condizioni di navigazione durante il viaggio?
Sono sicuro converrà che con buone probabilità non sarà possibile ottenere una buona risposta a queste domande. Invece  – non 300 ma più di 3.000 anni fa, gli ebrei hanno lasciato il paese d’Egitto. Le chiedo, signor segretario, durante i suoi viaggi in tutto il mondo, di chiedere a 10 bambini ebrei di questi paesi diversi di rispondere a queste domande:
1/ Qual era il nome del capo che porto’ gli Ebrei fuori dall’Egitto?
2/ Quanto tempo ci volle prima di arrivare nella Terra di Israele?
3/ Che cosa mangiarono durante la traversata del deserto?
4/ Che successe quando si trovarono di fronte al mare?
Una volta ottenute le risposte a queste domande, vi esorto a riconsiderare attentamente la domanda che mi ha fatto.

Negoziati per la pace: Israele rilascia altri 26 terroristi palestinesi ed Abu Mazen li accoglie come eroi. Dov’è l’errore?

Gerusalemme, 30 Dicembre 2013 – Con la decisione dell’apposito Comitato interministeriale israeliano che sabato sera ha approvato l’elenco dei 26 palestinesi detenuti per reati contro la sicurezza da scarcerare in queste ore, è iniziata la  terza fase di una serie di quattro tranche di scarcerazioni concordate con americani e palestinesi come condizione per l’avvio e la continuazione di nove mesi di negoziati diretti , il tutto ovviamente mentre continuano a piovere missili sulle città israeliane e mentre il cosiddetto “terrorismo a bassa intensità” continua a mietere feriti e vittime, ma di questo Kerry e il suo staff non sembrano preoccuparsi. In un comunicato stampa diffuso sabato sera, l’Ufficio del primo ministro sottolinea che tutti i detenuti dell’elenco sono stati condannati per reati commessi prima della firma degli Accordi di Oslo del 1993-94. Quasi tutti condannati all’ergastolo, hanno finora scontato tra i 19 e i 28 anni di carcere.
Baci, abbracci e complimenti hanno accolto nei territori palestinesi gli assassini di uomini e donne israeliani e palestinesi. Il presidente dell’ANP ( l’amico del sindaco di Napoli Luigi de Magistris)  li ha definiti “eroi, definendo questa data come una giornata di festa “per la nostra nazione, per le nostre famiglie e per i nostri prigionieri”, promettendo inoltre che a questi seguiranno altri numerosi rilasci, il tutto mentre davanti alla residenza del premier israeliano Benjamin Netanyahu montavano le proteste dei familiari delle vittime del terrorismo, che ricordano figli saltati in aria a cui non hanno potuto dare neanche una degna sepoltura, o mariti e mogli uccisi nelle proprie abitazioni durante gli impegni di tutti i giorni.
Fra le tante, echeggia oggi la voce di un bambino, una voce fioca e assordante al tempo stesso. È Roy Fogel, di 11 anni, a cui nel 2011 terroristi palestinesi assassinarono a pugnalate la mamma, il papà, i fratelli di 11 e 4 anni e la sorellina di appena 2 mesi. Era notte e dormivano. Si salvarono soltanto Roy e un’altra sorella: il primo dormiva in casa, ma non fu notato dai terroristi, la seconda era ad una festa. Durante lo scorso Shabbat il bambino ha compiuto gli anni, e gli zii e i nonni hanno cercato di festeggiare l’evento al meglio, trovandosi invece di fronte alla agghiacciante domanda di Roy: “Perché Israele sta liberando dei terroristi?”.
Qui di seguito l’elenco dei profili dei terroristi rilasciati dallo Stato di Israele e dei loro crimini:
Muhammad Yusuf Adnan El-Afandi, arrestato il 13 maggio 1992 per aver accoltellato due giovani a Gerusalemme. Dopo l’aggressione, la sua vita venne salvata da una donna israeliana che lo difese dalla folla inferocita. È stato condannato per tentato omicidio. La donna che gli ha salvato la vita, Bella Freund, ha ispirato una canzone della band hip hop Hadag Nahas, in collaborazione con il rocker Barry Sakharof.
Farid Ahmed Shahade, arrestato il 16 febbraio 1985 per l’omicidio a Jaffa di Yosef Farhan, un arabo accusato di collaborare con Israele nella lotta al terrorismo.
Yakoub Muhammad Ouda Ramadan, Afana Mustafa Ahmad Muhammad e Da’agna Nufal Mahmad Mahmoud, arrestati il primo aprile 1993, condannati per aver ucciso a pugnalate Sara Sharon, 38 anni, ad Holon, il 20 gennaio 1993.
Abu al Rub Mustafa Mahmoud Faisal e Kamil Ali Ahmad Awad, condannati per l’assassinio a sangue freddo del soldato israeliano Yoram Cohen, 20 anni, nella città di Jenin. Ali Ahmad è stato condannato anche per aver sequestrato, torturato e ucciso 15 palestinesi accusati di collaborare con Israele nella lotta al terrorismo. Faisal è stato condannato per concorso in quattro di questi casi.
Damara Ibrahim Mustafa Bilal, arrestato il 16 giugno 1989, condannato per aver ucciso Steven Friedrich Rosenfeld, 48 anni, immigrato in Israele dagli Stati Uniti. Damara, in concorso con altri, avvicinò Rosenfeld nei pressi di Ariel (Cisgiordania), e lo uccise a pugnalate. Il corpo venne trovato il giorno successivo da un pastore palestinese.
Abu Mohsin Khaled Ibrahim Jamal, arrestato il 10 aprile 1991, condannato per omicidio. Abu-Muhsan aggredì Shlomo Yahya, giardiniere di 76 anni, in un parco pubblico del moshav Kadima e lo pugnalò a morte.
Tamimi Rushdi Muhammad Sa’id, condannato per il sequestro e assassinio nel 1993 di Hayim Mizrahi in una fattoria palestinese nei pressi di di Beit El (Cisgiordania) dove viveva Mizrahi. Come altre volte, Mizrahi si era recato alla fattoria per acquistare delle uova.
Silawi Khaled Kamel Osama, uno dei tre palestinesi condannati per l’omicidio di Motti Biton. Come Mizrahi, Biton venne colpito mentre faceva la spesa in un negozio palestinese. Gravemente ferito da colpi d’arma di fuoco, Biton morì tre giorni dopo in un ospedale israeliano. Osama è stato condannato anche per assassinio o concorso nell’assassinio di quattro palestinesi accusati di collaborare con Israele nella lotta al terrorismo.
Sawafta Sudqi Abdel Razeq Mouhlas, condannato per aver pugnalato a morte Yosef Malka (Malkin) il 29 dicembre 1990, nella sua casa a Haifa.
Barham Fawzi Mustafa Nasser, arrestato il 20 dicembre 1993 per l’omicidio di Morris (Moshe) Edri, 65 anni. Nasser, un ex dipendente di Edri, tese un agguatoi a Edri e lo pugnalò alla schiena. Dopo l’arresto, dichiarò d’aver commesso l’omicidio per dimostrare d’essere degno di entrare in Hamas.
Yusuf Ahmed Nu’aman Al-Shalvi, Mahmad Anis Aiman Jaradat e Ahmad Yusuf Bilal Abu-Hassin, condannati per aver ucciso diversi palestinesi accusati di collaborare con Israele nella lotta al terrorismo.
Mahmad Naim Shawmra Yunis, condannato per l’omicidio di Yossef Hayun, un artificiere della polizia ucciso nel giugno 1993 mentre tentava di disinnescare una bomba nel moshav Shekef.
Mahmud Muhammad Salman, arrestato il 6 maggio 1994 e condannato per l’omicidio di Shai Shoker, strangolato con un laccio nei pressi di Tira il 2 febbraio 1994.
Ahmed Ibrahim Jamal Abu-Jamal, condannato per tentato omicidio, avrebbe finito di scontare la pena nel 2016.
Mahmoud Ibrahim Abu-Ali Faiz, condannato per l’assassinio di Ronny Levy.
Zaki Rami Barbakh Jawdat, condannato per l’assassinio di Yosef Zandani.
Mustafa Ahmed Khaled Jumaa, condannato per aggressione aggravata, avrebbe finito di scontare la pena nel 2016.
Abu Muhammad Hadir Yassin Yassin, condannato per omicidio. Yassin sparò alla testa di Yigal Shahaf, 24 anni, mentre questi e la moglie camminavano attraverso la Città Vecchia di Gerusalemme diretti al Muro Occidentale (del Pianto). Shahaf morì in ospedale il giorno seguente. L’arma del delitto era stata acquistata da un ebreo israeliano. Yassin avrebbe finito di scontare la pena nel 2016.
Muammar Ata Mahmoud Mahmoud e Salah Khalil Ahmad Ibrahim, condannati per aver ucciso Menahem Stern, professore di storia dell’Università di Gerusalemme. Stern, 64 anni, vincitore del prestigioso Premio Israel, venne pugnalato a morte il 22 giugno 1989 mentre si recava a piedi al lavoro al campus Givat Ram dell’università. Un monumento alla sua memoria compare in una scena del premiato film israeliano “Footnote”. Ibrahim venne condannato anche per l’omicidio di Eli Amsalem. Sia lui che Mahmoud vennero inoltre condannati per l’uccisione di Hassin Zaid, un palestinese accusato di collaborare con Israele nella lotta al terrorismo.
Taqtuq Lutfi Halma Ibrahim, arrestato il 3 marzo 1989, condannato per l’omicidio a freddo del soldato israeliano Binyamin Meisner, il 24 febbraio 1989, a Nablus.

Così parlava Montanelli…

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.
Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972