Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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venerdì 28 febbraio 2014

ISRAELE ENTRA A FAR PARTE DI JUSCANZ


12.02.14
Oggi, per la prima volta, Israele ha partecipato a uno dei principali gruppi di coordinamento incentrati sui diritti umani e la politica sociale presso le Nazioni Unite. Israele entra a far parte del gruppo "JUSCANZ ", nella terza commissione delle Nazioni Unite, con la maggior parte delle democrazie avanzate del mondo, tra cui USA, Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Norvegia e Svizzera.
L’Ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, Ron Prosor, ha salutato l'ingresso di Israele nello JUSCANZ dichiarando: "È stata corretta un’ingiustizia storica. Chiunque abbia a cuore la tutela dei diritti umani, deve celebrare quest’annuncio. L’ammissione di Israele nel gruppo JUSCANZ evidenzia il riconoscimento, da parte della comunità internazionale, della nostra democrazia. In Medio Oriente, regione in cui le donne vengono lapidate a morte ed esponenti delle minoranze vengono giustiziati, noi siamo un faro di diritti umani, uguaglianza e libertà".
La missione israeliana alle Nazioni Unite è leader nel promuovere l'empowerment delle donne, la parità di genere, e i diritti delle persone con disabilità

ISRAELE AMMESSO NELL'ALLEANZA DEL PACIFICO

In seguito agli sforzi diplomatici condotti dal Ministero degli Esteri e dalle ambasciate israeliane in America Latina, Israele è stato ammesso come stato osservatore nell'Alleanza del Pacifico. La decisione è stata presa lunedì sera (11 febbraio) nel corso di un vertice dell’Alleanza del Pacifico tenutosi a Cartagena, Colombia, con la partecipazione dei presidenti degli stati membri.
 L'Alleanza del Pacifico è una piattaforma economica istituita un anno e mezzo fa da Cile, Perù, Colombia e Messico, come strumento di integrazione economica per far progredire la crescita, la competitività economica e il benessere dei loro cittadini. L'Alleanza include gli stati latino-americani con un mercato libero e una politica socio-economica liberale che stanno lavorando per istituire un mercato economico comune. Altri stati della regione aderiranno all'Alleanza nel prossimo futuro.
 Israele è il primo stato del Medio Oriente a ricevere lo status di osservatore all'interno dell'Alleanza del Pacifico, a testimonianza delle sue buone relazioni con gli stati membri e dell'alto interesse dell'America Latina ad approfondire i legami economici con Israele.
 Gli stati membri dell'Alleanza del Pacifico costituiscono oggi l'ottava economia più grande al mondo, con il 36% del PIL dell'America Latina e dei Caraibi. Gli stati membri hanno un PIL procapite medio di 10.000 dollari, con una popolazione totale di 212 milioni: un mercato attraente con potere di acquisto in stabile crescita.
 L'adesione di Israele in qualità di stato osservatore contribuirà ad aumentare l'esposizione dei membri dell'Alleanza alla tecnologia e all'industria innovative di Israele, e contribuirà al rafforzamento dell'economia israeliana.
 

Il terrorismo paga

Husni Najjar, un palestinese di Hebron già condannato per attività terroristiche, ha rivelato alla polizia d’aver progettato un secondo attentato, fittizio, contro israeliani perché sapeva che, una volta incarcerato, avrebbe ricevuto un cospicuo stipendio dall’Autorità Palestinese. La confessione firmata dal palestinese lo scorso agosto è stata diffusa domenica da Palestinian Media Watch. “A causa della mia difficile situazione finanziaria – afferma Najjar – ho deciso di inventarmi un piano per essere arrestato e beccarmi una condanna a più di cinque anni perché in questo modo avrei ricevuto uno stipendio fisso dall’Autorità Palestinese che mi avrebbe permesso di pagare i miei debiti e coprire le spese per il mio matrimonio”. Nel suo primo periodo di detenzione per terrorismo, Najjar aveva ricevuto in tutto 45.000 shekel (circa 9.400 euro), mentre ora puntava a ricavarne almeno 135.000 (ca. 28.000 euro).
La deposizione di Husni Najjar nel rapporto della polizia israeliana
Secondo Palestinian Media Watch, i detenuti palestinesi condannati a più di cinque anni per attività terroristiche ricevono dall’Autorità Palestinese uno stipendio fisso di 4.000 shekel (ca. 830 euro) durante i loro mesi di detenzione e nei tre anni successivi alla loro scarcerazione. Najjar è attualmente in carcere in attesa di processo. “La testimonianza di questo palestinese – sottolineano in una nota Itamar Marcus, direttore di Palestinian Media Watch, e l’analista Nan Jacques Zilberdik – conferma la nostra tesi secondo cui la politica dell’Autorità Palestinese di versare cospicui stipendi (coi soldi degli aiuti internazionali) ai palestinesi condannati per terrorismo, durante e dopo la loro detenzione in Israele, non solo premia il terrorismo che miete vittime innocenti fra civili indifesi, ma costituisce anche un forte incentivo per nuove attività terroristiche”, che sono in sé criminali ad anche un formidabile ostacolo sulla via della pace. (Da: PMW Bulletin, Times of Israel, 16.2.14)

Ucraina, allarme antisemitismo: colpita una sinagoga


Kiev, 24 Febbraio 2014 – La crisi che sta colpendo in questi giorni l’Ucraina ha non poche ripercussioni sulla popolazione ebraica locale. La sinagoga Giymat Rosa, ad esempio, situata a Zaporizhia, a 250 km a sud-ovest di Kiev, è stata danneggiata da bombe molotov scagliate contro di essa da ignoti. Nessuno è stato ferito nell’attacco, ma è rimasta danneggiata la facciata della balconata.
Come è noto, da novembre l’Ucraina è oggetto di violente dimostrazioni popolari, culminate oggi con la destituzione del presidente Viktor Yanukovych. In questi mesi, le comunità ebraiche hanno rafforzato la propria sicurezza: alcune hanno addirittura sospeso le attività.
La popolazione ebraica in Ucraina conta circa 200.000 persone in tutto il Paese, lamaggior parte delle quali vivono a Kiev, e in altre comunità minori, come Odessa, Lvov, e Dnepropetrovsk. Durante i 70 anni di regime comunista, i raduni e le organizzazioni ebraiche erano proibite, ma dopo il collasso dell’Unione Sovietica, le istituzioni ebraiche hanno cominciato a svilupparsi, trasformando la comunità ebraica in una delle più popolose e attive al mondo.
In sua difesa si sta muovendo anche l’Agenzia Ebraica, che si prepara a offrire in tempi brevi assistenza alla comunità ebraica locale, come annunciato dallo stesso presidente dell’Agenzia, Nathan Sharansky. “La comunità ucraina, che conta circa 200.000 persone, è una delle più vibranti del mondo – ha dichiarato -, che conta decine di organizzazioni e istituzioni ebraiche molto attire. Gli eventi recenti hanno dimostrato che dobbiamo rafforzare le misure di sicurezza di queste realtà. Abbiamo una responsabilità morale nei confronti della sicurezza degli ebrei ucraini”. L’assistenza immediata verrà fornita dall’Agenzia Ebraica tramite il Fondo per l’assistenza di emergenza, creato a seguito dell’orribile attacco alla scuola ebraica di Tolosa, nel marzo del 2012, in cui furono uccisi 3 bambini e 1 insegnante.
Ora il Fondo verrà ristabilito, per venire in aiuto agli ebrei ucraini.

mercoledì 26 febbraio 2014

Israele bombarda Hezbollah al confine tra Libano e Siria

Beirut, 24 Febbraio 2014 – Aerei da guerra israeliani hanno bombardato un obiettivo di Hezbollah alla frontiera libano-siriana. La zona colpita si trova vicino alle città di Janta e Yahfoufa. A bombardare sono stati più aerei e le bombe sarebbero cadute su un solo obiettivo. Diversi militanti Hezbollah sarebbero rimasti uccisi nel raid.
Secondo una fonte della sicurezza libanese i raid sarebbero stati due. Gli aerei israeliani hanno lanciato quattro razzi sulla zona di Janta tra le montagne che separano il villaggio libanese di Nabi Sheet dal confine siriano.
La fonte ha aggiunto che la zona di Janta è nota per ospitare un campo di Hezbollah, dove si svolgono il reclutamento e la formazione dei militanti. L’area al confine orientale del Libano è spesso usata dai contrabbandieri di armi.
Gli aerei israeliani hanno colpito negli ultimi due anni diverse volte nella zona di Janta e fonti della sicurezza hanno affermato che gli obiettivi potrebbero essere stati i camion di armi inviate dalla Siria e destinate al gruppo Hezbollah del Libano.
L’esercito israeliano non ha voluto commentare, ma una fonte della sicurezza di Israele ha confermato che vi era stata “Un’attività delle forze aeree insolitamente intensa nel Nord”, riferendosi al Libano.
(Fonte: Rainews.it, 24 Febbraio 2014)

martedì 25 febbraio 2014

Media libanesi: raid aerei israeliani colpiscono obiettivi di Hezbollah

Aerei da guerra israeliani hanno colpito degli obiettivi di Hezbolah vicino il confinoe siro-libanese secondo fonti di stamba di Beirut.
L'episodio sembra avvenuto nei pressi delle cittadine di Janta e Yahfoufa e sembra sia opera di diversi aerei su più obiettivi.
Il quotidiano libanese Daily Star riferisce che jet delle IAF hanno bombardato obiettivi nell'area di Nabi Sheet mentre fonti della sicurezza libanese riferiscono che la località di Janta è un noto centro di reclutamento e addestramento di Hezbollah oltre che un crocevia del traffico di armi tra la Siria e il Libano. Testimoni oculari affermano di aver visto aerei israeliani arrivare dal mare e tornare indietro verso Israele.
L'esercito israeliano ha rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione.
Nel corso dello scorso anno sembra che in più occasioni l'esercito israeliano abbia colpito depositi di armi, missili di fabbricazione russa e i sistemi difensivi S-300 e SA-17 sia in territorio siriano che in quello libanese. I siraini dal canto loro hanno aperto il fuoco a più riprese verso i sodati israeliani.

giovedì 20 febbraio 2014

Palestinesi: un popolo inventato

di Y.K. Cherson*
 
«La storia del popolo palestinese risale fino al...». A questo punto gli storici arabi non trovano l'accordo: alcuni sostengono che il "popolo palestinese" vanta 4.000 anni di storia; altri si spingono fino a 10.000 anni, c'è chi parla di 30.000 anni e non manca chi spara addirittura 100.000 anni di storia: il che renderebbe l'uomo di Neanderthal piuttosto giovanile a confronto dell'"homo palestinensis". Ma sebbene gli storici arabi non concordino sulla data di nascita del popolo palestinese, su un aspetto sono unanimi: è comparso sulla Terra molto prima degli ebrei, dei romani o dei greci. C'è solo un problema: di tutta questa millenaria storia, non si trova alcuna traccia.

Nel 721 a.C., gli assiri conquistarono il Regno di Israele. È un fatto storico accertato che nessuno contesta. Magari il glorioso "popolo palestinese" avrà combattuto eroicamente contro l'aggressore, cagionando pesanti perdite? Non proprio: non c'è una sola testimonianza che sia una, che fa menzione di questo popolo. Può essere che centinaia di migliaia di "palestinesi" abbiano combattuto eroicamente contro gli assiri, senza che questi se ne siano accorti? Allo stesso tempo, però, i resoconti storici riportano diffusamente le battaglie contro gli ebrei. Insomma gli assiri notarono benissimo gli ebrei, ma non scorsero nemmeno un "palestinese".
Perché gli assiri non si imbatterono in nemmeno un palestinese? Forse perché il re Sargon II era sionista. E che dire dei babilonesi? Lo stesso mistero ci attende quando iniziamo a leggere i resoconti babilonesi circa la conquista del Regno di Giudea, avvenuta fra il 597 e il 582 a.C. Gli ebrei si scorgono in ogni pagina. E i palestinesi? Niente, nemmeno una citazione isolata. Neanche i babilonesi si sono imbattuti in essi.
Ma di sicuro i persiani li hanno scovati, lasciandoci una dettagliata descrizione di questo meraviglioso popolo, della sua sterminata cultura, delle sue abitudini, della lingua parlata. Macché: anche loro ci hanno deluso. I resoconti storici ci parlano degli ebrei, di come Ciro concesse loro il diritto di tornare a Gerusalemme, dei satrapi persiani che comandarono in Giudea e Israele. Ma dei palestinesi, ancora una volta nessuna parola.
Ma ciò che rende spassosa questa ricerca è la circostanza che lo stesso Alessandro il Grande percorse tutta la costa della Palestina da Tiro a Gaza nel 332, senza imbattersi mai in nemmeno un palestinese: soltanto ebrei. Dove diavolo si nascondevano i palestinesi?Certo: stiamo parlando di assiri, babilonesi, persiani; gente vissuta tanto tempo fa. Ma che dire dei romani, che pure erano così zelanti nella conservazione della memoria? La storia non cambia.
I romani spiegano con dovizia di particolari come assediarono Gerusalemme, informandoci scrupolosamente di come gli ebrei tentarono disperatamente di respingerne l'assalto. Descrivono le rivolte degli ebrei e come esse furono soffocate, indugiando in dettagli su come gli ebrei si difesero a Masada, su come i romani divisero la Giudea, ribattezzandola "Palestina", su come rinominarono Gerusalemme "Aelia Capitolina". Ci raccontano un sacco di cose; ma non menzionano nemmeno una volta i "palestinesi". E peraltro, sebbene ribattezzarono quelle terre "Palestina", continuarono a chiamare i suoi abitanti come da migliaia di anni si suoleva fare: ebrei. La Palestina divenne il nome ufficiale di quella terra, ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi "ebrei".Un momento! E dov'era il "popolo palestinese" quando arrivarono gli arabi? E' una domanda da un milione di dollari. Gli arabi moderni si autodefiniscono "palestinesi": ma come si definivano gli arabi del VII secolo, quelli che conquistarono la Palestina? Qualcuno per caso è a conoscenza di un documento, che sia uno, scritto dai dominanti arabi in Palestina, che esprimesse un concetto anche vagamente vicino a quello di "palestinesi"? Niente da fare, nessuna menzione...
La situazione diventa davvero divertente. Gli arabi oggi si scaldano quando narrano di loro avi che hanno vissuto in Palestina da "tempi immemorabili", ma i loro avi non hanno alcuna idea di questo glorioso e antico passato. Ma dopotutto, la dominazione araba in Palestina non è durata così tanto.
Soltanto 300 anni dopo la loro conquista giunsero i turchi - prima i mamelucchi, poi gli ottomani - a spodestarli. Essi comandarono in Palestina per sei secoli: forse questa volta a sufficienza per rinvenire un gruppo etnico folto e glorioso come quello del "popolo palestinese". Questa volta avremo migliore fortuna?
Macché! le statistiche ufficiali dei turchi censirono ebrei, arabi e circassi in Palestina, e fornirono dati dettagliati sui musulmani, sui cristiani e sugli ebrei; ma neanche una volta menzionarono alcun "popolo palestinese".

Dunque assiri, babilonesi, greci, romani, persiani e arabi; mai hanno menzionato, neppure di sfuggita, il "popolo palestinese". I turchi, in 600 anni di occupazione della Palestina, non hanno mai trovato traccia di palestinesi. E dove mai si nascondeva questo antico e incredibilmente eroico popolo dopo il 1917? Le diverse commissioni della Lega delle Nazioni (progenitrice delle Nazioni Unite) non ne hanno mai trovato traccia; tutti i documenti della Lega delle Nazioni di quel periodo citano soltanto ebrei e arabi, ma mai una volta si cita il palestinese come popolo. Magari a parlare di "popolo palestinese" all'epoca erano i politici occidentali? Neanche a dirlo: i delegati di undici diverse nazioni visitarono quei luoghi e trovarono una realtà attesa. Vale a dire, due gruppi in conflitto, arabi ed ebrei, le cui aspirazioni nazionali non potevano essere conciliate. «Palestinesi? E chi sono?...».
Ma forse i politici arabi... Macché. I politici degli stati arabi erano netti su questo argomento: «consideriamo la Palestina parte della Siria araba, dalla quale non si è mai distaccato in alcun momento. Siamo connessi ad essa da legami nazionali, religiosi, linguistici, naturali, economici e geografici» (I Congresso dell'Associazione cristiano-musulmana, febbraio 1919).Il rappresentante dell'Alto Comitato arabo presso le Nazioni Unite sottopose all'Assemblea Generale dell'ONU a maggio 1947 la seguente affermazione: «la Palestina è parte della provincia siriana», e «politicamente, gli arabi di Palestina non sono indipendenti, nel senso di formare un'entità politica separata».Nel 1937 un leader arabo locale, Auni Bey Abdul-Hadi, riferì alla Commissione Peel, che in ultima analisi suggerì la partizione della Palestina: «non esiste alcuno stato chiamato Palestina! la "Palestina" è un termine inventato dai sionisti! non esiste alcuna Palestina nella Bibbia. Per secoli la nostra patria è stata la Siria». E ancora :«Palestina e Transgiordania sono una cosa sola» (Re Abdullah, riunione della Lega Araba al Cairo, 12 aprile 1948). Per cui gli arabi negli anni Quaranta non hanno mai fatto menzione dei cosiddetti "palestinesi"; ne' tantomeno scorsero mai una "Palestina". Ma da questo punto di vista c'è da dire perlomeno che fossero in buona compagnia...
Chissà mai che abbiano trovato questo misterioso "popolo palestinese" più avanti?... niente da fare. Il presidente siriano Hafez Assad, nel rivolgersi al leader dell'OLP - nonché "padre del popolo palestinese" - Yasser Arafat, così spiegava: «Non rappresenti la Palestina più di quanto facciamo noi. Non dimenticare questo punto: non esiste alcun poplo palestinese, non c'è nessuna entità palestinese; c'è solo la Siria. Siete parte integrante del popolo siriano, e la Palestina è parte della Siria. Siamo noi i veri rappresentanti del popolo palestinese». Naturalmente, il leader dei palestinesi respinse sdegnatamente al mittente queste insinuazioni.
No, purtroppo stavamo scherzando: non lo fece. Inoltre, lo stesso Arafat specificò meglio il suo pensiero con una dichiarazione che ne confermava il pensiero nel 1993: «La questione dei confini non ci interessa. Da una prospettiva araba, non dobbiamo parlare di confini. La Palestina non è che una goccia nell'oceano. La nostra nazione è la Nazione Araba, che si allunga dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e oltre. L'OLP combatte Israele in nome del panarabismo. Quella che si chiama "Giordania in realtà non è altro che la Palestina».
Non molto tempo fa Azmi Bishara, ex deputato della Knesset espulso da Israele per aver passato informazioni riservate ad Hezbollah durante la II Guerra del Libano, e che si può definire tutt'altro che amichevole nei confronti di Israele, affermò la stessa convinzione: «il popolo palestinese non esiste». «La verità è che la Giordania è Palestina, e la Palestina è la Giordania», sentenziò Re Hussein di Giordania nel 1981. Abdul Hamid Sharif, primo ministro della Giordania, dichiarò l'anno precedente: «palestinesi e giordani non hanno differenti nazionalità: entrambi hanno lo stesso passaporto, sono arabi e vantano la stessa cultura giordana».


Ma gli arabi, che ci assicurano di vivere in Palestina da tempi immemorabili, non consentono ovviamente a siriani e giordani di privarli del passato di cui vanno fieri. Credete? in realtà lo permettono eccome. E hanno seri motivi per farlo.
Lo sapevate che fino al 1950, il Jerusalem Post si chiamava Palestine Post?
Che il giornale dell'Organizzazione Sionista negli Stati Uniti era il New Palestine?
Che il nome originario della Bank Leumi era Anglo-Palestine Bank?
Che il vecchio nome della compagnia elettrica israeliana era Palestine Electric Company?
Che una volta esistevano la Palestine Foundation Fund e la Filarmonica di Palestina?
Ed erano tutte organizzazioni ebraiche, fondate e gestite da ebrei!
In America, l'inno dei giovani sionisti recitava "Palestina, oh mia Palestina".
Fino alla fine degli anni Sessanta, chiamare un arabo "palestinese" corrispondeva a muovergli offesa, perché in questo modo erano etichettati in tutto il mondo gli ebrei. Tutti sapevano che Palestina era un modo alternativo per definire Israele e la Giudea, così come ad esempio Kemet era l'antico nome d'Egitto. Gli arabi che vivevano in Palestina si identificavano come arabi, e provavano irritazione se qualcuno li appellava come "palestinesi": «non siamo ebrei, siamo arabi», erano soliti replicare.In conclusione. C'è uno stato in Estremo Oriente. Chi vi abita - e ci abitano da diversi decenni - definisce questo stato enfaticamente "la Terra del Sol Levante". Ad un certo punto viaggiatori occidentali e geografi battezzarono questo stato con altro nome. Perché? forse perché non avevano inclinazione poetica, o forse lo visitarono al tramonto, o forse non erano in grado di pronunciare il nome in lingua originale. Forse la gente che qui abita ha ribattezzato il nome del proprio stato perché altri hanno deciso così? certo che no: sono la stessa gente e continuano a chiamare il loro paese "La Terra del Sol Levante"; anche se in Occidente è abituale chiamarlo Giappone.
E c'è un Paese in Medio Oriente. La gente che vi abita da millenni lo chiama "Eretz Israel", la Terra di Israele. Poi ad un certo punto sono giunti gli occidentali e le hanno dato un altro nome. Il popolo che lì ha sempre abitato è cambiato? no di certo! si tratta della stessa gente, che continuerà a chiamare quella terra "La Terra di Israele"; anche se in Occidente si continua impropriamente a parlare di Palestina.

March With the Druze IDF Battalion


Le "atroci" sofferenze nelle carceri israeliane


Minorenni palestinesi arrestati: i dati che i mass-media non riportano

In un’intervista esclusiva, il procuratore capo delle Forze di Difesa israeliane in Cisgiordania, Maurice Hirsch, ha fornito al Jerusalem Post statistiche ufficiali che smentiscono la generica accusa di massicce violazioni dei diritti dei minorenni palestinesi da parte dei militari israeliani.
Uno dei dati più notevoli che emerge dalle statistiche di Hirsch è che nel 2013 i pubblici ministeri militari hanno archiviato di propria iniziativa circa il 15% dei casi di minorenni palestinesi arrestati con l’accusa d’aver commesso un crimine, vale a dire circa 100 su 660. I dati di Hirsch dunque smentiscono l’accusa spesso ripetuta secondo cui le Forze di Difesa israeliane procederebbero con arresti massicci e indiscriminati, addirittura fino a 200 al mese (che significherebbe la cifra totalmente infondata di 2.400 all’anno), e che i pubblici ministeri militari procederebbero contro i minorenni come schiacciasassi senza valutare minimamente le circostanze di ogni singolo caso. È vero il contrario, afferma Hirsch, il che spiega il numero molto contenuto di reclami inoltrati per conto di minorenni arrestati: solo 30 su 1.000. Dati che contrastano con l’immagine delle Forze di Difesa israeliane diffusa da molti accusatori, basata unicamente su elementi aneddotici, secondo cui un grandissimo numero di minorenni palestinesi avanzerebbe ricorsi contro le inchieste dei pubblici ministeri israeliani.
Hirsch dice d’aver recentemente consegnato i suoi dati ad altri mass-media, ma di non essere sicuro che siano stati effettivamente pubblicati. Da una rapida ricerca fatta dal Jerusalem Post non sono emersi casi di mass-media che abbiano finora ripreso queste statistiche. Dalle quali emerge che su 1.000 minorenni palestinesi arrestati dai militari nel 2013, 350 sono stati direttamente consegnati alla polizia palestinese e 650 alle forze di polizia e di sicurezza israeliane. Di questi ultimi, 466 sono stati incriminati mentre per gli altri il caso è stato archiviato o le indagini sono ancora in corso. Stando a queste cifre, meno della metà dei minorenni palestinesi fermati nel 2013 sono stati incriminati (ma il dato potrebbe salire sin quasi a metà, a seconda degli esiti delle indagini ancora in corso).
Eden Atias, recluta di 19 anni, ucciso a coltellate lo scorso novembre da un 16enne palestinese, mentre era assopito su un autobus in sosta ad Afula
La recluta Eden Atias, 19 anni, ucciso a  coltellate lo scorso novembre da un 16enne palestinese, mentre era assopito su un autobus in sosta ad Afula
 
 
A proposito dell’accusa a Israele di accanirsi in particolare contro ragazzini giovanissimi, dai dati forniti da Hirsch risultano solo 16 rinvii a giudizio di 12-13enni fermati in flagranza di reato (fra i quali il caso di un ragazzino incriminato in tre diverse occasioni avendo “reiterato reati più gravi”). Hirsch sottolinea che l’82% dei casi che hanno visto il coinvolgimento di minorenni nel 2013 riguardava reati di “natura violenta” e che purtroppo “un gran numero di minorenni è coinvolto in incidenti di vero e proprio terrorismo”. Alla richiesta di specificare, Hirsch spiega che quell’82% di reati violenti va da crimini come l’assassinio lo scorso novembre di Eden Atias ad opera di un 16enne, ai numerosi casi di tentato omicidio, sparatorie, possesso di armi illegali e affiliazione a organizzazioni terroristiche, fino al lancio di bombe molotov e di pietre contro veicoli civili in transito.
Hirsch sottolinea inoltre i tempi di “fermo cautelare” per minorenni attualmente in vigore nei territori della Cisgiordania affidati alle Forze di Difesa israeliane: al massimo fino a 24 ore per i 12-13enni, fino a 48 ore per i 14-15enni e per i 16-17enni accusati di reati ordinari, fino a un massino di 96 ore per i 16-17enni accusati di gravi reati contro la sicurezza: tempi paragonabili a quelli previsti dalla legge per i minorenni all’interno di Israele.
Lo scorso ottobre, il Procuratore di Stato ha registrato progressi anche nella riduzione dei tempi della successiva fase di udienze pre-incriminazione per il rinnovo della “custodia cautelare” per i minorenni dei territori di Cisgiordania, che però, nel caso dei 16-18enni, non sono ancora paragonabili ai tribunali civili israeliani, anche se la tendenza è di muoversi in quella direzione. (Da: Jerusalem Post, 19.2.14)

lunedì 17 febbraio 2014

Taba (Egitto): attentato contro bus di turisti. Almeno 5 le vittime

Taba (Egitto), 16 Febbraio 2014 – Una forte esplosione ha investito un bus di turisti sul versante egiziano del valico di Taba (Mar Rosso), al confine fra Egitto ed Israele.
Stando a fonti della sicurezza egiziana i morti sarebbero 5, l’autista e 4 turisti di nazionalità coreana. Alcuni dei feriti sono stati trasferiti negli ospedali della vicina Eilat in Israele, mentre sembra che l’Egitto abbia rifiutato alle ambulanze israeliane di entrare.
Almeno cinque persone sono state uccise e decine ferite in un’esplosione oggi su un bus turistico nel Sinai egiziano, vicino al confine israeliano. Funzionari egiziani hanno detto l’origine dell’esplosione non è chiara, ma credono che si tratti di un’autobomba o di una bomba fatta esplodere con un telecomando. Il gruppo terroristico Ansar Bait al-Maqdis si è assunto la responsabilità dell’esplosione .
I feriti sono stati ricoverati negli ospedali in Egitto e al di là del confine nella città portuale israeliana di Eilat nel Yoseftal Hospital. Tuttavia, il quotidiano egiziano Al Youm Al Saab ha riferito che l’Egitto ha rifiutato di permettere alle ambulanze israeliane di entrare nel passaggio ed evacuare i turisti coreani e gli altri feriti ancora presenti sulla scena.
Per rimarcare la gravità dell’incidente, per la prima volta dalla firma del trattato di pace tra Egitto ed Israele, nel 1978, i due governi hanno deciso di chiudere la frontiera di Taba dopo il grave attentato di oggi contro l’autobus di turisti.
 
 
                                

lunedì 10 febbraio 2014

Le iniezioni giornaliere di insulina dei malati di diabete potrebbero essere sostituite dalla semplice assunzione orale di una pillola. Una nuova capsula è stata sperimentata dalla società israeliana Oramed Pharmaceuticals Inc, che, dopo aver effettuato i primi test, ha confermato che il nuovo farmaco sembra funzionare sui pazienti con diabete di tipo 2. Per ora Ormd-0801 – questo il nome provvisorio del farmaco – è stato assunto da trenta pazienti per una settimana e, ha ribadito la società, “lo studio ha raggiunto gli obiettivi primario e secondario”. Nelle prossime settimane la Oramed redigerà un rapporto completo, ma si tratta di un’informativa di metà strada dal momento che, prima di poter commercializzare le capsule, bisogna procedere nel corso dell’anno con uno studio multicentrico di fase IIb. Per il momento, ha dichiarato l’azienda, “siamo molto soddisfatti dei risultati che ci danno una solida validazione per la piattaforma tecnologica Oramd in generale e per il nostro programma sull’insulina orale in particolare”.

domenica 9 febbraio 2014

Sochi 2014



Questa bella immagine mostra la delegazione israeliana che sfila alla cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi invernali di Sochi 2014.
In bocca al lupo agli atleti in gara.
 
Kadima Israel!

A proposito della terra....







Questa che vedete riprodotta è la cartina del territorio sottoposto a mandato Britannico che doveva essere diviso in due stati uno abraico e uno arabo così come disposto dalla risoulzione ONU del novembre del 1947.
Prima di questa spartizione non esisteva alcuna "palestinan land" come amano credere i sinistri pacifinti in quanto non esisteva neanche un popolo palestinese!
Ricordo che la Storia non può essere mistificata: fino al 1917 queste e le terre circostanti facevano parte dell'impero ottomano che, a seguito della sua sconfitta durante la prima guerra mondiale e in quanto alleato dell'impero prussiano, venne smembrato e dissolto.
In seguito alla Conferenza di Pace di Sanremo del 1920, il territorio era ben più vasto di quello che molti "pensano" di conoscere: come potete vedere dalla cartina sottostante, esso comprendeva l'attuale Giordania (allora chiamata Trangiordania).



Gli arabi però continuavano a pretendere uno stato e soprattuto la cacciata degli ebrei cosa che portò nel 1921 alla decisione britannica di ridurre UNILATERLAMENTE le dimensioni del "focolare nazionale ebraico" e portò nel 1922 alla promulgazione del Primo Libro Bianco ad opera di Churchill che "ratificava" questo nuovo stato di fatto e stabiliva l'assegnazione delle terre a est del Giordano all'emiro Abd Allah contraddicendo quindi la Dichiarazione Balfour del 1917.
Da questo momento in poi la creazione di uno stato ebraico si scontrò con questo colpo di mano britannico: di fatto uno stato arabo era stato creato nell'indifferenza generale e quello ebraico ancora non vedeva la luce.
Nel 1930 un secondo Libro Bianco rimetteva in discussione la prosecuzione dell'istituzione di una presenza ebraica in Palestina, e favoriva la priorità all'impiego della popolazione araba, e questo anche in seno alle imprese ebraiche.
E infine si arriva al terzo e INFAME Libro Bianco, quello del 1939 che limitava l'immigrazione ebraica a non lotre 75.000 persone l'anno e che tale rimarrà nonostante le notizie degli stermini di massa, dei campi di sterminio, delle camere a gas.
I dirigenti ebraici osteggiarono i Libri Bianchi e cercarono di portare in salvo più ebrei possibile dall'orrore del nazismo ma come amava dire David Ben Gurion: "Combatteremo il nazismo a fianco degli inglesi come se non esistesse il Libro Bianco e combatteremo gli inglesi come se non  ci fosse il nazismo" per affermare la volontà sionista della creazione di uno stato ebraico nel quale nessun ebreo poteva essere più perseguitato in quanto ebreo.
 
Ritornando alla cartina del 1947, come chiunque può verificare, il territorio assegnato allo stato ebraico era per due terzi praticamente desertico: comprendeva infatti la quasi totalià del deserto del Neghev oltre alla fascia costiera tra Tel Aviv e Haifa e alla zona del Kinneret o lago di Tiberiade.
 
Nonostante questo palese svantaggio, gli ebrei accettarono il territorio loro assegnato e decisero di proclamare il loro stato il 15 maggio del 1948: gli arabi invece rifiutarono e scelsero di fare la guerra attaccando il nuovo stato. Le truppe di Egitto, Siria, Libano, Transgiordania e Irak oltre alla Legione Araba, invasero Israele cercando di "ributtare a mare gli ebrei". Gli israeliani, dopo i primi insuccessi e sconfitte, cominciarono a recuperare le posizioni e cercarono di avanzare verso Gerusalemme che nel frattempo era sotto assedio da parte dell'esercito giordano che la bombardò brutalemente.
 
Questi sono dati inconfutabili e storicamente provati.
 
Ci sono poi quelli FALSI e MISTIFICATI che sono evidenziati nella cartina sottostante e che con la sola didascalia fanno capire quanto i sinistrati pacifinti e gli arabi non tengano in alcun conto della risoluzione ONU del 1947.
Come potete vedere parlano di "palestinian loss of land" quando nel 1947 non esisteva alcuna "palestinan land", non citano il piano di spartizione ONU e non parlano dell'attacco proditorio contro il nuovo stato ebraico che nasceva dietro approvazione internazionale e su territori assegnati dall'ONU.
 



Per completezza dell'informazione, riporto poi quanto dichiarato a un giornale olandese nel 1974 da un dirigente dell'Olp, tale Zahir Muhsein: "il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."
 
Quindi riassumendo:
  1. la "palestinan land" non esiste e mai è esistita (si passa dall'Impero Ottomano al Mandato Britannico, mai e in nessun momento storico è esistita la "Palestina araba")
  2. il popolo palestinese (per stessa ammissione araba) non esiste