Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Sempre con Israele!!!

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Lettori fissi

martedì 22 aprile 2014

Le condizioni che dovrebbe porre Israele

L’Autorità Palestinese ha avanzato tutta una serie di nuove condizioni per acconsentire a prolungare i negoziati di pace con Israele (come se fosse Israele che deve implorare i palestinesi di sedere al tavolo delle trattative di pace). Le pretese – che vanno dalla richiesta di una lettera in cui Israele si impegni ufficialmente ad accettare i confini che vuole la controparte compresa la spaccatura in due di Gerusalemme, alla scarcerazione di 1.200 detenuti tra cui capi terroristi come Marwan Barghouti e Ahmad Sa’adat, all’abbandono di qualunque controllo di sicurezza sui transiti al confine con la striscia di Gaza e nelle aree della Cisgiordania sotto controllo palestinese, alla riapertura di istituzioni palestinesi create a Gerusalemme est in violazione degli accordi di Oslo come la Orient House, al congelamento delle attività edilizie ebraiche, a migliaia di autorizzazioni per “ricongiungimenti familiari palestinesi” e altro ancora – si possono essenzialmente riassumere in un concetto: Israele deve arrendersi alle pretese palestinesi ancor prima di negoziare.
Se è così che funziona la trattativa e i palestinesi possono avanzare richieste così inverosimili, non si vede perché Israele non dovrebbe mettere sul tappeto sin dall’inizio le sue richieste e le sue condizioni. Per comodità di chi ci legge, elenchiamo qui di seguito una serie di questioni importanti per Israele, molte delle quali potrebbero essere poste come condizione preliminare perché Israele continui a negoziare con i palestinesi un accordo di pace definitivo.
Video-messaggio di un attentatore suicida di Hamas: “E noi sappiamo che non c’è miglior sangue del sangue degli ebrei”
Soluzioni a livello regionale. Un principio essenziale di qualsiasi quadro per la ripresa dei negoziati dovrebbe essere la presa in considerazione di nuovi approcci per risolvere il conflitto, il che significa mettere sul tappeto una eventuale sovranità condivisa in Cisgiordania, o la creazione di una federazione giordano-palestinese, o reciproci scambi di territori a tre o a quattro con il coinvolgimento di Egitto e la Giordania, o eventualmente una combinazione di due o più di queste idee. In altri termini, gli stati arabi devono dichiarare la disponibilità ad assumersi la loro parte di responsabilità per la soluzione di un conflitto in cui hanno storicamente giocato un fondamentale ruolo negativo, e ad investire risorse tangibili per possibili soluzioni a livello regionale del conflitto israelo-arabo-palestinese.
Finalità. Israele dovrebbe esigere una lettera in cui l’Autorità Palestinese riconosca esplicitamente che l’obiettivo dei negoziati è arrivare a una soluzione che comporti la cessazione di tutte le rivendicazioni e le pretese fra le parti, e che qualsiasi eventuale futuro accordo dovrà contenere una esplicita dichiarazione di fine del conflitto. Solo un chiaro ed inequivocabile messaggio da parte palestinese che il conflitto è permanentemente e totalmente terminato meriterà una cessione di territori da parte di Israele.
Striscia di Gaza. Israele dovrebbe stabilire in anticipo che l’applicazione di qualunque eventuale accordo raggiunto con l’Autorità Palestinese del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sarà subordinata all’estensione di tale accordo alla striscia di Gaza, il che significa che Hamas dovrà essere messa fuori gioco oppure dovrà firmare l’accordo in questione. Israele non ha nessun motivo per avallare la nascita di due “stati palestinesi” (uno che negozia e l’altro no).
Bandiere palestinesi ad una manifestazione di arabi israeliani a Umm el-Fahm
Bandiere palestinesi a una manifestazione di arabi israeliani a Umm el-Fahm
Insediamenti. Come condizione per riavviare i negoziati con l’Autorità Palestinese Israele dovrebbe chiedere che i leader palestinesi riconoscano la legittimità e la permanenza dei principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania e accetti la crescita naturale di queste città e cittadine che – come sanno tutti coloro che hanno un minimo di conoscenza delle trattative e delle possibili soluzioni – sono destinate a rimanere sotto piena sovranità israeliana nel quadro di qualunque realistico accordo di pace.
Monte del Tempio (a Gerusalemme). I palestinesi devono dichiarare la disponibilità a negoziare una sovranità condivisa sul luogo più sacro per il popolo ebraico. Tanto per cominciare, una pre-condizione di Israele per continuare i negoziati potrebbe essere la possibilità (oggi negata) agli ebrei di pregare sulla spianata del Tempio. Una piccola e discreta sinagoga ai margini della spianata, ad esempio, non metterebbe certo in ombra i due grandi edifici di culto musulmani che vi si trovano, ma dimostrerebbe concretamente il riconoscimento da parte palestinese degli antichi e profondi legami del popolo ebraico con il luogo sacro, la città di Gerusalemme e la Terra Santa. Inoltre, da parte islamica e palestinese dovrebbero essere concordate nuove intese per la conduzione e supervisione congiunta di restauri e scavi archeologici sul Monte del Tempio.
Una madre israeliana che non è riuscita a raggiungere in tempo un rifugio fa scudo al figlio con il proprio corpo durante un attacco di razzi palestinesi da Gaza
Una madre israeliana, che non è riuscita a raggiungere in tempo un rifugio, fa scudo alla figlia con il proprio corpo durante un attacco di razzi palestinesi da Gaza
Il “Triangolo”. Dovrebbero essere messi chiaramente sul tappeto eventuali scambi di territori, con le popolazioni che vi risiedono, compreso l’eventuale trasferimento sotto sovranità del futuro stato palestinese della zona detta del Triangolo (a sud-est di Haifa, a ridosso della ex linea Verde armistiziale pre-‘67 e dunque della Cisgiordania settentrionale). Le centinaia di migliaia di arabi israeliani che vivono in città come Kafr Qara, Umm al-Fahm, Tayibe e Qalansawe insistono comunque a definirsi “palestinesi”, per cui a rigor di logica il passaggio delle loro città sotto controllo e cittadinanza palestinese non farà che accrescere l’omogeneità demografica e la stabilità di qualsiasi futuro accordo israelo-palestinese “a due stati”.
Riparazioni. Israele ha subito decenni di guerra, crimini di guerra, estrema violenza terroristica e boicottaggi economici lanciati da palestinesi e stati arabi, che hanno causato notevolissime sofferenze e privazioni al paese e alla sua popolazione. L’agenda della pace dovrebbe prevedere un risarcimento a Israele da parte dei nemici che hanno cercato invano di distruggerlo. Dopo tutto i palestinesi avrebbero potuto avere il loro stato a fianco di Israele sin dal lontano 1947 se essi e il mondo arabo non avessero rifiutato con la violenza il piano di spartizione dell’Onu e, dopo di allora nel corso degli ultimi vent’anni, almeno altre tre offerte concrete da parte di Israele per la nascita di uno stato palestinese. Le riparazioni economiche a Israele dovrebbero avere un posto centrale in tutti i prossimi colloqui di pace, insieme alla negoziazione dei dovuti risarcimenti da parte degli stati arabi verso gli ebrei che furono espulsi dai paesi arabi.
La pagina Facebook di Fatah del 29 marzo scorso celebra come “eroe” e “martire” Ayyat Al-Akhras, la 17enne palestinese che il 29 marzo 2002 si fece esplodere in un supermercato vicino a Gerusalemme uccidendo 2 israeliani e ferendone 28. Vi si legge: “Nell’anniversario della tua morte da martire, rinnoviamo la promessa e il giuramento di fedeltà al tuo sangue puro di continuare sulla strada della vittoria o del martirio (shahada)”.
Educazione alla pace. Un presupposto irrinunciabile per i negoziati dovrebbe essere l’avvio di un piano intenso, ampio e prolungato di educazione alla pace nella Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese e nella striscia di Gaza controllata da Hamas. I cuori e le menti dei palestinesi devono essere preparati alla coesistenza, all’accettazione reciproca e alla pace. L’istigazione contro Israele, i sermoni antisemiti e la glorificazione della violenza contro gli israeliani devono cessare. Alla fine, la negazione della connessione storica fra ebrei e Terra d’Israele dovrà essere sostituita, per quanto difficile, da uno sfumato riconoscimento del sogno sionista che percorre tutta la storia dai tempi della Bibbia sino ai nostri giorni.
In caso contrario, niente concessioni e niente ritiri.
(Da: Israel HaYom, 18.4.14)

IDF Stories: The Bedouin Tracking Unit


sabato 19 aprile 2014

Quei morti che non fanno notizia


Lo scorso lunedì, vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica,un uomo israeliano è stato ucciso da terroristi mentre era in macchina con la moglie incinta e i suoi figli. Baruch Mizrahi, questo era il suo nome, stava andando a festeggiare una delle festività ebraiche più importanti, quella in cui le famiglie si riuniscono a cena per leggere la Hagadà (letteralmente “la narrazione”, cioè il racconto dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, luogo in cui erano schiavi) e i bambini sono al centro della situazione perchè il loro compito è di porre domande a cui i gli adulti devono rispondere. Anche la moglie è stata ferita da un altro colpo, così come uno dei figli, mentre gli altri due si sono salvati  per l’intervento di un gruppo di soldati.
 
La Famiglia Mizrahi, abitante nella Città di Modin e composta dal padre Baruh, 46 anni, dalla moglie Hadas, 38 anni, e dai loro cinque figli, di cui tre femmine dai 15 ai 3 anni e due maschi di 9 e 7 anni, viaggiava nella monovolume bianca di famiglia verso Qiryat Arba, sulla Strada Statale 35 che da Qiryat Gat porta a Hebron, passando per il Passo di Tarqumiyah, quando è stata colpita da alcune raffiche di mitra partite dal bordo della strada. “Ho sentito spari e sibili di pallottole e ho accelerato” -  ha detto la donna – “Mio marito non parlava, era reclinato leggermente, crivellato di colpi, e io continuavo ad accelerare dicendo ai bambini di stare indietro, perché non volevo che lo vedessero cosí.  Ma loro dicevano: “Papà perché non parli? Papà perché non rispondi e non ti muovi?” e l’hanno visto tutti.  Poi, all’improvviso Almog, il mio bambino di 9 anni, mi ha detto con voce molto tranquilla: “Mamma, mi esce sangue dal petto”, ed ho visto che la sua camicia bianca era insanguinata e allora ho accellerato ancor di piú fino a una Jeep di soldati dove mi sono fermata.”
 
Il piccolo Almog, in effetti, era ferito da una pallottola al petto, così come la madre. Entrambi sono stati portati immediatamente all’ospedale Sha’are Tsedeq di Gerusalemme, dove sono stati operati. Ad Almog è stata estratta una pallottola dal petto e lui ha dichiarato, poco prima di essere dimesso dall’ospedale per andare ai funerali del padre: “Sono proprio stato fortunato che la pallottola non mi abbia colpito al cuore.  Sono proprio stato salvato oggi.  La pallottola si è fermata prima del cuore.  È importante per me che prendano quei terroristi. Io non ho niente da dire a quella gente.  In questa festa sento che sono stato salvato”.
 
L’attentato terrorista è stato lodato da Hamas e dall’OLP, l’organizzazione a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, quelli per intenderci considerati moderati con cui Israele dovrebbe trattare per trovare un accordo di pace.
 
Questa terribile storia è vergognosamente passata sotto silenzio in Italia, dove i mass media hanno dedicato alla notizia al massimo lo spazio nelle “brevi”, alcuni come Il Manifesto addirittura definendo la vittima, nata a Tel Aviv e residente a Modin, come un colono, come se questo giustificasse l’attentato. Ancora peggio il modo in cui l’Osservatore Romano ha riportato la notizia, parlando di una “sparatoria” e non di un attentato. Questo è il livello dell’informazione in Italia.
 
(Grazie a Sergio Hadar Tezza per la collaborazione alla stesura dell’articolo)

Thanks to Progetto Dreyfus e Informazione Corretta

giovedì 17 aprile 2014

L’insopportabile furto della sofferta storia delle (vere) popolazioni autoctone

Di Ryan Bellerose
L’autore di questo articolo Ryan Bellerose, dell’insediamento Paddle Prairie Metis (Northern Alberta, Canada), è da anni impegnato nella lotta per i diritti umani
L’autore di questo articolo Ryan Bellerose, dell’insediamento Paddle Prairie Metis (Northern Alberta, Canada), è da anni impegnato nella lotta per i diritti umani
 
 
 
Desidero spiegarvi come mai sono così arrabbiato. Vedo continuamente attorno a me gente che sostiene di condividere la stessa sorte del mio popolo. Mi dicono “la storia del mio popolo è come quella del tuo”, ma la realtà è ben diversa. Mi dicono “abbiamo avuto esperienze simili alle vostre”, quando la realtà è che non hanno subito neanche lontanamente l’emarginazione, l’oppressione e l’annichilimento a cui il mio popolo è riuscito in qualche modo a sopravvivere.
Quando qualcuno invoca le esperienze dei nativi nordamericani per sostenere d’avere una storia comune alla nostra, lo fa quasi sempre in modo disonesto al solo scopo di demonizzare un altro paese. Nella maggior parte dei casi che mi capita di vedere, si tratta di arabi e di bianchi che cercano di demonizzare Israele: innanzitutto definendo “colonizzatori” gli israeliani; e poi facendo intendere che gli ebrei abbiano rubato la terra su cui hanno costruito il loro stato.
L’assurdità della cosa dovrebbe essere evidente.
Quello che ho appreso con anni di studio è che se c’è una popolazione in tutto il mondo che può legittimamente rivendicare un’esperienza storica comune alla nostra, ebbene non può essere quella composta dai discendenti dei conquistatori arrivati nel VII secolo e che hanno dominato per centinaia di anni fino al secolo scorso, quando il ciclo si è invertito. Gli arabi musulmani che dominarono la regione dopo averla conquistata sono la cosa più lontana possibile dalla mia gente.
Una manifestazione di palestinesi vestiti da pellerossa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Piuttosto qui il nostro senso di fraternità va a quel popolo che di recente ha subito un autentico genocidio, e che tuttavia è riuscito a mantenere la propria integrità culturale. Quel popolo è la nazione ebraica. Non lo dico con leggerezza, ma dopo anni di ricerche, di conversazioni, di ascolto dei sopravvissuti sia della Shoà che delle cosiddette residential schools per indiani (quelle dove Sonny, il padre di mio padre, veniva picchiato a sangue e gli veniva chiusa la lingua in una trappola per topi quando osava parlare la lingua Cree). Non si tratta di paragonare delle tragedie, né certo di metterle in competizione. Si tratta piuttosto dell’empatia e della comprensione che nascono da un’esperienza condivisa.
Vi chiederete come mai mi offende tanto la pretesa di comunanza da parte di quegli arabi musulmani che si fanno chiamare palestinesi: dopotutto sono un popolo di sfollati, o no? Ebbene mi urta per diversi motivi, ma quello più importante è che sminuiscono e banalizzano l’esperienza della mia stessa gente. La mia gente è stata uccisa a milioni, è stata violentemente costretta ad adottare la religione, le tradizioni e la lingua della cultura dominante, e a questo scopo è stata forzata nelle “scuole residenziali”, dove l’hanno fatta sentire inferiore anche solo per aver osato pensare di preservare la nostra cultura. I palestinesi non sono mai stati neanche lontanamente trattati da Israele con tale obbrobrio.
«Costretti ad adottare la religione, le tradizioni e la lingua della cultura dominante»
 
 
 
 
 
Gli arabi che si definiscono palestinesi non furono mai costretti ad adottare ad adottare un’altra lingua, né a convertirsi a una religione che non era la loro. Non esistono “scuole residenziali” che li obbligano a usare una lingua straniera e a praticare una religione aliena o tradizioni estranee. Per almeno tre volte venne offerta loro la possibilità di crearsi un proprio stato e ogni volta l’hanno rifiutata. È palesemente offensivo paragonare la loro esperienza alla storia del mio popolo, specialmente i Metis che per due volte si sono ribellati e per tre volte sono stati espulsi dalle loro terre.
Gli arabi che si definiscono palestinesi hanno ricevuto sempre soldi e armi, ultimamente dall’Iran e da altri sostenitori del terrorismo. Sono stati incoraggiati a uccidere civili indiscriminatamente chiamando questa pratica “resistenza”, ma la verità è che sono pedine che combattono una guerra contro Israele per conto del mondo arabo. Non sono combattenti per la libertà giacché combattono contro l’unico paese veramente libero di tutta la regione. Non mi credete? Provare a costruire una chiesa o una sinagoga nei territori dell’Autorità Palestinese.
E poi devo essermi perso il genocidio che hanno subito, se non altro perché mi è stato sempre insegnato che l’esito di un genocidio è la morte di tantissime persone, e che il drammatico calo di una popolazione (percepibile demograficamente anche dopo generazioni) è il segno più evidente e caratteristico del tentativo di sterminare un popolo. Certamente non un’esplosione demografica come quella che ha visto il passaggio da 750.000 profughi a una popolazione di più di 6 milioni di persone nella quale i discendenti di quelli originariamente sfollati continuano a definirsi, senza ombra di ironia, “profughi” e “vittime di un genocidio”.
L’indiano d’America all’israeliano: “Francamente terra in cambio di pace, per noi, non ha funzionato molto bene”
L’indiano d’America all’israeliano: “Francamente, per noi, terra in cambio di pace non ha funzionato molto bene”
Forse la mia percezione è limitata dal fatto che posso misurare questa vicenda sullo sfondo degli altri genocidi perpetrati dall’uomo nel corso della storia conosciuta, e quando lo faccio la classica narrazione palestinese non regge.
Il Canada, il paese in cui vivo e che pure gode di una grande reputazione, ha regole separate per i popoli autoctoni, i quali non hanno una loro vera rappresentanza nel sistema di governo e in parlamento, a differenza di Israele dove arabi ed ebrei siedono alla Knesset e sono presenti nel governo e nel sistema giudiziario. Quindi, di nuovo: perché dovrei permettere che le esperienze del mio popolo vengano usate per demonizzazione il primo stato moderno creato dalla popolazione nativa e governato dalla popolazione nativa nella sua patria ancestrale?
Non è lecito impossessarsi della storia di qualcun altro e minimizzare e banalizzare le sue sofferenze, mentre questo è esattamente ciò che fanno gli arabi che si paragonano a noi. Quando parlo con gli ebrei delle nostre esperienze sento empatia, e non paternalismo, per le esperienze che condividiamo. Noi non vogliamo e non accettiamo questa “solidarietà palestinese” il cui prezzo è il tradimento di un’altra nazione autoctona.
(Da: Times of Israel, 24.3.14)

lunedì 14 aprile 2014

Kansas City (USA): attentato antisemita in centri ebraici provoca 3 morti

Gridando «Heil Hitler!», domenica pomeriggio (notte ora italiana) un uomo ha aperto il fuoco in due centri ebraici in Kansas, uccidendo tre persone e ferendone gravemente una quarta. Prima ha iniziato a sparare nel parcheggio Jewish Community Center di Overland Park, e poi ha continuato nel Village Shalom, una casa di riposo per anziani a meno di due kilometri di distanza. Alla fine, il bilancio è di tre morti, tra cui una anziana donna e un teenager. Un ragazzo di 14 anni è stato inoltre ricoverato in ospedale in condizioni critiche.
Secondo quanto hanno riferito fonti di polizia alla Cnn, l’uomo che nella tarda mattinata (locale) ha aperto il fuoco, di cui non è stata rivelata l’identità, sarebbe un neonazista di circa 70 anni di età, che è stato arrestato poco dopo la sparatoria, nei pressi di una vicina scuola elementare. Apparentemente avrebbe usato un fucile e una pistola. Alcuni testimoni hanno riferito alla stampa sul posto che mentre veniva portato via in manette avrebbe fatto affermazioni chi chiaro stampo antisemita, mentre continuava a sorridere. Altri testimoni hanno inoltre raccontato che prima di sparare ha chiesto a molte delle persone che erano presenti nei due centri se fossero ebrei, e poi ha iniziato a gridare «Heil Hitler!».
Al momento della sparatoria nel Jewish Community Center, dove sono rimaste uccide due delle tre vittime, erano in corso delle audizioni per una gara canora e di danza per ragazzi. C’erano centinaia di studenti di liceo di tutta la zona, ha scritto il Kansas City Star. L’inviata sul posto di una tv locale ha invece raccontato che cui quando l’uomo ha iniziato a sparare alcuni ragazzi sono stati portati al riparo in una stanza ed è stato detto loro di sdraiarsi in terra. Altri si sono nascosti un po’ ovunque, anche negli armadietti. La sparatoria, avviene peraltro alla vigilia della festività del Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda l’Esodo e la liberazione del popolo israelita dall’Egitto.

martedì 8 aprile 2014

Continuano calunnie e indottrinamento per l’eliminazione di Israele


Tv ufficiale dell’Autorità Palestinese: “La Palestina è come un numero indivisibile”
Anche durante i negoziati di pace con Israele, l’Autorità Palestinese non ha mai cessato di pubblicare e diffondere mappe che escludono l’esistenza di Israele, presentando tutto il paese come “indivisibile terra palestinese”. La tv ufficiale dell’Autorità Palestinese ha trasmesso lo scorso febbraio un cartone animato in cui si vede un insegnante di matematica che indica una mappa della “Palestina” come esempio di “un numero che è indivisibile”. La mappa comprende anche tutto il territorio dello stato di Israele che in questo modo risulta cancellato dalla carta geografica. Il testo sulla lavagna, sotto alla mappa, dice: “Palestina: un numero che è indivisibile” (Tv ufficiale dell’Autorità Palestinese, 21.2.14).
Fatah su Facebook: “Prima di insegnare ai nostri figli a leggere e a scrivere, insegnano loro che la Palestina è indivisibile”
Anche Fatah, il movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), continua a promuovere il concetto e la rappresentazione dell’eliminazione di Israele. L’amministratore della pagina di Fatah su Facebook ha recentemente dichiarato che i palestinesi, prima di insegnare ai loro figli “a leggere e a scrivere”, insegnano loro che la “Palestina” è indivisibile. “Noi li educhiamo tutte le mattine con l’inno nazionale – ha scritto – e loro imparano a memoria l’inno ‘del ritorno’ e apprendono le basi della rivoluzione prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Così accetteranno soltanto un’unica sovranità, che non può essere sommata, né sottratta né calcolata, ovvero: apprendono che la Palestina non può essere divisa” (pagina principale di Fatah su Facebook, 5.3.14). Il testo era accompagnato dalla foto di un insegnante palestinese che indica agli allievi una mappa della “Palestina” disegnata sulla lavagna che prende completamente il posto di Israele, e un testo esplicativo che dice: “Acri, Haifa, Jaffa, Ramle, Safed, Beit Shean [città israeliane] erano e resteranno città palestinesi”.
Fatah su Facebook: Israele è cancellato dalla carta geografica
Tutta la pubblicistica di Fatah utilizza mappe che presentano un mondo in cui Israele non esiste. Questo non è che un esempio recente tratto dalla pagina Facebook di Fatah. Il manifesto mostra una mappa, che comprende anche il territorio di Israele, completamente coperta con il tradizionale disegno della kefiah palestinese, sovrastata dalla bandiera che indica la sovranità politica palestinese, e affiancata dalla Cupola della Roccia di Gerusalemme, simbolo religioso islamico (pagina principale di Fatah su Facebook, 1.3.14). (Da: PMW Bulletin, 20.3.14)

PA: Israeli lab turned marijuana into heroin for Palestinian use





Per chi non lo sapesse: la maijuana si può trasformare in eroina!!!! Ennesima scoperta di quei geni israeliani che però sono troppo modesti e si tenevano questa scoperta tutta per loro. Mi viene da pensare che più che modesti sono egoisti e non vogliono condividere le loro scoperte con il mondo da bravi "sionisti" quali sono!

Ma per fortuna del mondo "libero" i palestinesi hanno portato alla ribalta la notizia.


venerdì 4 aprile 2014

Palestinesi ad Auschwitz: gruppo fortemente criticato

Gerusalemme, 2 Aprile 2014 – Dopo una visita ad Auschwitz-Birkenau, un noto professore palestinese e il gruppo dei suoi trenta studenti sono al centro di un’aspra polemica. Gli studenti palestinesi avrebbero dovuto rendersi conto della sofferenza degli ebrei durante il periodo nazista e imparare qualcosa di più sull’Olocausto. Ma questo adesso li espone a feroci ostilità.
Il professor Mohammed Dajani dell’Università Al-Quds in Gerusalemme è stato più volte criticato dai suoi connazionali per i suoi sforzi di normalizzare il rapporto tra arabi ed ebrei, ma adesso il viaggio di studio ad Auschwitz ha fatto traboccare il vaso. Il giornalista arabo-israeliano Khaled Abu Toameh dell’Istituto Gatestone riferisce che questo viaggio ha sollevato aspre polemiche nei media palestinesi. Nei territori palestinesi aumentano sempre più le voci che condannano Dajani e quelli che lo hanno accompagnato nel suo viaggio. Ci sono addirittura richieste di punire il professore e i suoi studenti. Altri media parlano di tradimento e collaborazione con il nemico.
L’Università Al -Quds si è affrettata a prendere le distanze dal professor Dajani in un comunicato ufficiale, in cui si dice che il professore non era autorizzato a effettuare un simile viaggio di studio.
L’Autorità Nazionale Palestinese  da parte sua ha fatto di tutto per gettare sabbia sulla questione: non ha detto assolutamente nulla. Evidentemente l’ANP non voleva sollevare un’altra polemica internazionale facendo vedere che assume una posizione ostile alla Shoah.
Il totale fallimento di questa iniziativa comunque fa capire che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avuto pieno successo nel suo sforzo decennale di educare una nuova generazione di palestinesi che considerano gli ebrei come nemici e diventano subito sospettosi se qualcuno prova a metterli in buona luce.
(Fonte: Israel Heute, 2 aprile 2014 – traduzione effettuata da loro)