Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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sabato 31 maggio 2014

L'impianto di desalinizzazione di Sorek

Lo Stato di Israele sorge in una delle aree più aride del pianeta. La breve stagione invernale, l'unica ricca di pioggia, permette di sopravvivere solo se si mettono in atto pratiche di conservazione dell'acqua estremamente rigorose. Ma oggi, pur dopo uno degli inverni meno piovosi di sempre, la
situazione non è critica. Lo si deve soprattutto all'integrazione di diverse politiche di risparmio: il riciclaggio delle acque reflue per l'agricoltura, la custodia delle esigue sorgenti naturali e soprattutto la desalinizzazione, che ha compiuto passi fa gigante nell'ultimo decennio.

I DATI - Secondo l'ufficio meteorologico nazionale di Tel Aviv, nell'inverno 2013-2014 le piogge si sono attestate sul 50-60% della media.Eppure, come sostiene Avraham Tenne, responsabile dell'Autorità israeliana per la desalinizzazione dell'acqua, il paese mediorientale "ha tutta l'acqua che gli serve".
GLI IMPIANTI - Fin dal 2005 Israele ha accelerato le politiche volte a fornire acqua potabile dalla desalinizzazione di quella marina. Oggi circa il 35% di tutta l'acqua da bere proviene da lì. E si prevede di arrivare almeno al 40% l'anno prossimo, con l'obiettivo del 70% entro il 2050. Il più recente impianto di desalinizzazione, inaugurato nel 2013, è quello di Sorek, il più grande del mondo. Da qui proviene il 20% di tutta l'acqua pubblica israeliana. Sorto a circa 15 Km a Sud di Tel Aviv, succhia l'acqua marina attraverso due condotti del diametro di 2,5 metri ciascuno, che affondano le proprie bocche nel Mediterraneo. L'acqua viene poi filtrata e processata con processi osmotici e il sale derivato viene immesso nuovamente nel mare. Da questo impianto, costituito da una coppia di strutture gemelle, indipendenti l'una dall'altra, escono 624 mila metri cubi di acqua potabile ogni giorno, pari a 150 milioni di metri cubi d'acqua annui (150 miliardi di litri l'anno). Se con la desalinizzazione la sete sembra scongiurata, non si può comunque ignorare che gli impianti di questo tipo sono tra le strutture più energivore mai inventate dall'uomo.
Oggi Israele consuma il 10% dell'energia per alimentare il settore.

RISVOLTI POLITICI - Aver raggiunto l'indipendenza idrica costituisce per Israele una grande chance diplomatica. Le dispute sulla gestione delle sorgenti del Golan, conteso con gli stati vicini, potranno essere lasciate alle spalle. E la tecnologia messa a punto da Tel Aviv potrà dare slancio a simili iniziative industriali capaci di alleviare la sete dell'intero Medio Oriente. Sempre che l'acqua serva a innaffiare fiori di pace.

Arrestato un operativo di Hamas

I servizi di sicurezza israeliani hanno comunicato giovedì che Mahmoud Toama, un importante operativo di Hamas arrestato il mese scorso presso il Ponte Allenby (valico di frontiera con la Giordania), ha rivelato che Hamas utilizza il Movimento Islamico israeliano per promuovere le proprie attività a Gerusalemme. Toama, che è membro del Consiglio Generale della Shura di Hamas presieduto dal “primo ministro” di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh (l’organo responsabile per tutte le decisioni dell’organizzazione, comprese quelle militari), ha rivelato che Hamas usa il Movimento Islamico per trasferire a Gerusalemme il denaro con cui pagare i giovani arabi che presidiano il Monte del Tempio fingendosi studenti religiosi al fine di bloccare qualunque pellegrinaggio ebraico. Negli ultimi mesi al Monte del Tempio si è registrato un aumento delle attività violente che in alcuni casi hanno costretto la polizia a chiudere l’accesso ai visitatori ebrei. Secondo Toama, il capo del ramo settentrionale del Movimento Islamico israeliano Raed Salah è in contatto segreto con la dirigenza di Hamas e con i Fratelli Musulmani, a loro volta presenti nel Consiglio Generale della Shura di Hamas. Toama ha anche detto che Turchia e Qatar forniscono a Hamas sostegno politico e finanziario, dopo che è cessato l’afflusso di fondi dall’Iran, e che Hamas ha deciso di entrare in un governo di unità nazionale con Fatah per necessità, ma che la mossa non indica un cambiamento nelle posizioni dell’organizzazione.

Distrutta la sinagoga di Elia

Pochi giorni fa, l'esercito siriano ha completamente distrutto la sinagoga di Elia Hanabi di Jobar nei pressi di Damasco.
La sinagoga, un tempo luogo di pellegrinaggio ebraico, era un tesoro del patrimonio culutrale siriano.
Si pensa che venne costruita sopra la caverna utilizzata da Elia per nascondersi ai suoi persecutori.
Dopo la fondazione di Israele la sinagoga era stata utilizzata come scuola per i rifugiati palestinesi.

Lo scambio fra Netanyahu e papa Francesco sulla lingua parlata da Gesù.

Lo scambio fra Netanyahu e papa Francesco sulla lingua parlata da Gesù.

Incontrando papa Francesco, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha voluto ricordare l’ebraicità di Gesù dicendo: “Gesù era qui, in questa terra, e parlava ebraico”. “L’aramaico”, ha osservato il Papa. E Netanyahu ha prontamente precisato: “Parlava aramaico, ma conosceva l’ebraico”.
“Hanno ragione entrambi – spiega il professor Gilad Zuckerman, esperto di linguistica – La madre lingua di Gesù era l’aramaico, ma conosceva bene l’ebraico perché conosceva i testi religiosi scritti in quella lingua”. Secondo Zuckerman, ai tempi di Gesù le classi popolari parlavano ebraico “ed erano quelle le persone a cui Gesù voleva rivolgersi”.
Una cosa è comunque certa, per la Chiesa Cattolica: “Gesù è ebreo e lo è per sempre”, come si legge nel Sussidio per una corretta interpretazione dell’ebraismo del 1986, firmato dal card. Giovanni Willebrands, da mons. Pierre Duprey e da mons. Jorge Mettia.
(Da: jerusalemonline, israele,net, 26-27.5.14)

Il papa alla tomba di Herzl chiude un cerchio storico e attesta il successo del sionismo

Sono passati 110 anni da quando Pio X disse: “Gerusalemme non deve cadere nelle mani degli ebrei”

 
 
 
Di Uri Heitner

Il 23 gennaio 1904, sei mesi prima di morire, un esausto Theodor Herzl incontrò papa Pio X. Il fondatore e leader del moderno sionismo politico, in grado di parlare molte lingue, voleva capire se il Papa avrebbe sostenuto il movimento sionista e cercò di persuaderlo parlando in italiano. Ma la risposta del Papa fu inequivocabile: era del tutto contrario all’idea che venisse fondata una “casa ebraica” in Terra d’Israele e si opponeva in linea di principio all’idea stessa di riconoscere il popolo ebraico. “Gli ebrei – disse – non hanno riconosciuto il nostro Signore e dunque non possiamo riconoscere il popolo ebraico”. Nonostante questa posizione, Pio X non era contrario al fatto che degli ebrei immigrassero in Terra d’Israele. “Noi preghiamo per loro – disse – affinché le loro menti siano illuminate. E così, se verrete in Palestina a insediarvi la vostra gente, vi saranno chiese e preti pronti a battezzare tutti voi”. Pio X sottolineò in particolare che Gerusalemme “non deve cadere nelle mani degli ebrei”, e concluse: “Gli ebrei, che avrebbero dovuto essere i primi a riconoscere Gesù Cristo, fino ad oggi non lo hanno fatto”.
«Herzl ottenne finalmente l’udienza di papa Pio X grazie a un pittore, il conte De Lippay, incontrato per caso a Venezia. Il 22 gennaio 1904 Herzl fu ricevuto dal Segretario di Stato vaticano, Merry del Val. Questi disse che la Chiesa era disposta a dare protezione agli ebrei poiché essi erano necessari alla Chiesa come testimoni della punizione divina. Ma la Chiesa non accettava che gli ebrei governassero di nuovo la Palestina. Tre giorni dopo Herzl fu ricevuto in udienza da papa Pio X. Questi fu almeno franco e disse : “Non possiamo favorire gli ebrei nel possesso dei Luoghi Santi. O gli ebrei rimarranno attaccati alla loro antica fede e allora essi negano la divinità di Gesù e noi non possiamo aiutarli, oppure andranno lì senza nessuna religione, e allora meno che mai possiamo avere a che fare con loro. La fede ebraica è stata il fondamento della nostra, ma è stata sostituita dall’insegnamento di Cristo”.» (Da: Sergio Minerbi, Il Vaticano, la Terra Santa e il Sionismo, 1988).
Circa 110 anni dopo, papa Francesco ha compiuto una visita ufficiale in Israele, lo stato nazionale del popolo ebraico, e nella sua capitale Gerusalemme. Tutti gli emblemi della sovranità sono stati bene in mostra, durante questa visita. Il Papa ha incontrato il presidente Shimon Peres, il primo ministro Benjamin Netanyahu, e i due Gran Rabbini d’Israele. Ha visitato la Sala della Memoria a Yad Vashem e il Muro Occidentale (o Muro del Pianto). Ma a mio avviso, ciò che ha veramente coronato la sua visita è stata la sosta alla tomba di Theodor Herzl, sul Monte Herzl a Gerusalemme, perché con quella sosta si è chiuso un cerchio storico. Quella sosta ha un significato unico e generale: il sionismo ha trionfato.
Lunedi scorso papa Bergoglio è stato il primo Papa nella storia ad aver deposto una corona di fiori bianchi e gialli (i colori della bandiera del Vaticano) sulla tomba di Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, sul Monte Herzl di Gerusalemme
Lunedi scorso papa Bergoglio è stato il primo Papa nella storia a deporre una corona di fiori bianchi e gialli (i colori della bandiera del Vaticano) sulla tomba di Theodor Herzl, a Gerusalemme
Il riavvicinamento tra la Santa Sede e lo Stato di Israele è stato lungo e laborioso. La visita di papa Paolo VI in Israele nel 1964, che durò appena 11 ore, rappresentò una pietra miliare che fece ben sperare per le relazioni bilaterali giacché apriva a un riconoscimento de facto dello stato ebraico. Ma il Papa si rifiutò di incontrare i leader israeliani a Gerusalemme, perché ciò sarebbe stato interpretato come un riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele. Il presidente israeliano Zalman Shazar e il primo ministro Levi Eshkol misero da parte l’orgoglio e accettarono di incontrarlo a Megiddo. Solo 30 anni più tardi Israele e la Santa Sede avrebbero annunciato l’apertura ufficiale di relazioni diplomatiche. Ci sono poi voluti altri sei anni perché un Papa si recasse in Israele in visita ufficiale.
Israele viene spesso raffigurato come uno stato paria, un’entità trasformata in una sorta di reietto mondiale dal suo controllo su un territorio conteso. Ma questa non è affatto la reale posizione d’Israele sulla scena mondiale. Nel 1964, tre anni prima che Israele si trovasse costretto a combattere la guerra dei sei giorni, quando Gerusalemme era ancora divisa con la parte est sotto occupazione giordana insieme ai territori di Giudea e Samaria (Cisgiordania), la posizione di Israele era assai peggiore di quello che è oggi. La visita di papa Paolo VI e il modo in cui si comportò durante quel pellegrinaggio ne sono una conferma.
La visita di papa Francesco al Monte Herzl è stata un omaggio al visionario che preconizzò la creazione dello stato ebraico. Il predecessore di papa Francesco si era rifiutato di fare questo gesto. Dunque Herzl ha vinto, la sua visione si sta realizzando. E’ vero che Israele, a quasi sette decenni dalla sua fondazione, deve ancora fare i conti con una pesante campagna di delegittimazione (una campagna abbracciata anche da alcuni all’interno di Israele). Ma la sua posizione complessiva sulla scena mondiale è in ascesa. Non per niente i leader mondiali continuano a venire in Israele (sembra quasi che ci sia un incessante ponte aereo), e qui fanno tappa i più grandi interpreti e artisti. Di più. Israele gode anche di un grande impulso nei suoi rapporti economici con tutto il mondo.
Questo è il successo del sionismo. Ed è questo che ha testimoniato la sosta del Papa al Monte Herzl.
(Da: Israel HaYom, 27.5.14)

domenica 25 maggio 2014

Parigi (Francia): aggressione antisemita contro ebrei all'uscita della sinagoga

Parigi, 24 Maggio 2014 – Due uomini “di religione ebraica” sono stati aggrediti ieri sera all’uscita della sinagoga di Creteil, nella banlieue di Parigi. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve.
Il ministro ha condannato “con grandissima severità” l’aggressione. Cazeneuve ha dato fin da ieri sera “istruzione a tutti i prefetti di rafforzare immediatamente la sicurezza degli edifici collegati al culto ebraico o alla cultura ebraica”, dopo la sparatoria (purtroppo l’Ansa proprio non riesce a scrivere “attentato antisemita”…continua a chiamarla sparatoria, come se ci fosse stato uno scambio di colpi, cosa che ovviamente ieri a Bruxelles non è avvenuta) che ha provocato almeno tre morti e un ferito grave al Museo israelitico di Bruxelles.

Bruxelles (Belgio): attentato antisemita al museo ebraico. 3 morti e 1 ferito grave

Bruxelles (Belgio), 24 Maggio 2014 – È di almeno tre morti e un ferito grave il bilancio di un attentato antisemita oggi al museo ebraico di Bruxelles, nell’elegante quartiere centrale del Sablon, quello degli antiquari (con un famoso mercatino nel fine settimana), delle gallerie d’arte e dei bar alla moda. Sulla matrice antisemita dell’attacco, alla vigilia delle elezioni europee e politiche in Belgio, i dubbi sono davvero pochi, dato che almeno due delle vittime – una giovane donna con in mano un depliant del museo, fotografata in un bagno di sangue, e un uomo di mezza età – sono stati uccisi all’interno del museo.
Uno dei primi a giungere sul luogo del dramma è stato il ministro degli esteri Didier Reynders, che si trovava a pochi metri dalla rue des Minimes, e ha immediatamente twittato: “Scioccato per gli omicidi commessi al museo ebraico, penso alle vittime che ho visto sul posto e alle loro famiglie”, ha scritto. Pochi minuti dopo, sempre su twitter il premier Elio di Rupo, si è detto “molto scioccato dagli eventi di Bruxelles”. La prima a sposare la tesi dell’attentato antisemita è stata il ministro dell’interno Joelle Milquet, un’ipotesi poi confermata dal sindaco della capitale, Yvan Mayeur, secondo cui “è probabilmente un atto terroristico”, mentre “la polizia è su una pista che ci sembra seria”.
Immediata la condanna del premier Matteo Renzi: “è inaccettabile che una simile barbarie avvenga nel cuore dell’Europa in un momento così delicato per il nostro progetto comune“. Per il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, “L’antisemitismo è un male che deve essere estirpato dall’Europa. Sono vicino alle comunità ebraiche di Bruxelles e Roma“.
Secondo i principali quotidiani belgi online, da Le Soir alla Libre, passando per La Dernière Heure, la polizia ha arrestato un sospetto non molto dopo l’attentato, verificatosi intorno alle 15:50 (locali ed italiane). Non è chiaro però se si tratta di uno degli attentatori. Secondo le prime ricostruzioni, ancora confuse ed incomplete, a sparare sarebbero state una o due persone, giunte a bordo di un’Audi nei pressi del museo ebraico in rue des Minimes. Dopo aver parcheggiato in seconda fila, il passeggero ed il conducente sarebbero usciti dalla macchina e almeno uno dei due avrebbe aperto il fuoco prima di rimontare rapidamente sulla vettura e darsi alla fuga.
Il presidente del concistoro ebraico belga, Julien Klener, ha riferito che “non si sono state minacce recenti al museo ebraico”. La pensano diversamente altri esponenti della comunità ebraica belga. “C’è stata una liberalizzazione del verbo antisemita. Questo è l’inevitabile risultato di un clima che distilla l’odio”, ha dichiarato a Le Soir il presidente della Lega belga contro l’antisemitismo (Lbca), Joel Rubinfeld, aggiungendo che la sparatoria di oggi “purtroppo doveva succedere”. “È un atto terroristico ha aggiunto – l’assassino è deliberatamente entrato in un museo ebraico”.
Sulla stessa linea il Congresso ebraico mondiale, l’organizzazione con base a New York che rappresenta le comunità ebraiche di 100 Paesi. Parlando di shock ed orrore, ha definito l’attacco “un atto di terrore atroce chiaramente mirato a colpire membri della comunità ebraica”. “Due anni dopo Tolosa (con l’attacco ad una scuola ebraica da parte di Mohammed Merah, ndr.) e alla vigilia delle elezioni europee – ha aggiunto il presidente Ronald Lauder – questo spregevole attacco rappresenta un altro terribile monito del tipo di minacce che gli ebrei in Europa si trovano ancora ad affrontare”.

Non è la prima volta che Bruxelles è vittima di un attentato antisemita. Il 18 settembre 1982, poco dopo l’attacco parigino di Rue des Rosiers (6 morti e 20 feriti), e tre settimane prima di quello che costò la vita al piccolo Stefano Gaj Tachè alla sinagoga di Roma, il tempio brussellese di Rue de la Regence, non lontano dalla rue des Minimes, fu teatro di una sparatoria. Un uomo armato di mitraglietta aprì il fuoco proprio quando i fedeli uscivano dal tempio: ci furono quattro feriti di cui due gravi.

(Fonte: Ansa, 24 Maggio 2014)

sabato 24 maggio 2014

Il trionfo del Maccabi Tel Aviv in Eurolega scatena l’antisemitismo


Madrid, 20 Maggio 2014 – Oltre 17.500 tweets contenenti messaggi antisemiti: è il risultato della rabbia spagnola dopo la sconfitta del Real Madrid contro il Maccabi Tel Aviv nella finale dell’Eurolega di basket, in cui la squadra israeliana ha trionfato con un punteggio di 98 a 86.
Immediata la reazione delle organizzazioni ebraiche del paese. “Vedendo come reazioni alla vittoria del Maccabi frasi come ‘ebrei ai forni’ o ‘ebrei nelle docce’, abbiamo deciso di denunciare l’accaduto – ha dichiarato Rubén Noboa, dell’organizzazione catalana Israel, a cui si sono associate altri 11 enti.
Fra i 17.500 messaggi consegnati dalle organizzazioni alla giustizia, ve ne sono alcuni di “incitamento all’odio e alla discriminazione”: un crimine, questo, passibile di una pena fra 1 e 3 anni di reclusione.
Secondo la recente ricerca globale dell’Anti Defamation League sull’antisemitismo nel mondo, la Spagna è in Europa al terzo posto per pregiudizi antisemiti, dopo Grecia e Francia.

Sorpresa, il Papa in Israele troverà più cristiani

Il Giornale, 23 maggio 2014

Gerusalemme. C'è almeno uno, nel mondo, per cui una visita del Papa in Medio Oriente è affar semplice mentre tutte le diplomazie si affannano e talora si disperano: è il rabbino argentino Abraham Skorka che di Jorge Bergoglio è amico da vent'anni, e che ieri ci ha spiegato in un nocciolo la visita papale. "Scrivendo un libro insieme e dialogando fra noi in tv per 31 ore, niente era più chiaro del suo orrore per l'antisemitismo, dell'unione spirituale fra ebraismo e cristianesimo, e il desiderio di percorrere insieme le vie di Israele. E' un sogno che si realizza. Portare un'utile parola di pace: questo vuole il Papa. Naturalmente il suo primo obiettivo non possono essere che i luoghi santi. Ma sarà la prima volta che un Papa, in Terra d'Israele, visita la tomba di Theodoro Herzl, il padre fondatore del sionismo. E' un gesto molto importante: il Papa vede nel sionismo la crescita spirituale del popolo ebraico". Certo è un gesto di grande peso teologico quando tanti mettono in discussione il diritto del popolo ebraico alla Terra d'Israele, quasi equivalente a quello che Giovanni Paolo compiette riconoscendo lo Stato d'Israele stesso.

Ma molte altre sfide attendono il Papa in questo viaggio, che comincia sabato con Amman, capitale della Giordania, dove il re incontrerà re Abdullah e la regina Rania, dirà messa allo stadio e visiterà il fonte battesimaledi Betania sul Giordano. La domenica sarà a Betlemme, dove dirà messa di fronte alla Chiesa della Natività. Nel pomeriggio, Israele: inizierà la visita con incontri ecumenici per poi dedicarsi il giorno dopo al Gran Mufti Muhammad Ahmad Hussein, personaggio molto aggressivo che auspica nei suoi discorsi la distruzione di Israele.

Poi il Monte Herzl e Yad Va Shem. Il giorno dopo, incontri politici (con Shimon Peres e Netan yahu) e ecumenici nei luoghi santi. Il Papa parte in un momento molto difficile per i cristiani nel mondo islamico: secondo la watch list del 2013 si varia dai cento ai duecento milioni di perseguitati, 105mila cristiani l'anno vengono assassinati per la loro fede. E il Medio Oriente è uno degli epicentri di questa insopportabile persecuzione, che crea anche grandi movimenti di profughi e modifiche demografiche. Se il Papa dirà una parola decisa su questo problema, certo questo è il luogo e il tempo appropriato, e il suo amico Skorka pensa che lo farà, sia pure con delicatezza.

Paradossalmente, l'unica tappa in cui il Papa potrà sorridere liberamente è Israele. E' infatti l'unico Paese in cui la popolazione cristiana è cresciuta e non subisce persecuzioni di sorta: nel 2012 i cristiani erano 158mila, nel 2013 161mila, l'80 per cento si definisce comunemente (anche se ormai molti vogliono essere chiamati cristiani israeliani) arabi cristiani, e il 20 per cento russi. Nel 1948, anno dell'Indipendenza , c'erano solo 34mila cristiani in Israele. Secondo il Pew Center Israele è l'unica parte del Mediorente dove c'è una crescita: dei 2,2 miliardi di cristiani nel mondo, solo lo 0,6 per cento vive qui, il 4 per cento del totale degli abitanti, mentre un secolo fa era il 20.

Il Papa ha molto lavoro da queste parti: ciò che i cristiani subiscono in Siria, o in Arabia Saudita certo non devono patire in Giordania o nell'Autorità Palestinese. Ma quando Francesco parlerà a Betlemme non potrà ignorare che erano il 90 per cento agli inizi del '900 ed il 40 per cento nel 2000: oggi sono il 18 per cento, e il 28 con comuni di Beth Sahur e Beit Jala. Il futuro dei cristiani nel mondo palestinese può soffrire dell'alleanza di Abu Mazen con Hamas, che tormenta i cristiani di Gaza.
 
Quanto alla Giordania, che ha il sei per cento di cristiani su sei milioni e mezzo di abitanti, ogni scossa alla monarchia è un rischio. Un viaggio come il Papa desidera, porta prima di tutto il segno della salvezza di cristiani in Medio Oriente e anche quello della quieta accettazione dell'esistenza di Israele. Un passo avanti su questi due temi, è una parola di pace.

giovedì 22 maggio 2014

Se i palestinesi capissero cosa accadde davvero quel fatidico 15 maggio

Abdulateef Al-Mulhim, editorialista saudita, autore di questo articolo
Abdulateef Al-Mulhim, editorialista saudita, autore di questo articolo

Qualche settimana fa molte persone nel mondo arabo hanno sentito parlare di Joshua Teitelbaum, un israeliano che è senior fellow presso il Dayan Center for Middle Eastern Studies nonché visiting professor presso il Center on Democracy and the Rule of Law di Stanford. Per ironia della sorte, sono gli arabi che lo hanno reso famoso. Teitelbaum infatti ha scritto un libro sul Medio Oriente che inizialmente molti si sono rifiutati di tradurre in arabo a causa della nazionalità dell’autore. Alla fine, comunque, pare che il libro si stato tradotto. Ma la domanda che resta è: gli arabi conoscono davvero Israele? Molto probabilmente la risposta è no. E la ragione è che noi non leggiamo la loro letteratura, mentre la maggior parte degli studiosi e dei politici israeliani leggono ciò che viene scritto nel mondo arabo. Gli arabi non sono famosi come forti lettori, figuriamoci come lettori o traduttori di letteratura israeliana. È almeno dal 1948 che viene considerato sconveniente leggere o tradurre un libro scritto da un autore israeliano, che potrebbe però aiutarci a capire Israele. Per inciso, è interessante notare come invece, in caso di malattia, venga considerato perfettamente appropriato curarsi con una terapia scoperta da uno scienziato israeliano.
Allora, che cosa è accaduto quel famoso 14 maggio 1948? Fu il giorno in cui lo Stato di Israele comparve sulla mappa del mondo. Ma conosciamo il resto della storia? No. Noi non conosciamo tutta la storia perché siamo soliti fare i conti con gli eventi attraverso le lenti delle passioni. Il giorno dopo che era scaduto il Mandato delle Nazioni Unite (15 maggio) scoppiò un lungo e sanguinoso conflitto, e quando le acque si furono calmate gli arabi lo chiamarono Nakba, “catastrofe”. Fu una sconfitta, ma gli arabi preferirono chiamarla catastrofe. Molti palestinesi vennero sfollati dalla loro patria e venne loro promesso che sarebbero tornati presto alle loro case. Benché siano passati più di sei decenni, quella promessa deve ancora concretizzarsi. Intanto le migliaia di palestinesi fuggiti dalle loro case si sono trasformate in milioni.
«E se invece quei palestinesi avessero accettato la decisione Onu e deciso di vivere a fianco degli israeliani?». Nella foto: il convoglio sanitario ebraico attaccato il 13 aprile 1948 sulla strada per il Monte Scopus, a Gerusalemme (78 morti fra medici, infermieri, studenti e pazienti)
«E se invece quei palestinesi avessero accettato la decisione Onu e deciso di vivere a fianco degli israeliani?». Nella foto: il convoglio sanitario ebraico attaccato il 13 aprile 1948 sulla strada per il Monte Scopus, a Gerusalemme (78 morti fra medici, infermieri, studenti e pazienti)

Ora, la domanda è: e se invece quei palestinesi avessero accettato la decisione Onu e deciso di vivere a fianco degli israeliani? Chiedo cortesemente ai lettori di notare che sto solo ponendo una domanda. Dunque, il destino dei palestinesi sarebbe stato lo stesso? Lo chiedo perché oggi veniamo a sapere dei profughi palestinesi a cui non è permesso fuggire dalle atrocità della Siria per cercare rifugio in Libano. Una doppia agonia.
Vi sono molti fatti che non erano chiari ai palestinesi, quel 15 maggio 1948. Molti di loro non dovettero affatto abbandonare le proprie case. È stato detto che fu il mufti (Amin el-Husseini) ad incoraggiarli a fuggire. E il mufti non era una figura molto popolare in Occidente e in Unione Sovietica per via della posizione che aveva assunto coi nazisti. E poi sì, è vero, molti palestinesi vennero attaccati e uccisi, ma quelli erano giorni di caos e da tutte le parti ci si combatteva aspramente. In quei giorni Israele non aveva ancora delle forze armate completamente organizzate, tanto che vollero disarmare l’Irgun e quando questi rifiutò, le forze israeliane attaccarono una delle sue navi. In altre parole, c’era il caos, ma i palestinesi avrebbero potuto agire assai più saggiamente.

«Ai palestinesi continuarono a promettere che sarebbero tornati alle loro case». Tutta la pubblicistica revanscista palestinese ripropone in modo martellante la rappresentazione grafica del rifiuto e della cancellazione di Israele
«Ai palestinesi continuarono a promettere che sarebbero tornati alle loro case». Tutta la pubblicistica revanscista palestinese ripropone in modo martellante la rappresentazione grafica del rifiuto e della cancellazione di Israele

Col passare del tempo ai palestinesi continuarono a promettere che sarebbero tornati alle loro case. Ma dopo 66 anni, e molte guerre, e la perdita di vite umane, il conflitto continua. Dal 15 maggio 1948 fino al 1967 i palestinesi e tutte le nazioni arabe hanno insistito sul concetto: o tutta la terra o niente pace. Nel frattempo i palestinesi venivano usati, maltrattati e imbrogliati dai loro stessi capi. La sofferenza dei palestinesi è diventata una macchina per fare soldi a vantaggio di alcune élite palestinesi. Molti paesi, arabi e non arabi, hanno versato aiuti finanziari, ma il palestinese medio ha ricevuto poco o nulla da quegli aiuti. Molti capi palestinesi che non metterebbero mai piede in un campo profughi nei paesi vicini di Siria e Libano per vedere com’è lì il tenore di vita, volano a migliaia di chilometri di distanza per soggiornare nei migliori hotel delle capitali straniere.
Attualmente i negoziati di pace sono a un punto morto senza che si intraveda la luce alla fine del tunnel. E se la situazione dei profughi palestinesi non si risolve, non ci sarà alcuna soluzione per questo conflitto. Cerchiamo di essere realisti e razionali. Come potrebbero, i palestinesi di Gaza e Cisgiordania, ospitare i milioni di palestinesi dei campi profughi? E se anche si arrivasse a una pace piena e venisse accettata la soluzione a due stati, come potremmo mai trasferire milioni di profughi nelle città e nei villaggi dei loro nonni e bisnonni?
Il conflitto israelo-palestinese si sarebbe potuto risolvere il 15 maggio 1948 accettando la decisione delle Nazioni Unite, oppure assorbendo nel mondo arabo le migliaia di profughi palestinesi. In questo 15 maggio 2014 non siamo semplicemente al punto di partenza, siamo lontani da esso. E infine, dico i palestinesi: non illudetevi, nessuno è mai stato realmente sensibile alle vostre sofferenze. Basta guardare a ciò che alcuni regimi del mondo arabo stanno facendo alla loro propria popolazione: se non si preoccupano minimamente del dolore della loro gente, perché mai dovrebbero avere a cuore il vostro dolore? In passato i palestinesi hanno avuto migliori opportunità di pace, ma non hanno mai voluto leggere i particolari e i moniti tra le righe.

(Da: ArabNews, 14.5.14)

HEBRON: TERRORISTI PALESTINESI LANCIANO BOMBE CONTRO UN PULLMAN DI RAGAZZINE, NON CI SONO FERITI

Hebron (Giudea e Samaria), 15 Maggio 2014 – Poteva finire in tragedia l’attacco terroristico messo a punto martedì contro un pulmino di studentesse a Hebron. Un gruppo di dodicenni stava andando in gita alla Grotta di Machpelà – il sito dove sono seppelliti i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli Sara, Rebecca e Leah – in occasione del Bat Mitzvà (maggiorità ebraica) di una di loro, quando un gruppo di terroristi palestinesi è sbucato fuori e dal ciglio della strada ha iniziato a lanciare bombe incendiarie contro il pulmino.
La mamma della festeggiata, che le accompagnava, ha descritto momenti di terrore quando una dopo l’altra, le bombe sono esplose sui finestrini. Il dramma è stato scongiurato grazie al fatto che la gita era stata precedentemente approvata dal Ministero dell’Istruzione, e quindi le studentesse avevano a disposizione un pullman blindato e un uomo della sicurezza a bordo.

sabato 17 maggio 2014

ISRAELE: TERRORISTI PALESTINESI PIANIFICAVANO RAPIMENTI DAL CARCERE ISRAELIANO, SCOPERTI DALLO SHIN BET

Gerusalemme, 12 Maggio 2014 – Lo Shin Bet, l’Agenzia per la Sicurezza Israeliana, ha reso noto in questi giorni che una cellula terroristica palestinese è stata scoperta a progettare rapimenti di cittadini israeliani.
Si tratta di un gruppo di arabi detenuti in Israele per attentati e sparatorie, con agganci anche in alcune città di Giudea e Samaria (West Bank). L’operazione avrebbe dovuto aver luogo lo scorso aprile, dopo la scarcerazione di alcuni di loro.
I tre terroristi, Abd al-Rahman Uthman, Issam Zin-Eddin e Ibd Alatim Ibd Alhaq avevano iniziato a pianificare gli attacchi da dietro le sbarre già dal 2012 e avevano organizzato quasi tutto, grazie alla collaborazione esterna di Bani Fadil e altri palestinesi. All’interno del carcere avevano reclutato molti altri collaboratori, avevano ottenuto dei finanziamenti dall’organizzazione terroristica Hamas – che governa Gaza – e avevano addirittura rimediato armi e altre forniture per i rapimenti: non restava loro che essere scarcerati. I primi ad essere catturati dalla cellula terroristica sarebbero stati i soldati di guardia presso i posti di controllo di Ariel, Yitzhar e Hawara, in Samaria (o West Bank).
Tutte le comunicazioni avvenivano grazie ai cellulari di contrabbando portati dai famigliari dei terroristi durante le visite in carcere.
Dalla scarcerazione di 1.027 terroristi in cambio del soldato Gilad Shalit, rapito dagli uomini di Hamas nel 2006 e rilasciato nel 2011, le forze di sicurezza hanno sventato decine e decine di rapimenti ai danni dei cittadini israeliani, e il tasso dei tentativi è salito in maniera esponenziale, come se il caso Shalit avesse creato un precedente importante. Alla luce di questa situazione, i deputati della Knesset – il Parlamento israeliano – hanno deciso di portare avanti un disegno di legge che vieti la scarcerazione dei terroristi e permetta alla Giustizia di condannarli all’ergastolo senza condizionale.
Thanks to Progetto Dreyfus

venerdì 16 maggio 2014

Israele, lo stato del popolo ebraico

“Ogni 15 maggio i palestinesi ricordano quello che chiamano il disastro della creazione di Israele, cioè dello stato del popolo ebraico – ha detto mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a proposito delle commemorazioni della Nakba – Insegnano ai loro figli, con una propaganda martellante, che è necessario cancellare lo stato di Israele. Sono molte le risposte che possiamo dare a tutto questo. La prima è continuare a costruire il nostro paese e la nostra capitale unita, Gerusalemme. Un’altra è approvare una legge che affermi chiaramente davanti al mondo intero che Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico”.

mercoledì 14 maggio 2014

DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA DELLO STATO DI ISRAELE

In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma’apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all’indipendenza nazionale.
Nell’anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d’Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.
Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L’Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall’Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l’Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.
Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.
Facciamo appello – nel mezzo dell’attacco che ci viene sferrato contro da mesi – ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell’immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell’antica aspirazione: la redenzione di Israele.
Confidando nella Rocca di Israele, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città’ di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.

giovedì 8 maggio 2014

Pillole da Israele

Addio mammografia! Basta una goccia di sangue ed un kit ideato in Israele per eliminare radiazioni e scomodità, individuando la presenza di cellule tumorali nel seno prima ancora che siano visibili con i metodi tradizionali.
http://www.timesofisrael.com/israeli-lab-develops-blood-test-to-detect-breast-cancer
2. Sei miliardi di dollari. Questo l'investimento in Israele che la Intel (il produttore di processori che equipaggiano e sono il cuore della maggior parte dei computer del pianeta) si appresta a fare per ampliare le sue fabbriche nel paese. Si creeranno così migliaia di posti di lavoro qualificatissimi, sia in azienda che nell'indotto. Lo scopo pare sia quello di produrre una futuristica generazione di processori per le cosiddette "tecnologie indossabili" e per "l'interazione naturale" tra uomo e macchina che sembrano destinate ad invadere le nostre vite.
http://www.timesofisrael.com/intel-said-to-pump-6-billion-into-kiryat-gat-plant
3. Sorpresa!
Israele risulta nell'ultima ricerca dell'OCSE uno dei paesi con la tassazione più bassa rispetto ad Europa o Stati Uniti!
Una coppia con due figli e salari medi paga in Israele il 14%. Una coppia nelle stesse condizioni in Italia arriva al 45%; nella media europea al 31% e negli USA al 26%.
L'articolo completo è qui: http://www.timesofisrael.com/oecd-report-highlights-israel-as-land-of-low-taxes/
4. Made in Israel.
http://www.corriere.it/tecnologia/mobile/14_aprile_08/caricare-smartphone-30-secondi-46562ff2-bf10-11e3-9575-baed47a7b816.shtml
5. È in orbita! Si chiama Ofek 10 l'ultimissimo satellite spia israeliano dotato di radar per operare anche al buio o con le nuvole. Lanciatore e satellite sono israeliani fino all'ultima vite o all'ultimo chip e sono stati lanciati ieri sera da Palmachim a sud di Tel Aviv. Israele è il più piccolo dei 12 paesi nel mondo in grado di costruire e lanciare i propri satelliti anche se deve scontare un grave handicap: non potendo lanciare verso est per evitare gli stati arabi è costretta a lanciare, unica al mondo, verso ovest con gran dispendio di energia. Sembrava un male, ma questo costringe ad eccellere nella miniaturizzazione ed ha importanti ricadute nel mondo tecnologico bianco azzurro. Intanto è stato completato il finanziamento della missione lunare: se tutto andrà bene nel 2015 Israele sarà il quarto paese sulla Luna.
http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=16777

domenica 4 maggio 2014

Yom HaZikaron 2014 - Israeli Rememberence Day by the Kotel [HD] 5774 יום...





Ancora una volta, dopo Yom HaShoa, un interno paese si ferma per ricordare i caduti di tutte le guerre.

Possano rposare in pace.