Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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lunedì 9 giugno 2014

Europa, sveglia!

 
L'Europa deve rendersi conto della minaccia rappresentata dall'antisemitismo. Pensa di essersene accorta ma in realtà lo ha fatto solo parzialmente. Il problema è più grande e più profondo di quanto si pensi. E la posta in gioco non potrebbe essere più alta, non solo per gli ebrei, ma per i valori fondamentali dell’Europa, a cominciare dalla tutela della dignità umana. In quanto filo-europeo, con una moglie e tre figli cittadini dell’Unione Europea, questo tema mi è molto familiare. Vivevamo in Europa nel 2000-2001, quando il genietto antisemita fece capolino dalla lampada in diverse nazioni dell’Europa occidentale. Era chiaro, ed era molto vicino. Durante una manifestazione nel centro di Londra, l’oratore raccontò alla folla l’ultima “barzelletta” sugli ebrei: “Che differenza c’è tra gli ebrei e la pizza? Entrambi vanno ai forni, ma almeno la pizza non fa rumore”. La folla urlò di gioia. E quando mia moglie si lamentò, un signore inglese ben vestito la guardò dritta negli occhi e disse: “Vaffan… agli ebrei!” Nessuno spese una parola di protesta. Poi ci furono degli episodi alla scuola internazionale dei nostri figli, fuori Ginevra. Un giorno, uno studente più grande, figlio di un ambasciatore presso le Nazioni Unite di una nazione del Golfo, mise alle strette nostro figlio minore. Gli disse di aver sentito in giro che eravamo ebrei e sperava che non fosse vero, in quanto non gli piacevano gli ebrei. Nostro figlio era spaventato, ma ammise che, sì, era ebreo, prima di scappare per il campus in cerca della protezione di suo fratello maggiore. Quando ci lamentammo dell’evento, i funzionari della scuola non batterono ciglio. Non gliene importava niente. Forse non volevano correre il rischio di offendere i loro clienti arabi. Poi ci fu il caso della studentessa israeliana. In occasione della Giornata Internazionale, quando i bambini vengono invitati a indossare qualcosa dei loro Paesi di origine, si avvolse in una bandiera israeliana. Un gruppo di studenti le si avvicinò con fare ostile, sfottendola ed umiliandola versandole il contenuto di una lattina in testa. Sfuggì dal gruppo e si precipitò in cerca di un professore. Trovandone uno, cercò il fiato per raccontare ciò che era appena accaduto. Il professore rispose impassibile: noi non ci immischiamo nelle questioni politiche all’interno della scuola. Dovete sbrigarvela da soli. Nel frattempo, mentre Arafat rifiutava la proposta di Clinton e Barak per un accordo a due stati e scatenava la seconda intifada, la necessità di Israele di difendersi diventava il bersaglio degli attacchi di molti tra i media europei. Ho una consistente collezione di ritagli di notizie a senso unico, incluse le vignette scioccanti e i titoli dei giornali spagnoli tradizionali che invertivano l’Olocausto, dando a intendere che gli israeliani erano i nuovi nazisti e i palestinesi erano i nuovi ebrei. Poi è arrivato l’11 settembre, assieme a delle domande allarmate dai nostri amici in Grecia. Alcuni giornali greci si stavano bevendo la balla che si trattasse di un “complotto sionista”, e che migliaia di ebrei erano stati avvertiti in anticipo di non andare al World Trade Center quel fatidico giorno. “Potrebbe per cortesia l’AJC inviarci una lista delle vittime ebree degli attentati terroristici in modo da poter smentire queste macabri dicerie che circolano ad Atene?”. E ricordo vivamente l’incontro nervoso del novembre 2001 con Hubert Védrine, allora Ministro degli esteri francese, durante l’apertura posticipata della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Io espressi la nostra preoccupazione per le crescenti minacce agli ebrei francesi, che osservavo da Ginevra, appena oltre il confine, e che avevo discusso con i vari rappresentanti della Comunità ebraica di Francia in varie occasioni. La sua risposta fu repentina e categorica: “Non c’è nessun problema di antisemitismo in Francia. Il problema è il ‘teppismo’”. E infatti, lui e i suoi colleghi francesi si sarebbero poi attenuti a quella linea, fin quando Nicolas Sarkozy divenne Ministro dell’Interno prima, e successivamente Presidente, e cominciò ad affrontare le cose a testa alta, seguito poi dal team dell’attuale leadership del presidente Francois Hollande e del Primo ministro Manuel Valls. Di tanto in tanto, in Francia ci dicevano in quei primi anni che l’antisemitismo era, in realtà, “violenza inter-comunitaria”. Che gli ebrei fossero immancabilmente quelli che venivano attaccati non sembrava avere importanza per coloro che spacciavano questa formula “imparziale”. Oppure che il pericolo era il risultato, deplorevole ma inevitabile, del conflitto israelo-palestinese, il che significava che il targeting degli ebrei francesi potesse in qualche modo essere contestualizzato e reso ostaggio di un conflitto in un altro continente fin quando il desiderio di pace di Israele restasse incompiuto. Potrei raccontare di centinaia di incontri con i funzionari europei, oltre a decine di editoriali, discorsi e conferenze attraverso i quali l’AJC ha cercato di far alzare la guardia. Molto spesso, ci hanno risposto con dubbio e scetticismo. Era come se facendo finta di niente – ancora la tentazione perenne di negazione – il problema potesse magicamente scomparire da solo. Passò il tempo, e fortunatamente alcuni leader europei, divennero più assertivi e sensibili alla questione, ma si era perso del tempo prezioso ed il pericolo si era radicato in profondità. Non aver chiamato l’antisemitismo con il suo vero nome per anni ci è costato caro. Per anni i mezzi di informazione hanno demonizzato Israele – chiamando Gaza ‘il nuovo ghetto di Varsavia’, accusando Israele di assassinare ‘il secondo Gesù’, il palestinese; raccontando che Israele traffica in organi dei palestinesi e che i primi ministri israeliani divorano bambini palestinesi – tutto questo ha avuto il suo effetto. Per anni hanno scelto di guardare dall’altro lato, di chiudere gli occhi, di razionalizzare comportamenti odiosi, rilasciando dichiarazioni a cui non sono seguite azioni adeguate, e sottovalutando la minaccia crescente. Quando un’indagine dell’UE tra gli ebrei europei lo scorso anno ha rivelato risultati scioccanti, compreso il fatto che oltre il 40 per cento degli ebrei in Belgio, Francia e Ungheria hanno considerato l’emigrazione, e che oltre il 20 per cento degli ebrei europei evita di frequentare siti o eventi ebraici per paura, sarebbero dovuti suonare campanelli d’allarme e si sarebbero dovuti moltiplicare gli sforzi di affrontare questo assalto ai valori europei. Quando i partiti neo-nazisti ed apertamente antisemiti hanno ottenuto deputati nei parlamenti nazionali e nei consigli regionali, sino ad arrivare adesso al Parlamento Europeo, l’allarme sarebbe dovuto risuonare ancora più forte. E dopo gli attacchi che hanno ucciso tre bambini e un adulto in una scuola ebraica di Tolosa, che hanno fatto quattro vittime presso il Museo Ebraico di Bruxelles, e che hanno causato la morte di due fratelli con la kippah fuori Parigi, l’allarme dovrebbe farsi assordante. E’ giunto il momento per l’Europa di affrontare la dura realtà che l’antisemitismo è vivo e vegeto, e che c’è bisogno di azioni forti, concrete e immediate. A partire da una migliore intelligence per una maggiore sicurezza a condanne esemplari nei tribunali, dal migliorare l’educazione civica alla responsabilizzazione dei media, dalla solidarietà pubblica all’affrontare l’antisemitismo in occasione degli eventi sportivi, sino al monitorare i social network, la lotta va combattuta con urgenza su molti fronti. La minaccia proviene da una estrema destra alla quale è stata data nuova vita grazie alla rabbia populista contro la crisi economica e l’immigrazione apparentemente incontrollata. Proviene da una estrema sinistra che attacca in continuazione il diritto di esistere di una sola nazione, Israele, e che vilipende lo Stato ebraico a ogni opportunità. E proviene dalla crescente popolazione di musulmani in Europa, alcuni dei quali hanno abbracciato il virus mortale dell’antisemitismo che si trova nelle moschee, nelle madrasse, nei media. Se c’è una buona notizia, questa è che a parte alcune questioni aperte a proposito dell’Ungheria, nessun governo europeo oggi giustifica l’antisemitismo, né tanto meno lo incoraggia, e che le comunità ebraiche sono determinate ad ergersi con fierezza in quanto cittadini europei, ed ebrei. Il futuro degli ebrei in Europa dipende dal risolvere questa questione. Anzi, forse è a rischio il futuro dell’Europa stessa.
David Harris, Direttore Esecutivo dell’American Jewish Committee (8 giugno 2014)

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