Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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domenica 6 luglio 2014

Il pregiudizio e le “colonie”

Cartoline da Eurabia
di Ugo Volli

Cari amici,
l’entità sionista, come si sa, continua a costruire nuove colonie e a “divorare” la terra palestinese. Segno del suo irrefrenabile colonialismo/imperialismo e del suo ostinato rifiuto ad accettare la pace che generosamente i palestinesi le offrono. Ma quanta terra “l’entità” “divora” esattamente? E come e quante sono queste maledette colonie, luogo di ogni male al mondo? Questo normalmente non si sa, i giornali non lo dicono. Eppure è importante: per fare efficacemente il bene bisogna conoscere il male, no? Trovate ogni informazione su questa pagina , in cui i terribili colonialisti si confessano; ma per rendervi le cose più comode, vi do qui un riassunto.
Le “colonie” vere e proprie in Giudea e Samaria sono 122. Per lo più sono villaggi: 24 hanno una popolazione fra i 1000 e i 2000 abitanti, pardon “coloni”; 22 fra i 500 e i 1000 abitanti e 49  sotto i 500. Solo 5 contano più di 10 mila persone. Il numero totale dei “coloni” a giugno scorso era 303.900. Dei 122 insediamenti (pardon colonie) 23 non hanno avuto crescita di popolazione nel 2009, 51 sono cresciuti di meno di 50 persone, 21 fra i 50 e i 100; solo 2 sono cresciute di più di 1000 persone. Come divoramento della terra, permettetemi, mi sembra un po’ anoressico. Ma le colonie nuove che crescono come funghi? Ecco i dati: 47 insediamenti sono stati costituiti fra il ’67 e il ’79; altri 70 fra l’80 e l’89, solo 5 fra il ’90 e il ’99.
L’ultima “colonia” autorizzata  dal governo israeliano, Negahot, è del ’99. Dopo d’allora non si sono più avute autorizzazioni a costruire se non nel perimetro degli insediamenti già realizzati. Certo, ci sono stati “avamposti” non autorizzati, spesso baracche, tende o roulottes; molte volte queste costruzioni non autorizzate sono state smantellate dalla polizia, e non sono mai state stabilizzate negli ultimi vent’anni. Le costruzioni di cui si discute sono tutte all’interno degli insediamenti esistenti: stanze in più per famiglie che crescono, villette nuova per i figli che si sposano. Ma quante, chiedete voi? Nel 2009 le costruzioni in tutte le “colonie” sono state di 1920 appartamenti. Dal ’96 al 2009 sono state costruite 33.591, tutte dentro comunità preesistenti: un divoramento molto molto cauto, ammetterete.
Nel frattempo, i territori dell’autorità palestinese conoscono un vero e proprio boom edilizio. C’è per esempio una città vera e propria nuova di zecca costruita 20 chilometri a nord di Gerusalemme, c’è il raddoppiamento delle città esistenti, c’è un “boom edilizio” in città come Ramallah.
I dati complessivi non si riescono a trovare, perché la gestione dell’autorità palestinese è un po’ più – come dire – creativa di quella israeliana sul tema dei permessi edilizi come su tutto il resto, ma una cosa è chiara: i palestinesi non hanno mai smesso di costruire in Giudea e Samaria, anche mentre gli israeliani frenavano prima informalmente e l’anno scorso bloccavano le loro costruzioni. E questo, vedete, è un problema. Perché lo statuto giuridico di Giudea e Samaria non è affatto quello di “territori occupati” come semplicisticamente immagina la stampa euraraba (su opportuno, sacrosanto suggerimento plestinese, è chiaro), ma quella di “territori contesi”.
Infatti dopo il mandato britannico non si realizzò lo stato palestinese previsto dall’Onu, gli arabi fecero una guerra in seguito alla quale Giudea e Samaria furono occupate dalla Giordania, cui nessuna istanza internazionale o trattato le aveva mai attribuite. Dopo altre due guerre degli arabi contro Israele, perdute entrambe, i territori passarono sotto l’amministrazione israeliana. Ora sono rivendicati dai palestinesi, che mai nella storia hanno avuto uno stato e dunque non possono averli posseduti. E’ possibile che un  futuro trattato di pace gli conceda stato e territori, in tutto o in parte. Ma per ora sono semplicemente contesi. E dunque, se c’è un blocco delle costruzioni, esso dovrebbe valere per tutte le parti contendenti, Israele e Palestinesi.
Vi sembra un’idea strana? Infatti il blocco delle costruzioni palestinesi non solo non c’è mai stato, neppure se ne parla mai, non si accenna neanche all’ipotesi. Perchè? Non certo per ragioni giuridiche, ma per pregiudizio o schieramento politico, spesso ormai diventato quasi incosciente. Perché quelli, nell’immaginario collettivo, sono diventati “territori palestinesi occupati”, la casa dei palestinesi, cosa che giuridicamente non sono. Tutti pensano che loro abbiano diritto di costruire e i “coloni” no, ma è un “diritto” che deriva solo dal desiderio.
Un po’ come la cartina del Medio Oriente pubblicata dalla prestigiosa London School of Economics su una sua rivista in cui il territorio di Israele è scomparso, magicamente non c’è più. “Non è una scelta, non ce ne siamo proprio accorti”, hanno spiegato gli economisti britannici a chi ha chiesto loro spiegazioni. Io gli credo, come credo che nessuno abbia scelto deliberatamente di non porre il problema del blocco delle costruzioni palestinesi. Semplicemente gli è venuto naturale. Ma, come dice un celebre aforisma di Karl Kraus, “il fatto di non averlo fatto apposta  è solo un’aggravante”. Perché implica la non percezione dell’altro, il suo annullamento. Il pre-giudizio sui diritti dell’altro, così incosciente che non ci si accorge neanche di averlo. Come nella mappa dell’università londinese.

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