Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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venerdì 26 settembre 2014

Lavoratori palestinesi in Cisgiordania: “Meglio lavorare per gli israeliani”

Il quotidiano ufficiale dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadida elogia le condizioni di lavoro dei palestinesi impiegati da israeliani negli insediamenti in Cisgiordania, denunciando al contempo i bassi salari e la mancanza di diritti dei palestinesi alle dipendenze di altri palestinesi.
In un articolo pubblicato lo scorso 21 settembre (tradotto in inglese da Palestinian Media Watch), Al-Hayat Al-Jadida scrive: “Ogni volta che i lavoratori palestinesi hanno l’opportunità di lavorare per datori di lavoro israeliani sono pronti a lasciare il loro lavoro sotto datori di lavoro palestinesi per motivi che hanno a che vedere con stipendio e altri diritti”.
Il giornale ha intervistato un gruppo di lavoratori palestinesi per la stesura del reportage e ha scoperto che quelli con datori di lavoro israeliani guadagnato molto di più di quelli che lavorano per altri palestinesi.
Tutti i palestinesi impiegati da palestinesi hanno detto di non avere assicurazione medica, che per la legge palestinese non è obbligatoria, e che non ricevono nessun rimborso per i trasporti. Al contrario, specifica il quotidiano palestinese, i datori di lavoro israeliani sono soliti coprire le spese di trasporto dei lavoratori da e per il luogo di lavoro.
Scrive inoltre Al-Hayat Al-Jadida che si può fare affidamento sui datori di lavoro israeliani per quanto riguarda il regolare pagamento degli stipendi. “Gli unici casi in cui un lavoratore palestinese non riceve lo stipendio pattuito con il datore di lavoro israeliano sono i casi in cui l’intermediario è un palestinese – dice Muhammad Hassan, un lavoratore agricolo – E questo perché è l’intermediario che impiega i lavoratori a proprie spese ed è lui che paga i loro stipendi, il che mette il lavoratore a rischio di subire soprusi o mancati pagamenti”.
Pausa preghiera per lavoratori palestinesi in una fabbrica israeliana nella zona di Ma’ale Adumim
Pausa-preghiera di lavoratori palestinesi in una fabbrica israeliana nella zona di Ma’ale Adumim

“Io lavoro dieci ore al giorno e ricevo uno stipendio mensile di non più di 1.900 shekel (ca. 400 euro) – racconta Fuad Qahawish, cameriere in un ristorante palestinese – Non abbiamo diritti integrativi come le ferie annuali, le spese di trasporto e così via. I miei colleghi che fanno lo stesso lavoro per gli israeliani ricevono 4.000 shekel al mese (ca. 855 euro) per lo stesso numero di ore”.
Secondo Wael Nazif, amministratore delegato dell’Unione delle Organizzazioni dei lavoratori palestinesi nel distretto di Gerico, è “inconcepibile che il lavoratore palestinese riceva pieni diritti dai datori di lavoro israeliani, ma non da quelli palestinesi”.
Mentre i datori di lavoro israeliani sono tenuti per legge a pagare i lavoratori palestinesi il salario minimo israeliano (23 shekel/ora, ca. 5 euro), spiega Al-Hayat Al-Jadida, l’Autorità Palestinese non fa rispettare la propria legge sul salario minimo.
“Il lavoratore palestinese – conclude l’articolo del giornale dell’Autorità Palestinese – riceve dai datori di lavoro israeliani praticamente tutti i suoi diritti, potendo eventualmente avvalersi dei tribunali. Ha diritto alle ferie annuali, alle assenze per malattia, ai contributi pensionistici, al pagamento degli straordinari e alla copertura delle spese di trasporto. Viceversa, la maggioranza dei datori di lavoro palestinesi non garantisce nessuno questi diritti ai loro lavoratori, ad eccezione di poche istituzioni che hanno iniziato ad applicarli senza pressione da parte di soggetti ufficiali”.
(Da: Times of Israel, 24.9.14)

domenica 21 settembre 2014

A Captain Speaks: Entering Gaza to Care for Civilians


“Nothing Else Matters”: How a Father Protected his Family from Hamas’ Ro...


I tutori della pace in fuga davanti alla guerra

Dopo quarant’anni, le truppe Onu incaricate di salvaguardare la separazione delle forze israeliane e siriane sulle alture del Golan hanno abbandonato le loro postazioni: sono fuggite in Israele, per mettersi al sicuro. Questo il resoconto del sito The Tower: «La forza degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), istituita nel 1974 per “mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria” e “vigilare le zone di separazione e di limitazione (delle forze), come previsto dall’accordo di separazione delle forze del maggio 1974”, ha ritirato i caschi blu tutori della pace dal territorio siriano perché “la situazione negli ultimi giorni è gravemente peggiorata”».
Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, citato dalla Reuters, ha dichiarato: «Gruppi armati hanno guadagnato terreno nell’area delle postazioni UNDOF, ponendo una minaccia diretta alla sicurezza ed incolumità dei caschi blu tutori della pace lungo la linea [siriana] Bravo e a Camp Faouar», ed ha aggiunto che tutto il personale Onu in quelle posizioni è stato spostato sul versante israeliano della frontiera.
Il collasso della forza Onu di fronte al deterioramento della situazione pone importanti interrogativi. L’israeliano Yossi Klein Halevi lo ha scritto chiaro e tondo: «Durante i recenti e falliti colloqui di pace tra Israele e palestinesi, il Segretario di stato americano John Kerry ha suggerito che Israele cedesse il controllo del confine fra Cisgiordania e Giordania ad una forza di pace internazionale. Ma la scorsa settimana centinaia di tutori della pace delle Nazioni Unite schierati sul confine fra Israele e Siria si sono a malapena messi in salvo fuggendo in Israele quando le forze di al-Qaeda hanno invaso le loro posizioni. Su chi dobbiamo fare affidamento per difenderci, se non su noi stessi?»

Caschi blu delle Fiji al loro ingresso in Israele dopo aver lasciato il Golan siriano lo scorso 15 settembre
Caschi blu delle Fiji al loro ingresso in Israele dopo aver lasciato il Golan siriano lo scorso 15 settembre

Quella di schierare forze internazionali in Cisgiordania è una vecchia trovata, ma il tracollo dell’UNDOF serve a ricordarci che semplicemente non funzionerebbe. Fino a quando la regione non sarà in pace e tutti i gruppi terroristici sconfitti, e l’Autorità Palestinese non sarà chiaramente in grado di combattere il terrorismo e garantire legge e ordine, l’unica cosa che impedisce l’instaurarsi in Cisgiordania di una forte presenza terrorista è l’esercito israeliano.
Senza dimenticare che non solo gli israeliani, ma anche i palestinesi e i giordani dipendono dalle Forze di Difesa israeliane per impedire che gruppi come Hamas, al-Qaeda o addirittura l’ISIS conquistino terreno in Cisgiordania.
Le forze Onu nel sud del Libano (UNIFIL) non sono state capaci di tenere sotto controllo Hezbollah, sempre riluttanti ad affrontarlo, mentre l’UNDOF è fuggita di fronte ai terroristi. Un identico risultato è del tutto prevedibile in Cisgiordania, oggi e domani, se dovessero andarsene le forze israeliane. Ammettere questo fatto non significa auspicare una permanente occupazione israeliana della Cisgiordania, ma sicuramente ogni speranza o piano di pace deve essere fondato sulla realtà.
Come ha scritto Yossi Klein Halevi nell’articolo già citato, il punto di vista degli israeliani su questi interrogativi si basa su una cruda valutazione della loro situazione: «Gli israeliani vedono la sorte delle minoranze yazidi e cristiane in Medio Oriente e si dicono: figuriamoci cosa accadrebbe a noi se abbassassimo la guardia”.
Quella guardia, essenziale per la loro sicurezza e per quella di palestinesi e giordani, non può essere sostituita da un’irresoluta forza internazionale o delle Nazioni Unite che, a giudicare dall’esperienza, si sottrarrebbe allo scontro e fuggirebbe di fronte al pericolo reale.
(Da: Israel HaYom, 17.9.14)

mercoledì 3 settembre 2014

«Ma la Striscia non è il ghetto di Varsavia»


E’ un attacco duro, senza mezzi termini, quello pubblicato dal quotidiano francese Le Monde e firmato da Claude Lanzmann, regista e sceneggiatore autore, tra gli altri, del film Shoah. Lanzmann, in un articolo intitolato «Quattro moschettieri pro Gaza in crociata contro Israele», risponde, a distanza di due settimane, alla lettera, pubblicata sempre da Le Monde, firmata da Rony Brauman, Régis Debray, Edgar Morin e Christiane Hessel, nella quale i quattro autori, rivolgendosi al presidente Hollande, lo interpellavano sull’impunità internazionale della quale sarebbe beneficiario lo Stato israeliano nonostante i massacri di civili nella Striscia di Gaza. «Un testo partigiano, menzognero, senza coraggio e provocatorio» che dimentica che «è Hamas ad avere la responsabilità dell’orrore e della collera di tutte le morti civili nella Striscia di Gaza».

E’ stata Hamas, secondo Lanzmann (e non solo secondo lui…secondo la realtà dei fatti!), ad aver provocato Israele perché i leader del movimento islamico «sapevano che l’uccisione dei tre giovani ebrei rapiti, sommata al lancio di missili verso le città israeliane, avrebbero provocato la risposta dello Stato Ebraico. E la volevano». Per il regista francese, autore anche dei film Pourquoi Israel e Tsahal, sono false anche le testimonianze e i racconti che dipingono una Striscia di Gaza imprigionata, ridotta allo stremo, senza cibo e a corto di medicinali: «Ci parlano di Gaza come di una prigione a cielo aperto, Hamas protesta per la chiusura del valico di Rafah, ma questa è propaganda, ben fatta, ma menzognera. La gente non muore né di fame né di sete a Gaza, i negozi sono pieni di beni in vendita, e basta avere un po’ di denaro per far sì che la lotta di classe esista lì come altrove».

Per Lanzmann, poi, l’Istituto culturale francese a Gaza, citato nella lettera di Brauman, Debray, Morin e Hessel e dal quale sarebbero stati lanciati degli «sos» sulla tragica situazione nella Striscia, sarebbe solamente «un avamposto della propaganda anti-israeliana che cerca di far passare una città nemica, e per questo soggetta a un blocco, come il ghetto di Varsavia».

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Agosto 2014)

La vergogna del boicottaggio a Israele


L’Europa sta diventando di nuovo un pessimo posto per gli ebrei, e questo avviene, come ha scritto l’intellettuale francese Claude Lanzmann nella lettera pubblicata anche dal Foglio, all’insegna di un antisemitismo mascherato da solidarietà con Gaza, ma alla fine con Hamas. In una corrispondenza da Londra, ieri il New York Times raccontava non solo della catena di alimentari che ha rimosso i prodotti kosher dalle vetrine per paura di manifestazioni, o delle sparate ignobili dell’eurodeputato George Galloway, che ha pensato di dichiarare la città di Bradford “Israel-free zone”, nel senso che non vuole nella sua città “nemmeno turisti israeliani” (vi ricorda qualcosa?). E l’abietta propaganda antisemita che predica il boicottaggio delle università e dei prodotti israeliani trova la sua confortevole sponda nelle istituzioni europee. Il ministro dell’Economia belga, a luglio, aveva chiesto che i rivenditori etichettassero distintamente i beni alimentari prodotti in Cisgiordania dai coloni degli insediamenti israeliani e quelli prodotti dai palestinesi.
Raccomandazione “non vincolante”, fu detto, e si richiamarono analoghe regole inglesi e danesi. Ma a chiedere, e non da oggi, che siano etichettati in modo differente tutti i prodotti israeliani prodotti oltre i confini vigenti prima della guerra del 1967 è proprio l’Unione europea, mentre la Corte di giustizia dell’Ue, nel 2010, ha stabilito che le merci importate e “prodotte negli insediamenti israeliani dei Territori occupati non devono usufruire delle agevolazioni fiscali previste dagli accordi commerciali tra Israele e Ue”. “Non si tratta di boicottaggio”, ha detto un funzionario anonimo intervistato dal Nyt.
Certo è che gli assomiglia parecchio. Così come gli assomiglia il fatto che l’Ariel University, che ha sede in Cisgiordania, sia stata esclusa dal programma di scambi scientifici e finanziamenti europei intitolato Orizzonte 2020. La verità è che l’Europa che boicotta Israele non accetta che quello stato, attaccato, si difenda. E’ il “caos umanitario”, ancora per citare Lanzmann, che finisce per imitare orrori da anni Trenta e Quaranta.
(Fonte: Il Foglio, 30 Agosto 2014, pag. 3)