Il popolo palestinese: un'invenzione assoluta!

Un dirigente dell'Olp, Zahir Muhsein, dichiarò a un giornale olandese nel 1974:



"il popolo palestinese non esiste,
il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista, ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte."



O.rganizzazione N.on U.tile

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

Antisionismo è antisemitismo!

"Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei..." M.L. King

Documentazione sulla Siria

L'attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: "Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne."

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Lettori fissi

domenica 26 ottobre 2014

Israele: pace con chi? Quando uccidere bambini e ragazzi ebrei rende eroi

Il terrorista palestinese che ha ucciso la piccola Haya Zissel Braun di soli tre mesi qualche settimana fa aveva pubblicato un video nel quale elogiava Marwan Kawasme e Amar Abu Aysha, i due terroristi legati ad Hamas che avevano rapito e ucciso i tre ragazzi israeliani.
Questo infame terrorista, che si chiamava Abdel Rahman al-Shaludi, è stato unanimemente riconosciuto dai palestinesi e dai gruppi filo-palestinesi come un eroe per aver ucciso la piccola neonata israeliana, un “martire” che ha compiuto il suo dovere di buon musulmano uccidendo una ebrea in fasce e cercando di uccidere quanti più ebrei possibile. Su Facebook, anche grazie alla complicità di certi pseudo “attivisti per i Diritti Umani” questo assassino di bambini è diventato una vera celebrità. Il suo video sta facendo il giro del web.
La cosa buffa, che in realtà dovrebbe essere tragica, è che in occidente si continua a chiedere a Israele di fare la pace con queste persone senza però pretendere nulla dalla controparte araba, nemmeno un misero riconoscimento o almeno l’introduzione della parola “pace” in un documento ufficiale. Non solo, il buon occidente finanzia ad ampie mani le prossime guerre che questi “signori” stanno già preparando contro Israele. Sono sempre i soldi occidentali che finanziano le scuole dove ai bambini si impara che uccidere gli ebrei non solo non è peccato ma è un dovere per ogni “buon musulmano”.
Il silenzio che è calato sull’omicidio della piccola Haya Zissel Braun è paragonabile solo a quello che è seguito al massacro di Itamar quando terroristi arabi massacrarono a sangue freddo una intera famiglia, compresi i bambini piccolissimi. Anche allora la stampa occidentale tacque quasi completamente. Anzi, nonostante l’aperta rivendicazione da parte delle Brigate dei martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah (e quindi della ANP di Abu Mazen) continuarono imperterriti a chiamare queste bestie “interlocutori per la pace”. Ma quale pace? Di cosa stiamo parlando?
Non vorrei che si considerassero i casi dell’omicidio della piccola Haya Zissel Braun e dei tre ragazzi israeliani come casi isolati, frutto della follia di singoli individui fanatici. Non lo sono e per capirlo basta guardare le reazioni sui social network. I palestinesi la pensano tutti così, senza alcuna distinzione. Non ci sono palestinesi buoni e “interlocutori della pace” e palestinesi cattivi. Ci sono solo palestinesi o cosiddetti tali. Prima se ne prende atto è meglio è per tutti. Sono nemici e come tali vanno trattati. E se è vero che la pace si fa con i nemici e altrettanto vero che prima è sempre meglio sconfiggerli, poi si può parlare di pace.
 
Scritto da Miriam Bolaffi

sabato 25 ottobre 2014

Abu Mazen decreta: lavori forzati ed ergastolo a chi vende la propria terra ad uno “Stato nemico”

Ramallah, 20 Ottobre 2014 – Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha emesso un decreto  che modifica il codice penale palestinese in modo da aggiungere i lavori forzati, oltre al carcere a vita, ai palestinesi che vendono, affittano o fanno da mediatori nelle transazioni immobiliari con “cittadini di paesi ostili”. Lo riporta l’agenzia di stampa Wafa
La decisione di Abu Mazen coincide con le polemiche suscitate fra i palestinesi dalla notizia che arabi di Gerusalemme est hanno venduto case ad ebrei nel quartiere di Silwan. Già a fine Settembre infatti era dovuta intervenire la polizia israeliana per consentire ad alcune famiglie di religione ebraica di stabilirsi nelle case che avevano regolarmente e legalmente acquistato nel quartiere: i nuovi proprietari erano stati accolti dagli altri abitanti della zona con sputi, insulti e lanci di pietre.
Nel 2010 un tribunale dell’ANP ha ribadito che la vendita di terra agli israeliani è punibile con la morte. Anche se la pena di morte non è stata ufficialmente eseguita, nel corso degli ultimi quattro decenni a Gerusalemme est e in Cisgiordania sono stati uccisi in modo extragiudiziale molti palestinesi accusati di coinvolgimento in vendite immobiliari ad ebrei.
(Fonte: Israele.net, Ansa, 21 Ottobre 2014)
 

domenica 19 ottobre 2014

E questo sarebbe il Monte del Tempio “nelle mani di Israele”Una giornata di ordinaria follia, nella video-testimonianza di un giornalista “infiltrato”

La coincidenza di festività ebraiche e musulmane di quest’anno e l’aumento delle tensioni nella regione hanno riportato in evidenza l’atmosfera già di per sé instabile nel complesso del Monte del Tempio, a Gerusalemme.
Agli occhi di un estraneo in visita, il complesso del Monte del Tempio con la Moschea di al-Aqsa sembra caratterizzato da una sorta di balletto tra i diversi fedeli e le forze di sicurezza israeliane. Ma un esame più attento rivela quella che appare piuttosto una polveriera pronta ad esplodere: da una parte, fedeli ebrei che cercano di accedere al complesso; dall’altra, fedeli e funzionari religiosi musulmani che si battono contro la loro presenza; in mezzo, stuoli di spaesati turisti cristiani. Tutti insieme, sembrano il set di un film abbastanza surreale.
Il sito, che si trova all’interno della cerchia di mura della Città Vecchia di Gerusalemme, ha conosciuto nel corso degli anni ripetuti incidenti e disordini, coi palestinesi che paventano terribili minacce da parte israeliana al sito che i musulmani chiamano il Nobile Santuario, e gli israeliani che smentiscono qualsiasi minaccia ed anzi lamentano i pesanti limiti imposti agli ebrei, per non irritare i musulmani, su un sito venerato come il luogo dove nell’antichità sorgevano il primo e il secondo Tempio.
Il complesso comprende la Cupola della Roccia del VII secolo e.v., che si affaccia proprio sopra al Muro Occidentale (o “muro del pianto”), venerato dagli ebrei come le ultime vestigia del secondo Tempio (per intenderci, quello in cui pregò Gesù secondo i cristiani).
Durante la guerra dei sei giorni del 1967 i paracadutisti israeliani riuscirono a prendere la collina del Tempio (occupata per quasi vent’anni dalla Legione Araba di Giordania e preclusa a tutti gli ebrei) e in una prima fase il luogo divenne accessibile ai seguaci di tutte le religioni. Ben presto però, a seguito delle pressioni internazionali, il controllo religioso della zona venne passato al Waqf islamico di Gerusalemme, l’ente di amministrazione fiduciaria del patrimonio musulmano, e ai fedeli ebrei non fu più permesso pregare nel sito.
Da allora, innumerevoli volte il complesso si è trasformato in un campo di battaglia che ha visto contrapporsi bande più o meno organizzate di giovani palestinesi armati di pietre, spranghe e molotov, e le forze di sicurezza israeliane chiamate a ristabilire l’ordine e a proteggere gli ebrei in preghiera nel sottostante piazzale del Muro Occidentale.
 
Secondo lo status quo in vigore da decenni, i fedeli musulmani sono autorizzati a entrare nel complesso in tutte le ore della giornata e da tutti i suoi undici ingressi, mentre i fedeli ebrei possono entrare solo dalle 7 e 30 alle 11 del mattino attraverso la porta Mughrabi, riservata ai turisti, salendo lungo la “provvisoria” passerella in legno e con abbondante scorta di polizia. E nella spianata sul Monte del Tempio non possono pregare.
Cionondimeno i palestinesi sono sempre più furibondi per il crescente numero di visite al sito da parte di fedeli ebrei ortodossi, e per la pretesa di alcuni di questi di poter pregare sulla spianata che ospitava il primo e il secondo Tempio.
I gruppi in visita sono scortati dalla polizia. Se qualcuno del gruppo viene sorpreso a pregare, anche a bassa voce, o mette in mostra un qualunque oggetto o accessorio identificabile come ebraico o israeliano, che sia una bandierina o un libro di preghiere, deve essere immediatamente espulso dall’area.
La polizia israeliana è stretta tra l’incudine e il martello: non deve permettere queste “provocazioni” da parte degli ebrei, ma deve anche vedersela con le frequenti provocazioni da parte di fedeli musulmani, in particolare giovani maschi e donne anziane, che facilmente si mettono a insultare gli agenti di polizia e i visitatori ebrei, o anche a bersagliarli con oggetti vari. A volte le cose si scaldano a tal punto che la polizia è costretta a bloccare del tutto l’accesso degli ebrei per un certo periodo, cedendo alle minacce di disordini da parte dei musulmani.
L’ingresso di troupe televisive e giornalisti israeliani è quasi impossibile. Personalmente, mi sono furtivamente aggregato a un gruppo organizzato di turisti francesi. All’ingresso ho superato un gruppo di giovani ebrei religiosi con la kippà (papalina) in testa che non avevano potuto passare il controllo di sicurezza e quindi non potevano accedere all’area.
La precaria passerella in legno costruita per tenere separati i visitatori non-musulmani dai fedeli musulmani conduce alla cupola dorata della Roccia, dentro la quale si trova la Pietra della Fondazione, la roccia che secondo la tradizione fu testimone della vicenda biblica del sacrificio di Isacco (o di Ismaele: dipende dalla persona a cui lo si domanda).
Decine di ispettori del Waqf musulmano sono sparsi per tutto il complesso, muniti di radio ricetrasmittenti, intenti a indagare l’identità religiosa dei turisti e soprattutto le loro segrete intenzioni. Qualunque segno di fede ebraica, o tentativo di pregare o di tirar fuori un libro in ebraico scatena immediatamente gruppi di musulmani, uomini e donne, che passano il tempo apparentemente intenti a studiare il Corano (separati fra loro, ovviamente), in realtà in perenne stato di allerta per tale eventualità.
A tratti il rumore nel complesso è assordante. Le grida “Allahu Akbar” (Allah è grande) si fanno più intense quando un gruppo di ebrei con barba e kippà viene scorato fuori dalla polizia dopo che uno degli occhiuti ispettori del Waqf ha avuto il sentore che fossero venuti qui per pregare. Il lesto sgombero degli ebrei sospettati di voler pregare serve a prevenire la veloce escalation che vedrebbe, come tante altre volte, il repentino dispiegamento di “squadre islamiche” che stazionano in paziente attesa nei vicoli e nei quartieri di Gerusalemme est tutt’attorno al complesso. La rapidità e la determinazione dell’intervento della polizia israeliana sul Monte del Tempio è ciò che il più delle volte previene lo scoppio di violenze fisiche, riducendo lo scontro a una gara di voci. Il suono dei fedeli ebrei che cantando e pregano nel sottostante piazzale del Muro del Pianto sale verso la spianata dove sorge la Cupola della Roccia, dalla quale cori di uomini barbuti e donne velate di nero cercano di sovrastarlo con grida e urla in arabo come “fuori gli ebrei, questo luogo appartiene ai musulmani!”. Davanti a tutto questo, dei turisti cinesi scattano fotografie alla cupola dorata e alle donne velate, dedite a forme di accattonaggio aggressivo.
Per un breve momento le grida si fermano e il gruppo di turisti in cui mi sono intrufolato riceve dalla guida una spiegazione che è l’esatto opposto di ciò che gli è stato detto davanti al Muro Occidentale.
Tutt’a un tratto le urla ricominciano. Questa volta è un gruppo di donne in hijab nero che si precipita gridando “Allahu Akbar” per scacciare un gruppo di turisti israeliani in abito secolare, e piuttosto spaventati, accompagnati da una guida autorizzata che ha osato sfogliare una guida turistica in ebraico.
E questo sarebbe il Monte del Tempio “nelle mani di Israele”.
 
(Da: YnetNews, 15.10.14)

sabato 11 ottobre 2014

9 Ottobre 1982, ore 11:55: il terrorismo palestinese colpisce la Comunità Ebraica di Roma. Per non dimenticare.


Sono le 11,55 di sabato mattina 9 ottobre 1982. È Sheminì Azeret, ultimo giorno della festa di Sukkot (delle Capanne). I fedeli escono dalla Sinagoga Maggiore di Roma attraverso il piccolo cancello di ferro annerito su Via Catalana. Il mediorientale che sosta sul marciapiede opposto infila la mano destra nella sacca, sorride, guarda negli occhi chi sta uscendo. Lancia una granata. I fedeli cadono a terra. Poi arrivano le sventagliate di mitra. Gli attentatori sono una decina, si mettono in fuga: l’unico nome noto, il giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar, sarà condannato all’ergastolo solo dopo essere svanito su un volo dell’Olimpyc Airways Atene-Tripoli a fine 1988. Nell’attentato, ufficialmente organizzato per vendicare l’invasione israeliana del Libano (dopo 12 anni di attentati terroristici in territorio israeliano compiuti dai palestinesi con base in Libano), viene ucciso il fanatico sionista Stefano Tachè, ebreo romano di anni due. Trentacinque persone vengono ferite, alcune in modo molto grave, fra cui Emanuele Pacifici, figlio del rabbino di Genova Riccardo Pacifici, deportato ad Auschwitz con la moglie, e non ritornato.
Neanche due ore dopo l’attentato viene distribuito un volantino redatto frettolosamente dagli studenti ebrei, intitolato ironicamente “Grazie!”. È un atto d’accusa contro Giulio Andreotti e Bettino Craxi che flirtano con Yasser Arafat; contro il Pci filo-sovietico schierato dalla parte degli arabi; contro quotidiani e settimanali dove fioccano i paragoni fra sionismo e nazismo confusi fra le critiche all’invasione israeliana del Libano; contro gli autonomi romani che avevano affisso lo striscione “Bruceremo i covi sionisti” sulla piccola Sinagoga di Via Garfagnana; contro i sindacati che avevano deposto una bara di fronte alla Sinagoga Maggiore fra sventolii di bandiere rosse; contro Sandro Pertini, capo dello Stato ed attento alle ragioni di tutti ma non degli ebrei.
Sono passati 28 anni da allora: è cambiato qualcosa?
Thanks to Barbara

mercoledì 8 ottobre 2014

7 Ottobre 1985: il dirottamento dell’Achille Lauro

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, la nave da crociera italiana Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte di Liberazione della Palestina. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell’invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat ), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.
Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al veivolo egiziano un veivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il veivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del ministero di Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.
Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l’Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un’informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell’informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare  contenuto.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.

lunedì 6 ottobre 2014

Il genocidio immaginario di Abu Mazen


Nel discorso incendiario tenuto venerdì scorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha accusato Israele di condurre un genocidio contro il popolo palestinese.
Abu Mazen si riferiva all’operazione “Margine protettivo” che Israele ha condotto la scorsa estate nella striscia di Gaza controllata da Hamas, dopo il rapimento e assassinio da parte del gruppo terroristico di tre adolescenti israeliani vicino a Gerusalemme e una irrefrenabile escalation di lanci di razzi e colpi di mortaio contro i civili israeliani.
Abu Mazen è stato ben attento a non citare i veri obiettivi dell’operazione, che non avevano nulla a che fare con il genocidio. L’obiettivo primario era quello di distruggere la rete di gallerie terroristiche di Hamas che penetrano fin dentro Israele: tunnel che dovevano servire per condurre attentati terroristici contro i kibbutz e le città israeliane nei dintorni di Gaza allo scopo di uccidere uomini, donne e bambini innocenti, colpevoli soltanto d’essere israeliani. Un secondo obiettivo dell’operazione “Margine protettivo” era quello di distruggere il maggior numero possibile di mortai e razzi: vale a dire gli ordigni che Hamas, Jihad Islamica e altre organizzazioni terroristiche islamiste attive a Gaza lanciano ripetutamente e ossessivamente contro civili israeliani.
Purtroppo, nel corso dei combattimenti per individuare e distruggere i tunnel e gli arsenali dei terroristi, sono rimasti uccisi o feriti anche molti civili palestinesi. Israele stima che circa la metà degli oltre duemila morti nei combattimenti a Gaza siano civili. Molte volte queste vittime sono state il risultato diretto della strategia di Hamas, che cerca esplicitamente di provocare il maggior numero possibile di vittime civili da entrambe le parti. Non a caso Hamas piazza terroristi e lanciarazzi nel mezzo delle zone più densamente abitate; costringe i civili palestinesi a rimanere in quelle zone anche dopo che le Forze di Difesa israeliane li hanno avvertiti di evacuare; utilizza ospedali moschee e scuole, comprese quelle delle Nazioni Unite, come rampe di lancio per i suoi razzi e come nascondigli per armi e terroristi. Mentre spendeva decine di milioni di dollari per costruire una vasta rete di tunnel al solo scopo di attaccare gli israeliani, Hamas non ha costruito un solo rifugio per gli abitanti di Gaza.
Israele, al contrario, fa di tutto per evitare vittime civili. La gente nelle zone dove si trovavano bersagli militari come i tunnel veniva avvertita in anticipo degli imminenti bombardamenti; sono stati lanciati volantini, sono state fatte telefonate, è stata usata la tecnica del colpo d’avvertimento prima dell’attacco vero e proprio per dare tempo agli occupanti di allontanarsi.
Nessuna di queste misure – che costituiscono l’esatto contrario di una strategia genocida – ha impedito ai palestinesi di sostenere che Israele a Gaza abbia cercato di realizzare un genocidio. Abu Mazen non ha fatto altro che alimentare questa miserabile menzogna: l’uomo che ha scritto una tesi di dottorato cercando di negare un vero genocidio, la Shoah, è andato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite davanti ai rappresentanti di 193 nazioni a pronunciare ignobili calunnie che sono passate senza suscitare particolari reazioni.
Inutile dire che il discorso di Abu Mazen rende assai difficile immaginare di andare avanti nei negoziati con i palestinesi per un accordo a due stati. E’ proprio il tipo di calunnie e di istigazione all’odio contro Israele interpretato da Abu Mazen sul podio delle Nazioni Unite che impedisce anche solo un minimo di riconciliazione. Fino a quando anche i leader palestinesi più “moderati” continueranno a dipingere gli israeliani come colpevoli di genocidio, non c’è molta speranza di risolvere il conflitto. Non ci può essere alcuna speranza di pace finché i politici palestinesi più popolari come Abu Mazen continuano a considerare un crimine la creazione dello stato di Israele, e non la decisione tragicamente sbagliata da parte dei leader arabi e palestinesi nel 1948 di cercare di distruggere Israele. E non ci può essere speranza di pace finché Abu Mazen indica nel’”occupazione” la causa – e la giustificazione – del terrorismo islamista, tacendo il fatto che i fedayn, che pure ha ricordato nel suo discorso, iniziarono i loro spietati attentati contro i civili israeliani anni prima che vi fosse l’”occupazione”.
Verso la fine del suo discorso, Abu Mazen ha parlato dello sforzo di introdurre un “progetto di risoluzione sul conflitto israelo-palestinese” che preveda la creazione di uno stato di Palestina “su tutto il territorio occupato nel 1967″ con Gerusalemme est come sua capitale e una “giusta” soluzione del problema dei profughi palestinesi. Evidentemente Abu Mazen cerca di imporre a Israele delle condizioni che nessun governo israeliano, passato o presente, potrebbe accettare. Il suo discorso alle Nazioni Unite ha infranto ogni speranza e fiducia che poteva esistere tra i leader politici palestinesi e israeliani. Questo dovrebbe essere il tempo per ricostruire le relazioni bilaterali, non per distruggerle
(Fonte: Jerusalem Post, 28 Settembre 2014)

mercoledì 1 ottobre 2014

Il discorso di Benjamin Netanyahu all'ONU


Nel  suo discorso alle Nazioni Unite, il primo ministro ribadisce la posizione di Israele e sostiene che all'Iran non deve essere permesso di ottenere la bomba nucleare. “Sconfiggere lo Stato Islamico ma lasciare Iran con la bomba atomica sarebbe come vincere la battaglia ma perdere la guerra", ha detto poche ore fa il primo ministro Benjamin Netanyahu nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il primo ministro ha evidenziato un nesso tra la minaccia che Israele affronta con Hamas a Gaza e la minaccia che la comunità internazionale ha di fronte a se con lo Stato Islamico. "Hamas, come lo Stato Islamico, vuole un califfato". "L'obiettivo immediato di Hamas’è quello di distruggere Israele, ma ha un obiettivo più ampio: la stessa "ISIS", ha detto il primo ministro. "ISIS e Hamas sono rami dello stesso albero velenoso quando si tratta di loro obiettivi finali: Hamas è ISIS e ISIS è Hamas."  "La lotta di Israele contro Hamas è la lotta mondiale contro il militantismo", ha affermato Netanyahu. "La lotta contro l'Islam militante è indivisibile. Ecco perché la lotta di Israele contro Hamas è la vostra lotta. Israele sta combattendo la cosa che i vostri paesi potrebbero essere chiamati a combattere domani”. Hamas, Stato Islamico, Hezbollah e altre organizzazioni militanti islamici tutti condividono un'ideologia fanatica. Essi cercano di creare enclavi in espansione continua dell'Islam militante. Dove non c'è libertà o tolleranza, ha avvertito Netanyahu.

"I nazisti credevano in una razza superiore. Gli islamisti militanti credono ciecamente in una fede superiore."

Non diversamente da queste organizzazioni militanti dell'Islam, l'Iran è altrettanto pericoloso, il primo ministro ha detto: "L'Iran con armi nucleari sarà la più grave minaccia per noi - islamisti militanti con una bomba nucleare". "Una cosa è confrontarsi con militanti islamici in un camioncino con un fucile, un'altra cosa quando hanno armi di distruzione di massa. Lascereste ISIS arricchire uranium o sviluppare missili balistici intercontinentali? Allora non lasciate farlo neanche all’Iran.”  “Sconfiggere ISIS e lasciare l'Iran come potenza nucleare è come vincere la battaglia ma perdere la guerra," Netanyahu ha aggiunto.

"Il presidente iraniano Rouhani era qui la scorsa settimana e versava lacrime di coccodrillo", accusa il primo ministro.  "Non fatevi ingannare dal fascino manipolativo dell'offensiva iraniana", ha ammonito. "E’ progettato per un solo scopo: per sollevare le sanzioni e rimuovere gli ostacoli sul percorso dell'Iran alla bomba." "Permettere che ciò accada sarebbe un grave pericolo per il nostro futuro comune. Una volta che che l'Iran produrrà bombe atomiche, vedrete scomparire il fascino e il sorriso", ha continuato. Netanyahu è stato applaudito quando ha ribadito che "le capacità nucleari dell'Iran devono essere completamente smantellate."

Facendo il punto sulla lotta contro Hamas e sull'operazione Margine Protettivo, il primo ministro ha chiesto ai delegati "Che cosa farebbero i vostri paesi se fossero colpiti da migliaia di razzi le vostre città? Non lascereste di certo che i terroristi sparassero razzi sulle città con impunità. Israele giustamente si è difesa sia contro gli attacchi di razzi sia contro i tunnel del terrore".

Hamas ha combattuto una guerra di propaganda. "Hamas ha cinicamente usato i palestinesi e le scuole delle Nazioni Unite come scudi e siti di stoccaggio, mentre sparava verso Israele." Il premier israeliano ha poi risposto alle accuse del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, che nel suo discorso alle Nazioni Unite aveva additato Israele per aver commesso un genocidio a Gaza durante l'operazione Protective Edge.

"Non abbiamo colpito deliberatamente i civili a Gaza e ci dispiace ogni vittima civile. Nessun altro paese e nessun altro esercito nella storia ha fatto tanto come noi per evitare vittime tra la popolazione civile del loro nemico. Abbiamo sostenuto valori morali più alti di qualsiasi altro esercito del mondo. I nostri soldati meritano ammirazione, non condanna.”

Hamas, d'altra parte, "stava facendo tutto il possibile per mirare alle vite dei civili", ha detto. Hamas ha deliberatamente messo i suoi razzi dove i bambini palestinesi vivevano e giocavano", ha continuato Netanyahu, tirando fuori una foto di France 24 durante la guerra, mostrando bambini di Gaza che giocano nei pressi di un lanciarazzi. "Signore e signori, questo è un crimine di guerra. Israele ha usato i suoi missili per proteggere i bambini - Hamas usa i bambini per proteggere i suoi missili" ha detto.

Netanyahu ha criticato il Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite per la loro ipocrisia nel condannare Israele per le sue azioni, mentre inviava un messaggio ai terroristi di tutto il mondo: Utilizzate i bambini come scudi umani.  "La UNHRC ha tradito la sua nobile missione di proteggere gli innocenti. Il Consiglio dei diritti umani è diventato il Consiglio per i Diritti dei terroristi", ha detto Netanyahu. "Anche il termine 'Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite' è un ossimoro."  Secondo Netanyahu, questo "pregiudizio contro Israele" del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite è una nuova forma di antisemitismo.

Il primo ministro ha affrontato il tema dei negoziati di pace israelo-palestinesi, dichiarando che si sono fermati nel mese di aprile. "Sono pronto a fare un compromesso storico", ha detto.

"Un riavvicinamento più ampio tra Israele e il mondo arabo può contribuire a facilitare la pace israelo-palestinese", ha detto Netanyahu. "Israele è pronto a lavorare con i partner arabi per affrontare i pericoli e cogliere le opportunità. C'è un nuovo Medioriente: presenta nuovi rischi, ma anche nuove opportunità. Dobbiamo sconfiggere il jihadismo ed eliminare il rischio del nucleare iraniano. Abbiamo bisogno del mondo arabo per realizzare la pace con i Palestinesi"

L'iniziativa di pace araba, invece, "dovrebbe essere aggiornato in base alle realtà attuali."

"In ogni accordo di pace insisterò sempre sul fatto che Israele debba potersi difendersi da sé," ha sottolineato il primo ministro "

Netanyahu ha concluso il suo intervento citando il profeta Isaia:

Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come una fiaccola.

 

"Cerchiamo di accendere una fiaccola della verità e della giustizia per salvaguardare il nostro futuro comune."